da Alessandro della Spina, inventore e diffusore degli occhiali, dal Cavalca, da Bartolomeo da S. Concordio, da Guglielmo da P., più tardi dal b. Lorenzo da Ripafratta (m. nel 1457). Nella seconda metà di quel secolo erano già i Canonici regolari a S. Jacopo in Orticola; sulla fine vennero gli Agostiniani a S. Nicola; fuori di città sorse nel 1264 a Nicosia un monastero di Canonici regolari che passò nel sec. xviIi ai Minori riformati. Nel xiv sec. si stabilirono al Carmine i Carmelitani, fra i quali fu Guido da P.; nel 1366 fu eretta la Certosa di Calci, alla quale fu unito nel 1425 l'antico monastero della Gorgona. Dal sec. xv sono a S. Croce i Minori Osservanti, a S. Antonio i Servi di Maria; dal xvi al xviri sec., P. fu sede dell'Ordine equestre dei Cavalieri di S. Stefano. Nel 1817 vennero i Carmelitani Scalzi nell'antico monastero di S. Turpe, nel 1897 i Salesiani a S. Eufrasia, nel 1906 gli Oblati a S. Jacopo.
Delle molte opere di beneficenza si possono qui ricordare: la Misericordia che si fa risalire al 1053 e certo esisteva all'inizio del sec. xiv; il nuovo Spedale di S. Chiara, che risale al 1257 e riunì la maggior parte dei molti ospedali ricordati in quel secolo; il Monte Pio del sec. xv; lo Spedale degli Innocenti, che raccolse nello stesso secolo ospizi più antichi; l'Ospizio della Compagnia della Carità (sec. xvi), da cui trassero origine i due orfanotrofi; l'Ospizio di mendicità (1861); il Cottolengo. Nel 1852 Federico Ozanam fondò in P. la conferenza di S. Vincenzo de' Paoli.
La Cattedrale di P. è dedicata all'Assunta e ha per contitolare s. Reparata; vi è assai venerata l'antica immagine della Madonna di sotto gli organi. Patrono principale della città è s. Ranieri (1118-61; festa il 17 giugno), nobile pisano, datosi ad austera penitenza.
Nell'età nostra Giuseppe Toniolo (1845-1918), professore nell'Università, fu maestro insigne di scienza e di giustizia sociale cristiana, e condusse a una vita di bontà, di pietà, di fatiche s; Ludovico Coccapani (1849-1931) si distinse per fervore di carità vincenziana.
BibL.: i docum. relativi alla storia religiosa pisana si trovano in gran parte nell'Arch. diplomatico arcivesc., in quello della Curia, del Capitolo, della Certosa di Calci e nell'Arch. di Stato di P.: molti sono editi, ma non sempre felicemente. Regetti sono pubblicati da P. G. Kohr. Italia Pontificia, III, Berlino 1908, pp. 316-84, dove sono preziose indicazioni archivist. e bibliogr.: e da N. Caturegli, Regesto della Chiesa di P. in Reg. chart. italiae. Roma 1938. Manca una storia completa della diocesi, condotta criticamente: notizie non sempre sicure in Ughelli, III, pp. 341-493; G. Martini, Theatrum basilicae Piraeae, $2^{2}$ ed., Roma 1728; A. F. Mattei, Ecclesiae Piraeae hist., Lucca 1768-72; E. Repetti, Dic. geogr., fisic., stor. della Toscana, IV, 1841, pp. 386-92 e passim per le varie località; Cappelletti, XVI, pp. 1-230; G. Sainati, Diario sacro pisano, $3^{2}$ ed., Pisa 1898; N. Zucchelli, Cronotassi dei vesc. e arcivesc. di P., ivi 1907. Cf. anche gli articoli pubbl. nel Bollati, storico pisano dal 1932 in poi, e in particolare quelli di N. Caturegli, A. De Rubertis, D. Lucciardi, A. Manghi, B. Nelli, G. Rossi Sabatini.
Giovanni Battista Picotti
Concilio di P. - Il Concilio del 1409 fu convocato dai cardinali delegati da Gregorio XII e da Benedetto XIII per porre termine allo Scisma d'Occidente. Gregorio XII era stato eletto a Roma nel 1406 con il preciso impegno di risolvere il contrasto che divideva la Chiesa. Dopo vani tentativi per un suo incontro con l'avignonese Benedetto XIII, a cui il Concilio nazionale francese aveva confermato l'obbedienza, i cardinali del Papa romano si recarono a P. per trattare con i Francesi.
Mentre fallivano gli sforzi fatti dai due Papi per convocare due separati concili, e la posizione di entrambi appariva indebolita, perché la Francia, sostenitrice di Benedetto XIII, si era ora dichiarata neutrale, e lo stesso aveva fatto la Dieta dell'Impero a Francoforte nei confronti di Gregorio XII, i cardinali delegati decisero di riunire a P. un Concilio ecumenico che raccogliesse tutti i rappresentanti delle due obbedienze. Il Concilio, convocato per il 25 marzo, per legittimare la propria azione dichiarò il 5 giugno scismatici e deposti i due Papi e la loro giurisdizione trasferita ai cardinali, i quali così poterono, sede vacante, eleggere un altro Pontefice, che fu Pietro di Candia: Alessandro V. Questi confermò i decreti del Concilio e il 7 ag. lo chiuse. Ma con ciò lo scisma non era concluso, perché il Concilio di P. aveva, sia pure con lo scopo immediato di ristabilire l'unità della Chiesa, applicato quella dottrina della superiorità del Concilio sul Papa che fino allora era stato solo sostenuta teoricamente dai teologi dell'Università di Parigi (dottrina contraria alle consuetudini della Chiesa). Pertanto i due Papi deposti rifiutarono la competenza del Concilio, e così lo scisma invece di risolversi si aggravò. Alessandro V non fu riconosciuto da tutti gli Stati. Alla sua morte fu eletto Giovanni XXIII, il quale, attuando l'impegno preso dal suo predecessore, indisse il Concilio di Costanza del 1414, dove fu nominato Martino V che pose fine allo scisma.
Conciliabolo del 1511. - Durante il conflitto fra Giulio II e il Duca di Ferrara, il Papa lanciò l'interdetto contro gli alleati dell'Estense. Luigi XII, che era tra questi, cercò di combatterlo anche nello spirituale, ripetendo il tentativo al quale, dopo i Concili di Costanza e di Basilea, più volte ricorsero gli Stati in lotta con la Chiesa: procurò la riunione a Tours di un'assemblea di vescovi, i quali decisero che si potesse disobbedire al Papa e si appellarono ad un Concilio.
Ottenuta l'adesione di Massimiliano, il 16 maggio 1511 alcuni cardinali convocarono da Milano il Concilio, che fu tenuto a P. nel nov. Intervennero solo 4 cardinali e 18 fra vescovi e abati, quasi tutti francesi, i quali confermarono la teoria gallicana della superiorità del Concilio sul Papa; poi, trasferitisi a Milano, dichiararono sospese il Papa e la sua autorità assunta dal Concilio. Passarono quindi ad Asti e di li a Lione dove si sciolsero. Giulio II aveva risposto deponendo e scomunicando i cardinali ribelli, concludendo la Lega santa e convocando
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il V Concilio Lateranense per la riforma della Chiesa. La riunione di P. ebbe per effetto di suscitare in Giulio II una irreconciliabile ostilità verso Firenze che aveva concesso ai ribelli di servirsi di quelle città.
