i quello che potrebbe dirsi il "ciclo del non essere ", per lo sforzo in essi compiuto da P. di dar ragione di quegli elementi negativi, propri della realtà sensibile e del mondo umano, che non trovavano giustificazione nella precedente formulazione della dottrina delle idee: Sophists (si stabiliscono rapporti tra le idee, in modo da introdurre in esse, dal di fuori s, il movi-
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mento dialettico dell'analisi [v.] e della sintesi e da dar ragione di una certa vitalità del mondo del pensiero); Politicos (la dissomiglianza è il principio cosmico, politico, morale, intellettuale della decadenza e del disordine; l'imitazione del reggimento divino del mondo è la norma per la rigenerazione); Philebus (il senso totale dell'essere risulta dall'opposizione tra il finito e l'infinito, conciliantesi nella zona intermedia del divenire in cui si genera, con un misurato contemperamento, il cosmo fisico e il cosmo morale); Timaeus (grande sintesi cosmologica che riguarda la sovranita delle idee e la necessità di una concausa materiale del divenire, l'origine dell'anima cosmica e delle divinità inferiori, i moti dei corpi celesti e la loro natura, l'intervento del Demiurgo nell'ordinamento finalistico del tutto, i rapporti fra anima e corpo, le condizioni della sensibilità e le ragioni delle perturbazioni psichiche e organiche, ecc.); Critius (mito politico. storico personificato nella storia di Atene, fondatrice della civiltà mediterranea); Leges (nuovo grande disegno di riforma politica, frutto delle ultime esperienze siracusane, in cui all'idealismo della Repubblica succede una veduta più realistica delle costituzioni umane, esemplate su un modello inarrivabile, e percio più o meno agitate e sconvolte).
III. Il pensiero. - P. è il filosofo dell'ideale e del trascendente. L'intelligibile che la mente coglie, esercitandosi sulle cose sensibili, non deriva dalle cose stesse, né in nessun modo si confonde con esse, ma sovrasta loro con i caratteri della incorporeità, dell'autosufficienza, della semplicità, dell'eternità, dell'immutabilità (Como., xir a-b). L'intelligibile (i $\delta \varepsilon \dot{\varepsilon} \alpha$, $\alpha \delta \delta \circ$ ) è quell'essenza purissima delle cose, quel puro essere ( $\alpha \dot{\alpha} \tau \dot{\delta} \delta \dot{\varepsilon} \alpha \tau \imath$ : Phaed., 75 d ), che può dirsi a un tempo la causa e il fine del loro esistere, il loro modo migliore di essere, il loro bene. Nessun Atlante ha la forza di abbracciare e sostenere il mondo, eccetto il bene (Phaed., 99 c). Tutta la filosofia anteriore aveva preparato questo risultato, ma soltanto P. lo consegue.
S'era parlato di idealità e di mente e di intelligibile, prima di P., ma l'idea era sempre rimasta impigliata, miticamente e panteisticamente, nella pienezza della rappresentazione sensibile : il numero di Pitagora era $\psi \eta \eta \circ \varsigma$, il $\lambda \delta \gamma o \varsigma$ di Eraclito era fuoco, l'essere di Parmenide era il tutto sferico, il vo $\delta \varsigma$ di Anassagora era la forza operosa della natura. P. è il colpo d'ala che apre dinanzi all'umanità un altro mondo, oltre il mondo sensibile, e scopre un'altra dimensione della vita oltre quella che si svolge nel tempo e nello spazio : scopre un "bene in sé " che, per essere assolutamente tale, oltre tutte le contingenze della vita umana, giudica la vita senz'esserne giudicato, la celenta, decide della sua dignità e dei suoi meriti. P. è la mano che l'antichità pagana stende alla nuova èra della storia. Ma ciò che P. vede non è ancora ciò che vedrà l'anima cristiana : si tratta ancora, con lui, dell'ideale, non dello spirituale, dell'oggetto assoluto, non del soggetto assoluto, dell'intelligibile, non ancora dell'intelletto e tanto meno dell'atto puro dello Spirito che intende, vuole e ama. Nemmeno il Demiurgo del Timeo, in cui culmina lo sforzo di P. per concepire un Dio buono, provvido e veggente, riesce ad essere il principio spirituale della realtà, in quanto fuori di lui stanno le idee che egli rispecchia e sta un sostrato della generazione su cui egli stampa gli schemi della idealità : è un Dio astretto tra due necessità, quella delle idee, in alto, quella della materia, in basso.
