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 to the documents of Pius XII (1930-45) di sister M. Claudia, Westminster, Maryland 1951. I Discorsi e radiomessaggi comprendono 15 val., seguendo gli anni del pontificato. "Vita e Pensiero", Milano sino al 1946, e quindi Tip. poliglotta Vaticana; presso la prima editrice anche E. Pacelh. Discorsi e panegirici (1931-36); L. Kasa, ha scelto e raccolto i discorsi del nunsio E. Pacelli, $2^{\circ}$ ed., Berlino, 1937, vers. it., $2^{\circ}$ ed., Milano 1939; il carteggio con Roosevelt è stato pubblicato, con note, da M. C. Taylor, Nuova York 1947 (trad. it. e spagnola). Innumerevoli sono le pubblicazioni e gli studi sull'azione di P. XII e sul suo insegnamento, non mancano le biografie, italiane e straniere.

Michele Maccarrone

## PIOMBATORE DELLA GANCELLERIA

APOSTOLICA. - Tra il personale di Cancelleria addetto alla compilazione e alla spedizione delle bolle pontificie o alla riscossione delle tasse relative, il plombator è propriamente colui che appone il sigillo plumbeo (v. BOLLA) e provvede alla spedizione del documento. La prima menzione risale al 1198 , durante il pontificato di Innocenzo III, con il titolo di bullator, riferito ad una sola persona.

Da allora si ebbero numerose variazioni, sia nel numero ( 2 sotto Bonifacio VIII, prima 3, poi 2 nei pontificati di Benedetto XII e Clemente VI, 4 con Martino V, di nuovo 2 con Eugenio IV), sia nell'appellativo dei p. della C. A. : bullatores (v.), per tutto il sec. xim, fratres de bulla nel 1367 con Urbano V, bullatores seu sigillatores nel 1412 con Gregorio XII, custodes bullae con Martino V, plumbatores con Paolo II, Sisto IV, Innocenzo VIII, e questo titolo prevalse sugli altri e si conservò anche quando tra la fine del sec. xv e il pontificato di Leone X apparvero
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(per articolo di mesa. A. P. Frater). Piombatore della cancelleria apostolica - La "vite perpetua" del Bramante per le bolle - Musci Vaticani.

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(fol. Felici)
In alto: DISCORSO AI FEDELI ROMANI IL GIORNO DI PASQUA DEL 1952. In basso: UDIENZA A DIRIGENTI, PERSONALE E MAESTRANZE DELL'ENCICLOPEDIA CATTOLICA (3 dic. 1950).

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In alto a sinistra: IL DOOMO VISTO DALL'ABSIDE E IL CAMPANILE. In basso a sinistra: ABSIDI DELLA CHIESA DI S. PIERO A GRADO (sec. xxi). A destra: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. MICHELE IN BORGO. Stile pisano-lucchese (1304).

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(fol. Joderson)
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CROCIFISSO di scuola pisana (sec. xiv). Pisa, chiesa di S. Marta.

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(fot. Alinari)
In alto a sinistra: RITRATTO DI FILIPPO MARIA VISCONTI - Parigi, Louvre. In alto a destra: RITRATTO DELL'IMPERATORE SIGISMONDO - Vienna, Museo. In basso: S. GIORGIO LIBERA LA PRINCIPESSA - Verona, chiesa di S. Anastasia.

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Pionia - Chiostro dell'abbazia di P. presso Colico (1252).
sporadicamente i termini fratres barbati bullantes (o plumbantes o de plumbo) e barbati plumbi.

BibL.: v. nullatones, cf. inoltre: Practico cancellarius apostolicus succuli XV carnalis, ed. L. Schmitz-Kallenbera, Münster 1904, pp. 32 sg., 68.

Alessandro Pratesi
PIOMBO. - Il p. venne impiegato nell'antichità per i più disparati usi : per condotti, crocette, pesi, tessere, ampolle, placchette, fibule, urne sepolcrali, ecc.

Nei Philosophumeno si narra di cristiani condannati elc $\mu \dot{\varepsilon} \tau \alpha \lambda \lambda 0 \nu \Sigma \alpha \rho \delta i v i \alpha \varepsilon$ (IX, 11), alle miniere di p.: anche s. Cipriano ricorda fedeli inviati alle miniere di p. Arche di p. furono adibite per la traslazione dei cadaveri; ne furono trovate ad Alessandria dove erano usate per riportare in Palestina le salme degli Ebrei. Nella Pussio dei ss. Claudio, Nicostrato ecc. si dice che i corpi di questi martiri furono chiusi in locali plumbei, come in arca plumbea sarebbero stati deposti da un tale Quirinio i corpi dei martiri Abdon e Sennen (P. Franchi de' Cavalieri, I Santi Quattro, in Note Agingrafiche, 4 [Studi e testi, 24], Roma 1912, p. 62). Sarcofagi in p. in età cristiana furono rinvenuti spesso in Francia, in Spagna e in Dalmazia, a Manastirine, a Salona. Un sarcofago cristiano in p., scoperto nell'antica Sala a Rabat nel Marocco, porta incise sul coperchio cinque croci greche (R. Thouvenot, Sarcophage chrétien découvert à Rabat, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1949, pp. 257243). Anche nel Liber Pontificalis ricorre più volte l'indicazione che i cadaveri venivano traslati in arche di p. (ed. Duchesne, I, 288, 306); quello di Agapito da Costantinopoli a Roma, quello di Naraeta viceversa. Sono noti molti sigilli di p., imperiali e papali, tra questi uno di papa Onorio I trovato a Cartagine (A. L. Delattre, in Réc. di arch. crist., 4 [1927], p. 345). Nel Museo di Berlino su una lamina di p. trovata a Rodi è inciso in greco quasi tutto il salmo 79 (A. Rahlfs, Septua-
ginta Studien, II, Stoccarda 1904-11, p. 14). A Cartagine si rinvenne un vaso di p. con varie scene e tra queste il Buon Pastore (G. B. De Rossi, Memorie sopra un vaso di p. trovato nella Reggenza di Tunisi, in Bull. arch. crist., ${ }^{2}$ serie, 5 [1867], p. 77 sgg. e tav. viII). Si hanno pure ampolle in p. per olii dei santuari di Palestina, crocette, immagini sacre, anforette (p. es., in O. Wulff, Altshristl. und Mittelalterl. Bildacerhe, Berlino 1909, p. 224 e tav. 55). Un calice di p. fu rinvenuto a Vendreuil ora nel Museo di Rouen (L. De Vesly, Calice de plomb trouvé a NotreDame de Vendreuil (Europe), in Bull. archéol. du Comité, 1913, pp. 181-83). Condotti in p. sono quello proveniente da S. Lorenzo al Verano e ora nel Museo Lateranense, con la menzione d'un papa Giovanni del vi sec., ed uno del proposito della basilica a nome Stefano (O. Marucchi, in N. Bull. arch. crist., 8 [1902], p. 198). Una fibula di p. fu edita da G. B. De Rossi (Bull. arch. crist., $3^{2}$ serie, 3 [1878], tav. I, nn. 1-2). Lamine traforate di p. furono usate per finestre nel duomo di Palermo, a Monreale nel Duomo e in altre chiese, a S. Antonio di Taormina. Avansi di p. traforati, uno con la data del 1493, sono tuttora a posto nel rosone della facciata del duomo di Biretto e con la data del 1597 nel rosone della facciata del duomo di Ruvo. Nel duomo di Barletta (sacrestia) si conserva un portalampade in p. del sec. XI (Enc. Catt., VII, lampada, col. 869).

