Il de' Ricci ne fu il presidente e Giuseppe Paribeni vicepresidente e legato del Granduca. Da una vicina villa Leopoldo ne seguiva lo svolgimento. Il Sinodo, ben presto denominato "comedia pistoiese ", si svolse fra il timore dei parroci e dei sacerdoti pistoiesi per lo più ignari della violenza esercitata per la sottoscrizione, che tuttovio fu unanime solo apparentemente; e fra l'esultanza dei non pochi giansenisti o gallicani extradiocesani presenti che cosi credevano assicurato un definitivo successo dell'eresia. Gli atti furono integralmente pubblicati e le proposizioni di condanna della bolla Auctorem Fidei del 28 ag. 1794 ne segnano le deviazioni. Dalle 85 principali proposizioni estratte dalle costituzioni sinodali, esposte sotto 44 titoli secondo le diverse materie, 7 furono condannate come eretiche e le altre proscritte con differenti censure, spesso sotto i molteplici sensi che esse potevano presentare (false, temerarie, scandalose, prossime all'eresia, ecc.). Pure stigmatizzata s la lode attribuita agli articoli gallicani del 1682 inseriti maliziosamente nel decreto sulla fede, e rinnovato il giudizio già pronunciato contro di essi da Innocenzo XI e da Alessandro VIII. Tale condanna si rese necessaria per la diffusione data agli atti del Sinodo in tutta l'Euregio. In un codice latino della Biblioteca Vaticana si legge: "uno stampatore di Livorno ne ha obbligate 18000 copie per mandarle in Spagna e in Francia", e dalla Spagna il card. Lorenzana e il nunzio avvertivano di non poter più a lungo impedire la ristampa degli atti in lingua spagnola senza una previa formale condanna. Aderirono al Sinodo ecclesiastici e laici francesi, austriaci, germanici, olandesi e polacchi. La Chiesa scismatica di Utrecht, l'arcivescovo di Salisburgo di Colloredo, abati francesi quali Bellegarde, Maultrot, Clement con lettere; le Nouvelles ecclésiastiques, la Gazette universelle, la Gazette d'Europe e la Gazette française tra i periodici esaltarono il conciliabolo pistoiese, i cui decreti apparvero subito in triplice edizione italiana, latina, francese. Complemento del Sinodo, come si era auspicato, doveva essere un Concilio nazionale a Firenze per far finire tutte le dicerie e maneggi che la corte di Roma e i suoi aderenti potessero tentare a Tentativo che i vescovi toscani resero vano (v. giansenio e giansenismo; de' ricci, scipione); e il disegno scismatico, come l'eresia giansenista, può considerarsi storicamente concluso nella bolla di condanna.
Biel.: Atti e decreti del Concilio diocesano di P., Pistoia 1788 (in latino, Pavia 1788; in francese, Parigi 1789); J. Carreyre, Pistoie (Zonode de), in DThC. XII, II, coll. 2176-99; B. Matteucci, Scipione de' Ricci, Brescia 1941 (con esauriente bibl.).
Benvenuto Matteucci
V. ARTE. - Con il periodo romanico si hanno a P. le prime manifestazioni artistiche. L'aspetto odierno della città dipende infatti, in gran parte, da costruzioni del Duecento e del Trecento. L'unico resto di monumenti romani, eccettuata la pianta della città che si può nella maggior parte ricostruire, è costituito da un'abitazione privata del in sec. d. C. con pregevoli pavimenti a musaico.
L'architettura romanica ha sue precipue caratteristiche in questa città, dove si diffondono forme di un minuto decorativismo, di origine prevalentemente pisana ed anche fiorentina. L'effetto policromo ed ornamentale diviene spesso sovrechiante ed impedisce alle strutture architettoniche di risaltare in quei caratteri di organicità che sono tipici di tutta l'architettura romanica. Partecipano di questa corrente il S. Giovanni fuorcivitas, la cattedrale ricostruita nel xir sec., il S. Paolo, il S. Bartolomeo in Pantano e il S. Andrea, dall'insolita struttura della navata centrale, assai alta e stretta. Caratteristica delle chiese romaniche pistoiesi è la mancanza del transetto. Nel 1166 Gruamonte, "magister bonus", insieme al fratello Adeodato e ad un maestro Enrico, lavorò all'architrave del portale di S. Andrea, rivelandosi seguace di quel Guglielmo che aveva eseguito il pulpito per il duomo di Pisa (oggi nella cattedrale di Cagliari). E probabile che lo stesso scultore, e forse con gli stessi collaboratori, lavorasse, nell'anno successivo, all'architrave del portale di S. Bartolomeo in Pantano; e più tardi, senza aiuti, a quello di S. Giovanni fuor civitas. Il pergamo di S. Michele in Croppoli, nei dintorni della città, datato 1194, rivela influssi dell'arte di Guglielmo, probabilmente ap-
presi dall'anonimo maestro per tramite di Gruamonte. Guido Bigarelli da Como, che nel 1246 aveva eseguito il fonte battesimale di Pisa, nel 1250 lavorava con aiuti al pergamo di S. Bartolomeo in Pantano. Guido porta a P. la tradizione lombarda, per lo meno nelle sue caratteristiche di semplicità e di rilievo, cercato per contrasto con lo spazio cavo, anche se ammorbidito e levigato. Influssi dei modi di Guido da Como si possono leggere nell'anonimo maestro che scolpi il portale della chiesa di S. Pier Maggiore. La pittura romanica non ha importanti sviluppi a P.; è da ricordare, nel Duomo, la grande croce dipinta nel 1274 da Coppo di Marcovaldo in collaborazione con il figlio Salerno. Nel xiv sec. si diffondono forme architettoniche senesi e fiorentine. Il Palazzo comunale, iniziato nel 1294 e ingrandito nel 1343 dal senese Simone di Ser Monono, presenta schietti caratteri senesi nel suo insieme, anche se il loggiato lo ricollega ai palazzi pubblici lombardi. L'architetto locale Cellino di Nese (1337-59) eseguì il battistero ottagonale, attenendosi forse ad un disegno di Andrea Pisano, ed egli stesso è probabile che fornisse, nel 1367 , il disegno del Palazzo di Giustizia.
Nel campo della scultura sono prevalentemente scultori pisani ad operare a P. nel xiv sec. Nel 1270 il più fedele seguace di Nicola Pisano, fra' Guglielmo, eseguì il pulpito di S. Giovanni fuorcivitas. Nel 1273 Nicola lavorava all'altare della chiesa di S. Jacopo, ora distrutto, e allo stesso anno si potrebbe ascrivere l'acquasantiera di S. Giovanni fuorcivitas, opera che rivela la mano di Giovanni Pisano ancora agli inizi, in stretto rapporto con le forme plastiche di Nicola. Tra il 1298 e il 1301 , Giovanni Pisano eseguì poi il pulpito della chiesa di S. Andrea, sua opera capitale, su commissione di Arnoldo degli Arnoldi. Probabili autori della tomba di Cino da P. (1337-39) furono i senesi Agostino di Giovanni ed Agnolo di Ventura.
