a da tutto il clero, dai cantori e dai ministri inferiori. In Italia si preferisce il nome di p. perché ha la forma di un manto che protegge dalla pioggia e dalle intemperie, mentre fuori d'Italia si chiama cappa, in Spagna anche mantus. Vien fatta, di regola, di seta e segue le regole dei colori liturgici.
Bibl.: E. Bishop, The origin of the cope as a church vestment in Dublin Review, genn. 1897, p. 1 sgg.; J. Braun, Die liturg. Gewandung im Oecid und im Orient, Friburgo in Br. 1907, pp. 396358; id., Die liturg. Paramente, ivi 1912 (trad. it., I paramenti sacri, Torino 1914, pp. 110-16); E. Bishop, Liturgica lictorica, Oxford 1918, pp. 260-75; C. Callewaert, De plautali, in Collat. Brogeaux, 26 (1926), pp. 166-71; id., Sacris erudiri, Steenbrugge 1940, pp. 227-30; M. Righetti, Mon. di it. liturg., I, $2^{\circ}$ ed., Milano 1950, pp. 510-11. Pietro Siffrin
Arte. - Quanto alla forma, in origine il p. non si distingueva dalla pianeta a campana se non per essere provvisto di cappuccio; non sempre era aperto davanti, mentre dal sec. xI in poi prevalse definitivamente la cappa aperta e la sua forma non mutò fino ad oggi.
Varie trasformazioni subirono invece le guarnizioni e il cappuccio; le prime, da molto semplici e strette si andarono via via allargando e ornando di ricami, specialmente a figure; il secondo, dal sec. xi in poi, perse la sue funzioni di copricapo e nella seconda metà del sec. xir divenne un puro ornamento, diminuì le sue dimensioni e si ridusse ad un cappuccio in miniatura. Rimangono esempi di questo tipo di transizione nel duomo di Halberstadt (sec. xir) e in S. Paolo in Carinzia (sec. xiri). Già nel sec. xiri il minuscolo cappuccio si è tramutato in un pezzo di stoffa piccola e triangolare, che ricorda ancora il cappuccio solo per la sua forma. Con i secc. xiv e xv il triangolo si trasforma lentamente in uno scudo (elipeus) di proporzioni sempre più ampie e nella seconda metà del Quattrocento prende la forma di un arco ogivale; poi di un mezzo cerchio; nel barocco diventa ovale, giungendo in ampiezza fin oltre al mezzo del vestito. Molta importanza hanno nel medioevo i fermagli dei p.; gli inventari dànno un'idea della loro ricchezza e meglio ancora qualche bellissimo esempio rimasto. Più numerosi quelli ornati di figure (duomo di Aachen, Museo d'arti e mestieri a Berlino); più rari quelli ornati di pietre preziose e di perle (S. Pietro a Salisburgo, duomo di Aosta). Lungo l'orlo del p. si trova talvolta una frangia, un gallone o anche dei campanelli in guisa di ciondolo (duomo di Aachen).
L'uso del p. devette crescere con i secoli, secondo quanto documentano gli inventari; nel secc. xiv, xv, xvi si trovano elencati sempre più numerosi, preziosi p. fatti di splendide stoffe (cf. l'inventario del duomo di Praga
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del 1387 e quello della cattedrale di Lincoln del 1536). Del medioevo si conservano p. interamente ricamati a figure inscritte in campi rotondi o quadrilateri, disposti in serie parallele al lato retto del p. o in zone concentriche. La maggior parte di questo tipo, di cui si hanno esemplari magnifici anche in Italia, proviene dall'Inghilterra, particolarmente rinomata per questo genere di lavoro ad ago, che prese nei secc. xiri e xiv la denominazione di opus Anglicanum. Fra i più antichi di questi p. istoriati (sec. xiII) si ricordano quello di S. Paolo in Carinzia con le Storie dei ss. Biagio e Vincenzo, quello del Museo Vittoria e Alberto di Londra; in Italia quelli di Ascoli Piceno, di Anagni e del Museo civico di Bologna. Ricami di tipo ciprense palermitano, in oro su diaspro rosso, con pappagalli affrontati sono nel p. di Bonifacio VIII ad Anagni e in quello di S. Corona a Vicenza. Del sec. xiv sono gli stupendi esemplari del duomo di Pienza, di S. Giovanni in Laterano, di Toledo, Comminges, Salisburgo. Eccezionali nel sec. xv i tre p. dell'Ordine del Toson d'oro nel Museo di Corte di Vienna, tanto più che dopo il sec. xiv i assai più comune il tipo di p. con ricami soltanto nello scudo e nella guarnizione. Esempi notevoli di questo tipo sono in S. Maria in Danzica, nella cattedrale di Xanten, nel Museo di Berna. In tempi posteriori l'intero p. è ornato di ricami a motivi ornamentali e soltanto lo scudo e la guarnizione sono ricamati con figure; bell'esempio il p. in teletta d'oro nella chiesa di Gandino, il p. detto di Urbano V a Montefuscone e altro nel 'l'esorto della cattedrale di Aosta. Internamente ornati di motivi floreali sono i p. della chiesa di S. Donato a Siena e della pieve di S. Lorenzo a Montefiesole. Esempi di sontuosa colorazione a giardino sono i p. di scuola veneziana del principio del sec. xvi di S. Tomà a Venezia e della collezione Larcade a St-Germain en Laye; sempre opera veneziana il p. in velluto broccato con Annunciazione e otto figure di santi nel Museo nazionale di Firenze e quello del duomo di Recanati. Notevolissimo quello del duomo di Genova, i cui disegni si riferiscono a Pierin del Vaga. Motivi fantastici ispirati all'arte orientale sono nel p. settecentesco del duomo di Ancona, e capolavoro dei tessuti di ganzo è il p. del sec. xvir della basilica di Gandino, analogo ad un parato della basilica di Alzano Maggiore e ad un altro della chiesa dell'ospedale maggiore di Bergamo. - Vedi tav. CXII-CXIII.
Bibl. : J. Dreger, Europäische Veberei und Sticherri, Vienna 1904; I. Ecrers, Un tesoro di stoffe ricamate, in Rassegna d'arte, 1912, pp. 171-74; A. Christie, A reconstructed embroidered capie of Anagni, in Burlington magazine, 48 (1926), pp. 65-77; E.

(fot. Bildarchic d. O. Nationalbibliothek)
Piviale - P. Nr. A. 28 con monogramma C. VI (Carlo VI, 1711-40) - Vienna, Geisl. Schatzkammer.
Podreider, Storie dei tessuti d'arte in Italia, Bergamo 1928; J. Kendrick, English embroidery, Londra 1933. Luisa Mortari
PIZARRO, Francisco. - Conquistatore spagnolo del Perù, n. intorno al 1575 a Trujillo (Cáceres, Estremadura), m. il 26 giugno 1541 a Lima. Figlio naturale di Gonzalo P., non ebbe educazione alcuna, né imparò a leggere ed a scrivere e fu adibito dal genitore a fare il guardiano di maiali.