Le idee costituiscono il termine d'arresto della scienza e della elevazione morale. P. s'innalza ad esse soddisfacendo pienamente l'anelito che aveva portato il suo popolo verso le pure forme della bellezza artistica, scolpite nel cielo terso della visione; l'anelito che nei misteri religiosi si placava, dopo l'orgia delirante, nell'attimo dell'estasi contemplativa. L'anima che, nel mito del I. VII della Repubblica, esce dalla caverna dei sensi, dove scorgeva appena le ombre delle cose, e si
avvia verso la luce sfolgorante della verità; gli amanti del Fedro che, al vertice della manla erotica, scorgono il trono della bellezza ( 254 b ), si muovono nell'orbita dell'intellettualismo classico, di cui P. è il perfetto esecutore. Soltanto l'occhio della mente pienamente vede, perché soltanto la mente consegue una visione immune da ogni ombra sensibile e coglie l'essere esente dal suo contrario. Però, insieme con l'intellezione schietta, resta in P. l'ansia, quasi romantica, dell'infinito ricercare: resta in lui lo spirito di Eros, figlio di Pense e di Penia, sapiente e ignorante, intento ad accumulare acquisti che restano sempre difettosi, nella condizione umana, rispetto alla pienezza dell'essere. Anche qui c'è una mano tesa dall'antichità classica verso il nostro mondo spirituale. Ma non bisogna, nemmeno a questo proposito, sovrapporre i due piani, nel momento in cui si scorge fra di essi qualche corrispondenza. Pur osservando che il pensiero di P., ribelle a un inquadramento sistematico, si proietta in tutta l'estensione d'una vita che è continua ricerca (e dal precedente rapido resoconto della successione cronologica dei dialoghi è già emersa chiaramente l'evoluzione del pensiero platonico), non si può far di lui il problematista puro, che cerca senza mai trovare e trova soltanto la sua inquietudine come ragione ultima dell'essere. Il movimento della $\sigma \iota \varepsilon \dot{\varepsilon} \psi \varsigma$ platonica è formulazione di problemi, loro soluzione e confronto con i nuovi problemi che rampollano dal tronco della verità conseguita, come il dubbio sampolla a piè del vero. Visione e processo, vo $\delta \varsigma$ e $\delta \iota \alpha$ v $\alpha \iota$, si alternano in questa shepsis costruttiva, che non deve in nessun modo ridursi nell'angustia d'uno scetticismo negatore della verità. Il sovrapporsi in P. dell'intellettualista e del ricercatore, il convergere in lui della duplice spinta noetica e dianoetica, determina certo difficoltà che egli non ha risolto e forse nemmeno ha visto: ma il pensiero moderno, invece di attribuire a P. le proprie soluzioni, deve rispecchiare fedelmente la situazione del pensiero platonico, nelle conquiste effettivamente realizzate, e nei problemi da lui trasmessi insoluti alla speculazione posteriore.
La shepsis platonica ha offerto l'esempio, pressoché unico, di un autore che non esita a mettere in discussione se stesso, sottoponendo a una critica sconcertante, come avviene nel Parmenide, il punto centrale del proprio pensiero, cioè la dottrina delle idee. Questa "crisi» del platonismo non importa un abbandono della dottrina stessa, bensì un approfondimento di essa, attraverso i problemi emergenti dalla sua prima formulazione. I problemi principali, derivati da questa elaborazione, riguardano : a) la vitalità del pensiero; b) il mondo del divenire.
a) Come dar ragione, di fronte alla staticità delle idee, della vitalità e del dinamismo del pensiero? La risposta è duplice: i) di fronte alle idee, principio dell'essere, P. pone l'anima (v.), principio del movimento, in cui le idee si rispecchiano. E la soluzione del Fedro e del Timeo: dualismo delle anime e delle idee, nel Fedro; dualismo delle idee e del Demiurgo nel Timeo. 2) La soluzione più profonda del problema è quella elaborata nel Sofista, dove ciascuna idea, pur restando se stessa e inconcussa nella sua natura, stabilisce dal di fuori» ( $\varepsilon_{\varepsilon}^{\prime} \varepsilon \alpha \theta \varepsilon v, 253 \mathrm{~d}$ ) rapporti di essenziale concomitanza e di alterità con tutte le altre idee (p. es., l'idea "dell'essere" è dotata di una concomitanza essenziale con tutte le altre idee, in quanto tutte "sono"), sicché si stabilisce una comunanza delle idee ( $\delta \vartheta \nu \alpha \mu \iota \varsigma$ estvnavias, 25 I b, 257 d, ecc.) e il pensiero, che tutto le stringe in plesso ( $\sigma \cup \mu \pi \lambda \circ \kappa \eta, 259$ e), si muove secondo quei rapporti necessari che sono propri di una dialettica analitica e sintetica.
b) Come dar ragione, di fronte alla pienezza ontologica delle idee, d'un mondo del divenire, misto d'essere
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(Int. Enr. Catt.)
Papa - Verso della medaglia di Innocenzo VIII con il motto: Justitia Pace Copia (per il recto v. tav. LIX, 6). Autore ignoto-Medagliere Vaticano.
tiam cum fortuna coniunct(AM).