La modesta pittura pistoiese del Trecento fu, nella prima metà del secolo, dominata anch'essa dalla tradizione fiorentina. Nella seconda metà del secolo predominarono invece gli influssi emiliani, come si vede negli affreschi di S. Domenico e nelle pitture del Capitolo di S. Francesco, opera di artisti emiliani e di maestri pistoiesi sotto l'influsso di quelli. I bolognesi Dalmazio de' Scannabecchi e suo figlio Lippo si stabilirono per lungo tempo a P., influendo largamente sulla pittura locale.
Nel Rinascimento l'importanza di P. nella storia dell'arte diviene limitatissima. A dominare il campo furono in prevalenza maestri fiorentini, sia pittori che scultori. Nel 1477 Lorenzo di Credi dipingeva per il Duomo la Madonna di Piazza. Il Museo civico conserva opere di Cosimo Rosselli, della scuola del Botticelli, di Ridolfo del Ghirlandaio. Nel 1477 il Verrocchio iniziava per il Duomo il monumento al card. Niccolò Forteguetri, che fu continuato da seguaci e smembrato in parte nel Settecento. Nel 1487 Antonio Rossellino eseguiva il ritratto a bassorilievo di Donato de' Medici, sempre nel Duomo, e il fratello Bernardo, con la sua collaborazione, eseguiva il monumento a Filippo Lazzi in S. Domenico. Andrea della Robbia, con aiuti, nel 1505 decorava con un rilievo in terracotta la porta centrale della Cattedrale, mentre a Giovanni della Robbia spetta la decorazione dell'Ospedale del Ceppo. - Vedi tav. CXI.
Biel.: P. Tolomei, Guida di P. per gli amanti delle belle arti, Pistoia 1821; G. Beani, La Cattedrale pistoiese, ivi 1903: O. Giglioli, P. nelle sue opere d'arte, Firenze 1904; A. Chiti, P., Pescia 1931.
Maurizio Calvesi
PISTORIUS, Johann. - Polemista e storico, n. a Nidda il 14 febbr. 1546 (indi il nome di Niddanus), m. a Friburgo in Br. il 18 luglio 1608. Figlio dell'omonimo P. J. Niddanus senior, che da parroco aveva abbracciato il protestantesimo, s'era sposato e aveva avuto una parte notevole nei vari colloqui di religione.
Sudio teologia, diritto e medicina a Warburg e a Wittenberg, diventando poi medico di corte del margravio Carlo di Baden-Durlach, presso il quale esercitò anche l'ufficio di storiografo e di consigliere in questioni religiose. Dopo vari tentennamenti dal luteranesimo verso il calvinismo, ritornò nel 1588 al cattolicesimo, a cui con-
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(let. Soprintendenza Seave Ostia)
PITAGORA - Busto del i sec. a. C., da originale etrusco-italico. Museo di Ostia Antica.
verti nel 1590 anche il predicatore di corte Zehender e il margravio Giacomo III. Quest'ultima conversione, che fu celebrata solennemente anche a Roma, rimase senza conseguenze, per la prematura morte del margravio. Scacciato dalla reazione anti-cattolica che seguì a questa morte, P. si portò a Friburgo in Br., dove fu ordinato sacerdote ( 1592 ) e venne poi nominato dal card. Andrea d'Austria suo vicario generale per la diocesi di Costanza. In seguito fu consigliere imperiale, preposito del duomo di Breslavia, protunotario apostolico e dal 1601 confessore di Rodolfo II, esplicando ininterrottamente un grande zelo per il ripristino della religione cattolica.
L'attività polemica di P. fu molto intensa dalla sua conversione. In essa è dialettico stringente, ma anche spesso aspro. Lo scritto più significativo è l'Anatomia Lutheri (pubblicato in due parti, Colonia 1595 e 1598), in cui analizza gli scritti di Lutero presi nel loro testo ed edizione originale. Per la scienza storica P. ha il merito di aver indagato e pubblicato vaste raccolte di fonti, di cui le più famose sono: Polemicae historiae corpus ( 5 parti, Basilea 1582), e Iterum Germanicarum scriptores ( 5 voll., Francoforte 1583-1607).
Bibli. I. Fecht, Historia colloquii Emmendingensis, Rostock 1694: C. Mirbt, s. v. in Realencykl. für protestant. Theol. und Kirche, XV, pp. 418-21; Pastor, XII, v. indice. Igino Rogger
PITAGORA. - La figura storica di P., filosofo e fondatore della scuola che ne porta il nome, fu talmente deformata da leggende posteriori che è difficile, nel cumulo delle tradizioni, sceverare il vero dal favoloso. Risulta sicuro che egli, n. a Samo da Mnesarco, nella prima metà del sec. vi a. C. ( 580 ca.), si trasferì in età matura (dopo aver forse soggiornato da giovane in Egitto) dalla sua isola nella città italica di Crotone, e qui costitui una comunità filo-sofico-religiosa che divenne poi anche un partito politico. P. insegnò solo oralmente: Empedocle lo celebra come $\dot{\alpha} \nu \hat{\eta} \rho$ $\pi \varepsilon \rho \iota \omega \sigma \alpha \alpha$ $\alpha i \delta \omega ́ \varsigma$... $\pi \alpha \dot{\alpha} \nu \tau \omega \nu \delta \dot{\varepsilon} \mu \alpha \dot{\alpha} \lambda \alpha \tau \alpha$ $\sigma \circ \rho \tilde{\omega} \nu \dot{\varepsilon} \pi \varepsilon \dot{\eta} \rho \alpha \nu \circ \varsigma \varepsilon \dot{\varepsilon} \rho \gamma \omega \nu$ (fr. 129), mentre Eraclito parla della $\pi \circ \lambda 0 \mu \alpha \theta i \eta$ (fr. 40, 129) di lui; Senofane di Colofone attesta (fr. 7) la credenza di P. nella reincarnazione, non senza scherno. Da Erodoto (IV, 95) egli è qualificato come eminente $\sigma \circ \rho \iota \sigma \tau \dot{\eta} \varsigma$. Svolto
il suo magistero in Crotone, P. emigrò, in seguito all'opposizione politica di una parte della cittadinanza crotoniate, a Metaponto, dove morì (verso il 500 ?).