BibL.: J. B. D. Cochet, Mémoires sur les cercueils de plomb dans l'antiquité et au moyen-der, in Poicis analytique des travaux de l'Académie de Rouen, Rouen 1868-69, pp. 283-329; 1869-70, pp. 187-238; E. Sichet, Degli imanati in casa di p. e dei trattamenti plumbri in Dalmazia, in Bull. di arch. e storia dalmata, 36 (1913), pp. 20-24; C. Ricci, P. traforati, in Studi romani, 2 (1914), pp. 397-400, tavv. 19-23. E. Juvvient, I monans, crist. di Spagna studiati in questi ultimi anni, in Atti del 30 Congr. isternaz. di archcol. crist., Roma 1934, p. 269.

Enrico Josi
PIONA. - Antica abbazia nella diocesi di Como situata in un promontorio quasi all'imboccatura dell'Adda.

Fu abbazia cluniacense del sec. XII, poi passò in commenda. La chiesa venne dedicata nel 1138 , dal vescovo di Como Ardizzone, alla s.ma Vergine Maria e perciò denominata S. Maria di P.; più tardi a S. Niccolò. Nell'abside restano tracce di affreschi; a base dell'acquasantiera sono due leoni che fecero parte dell'antico ambone. Del campanile primitivo resta la base, mentre la parte superiore è del 1700 ; annesso è il chiostro con quadriportico e colonnine con artistici capitelli. Esso venne fatto eseguire tra il 1252-57 dal priore Bonaccorso da Canova di Gravedona, come viene indicato da due iscrizioni. Dietro l'abside sussistono ruderi di un preesistente oratorio ritenuto da alcuni dedicato alla s.ma Vergine, da altri alla martire s. Giustina. Tutto venne secolarizzato dalla Rivoluzione Francese con legge dell'8 maggio 1798, ad eccezione della chiesa e del chiostro, che però vennero abbandonati nel 1861 e restaurati soltanto dal 1906 al 1909. Dal 1938 vi risiedono i monaci cistercensi inviati da Casamari.

Bibl.: A. Kingsley Porter, Lambard Architecture, III, Nuova Haven 1917, pp. 286-89; N. Adami, L'antica abbazia di P., in Vie d'Italia, 32 (1926), pp. 341-45; Cottineau, II, col. 2286.

Mauro Cassoni
PIONIO. - Subì il martirio a Smirne il giorno della festa (natale) di Policarpo, secondo il Martirio di $P$. nella persecuzione di Decio; secondo Eusebio, nei tempi di Marco Aurelio. Eusebio, che parla di P. nella sua Hist. eccl., IV, 15, 46, 47, aveva inserito il Martirio di $P$., nella sua raccolta dei più antichi martirii. Atti di P. si sono conservati in lingua greca, latina, slava ed armena. Manca una edizione critica del testo. Il Martirio pare che sia basato in parte su notizie di P. stesso. Il martire P. non è da confondere con il Pionio di cui parla una aggiunta al Martirio di Policarpo (v.) e che era forse non solo editore di due recensioni del Martirio di Policarpo, ma anche autore di una vita di Policarpo di scarso valore storico. Festa, nella chiesa bizantina l'ri marzo; nel Martirologio romano il $1^{\circ}$ febbr.

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Bibl.: il testo greco del Martirio di P. presso O. v. Gebhardt, Acta martyrum selecta, Lipsia 1902, p. 96 sg., ristampato in R. Knopf-G. Krüger, Ausgewäblte Märtyrer-Ahten, $2^{\circ}$ ed., Tubinga 1929, p. 49 sg. Sull'appartenenza del Martirio di P. alla raccolta di Eusebio, v. A. Ehrhard, Überlieferung und Bestand der hagiographischen und homiletischen Literatur der griechischen Kirche (Texte und Untersuchungen, 52), Lipsia 1936, p. I sg.; H. Delehaye, Les passions des martyrs et les geures littéraires, Bruxelles 1921, p. 28 sg. che confuta anche le teorie di Ed. Schwartz, De Pomio et Polycarpa, Gottinga 1903; v. anche C. Schmidt, Gespräche Jesu mit seinen Jüngern, Lipsia 1919, pp. 703-722. Sulla traduzione latina del Martirio di P. v. A. Siegmund, Uberlieferung der griechischen christlichen Literatur in der lateinischen Kirche, Monaco 1949, p. 205, 223.

## Ertù Peterson

PIPINO III, il Breve. - N. nel 714, figlio di Carlo Martello e considerato figlio adottivo di Liutprando in segno di amicizia fra Longobardi e Franchi, con il titolo di maior domus dux et princeps Francorum divise, insieme ai fratelli Carlomanno e Grifo, i regni sui quali aveva già governato l'avo Pipino di Heristal. A P. toccarono la Borgogna, la Neustria e la Provenza, fino a quando nel 747, ritiratisi Grifo e poi Carlomanno, riunì ogni potere, per quanto la dignità regia fosse ancora in possesso del re legittimo Childerico III.

Eletto re dall'Assemblea franca a Soissons nel nov. 751, in base all'approvazione di papa Zaccaria, P. si trovò a dover prendere posizione nella lotta fra Astolfo e il Papato. Stefano II (v.), dopo aver invano cercato un accordo con il Re longobardo, costretto dall'aggressiva politica di questo, sollecitò l'aiuto franco; e, di fronte alle esitazioni di P., per la prima volta nella storia della Chiesa si recò in Francia, nell'inverno 753-54. Nel convegno di Ponthion si concretava il destino della Chiesa e dello Stato temporale, mentre la supremazia dell'Impero in Italia e le sorti del Regno longobardo declinavano. La rivendicazione delle "giustizie" di S. Pietro, la difesa della Chiesa, la restituzione dell'Esarcato e degli altri territori occupati da Astolfo costituirono le promesse del Re franco, mentre l'incoronazione ed il titolo di patricius Romanorum concessogli (St-Denis, 28 luglio 754) furono la manifestazione conclusiva dell'alleanza. Atto rivoluzionario (Caggese) era stato il passaggio della dignità regia nel maior domus, nuovo indirizzo politico (Bertolini) fu la rivendicazione pontificia sulle terre dell'Italia bizantina occupate dai longobardi e la sostituzione del Papa all'Esarca; solo motivi superiori come la salvezza di Roma e del popolo romano, cui si collegava la missione universale della Chiesa, di fronte all'eresia che minava la legittimità del potere imperiale, potevano giustificare l'uno e l'altro. Così, dal momento in cui venne attribuito al Re franco, il titolo di patricius non si collegò più alla Sancta Respublica cioè all'Impero : specificatosi in quello di patricius Romanorum venne ad indicare appunto il difensore della nuova Respublica Romanorum, cioè dello Stato della Chiesa. La sua efficacia non tardò a manifestarsi : vinto Astolfo, P. rifiutò la restituzione all'Impero delle terre che un ambasciatore bizantino venuto a Pavia gli richiedeva in nome dell'Imperatore e fece dare al Papa le chiavi delle città conquistate : malgrado l'esclusione di Bologna, Ferrara, Ancona e di altre minori, lo Stato della Chiesa può ritenersi da quel momento costituito nel suo nucleo principale.