Le meravigliose storie sul nuovo mondo colpirono vivamente la sua fantasia e P. colse la prima occasione favorevole per recarvisi. Imbarcatosi a Siviglia (ma non si sa in quale anno), si ha notizia della sua residenza ad Hispanisla (S. Domingo) nel 1509, allorché lasciò quell'isola, insieme ad Alonso de Ojeda, per far vela verso il continente, dove partecipò alla fondazione della colonia di S. Sebastiano, nel golfo di Uraba, rimanendovi quale capitano e lasgotenente dell'Ojeda finché le malattie e l'ostilità degli Indios non lo costrinsero allo sgombero. Successivamente accompagnò il Balboa nella spedizione che portò alla scoperta dell'Oceano Pacifico, e Pedro Arias Davila a Veragua, e si stabilì a Panama. Avute quivi da Pascual de Andagoya, che aveva fatto un viaggio lungo le coste del continente sudamericano, notizie particolareggiate su un Impero assai ricco in quelle regioni, P. si accordò con il capitano e collega Diego de Almagro e con il sacerdote Fernando de Luque per allestire una spedizione in quelle lontane contrade. Finanziato da Fernando de Luque, P. partì nel nov. 1524 da Panamá, ma dopo molte traversie ed accaniti combattimenti con gli Indios, dovette rinundare all'impresa: tuttavia l'oro e l'argento, avuto in dono o sortratto agli indigeni, rese possibile una seconda spedizione nel 1526 -27, che portò P. fino a Tümbez, ai confini dell'Impero degli Incas, del cui imperatore Huayno-Capac sentì magnificate le gesta e la potenza. Avuta la definitiva certezza dell'esistenza del ricco Impero, P. si recò nel 1528 in Spagna per ottenere l'appoggio di Carlo V per la conquista del paese. L'Imperatore, con la capitolazione di Toledo, gli conferì il 26 luglio 1529 il governatorato a vita e la capitaneria generale della Nuova Castiglia (nome con cui si indicò allora il Perù); all'Almagro fu concessa l'alcaidia della fortezza di Tümbez ed il diritto di successione al P. in caso di morte di quest'ultimo, a Fernando de Luque il vescovato di Tümbez e l'ufficio di protettore generale degli Indios della regione. Ritornato in America, salpò nel genn. 1531 da Panamá con tre navi alla conquista definitiva dell'Impero, che fu facilitata da una guerra civile che imperversava nel paese. Fatto prigioniero con uno strattagemma, a Cajamarca, Atahuulpa, che usurpava il trono degli Indios, P. occupò Cuzco, la capitale dell'Impero, il 15 nov. 1533, facendovi ricchissimo bottino. Il 18 genn. 1535 P. si trasferì a Lima, dove stabili la capitale della Nuova Castiglia. Sorte in seguito delle divergenze tra P. e l'Almagro, che rivendicava il diretto governo di una parte delle terre conquistate secondo gli accordi conclusi prima della partenza di P. per la Spagna, il fratello di P., Fernando, stroncò brutalmente le pretese dell'Almagro, facendolo condannare a morte ed impiccare. Questo sommario atto di giustizia attirò al P. l'odio dei numerosi seguaci dell'Almagro, i quali decisero di cogliere il momento opportuno per vendicarsi. Il 26 giugno 1541 i congiurati, guidati da Juan de Rada, riuscirono a penetrare nel palazzo di P. e lo uccisero malgrado la sua accanita difesa.
Bibl.: M. J. Quintana, Vidas de los españoles célebres: P., Madrid 1807; W. H. Prescott, History of the Conquest of Peru, Nuova York 1847; C. Garcia, P. a bist. del descubrimiento del Perú, Barcellona 1924; The Harbours Collect. in the Library of Congress. Docum. from Early Peru. The P.'s and the Almagros, 1531-32, Washington 1936; M. Ballesteros Gaibrois, F. P., Madrid 1940.
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(per corissia del datt. B. Degenhart)
Pizzicolli, Ciriaco de' - Disegno a penna del Partenone (inizio sec. xv) - Berlino, Biblioteca di Stato, ms. Hamilton 254.
PIZZICOLLI, Ciriaco de' (Kyriacus de Piceni collibus). - Una delle figure più singolari dell'Umanesimo per versatilità d'ingegno e per curiosità di dottrina : pittore, poeta, oratore, soprattutto archeologo, n. ad Ancona nel 1391, m. a Cremona nel 1452. Si diede prestissimo a viaggiare per l'Italia e fuori.
Nelle terre elleniche trascorse gran parte della sua vita, attento a scoprire e trascrivere epigrafi greche, latine, egizie, e raccogliere manoscritti, sculture, oggetti d'arte, a schizzar profili di monumenti celebri. Immenso e prezioso materiale, ch'egli ordinò nei suoi voluminosi Commentarii, non mai pubblicati, probabilmente periti nell'incendio della Biblioteca degli Sforza a Pesaro (1514), dov'erano depositati. Oggi restano scarse reliquie di autografi e di copie fatte dagli amici.
P. è il pioniere della scienza epigrafica (per quanto non esente da errori e manchevolezze), di cui riconobbe e difese il valore storico di fronte alla tradizione letteraria.
Bibl.: il materiale frammentario epigrafico è in CIL, III, pp. xxit, 129; in Th. Preger, De epigrammatibus Graecis meletemata selecta, Monaco 1889, e in G. B. De Rossi, Inscript. christ., II, I, Roma 1888, pp. 356-87; G. Voigt, Die Wiederbelebung des blass. Alterthums, I, $3^{2}$ ed., Berlino 1893, pp. 268-86; R. Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci, I, Firenze 1905. pp. 48, 69, 127; A. Oudemann, Grundriss der Geschichte der Mass. Philologie, $2^{2}$ ed., Lipsia-Berlino 1909, p. 177 sgg.; P. Mass, Ein Notizbuch des C. von A. aus dem Jahre 1436, in Beiträge zur Forschung, I (1913), pp. 5-15; L. Botta, Per la biografia di C. d'A., in Giura, stor. lett. i²., 63 (1914). pp. 461-62; F. Pall, C. d'A. e la crociata contro i Turchi, in Bull. hist. de l'Acad. roumaine, 20
(1937), pp. 9-60; Pastor, I, pp. 43 e 393; G. Funaioli, Studi di lett. antica, I, Bologna 1946, p. 280 sg. Benedetto Riposati
| PIZZOLO, Niccolò. - Pittore e scultore, n. ca. il 1420, m. a Padova nel 1453. A differenza di tanti altri artisti padovani coevi non frequentò la bottega dello Squarcione ma si formò attraverso il contatto e la collaborazione con i grandi fiorentini operanti a Padova nella prima metà del ' 400 : Filippo Lippi, che aiuta assieme ad Ansuino da Forli negli affreschi della cappella del Podestà, e a Donatello, che assiste nei lavori dell'altare del Santo, nel 1446-48.