I pitagorici formavano un'associazione caratterizzata da una stretta disciplina etico-religiosa: osservano la pratica di un prolungato silenzio ( $\dot{\varepsilon} \gamma \varepsilon \mu \nu \theta i \alpha$ ), l'astinenza almeno parziale dalla carne e, pare, dalle fave, e vari precetti in parte etici e in parte rituali (anche questi ultimi interpretati più tardi come simboli etici); e usavano fare ogni sera un esame di coscienza. Stando a testimonianze più tarde, la setta avrebbe compreso due classi di discepoli, gli essoterici e gli esoterici (i primi non addentrati nei segreti della dottrina, cioè semplici uditori, $\dot{\alpha} \nu \nu \sigma \mu \alpha \tau \iota \nu o i$; i secondi iniziati alla sapienza, $\mu \alpha \theta \dot{\eta} \mu \alpha \tau \iota \nu o i$ ), mentre altri distingue tre categorie ( $\dot{\varepsilon} \nu \nu \sigma \tau \iota \nu o i$, $\mu \alpha \theta \eta \mu \alpha \tau \iota \nu o i$, $\varphi \nu \sigma \iota-$ xoi). Le vedute del maestro erano accettate come verità indiscutibili (secondo il celebre motto $\alpha \dot{\tau} \tau \dot{\varsigma} \dot{\varepsilon} \rho \alpha$ ). Estesasi da Crotone ad altri luoghi della Magna Grecia, la scuola acquistò grande potenza politica e tenne il governo di varie città. Ma si determinò presto contro i pitagorici aristocratizzanti, una violenta ostilità dei partiti democratici : il primo moto scoppiò vivente ancora P. (onde la fuga di lui da Crotone); e altre sedizioni si ebbero successivamente, finché in un momento non precisabile (fra il 460 e il 400 ) avvenne una rivoluzione per cui l'ordine pitagorico fu addirittura distrutto, e i membri in grandissima parte uccisi. Dei superstiti, chi si trasferì a Tebe (Liside e Filolao), chi a Filunte. Alcuni tornarono poi dall'esilio a Taranto e in questa città il pitagorismo ebbe nuovo fiore con Archita, finché non si estinse negli ultimi tempi del iv sec. a. C. Tra i principali pitagorici antichi figurano, oltre a Filolao (che per primo espose in uno scritto la dottrina), Simmia e Cebete (noti attraverso Platone), Ocello Lucano, Timeo di Locri, Liside e Archita (insigne matematico e fisico).
Quanto delle teorie pitagoriche risalga a P. stesso è difficile determinare; si può dir certo che egli professò la credenza della reincarnazione (v.), trasmise ai discepoli il nucleo fondamentale della precettistica etico-religiosa destinata a costituire il patrimonio più caratteristico del pitagorismo, e diede inizio a quegli studi matematici da cui la scuola stessa ebbe poi massima gloria (può darsi che il « teorema di P. "risalga a lui personalmente). In ogni caso conviene parlare, piuttosto che di P., dei pitagorici in generale. La loro concezione metafisica fu strettamente legata ai predarti studi matematici. Osservando l'importanza che hanno nell'universo i rapporti numerici, poiché nulla è conoscibile senza il numero ( $\pi \dot{\alpha} \nu \tau \alpha \gamma \alpha \mu \dot{\alpha} \nu$ $\tau \dot{\alpha} \gamma \varepsilon \gamma \omega \sigma \alpha \dot{\eta} \mu \alpha \nu \alpha \dot{\alpha} \rho \iota \theta \mu \delta \nu \dot{\varepsilon} \gamma \omega \nu \tau \iota$ Filolao, fr. 4) essi affermarono che il principio delle cose è appunto il numero: il che sembra doversi intendere, secondo la testimonianza di Aristotele (cf. in particolare Met., I, 5, 983 b 23 sgg., 986 a 15), nel senso che il numero è la sostanza intima, $l^{\prime} \tilde{\alpha} \lambda \eta$ delle cose stesse : né contrasta con questa interpretazione il fatto che i pitagorici considerassero nello stesso tempo i numeri come modelli delle cose (ibid., 987 b). Del numero si hanno due categorie fondamentali, il dispari ( $\pi \varepsilon \rho \iota \sigma \sigma \dot{\sigma} \nu$ ) e il pari ( $\dot{\alpha} \rho \tau \iota \nu \nu$ ) cui Filolao aggiunge l'á $\sigma \tau \iota \sigma-$ $\pi \dot{\varepsilon} \rho \iota \sigma \sigma \nu$, il pari-dispari, equivalente, sembra, all'Uno. Il dispari è limitato ( $\pi \varepsilon \tau \varepsilon \rho \alpha \sigma \mu \varepsilon \dot{\varepsilon} \nu \nu$ ) e principio del limite ( $\pi \dot{\varepsilon} \rho \alpha \varsigma$ ); il pari è illimitato ( $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \iota \rho \circ \nu$ ) e principio dell'illimitatezza ( $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \iota \rho i \alpha$ ). L'Universo è un'armonia di questi principi contrari, con i quali poi si collegano altre coppie antitetiche (cf. la "tavola" pitagorica delle opposizioni presso Aristotele, Met., I, 5, 986: $\pi \dot{\varepsilon} \rho \alpha \varsigma-\dot{\alpha} \pi \varepsilon \iota \rho \circ \nu ; \pi \varepsilon \rho \iota \tau-$ $\tau \tilde{\nu} \nu-\dot{\alpha} \rho \tau \iota \nu \nu ; \dot{\varepsilon} \nu-\pi \lambda \eta \theta \theta \circ \varsigma ; \delta \alpha \zeta \iota \tilde{\nu} \nu-\dot{\alpha} \rho \iota \sigma \tau \varepsilon \rho \tilde{\nu} \eta \ldots, \varphi \tilde{\omega} \varsigma-\sigma \alpha \sigma \tau \alpha \varsigma$; $\dot{\alpha} \gamma \alpha \theta \dot{\alpha} \nu-\kappa \alpha \nu \sigma \dot{\sigma} \nu$, ecc.). I dissidi si conciliano in un accordo che è accordo numerico: sicché risulta "tutto il cielo essere armonia e numero" (cf. Aristotele, Met., I, 5). I pitagorici poi, speculando sui singoli numeri, attribuivano ad essi virtù e significazioni particolari: e tenevano in special conto, oltre che l'Uno e il Due, principî rispettivamente del dispari e del pari, il Quattro e il Diosi, numeri perfetti. A questa aritmologia, per cosi dire, metafisica, si associava peraltro la matematica positiva (scoperta dell'incommensurabile, approssimazioni successive a $\mathrm{V}^{-2}$, metodo di applicazione delle aree, ecc.).
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La teologia pitagorica era, a quanto pare, orientata in senso monoteistico: ammetteva cioè un Dio supremo al di sopra degli dèi; ma è dubbio che questa dottrina sia stata sviluppata filosoficamente in connessione con l'aritmologia, e che Dio fosse per loro identico all'Uno inteso come principio originario (cf. Zeller-Mondolfo, I, 2 [v. bibl.], pp. 457-74). La cosmologia della scuola, in principio affine alle concezioni dei primi ionici, si sviluppò poi in un sistema che considerava la terra come rotante al pari del sole e di una supposta "antiterna", intorno a un fuoco centrale. Iceta ammise la rotazione della terra intorno al proprio asse e spiegò così l'alternarsi del giorno e della notte (Cicerone, Acad. prior., 2, 39, 123). Altra teoria pitagorica è quella dell'armonia delle sfere.