Morti Stefano II e Astolfo, le città dell'Esarcato e della Pentapoli ancora longobarde furono promesse, ma non restituite, dal nuovo re Deciderio al papa Paolo I: un intervento del Re franco evitò più gravi complicazioni, permettendo un accordo che eliminava la cessione delle città e risolveva le questioni minori. P. divise nuovamente fra i figli Carlo e Carlomanno il regno, che solo nel 771 , con la morte del secondo, poté ricostituirsi per poco tempo nella sua unità territoriale sotto l'egida di Carlomagno. Miet a St-Denis il 24 sett. 768 , lasciando la propria fama legata soprattutto all'alleanza con la Chiesa romana ed agli effetti che ne derivarono: l'inizio dello Stato pontificio (v.) e del Sacro Romano Impero (v.).

Bibl.: L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, Parigi 1911: E. Caspar, Pippin und die römische Kirche, Berlino

1914, pp. 139-79; L. Lévillain, L'avènement de la dynastie carolingienne et les origines de l'Etat pontifical (749-57), in Bibl. Ecole des Chartes, 94 (1933), pp. 223-95; R. Caggese, L'aliu medioevo, Torino 1937, pp. 189-230; M. Lintzel, Der Codex Carolinus und die Matice van Pippina Italienpolitik, in Histor. Zeitschr., 1940, p. 33 sgg.; G. Bertolini, Il problema delle origini del potere temporale dei Papi, ecc., in Filie. Pio Paschini, I, Roma 1948, pp. 103-71; F. Cognasso, Avviamento agli studi di storia medievale, Torino 1951, pp. 280-84, 288-91; Fliche-Martin-Frutta, VI, p. 18 sgg.

P. Iobio Crosaro
PIRAGICABA, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di S. Paulo in Brasile.

Ha una superfice di 1400 kmq . con una popolazione di 167.000 ab. dei quali 160.000 cattolici. Conta 12 parrocchie servite da 13 sacerdoti diocesani e 13 regolari; ha un seminario, 2 comunità religiose maschili e 9 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 319).

Le diocesi fu creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Vigil Campinensis ecclesiae antistes del 26 febbr. 1944, per smembramento dalla diocesi di Campinas ed elevando a grado e dignità di cattedrale la chiesa in onore di s. Antonio di Padova esistente in P. La diocesi è suffraginea di S. Paolo del Brasile. Primo vescovo è l'attuale mons. E. de Paula.

Bibl.: AAS, 36 (1944), pp. 235-37; G. B. Lehmann, $O$ Brazil Católico, 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 189-91.

Vitginio Battezzati
PIRANDELLO, Luigi. - Scrittore di novelle, romanzi e drammi, n. in Agrigento il 28 giugno 1867, m. a Roma il $1^{\circ}$ dic. 1936. Premio Nobel 1934. Studente ancora liceale scrisse poesie, e altre ne scrisse e pubblicò qualche anno più tardi. Studiò filologia all'Università di Roma e poi in quella di Bonn, dove si laureò con una tesi sul dialetto di Agrigento. Tornato a Roma fu amico di Luigi Capuana che lo consigliò a scrivere novelle e romanzi. Un disastro minerario nelle zolfare del padre e della moglie lo rese povero e l'indusse a darsi anche all'insegnamento. Ebbe poi la cattedra di letteratura italiana alla Facoltà di magistero di Roma.

Fu rattristato ed oppresso anche dalla malattia e dalla crescente alienazione mentale della moglie. Dedicatosi pure al teatro (con amare commedia drammatiche sviluppate spesso da precedenti novelle), raggiunse improvvisa celebrità mondiale con Sei personaggi in cerca d'autore. In seguito ebbe una propria compagnia con cui viaggiò anche all'estero, e si dedicò quasi esclusivamente al teatro. Scrisse anche saggi critici: in quello intitolato L'umorismo ( $2^{\mathrm{a}}$ ed., Firenze 1920) egli cerca di delineare il suo senso della vita, che meglio risulta però dalle opere narrative e da quelle drammatiche : in queste ultime è spesso sviluppato in forme esasperate un astratto dialettismo che finisce per apparire come fine a se stesso. Perciò, mentre la fama di P. vivente sembrò legata piuttosto ai drammi, il passare del tempo torna a dare rilievo artistico a molte delle novelle (raccolte sotto il titolo Novelle per un anno) e al suo migliore romanzo: Il fu Mattia Pascal. Nelle opere narrative infatti, e meglio in quelle di breve respiro (più convincenti perché meno scopertamente dialettizzate), appare l'immagine del suo interno desolato mondo: mondo dominato da un destino lugubre e beffardo, che tocca l'intimità stessa dell'uomo che appare necessariamente egoista senza possibilità di redenzione, e diviso in se stesso senza unità personale: fascio di sensazioni e di stati di animo in persone dissociazione. Tema insistente fino alla esasperazione è l'impossibilità di raggiungere una verità universale: ciascun uomo e ciascuna cosa appaiono in tanti modi diversi secondo la persona che ne giudica e secondo il momento in cui ne giudica. Il discorso e il giudizio sono forme cristallizzate e inerti che non possono esprimere l'effettiva subcosciente realtà sempre in moto, che d'altra parte non è esaltata come realtà effettiva appunto perché inconoscibile. Unica evasione possibile da questo tormento un distacco di superiore indifferenza : l'accettazione della morte o della pazzia come superamento di uno sterile problematismo. Le situazioni artisticamente

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Piranesi, Giovanni Battista - Veduta di Piazza S. Fietro. Incisione in rame.
più riuscite sembrano restare quelle in cui è espresso il sentimento di un'oscura potenza malvagia che domina desolati paesaggi interiori ed esteriori di rovina e di assurdità.

Il complesso della sua opera sembra testimoniare il fallimento di un mondo di cultura psicologistica e relativistica, e dell'ideale ottocentesco di un umanesimo razionalistico e positivistico. Ma spesso la persuasione delle sue espressioni è compromessa da un evidente esagerato gusto di tutto demolire con un virtuosismo dialettico che finisce per girare a vuoto, su dati astratti. Il che non toglie che talvolta emergano figure e voci di una dolente ed anche gentile pietà per il dolore degli uomini.

Bibl.: Bibliografia di P., a cura di M. Lo Vecchio Musti, parte 17, Milano 1937; parte 27, ivi 1940. Studi: W. Starlus, L. P., Nuova York 1927; F. Pasini, L. P., Trieste 1927; P. Mignosi, Il segreto di P., Palermo 1935; F. V. Nardelli, L'uomo segreto. Vita e travi di L. P., Milano 1937; A. Janner, L. P., Firenze 1948; N. Zoja, L. P., Brescia 1948; A. Di Pietro, P., Milano 1951; G. Petronio, P. novelliere e la crisi del realismo, Firenze 1951.