BibL.: Hefele-Leclercq. VII, 1, pp. 1-69; O. Günther, Zur Vorgeschichte des Konzils von P., in Neues Archiv, 41 (1917-18), pp. 633-76; A. Renaudet, Le Concile gallicae de Piac Milan, Parigi 1922; Pastor. III, p. 776 sgg.; C. Stange, Luther und das Konzil von P. 1311, in Zeitschr. für system. Theol., 10 (1933), p. 881 sgg.; J. Vincke, Briefe zum Pisaner Konzil, Bonn 1940; id., Acta Concilii Pisoni, in Röm. Quartalschr., 46 (1941), pp. 81-331; id., Schrifttüche zum Pisaner Konzil, Bonn 1942; I. M. Doussinague, Fernando el Católico y el cisma de P., Madrid 1946.
Roberto Palmarocchi
Arte. - Se si esclude il cosiddetto "Bagno di Nerone" (II sec. d. C.), che costituisce una notevole testimonianza dell'architettura romana, non si incontrano a P. manifestazioni nel campo artistico prima del periodo romanico, quando la città acquistò importanza politica. Allora nella Repubblica marinara di P. affluirono influssi lombardi, classici, armeni, musulmani e si fusero in uno stile architettonico che, pur avendo affinita con quello fiorentino per la comune componente classica, ebbe una sua originale fisionomia e si diffuse con grande fortuna nella Toscana, nella Sardegna e nella Corsica. Un architetto, Buscheto, probabilmente il medesimo che eresse a Roma l'obelisco vaticano, iniziò nel ro63 la costruzione del Duomo, che fu consacrato, prima ancora di essere portato a termine, nel 1118. All'architetto Buscheto successe poi Rainaldo, che attese all'ordinamento della facciata, compiuta nel sec. xili. Tuttavia risalgono sicuramente alla prima idea di Buscheto le linee essenziali dell'edificio ed anche lo schema generale della decorazione. Influssi orientali e musulmani sono evidenti nella cupola ellittica, nelle arcate cieche, nelle losanghe iscrittevi, negli alti piedritti degli archi, ed in quasi tutti gli elementi della decorazione che armonicamente fusi animano l'esterno, mentre il motivo lombardo delle loggette, ripetuto nella facciata, ne determina lo slancio e la leggerezza. Di ispirazione classica è l'interno, ampio e luminoso, a cinque navate, con un transetto a tre, e matronei. Le colonne e i capitelli furono in gran parte sostituiti dopo l'incendio del 1593. Alle forme del Duomo si riallacciano strettamente il campanile, iniziato da Bonanno nel 1173, che per un cedimento di terreno ha preso la caratteristica inclinazione, e il Battistero, complesso nella pianta, con due cupole incastrate l'una nell'altra, iniziato nel 1153 da Diotisalvi ed ultimato nel xiv sec. nella decorazione esterna. All'architetto Diotisalvi è anche attribuita la chiesa di S. Sepolcro, ortagona, con una cupola a spicchi impostata su un alto tamburo, e vicina nello schema al Battistero. Dal Duomo dipendono inoltre S. Matteo, S. Niccolò, S. Paolo a Ripa d'Arno, S. Michele degli Scalzi. Altre chiese, come la pieve di Vicopisano, il S. Cassiano (in cui ricorre un tipo di facciata con archi pensili ed una bifora) possono dare l'idea di quello che doveva essere la facciata primitiva del Duomo. Caratteristiche dell'architettura civile di questo periodo sono le cosiddette "casetorri", per le quali, data la scarsa compattezza del terreno, fu escogitata un'ossatura di archi in pietra, entro cui erano ricavati i locali (case in via S. Maria e in via della Sapienza).
I numerosi rilievi etruschi conservati nella città indirizzarono verso una decisa ricerca plastica gli scultori pisani del periodo romanico. Essi inoltre subirono influssi lombardi e provenzali, e del classicismo orientale. La fusione di questi elementi si può cogliere nel pergamo del Duomo (in seguito trasferito nella cattedrale di Cagliari) scolpito da Guglielmo nel 1162. A Guglielmo è attribuito anche il David attaredo all'esterno del Duomo. Nell'ordata di Guglielmo gravita un certo numero di scultori, di alcuni dei quali si conoscono i nomi : Filippo, Gruamonte, Biduino. Intorno al 1180 Bonanno da P. scolpiva la porta maggiore, poi distrutta, e le porte minori del Duomo, assottigliando la forma plastica in un suggerimento irrealistico di impressioni pittoriche, in cui fuse gli elementi della sua vasta cultura. Sul principio del sec. xili si incontrano a P. vivi riflessi del neo-ellenismo bizantino, nei portali del Battistero e nel portale di S. Michele degli Scalzi. La tradizione plastica dei Lombardi

(fot. Anderson)
Pisa, arcidocesi di - Porta principale del Duomo (dopo il 1295). Opera di seguaci del Giambologna.
ritorna poi nel fonte battesimale della città, eseguito nel 1246 da Guido Bigarelli da Como. Verso la metà del secolo giunge intanto a P. Nicola da Puglia, che nel pulpito del Battistero ( 1260 ) dà inizio alla grande corrente della scultura pisana.
La pittura del sec. xir è largamente rappresentata a $P$. da un numero ragguardevole di monumentali croci dipinte che si conservano nel Museo civico e nelle chiese della diocesi. Negli anni 1229, 1241 e 1254 è documentata la presenza nella città di Giunta Pisano, la personalità più notevole della Toscana al principio del sec. xili. Le chiese di S. Ranierino e di S. Paolo a Ripa d'Arno conservano due dei quattro crocifissi attribuiti a Giunta (v.). Il ricordo dell'arte di Giunta è vivo anche in Cimoloro che è a P. nel 1301, per dipingere una Muesta per la chiesa di S. Chiara, e nel 1302, quando esegue la figura di S. Giovanni Evangelista nel musaico absidale del Duomo. Nell'architettura del Trecento, accanto alle forme, chiare e semplici, del gotico fiorentino, che si afferma nelle chiese di S. Caterina e di S. Francesco, si sviluppano a P. complesse forme gotiche, con un gusto fiorito della decorazione, di cui è esempio l'esterno del Battistero. Questo gusto decorativo viene a collegarsi alla locale tradizione romanica, ed un esempio di armonica fusione tra forme romaniche e gotiche è il composanto monumentale, iniziato nel 1278 dall'architetto Giovanni di Simone e finito nel sec. xiv. Nella scultura, Giovanni figlio di Nicola accoglie il linguaggio del mondo gotico, purificandolo da ogni inflessione ornamentale, e sconvolge le composte forme paterne con un impetuoso stile luministico, che mette in risalto gli accenti drammatici della rappresentazione. La scultura pisana si diffonde ora in tutta Italia, attraverso i seguaci di Nicola e di Giovanni, Arnolfo, fra' Guglielmo, Tino di Camaino, Giovanni di Balduccio. Questa scuola si conclude poi con Andrea Pisano e con il figlio di questi, Nino.