Al Caradosso si attribuiscono pure alcune medaglie di Giulio II, tutte anonime. Primieramente il pezzo fuso del 1506 (instalbacio templi petri - vaticanus mons) con la facciata della Basilica Vaticana secondo il disegno del Bramante; poi il pezzo con il paesaggio, il pastore ed il gregge (pedo servatas oves ad requiem addi. Al Francia viene attribuito all'incontro l'esemplare contra stimulus ne calcitres con la caduta da cavallo di s. Paolo, scena movimentata di grande effetto. Firmato da V. Camelio (V. C.) è il pezzo del 1506 (Pascite qui in vobis est gregem dei) con la scena di Pietro che dà le chiavi al Pontifice inginocchiato ai piedi di Cristo; un altro pezzo fuso del 1506 è di G. C. Romano (justiTIAE PACIS FIDEIQUE RECUPERATOR). A questo artista si attribuiscono ancora altri pezzi tra i quali l'esemplare con Civitavecchia; un secondo esemplare con castello a tre torri [IURI REDD(ENDO)] forse il progetto del Palazzo di Giustizia in Via Giulia; un terzo con tutels e il pastore col suo gregge; ed un quarto (vaticanus mons via iULIA adit) con una complessa veduta del Palazzo e delle terrazze del Vaticano.
Per Leone X non si conoscono medaglie firmate e dei pochi esemplari con il suo nome è incertissima l'attribuzione ad incisori contemporanei.
Da questo momento anche per la medaglia viene adottata la tecnica della coniazione propria della moneta: di qui una diminuzione del valore artistico ed un'aderenza sempre più stretta fra i due prodotti della stessa zecca romana.
Le medaglie del Cellini per Clemente VII sono due: quella firmata (CLaudunTor Belli Portae) che commerca la pace tra il P. e l'Imperatore, e l'altra anonima (iit bibat populus) con Mosè che fa sgorgare l'acqua dalla roccia, per l'esecuzione del pezzo di Orvieto. Per le altre medaglie di Clemente VII si fanno ancora i nomi di Giovanni Bernardi da Castel Bolognese e di Francesco Ortensi di Girolamo Dal Prato; al primo si attribuisce il magnifico esemplare ego sum ioseph frater VESTER, che altri preferisce considerare di mano del Cellini; al secondo quello fuso di buona arte (post multa plurima restant) con Cristo legato alla colonna, tipo che allude ai dolori sofferti dal P. per il sacco di Roma.
Si attribuiscono a Leone Leoni alcune medaglie di Paolo III con cavalieri che fuggono sotto una pioggia di pietre (Dominus custodit te - dominus protectio tua) allusivo alla fuga del corsaro Barbarossa; e securitas temporum (con la firma leo) con tre cavalli al pascolo; infine la Roma seduta presso la lupa ed il Tevere. Alessandro Cesati, detto il Grechetto, ha firmato una sola medaglia di Paolo III (omnes reges servient ei) con Alessandro in ginocchio davanti al gran sacerdote, tipo già di concezione ampollosa, che denunzia lo stile e le forme esagerate del tardo ' 500 . Gli si attribuiscono altre sei o sette medaglie, ma solo per tradizione o su testimonianzae discutibili: fra le altre l'esemplare con la facciata di S. Pietro, quella di ispirazione classica securitas p(OPULI) R(OMANI), e l'altra, di effetto melodrammatico ma di ispirazione originale, con Ganimede che innaffia il giglio farnese presso l'aquila imperiale. A Fe-
derico Bonzagna Parmense si attribuiscono i pezzi alma Roma, harum aedium fundator, con il Palazzo Farnese, e in virtute tua servati sumus con il liocorno; infine la veduta di Parma, ecc. Da lui sono firmate alcune medaglie di Giulio III, e le sua produzione continua poi sotto Paolo IV, Pio IV e Gregorio XIII. L'arte è già scadente ed alquanto trascurata; deficiente l'ispirazione dei pochi nuovi tipi di Giulio III, mentre sempre più numerose le ripetizioni dei tipi delle serie precedenti.
Dal Cavino, celebre falsario dell'epoca, è firmata la medaglia aholia resurgens - ut nunc novissimo die, in occasione del matrimonio di Maria Tudor con Filippo II nel 1554; alquanti pezzi dell'Anno Santo sono firmati dal Cesati insieme con l'esemplare apatoumat. Ma il maggior numero sono anonime e non attribuibili.
Una medaglia di Marcello II, che regna 23 giorni, è firmata da G. B. De Rossi, milanese, che sostituì il Cesati alla zecca di Roma ed incise numerosi pezzi di Paolo IV, Pio V e Gregorio XIII. Di Paolo IV firmò il pezzo con il Calvario e quello con habresi restituta per l'istituzione del tribunale dell'Inquisizione; altri esemplari del medesimo papa (JOHUS MEA DOMUS OBATIONIS e beati qui custodIunt vias meas) sono del Parmense.
Le numerose medaglie di Pio IV sono firmate, oltre che dal De Rossi e dal Parmense, dai nuovi artisti Marco Argo, scolaro del Cesati, e Simone Pallante. Di queste è l'esemplare pietati pontificie di ispirazione classica; di Marco Argo i pezzi tui sestator, con vescovo a cavallo che insegue a frustate il nemico fuggente, trasparente allusione al card. Ippolito d'Este, legato in Francia a combattere gli Ugonotti; infine il pezzo con il P. che esce con la Corte dalla Porta Flaminia. Notevoli del Parmense i pezzi tii autem poem ipse es e virgo tua gloria partus.