Piranesi, Giovanni Battista. - Architetto e incisore, n. a Mojano di Mestre il 4 ott. 1720, m. a Roma il 9 nov. 1778.

Inizia alcuni aspetti del gusto neoclassico in Roma, sia come architetto, sia come studioso delle forme decorative dell'arte romana, base, più tardi, del cosiddetto stile impero; ma per il luminismo fantastico e il colorismo pittoresco delle sue appassionate evocazioni di Roma antica, rinascimentale e barocca, egli tiene il primo posto tra i vedutisti del '700 e sembra precorrere lo spirito romantico. Formatosi nell'ambiente neopalladiano di Venezia, si recò a Roma nel 1740 , in qualità di disegnatore dell'ambasciata veneziana, e cominciò a dedicarsi all'incisione; ma la sua formazione ebbe il definitivo suggello nello studio delle incisioni scenografiche di F. Gaspari e di M. Ricci a Venezia; nella visione dei Capricci del Tiepolo e delle acqueforti del Rembrandt e del Castiglione, da cui colse quella disinvolta velocità del tratto che mancava alle sue prime incisioni pubblicate: Prima parte di architetture e di prospettive (Roma 1743). Tornato a Roma subito si dedicò all'opera sua più singolare, le Incenzioni capricciose di amori (1745), nelle quali l'architetto e il poeta si dànno la mano per una straordinaria creazione di scienza costruttiva e di invenzione fantastica. Di li a poco pubblicò le Antichità romane dei tempi della Repubblica e de' primi Imperatori (1748), che, accanto a qualche incisione altrui, contengono, espressi in rapide acqueforti, i suoi ricordi di viaggio. Lavorava intanto ad un'opera monumentale, Le antichità romane (4 voll., 1756, con 216 tavv.), della quale le Rovine del Castello dell'acqua Giulia (1771), il Campo Marzio dell'antica Roma, la De-
scrizione e disegno dell'emissario del Lago Albano (1762) non sono che la continuazione; e le Vedute di Roma, cui attese dal 1748 (2 voll., 1778), il completamento. Appare in tali incisioni la Roma del suo sogno nelle imponenti rovine dell'epoca romana e nei monumenti del periodo rinascimentale e barocco, trasfigurati dalla sua fantasia in una commossa rievocazione di grandezza, con quinte gigantesche in primo piano e vertiginose fughe prospettiche.

L'opera del P., storico e polemista, è sorprendente per l'acutezza e per la modernità delle intuizioni. In Della magnificenza ed antichità de' Romani (1761, con 40 tavv.) e in Osservazioni.... sopra la lettera di M. Mariette (1764), sostiene l'originalità dell'architettura romana nei confronti di quella greca e cerca di precisare i caratteri distintivi dell'una e dell'altra. Negli ultimi anni fece oggetto di studio particolarmente le forme decorative dell'arte romana: Dicerse maniere d'adornare i camini (1769); Vasi, candelabri, cippi, sarcofagi, trofei, tripodi, lucerne ed antichi ornamenti (1778), che contribuirono alla formazione del gusto della decorazione neoclassica. Da segnalare è pure la Raccolta di alcuni disegni del Barbieri da Cento detto il Guercino (1764).

Il P. compì una sola opera di architettura: il riordinamento di S. Maria del Priorato dell'Ordine di Malta sull'Aventino, che gli fu affidato nel 1765 dal card. Rezzonico. Le moderate ed armoniche proporzioni, il nitido spartimento degli spazi all'esterno e all'interno, ricchi di festoni e bassorilievi figurati, si affermano con le prime espressioni del gusto neoclassico in Roma, come pure il piazzale e l'ingresso della Villa dei Cavalieri con i trofei classici, alternati ai lisci scomparti del parapetto. La pubblicazione delle sue raccolte fu continuata dal figlio Francesco (n. a Roma nel 1758 o 59, m. a Parigi il 27 genn. 1810), che provvide anche all'incisione dei disegni inediti e, trasferitosi a Parigi alla fine del 1700 , vi impiantò la Chalragraphie des P. frères, con una scuola di incisioni e con una fabbrica di terre cotte che ebbe vita intensa ed attiva.

Bibl.: A. Giesecke, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, p. 80 sg. con bibl. precedente; A. Venturi, I grandi pittori di rovine Pannini e P., in Roma, 1-3 (1925), p. 206 sgg.; G. Zucchini, Opere d'arte inedite, in II Comune di Bologna, 2 (1934), n. 8, p. 29 sgg.; R. Pane, L'acquaforte di G. B. P., Napoli 1938; V. Mariani, Studiando P., Roma 1938; E. Bier, Vasi-P., in Alaso Finiguerra, 3 (1938), p. 49 sgg.; R. Wittkower, P.'s $\cdot$ Povere su l'architettura», in Journal of the Warburg Instit., 2 (1938), p. 147 sgg.; L. Donati, Piranesiana, in Alaso Finiguerra, 4 (1939), p. 221 sgg.; 5 (1942), p. 261 sgg.; A. Crespi, Le puerce di Roma viste da G. B. P., in Le vie d'Italia, 46 (1940), p. 1252 sgg.; A. Neviin, Prints by P., in Bulletin of the Metropol. Museum of Art, 36 (1941), p. 224 sgg.; V. Mariani, Studiando P.: la romanità e e i diritti della fantasia, in Atti del V Congr. naz. di studi romani, 3 (1942), p. 374 sgg.; J. W. Wadock, The Prisms by P., in Bull. of the Detroit Institute of arts, 22 (1942), p. 81 sgg.; F. Stample, An unknown group of drawings by G. B. P., in Art bulletin, 30 (1948), p. 122 sgg.; R. Pallucchini, Mostra dei disegni del P. a New York, in Arte veneta, 3 (1949), p. 194; [G. Morazzoni], G. B. P. archit. ed incisore. Cento tav. e nat. Asegraf., Roma-Milano s. d. Anstia Mezzetti

PIRHING, Ehrenreich. - Canonista e moralista, n. a Siegarthing (Baviera inferiore) il 12 apr. 1606, m. a Dillingen (Baviera) il 15 sett. 1679.

Gesuita nel 1628, insegnò filosofia a Ingolstadt, poi teologia morale e, a lungo, diritto canonico e S. Scrittura a Dillingen. Fu anche rettore a Eichstätt e predicatore a Ratisbona. E ritenuto il migliore canonista del xvir sec. per la sua opera classica: Jus canonicum in V libros Decretalium distributum (Dillingen 1674-78, 1722, Venezia 1759), nella quale sono riassunti altri lavori già pubblicati prima su particolari argomenti del lib. I delle Decretali. Dopo la sua morte un contratto fece un riassunto: Facili et conciso ss. Canonum d' citrina (Dillingen 1690, Venezia 1693) indi con il titolo Synopsis Pirhingana (Augusta 1695, Venezia 1697).

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BibL.: Sommervogel, VI, pp. 851-55; J. F. v. Schulte, Die Gesch. der Quellen und Literatur des canon. Rechts, III, t. Stoccarda 1880, pp. 143-44; B. Dube, Gesch. der Jesuiten in den Ländern deutscher Zunge, IV, Monaco 1921, pp. 343-44.