Nel campo della pittura manca invece a P., nel Trecento, una scuola che possa rivaleggiare con quelle di Siena e di Firenze. Operano però artisti di notevole qualità, tra i quali eccelle Francesco Traini, di cui P., nel Museo civico e in S. Caterina, conserva le due sole tavole.
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Da sinistra a destra: A) PISSIDE PROVENIENTE DA KLUSTERNEUBURG (ca. 1330) - Vienna, Kunsthistorichen Museum. B) PISSIDE del sec. xiv Biblioteca Vaticana, Museo sacro. C) PISSIDE del sec. xv - Biblioteca Vaticana, Museo sacro. D) PISSIDE del sec. xvi - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.
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In alto: a sinistra: PISSIDE del sec. xiri con smalti limusini - Biblioteca Vaticana, Museo sacro. Al centro: PISSIDE del sec. xiri - Anagni, Tesoro della Cattedrale. A destra: PISSIDE del sec. xiri, con smalti limusini Biblioteca Vaticana, Museo sacro. In basso: a sinistra: PISSIDE D'ARGENTO DORATO CON TOPPE DI RUBINI (sec. xviri) - Mesurace, chiesa del Ritiro. Al centro: PISSIDE IN AVORIO IN STILE BAOULÉ. Opera di Karamo Dijawara. Costa d'avorio - Roma, Mostra d'arte missionaria del 1950. A destra: PISSIDE IN OTTONE. Arte indigena dell'Africa francese - Roma, Mostra d'arte missionaria del 1950.
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Personalità di grande rilievo è inoltre quella del \& Maestro del Trionfo della Morte s, che csegui nel Camposanto i celebri affreschi, anche se non si può stabilire con sicurezza se fosse o meno un pisano. Gli altri minori si rifanno generalmente ai Senesi, come Giovanni di Nicola, Cecco di Pietro, Jacopo di Michele detto il Gera; alcuni invece ai Fiorentini, come Bernaldo Nello di Giovanni Falconi e i due Turino Vanni. A P. affluiscono però artisti da tutte le parti d'Italia, ed è documentata, da opere eseguitevi, la presenza nella città di Simone Martini, Lippo Memmi, Taddico Gaddi, Andrea Bonaiuti, Antonio Veneziano, Spinello Aretino, Barnaba da Modena. Durante il Rinascimento, lo scadimento politico attenuò di molto la qualità e la quantità della produzione artistica, e furono architetti fiorentini, soprattutto nell'orbita del Vasari e del Buontalenti, ad erigere edifici a P. e a darle il volto che ancora oggi conserva (Palazzo e chiesa dei Cavalieri, Palazzo della Canonica, Palazzo dell'Orologio). Anche per la scultura, operarono a P. prevalentemente dei Fiorentini, prima della scuola di Donatello, poi del Cividali. Notcvole opera di introduzione al Seicento sono le porte in bronzo della Cattedrale, con Storie di Cristo e di Maria, scolpite dopo il 1595 da seguaci di Giambologna, come Pietro Tacez, Pietro Francavilla, Gaspare Mola e Gregorio Pagani. Cosimo Pagliani, che costrui il Palazzo Lanfraducci detto alla Giornata e la loggia del mercato, rappresenta il barocco in questa città, mentre nel Settecento è da ricordare l'architetto Mattia Tarocchi che esegui la facciata di S. Apollonia. - Vedi tavv. CVI-CVII.
Bibl.: A. De Morrona, P. illustrata uelle arti del disegno, Pisa 1787-93; R. Graoi, Descrizione storico di P. e dei suoi contorni, ivi 1836-38; I. B. Supino, P., Bergamo 1905; Venturi, III-CV; F. Tocuca, Storia dell'arte italiana. I. Torino 1913-27; II. ivi 1921; B. Pace, A. Savelli, A. Niccolai, M. Salmi, P. nella storia e nell'arte, Roma 1929.
Maurizio Calvesi
PISAGANE, Carlo. - Patriota e scrittore, n. a Napoli il 22 ag. $1818, \mathrm{~m}$. a Sanza il a luglio 1857. Di nobile famiglia, entrò tredicenne nel Collegio della Nunziatella e poi nell'esercito (corpo del genio). Esulò poi a Marsiglia, a Londra ed infine a Parigi. Di ritorno dall'Africa, ove si era arruolato nella Legione straniera, combatté in Lombardia nel 1848.
Proclamata la Repubblica a Roma, si presentò il 10 marzo 1849 al Mazzini e fu l'organizzatore dell'esercito repubblicano. In contrasto con Garibaldi, tornò a ribadire i suoi severi giudizi nell'opera Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, pubblicata nel 1851 a Genova, dove si era rifugiato e dove visse fino al 1857 dedito agli studi; frutto ne sono i Saggi storici-politici militari sull'Italia, apparsi postumi a Genova (1858) e a Milano (1860) in 4 voll. Riavvicinatosi al Mazzini nel 1855, dopo una tensione dovuta a divergenze sulla questione sociale, esceggiò insieme con lui l'impresa di Crimea ed il murattismo. Ritenendo che la rivoluzione italiana fosse raggiungibile mediante un'azione popolare nel Mezzogiorno, organizzò la spedizione di Sapri, conclusasi con la sua morte. Alla vigilia della partenza consegnò a Jessie White documenti e carte ed il suo testamento, documento di fede politica.
Dopo aver aderito alle teorie mazziniane, il P. si

(Int. Alivari)
Pisanello, Antonio - Recto e verso della medaglie di Novello Malatesta - Firenze, Medagliere Mediceo.
accostò per un verso al Cattaneo e per l'altro ai socialisti francesi. Libertà e socialismo non sono per lui inconciliabili, ma anzi s'integrano vicendevolmente. Appoggiandosi sull'autorità del Freudhoe, affermò che la libertà di ciascuno incontra nella libertà altrui non un limite ma un aiuto: l'uomo più libero è quello che ha maggior numero di rapporti coi suoi simili; il P. espresse il suo pensiero nella formula : Libertà ed associazione.
Bibl.: opere: edd. più recenti: Epistolario, a cura di A. Romano, Roma 1927; Saggio su la Rivoluzione, a cura di G. Pintor, Torino 1942; La guerra d'Italia del 1848-49, Milano 1946; Studi: L. Fabbri, C. P. La vita, le opere, l'azione rivoluzionaria, Roma 1904; R. Savelli, C. P., Firenze 1925; N. Ronelli, C. P. nel Risorgimento italiano, Torino 1932 (con importante bibl.); L. Basso, C. P. nel Risorgimento italiano, Napoli 1932; G. A. Belloni, G. D. Romagnosi nel pensiero di C. P., Piacenza 1933; A. Romano, Per una biografia di C. P. Documenti e reliquie, Napoli 1934; F. Battaglia, Le idee sociali e politiche di C. P., in Riv. internaz. di filos. d. diritto, 23 (1943); V. Mazzei, Il socialismo nazionale di C. P., I. Roma 1943; G. Ardau, C. P., Milano 1948.
Enrico Vidal
PISANELLO, Antonio Pisano, detto il. - Pittore, disegnatore, medagliata, n. a Pisa avanti il 1395, m. probabilmente a Napoli nel 1450.