Un ricco gruppo di pezzi di Federico Parmense, qualche esemplare di G. A. Rossi insieme con alcuni esemplari anonimi costituiscono il gruppo di Pio V, fra i quali notevole del Parmense dextera tua domine percussit inimicum, che rievoca la battaglia di Lepanto.
Le numerose medaglie di Gregorio XIII, oltre che dai due precedenti artisti, sono state firmate da Domenico Poggini, G. Melone, L. Fragni, Niccolò De Bonis, Lodovico Leoni, Domenico Argentario e Bernardino Passero (ed anche da un F. C. ed un R. C. non meglio identificati). Argentario e Passero lavorarono insieme ca. il 1582 alle 5 grandi medaglie eseguite per il X anno di regno, che dovevano essere poste nelle fondazioni del Collegio dei Gesuiti. Del Parmense i pezzi migliori sono uoonottorum strages e in fluctibus emergens - restabravit col ponte sul Tevere. Di D. Poggini in nom(ing) jesu burge et abbula, con la guarigione del paralitico. Di L. Fragni parmense super hanc petram con la facciata della Basilica Vaticana secondo il progetto di Michelangelo e viatorum saluti - fella, con il ponte sul Paglia presso Acquapendente; di Niccolò De Bonis la medaglia che ricorda l'istituzione del Collegio Germanico voluto da Giulio III ed ultimato da Gregorio XIII.
Numerosi i pezzi al nome di Sisto V firmati dagli incisori dell'epoca sunnominati. Ormai la serie medaglistica papale è uniforme nella tecnica e nei sistemi che si ripetono e si rielaborano nel pesante stile dell'epoca, ma non presenta più molto interesse, salvo per i nuovi tipi di carattere architettonico.
Le poche medaglie di Urbano VII, che regnò solo 12 giorni, sono postume. Di Innocenzo IX, che regnò due mesi, non si hanno monete ma qualche medaglia fir-

(Int. Enr. Catt.)
Papa - Verso della medaglia di Alessandro VI con Castel Sant'Angelo e il ponte (per il recto v. tav. LIX, 7). Attribuita al Caradosso - Medagliere Vaticano.
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(Int. Enc. Gutt.)
Papa - Medaglia di Sisto V, nel verso i due colossi del Quirinale. Di E. De Bonis - Medagliare Vaticano.
mata da Niccolò ed Emilio De Bonis, i quali pure lavorano ai coni di Gregorio XIV. Anonimi i pezzi in memoria di Leone XI, che ha regnato solo 27 giorni ( 1605 ).
I numerosi pezzi di Clemente VIII sono firmati dai due De Bonis, da Gaspare Cambio, Giorgio Rancetti e da Fr. Mochi. Quelli di Paolo V, dal Rancetti, dal Moro e dal Sanquirico; e quelli di Urbano VIII e di Innocenzo X dal Moroni, dal Mola, dal Korman di Augusta, ed altri minori.
Le medaglie di Alessandro VII sono, salvo poche eccezioni, firmate dal Moroni e presentano in maggior numero tipi architettonici e di opere d'arte dell'epoca, in figurazioni prospettiche di grande effetto. Quelle di Clemente IX e di Clemente X dagli Hamerani, dal Lucenti, dal Travani; per Innocenzo X si aggiunge il Guglielmada e per Alessandro VIII G. Ortolani e Ferdinando di S. Urbano; con Innocenzo XII e poi con Clemente XI ancora gli Hamerani, Paolo Borner, A. Pilaia; Zrinereglido Hamerani firma il diritto del pezzo di Clemente XI factus est principatus super humerum eius con Gesù caduto sotto il peso della Croce, e ancora il bel ritratto del Pontefice stesso di tre quarti a sinistra. Dall'età di Benedetto XIII sino alla fine del secolo le medaglie sono firmate dagli Hamerani, dal Cropanese; da Pio VII in poi si trovano le firme di Mercandetti, Brandi, Pasinati, Passamonti, Cerbara, Caputi, Girometti; infine per Pio IX quelle del Cerbara, del Girometti e anche dei due Bianchi.
Il numero delle medaglie papali prodotte dagli inizi del sec. xVI (Giulio II) in poi è enorme, ma non precisabile; le fonti risultano incomplete ed insufficienti. Il Bonanni ne ha descritte un buon numero, ma si ferma ad Innocenzo XIV (1700); il Mazio si limita a descrivere i coni raccolti ed esistenti al suo tempo presso la zecca di Roma (e tutti sanno come e quando tale raccolta fu fatta), e vi comprende anche i coni paladianioni (v) esistenti; il Martinori ne triplica il numero, ma vi inserisce, oltre le invenzioni paladiniane, anche buon numero di pezzi ibridi, spuri, scarti di conio, ripetizioni, ed infine numerose medaglie di devozione di nessun carattere ufficiale. Il quesito del numero rimane insoluto, e si può calcolare solo approssimativamente ad alcune migliaia di pezzi.