In psicologia, la scuola considerd l'anima umana come una sostanza eterna, di origine divina, congiuntasi a titolo di pena con un corpo e destinata a trasmigrare di corpo in corpo, e non solo in corpi di uomini, ma anche di bestie o piante ( $\pi \alpha \lambda \imath \gamma \gamma \varepsilon v \varepsilon \sigma i ́ x$, non $\mu \varepsilon \tau \alpha \mu \varphi \dot{\alpha} \gamma \mu \alpha \sigma \iota \varsigma$, è la parola verisimilmente usata dai pitagorici antichi). Nell'unione con il corpo, l'anima è chiusa come in una tomba (Filolao, fr. 14 D; Platone, Gorg., 493 A). Le incarnazioni dureranno fino a che l'anima stessa non si sia purificata e resa degna di tornare alla patria celeste. Come la concezione stessa (che fu poi ripresa da Platone) fosse connessa dai pitagorici con l'aritmologia, non è ben chiaro.
L'etica pitagorica, religiosamente ispirata, prescrivera all'uomo l'imitazione della Divinità, e inculcava la purezza della vita, la misura e l'armonia in tutte le attività, e inoltre il culto della sapienza come mezzo di salvazione.
Il pitagorismo ebbe grande influenza sul pensiero greco, e soprattutto sul platonismo (v.). La scuola, estinta nel sec. iv a. C., risorse poi, a partire dal sec. I, in una forma eclettica (v. NEO-PITAGORISMO).
BibL.: edd.: H. Dieb, Die Fragen. der Vorsobratiler, 1, 5* ed., Berlino 1937, pp. 96-113, 440-80; F. G. A. Mullach, Fragon. philos. graec., $1^{0}$ ed., Parigi 1860, pp. 485-509. Su P. e il pitagorismo v. ecceitutto E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci, I, II, 2* ed., Firenze 1950, v. indice; Uberweg, I, pp. 61-73; G. Méautis, Recherches sur le pythagorisme, Neuchâtel 1922; E. Franck, Plato und die sogmanuten Pythagorder, Halle 1923; A. Rostagni, Il verbo di P., Torino 1924; L. Brunschvicg, Le rôle du pythagorisme dans l'évolution des idées, Parigi 1937; K. Kersinyi, P. und Orpheus, $2^{\circ}$ ed., Amsterdam 1939; F. von Kurt, Pythagoreus politis in southern Italy, Nuova York 1940; U. Moricea, L'esame di coetienza e la storia di un precetto pitagorico, in Il mondo classico, 10 (1940), pp. 221-44; V. Capparelli, La sapienza di P., I, Padova 1941. Altre indicazioni recenti in G. A. De Brie, Bibl. philosophica 1934-45, I, Bruxelles 1950, pp. 28-39
Raffaello Del Re
PITATI, BONIfACIO de : v. BONIfACIO VERONESE.
PITHOU, PIERRE. - Giurista, n. a Troyes il $1^{\circ}$ nov. 1539, m. a Nogent-sur-Seine il $1^{\circ}$ nov. 1596. Compì gli studi giuridici insieme al fratello François, all'Università di Bourges, alla scuola di Cuiacio.
Divenuto avvocato non esercitò a lungo la professione anche perché, essendo calvinista, dovette peregrinare in varie città. A Sédan fu incaricato dal duca di Bouillon di redigere le consuetudini del suo dominio. Nel 1571 si converti al cattolicesimo, contemporaneamente ad Enrico IV di Borbone di cui era partigiano. Successivamente fu nominato governatore generale della Camera di giustizia di Guienna dove rimase alcuni anni; tornò poi a Parigi continuandovi le sue indagini giuridiche. Svolse un'efficace azione per l'avvento al trono di Enrico IV e dopo l'entrata del Re a Parigi ebbe l'incarico di procuratore generale al Parlamento provvisoriamente istituito.
Fautore delle idee gallicane, le propugnò nell'opera Les libertés de l'Eglise gallicane (Parigi 1594) alla quale attinsero i successivi sostenitori del gallicanesimo. Curò, oltre a quella di molte opere letterarie e storiche (Quintiliano, Petronio, Fedro, Paolo Diacono, Ottone di Frisinga), l'edizione delle Novellae giustinianee (Basilea 1574), delle Leges Wissgothorum (Parigi 1579), dei Caroli Magni, Ludovici Pii et Caroli Calvi Capitula (ivi 1588); e, con il fratello François, l'edizione del Corpus Iuris Canonici, pubblicata dopo la sua morte (2 voll., ivi 1687 ).

(da F. Cabral, Histoire du zard, P., Parigi 1881, anteparto) Pitra, Jean-Baptiste - Ritratto.
BibL.: J. J. Grosley, Vie de P. P., 2 voll., Parigi 1766; E. Georges, Biographie de P. et François P., Troves 1849; H. Hauser, Les sources de l'histoire de France. XV'F siècle, IV, Parigi 1916, p. 176 sgg.; A. van Hove, Prolggunenu, $2^{\circ}$ ed., Malines-Roma 1945, p. 561 se. M. Teresa de Simone Niquesa
PITIGLIANO, diOcesi di: v. SOVANA E PITIgliano, diOcesi di.
PITRA, Jean-Baptiste. - Benedettoino, cardinale, bibliotecario di S. R. Chiesa, n. a Champforgeuil (dip. di Saône-et-Loire) il $1^{\circ}$ ag. 1812, m. a Roma il 9 febbr. 1889. Prima professore nel Seminario di Autun, entra nel 1841 nel monastero di Solesmes, viene nominato nel 1843 priore di St-Germain di Parigi, e vi stende l'elenco e sceglie le edizioni dei Padri greci e latini per le due Patrologie del Migne; viaggia dal 1845 al 1850 per riparare al disastro finanziario di Solesmes; è chiamato a Roma nel 1858; viaggia in Russia e in Austria (1859-60), è creato cardinale nel 1861, nominato bibliotecario di S. Chiesa nel 1861, cardinale-vescovo di Frascati nel 1879, di Porto e S. Rufina nel 1884; muore povero, com'era vissuto, nel lavoro e nella solitudine.
Opere: la vasta produzione del P. segue le diverse tappe della sua carriera, e non ebbe ai suoi tempi grande risonanza, nemmeno presso i dotti. Professore a Autun, acquistò e pubblicò l'iscrizione di Pettorio (1839; cf. Spicilegium; I, 554-64) e preparò: Histoire de St Léger et de l'Eglise des Gaules au VII e siècle, pubblicata più tardi (Parigi 1846). Collaborò a L'auxiliaire catholique, rivista fondata dall'abate di Solesmes (voll. II-IV, 18451846) e all'Univers (1851); frutto dei suoi anni di viaggio (1845-52) e delle visite alle biblioteche sono: Lettre au p. Lacordaire sur le couvent d'Unterlinden (in L'auxiliaire catholique, 4 [1846]), La Hollande catholique (Parigi 1850), Etudes sur la collection des Actes des saints des PP. Bollandistes (ivi 1850), Vie du p. Libermann (ivi 1855).