Trasferitosi con la madre a Verona venne chiamato il P., e Stefano da Zevio fu verosimilmente il suo primo maestro. A Venezia (ca. il 1415), il P. dipinge, in Palazzo Ducale, un affresco perduto, accanto a Gentile da Fabriano, che può considerarsi il suo secondo maestro. Nel 1420 è a Mantova; nel 1424, nuovamente a Verona; nel 1432 a Roma, ove proseguì gli affreschi lasciati incompiuti da Gentile in S. Giovanni in Laterano.
Tra le prime opere del P. rientra la cosiddetta Madonna della quaglia (Verona, Museo civico) ove l'influsso di Stefano da Zevio è dominante, ma denuncia insieme un primo contatto con il gusto ornamentale e cromatico di Gentile. Tipico del P. è il senso che qualifica il disegno della quaglia e dei due uccelli ai lati del trono e dei due angioii sospesi con una ritmica del linarismo gotico quale si ritrova nella famosa Annunciazione, in affresco, ai lati del monumento Brenzoni, in S. Fermo a Verona (ca. il 1424). Altre opere dove l'impressione di Gentile tende a sostituirsi a quella di Stefano sono: l'affresco con la Storia di s. Eligio, in S. Caterina a Treviso, quattro tavolette con le Storie di s. Benedetto, rispettivamente nel Museo Poldi Pezzoli di Milano e agli Uffizi di Firenze. Il s. Girolamo dello stesso periodo (Londra, Galleria nazionale) è rivendicato, per i caratteri che richiamano la lettura lombarda e Gentile, al P. giovane da Adolfo Venturi, che considerò apocrifa la firma: Bonus ferrariensis pisani discipulus.
La "poetica animalistica" del P. si afferma ancora nella Visione di s. Eustachio (Londra, Galleria nazionale), in una visione incisiva, disegnativa e medaglistica che, insieme alla sua profonda intuizione ritrattistica dei caratteri e dei costumi, ritorna in tutte le opere dell'artista : dalle pitture ai disegni (tra cui domina per numero e qualità il complesso del Louvre, proveniente dalla raccolta Vallardi), fino alle medaglie. Tra queste ultime vanno ricordate: quella di Cecilia Gonzaga (1447), di Giovanni VIII Paleologo; l'altra per le nozze di Lionello d'Este; di Filippo Maria Visconti e di Alfonso d'Aragona, ecc. Tra i dipinti che hanno in comune con le medaglie una visione nobilmente stilizzata della forma, si ricordano: il Ritratto di Lionello d'Este (Bergamo, Galleria Carrara), quello di una Principessa Estense (Parigi, Louvre) e l'affresco S. Giorgio e la Principessa (ca. il 1436), nella chiesa di S. Anastasia, a Verona: ove il mondo evocato dall'artista, pur essendo intuito dal "vero", diviene subito un mondo leggendario, romanzesco, come in Gentile da Fabriano. Inoltre in tutte queste opere egli mostra di saper conciliare due mondi formalmente opposti : il gotico "internazionale" e le aspirazioni del Rinascimento. Da ricordare anche un dipinto del periodo maturo: la Vergine col bambino in gloria, tra i ss. Antonio abate e Giorgio (Londra, Galleria nazionale), firmato Antonius Pisanus, dove il colore è sostenuto su un tono più alto, di una chiarità che fa pensare ai rapporti con Jacopo Bellini. - Vedi tav. CVIII.
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(par. Nivori di Roma)
Pissine - P. eburnea con storie di s. Mena. 1) Santo orante tra due cammelli (sec. iv) - Londra, British Muscum.
BibL.: A. Venturi, Gentile da Fabriano e P. (Le vate del Vasari, 1). Firenze 1806: G. E. Hill. P., Londra 1903: K. Zonge von Mantruffel, Die Bilder u. Zeichnungen des A. P., Halle 1909; J. Guiffrey, Les dessins de P. conservés au Musée du Louvre, 4 voll., Parigi 1911: G. F. Hill. s. v. in Thieme-Becker, XXVII, p. 92, con ampia bibl.; G. F. Hill. Les dessins de P., Bruxelles 1929: A. Venturi, P., Roma 1939: B. Degenhart, P., Torino 1945: id., Driepera di P., il ritratto dell'imperatore Sigismondo a Vienna, in Arti figurative, 2 (1946), p. 166 sgg .: id., Le quattro tavole della leggenda di i. Benedetto, opere giovanili del P., in Arte veneta, 3 (1949), p. 7 sgg. Luigi Grassi
PISANI, Francesco - Cardinale n. a Venezia verso il 1494 da Alvise, procuratore di S. Marco, e da Cecilia Giustinian. Per le istanze del doge fu creato da Leone X cardinale diacono nella grande promozione del $1^{\circ}$ luglio 1517 .
Durante il sacco di Roma del 1527 rimase in Castello a fianco di Clemente VII e dopo il 26 nov. fu dato come ostaggio agli Spagnoli. Assisté a Bologna all'incoronazione di Carlo V (1530). L'8 ag. 1524 aveva avuto la sede di Padova dove provvide alla ricostruzione della Cattedrale; poi, il 27 genn. 1528, ebbe anche quella di Treviso; tenne pure saltuariamente la sede di Emona in Istria dal 28 sett. 1526, sino alla morte.
Come primo diacono coronò Marcello II e Paolo IV ed assistette ad otto conclavi. Era vescovo di Ostia e Velletri dal 12 maggio 1564, quando morì a Roma il 29 giugno 1570 dopo 53 anni di cardinalato.
Bial.: Eubel, III. passim; R. Gallo, Una famiglia patrizia: I Pisani, in Archivio veneto, 74 (1945), p. 80 sgg. Pio Paschini
PISCATOR (Fischer), Johannes : v. Pescatore, giOVANni.
PISCETTA, Luigi. - Teologo, n. a Comignano (Novara) il 12 febbr. 1858, m. a Torino il 25 ott. 1925. Professo nella Società di S. Francesco di Sales (Salesiani) dal 17 luglio 1875 ; sacerdote dal 19 ott. 1880; laureato in teologia nel 1880 e aggregato nel 1885 al Collegio dottorale della Facoltà di teologia del Seminario metropolitano di Torino, vi insegnò teologia morale per ben 40 anni.
Pubblicò nel 1898 gli apprezzatissimi Elementa theologiae moralis, che poi negli anni 1923 sgg. furono aggiornati e completati con la Sacramentaria dal suo confratello sac. Andrea Gennaro.
Bial.: D. M. Prümmer, Manuale theologiae moralis, I, 64-7* ed., Friburgo i. Br. 1931, p. xxx. Andrea Gennaro
PISCINA : v. battistero; cantaro.
PISCINA PROBATICA: v. paralitico; PRobatica PISCINA.
PISIDES, Giorgio ( $\Gamma \varepsilon \omega ́ \rho \gamma \omega \varsigma$ ó $\Pi \omega \varepsilon i \delta \eta \varsigma$ ). - Originario di Pisidia, diacono e sheuofilace di S. Sofia, visse sotto l'imperatore Eraclio (610-41) ed il pa-
triarca Sergio con i quali fu in stretti rapporti. Accompagnò l'Imperatore nelle sue spedizioni contro i Persiani e ne celebrò le gesta con i suoi versi.