Del 1448 è la convenzione con cui il P. e il Mantegna si impegnano ad eseguire metà della decorazione della cappella Ovetari agli Eremitani di Padova. La morte improvvisa, avvenuta in una rissa, interruppe l'opera del P. che si limitò all'esecuzione della figura dell'Eterno nell'abside e dei tondi con i Padri della Chiesa; ma la grande affinità di stile fra lui e il Mantegna, più giovane di dieci anni, ha fatto sì che solo documenti recentemente venuti in luce hanno dato modo di stabilire con precisione la parte spettante ad ognuno dei due soci, restituendo al Mantegna alcuni affreschi (Santi nell'abside, e Storie di s. Gincomo) prima credute del P., che in effetti è l'unico artista del quale si possa parlare come di un predecessore e maestro del grande mantovano.
Capolavoro del P. scultore è la pala in terracotta, compiuta tra il 1448 e il ' 53 per la stessa cappella Ovetari, un tempo erroneamente creduta di Giovanni di Pisa e nella quale è evidente la derivazione donatelliana del maestro, che qui si afferma come il vero capostipite della scultura padovana del '400. A lui è da attribuire anche una Madonna col Bambino nell'antisacrestia degli Eremitani.
Bibl.: A. Moschetti, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, p. 126 (con bibl. prec.); E. Rigoni, Nuove documenti sul Mantegna, in Atti del R. Ittit. veneto, 87 (1927-28), p. 1165 ; G. Fiocco, L'arte del Mantegna, Bologna 1927, p. 135 sgg.; id., s. v. in Enc. It. I., XXVII, p. 468; id., Mantegna, Milano 1937, v. indice. Noifo Di Carpegna
"PLACARE CHRISTE SERVULIS". - Inno dei Vespri nella festa di Ognissanti, di autore sconosciuto; lo si ritrova nei manoscritti fino dal sec. x.
È una successione di invocazioni alle varie categorie di santi perché impetrino la Grazia della salvezza. I correttori sotto Urbano VIII hanno rifatto quasi completamente quest'inno, che nell'originale incominciava: Christo, Redemptor omnium.
Bibl.: J. Wackerangel, Das deutsche Kirchenlied, I, Lipsia 1864, pp. 321-34; U. Chevalier, Poésie liturgique. Rytème et histoire, Parigi 1893, p. 247; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., pp. 369-73; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 241 .
Silverio Mattei
PLACE, Charles-Philippe. - Cardinale, n. il 14 febbr. 1814 a Parigi, m. il 5 marzo 1893 a Rennes.

(fei, Gob. fet. nas.)
Pizzolo, Niccolò - Madonna in trono fra vari santi, Bassorilievo in terracotta dell'altare degli Eremitani - Padova.
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Fu dapprima avvocato alla Corte d'Appello di Parigi e diplomatico. Ordinato sacerdote, fu direttore del Piccolo seminario di Orléans, poi di quello di Parigi.
Vescovo di Marsiglia nel 1866, nell'imminenza del Concilio Vaticano, per le sue tendenze gallicane si mostrò contrario alla definizione dell'infallibilità pontificia, per cui il clero, che vi era favorevole, indirizzò una lettera al Pontefice, lamentandosi del fatto che "imperiose circostanze sembravano dover obbligare i sacerdoti della diocesi di Marsiglia a conservare un silenzio assai doloroso al loro cuore». Il P., venuto a conoscenza della lettera, ne rimproverò gli autori per averlo calunniato presso la S. Sede ed essersi rivolti, non per suo tramite, al Pontefice. Proclamata l'infallibilità nel Concilio il vescovo si rivolse ai propri diocesani il 4 ag. 1870 , dichiarando che per conservare la pace della Chiesa e per non venir meno al proprio dovere, era necessario che "le costituzioni fossero accolte da tutti i suoi figli con docilità, rispetto e sottomissione". Alla morte del card. De Bonald, nel 1870, al P. era stato offerto l'arcivescovato di Lione, ma egli lo rifiutò e vani furono pure i tentativi dell'arcivescovo di Parigi, Guibert, di averlo come coadiutore. Il 13 luglio 1878 Leone XIII lo nominò arcivescovo di Rennes. Il nuovo arcivescovo riordinò ab imis la sua diocesi, ma il suo carattere autoritario lo mise in conflitto con parte del clero e dei suoi diocesani nel cosiddetto "affare dell'Oratorio". Nel Concistoro del 7 giugno 1886 fu creato cardinale. Nell'apr. 1890 il P. fu a Roma, chiamatovi da Leone XIII che intendeva con il suo aiuto contribuire ad una chiarificazione dell'atteggiamento dei cattolici francesi di fronte alla Terza Repubblica.
BibL.: G. Vapereau, Dictionnaire universel des contemporains, $6^{2}$ ed., Parigi 1893, p. 1238; T. Granderath, Ilistoire da Concile Vaticau, II, II, Bruxelles 1912; pp. 242-46; III, II, ivi 1913, p. 250; J. Maurain, La politique ecclésiastique du Second Empire de 1850 à 1869 , Parigi 1930, p. 631 ; E. Lecanuet, La vie de l'Eglise sous Léon XIII, ivi 1930, pp. 23-32; id., Les premières années du pontificat de Léon XIII, ivi 1931, pp. 387-88.
Silvio Furlani
PLACET (regio) : v. EXEQUATUR e PLACET.
PLACIDO, santo. - Discepolo di s. Benedetto. Unica sua fonte biografica sono i Dialoghi di s. Gregorio Magno (II, 3-7: PL 66, 140-46; ed. critica di U. Moricca, Roma 1924, pp. 85-90), dai quali si apprende che all'età di 7 anni P. fu dal padre Tertullo, patrizio romano, offerto a s. Benedetto, in Subiaco; caduto nel lago Neroniano, ov'era andato ad attingere acqua, ne fu tratto prodigiosamente a terra da s. Mauro (v.).
Il suo culto ha subito una evoluzione, sulla quale ha fatto luce U. Berlière (v. bibl.). I più antichi documenti lo commemorano al 5 ott. come "confessore». Nella seconda metà del sec. xI si affaccia, a Montecassino, l'opinione che il martire siciliano omonimo (v. voce sg.), commemorato in quello stesso giorno nel Martirologio geronimiano, possa essere il discepolo di s. Benedetto; l'ipotesi fu romanzata dal bibliotecario e archivista Pietro Diacono (m. ca. il 1159) con la Vita (o Acta) vs. Placidi et fratrum eius Eutychii, Victorini ac Flavius sororis etc., che egli attribuisce a Gordiano, presunto compagno del Santo, scampato all'eccidio piratesco di Messina (testo in Mabillon, Acta SS. Ord. Benedict., I, Parigi 1668, pp. 45-79; e in Acta SS. Octobris, III, Anversa 1770, pp. 114-38). Perciò la missione di P. in Sicilia per fondarvi monasteri (come quella di S. Mauro in Gallia) e il suo martirio appartengono alla leggenda, entrata tuttavia, nel sec. xvi (v. voce sg.), nel Breviario e nel Martirologio romano ( 5 ott.).