L'opera maggiore del P. s'aggira intorno a tre centri di interesse: i Padri della Chiesa, i canonisti bizantini,
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i melodi greci: Spicilegium Solesmense (4 voll., ivi $1852-58$ ), dove si contengono fra l'altro le Clef du (pseudo) Méliton, un frammento di Papia, il Carmen apologeticum di Commodiano, gli Antirrathica di Niceforo di Costantinopoli e i Monumenta Ecclesiae Constantinopolitanae (disciplina, istituzioni monastiche e liturgiche), Juris ecclesiastici Graecorum historia et monumenta (2 voll., Roma 1864-68); Hymnographie de l'Eglise grecque (ivi 1867 ), dove espone il segreto da lui scoperto della poesia ecclesiastica greca; Analecta sacra Spicilegio Solesmensi parata (4 voll., Parigi, Frascati, Venezia 1876-83); più tardi vi aggiunse il V: Analesia sacra et classica (Parigi 1888) contenente tratti di autori cristiani del iv e v sec., derivati dalle Catenue Patrum; il VI, riserbato agli inni di melodi greci, rimase inedito; il VII: Juris ecclesiastici Graecorum selecta paralipomena (ivi 1891), fu pubblicato postumo dal suo segretario, mons. A. Battandier; l'VIII, fuori serie (Montecessino 1881), contiene gli scritti di s. Ildegarda; Analecta nosissima (2 voll., Frascati 1883-88), di cui il I contiene: De epistolis et regestis Romanorum Pontificum; il II: Tusculana, contiene gli scritti inediti di quattro vescovi francesi di Frascati: Oddone di Gurscamp, Oddone di Chatcouroux, Giacomo di Vitry, Bertrando de la Tour.
BibL.: E. Cabrol, Bibliogr. des oeuvres de S. Excell. le card. P...., Solcames 1886 e 1888 , riassunto in Bibliogr. des Bénédictins de la consecigation de France, ivi 1906, pp. 120-31; Bardenhewer, I, p. 60 e passim; P. Scjourné, s. v. in DThC, XII, coll. 2238-42; A. Battandier, Le card. Y.-B. P., évêque de Perio, bibliothecaire de la Ste Eglise romaine, Parigi 1896 (le due biografie si integrano a vicenda); F. Cabrol, Hist. du card. P., ivi 1893.
I PITRE, Giuseppe. - Il massimo studioso di tradizioni popolari che vanti l'Italia, e uno dei più insigni in Europa, n. a Palermo il 22 dic. 1841, m. ivi il 9 apr. 1916. Esercitò la professione di medico per tutta la vita, senza mai interrompere la sua attività di studioso. Fondò un Museo di etnografia siciliana (ora alla Favorita e ingrandito per merito del prof. G. Cocchiara). Negli ultimi anni tenne la cattedra di demopsicologia all'Università di Palermo.
Sua opera principale rimane la Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane in 25 voll., che raccoglie il Corpus della vita tradizionale dell'isola, illustrandone tutti gli aspetti, dai canti, fiabe e leggende, usi e costumi, feste e spettacoli, ai giochi, proverbi, indovinelli, ecc. Importantissima anche la Bibliografia delle tradizioni popolari d'Italia (fino al 1894: un secondo volume, manoscritto presso gli eredi, arriva fino al 1916). Nel 1882 fondò, insieme con un altro valoroso folklorista siciliano, S. Salomone Marino, e diresse per oltre un ventennio l'Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, cui collaborarono eminenti filologi ed etnografi. Alla rivista affiancò la collana di Cuvosità popolari tradizionali ( 15 voll.).
Il P. seppe sempre congiungere a un'accurata e larga raccolta dei materiali una profonda comprensione della psicologia e della vita popolare.
BibL.: G. A. Cesareo, Il P. e la letteratura del popolo, Palermo 1917; G. Gentile, Il tramonto della cultura siciliana, Bologna 1917; G. Cocchiara, G. P. e le tradizioni popolari, Palermo 1941: id., P., la Sicilia, il folklore, ivi 1951. Paolo Toschi
PITTONI, Giambattista. - Pittore, n. nel 1687, forse a Venezia, m. ivi il 17 nov. 1767.
Ricevette i primi rudimenti dell'arte dallo zio Francesco, mediocre pittore, ma alla sua formazione concorsero diversi artisti veneti contemporanei : il Grassi, il Balestra, il Bencovich, il giovane Tiepolo, attraverso i quali egli venne maturando uno stile proprio che per le qualità cosmopolite gli procurò larga fama e numerose ordinazioni da tutta Europa. Egli però non si mosse mai da Venezia, operando attivamente e insegnando in quella Ac-

(fot. Alinari)
Pittoni, Giambattista - Annunciazione - Venezia, Gallerie dell'Accademia.
cademia, di cui fu uno dei fondatori e che presiedette per molti anni.
Lo stile del P. è caratterizzato da un colore vivo e frizzante, da forme sciolte e movimentate, da una naturale leggiadria che a volte diventa leziosaggine ma che, specie nelle piccole composizioni, dà luogo ad opere piene di grazia e di vivacità. Da ricordare : del 1721 ca. il Martirio di s. Tommaso (chiesa di S. Stae, Venezia), del 1723 la Madonna e santi (S. Corona, Vicenza) dalle forme nervose e dai forti contrasti di tinte vivaci; di ampio respiro : la Moltiplicazione dei pani (Accademia, Venezia) e la Presentazione di Maria al Tempio (ivi, Palazzo Pisani); al quarto decennio appartengono diversi quadri a piccole figure, di gusto accentuatamente rococò: la Continenza di Scipione (Louvre), il Trionfo di Alessandro (Escuriale), il Sacrificio di Polissena (coll. Cook), ecc. Quadri di altare dello stesso periodo si trovano a Brescia (S. Maria della Pace), Verona (S. Maria in Organo), Vicenza (Duomo). L'Annunciazione, dal P. donata all'Accademia di Venezia, forse nel 1727, segna una ripresa di energia compositiva e vivacità cromatica, che però non avranno seguito. Dell'operosità del P., oltre ad innumerevoli tele sparse in collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, si citano ancora la Diana e le ancelle e l'Olindo e Sofronia (Museo, Vicenza), il S. Tommaso (Borgo Val Sugana) e un soffitto recentemente ricuperato (duomo di Thiene); sono rimasti anche numerosissimi disegni che testimoniano, con i "modelletri", la costante e meticolosa elaborazione degli schemi e delle figure da parte del pittore.
Bial.: L. Coggiola Pittoni. Dei P. antisti veneti, Bergamo 1907; id., Opere ined. di G. B. P., in Dedalo, 8 (1927-28), p. 671 ; id., Paradoinfluenza francese nell'arte di G. B. P., in Riv. della vitri di Venesia, 1933, p. 309 (con elenco e bibl.); H. Voss, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, con bibl.; M. Goering, Zur Kritik u. Datierung des Werkes des G. B. P., in Mitteil. des kunsthist. Inst. in Florenz, 4 (1934), p. 201; W. Amlan, Studi nella pittura veneziana del primo Settecento, in La critica d'arte, I (1939-36), p. 238; R. Pallucchini, I disegni di G. B. P., Padova 1942: id., Dipinti del P. ritrovati, in Arte veneta, 1949, p. 164. Nolfo di Carpegna
PITTSBURG, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Pennsylvania, U.S.A. La diocesi di P., suffraganea di Filadelfia, copre oggi un territorio di 7238 miglia quadrate, ha una popolazione totale (censimento 1950) di $2.799 .675 \mathrm{ab}$. dei quali 832.745 sono cattolici (1951). Vi sono 1020 sacerdoti dei quali 262 sono religiosi di 9 congregazioni diverse, 416 parrocchie, 267 cappelle, 65 missioni, 44 congregazioni femminili con 4612 religiose, 4 collegi ed universita (Duquesne University, diretta dai Padri dello Spirito Santo), 4 orfanotrofi, 10 ospedali e 5 case per vecchi.