Di lui si ha: 1) La spedizione di Eraclio contro i Persiani, poema in cui l'autore narra le vicende della campagna del 622; 2) L'assedio di Costantinopoli da parte degli Avari e la loro sconfitta; 3) L'Eracliade, o vittoria definitiva di Eraclio su Coerce; 4) Decazenerae, o creazione del mondo, che è l'opera più vasta di P. Se ne possiede una traduzione armena ed una slavo-russa del sec. xiv; 5) Epigrummi e poesie minori, di vario carattere, tra cui si rileva: Contro l'empio Severo, scritto teologico contro il dottore monofisita; Su la Risurrezione di Cristo, Su la vanità della vita.
Vario è stato il giudizio sull'opera di P. Paragonato ad Euripide dai Bizantini (Psellos), viene considerato da altri un poetastro per la mancanca di originalità. In realtà, per la correttezza della forma, la chiarezza e la fluidità della lingua egli è il migliore tra i poeti profani dell'epoca bizantina; tuttavia, nonostante qualche spunto veramente personale, la sua opera risente molto della retorica ampollosa di un periodo di decadenza.
Per l'inno acàtisto, falsamente attribuitogli, v. acatiSTO. Le altre opere in PG 92, 1160-1756, che riproduce l'ed. di J. M. Querci (Roma 1777): una serie di poemetti, sfuggiti al Querci, furono pubblicati da L. Sternbach, Georgii Pisidue carmina inedita, in Wiener Studien, 13 (1891), pp. 1-62; 14 (1892), pp. 51-68; altri frammenti in L. Sternbach, De Georgii Pisidue apud Theophanem aliosque historicos reliquiis, in Dissert. philolog. Acad. litter. Cracoviensis, $2^{\circ}$ serie, 15 (1910), pp. 1-198.
Bial.: Krumbacher, pp. 709-12; Bodenbever, V, pp. 168173. Pelopidas Stephanou
PISSIDE. - Vaso liturgico per la conservazione dell'Eucaristia per la Comunione, da $\pi 0 \zeta \varepsilon \varsigma$, $\pi \dot{\zeta} \zeta \varsigma$, lat. pyxis, scatola, vasetto rotondo poligonale per medicine, unguenti, profumi, ecc. in bosso, in altro legno, in metallo, ma più specialmente in avorio. Gli esemplari noti più antichi risalgono al sec. iv e vanno fino al sec. ix. E ovvio che i cristiani dovessero avere qualche oggetto o custodia per portare l'Eucaristia alle loro case o ai fedeli detenuti nelle prigioni. Damaso ricorda Tarsicium sanctum Christi Sacramenta gerentem; e s. Cipriano un'arca, in qua Domini sanctum fuit (De lapsis, 26: PL 4, 501).
Nei primi secoli del cristianesimo, e anche dopo la pace, per forse due secoli, si eseguirono p., con scene mitologiche, che entravano nel numero degli oggetti di toletta del mundus muliebria, destinate a contenere gioielli o profumi. Tali p. passarono poi a far parte dell'arredamento liturgico e vennero usate per conservare il pane consacrato. Non si può, tuttavia, per mancanza di documenti, determinare il tempo preciso in cui incomincia l'uso delle p. per conservare il Corpo del Signore. Il Liber Pontificalis (I, pp. 176, 220, 243), che usa la parola turris, a causa della forma di tali oggetti destinati all'Eucaristia, ne fa menzione nelle biografie di Silvestro (314-35), di Innocenzo I (401-17), di Ilaro (461-68). Si può verisimilmente ritenere come p. eucaristica una piccola scatola (sec. v) formata di due sottilissime lamine di bronzo, in una delle quali è rappresentata una scena di martirio, nell'altra Cristo con le urne delle nozze di Cana, e la parola greca $\epsilon \dot{\alpha} \lambda \sigma \gamma i a$.
Notevole è la p. di S. Marco di Tebe in Egitto, scoperta in un villaggio copto abbandonato al tempo dell'invasione araba (metà sec. viI); si tratta di un vasetto circolare di bronzo, con tre piedi di sostegno, con impugnatura e orifizio, sormontato da una croce, che sembra aver servito per portare ai malati il vino consacrato, per la Comunione sotto le due specie. Altro esemplare di bronzo potrebbe essere stata la p., di cui rimane il solo coperchio, sormontato da una colomba, nel Museo di Château-Borely a Marsiglia. Le p. di avorio, conservate nei vari musei, con decorazioni mitologiche, mostrano la loro destinazione primitiva ad uso profano; ma in altre, che possono anche risalire al sec. iv, sono
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evidenti i soggetti cristiani. L'esemplare più antico (sec. iv) è la p. del Museo di Berlino, nella quale sono Cristo docente tra i dodici Apostoli e il Sacrificio di Abramo. Però, quasi sempre, la plastica e l'esecuzione delle p. di avorio sono molto sommarie e presentano influssi bizantini. Tra queste la cosiddetta p. di Cartagine, ora nel Museo civico di Livorno, che si è datata al sec. iv, dove il Signore è assiso ed ha ai piedi due cesti di pane che distribuisce ai discepoli i quali lo ricevono con le mani coperte dal lembo del pallio. Nella cattedrale di Pesaro si conserva un'altra p. eburnea, attribuita variamente ai secc. iv-vi, in cui si vede Gesù che risana il cieco nato e l'emorroissa, la resurrezione del figlio di Gisiro. Altre p. in avorio sono nei Musei di Berlino, Londra (con storie di s. Mena), Bonn, Colonia, Leningrado (collez. Basilewsky) tanto con soggetti mitologici, quanto con scene evangeliche; notevole quella di Brioude (sec. iv) con Orfeo. In Italia esemplari a Bobbio in S. Colombano, nel Museo civico di Bologna, a Firenze e in Roma, nel Museo Cristiano della Biblioteca Vaticana (dal tesoro del Sancta Sanctorum del Laterano) con la guarigione del cieco nato, di tipo ancora classicheggiante; nello stesso Museo, scatola cilindrica, con le guarigioni del cieco, del paralitico e la resurrezione di Laszaro; nel Museo delle Terme (dal Kircheriano) un frammento di p. con l'Agnello nimbato, tra due agnelli, e un altra p. d'osso, d'arte barbarica, con il sacrificio di Abramo e scene evangeliche trovate nel sepolcreto di Nocera Umbra. Tra le p. più antiche fino a noi pervenute è da segnalare anche quella bellissima di forma e molto ampia che fa parte del tesoro eucaristico di Canoscio (Città di Castello), opera del sec. v.
BibL.: H. Leclerc, in DACL. XIV, in, coll. 1983-96; R. Garrucci, Noc. dell'arte crist., VI, tavv. 327, 2, 3, 4, 5: 338, 1, 2, 3. 4: 339, 5. 6: Pk. Rehnalt de Fleury, La Messe, V, Parigi 1887, pp. 27-99, tavv. 359, 363, 364 (p. di Brioude), 362, 366, 367, 368, 369, 370, 371, 372, 373; Venturi, I, pp. 409-558; G. B. De Rossi, Teca di bronzo figurata, in Bull. di arch. crist., 2* seric, 5 (1872), pp. 5-24; id., P. eburnea cartaginese nella quale $i$ efficata Gesta Crista distribuente $i$ pani moltiplicati, ibid., 2* seric, 2 (1891), pp. 47-54, tavv. 4-5; H. Grisar, Note archeolog. sulla mostra di arte sacra antica a Orolato, in N. Bull. di arch. crist., 3 (1897), pp. 6-8, fig. 1 (cattedrale di Pesaro) e 8-10, tav. 1 (Bobbio); L. Serra, L'arte nelle Marche. Pesaro 1829, pp. 3334, fig. 68-69.