Augusto Moreschini
PIRKHEIMER (PIRCKHEIMER), CHARITAS. Suora clarissa, n. a Eichstätt il 21 marzo 1466, m. a Norimberga il 19 ag. 1532.

Sorella dell'umanista Willibald P., fu eruditissima, amica di molti umanisti, venerata da Erasmo. Di profonda piatà, entrò nel 1478 tra le Clarisse di Norimberga, vi fu eletta badessa il 20 dic. 1503 e vi attrasse anche la sorella Chiara e le figlie del fratello. Assurse a meritata celebritá soprattutto da quanto Norimberga fu teatro del più violento protestantesimo e furono soppressi tutti i conventi, chiuse le chiese e cacciati i sacerdoti. Di fronte alla fermezza della badessa di S. Chiara si piegò anche la ferocia dei protestanti. L'influsso del fratello prorese alquanto le povere suore, ma fu soprattutto grazie alla grandezza morale della badessa che il suo convento poté continuare fino alla sua estinzione, pur senza sacerdote, senza Messa, con una vita eroica di sacrifici, sostenuto dall'esempio della parola della badessa che assunse tutta la direzione spirituale delle suore. Notevoli le sue memorie : Denksohdigheiten (a cura di K. Höffer, Bamberga 1852; poi nel 1926 nelleReligiöse Quellenschriften, vol.XXXI, da H. J. Schmitt; e finalmente da J. K. Gabler nel Corpus Catholicorum, Münster 1936). Morì nel suo povero monastero, ammirata da cattolici e protestanti.

BinL.: tra i molti scritti a lei dedicati: Fr. Binder, Ch. P., Friburgo in Br. 1875; 2* ed. 1880; trad. franc., Parigi 1878; H. Rieach, Frauengeist der Vergangenheit, Ch. P., Friburgo in Br. 1921; S. Kaehnner, Ch. P., eine Heldin des Glaubens, ivi 1934; G. Krabbel, C. P. Ein Lebensbild aus der Zeit der Reformation, 4* ed. Münster in V. 1947; J. Kist, C. P., Bamberga 1948. Giuseppe Löw

PIRKHEIMER (PIRCHEIMER), WILLIHALD. Noto umanista della Germania, n. a Eichstätt il 5 dic. 1470, m. a Norimberga il 22 dic. 1530.

Frequentò l'Università di Padova ( 1489 ) per le lettere greche, e quella di Pavia ( 1482 ) per il diritto. Fece vari viaggi concludendo estese amicizie con gli eruditi della sua epoca. Trasferitosi a Norimberga, città libera imperiale e centro di alta cultura, raccolse nella sua casa, presto celebre come hospitium eruditorum, un museo- antiquario e una grande biblioteca classica. Fu amico particolare del Dürer. Con i più celebri umanisti del tempo tenne un vastissimo carteggio. Dal 1496 alla morte fu anche consigliere della città e prese viva parte alla vita politica di questo periodo molto movimentato. Agli inizi favori la riforma di Lutero, ma sin dal 1524, viste le conseguenze politico-religiosc, ne divenne avversario e satirico avversario. Sostenne validamente la sorella Charitas, badessa delle clarisse.

Pubblicò molti scritti, fra cui Germaniae ex variis scriptoribus perferesis explicatio, opera che ebbe molte edizioni; contro Ecolampadio: De vero Christi carne et sanguine ad 7. Oecolampadium responsio (1526); descrisse la guerra svizzera, alla quale aveva preso parte, e lasciò una autobiografia. Pubblicò poi molte opere dei Padri (s. Fulgenzio e s. Gregorio Nazianzeno) e dei classici (Isocrate, Plutarco, Platone, Luciano, ecc.). Le Opera omnia furono pubblicate la prima volta nel 1610 (Francoforte) e, dopo altre edizioni, recentemente nel 1934 in 3 voll. da E. ReickeA. Reimann.

BinL.: E. Reicke, W. P. Leben, Familie und Persönlichkeit, 1930; W. Kosch, Das hath. Deutschland, III, coll. 3596-97 (con ampia bibl.).

PIROMALLI, Paolo. - Teologo e missionario domenicano, n. a Siderno (Reggio Calabria) nel 1591, m. a Bisignano (Calabria) nel 1667. Religioso a S. Giorgio Morgeto, studiò a Soriano Calabro. Fondò un convento domenicano a Siderno ( 1628 ), fu maestro dei novizi a Roma (S. Maria sopra Minerva).

Nel 1631 fu inviato dalla Congregazione di Propaganda Fide missionario nell'Armenia maggiore; converti alla fede cattolica gran numero di scismatici e di eutichiani, fra cui il patriarca Ciriaco Varnabiet e Moise III. Si recò due volte, per ordine di Urbano VIII, in Polonia per cal-
mare le agitazioni causate dalle dispute con gli Armeni. Nel 1642 andò in Persia, poi in India (1652) e in Africa (1654), dove cadde nelle mani dei corsari algerini, i quali non gli resero la libertà che dopo 14 mesi e mediante riscatto. Creato arcivescovo di Naaschivan (1656), ritornò in Armenia; dopo 8 anni fu trasferito alla diocesi di Bisignano in Calabria ( 15 dic. 1664).

Nulla risparmiò di tutto ciò che poteva favorire la conversione degli scismatici. Compose per questo una grammatica armena, un vocabolario armeno-latino, un vocabolario persiano e vari trattati teologici fra cui De oeconomia Salvatoris nostri e Apologia de duplici natura Christi, ex s. Cirillo Alexandrino, edite insieme (Vienna 1656).

BinL.: Quéll-Echard, II, pp. 621-22; M. Macri, Memorie storica-critiche intorno alla vita e alle opere di P. P., Napoli 1824; anon., Un domenicano di Siderno missionario nell'Armenia, in Memorie domenicane, 52 (1935), pp. 296-98.

Alfonso D'Amato
PIROT, Louis - Esegeta del Nuovo Testamento, n. a Châteauroux il 10 luglio 1881, m. a Lille il 5 dic. 1939. Fu professore di S. Scrittura al Gran Seminario di Bourges, poi alla Facoltà di teologia di Lilla (1920).

Cappellano militare durante la guerra 1914-18, venne insignito di croce di guerra e della legion d'onore (1915). Canonico di Bourges (1924) e di Lilla (1937), fu anche consultore della Commissione biblica (8 apr. 1935). Pur insegnando la S. Scrittura, esercitò le funzioni di cappellano del Carmelo di Bourges (1918-20), di Lilla (1920-22), di direttore spirituale e conferentiare al Collegio delle Dame bernardine d'Esquermes d'Olligniose di Tournai (1922-39).