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Pittaburg, diocesi di - Veduta della città e, in primo piano, l'Istituto per le ricerche industriali.
E molto probabile che il gesuita Bonnecamp abbia tenuto nel 1749 il primo servizio religioso per i bianchi della diocesi. La città di P. fu così chiamata per onorare William Pitt, primo ministro d'Inghilterra, quando l'armata britannica prese possesso del forte Duquesne nel 1758 , detto poi Fort Pitt o P. Avendo i Francesi lasciato il territorio, la religione cattolica non ebbe quasi seguaci nella Pennsylvania dell'ovest per ca. 30 anni e i cattolici, che vi si stabilirono, furono osteggiati dai calvinisti.
La prima chiesa di P., conosciuta ancora oggi sotto il nome di "Old St. Patrick's", fu aperta nell'ag. del 1811. Già nel 1825 , mons. Benedetto Giuseppe Flaget considerò P. come la sede di una futura diocesi, ma soltanto nel 1836 mons. Francesco P. Kenrick propose lo smembramento della diocesi di Filadelfia. Nel genn. 1836, il rev. Giovanni Hughes venne nominato vescovo della nuova sede di P. ma poco dopo Roma annullava la nomina. Il 14 maggio 1843 con lo smembramento di Filadelfia fu di nuovo proposta alla S. Sede l'erezione della diocesi di P. da parte del V Concilio provinciale di Batimora. Con il breve Universi Dominici gregis Gregorio XVI eresse P. per la parte ovest della Pennsylvania (8 ag. 1843); mons. Michele O'Connor fu il primo vescovo consacrato a Roma il 15 ag. e prese possesso il 3 dic. dello stesso anno. Dopo una grande attivita nella diocesi entrò nella Compagnia di Gesù; fondò un seminario diocesano e chiamò dal Canadà gli Oblati di Maria Immacolata per dirigerlo, ma fu per poco tempo. Nel 1852 la diocesi era tanto prospera che si pensò a smembrarla. Il I Concilio plenario di Baltimore riunito il 9 maggio 1852 ne fece la proposta a Roma. Infatti il 29 luglio 1852 fu eretta la diocesi di Erie. P. fu allora ridotta a 11.314 miglia quadrate. Sotto mons. M. Domenec, successore di mons. O'Connor, la diocesi fu di nuovo smembrata per formare la diocesi di Allegheney City, ma solo per breve tempo perché tale sede fu soppressa. Nel 1901 la S. Sede eresse la diocesi di Altoona per smembramento di P. e di Harrisburg.
Bim.: R. Censrin, s. v. in Cath. Enc., XII, pp. 171-26; J. G. Shea, History of the Catholic Church in the United States, III, Nuova York 1890, p. 576; IV, ivi 1892, pp. 65-80; The Official Catholic directory, ivi 1950, pp. 462-72.
Gastone Carrière
PITTURA. - Si può definire come quel complesso di esigenze e regole, soggettive ed obbiettive, che un artista realizza per tradurre su di una superficie (piano della tavola, intonaco, tela, ecc.) l'immagine della propria fantasia, mediante elementi figurativi, quali linee, colori, chiaroscuro, ecc. In realtà, la p., dal sec. xvir in poi, è apparsa (nella teoria e in concreto) essenzialmente quale esigenza espressiva interiore, o visione dell'artista, che si chiama pitto-
rica, per alludere in genere ad un insieme di motivi ad essa visione inerenti (movimento, macchia, tocco, chiaroscuro, ricerca impressionistica, ecc.) astrattamente distinti dalla visione figurativa che si dice plastica o scultorea. Tuttavia, si tratta di distinzioni schematiche che, al più, sono indicative di un determinato periodo dello svolgimento della p.; od hanno valore semplicemente grammaticale, ai fini dell'attività critica.
A partire da Cennino Cennini, la p. viene considerata arte che ha per fondamento il disegno. Nella teoria del sec. xv, la p. si configura come scienza in funzione dell'imitazione; arte dell'imitare. L'insieme delle regole riguardanti la p. si basa sul disegno, prospettiva, luci, ombre, colori, secondo la divisione della p. stessa in tre parti : circoscrizione, componimento, ricevimento dei lumi (L. B. Alberti). Allo stesso modo, per L. Dolce la p. è "imitazione della natura per via di linee e di colori", previa la divisione della medesima in "disegno, colorito, invenzione». Anche per Leonardo (v.), la p. è scienza; e la "prospettiva aerea", ne costituisce appunto l'aspetto "pittorico", rispetto a quello "lineare". L'importanza dei concetti di imitazione, disegno, invenzione, nei confronti della p., viene confornata dalle idee di G. Vasari (v.). Nel Seicento mette conto di riferire la definizione - non più teorica, ma pratica e però implicante il motivo barocco dell'illusionismo ottico - che della pittura fornisce F. Baldinucci (1681): "un piano coperto da vari colori, in superficie di muro, di tavola, di tela, o d'altro; il quale per virtù di linee, d'ombre, di lumi, e d'un buon disegno, mostra le figure tonde, spiccate e rilevate".