Le p. del primo medioevo, come altre più tarde, hanno l'aspetto di scatole cilindriche protette da un coperchio e nella decorazione riflettono i modi propri del gusto delle epoche in cui vennero create, cosi nei rilievi più o meno figurati, come nelle decorazioni a sbalzo o a smalto. In progresso di tempo la p. venne poi fornita di un alto fusto, anche questo adorno secondo l'epoca e il gusto regionale.
Tra quelle medievali di particolare bellezza si ricorda la p. adorna di filigrane e pietre preziose di S. Cunilberto di Colonia; una molto elegante nelle forme slanciate dell'alto fusto nel museo di Cluny a Parigi, opera del sec. xili; un'altra adorna di smalti limosini nel Museo germanico di Norimberga e cosi via.
Durante il sec. xiv e il xv, con lo sviluppo assunto dalle forme architettoniche gotiche e il loro inserirsi anche nella oreficeria, le p. metalliche spesso assumono esse stesse l'aspetto di tempietti posti su di un alto fusto confondendo talvolta il loro carattere con quello degli ostensori (Colonia-Schnütgenmuseum).
Tuttavia il tipo poi ripreso e mantenuto durante tutto il Rinascimento e quindi l'età barocca e la moderna è stato quello di un calice sormontato da un coperchio e adorno nel piede, nel fusto, nella coppa e nel coperchio stesso - sempre sormontato dalla croce - con fregi, immagini simboliche o figurazioni allegoriche allusive all'Eucaristia.
BibL.: si vedano le opere citate sopra e il Braun citato nel paragrafo che segue.
Emilio Lavagnino
Liturgia. - Dal sec. xir si dette alla p. un piede con nodo; la sua forma s'assimilò poco a poco a quella del calice, con la coppa dapprima poligonale, poi rotonda. Questa forma si conserva tuttora; ma dopo il Concilio Tridentino, quando aumentò l'uso della Co-
munione privata fuori della s. Messa, specialmente dopo il decreto del b. Pio X, la coppa divenne più ampia. Per la materia non vi sono prescrizioni; deve essere di metallo; soltanto la coppa e il coperchio devono esser internamente dorati. Ad una croce sovrastante al coperchio accenna s. Carlo Borromeo. La p. va solo benedetta; una formola di benedizione è già nel cosiddetto Missale Francorum (intitolata Praefatio christnalis). Per portare il Viatico ai malati si usa oggi una p. piccola rotonda a forma di teca. Per reverenza verso la s. Eucaristia ivi contenuta, la p. si copre con un conopeo di seta bianca. - Vedi tavv. CIX-CX.
BibL.: J. Braun, Das christliche Altargerät in seinem Sein und in seiner Entwicklung, Monaco 1932, pp. 280-347; G. Destefani, La s. Messa nella liturgia romana, Torino 1932, pp. 784-85; C. Callewaert, Liturgiose Institutiones, Bruges 1937, tract. III, 1, pp. 27-28; G. Perardi, La dottrina cattolica. Il culto, I, 1, Torino 1938, pp. 272-73; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, $2^{*}$ ed., Milano 1950, pp. 471-74. Pietro Soffrin
PISTELLI, Ermenegildo. - Filologo e scrittore, n. a Camaiore (Lucca) il 15 febbr. 1862, m. a Firenze il 14 genn. 1927. Scolopio nel 1884, laureatosi in lettere a Firenze, insegnò nelle Scuole Pie e dal 1903 sino alla morte lingua latina e greca nell'Istituto di studi superiori a Firenze.
Curò l'edizione critica di parecchie opere e commembi testi scolastici. Girolamo Vitelli lo incaricò di ricercare in Egitto papiri antichi. E di testi papiracei e membranacei, specialmente biblici, fu anche dotto editore. Fu dal 1906 al 1920 uno celante collaboratore di Luigi Bertelli nel Giornalino della domenica. Notevoli Le Pistole d'Omero. Nei due volumi Profili e caratteri (Firenze 1921), Eroi uomini e ragazzi (ivi 1927), raccolse piccola parte di tanti saggi critici, recensioni e prose pubblicate in riviste e giornali. Fu anche appassionato cultore di studi danteschi, e polemizzò efficacemente per la riforma della scuola italiana.
BibL.: G. Giovannozzi, Il p. P. delle Scuole Pie, Firenze 1927; G. Vitelli, E. P., ivi 1927, E. Bianchi, In memoria di E. P., a cura di T. Lodi, ivi 1928 (con bibl. completa). Loodegorio Picanyol
PISTIS, santa: v. SOPHIA, PISTIS, ELPIS e AGAPE, sante.
PISTIS SOPHIA. - E il titolo dato da Schwartz a uno scritto gnostico del sec. III in lingua copta, contenuto nel Codex Askevianus del British Museum.
Il testo consiste di quattro libri. I primi tre, unitari, trattano della $P$. S., cioè della fede che ricerca la Sapienza. L'opera è attribuita al Salvatore, cioè a Gesù stesso. La $P$. S. è un eone, caduto dal cielo nella materia, che viene restituito alla sua prima dimora celeste da Gesù. Lo scritto contiene molti riferimenti a opere apocrife, fra le quali sono anche 5 odi di Salomone (v.), inoltre Vangeli apocrifi e probabilmente anche una Apocalisse apocrifa (v. L. H. Puech, in Coptic studies in honor of W. E. Crum, Boston 1950, p. 122). Il quarto libro è un'opera indipendente, che tratta specialmente della penitenza. E probabilmente più vecchio della $P$. S. Inquadrare la $P$. S. nel suo ambiente gnostico sarà forse possibile dopo la pubblicazione dei codici gnostici in lingua copta, scoperti nel 1946 nella regione di Nag-Hammadi.
BibL.: ed.: C. Schmidt, Koptisch-gnost. Schriften, Lipsia 1909. Ed. del testo copto, Copenhagen 1925. Nuova trad. ted., Lipsia 1925. Monografie: K. R. Köstlin, Das gnost. System des Buches P. S., in Theol. Jahrb., 13 (1854), p. 1 sg., 137 sg.; A. Harnack, Über das gnost. Buch P. S. (Texte und Unterneck. zur Genk. der aitchr. Liter., 7, 11), Lipsia 1891, p. 1 sg. V. anche gli articoli di C. Schmidt, in Zeitschr. für neatestam. Wissenschaft 24 (1923), p. 218 sg.; F. C. Burkitt, in The Journal of theol. studies, 23 (1922), p. 271 sg.; 26 (1923), p. 391 sg., e di R. P. Casey, ibid., 27 (1926), p. 374 sg. Sulle dottrine astrologiche, v. W Gundel presso Fr. Bell, Sternglaube und Sternä̈mung, 4* ed. Berlino 1931, p. 187 sg. e Gundel, Paranatellonta, in PaulyWisnowa, XX, II, coll. 1913-21. Sui nuovi testi gnostici in lingua copta, v. T. Mins, in Figeliae christianae, 2 (1948), p. 129 sg.; 3 (1949), p. 129 sg.; J. Doresse, ibid., p. 137 sg. Erik Peterson
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Pistoia, diocesi di - Chiesa di S. Paolo, costruita sulla fine del '200, con portale del 1227.