Bibl.: BHL, coll. 6859-64; Martyr. Romanum. p. 435; E. Caspar, Petrus Diaconus und die Montecassineser Fälschungen, Berlino 1909, pp. 47-72; I. Schuster, in Rev. béméd., 27 (1910), p. 88 sg. (note 4 : per l'immagine di s. P.); id., Liber Sacramentorum. IX, Torino 1928, pp. 9-11; U. Berlière, Le culte de st Placide, in Rev. béméd., 33 (1921), pp. 19-45; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de st Benoît, I, $2^{\circ}$ ed., Marcilhous 1948, pp. 38 e 74. Igino Cecchetti
PLACIDO, EUTICHIO e CONSOCI, santi, martiri. - Probabilmente perirono nella persecuzione dioclezianca (303-13).
Il Martirologio geronimiano li ricorda al 5 ott., come martiri siciliani : "in Sicilia». Nello stesso Martirologio però P. è ricordato anche al 29 sott., l'i i e i 4 ott.; secondo H. Delehaye si tratterebbe sempre del medesimo martire. Eutichio viene anch'esso ricordato al 29 sett. come martire di Ersclca. Ilgruppo anonimo, secondo la lezione comune, sarebbe costituito da 30 martiri, ma secondo altra lezione solo da 8. Gli atti genuini sono andati perduti. L'identificazione di P. con il discepolo di s. Benedetto, e di Eutichio come suo fratello, è una falsa opinione nata a Montecassino, nel sec. xI-xII, valorizzata da Pietro Diacono (v.), asserendo che quei discepoli, inviati da s. Benedetto a Messina per fondarvi un monastero (di S. Giovanni Battista), vi furono uccisi da pirati saraceni di Spagna. La scoperta di ossa umane nel coro della chiesa di S. Giovanni Battista a Messina il 4 ag. 71588 , fece concludere che si trattasse dei martiri monaci. Furono scelti come patroni della città e da Sisto V si ottenne ( 13 nov. 1588) la loro festa con rito doppio per Messina e provincia, con rito semplice per il resto della Chiesa, e l'inserzione nel Martirologio romano ( 5 ott.).
Bibl.: v. voce precedente; inoltre: Acta SS. Octobris, III, Anversa 1770, pp. 69-147; M. Amari, Storia dei Masulmiani in Sicilia, $2^{\circ}$ ed., I, Catania 1933, pp. 219-22; L. T. White, Latin monasticism in Norman Sicily, Cambridge 1938, pp. 8-10; Martyr. Hieronymianum, pp. 231, 241, 252. Igino Cecchetti
PLAIN CHANT MUSICAL. - Nel 1669 Henri Du Mont pubblicò cinque messe che son divenute universalmente celebri.
Sembra che egli sia stato anche l'inventore del termine con cui si designano quelle composizioni religiose dei secc. xvir e xviri che sono in opposizione alla polifonia perché monodiche, benché non derivanti dal gregoriano. L'origine del $p$. c. m. non è stata precisata, e non è certo che esso sia nato in Italia.
Il $p . c$. m. si presenta come un compromesso tra il canto gregoriano e il gusto moderno, ed ha l'intento di offrire pezzi facili per tutti. Pretende inoltre di essere più semplice del gregoriano. Dalla tonalità moderna prende i toni maggiori e minori, le modulazioni, la fraseologia, le cadenze ed i cromatismi; dalla notazione figurata le lunghe, le brevi e le semibrevi. Coltivato in Francia da Bourgoing (1634), da Cl. Chastelain, J.-B. de Contes, Du Mont, Nivère, il figlio di Lulli, Poisson, Leboeuf, trovò il suo migliore teorico in La Faillée (1748) e fu usato dalle neoliturgie gallicane. Suo capolavoro è la famosa Messa Trompette.
Bibl.: notizie sparse in J. d'Ortigue, Dict. de p. c., Parigi 1857; J. Combarieu, Histoire de la musique, I, ivi 1924, pp. 201-203; II, ivi 1925, p. 249; M. Brenet, Dict. de la musique, ivi 1926, p. 357. Eugenio Cardine
PLANCK, Gottlieb Jakob. - Teologo luterano, n. il 15 nov. 1751 a Nürtingen nel Württemberg, m. a Gottinga il 31 ag. 1833.
Fu personalità eminente tanto nella sua chiesa territoriale (vi fu per oltre vent'anni sopraintendente generale), quanto nella teologia, succedendo a C. W. F. Walch nella cattedra di storia ecclesiastica e di simbolica. Il suo indirizzo, che si può definire un "soprannaturalismo razionale", rappresenta il trapasso dal rigido luteranesimo a una posizione illuministica. Formulò il suo sistema in imponenti lavori di storia della teologia e della Chiesa e in esposizioni comparative dei metodi dogmatici delle chiese cristiane ( $x$ simboliche $x$ ), valorizzati anche dai cattolici dell'epoca, p. ex., da J. A. Moehler.
La sua opera principale è la Geschichte der Entstehung, der Veränderungen und der Bildung unseres protest. Lehrbegriffs ( 6 voll., Lipsia 1781-1800).
Bibl.: K. Auer, Theologie der Lessing-Zeit, Lipsia 1928, passim; W. Nigg, Die Kirchengeschichtsschreibung, Berlino 1934; St. Loesch, 3. A. Möhler, I, Tubinga 1928, p. 271 sg.
Mario Bendiscioli
PLANCK, Max. - Pensatore e scienziato, n. a Kiel il 23 apr. 1858, m. a Gottinga il 4 ott. 1947.
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(da J. Demeus, Oud nederlandsch: Kwartmakers in betrekking met Plantijn, I, Anversa Bifi
Plantin, Christophe - Ritratto a 74 anni. Incisione in rame.
Succedette nel 1887 a G. R. Kirchhoff nella cattedra di Berlino, e nel 1907 a L. Boltzmann nella cattedra di Vienna. Fu premio Nobel per la fisica (1918) e accademico pontificio(1936).
Si occupò soprattutto di termodinamica. Ma è celebre per la teoria del quanta (v. quanti, teoria dei). In filosofia P. ammette l'esistenza di un mondo reale; la scienza porta alla conoscenza di esso, eliminando gli antropomorfismi delle nostre sensazioni, benché non possa mai riuscirvi completamente (La conoscenza del mondo fisico, trad. it. di E. Persico, $3^{2}$ ed., Torino 1943, pp. 9, 42, 153, 188, ecc.). P. è contrario all'indeterminismo (ibid., pp. 127, 237). Afferna che "scienza e religione non sono in contrasto ma hanno bisogno l'una dell'altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente "(ibid., p. 137). "La scienza conduce dunque a un punto oltre il quale non ci può guidare" e l'uomo "giunto a questo punto è quindi necessitato a cercare un'altra guida, che non trova se non ... sostituendo alla conoscenza scientifica la fede religiosa" (ibid., p. 135).