Tralasciando altre definizioni del concetto di p., si accennerà ai procedimenti tecnici ed allo sviluppo linguistico. Per quanto concerne i primi, le singole voci: "affresco" (v.), "encausto" (v.), "tempera", "acquerello", ecc. singolarmente considerate, potranno essere esplicative. Qui basterà ricordare come, nella p. ad affresco, la parete, opportunamente preparata (intonaco, arricciato), debba restare umida per l'assorbimento dei colori, semplicemente diluiti nell'acqua. L'encausto invece (tecnica parietale o su tavola) presuppone lo scioglimento dei colori nella cera calda; e la tempera (specialmente usata nella p. su tavola) presuppone la diluizione del colore in parti uguali, mediante il tuorlo d'uovo, od una colla cui si aggiungeva miele ed aceto. Era la tecnica più comunemente usata dai pittori italiani ed europei, dal medioevo fino al pieno Rinascimento; e le tavole, talora incamutate di tela, venivano comunque ricoperte da uno strato di gesso e colla (imprimitura, mestica). Il procedimento della p. ad olio non rappresenta l'invenzione singola dei fratelli van Eyck, diffusa in Italia da Antonello da Messina (Vasari), ma piuttosto è il frutto di risultati collettivi, dovuto forse inizialmente al modo di variamente diluire i colori insieme alle vernici, mediante olii, tra cui quello di trementina. Che i Fiamminghi avessero ottenuto, nel sec. xv, da tali esperienze, risultati mirabili, nella trasparenza, vivacità o profondità di toni e densità smaltata di superfici, lo provano le loro opere. Ma la p. ad olio, intesa in senso più apertamente "pittorico", ebbe il suo svolgimento a Venezia, al principio del Cinquecento, con Giorgione, Palma il Vecchio, Tiziano, ecc.; e coincide altresi con la scoperta (cui non furono estranei Piero della Francesca, Antonello e Giovanni Bellini), del tono. La novità della p. "tonale" consiste nell'assegnare alla qualità delle tinte una reciproca concordanza, sulla base di una intonazione predominante, nel contempo riferendo al colore stesso la proprietà generativa della luce e dell'ombra. Elementi della p. "tonale" diverranno sempre più il tocco e la pennellata, cosi che la p. veneta diviene spiccatamente
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"p. di macchia", fino all'impressionismo di certi dipinti di Tiziano tardo. D'altra parte, la p. "tonale" implica ancora altre singole interpretazioni, che pure avranno nell'ambito stesso della scuola veneziana importanti svolgimenti. E basterà accennare al luminismo coloristico e manieristico del Tintoretto e del Bassano; e al cromatismo di Paolo Veronese (v.).
"L'acquotello", cosi come il "pastello ", è procedimento più recente. Eseguito essenzialmente su di un supporto bianco come la carta, esso esclude la mescolanza dei colori alla biacca, ed implica una fattura leggera ed a macchia, mediante colori estremamente liquidi e trasparenti. Il "pastello ", l'uso cioè dei colori mescolati in polvere (argilla bianca, bolo armeno, ecc.) e poi essiccati e ridotti in bastoncini, mediante i quali si dipinge direttamente sfregando, venne usato specialmente a Venezia (Rosalba Carriera), in Francia e in Inghilterra, a partire dal sec. xvili.
Per quanto riguarda lo svolgimento linguistico, importante ai fini della storia del gusto, conviene subito rilevare come, presso i popoli primitivi o preistorici, la p. sia da considerare piuttosto nel senso di pittografia, ossia disegno colorato, generalmente privo di volume, e di valore decorativo-narrativo. Nelle p. rupestri della civiltà dei cacciatori del paleolitico superiore, le figurazioni dei bisonti, nella loro intuitiva stilizzazione, rilevano questo intento narrativo del ricordo di un combattimento, di una caccia, o hanno valore magico e propizizitorio.
Nell'antico Egitto la p. fu inizialmente "policromia", in funzione dell'architettura e della scultura; mentre presso la civiltà cretese-micenea la p. ebbe intenti pitto-grafico-decorativi, con vivacità cromatiche sorprendenti. Presso i Greci, la p. ebbe dapprima (sec. viit a. C.) intenti di geometrizzazione od astratta stilizzazione. D'altra parte lo svolgimento stilistico è intuibile, attraverso la p. vascolare e le notizie tramandate specialmente da Plinio. Cimone peloponnesiaco era noto per la rappresentazione in scorsio della figura umana; mentre ad Agatareo, a Polignoto ed a Parrasio si attribuivano ulteriori conquiste tecniche nella p.: dalla prospettiva al linearismo espressivo (sec. v a. C.). Più tardi, Pausia verrà ricordato per l'uso dell'ancausto e per particolari ricerche prospettiche e chiaroscurali (sec. Iv a. C.). Apelle, infine, raggiungerà lo sfumato e la grazia nei suoi ritratti e dipinti. A loro volta gli Etruschi furono attivi nella p., come confermano gli affreschi nei numerosi ipogei. Mentre nella cosidetta fase ionica, la loro p. è visione lineare, stilizzata, in superficie; mentre nella fase arcaica si osserva maggiore naturalismo nei movimenti e proporzioni; infine, nella fase ellenistica, volume, scorcio, chiaroscuro e movimento concorrono a suggerire un alto padroneggiamento dei mezzi d'espressione. I Romani rivestirono di p., ad affresco o ad encausto, specialmente le pareti delle loro case. Si è parlato di uno stile pittorico greco-romano; e comunque la classificazione dei dipinti parietali in quattro stili (ad incrostazione; dell'eschitettura in prospettiva; della parete reale; dell'illusionismo architettonico) allude ad alcune importanti constatazioni : da un lato il rapporto, ottico e decorativo insieme, tra p. e prospettiva geometrica; dall'altro, le immagini figurative del terzo stile sono eseguite con tecnica rapida, audace, a tinte disgregate, con effetto impressionistico. Sono i modi dell'ore compendiaria (concetto che si ritrova in Plinio e Petronio); di quella p. a "macchia" di probabile origine ellenisticosalessandrina, che si apprezza ancora nei paesaggi con scene dell'Odissea, ora nella Biblioteca Vaticana; o, variamente interpretata, negli affreschi delle catacombe. D'altra parte, la p. paleocristiana (ivi compresi i musaici), fino al sec. v in linea generale prosegue i modi "compendiari».
Durante il lungo periodo dell'arte bizantina, la p., esaltando in prevalenza valori decorativo-ornamentali in un cromatismo che si vale di forme in superficie, racchiuse da linearismi sempre più astraenti (simbolismo, convenzionalismo, stilizzazione), si svolge su di un piano ove domina il ritmo; non la narrazione o l'effetto tridimensionale. L'età romanica, oltre l'affermarsi sempre
più dominante della tecnica della p. su tavola, vide, a partire dal sec. xili, il costituirsi delle prime scuole pittoriche italiane: a Lucca, Pisa, Firenze, Roma, Siena. Il Trecento fu grande nella p. (si pensi soltanto a Giotto, a Simone Martini, ai Lorenzetti). Si andava sviluppando allora più stretto il rapporto tra p. e miniatura, reciprocamente impegnate a dare del linguaggio gotico singolari interpretazioni, influenzandosi a vicenda; e dando luogo, sullo scorcio del secolo, al cosiddetto gotico internazionale.
Riguardo le esigenze del Rinascimento in campo pittorico, si è accennato : e qui converrà solamente ribadire il ruolo determinante che, a sostegno di tali esigenze, rappresentavano i principi teoretici risalenti alla convinzione della identità di arte e scienza. Principi che poi rimarranno attivi ancora durante il manierismo. Nei confronti della p. è importante, in questo senso, il "cangiantismo" dei dipinti di Federico Barocci: che rappresenta evidentemente una elaborazione, programmatica e intellettualistica, dello "sfumato" del Correggio (v.).