PISTOCCHI, Mario. - Canonista, n. a Meldola (Forlì) il 16 sett. 1874, m. a Forli il 10 dic. 1943.
Ordinato sacerdote nel 1897, conseguì la laurea in utroque iure all'Apollinare di Roma nel 1915. Protonotario apostolico, vicario generale e preposto della Cattedrale di Forli, svolse un'intensa attività pastorale e di predicazione. Scrisse vari opuscoli di ascetica e di pietà e collaborò con numerose note e commenti alla rivista Perfice munus dal 1926 al 1943. I suoi scritti più importanti sono i seguenti: De Synodo dioecesano, Torino 1922; I canoni penali del Codice Ecclesiastico, ivi 1925; De re beneficiali, ivi 1928; Il codice dei laici, Milano 1930; De bonis Ecclesiae temporalibus, Torino 1932; De suspensione ex informata conscientia, ivi s. a.; Commento alla parte I e II del libro V CIC, pubblicato a puntate in Il Monitore Ecclesiastico, dal 1933 al 1939.
Augusto Moreschini
PISTOIA, diOCESI di. - Città e diocesi, capoluogo di provincia in Toscana. La diocesi esistente già nel sec. v fu dichiarata da Martino V nel 1420 quale suffraganea di Firenze. Il territorio della diocesi abbraccia parte della valle dell'Arno, le valli dell'Ombrone e del Bisenzio, di Nievole e della Pescia; nonché parte dell'alta valle del Reno; è in notevole parte articolato e montuoso, confinando con le diocesi di Modena e di Bologna e, più a valle, con quelle di Prato, di Firenze, di Pescia, di S. Miniato, di Lucca. Nel sec. xviri P. cede a Pescia la pieve di Masserella; ma nel 1784 per opera di Pietro Leopoldo, mentre egli riduceva a sole in le parrocchie urbane e a 3 i monasteri della città, ebbe aggregati i pivieri di Treppio e Sambuca, dismembrati da Bologna; nel 1814 ricevé la contea di Vernio.
L'estensione del territorio diocesano (compresa la diocesi di Prato [v.]) è di 1083 kmq . e la sua popolazione (compresa la diocesi di Prato) di 262.403 ab. Le parrocchie sono 169 e i vicariati foranei 25 . Sacerdoti 250 . La diocesi possiede 7 case religiose maschili, 50 femminili. Ebbe fino dal 1446 per concessione di Eugenio IV un collegio di chicrici, con le regole e i privilegi già concessi al famoso Collegio Eugeniano di Firenze. Nel 1690 il vescovo Leone Strozzi fondò il Seminario che fu ampliato dal vescovo Colombino Bassi; finché il vescovo Scipione de' Ricci non lo trasferì nel soppresso monastero di S. Chiara. Il patrono della diocesi è s. Iacopo Apostolo.
I. Storia civile. - Pistorium sorse sulla Via Cassia, nella vallata dell'Ombrone, alle falde dei contrafforti appenninici, forse nel sec. I a. C. Già sotto la Repubblica romana fu città: nel 690 di Roma, nel suo territorio l'esercito di Catilina fu rotto dalle armi di Antonio. Plinio il naturalista annovera P., che faceva parte della tribù Vebina, fra la città formanti la Tuscia annonaria. Molto scarse sono le notizie su P. nei primi quattro secoli d. C. Sembra che durante il dominio di Teodorico godesse un periodo di pace e di prosperita. Soggiacque agli Ostrogoti e ai Bizantini; ca. il 590 cadde sotto la signoria dei Longobardi, e incerto se pacificamente o donata con la forza. Sotto Liutprando batté moneta. Sorgeva intanto nel cuore della città la torre del guardingo, donde una scorta armata vigilava la città stessa : supremo magistrato era il gastaldo. All'epoca carolingia la governava un conte. Fu poi sotto Matilde di Canossa; quindi retta dagli anziani, dal podestà e dal capitano del popolo. In seguito fu pur essa divisa in fazioni, ora prevalendo i guelfi ora i ghibellini, rappresentati gli uni dalla famiglia dei Cancellieri, gli altri dai Panciatichi. Essi lottarono fra loro con diversa fortuna, subendo le sorti che guelfi e ghibellini avevano nella vicina Firenze. E alla divisione dei guelfi in questa città, i Cancellieri tennero per i Neri, i Panciatichi per i Bianchi. Stretta fra Lucca e Firenze provò gli assalti ora di questa, ora di quelle. Nel 1301 i Neri ne furono espulsi (v P. in pria dei Negri si dimagra * : Dante, Inf., XXIV, v. 143). Poi Castruccio Castracani, signore di Lucca, la ridusse in sua obbedienza : successivamente fu sotto l'economia politica di Firenze. Presso P., a Gavinana, nel 1530 il Ferrucci trovò la morte, difensore della libertà fiorentina contro le armi imperiali. Costituitisi il ducato e il granducato, anche P. fu sotto la sovranita dei Medici, quindi sotto i Lorena; provò l'occupazione francese e dopo le alterne vicende politiche che provennero la fine del granducato, divenne come il resto di Toscana parte del Regno d'Italia.
II. Storia religiosa. - Mancano dati sicuri per definire l'epoca e le circostanze in cui il cristianesimo si introdusse nel territorio di P. E certo però che al chiudersi del sec. v il vescovato in P. era già costituito, se il papa Gelasio I (492-96) si duole che un vescovo di P. abbia reso omaggio a re Teodorico prima di venerare i lionina Apostolorum. Nel 556 Pelagio I scomunica un vescovo di P., di cui è ignoto il nome, perché nel servizio divino taceva il nome del Pontefice. Nel 716 fra il vescovo di P. e quello di Lucca si agita un'aspra controversio per motivi di giurisdizione, della quale è giudice un messo del re Liutprando. Il sec. viri, nel quale è noto il nome di un vescovo Giovanni, come eletto dal clero e popolo, è fortile per la diocesi di fondazioni monastiche. Già prima un eremita, Baronto, poi venerato come santo, era vissuto in penitenza sulla montagna pistoiese : più tardi si rese noto il romito Pietro. Sorgevano intanto famose badie, delle quali la diocesi arrivò a possedere quattordici. Si ricordano la badia di S. Baronto di Montalbano (sec. xi) e quella di Montepiano (sec. xi); la badia di S. Bartolomeo (sec. viII) e di S. Michele in Forcole (sec. viII); di S. Salvatore di Vaiano e di S. Maria di Grignano. Dal vescovo Lamprando è noto che nell'826 partecipò ad un concilio sotto Eugenio II; nell'844 Gansprando vescovo assisté in Roma all'incoronazione di Lodovico re d'Italia: Oschisio nell' 870 è legato dell'Imperatore
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in Calabria: Giovanni nel 963 partecipa ad un Sinodo romano indetto da Ottone I. Altri nomi di vescovi di questa epoca: Asterio, Uberto, Rambaldo, Antonio.