Bibl.: H. Hartmann, M. P. als Mensch und Denker, Berline 1938; B. van Hagen, Il padre della fisica moderna, in Humanitas, 2 (1948), pp. 30-40. Altre indicazioni in G. A. De Brie, Bibliographia philos. 1534-43, I, Bruxelles 1950, p. 543.
Roberto Masi
PLANTIN, Christophe. - Uno dei più insigni ed attivi stampatori del sec. xvi, creatore di una azienda tipografico-editoriale durata oltre 3 secoli, e, dal 1876 , trasformata in Museo.
N. nelle vicinanze di Tours intorno al 1520 , si stabilì ad Anversa, depprima come legatore e libraio, poi iniziandovi, dal 1555, un'attività tipografica che doveva presto assurgere ad importanza europea e conquistare largamente il mercato librario. Il primo libro impresso dal P. è un testo italiano di G. M. Bruto, La instituzione di una fanciulla nota nobilmente, con traduzione francese (Anversa 1555, in-120, cc. 60), cui seguirono, sempre più numerose, opere di classici, di poeti francesi, teologiche e liturgiche. Fra gli anni 1562-63 l'officina subì una crisi per accuse di eresia formulate contro il P., ma presto si riprese e il decennio 1563-73 è da ritenersi il più saliente per la produzione plantiniana, nella quale, oltre ai bei caratteri romani, vengono ad aggiungersi le illustrazioni di cui abbondano le edizioni del P. costituenti una copiosa serie dei migliori "figurati" del tempo. Basterà citare fra essi gli Emblemata di G. Sambucus (Janos Zsambok) del 1564 e di A. Alciato del 1565 e l'opera massima del P., la Bibbia poliglotta stampata dal 1569 al 1573 in 8 voll. ampiamente illustrata da magnifiche incisioni in rame. Ma il grave sforzo finanziario sostenuto ebbe sfavorevoli ripercussioni sull'azienda e indusse il P. a stampare poi quasi unicamente opere liturgiche (messali, breviari, antifonari) di cui ottenne privilegi per vari Stati dal re Filippo II di Spagna, che lo ebbe sempre in grande considerazione. Nel 1576, a causa dell'acuirsi delle guerre di religione, fu costretto ad emigrare a Leida con parte dell'officina, lasciando ad Anversa i generi Franz Raphelengius (1539-96) e Jan Moretus « Moerentorf» (1543-1610). A Leida fu al servizio di quella Università stampando
edizioni di classici, opere scientifiche e in particolar modo opere di vari docenti fra cui quelle del filologo Joest Lips (Justus Lipsius). Rientrato ad Anversa nel 1585 , attese a riorganizzare l'azienda dissestata, ma non poté vedere che i primi segni della ripresa venendo a morte nel 1589 . La gloriosa stamperia ebbe degni continuatori nei predetti generi, ma particolarmente ad opera del Moretus che divenne capostipite di una feconda dinastia di stampatori succedutisi ininterrottamente fino ad EdouardusHyacinthus Moretus (1804-80), che, nel 1875 , cedette alla città di Anversa la stemperia con l'intera attrezzatura (fonderia, legni e rami incisi, archivio e la serie completa delle edizioni del P.) per la creazione dell'attuale Museum P.-Moretus, forse il più importante dedicato all'arte della stampa. Al P. si assegnano approssimativamente ca. 1600 edizioni con una grande varietà di testi. La maggior parte si presenta con notevole perfezione grafica e riccamente illustrata con xilografie e rami, ragione non ultima della loro enorme diffusione e apprezzamento in tutta l'Europa colta del tempo.
Bibl.: non esistono, finora, annali veri e propri delle edizioni del P.; v.: C. Ruolens e A. De Backer, Ann. plantiniennes, Bruxelles 1865; L. Degeorge, La Maison P. à Anvers, $2^{\circ}$ ed., ivi 1878 (contiene un elenco cronologico [1555-60] delle opere stampate dal P.); M. Sabbe, Etrai de bibliogr. des éd. d'Horace publ. par C. P. et ses succers., in De gulden Passer, 14 (1936), pp. 93-111 e in Handelsogen van het Wetensch. lijk Vlaamsch Congres voor Boeken-Bibliotheekseisen, 4 (1937), pp. 47-69; J. Stollfeld, Bibliogr. des editions musicales plantiniennes, Bruxelles 1949. Sul P. e la sua attività: M. Rooses, C. P., $2^{\circ}$ ed., Anversa 1896; A. Sorbelli, C. P., Milano 1923; M. Funck, Le litre belge à grecures, Bruxelles 1923, pp. 127 sgg.; A. J. Delen, Les illustrateurs français de C. P., in Le bibliophile, 2 (1932), pp. 63-74, 173-83; H. J. Jesse, C. P. te Leiden, 1582-83, in De gulden Passer, 12 (1934), pp. 110-20; M. Sabbe, Dans les ateliers de P., in Guernberg Yahr., 12 (1937), pp. 174-92; M. Sabbe, L'oeuvre de C. P. et des ses successeurs, Bruxelles 1937; E. Rath e R. Juchhoff, Buchdruck und Buchillustr. bis zum Jahre 1600, in F. Mikau e G. Leyb, Handb. der Bibliothekswissenschaft., I, $2^{\circ}$ ed., Berlino 1950, pp. 143144. Sul Museo: M. Rooses, Le Musée P. Moretus, Anversa 1914; M. Rooses e M. Sabbe, Catalogue du Musée P.-Moretus, $9^{\circ}$ ed., Anversa 1928.
Giannetto Avanzi

(M. Bibl. Vaticana)
Platina, Bartolomeo - Registro dei prestiti. Autografo del P. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3964.
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(fol. Anderson)

(fol. Anderson)
In alto: FACCIATA DEL DUOMO (età romanica: il portico è del 1311).
In basso: PIANCO DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI FUORCIVITAS (sec. xII).
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(fot. Gab. fol. nav.)

(fol. Gall. Musel Vaticani)

(fol. Uall. Musel Vaticani)

(fol. Appolili)
In alto a sinistra: PIVIALE DI BONIFACIO VIII (sec. XIII) - Anagni, Tesoro della Cattedrale. In alto a destra: PIVIALE di broccato orientale con cappuccio o scudo in arazzo del sec. xvi - Vaticano, Museo sacro. In basso a sinistra: PIVIALE con ricamo sec. xvi - Perugia, Museo dell'Opera del Duomo. In basso a destra: PIVIALE in seta verde con motivi ornamentali indiani ricamati in oro - Roma, Mostra internazionale d'arte missionaria del 1950 .
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(fot. Anderson)
Platina - Rirtaito. Particolare dell'affresco di Melozzo da Forli raffigurante il P. innanzi a Sisto IV - Vaticano, Pinacoteca.
PLANUDES, Maximos. - Teologo e umanista bizantino dei secc. xili-xiv, i cui fatti furono tramandati quasi esclusivamente nel proprio epistolario. N. a Nicomedia nel 1260 ca., m. a Costantinopoli nel 1310 .