Il P. è conosciuto per il supplemento del Dictionnaire de la Bible, cominciato nel 1922, nel quale compilò personalmente 40 articoli, e per La Ste Bible, in corso di pubblicazione dal 1935: egli stesso vi diede il commento di Marco. Fu collaboratore assiduo delI'Ami du clergé (1911-39), mediante articoli e cronache bibliche. Altri scritti : L'oeuvre exégétique de Théodore de Mopsueste (Roma 1913); Les Actes des Apôtres et la Commission biblique (Parigi 1919); St Jean (ivi 1923); Juntius Africanus (in DThC, VIII [1925], coll. 1971-76). Compilò i due primi capitoli della Histoire du christianisme di Ch. Foulet (Parigi 1932, fasc. 1), diede uno studio su La foi de la première génération chrétienne en Jésus, in G. Bardy-A. Tricot, Le Christ, ivi 1932, pp. 373-92, e il capitolo sulla Inspiration in A. Robert-A. Tricot, Initiation biblique, ivi 1939, pp. 9-27.

Louis Sodrigou
PIRRO I, patriarca di Costantinopoli. - Successore di Sergio nel patriarcato (639), m. a Costantinopoli fra il 19 e 23 maggio 655 . Spirito volubile, cominciò favorendo l'Ehthesis di Eraclio in favore del monofisismo.

Costanzo II invece lo depose e lo esiliò nell'Africa del nord. Papa Teodoro volle che P. fosse giudicato in un concilio ma questo passò all'ortodossia in seguito a una solenne disputa celebrata a Cartagine ( 645 ) con s. Massimo il Confessore. Venuto a Roma, P. abiurò il monotelismo dinanzi a papa Teodoro, il quale però dovette scomunicarlo più tardi perché ricaduto negli antichi errori. Il Concilio del Laterano del 649 ratificò la condanna di P. il quale propose a papa Eugenio I una nuova formula di fede e ridiventò, nel dic. 654, patriarca monotelita di Costantinopoli. Fu condannato dal VI Concilio ecumenico (681). Le sue opere sono quasi completamente scomparse.

BinL.: Mansi, X, pp. 859, 877; XI, pp. 276, 557-72; Bardenhewer, V, p. 27; Krumbacher, p. 60 sgg.; Pliche-MartinFrutaz, V, v. indice. Ignazio Ortiz de Urbina

PIRRONI, Carlo Giovanni. - Scolopio, n. a Campi Salentina (Lecec) il 7 giugno 1640, m. a Roma il 13 apr. 1685. Fondatore, insieme con il p. Angelo Morelli, dello studentato filosofico di Chieti nel 1660, fece sì che si affermasse colà il movimento scientifico-letterario che nello scorcio del Seicento si diffuse a poco a poco per tutto l'Ordine.

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(fat. Eux, Cati.)
Pisa, arcidiocesi di - Nino da Gallura è cacciato da P. dal conte L'golino che ricette in quella città accolto con esaltura. Ministera della Cimaca del Villani - Biblioteca Vaticana, cod. Chig. L. VIII, 296, f. $127^{\circ}$.

Insegnante nel 1670 a Roma nel Collegio Nazareno, fu molto caro a papa Clemente X , che gli affidò la composizione degli inni di s. Venanzio, che si trovano nel Breviario. Nel 1677 , a soli 37 anni, fatto generale dell'Ordine, diede soprattutto un grande impulso agli studi ed estese l'istituto scolopico nella Spagna. Ospitò nella casa-madre di S. Pantaleo di Roma il grande scienziato G. A. Borelli e dopo la di lui morte ( 1679 ) curò l'edizione dell'opera De motu animalium ( 2 voll., Roma 1680). Dopo un sessennio di governo, fu confermato nella carica, che tenne per altri due anni fino alla morte.

Bibl.: L. Picanyol, Giovan Alfonso Borelli e il p. C. G. P. d. S. P. Note e memorie inedite, Roma 1933: id., Le Scuole Pie e Galileo Galilei, Roma 1942. pp. 184-92: id., Prima generalato del p. C. G. P., in Rassegna di storia e bibliografia scolopica, 17 (1951), pp. 21-28.

PIRRONISMO. - E l'indirizzo che fece capo alla dottrina scettica di Pirrone di Elide ( $360-270$ a. C. ca.). Esso si compendiò nella tesi secondo cui nulla si può conoscere, e quindi bisogna dubitare di tutto e astenersi da qualsiasi giudizio su qualsiasi oggetto. 'E $\pi \varepsilon \chi \varepsilon \varepsilon \nu$ (trattenere l'assenso) e il relativo nome $\varepsilon \pi \sigma \chi \dot{\eta}$ sono i termini greci denotanti questo atteggiamento (cf. Diog. Laerzio, Prooem., 16; IX, 76).

Discepoli immediati di Pirrone (che trasmise il suo pensiero solo geralmente) furono Filone di Atene (data incerta), Naunfane di Teo (n. ca. il 360 a. C.), e il famoso Timone di Fliunte (ca. $320-230$ a. C.), vero $\pi \rho \circ \rho \eta \eta \tau \iota \varsigma$ dello scetticismo, che nelle poesie burlesche dette $\Sigma \lambda \lambda \lambda \omega$ derise i filosofi dogmatici ed esaltò il maestro, e negli 'Iv8a入uol ribadì la concezione pirroniana. Alla scepsi gnoseologica si unisce strettamente in Timone, come in Pirrone, l'ideale etico dell'atorassio, cioè dell'imperturbabilità dell'anima. Difatti, l'astensione da ogni giudizio teoretico porta, secondo gli scettici, a considerare tutte le cose come indifferenti nella sfera pratica. L'é $\tau \alpha \rho \chi \xi$ ì una conseguenza e quasi un'ombra dell' $\varepsilon \pi \sigma \chi \dot{\eta}$ (Diog. Laerzio, IX, 107). Con Timone si può dir che finisca la scuola pirroniana originaria; e il pensiero scettico fiorisce invece in forma meno radicale nella media e nuova Accademia. Il p. integrale $\boldsymbol{f}$ : rip reso dalla nuova scuola scettica (dagli ultimi tempi della Repubblica al in sec. d. C.) : il primo suo rappresentante (o per lo meno il primo che sia noto) fu Enesidemo di Cnosso (ca. nell'età ciceroniana) autore di $\Pi_{\text {и }}$ рф́v $\alpha \tau \alpha \lambda \delta \gamma \omega$ (Discorsi pirroniani) in otto libri, di una "Y $\pi \sigma \tau \dot{\sigma} \pi \omega \sigma \iota \varsigma$ elc $\tau \dot{\alpha}$ II $\mu \rho \rho \omega \dot{\omega} \tau \alpha \alpha$ (Schizzo delle teorie pirroniane) e di altre opere, e particolarmente notevole per aver enunciato i dieci argomenti fondamentali ( $\tau \rho \dot{\sigma} \pi \alpha$, cioè "modi" della $\varepsilon \pi \sigma \chi \dot{\eta}$ : cf. Sesto Empirico, Pyrrh.
hypot., I, 36) dello scetticismo. In seguito, la scuola fu rappresentata da Agrippa (sec. I d.c.) che condensò i motivi del dubbio universale in cinque anziché in dieci tropi (ibid., I, 164), e poi dal medico Sesto Empirico (v.), i cui scritti filosofici contengono un'ampia presentazione polemica del p. Nel medioevo il p. non fu punto conosciuto. Riscoprto con il Rinascimento, esercitò grande influsso su vari pensatori (fra cui M. de Montaigne e lo Charron nel sec. xvie P. Bayle nel sec. xvir) e la parola fu adoperata come sinonimo di scetticismo (v.).