Certo è che in epoca anteriore al Mille e di poco posteriore i vescovi di P. godettero grande autorita ed esercitarono giurisdizione feudale su castelli e terre della diocesi, fra le quali Quarrata e Lamporecchio: sebbene ad essi contrastasse il nascente Comune. Ma già prima, della loro preminenza testimoniava l'annuale omaggio di una pellis cervina da parte di alcune popolazioni della Maremma. Nel sec. xi fu insigne l'episcopato del vallombrosano Pietro dei conti Guidi, che la contessa Matilde volle successore del vescovo Leone morto nel 1083. Né meno illustre fu sulla cattedra di P. l'altro vallombrosano Atto, venerato quale santo, che molto contribuì a diffondere in P. il culto di s. Iacopo. Fu allora che la cattedrale, in origine dedicata a s. Martino, e nel sec. vir ricostruita e consacrata a s. Zeno, venerato dai Longobardi, veniva ev novo riedificata: ivi era la "sagrestia dei begli arredi", di cui fu ladro Vanni Fucci (Dante, Inf., XXIV, v. 138). Essa ebbe poi altri adattamenti e restauri nel 1443, ad opera del vescovo Donato dei Medici: ed altri ancora nel 1600 . I vescovi promossero pure con zelo la disciplina del clero e del popolo legiferando in molteplici sinodi. Il primo fu quello del vescovo Ermanno nel 1308; al 1406 risale il Sinodo del vescovo Diamanti. Dopo il Concilio di Trento si ebbe quello del vescovo Lattanzio Lattanzi, a cui altri seguirono nei secc. xvir e xviri fino a quello di Colombino Bassi, tenuto nel 1721. Poi si ebbe l'episcopato di Scipione de' Ricci, il cui Sinodo tenuto nel 1786 con tendenze regalistiche e giansenistiche, e con l'opera anche di elementi estranei al clero pistoiese, non fu mai da questo né gradito né bene accolto: come incontrarono l'estilità popolare le innovazioni da lui tentate nel culto. Tanto che il Ricci dové rinunziare alla cattedra, sulla quale ascese Francesco Folchi che annullò il Sinodo stesso. Pio VII condannò le dottrine riceiune con la bolla Auctorem fidei. Fra gli altri vescovi è da ricordare Marcello Mazzanti, il cui Sinodo ebbe luogo nel 1892.
III. Personaggi illustri. - È da ricordare il can. Sozomeno, umanista, che partecipò al Concilio di Costanza; il gesuita P. Zaccaria, letterato e scrittore eruditissimo; il card. Carlo Agostino Fabbroni, che ebbe gran parte nella cost. Unigenitus contro gli errori di Quesnel; Alessandro de' Medici, che dal vescovato di P. passò all'arcivescovato di Firenze, e fu quindi pontefice con il nome di Leone XI; il card. Giulio Rospigliosi, che ricoprì elevatissimi uffici nella Curia Romana e, eletto pontefice, assunse il nome di Clemente IX; il vescovo Colombino Bassi, che
lasciò nella diocesi fama di insigni virtù; il can. Antonio Longinelli, deceduto nel 1800, ostaggio in Francia; mons. Enrico Bindi, erudito commentatore dei classici e poi dalla cattedra di P. promosso all'arcivescovato di Siena.
Bibi.: M. Salvi, Historia di P., Roma 1652: Ughelli, III, pp. 282-317: F. A. Zaccaria, Bibliotheca Fistoriensis, Torino 1732: I. M. Fioravanti, Memorie storiche della città di P., Lucca 1758; I. La. mi, S. Ecclesiae Florentiinae monumenta, I, Firenze 1758, p. 382 e sgg.: III, p. 1275 sgg.: A. M. Rosati, Memorie per servire alla storia dei vescovi di P., Pistoia 1766: Atti dell'assemblea degli arcivescovi e vescovi della Toscana, tenuto in Firenze nell'anno 1787, Firenze 1787: Atti e decreti del Concilio diocesano di P. dell'anno 1786, Pistoia 1788; F. Tolomei, Guida di P., ivi 1821; E. Repetti, Dictionario geografico fisico storico della Toscana, IV, Firenze 1841, p. 401 sgg.: Cappelleni, XVII, p. 73 sgg.: V. Capponi, Bibliografia pistoiese, Pistoia 1878; G. Arcangeli, Brevi notizie sul Seminario collegio vescovile di P., Pistoia 1891; G. Boani, La cattedrale di P., ivi 1904; P. Kehr, Italia pontificia, III, Berlino 1908, pp. 117-43; G. Boani, La Chiesa pistoiese, Pistoia 1912; N. Rodolico, Gli amici e i tempi di Scipione de' Ricci, Firenze 1920; Maya, P. artistica, Pistoia 1927; L. Chiappelli, Storie di P. nell'alto medioevo, ivi 1932; R. Matteucci, Scipione dei Ricci, Brescia 1941.
Emilio Sanesi
IV. SINODO di P. - Si tenne nella chiesa del seminario e dell'Accademia ecclesiastica di S. Leopoldo, dalla mattina del 18 al pomeriggio del 28 sett. 1786, sotto la direzione del vescovo giansenista Scipione de'Ricci (v.) e la protezione di Leopoldo, granduca di Toscana, dal quale, invece che dal Papa, si diceva nell'orazione inaugurale esser venuta "la permissione a tanti valenti teologi di assistervi nella

Pistoia, diocesi di - Palazzo comunale, iniziato dai guelfi nel 1294, ampliato durante il sec. xiv.
ferma fiducia che la grazia del Signore dissipasse lo spirito di tenebre e di divisione».
Vi collaborarono giansenisti francesi e olandesi e lo prepararono i più noti giansenisti italiani che furono presenti, almeno moralmente; non lo si può perciò considerare un episodio provinciale o regionale, ma quasi l'epilogo della traiettoria giansenistica da Lovanio a Port-Royal e a Utrecht e punto di confluenza degli errori del movimento giansenista con altri errori affini o avventisi quali il gallicanesimo, il richerismo e simili.
Sette furono le sessioni e dieci le congregazioni che le preparavano, delle quali tre straordinarie e sette ordinarie. Vi intervennero, spinti dal prepotere del vescovo e da modi spesso violenti, 250 sacerdoti; della diocesi pistoiese, i parroci, i cappellani curati e i canonici per diritto, ed eran chiamati "padri del Concilio"; i sacerdoti secolari e regolari espressamente invitati, ed erano detti "consacerdoti"; tra questi Vincenzo Palmieri e Pietro Tamburini (v.) ai quali, e a quest'ultimo specialmente che ne era il promotore, spetta la redazione dei sin-
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goli decreti. Il de' Ricci ne fu il presidente e Giuseppe Paribeni vicepresidente e legato del Granduca. Da una vicina villa Leopoldo ne seguiva lo svolgimento. Il Sinodo, ben presto denominato "comedia pistoiese ", si svolse fra il timore dei parroci e dei s