Fu costretto da Andronico II ad abbandonare la fede cattolica che aveva prima abbracciato nel tempo dell'unione di Michele Paleologo e anche difeso con uno scritto sulla processione dello Spirito Santo. Come elemento nuovo da lui introdotto nella vita bizantina - retaggio dell'influsso latino - va notata la scuola superiore da lui fondata e diretta, da monaco, presso il Palazzo imperiale, nella quale alle consuete discipline umanistiche si aggiunse quella della lingua del Lazio che egli possedeva a perfezione. Le sue opere sono polemico-teologiche, di agiografia, di poesia e non poche versioni in greco di veri trattati di s. Agostino e di s. Tommaso. L'epistolario comprende ben 121 lettere di grande valore storico.
Bibl. : opere : in P. Arcadius, Opuscula aurea, Roma 1830; L. Allatius, Graecia orthodoxa, II, Roma 1652 ; PG 147 e fra le opere del Metochita (vol. 141) e del Benorione (vol. 161) che lo confutarono. L'epistolario nell'ed. di M. Treu, Bratislava 1890. - Studi: Krumbacher, pp. 343-46; U. Chevalier, Répertoire des sources... Bio-bibliog., Parigi 1907, col. 3773; V. Lauretti, s. v. in DThC, XII, II, col. 2247-52. Emmanuele Candal
PLASENCIA (Placentin), diocesi di. - Città su diocesi nella Spagna, il cui territorio si estende non solo nella provincia civile di Cáceres, ma in parte anche in quelle civili di Salamanca, Badajoz e Avila.
Ha una superfice di $10.647 \mathrm{~kmq}$. con una popolazione di 340 mila ab. dei quali 339.900 cattolici; conta 168 parrocchie con 206 sacerdoti diocesani e 25 regolari, 6 comunità religiose maschili e 42 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 320).
La diocesi fu fondata da Clemente III nel 1189 su istanze del re Alfonso VIII di Castiglia fondatore della città. Fu già suffraganea della metropoli di Compostella; dal 1851 lo è invece di Toledo. Patroni della diocesi sono s. Fulgenzio e s. Fiorentina. La chiesa cattedrale iniziata fra il sec. xv e xvi vanta un altare maggiore con belle sculture di Gregorio Hernandez e un coro con ricchi stalli di Rodrigo Aleman.
Bibl.: A. M. Gil, Las siete centurias de la ciudad de Alfonso VIII, Madrid 1877. Ignazio Ortiz de Urbina
PLATA (la) o CHARCAS, diOCESI di: v. SUCRE, diOCEsi di.
PLATINA, Bartolomeo Sacchi detto il. - Umanista, n. a Piadana (da cui il suo nome), presso Cremona nel 1421, m. a Roma di peste il 21 sett. 1481. Per quattro anni militò sotto Francesco Sforza e Niccolò Piccinino, poi attese agli studi umanistici in Mantova sotto la guida di Ognibene Bonisoli, al quale successe come precettore dei figli del marchese Ludovico Gonzaga. Dal 1457 al 1461 studiò greco a Firenze presso Giovanni Argiropulo e strinse amicizia con i principali umanisti. Nel 1462 seguì a Roma il neocardinale Francesco Gonzaga, suo protettore. Fu tra i membri dell'Accademia romana e da Pio II fu ammesso fra gli abbreviatori. Ma sotto Paolo II mutò la sua fortuna.
Due volte fu in carcere : nel 1464, per quattro mesi, a causa delle sue violente proteste contro la soppressione del collegio degli abbreviatori, e nel 1468, con Pomponio Leto ed altri accademici, sotto l'accusa d'empietà e di congiura contro il Papa. Fu liberato prima del maggio 1469, ma agiatezza ed onori riebbe solo da Sisto IV, che nel 1473 gli affidò la custodia della Biblioteca Vaticana. L'opera principale del P. è il Liber de vita Christi ac omnium pontificum, compiuto nel 1474 e poi redatto in forma più breve (in Rer. Ital. Script., III, I, Bologna 1913-32), che ebbe larghissima diffusione, sebbene non sempre imparziale, specialmente per la parte che si riferisce ai pontefici del tempo suo. Fu poi continuata da diversi. Notevoli anche una Historia urbis Mantuae (1466-69; in Rer. Ital. Script., ed. Milano 1731, XX, pp. 611-862) e due trattati politici d'incerto datazione (De principe, ed. Genova 1637; De bono cive, a cura di F. Battaglia, Bologna 1944) che

(fot. Enc. Vait.)
Platina - Proemio all'editio princeps delle Vitae Pontificum, Venezia 1479 - Roma, esemplare della Bibl. nazionale Vitt. Eman.
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(fot. Alinari)
Platone - Il volto di P., con evidente ricordo della figura di Leonardo da Vinci, dipinto da Raffaello nella Scuola d'Atene, Vaticano, Stanze di Raffaello.
precorrono alcune posizioni del Machiavelli. Meno importanti gli scritti filosofici (De vera nobilitate; De falso et vero bono, append. al Liber, ed. Colonia 1540 e altre) e retorici (De Basculis quibusdam linguae latinae; De laudibus bonarum artium, in T. A. Vairani, Cremonensium monumenta Romae extantia, parte I, Roma 1778).
Bibl.: A. Lusio - R. Renier, Il P. e i Gonzaga, in Giorn. stor. della letter. ital., 13 (1889), pp. 430-40; V. Zabughin, Pomponio Lato, I, Grottaferrata 1912, p. 58 sge.; G. Cammelli, Giovanni Argirogola, Firenze 1941, p. 97 sge.; A. Campana, Antonio Blado e B. P., in Miscellanea bibliografica in memoria di d. Tommaso Accaeri, Roma 1947, p. 39 sge. Sulle opere politiche: F. Cavalli, La scienza politica in Italia, in Memorie delI'Int. Ven., 12 (1884), pp. 487-95 (in estratto, Venezia 1885). Sul pensiero filosofico: N. Caregato-Nogrin, Il «De felicitate» di Francesco Zabarella e due trattati sul bene e la felicità del sec. XV, in Classici e evolutini, 3 (1906), pp. 281-93; E. Garin, Filosofi italiani del' 400 , Firenze 1942, pp. 263-73.
Gioacchino Paparelli
PLATONE (IDétuv). - Filosofo greco del sec. vIV a. C., fra i massimi pensatori dell'umanità.
Sommario: I. La vita. - II. Le opere : autenticità e cronologia. - III. Il pensiero. - IV. Altre interpretazioni del pensiero.
I. La vita. - N. ad Atene nel 427 a. C., P. apparteneva a nobile famiglia che, per via del padre Aristoteo, si faceva discendere dal re ateniese Codro e, per via della madre Perittione, risaliva a Solone. Nobili erano lo zio Carmide e il cugino Crizia, coinvolti nelle lotte tra aristocrazia e democrazia nell'inquieto mondo politico che accolse la giovinezza del filosofo : e alle lotte dei partiti facevano riscontro le lotte di pensiero, suscitate tra la gioventú ateniese dai grandi sofisti (v.) Protagora e Gorgia e dallo stuolo folto dei seguaci e imitatori. Tra costoro passava, agitando una sua alta parola di verità, Socrate (v.), alla cui scuola P. si pose, verso i vent'anni, dopo aver ascoltato, tra le molte voci che gli giungevano dalle piazze e dalle palestre, specialmente quelle di Cratilo, Prodico e Ippia.