Per il Seicento, converrà limitarsi a ricordare il fattore decisivo costituito dall'antitesi luce-ombra nella p. caravaggessa. E mentre il "luminismo" caravaggesso, la stessa riforma pittorica in senso naturalistico del Caravaggio (v.) avranno valore di sintesi plastico-pittorica e portata europea, nel Velazquez (v.) e nel Rembrandt (v.) il caravaggismo sarà alla base di una ripresa neoveneziana. Neovenezianismo che, ca. il 1630 , troverà interpretazioni diverse in numerosi pittori italiani di ascendenza bolognese. E l'influsso di pittori fiamminghi quali Rubens o van Dyck si esercitò sulla scuola genovese e altrove. A Bologna, poi, conviene accennare all'importanza assunta dal cosiddetto rococinquecentismo dei Caracci.
Durante il Settecento gli svolgimenti più significanti nella p. italiana si ebbero soprattutto a Venezia, Bologna e Napoli. Per Venezia, basterà riferirsi ai Tiepolo (v.), e ai "vedutisti" e passisti (Canaletto, Guardi, Zuccarelli, ecc.), per intendere come ormai fossero state poste le basi per una p. "moderna" rispetto al tempo. Ancora in Francia la p. si fregia di nomi famosi, come Fragonard, Watteau, Boucher, sottili interpreti di levità pittoriche settecentesche. E nella scuola inglese la tradizione vandychiana troverà ulteriori svolgimenti e singolari individuazioni nel Romney, nel Reynolds, nel Gainsborough, ecc.
L'idea di una p. "scultorea" e classicheggiante, diverrà, nella seconda metà del secolo, concreta e, però, informata a principi estetici astratti (neoclassicismo, v.). Parallelamente ai valori romantici, la concezione di una p. "pure", collegata al concetto del "sublime", finirà per prevalere. Nel "sublime" rientra infatti quel concetto di "pittoresco" che, sorto in Italia, venne elaborato in Inghilterra, fino al 1830. E le manifestazioni europee della prima metà dell'Ottocento, decisive nel senso di una p. che sia valida per se stessa, senza imprestiti dalle altre arti, rispondono ai nomi di Goya, Turner, Constable, Carot, Coucher, Delacroix.
Finalmente, in Francia, con l's impressionismo " (v.), e in Italia, con i "macchiaioli" (v.), il "divisionismo", ecc., la p. moderna conduce verso le ricerche ed esperienze contemporanee che, identificandosi nei movimenti ben noti del futurismo (v.), cubismo (v.), surrealismo (v.), astrattismo, esasperano l'esigenza di una p. quale espressione di forme pure, prescindenti dai valori della verosimiglianza e della illustrazione.
Bibs.: K. Voermann, Malerei des Altertums, Lipsia 1878; P. Girard, La peinture antique, Parigi 1892; E. Beger, Die Maltechnik des Altertums, Monaco 1904; G. Previati, La tecnica della p., Torino 1903; C. Loumger, Les traditions tichniques de la peinture médiévale, Bruxelles 1920; G. E. Rizzo, La p. ellenistico-romana, Roma-Milano 1929; F. Wittgens (E. Modigliani), Mentore, Guida alla studio dell'arte italtiana, Milano 1940; M. Unold, Della p., ivi 1950.
Luigi Grassi
PITTURA CRISTIANA ANTICA: v. iconografia cristiana antica.
PIURA, diocesi di. - Città e diocesi del Perù, suffraganea di Trujillo.
Ha una superficie di $43.588 \mathrm{~kmq}$. e una popolazione di 500.000 ab. di cui $498.975^{\circ}$ cattolici, con 60 chiese e 26 par-
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(fol. Musci l'ali:ani)
Piviale - P. di s. Alboino di Bressanone (secc. x-xi).
rocchie, 23 sacerdoti diocesani e 27 regolari; 3 istituti di istruzione maschili e 3 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 320).
La diocesi fu eretta dal papa Pio XII il 29 febbr. 1940 con la cost. apost. Ad christianae plebis per smembramento dalla diocesi di Trujillo, erigendo a cattedrale la chiesa di S. Michele Arcangelo.
Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLV, pp. 161-62: AAS, 32 (1940), pp. 472-74. Enrico Josi
PIUSVEREIN. - Associazione fondata a Magonza nel 1848 da A. F. Lenning, canonico della Cattedrale, e da G. Riffel per organizzare i cattolici di Germania in difesa della loro libertà religiosa e dei loro diritti civili. Ebbe il nome dal papa Pio IX, allora regnante.
L'Associazione, secondo l'articolo primo dello statuto, si proponeva «di impedire, tenendo fede ai fondamenti della libertà e dell'assoluta parità nelle questioni religiose, che questa libertà e parità non venissero menomate in nessun modo e da nessuna parte ai danni della religione cattolica». Inoltre fu approvato che si procedesse alla costituzione di un'analoga associazione in ogni città e villaggio tedesco, dove risiedessero cattolici, e che il $P$. di Magonza, tenuto conto della particolare importanza della città e del numero di cattolici ivi residenti, diventasse la centrale nazionale di tutte le varie associazioni locali. Il $P$. di Magonza fu d'esempio alla formazione delle altre associazioni sparse in tutta la Germania. Dall'Assia alla Slesia, dal Wörternberg al Baden, dal Tirolo al Baltico e dal Reno alla Polonia, la Germania cattolica si strinse in tante associazioni, i cui rappresentanti nell'ott. 1848 si riunirono in un congresso generale a Magonza e costituirono l'Associazione cattolica della Germania (Katholischer Verein Deutschlands). Fu questa la prima organizzazione nazionale dei cattolici, che da allora in poi si riunirono periodicamente in congresso nei Katholikentage. Anche in Svizzera sorse a Beckenried nel 1857 il $P$., con gli stessi scopi di quello tedesco, si diffuse in tutti i cantoni e costituì nel 1904 a Lucerna, insieme ad altre organizzazioni, la Schweizerische Katholisches Volksverein. In Austria prese il nome di P. zur Förderung der katholischen Presse, l'Associazione costituita nel 1905 da p. Kolb, la quale nel 1920 confluì nel Volksbund der Katholiken Österreichs.
Bibl.: H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland im neuszehnten Jahrhundert, III, Magonza 1896, p. 511 sgg.; J. May, Geschichte der Generalversammlungen der Katholiken Deutschlands (1848-1902), Colonia 1903, pp. 21-26; L. Bergaträuser, Studien zur Vorgeschichte der Zentrumspartei, Tubinga 1910, pp. 142-88; L. A. Veit, Die Kirche im Zeitalter des Individualismus (J. P. Kirsch, Kirchengeschichte, IV, III, Friburgo in Br. 1925, p. 252 (sul P. in Svizzera). Silvio Furlani
PIVIALE (Pluviale, cappa, mantus). - Manto liturgico di forma semicircolare, lungo fin quasi ai
Vespermantel $=$ manto del Vespro). Alla fine del sec. xi la cappa finisce per diventare una veste liturgica in tutte le funzioni fuori della S. Messa, restando la pianeta esclusivamente propria della S. Messa; e vien portata non soltanto dai sacerdoti o vescovi, ma da tutto il clero, dai cantori e dai ministri inferiori. In Italia si preferisce il nome di p. perché ha la forma di un manto che protegge dalla pioggia e dalle intemperie, mentre fuori d'Italia si chiama cappa, in Spagna anche mantus.