Il primo e massimo interesse di tale serie è quello iconografico : è una galleria completa di ritratti di tutti i p. che si susseguirono per più di quattro secoli e mezzo : ritratti cui gli incisori rivolsero le maggiori cure : proprio sotto il ritratto i numerosi artisti di tutti i tempi apposero la loro firma. Il valore iconografico è tanto più grande per il fatto che sulle monete papali il ritratto, comparso inizialmente con Giulio II, già con lui e poi dopo di lui si ritrova esclusivamente sui maggiori nominali di oro e d'argento, emissioni che diventano rare ed anche rarissime con Innocenzo XI, perché scarse di pezzi; per giunta alcuni p. non hanno posto mai il loro ritratto sulla moneta, come Paolo IV, Gregorio XV, Alessandro VII, Clemente IX, Benedetto XIII e Clemente XIV. Solo con Leone XII ricompare più frequentemente il ritratto, di cui Pio IX orna il maggior numero delle sue numerose emissioni.
In secondo luogo si deve considerare l'interesse tipologico che fa di questa serie una preziosa documenta-
zione storico-religiosa soprattutto per le rappresentazioni del rovescio.
L'andamento tipologico come quello artistico della medaglia si affianca ed è analogo a quello delle monete, ma il maggior diametro della medaglia permette un più ampio sviluppo dei tipi che d'altronde non si ripetono mai eguali sulle due serie, ma si presentano sulle medaglie come varianti di un analogo tema proposto all'artista da una stessa autorità, e che illustra gli stessi concetti e gli stessi avvenimenti. Saranno trattati qui pochi gruppi, che daranno modo di trarre alcune constatazioni di notevole importanza in rapporto ai sistemi di lavoro nella zecca di Roma: cioè la ripetizione sistematica degli stessi tipi sovente anche con gli identici coni, senza pregiudizio del cosiddetto diritto di autore; si noti poi che sul rovescio non si trova mai la firma dell'artista incisore; sono i tipi religiosi e le personificazioni sacre e profane.
Il tipo di Cristo che consegna le chiavi a s. Pietro (claves regni celorum), compare già con Giulio III, ritorna con Marcello II sino a Gregorio XIII: è tipo monetale ricorrente nei secc. xv e xvi da Giulio II in poi (cf. accipe claves regni celorum). Una delle ultime edizioni è quella di Clemente X tu es petrus et super hanc petram aedificaro scclesiam meam, con una figurazione nello stile enfatico dell'epoca. Cristo che scaccia i mercanti dal Tempio (domus mea domus orationis) compare nello stesso periodo, con Paolo IV, ed insiste fino a Sisto V.
Il busto nimbato di Cristo (beati qui custodIunt vias meas), compare con Paolo III e ritorna con i successori almeno fino a Gregorio XV. E sempre lo stesso tipo, severo, seratico, con i lunghi capelli spioventi sulle spalle, che ricompare con Alessandro VII. Si affianca ad analogo tipo monetale da Giulio III a Sisto V almeno. Da notare la mezza figura frontale del Padre eterno raggiato con globo crucigero dell'esemplare di Giulio XII, con la leggenda ego sum via veritas et vita più propria delle note medaglie con l'effige del Salvatore, attribuite al De Rossi ed a Leone Leoni (cf. anche i pezzi analoghi con ego sum lux mundi). Un'altra edizione del busto, ringiovanito ed abbellito, si trova con Urbano VIII (16231644): DOMINE quIS SIMILIS TIBI.
Gesù che lava i piedi all'Apostolo (tu dominus et magister - exemplum dedi vobis), si trova da Leone X, una o più volte per ogni pontefice, sino a Pio IX incluso, che ne presenta numerosi esemplari. Con Alessandro VII la succitata formola è sostituita da rosmam sersi accipiena; ma poi ritorna la vecchia dizione, che con Gregorio XVI si muta in ego dominus et magister. Anche il tipo subisce varianti da Alessandro VII in poi, giacché non vi partecipa più un solo discepolo, ma cinque, sei, e anche dieci, dando movimento alla scena che prima si svolgeva tranquillamente tra Cristo ed un solo assistente.
Il tipo di Cristo che predica alle turbe (ne deterius vobis contingat), pare sia stato introdotto da Paolo IV, e dura per tutto il sec. xVI. Cristo che discute nel Tempio coi Dottori (tu autem idem ipse es) è proprio di Paolo III e di Pio IV; deve considerarsi una variante dei testoni di Paolo III.
Il tipo degli Apostoli nella nave in tempesta che ri-

(fot. Enc. Catt.)
Papa - Medaglia di Clemente XI, nel verso il motto: factus est principatus super humerum eius. Di E. Hamerani - Medagliere Vaticano.