L'influenza ispiratrice di Socrate, il suo esempio di
virtù, l'eroismo della morte determinarono la vocazione di P., pur non potendosi dire che questi abbia mai ripetuto la dottrina del maestro, senza elaborarla con intimità di meditazione e originalità di conquiste. Dopo la morte di Socrate ( 399 a. C.), la vita di P. si può dividere in tre periodi che vengono qui indicati, senza l'intenzione di spezzare la continuità dell'esperienza e del pensiero, allo scopo di fornire alcuni punti di riferimento per l'ordinamento cronologico delle opere. o) Il primo periodo, dal 399 al 388 , dai trenta ai quarant'anni ca. del filosofo, lo vide prima a Megara, presso il socratico Euclide, poi forse in Egitto e a Cirene, quindi certamente nella Magna Grecia e a Siracusa, presso Dionisio il Vecchio, il tiranno della città, che P. avrebbe voluto attrarre alle sue idee di riforma politica. Alla corte siracusana, il filosofo conobbe Dione, cognato del tiranno, e da lui ebbe comprensione e amicizia; trovò diffidenza e ostilità, invece, da parte di Dionisio, che lo fece deportare e vendere come schiavo sul mercato di Egina. P. fu riscattato da un certo Anniceride di Cirene e poté ritornare ad Atene, dove fondò l'Accademia. 8) Il secondo periodo, dal 387 al 367 , comprende venti anni, dal quarantesimo al sessantesimo, trascorsi dal filosofo nella tranquillità della sua scuola, nella pienezza delle forse dedicate alla produzione delle grandi opere della maturità e alla formazione degli scolari. La sua scuola, originale istituzione che avrà durata quasi millenaria e vedrà sorgere contro di sé altre scuole concorrenti di retori e filosofi, si disse Accademia (v. ACCADEMIA, I. L'a. greco) dai giardini di Academo dove sorse in forma di comunità, raccolta nel culto delle muse e della sapienza. c) Il terzo periodo, che va dal 366 alla morte e si estende dal sessantunesimo all'ottantesimo anno di età, vide altri due viaggi del filosofo a Siracusa, il primo nel 366 , l'altro nel 361 : dovuti entrambi all'invito di Dionisio il Giovane, succeduto al padre nel 367 , non fruttarono a P. né l'esecuzione del suo piano politico per mezzo del giovane monarca, né la tentata riconciliazione con la corte di Dione, il quale morì in esilio. Anzi, durante l'ultimo soggiorno siracusano, il filosofo fu trattenuto dal tiranno in stato di larvata prigionia, da cui fu liberato per l'interessamento di Archita di Taranto. Restituito ad Atene nel 360 , visse nella sua città e nella sua scuola fino alla morte, avvenuta nel 347 .
II. Le opere: autenticità e cronologia. - Il Corpus Platonicum trasmessoo dall'antichità comprende, oltre le opere riconosciute autentiche, sette brevi scritti (Exyxias, Alcyon, Sisyphus, Axiochus, Demodocos, De iusto, De virtute), più una raccolta di Definitiones, tutti giudicati spuri dagli antichi e dai moderni. Su qualcuno degli altri dialoghi non sono mancati dubbi da parte della critica moderna, anai si propende dai più per ritenere non autentici anche l'Alcibiades secundus o minor, l'Hipparchus, il Minos, il Theages e l'Epinomis (scritto, quest'ultimo, di cui pare certa l'attribuzione a Filippo d'Opunte). Fatta eccezione forse solo per la Repubblico, tutti gli altri dialoghi, volta a volta, sono stati sottoposti a qualche riserva da parte dell'ipercritica moderna; ma, in base ai caratteri intrinseci della dottrina e dello stile, ai documenti della tradizione e alla testimonianza di Aristotele, gli studiosi convengono sull'autenticità di quel complesso di 29 dialoghi di cui sarà dato più sotto l'elenco, ordinato secondo la probabile successione cronologica. Sono pervenute con il nome di P. anche alcune Epistolae che, ritenute spurie per lo più dai critici del secolo scorso, sono ora parzialmente o totalmente ammesse tra gli scritti autentici, salva l'insistente totale negazione del Maddalena (P., Lettere, Bari 1948).
La distribuzione degli scritti autentici di P. in una successione cronologica assume una particolare importanza trattandosi di un autore il cui pensiero è in continuo movimento e si va svolgendo dall'uno all'altro dialogo, quasi come un continuo colloquio della mente indagatrice con se stessa. L'ordinamento in trilogie o tetralogie, tramandato dall'antichità, dipende da affinità esteriori che non dànno nessuna garanzia circa la reale successione cronologica. I critici della prima metà dell'Ottocento, specie tedeschi, avevano subordinato la presunta successione dei dialoghi all'interpretazione da loro data del pensiero pla-
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tonico; invece, affinché l'interpretazione non riuscisse arbitraria, la critica andò successivamente orientandosi verso il criterio che subordina l'interpretazione alla successione, essendo questa accertata in base ad argomenti estrinseci alla dottrina, cioè in base a riferimenti dei dialoghi a fatti storici di certa datazione, in base al richiamo d'un dialogo a un dialogo precedente e specialmente in base alle particolarità dello stile di P. prevalenti e caratteristiche dell'uno o dell'altro periodo della sua attività letteraria. Grande lavoro fu compiuto dagli studiosi per la raccolta di dette particolarità stilistiche (L. Campbell, W. Dittenberger, D. Peipers, C. Ritter, H. Siebeck, H. v. Arnim, ecc.), finché sulla fine del secolo W. Lutoslawski (The origin and growth of Plato's logic, Londra 1897) poté ricavare dagli studi precedenti ben 500 particolarità stilistiche (s stilèmis) che gli consentirono di determinare la maggiore o minore vicinanza di ciascun dialogo rispetto alla Leggi che, per testimonianza di Diogene Laerzio (III, 37), è l'ultimo composto da P. Ne risultò un quadro della successione, al massimo attendibile, su cui si esercita ora normalmente il lavoro degli interpreti. Al criterio del Lutoslawski, detto "stilometrico", lo scrivente ha aggiunto il criterio ricavato dal passo 392c-396e della Repubblica, dove P. distingue due forme di dialoghi, l'una «drammatica" o " mimetica ", in cui si riferiscono direttamente i discorsi degli interlocutori, e l'altra " narrata " o "dioghematica ", in cui il discorso degli interlocutori è riferito indirettamente attraverso il racconto di un narratore. Nello stesso passo della Repubblica, P. dichiara che l'uomo per bene non deve adottare la prima forma, che è quella degli autori di drammi e di commedie, mentre deve attencrsì alla seconda forma o, tutt'al più, ad una forma mista. Poiché i dialoghi di P. sono alcuni in forma "drammatica ", altri in forma "narrata", è logico inferire che tutti i dialoghi in forma narrata debbono raccogliersi attorno alla Repubblica, dove l'altra forma è si severamente condannata. P., di fatto, aveva incominciato a scrivere in forma drammatica, la più corrispondente al suo genio artistico, e in questa forma sono tutti i dialoghi del primo periodo; poi, per distinguersi dagli autori somici, al tempo della fondazione dell'Accademia, adottò la forma narrata, in cui sono composti tutti i dialoghi del periodo della maturità, dal Protegora alla Repubblica; infine, riuscendogli estremamente ingombrante l'uso delle particelle intermedie, necessarie per ridurre il discorso diretto a discorso indiretto, abbandonò la forma narrativa, fatisicamente adottata quasi per puntiglio accademico, e, attraverso un periodo intermedio di forma mista, ritornò definitivamente alla forma drammatica. Anche di questo ritorno al dialogo drammatico è data ragione nel passo 143 C del Teeteto. La successione che risulta dal nuovo criterio proposto non smentisce, anzi conferma quella del Lutoslawski : solo vale come elemento di maggiore precisazione per i dialoghi più brevi, su cui ben poco fa presa il criterio stilometrico, e per i dialoghi più lontani dalle Leggi, cioè per quelli del primo periodo.