Bibl.: Cbarweg. I, p. 461 sgg., 581 sgg., e append. $140^{*}, 183^{*}$. Per indicazioni particolari v. alla voce scetticismo. Raffaello Del Re

PIRROTTI, Pompilio Maria, santo: v. pompilio M. PIRROTTI.

PISA, arcidiocesi di. - Città e arcidiocesi della Toscana. Ha come suffraganee le diocesi di Apuania, Livorno, Pescia, Pontremoli e Volterra. L'estensione della diocesi fu varia dall'una all'altra età, soprattutto per la competizione con Lucca; fino al principio del sec. xix comprendeva Livorno e parte dell'attuale sua diocesi. Ora ha una superfice di $847 \mathrm{kmq}$. con ca. 251.000 ab. dei quali 248.000 cattolici; conta 154 parrocchie, la maggior parte delle quali forma un nucleo compatto intorno alla città, senza estendersi a tutta la provincia di $P$., ma comprendendo centri di quella di Livorno; le altre costituiscono i due nuclei staccati del Barghigiano e della Versilia in provincia di Lucca. Il clero è formato da 232 sacerdoti diocesani e 90 regolari; nell'arcidiocesi vi sono 21 comunità religiose maschili e 100 femminili; vi sono inoltre i seminario maggiore e i minore.

Un'antica tradizione, che sembra ravvalorata dai risultati di scavi recenti, collega le origini cristiane di P . a uno sbarco di s. Pietro ad gradus Arnenses, dove sorge tuttora la basilica di S. Piero a Grado. E vi ha culto antichissimo s. Torpé, che si afferma pisano, battezzato e martire sotto Nerone. Si può dire con certezza soltanto che il cristianesimo era già diffuso in P. nel in sec.; il primo vescovo di cui si abbia notizia sicura è Gaudenzio, che assistette a un Sinodo romano del 313 (Lanzoni, I, p. 584). Gregorio VII, il $1^{\circ}$ sett. 1077, costituì il vescovo di P., Lundolfo, vicario nella Corsica, per gli interessi spirituali; e il 16 dello stesso mese comunicò ai Corsi di avergli anche dato il compito di ricevere e reggere l'isola come dominio di S. Pietro; il duplice incarico fu confermato il 30 nov. 1078. Urbano II conosce, il 28 giugno 1091, la Corsica in "locazione" al vescovo Daiberto; e il 21 apr. 1092, in premio della fedeltà dimostrata dalla "gloriosa civitas" pisana al Papato, elevò la Chiesa di P. ad arcivescovato, quale metropolitana della Corsica. Documenti alquanto posteriori affermano che egli conferisse all'arcivescovo anche la legazione in Sardegna. Diritti sulla Corsica appaiono esercitati dal metropolita di P. all'inizio del sec. xir; ma portarono a fieri contrasti con Genova. La concessione papale fu annullata; poi rinnovata da Onorio II, il 21 luglio 1126. Innocenzo II, che stette lungamente a P. e tenne qui, nel 1135, un Concilio, divise la Corsica fra i due metropoliti di P. e di Genova, assegnando a quello i vescovi di Aleria, Alaccio e Sagana; ma gli sottopose come suffraganei anche i vescovi sardi di Galtelli (Nuoro) e Civita (Tempio) e quello di Populonia (poi Massa Marittima) e gli accordo la primazia sulla provincia di Torres (Sassati) : la concessione, fatta probabilmente nel 1133, fu convalidata da una bolla di quel Papa, del 22 apr. 1138, e confermata dai successori; Alessandro III ( $1^{\circ}$ apr. 1176) aggiunse la primazia sulle altre due province sarde di Cagliari e Arborea (Oristano).

Sebbene la primazia sulla Sardegna fosse contrastata

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dall'arcivescovo di Cagliari e se ne mostrassero insofferenti i vescovi sardi, si ha nei secc. xil e xili ricordo di sinodi convocati e di atti di giurisdizione esercitati dall'arcivescovo di P. nell'isola: rimase memorabile una visita solenne compiuta nel 1263 da Federigo Visconti. Da una bolla poi di Clemente VI, del 1342, appare che l'arcivescovo aveva ancora diritto e obbligo di vigilanza sul vescovato di Aiaccio. Ma la soggezione della Corsica a Genova e la conquista aragonese della Sardegna ridussero progressivamente a un nome la primazia dell'arcivescovo pisano, quantunque fosse rivendicata ancora fin nel 1639 innanzi alla S. Rota, senza però ottenere una decisione. L'arcivescovo di P. s'intitola anche oggi "primate delle Isole di Corsica e di Sardegna e in esse legato nato».

La diocesi di Massa Marittima fu sottoposta nel 1459 alla metropolitana di Siena; P. ebbe invece e ha tuttora suffraganee le diocesi di Pontremoli e di Livorno dalla fondazione ( 1797 e 1806), di Apuania, con un intervallo, dal 1823, di Volterra e di Pescia dal 1855 . Appartiene all'arcivescovo anche la parrocchia di S. Piero a Grado. Dell'attività religiosa dei vescovi pisani è chiara testimonianza la lunga serie di sinodi e di visite pastorali, di cui vi è notizia certa fin dalla seconda metà del sec. xili; ma che senza dubbio risale ad età molto più antica. Di un'autorità politica si trovano indizi dalla fine del sec. viII, poiché si sa di un vescovo costretto da Carlomagno, nel 774, ad abbandonare la sede, forse perché sospetto di ostilità al dominio franco; e nel 796 il vescovo è provveduto di qualche diritto di giurisdizione che sembra limitato più tardi. Non appare che egli abbia mai avuto l'autorità di conte né, fuori di singoli casi, quella di misius. Egli tuttavia, sulla fine del sec. xi e nel xir, prendeva parte attiva agli affari pubblici, insieme con le magistrature del nascente Comune; rappresentava la città nelle relazioni esterne; partecipava alle spedizioni contro gli infedeli : Deiberto (ro89 ca.-1105) fu capo dell'impresa pisana in Terrasanta, legato papale nell'esercito crociato, patriarca di Gerusalemme (ro99); Pietro Moriconi (11051119) fu con i Pisani nella guerra delle Baleari; Ubeldo Lanfranchi (1175-1208) li guidò nuovamente in Palestina ed è fama che ne riportasse la terra per il camposanto di P. Frattanto i possessi e i diritti politici della Chiesa pisana si andavano allargando; particolarmente intensa fu l'opera di diversi arcivescovi dei primi decenni del sec. xir, tra i quali Balduino (1137-45), discepolo di a. Bernardo, ebbe fama di santità; alla metà del secolo l'autorità temporale della Chiesa si estendeva alla maggior parte del contado pisano e fin alla lontana Piombino; Corrado III il 19 luglio 1139 concesse e confermò diritti feudali da Vada e da Livorno a Buti ed a Bientina. La fedeltà dell'arcivescovo Villano (1146-75) ad Alessandro III, già canonico di P., lo pose in contrasto con il Barbarossa, promotore di scisma, e con lo stesso governo consolare, che si era stretto all'Imperatore: l'arcivescovo dovette uscire di città (1167); la sede fu occupata da un intruso. Ma oscurandosi la stella del Barbarossa, Villano tornò (1170?) ed ebbe dall'Imperatore conferma del diploma di Corrado ( 9 marzo 1178). In Oriente erano concessi dai principi cristiani case, terre, privilegi. Nel sec. xir si distinse per singolare attività nel campo spirituale e temporale Federico Visconti (1254-77), che tenne sinodi (1260, 1262, 1263). Aumentò i possessi della Chiesa, scrisse dei Sermones, giunti fino a noi.