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corrono a Gesù addormentato perché li soccorra (salva nos Domine) si trova con Clemente VIII e Urbano VIII, dallo stesso conio. Una variante di questo tipo, Gesù che siede a poppa della nave e gli Apostoli che lo pregano di placare le acque agitate [IMPERA d(omi)NE ET fac tranquillitatem), appare con Pio V e ritorna con Paolo V. S. Pietro semisommerso nelle acque agitate del mare, salvato da Gesù che cammina sulle acque (salva nos domine), magnifico conio di Innocenzo XI, deriva dal tipo ben più complesso dei tre multipli aurei di Paolo II, Sisto IV, e Alessandro VI e dall'argento di Clemente VII: quare dubitasti.
Una variante nella leggenda nei pezzi di Gregorio XIII che imitano il tipo di Pio V succitato dice Domine adiuva nos. La pesca miracolosa (in fluctibus emergeni) si ripete da Paolo IV per tutto il sec. xvI ed i pezzi derivano da uno stesso conio.
Il tipo di s. Pietro che tira la rete (in verbo tuo) si trova con Clemente VIII e Urbano VIII, variante del tipo monetale del ducato da Sisto IV in poi. Gregem ne deseras, un pastore che invoca dal Cielo la salvezza del suo gregge, è conio di Gregorio IV ripetuto da Clemente VIII. Gesù caduto sotto il peso della Croce (factus est principatus super humerum eius) compare con Clemente XI, e viene ripetuto, dallo stesso conio, da Clemente XIV e da Pio VI.
La figurazione della madre di Dio ricorre in alquante varianti del tipo monetale e si ripete sovente dagli stessi coni: virgo tua Gloria partus, da Giulio II sino a Gregorio XIII; causa nostrae laetitiae di Gregorio XV. Virgo potens ora pro nobis di Clemente XI e sub tuum praesidium di Innocenzo XII del 1699, sono due varianti dal dipinto del Maratta. Più complesse composizioni, quella di Alessandro VIII (viCtricem manum tuam laudemus) per la vittoria dei Veneziani sui Turchi nel 1690 ed auxilium christianorum con la Madonna del Rosario di Clemente XI. Infine i due tipi della Immacolata Concezione di Clemente X, cum me laudarent simul, astra matutina, del testone dello stesso.
Il rovescio dextera domini faciat virtutem 1591, con il P. che consegna il vessillo per la guerra, compare identico, e da un sol conio, per Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV e Innocenzo IX. Si vuole accenni alla spedizione in Francia del nipote del p. Gregorio contro gli ugonotti; se cosi è, si ha qui un molteplice patente esempio di pezzi ibridi, ma presenti in tutte le collezioni.
Anche per gli Anni Santi che si susseguirono dal 1500 in poi, si coniarono numerosissime medaglie che riproducono la Porta Santa aperta e chiusa, e le varie funzioni inerenti; tutti i tipi si ripetono con poche varianti in ciascun periodo e per tutte le cerimonie, come nelle monete.
Lo stesso dicasi per le personificazioni allegoriche sacre e profane, queste di ispirazione prettamente classica, precedendo quelle: l'Annona pontificia di Paolo III, che vien ripetuta per tutto il sec. xvi e sovente dagli stessi coni; Roma resurgens di Paolo IV; la Pax di Pio IV, la Hilaritas pontificia, tipo del Paladino per Paolo II e successori immediati, che ritorna con Sisto V; la Securitas da Paolo III in poi e la Liberalitas di Leone X e Clemente XIII, che sono due tipi analoghi.
Dal 1600 in poi si presentano quelle personificazioni di concetti religiosi che sono note dall'arte statuaria monumentale dell'epoca: la Religio, la Fides, e la Chiesa; la Charitas, la Iustitia, la Clementia, la Providentia, la Fortitudo, ecc. Nel qual settore è possibile, ad un esame particolareggisto, ritrovare identità di coni per vari pontefici; basterà ricordare che il gruppo Iustitia et Clementia complexae sunt di Urbano VII e di Innocenzo X derivano dallo stesso conio.
Quanti accostamenti ibridi e postumi si possano e debbano riconoscere in questa ricca serie papale e per ogni periodo, non sarà mai possibile dire e nemmeno riscontrare; i pezzi han preso diritto di esistenza perché presenti in tutte le collezioni e nei manuali e nei cataloghi; basterà pensare al fenomeno Paladino, la cui produzione, da non molto riconosciuta postuma, si ritrova inserita dovunque e di cui si è tentato sino ai nostri giorni una giustificazione sotto il nome di a restituzioni a.
In un solo settore il fenomeno dell'uso ripetuto dei coni nei più diversi periodi non si è verificato e non si poteva verificare, in quello dei tipi architettonici. Questi tipi testimoniano per ciascun p. le specifiche benemerenze nel campo delle costruzioni sacre e profane, di cui ogni p. andava giustamente fiero, onde nessuna confusione e ripetizione abusiva di coni era possibile.