La successione, ricavata con il duplice criterio stilometrico e del I. III della Repubblica e riferita ai tre periodi indicati nel cenno biografico, risulta come segue:
$1^{\circ}$ periodo ( $399-88$ ): dialoghi cosiddetti socratici, nei quali però P. è già molto oltre Socrate, perché in essi lo scolaro imposta problemi che trascendono l'insegnamento del maestro, sul razionalismo morale, sulla natura del bene, sull'unità e molteplicità dello virtù, ecc.; Apologia Socratici (ressconto, sottomesso alla vigorosa iniziativa platonica, della storica autodifesa pronunciata da Socrate di fronte ai giudici popolari); Critou (Socrate rifiuta di fuggire dal carcere ed enumera le ragioni per cui muore in obbedienza alle leggi che lo condannano); Gorgios (la dialettica, che forma la scienza sulla base del vero, è opposta alla retorica dei sofisti, che insinua nelle folle una credenza superficiale; ad una vita secondo piacere e utilità è opposta una vita che obbedisce al bene, come valore in sé); Alcibiades primus o maior (l'uomo conosce se stesso, quando si conosce come anima); Laches (contro la dottrina che riduce tutte le virtù a sapere si cerca, senza riuscirvi, di trovare la nota distintiva del coraggio dal sapere); Hippias secundus o minor (se la virtù
fosse ridotta semplicemente a sapere, diventerebbe virtù anche l'inganno, in quanto per ingannare bisogna sapere); Hippias primus o maior (sulla bellezza, di cui si cerca e non si trova il concetto sulla base delle definizioni correnti); Euthyphron (sulla base della religiosità tradizionale non è possibile stabilire il concetto di santità e di culto); Menos (la virtù può forse fondarsi sull'opinione e l'opinione è un sapere slegato che presuppone la reminiscenza d'una visione totale avuta in una vita precedente all'attuale: preludio della dottrina delle idee); Ion (si lascia indecisa la questione dibattuta se l'estro poetico sia uno stato superumano o infraumano); Cratylus (primo trattato di linguistica tramandatoci dall'antichità : la parola non basta a rivelare il senso dell'essere : altro appello alla scienza delle idee).
$2^{\circ}$ periodo ( $387-67$ ) : i dialoghi di questo periodo si possono dividere in tre gruppi : a) dialoghi di energica revisione dei principi del socratismo, specie in confronto con le scuole socratiche minorl dei megarici, dei cinici (v.) e dei cirensici (v.) : Protegoras (la questione se la virtù sia insegnabile è insolubile sia sulla base della sapienza sofistica, sia sulla base di quel razionalismo socratico che cinici e cirensici stavano portando a conseguenze ripugnanti); Lysis (in una concezione utilitaristica della vita morale non esistono ragioni dell'amicizia); Euthydemus e Clitophon (critica degli eristici [v. zant'rica], cioè dei giocofiori della parola, e anche istanza negativa di un oggetto assoluto del sapere che manca nell'insegnamento socratico); Charmides (il sapere puro, che rigira su se stesso, rischia di essere sapere vuoto se non si apre a un oggetto assoluto : altra istanza negativa alla dottrina delle idee, ancora inespressa); b) grandi dialoghi costruttivi in cui P. definisce la sua dottrina, superando le difficoltà finora elaborate ed esasperate; Convivium (oltre Eros, anelito umano alla bellezza, misto di scienza e d'inscienza, età il Bello in sé, oggetto assoluto delle umane ascensioni, definito con tutti i caratteri propri degli intelligibili assoluti, cioè delle idee); Phaedo (dialogo sulla immortalità dell'anima e dialogo sulle idee, dove la dottrina centrale del platonismo giunge alla sua chiara formulazione speculativa: l'anima è immortale perché affine alle idee che sono eterne); Respublica (grande dialogo in dieci libri sulla giustizia, dove attorno all'argomento principale si concentrano le fondamentali tesi sulle idee e sui diversi gradi del sapere umano, sulla istituzione dello Stato ideale e sugli Stati degeneri, sulle classi sociali corrispondenti alle tre funzioni dell'anima, sull'insegnabilità della virtù e sul sistema educativo dei cittadini, sull'arte, sulla condizione dell'anima nell'oltretomba, ecc.); c) dialoghi, probabilmente composti tra il 374, anno in cui si conclude lo sforzo speculativo della Repubblica, e il 367 , anno che precede il secondo viaggio siracusano, nei quali, oltre a definire con maggiore profondità la posizione di P. verso retori, matematici, sofisti ed eleati, il platonismo riflette su se stesso e sulle interne difficoltà della dottrina delle idee: Phaedrus (la dialettica diventa psychagogia, cioè movimento dell'anima, assumendo come propri alcuni elementi essenziali della sana retorica); Menexenus (esempio di esercitazione oratoria, secondo i dettami della filosofia); Theaetetus (la sola sensazione, la sola opinione, il solo discorso non dànno ragione della scienza, in quanto non dànno ragione dell'errore: critica approfondita dell'eraclitismo e postulazione delle idee); Parmenides (critica approfondita dell'eleatismo [v.], con la riduzione all'assurdo sia della posizione sia della negazione dell'unità assoluta; revisione critica della dottrina delle idee ed espressione delle ulteriori esigenze da soddisfare con una elaborazione di essa).
$3^{\circ}$ periodo ( $366-47$ ): complesso di dialoghi, nettamente staccati dai precedenti anche per ragioni formali, costituenti quello che potrebbe dirsi il "ciclo del non essere ", per lo sforzo in essi compiuto da P. di dar ragione di quegli elementi negativi, propri della realtà sensibile e del mondo umano, che non trovavano giustificazione nella precedente formulazione della dottrina delle idee: Sophists (si sta