Dei diritti temporali dell'arcivescovo, come della primazia e legazione in Sardegna ed in Corsica, si era giovato il Comune per estendere, sotto colore di protezione, la sua autorità sul contado e le isole. Ma, fatto più forte, già dalla fine del sec. xir e più nel xiri, si pose in lotta con lui e gli strappò, brano a brano, il dominio. Per pochi mesi, fra il 1288 e il 1289, l'arcivescovo Ruggeri (1278-95), fattosi capo della nobiltà ghibellina contro
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(ftd. Andressa).
Pisa. arcidocesi di - Interno della chiesa di S. Caterina (sec. xili).

Ugolino, fu podestà e capitano del popolo. Ma la lotta riprese e si accentuò : l'arcivescovo Oddone de Sala (1312-23), un dottissimo domenicano, che pure aveva ottenuto da Enrico VII conferma dei privilegi della Chiesa pisana (19 maggio 1313), fu costretto ad abbandonare la città, a scomunicare i reggitori, a rinunziare alla sede. Migliori i rapporti del governo pisano con Simone Saltarelli (1323-42) sebbene questi dovesse lasciare temporaneamente la città, quando vi entrò il Bavaro; egli poté rifare a sue spese il palazzo, ebbe splendido sepolcro a S. Caterina e pubblica venerazione. Nuovo decoro ebbe la sede arcivescovile, quando Clemente VI (4 sett. 1343), innalzando la già antica scuola pisana a Sindium generale, diede all'arcivescovo facoltà di conferire il dottorato. Ma l'autorità politica di lui era ormai tramontata. I signori, interni od esterni, della città cercarono di ridurre l'arcivescovo a strumento di governo: Pietro Gambacorti, nel 1381, ottenne la sede al nipote Lotto, la cui supcrlsia e ingordigia furono causa non ultima della catastrofe del 1392. Più tardi i Fiorentini, padroni di P., vollero insediati alcuni loro concittadini; Francesco Salviati, eletto nel 1474 da Sisto IV fuori della volontà dei Medici, non ebbe il possesso e, impigliatosi nella congiura dei Pazzi, perdette la vita (1478); due Riario, il card. Raffaele (1479-99) e Cesare (1499-1518), ressero la diocesi da lontano, per mezzo di vicari. Poi si tornò ad arcivescovi fiorentini o devoti ai Medici, alcune volte a persone della loro famiglia, com'era quel card. Giovanni di Cosimo (1560-62), la cui fine immatura diede origine a leggenda di fratricidio.

Gli arcivescovi, quando non erano distratti da incarichi dati loro dal Granduca fuori di P., attendevano a cure spirituali, all'attuazione della Riforma cattolica, alla protezione degli studi, allo splendore del culto. Angelo Niccolini (1564-67) pubblicò (1564) i decreti tridentini; il card. Giovanni Ricci (1567-73) eresse un collegio per otto giovani della sua Montepulciano (1568); Carlo Antonio del Pozzo, biellese (1582-1607), restaurò la Cattedrale dopo l'incendio del 1595 e istituì (1604) il Collegio Puteano per studenti delle sue terre. Attendeva in questi anni a scrivere le sue Istorie pisane e a riordinare le pergamene dell'Archivio arcivescovile Raffaello Roncioni, canonico e arciprete della Primaziale (m. nel 1618). L'arcivescovo Giuliano de' Medici (1620-35) si distinse per operosità pastorale, per attività benefica nella pestilenza, per il compimento del Seminario presso il Palazzo arcivescovile (1626); ebbe vicario Paolo Tronci (m. nel 1649), indagatore e scrittore della storia pisana. Due Pannocchieschi dei conti d'Elci, Scipione cardinale (1636-63) e Francesco (1663-1702), lasciarono fama d'insigne carità. Francesco Frosini (1702-33) celebrò tre sinodi e ne pubblicò le costituzioni, combatté i giansenisti, donò al

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Seminario e dotò riccamente la Biblioteca; Francesco Guidi (1734-78) restaurò il palazzo e offrì alla Primaziale l'altar maggiore; Angelo Franceschi (1778-1806), valido sostenitore dell'autorità della Chiesa romana contro le tendenze gianseniste e le pretensioni francesi, diede nuova sede al Seminario nel convento restaurato di S. Caterina (1789). Grande peso nell'amministrazione della diocesi e nella stessa vita cittadina, soprattutto nell'età medievale, ebbero, pure tra frequenti lotte con l'arcivescovo e con il governo comunale, i canonici della cattedrale di S. Maria, la cui esistenza appare già antica da un documento del 958 ; i Pontefici concessero loro singolari privilegi, quali la dignità di prelati domestici e l'uso delle vesti purpuree. Un altro collegio di Canonici regolari fu fondato nel 1073 a S. Pietro ad Vincula (S. Pierino), dove dal 1488 vennero gli Olivetani.

Tra i monasteri più antichi, sono ricordati fin dal sec. xI quello di S. Michele in Borgo, prima (1018) benedettino, poi, dagli inizi del sec. xII, abbazia camaldolese, insieme per scienza e virtù di monaci e per ricchezza illustrata dal dottissimo p. Guido Grandi (1671-1742), quella di S. Zenone, anch'esso prima benedettino, poi (sec. xv) camaldolese; delle Benedettine di S. Matteo, dei Camaldolesi di S. Frediano. Almeno al sec. xir risalgono il monastero dei Benedettini pulsanesi a S. Michele degli Scalzi, dato nel sec. xv ai Canonici regolari; quello dei Benedettini e poi dei Vallombrosani a S. Paolo a Ripa d'Arno; quello dei Canonici regolari a S. Martino, che divenne nel sec. xiv convento di Clarisse. Quasi tutti questi monasteri vennero dati poi in commenda e, sulla fine del sec. xviri, soppressi. Presso la città stettero le Benedettine all'antica badia di S. Donnino, che fu dal 1569 ed è convento di Cappuccini. Più lontano, sulla piccola altura di Montione, sorse, agli inizi del sec. xir, la badia di S. Savino, benedettina prima, poi camaldolese : restano ancora la chiesa e avanzi del monastero. Dal sec. xili i Minori ebbero stanza a S. Francesco, dove sono tuttora i Conventuali; i Domenicani a S. Caterina, che divenne centro di studi e di pietà, illuminato dal b. Giordano, detto da Rivalto (m. nel 1311), da Alessandro della Spina, inventore e diffusore degli occhiali, dal Cavalca, da Bartolomeo da S. Concordio, da Guglielmo da P., più tardi dal b. Lorenzo da Ripafratta (m. nel 1457). Nella seconda metà di quel secolo erano già i Canonici regolari a S. Jacopo in Orticola; sulla fine vennero gl