Particolarmente sono illustrati: con Giulio II la Basilica Vaticana con la cupola e i due campanili secondo il progetto del Bramante [Templi petri instauračio - vaTICANUS M(ON)s], la Basilica Lauretana, il porto e la fortezza di Civitavecchia, ecc.; con Paolo III, il Palazzo Farnese, una veduta di Frascati con la Villa Rufina; una magnifica veduta di Roma a volo di uccello, ecc.; con Giulio III : la Basilica Vaticana secondo il progetto del Sangallo, Villa Giulia, ecc.; con Pio IV: Castel S. Angelo e la chiesa di S. Caterina; con Pio V: la chiesa di S. Croce in Bosco; con Gregorio XIII : il progetto della Basilica Vaticana secondo Michelangelo e la Cappella Gregoriana della stessa Basilica, il ponte sul Pclia ad Acquapendente, il Palazzo Capitolino con la torre, la Madonna dei Monti ed il Collegio Germanico, ecc.; con Sisto V: le colonne Traiana ed Antonina con le statue dei ss. Pietro e Paolo, i colossi del Quirinale, i quattro obelischi (cruci felicius consecuta), ecc.; con Clemente VII: la città di Ferraro (ferraria decorerata), il ponte e la caduta delle acque del Velino (vellino emisso mpc), ecc.; con Paolo V: la Cappella Borghesiana di S. Maria Maggiore, S. Carlo al Corio, la colonna del tempio della Pace elevata davanti la Basilica Liberiana sormontata dalla statua della Madonna (pro tui nominis oloria), il Palazzo di Quirinale e la porta della Cappella Paolina, quella del Vaticano sotto l'orologio, il ponte sul Liri presso Ceprano, il porto artificiale di Fano, ecc.; con Urbano VIII: la Confessione del Vaticano, Castel S. Angelo, il porto di Civitavecchia, le chiese di S. Bibbiana, di S. Caio presso le terme di Diocleziano, il Battistero Lateranense, i granai di T'ermini ed il baluardo del Quirinale, le mura di Roma, la Porta Gianicolense, il Palazzo pontificio di Castel Gandolfo, le ferriere di Monte Leone, ecc.; con Innocenzo X: l'interno della Basilica Lateranense e di S. Pietro, il Palazzo del Museo Capitolino, Piazza Navena con le fontane e l'obelisco e la relativa chiesa di S. Agnese, ecc.; con Alessandro VII: le chiese di S. Maria della Pace, di S. Maria in Campitelli, di S. Maria in Via Lata, di S. Andrea della Valle, la Cattedra di S. Pietro in Vaticano, la Scala Regia, il cortile dell'Archiginnasio romano, il Palazzo del Quirinale per la famiglia pontificia, Porta del Popolo dall'esterno e dall'interno, l'Ospedale di S. Spirito, Ponte S. Angelo con le statue berniniane, ecc.; con Clemente X : il Palazzo Altieri, il porto di Civitavecchia, la tribuna della Basilica Liberiana, ecc.; con Clemente XI : la basilica dei XII Apostoli e la Cappella gentilizia della famiglia Albani, la chiesa ed i portici della basilica di S. Clemente, i granai di Termini, la chiesa e i bagni di Nocera, il porto e l'acquedotto di Civitavecchia, l'Istituto di Bologna, ecc.; con Clemente XII : l'arco di Costantino [OS MEMON(IAM) CHRISTIAN(AE) SECURIT(ATIS) REST(AURATAE)], le grandi medaglie con S. Giovanni in Laterano con il portico e la cappella Corsini, la fontana di Trevi (FONTE AQUAE VIRGINIS ORNATO), il Palazzo della Consulta, ecc.; con Benedetto XIV : S. Maria Maggiore, il sepolcro di Maria Sobieski al Vaticano, l'abside del triclinio leoniano, davanti alla Basilica Lateranense, l'interno del Pantheon, le mura urbane (securitas publica - modella orbis nestaurata); con Clemente XIII : i granai di Termini, i due centauri in marmo nero della Villa Adriana in Campidoglio (cura principis aucto misaéo capitolino celerernimis abrianas villae obnamentis), Civitavecchia (centroccelis ampliata civitas mDCCLxiv), ecc.; con Clemente XIV : la basilica dei SS. XII Apostoli ed il Museo Clementino con i candelabri Barberini; con Pio VI: la Sacrestia vaticana, il conservatorio Pio sotto S. Pietro in Montorio, S. Lorenzo alle Grotte, Civitavecchia ed i suoi forni, l'Espizio dei fanciulli in Foligno, l'ospedale a Città di Castello, le carceri e l'Accademia di Treia, il Conservatorio di Fabriano, ecc.; con Pio VII:
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la Basilica Vaticana, Piazza del Popolo, Ponte Molle, il gruppo del Laocoonte ed il Braccio nuovo del Museo Vaticano; con Leone XII : la Basilica Ostiense dopo l'incendio, il fonte battesimale di S. Maria Maggiore, ecc.; con Gregorio XVI : il tempio di Antonino e Faustina, il Museo egizio vaticano, Porta Maggiore ed il monumento Claudio, il ponte ed il canale di Terracina, l'ospedale di S. Giacomo in Augusta, il ponte Gallero, la fortezza di Ancona; e sulle grandi monumentali medaglie l'entrata e l'uscita dell'Aniene dai cuniculi presso Tivoli, ecc.; con Pio IX: la prospettiva interna della Basilica Lateranense, la Via Appia con S. Sebastiano, il Museo Lateranense, Porta Pia vista dall'interno e dall'esterno, Porta S. Pancrazio, S. Paolo ricostruita, la basilica di S. Lorenzo, la Piazza del Quirinale, la Galleria Piana al Palazzo pontificio, il ponte che unisce Albano all'Ariccia, il tempio della B. Vergine detta di S. Luca in Bologna, S. Lorenzo al Verano, ecc.
Alcuni templi e monumenti ricorrono più di una volta per i successivi restauri, abbellimenti ed aggiunte subiti, cosi S. Pietro, S. Paolo e S. Giovanni in Laterano; con i monumenti romani ricorrono sovente anche templi e monumenti e costruzioni varie di singole città, grandi e piccole, dello Stato papale, a dimostrazione che la cura pontificia si estendeva a tutti, per tutte le necessità. Anche dopo il 1870 la coniazione delle medaglie annuali fu continuata a tutt'oggi, recando sul recto il busto del Pontefice e sul verso la figurazione dell'avvenimento più saliente dell'anno. - Vedi tavv. LVIII-LXV.
Biss.: Pl. Bonanni, Numinismo post. Romanorum, 2 voll., Roma 1699; F. Masio, Scrie dei coni delle medaglie pontificie de Martina V a tutto il pontificato di Pio VII, Roma 1824, con il Supplemento..., che comprende i pontificati da Leone XII e Pio IX a. XXV, ivi 1883; Trésor de numismatique et de glyptique. Médailles des Papes, Parigi 1830; J. Traidländer, Die ital. Schaumbü̈zen des XV. Th. (1420-1520), Berlino 1880-82; A. Armand, Les médailleurs italicés des XV' et XV'1r siècles, 3 voll., Parigi 1883 1887; G. B. Sujino, Il medagliere medicea del R. Museo nazionale di Firenze, Firenze 1899; L. Forrer, Biographical Dictionary of Medaillies, Londra 1909-10; G. F. Hill, in Numismatic Chronicle, 10 (1910); A. De Rinaldis, Medaglie dei secc. XV-XVI nel Museo nazionale di Napoli, Napoli 1913; E. Martinori, Annali della zecca di Roma (24 fasc. da Urbano V alla Repubblica Romana 1848-49, pubblicati sotto l'egida dell'Istituto ital. di numismatica), Roma 1917-22; G. F. Hill, The Roman Medaillist of the Renaissance to the time of Leo X. este, da Papers of the br. School at Rome, 9 (1920); id., The Medallic Portraits of Christ, Oxford 1920; A. Patriquoni, Le medaglie di Pio VII, di Leone X, di Pio VIII e di Gregorio XVI, 4 fasc. Pescara, Catania, Roma 1920-33. Per le opere relative alle medaglie dell'età del Rinascimento v. la bibl. di medaglia. Secondina Lorenza Cesare
PÂPÂ BAR 'AGGAJ. - Vescovo di SeleuciaCtesifonte, occupò la sede della capitale della Persia dei Sassanidi all'epoca di Costantino.
Le fonti gli attribuiscono tendenze egemoniche su tutte le diocesi della Persia; cosi il Synodicon orientale, la Cronaca di Seert e quella di Mârî b. Sulajmân. Benché le fonti siano assai discrepanti nei particolari e piene di anacronismi, il fatto che $P$. ottenne con l'aiuto dei "Padri occidentali», ossia dei vescovi della provincia di Antiochia, un certo primato su tutti i vescovati della Persia, è fuori di dubbio.
Biss.: H. Ginnoudi, Maris Amri et Slibae de patriarchis nestorianorum commentaria, I, Roma 1899, p. 7; J.-B. Chabot, Synodicon orientale. Parigi 1902, pp. 289-91; T. Sachau, Die Chronib von Arbela, Berlino 1915, pp. 71-72; A. Scher, Histoire nestorienne: PO 4, 596; J. Ortiz de Urbina, Storia e cause della scisma della Chiesa di Persia, in Or. chr. per., 3 (1937), pp. 613-67. Guglielmo de Vries
PAPADOPOLOS COMNENOS, NIFOLAOS. Teologo ed erudito greco, n. a Chandax nell'isola di Creta nel 1651, m. a Padova il 25 genn. 1740. Studiò nel Collegio Greco di Roma dove si convertì al cattolicesimo (1672) ed entrò nella Compagnia di Gesù, ma ne uscì quasi subito, continuando i suoi studi fino alla ordinazione sacerdotale. Indi percorse per motivo di istruzione le principali città italiane ben accolte da tutti. Da Cosimo III ebbe l'abbazia di S. Zenobio, e dalla Università di Padova l'invito a insegnarvi il diritto canonico (1688).
Scrisse opere di controversia in difesa dei suoi compatrioti con tendenza conciliatrice. Notevolissima la sua Historia gymnasii Patavini (2 voll., Venezia 1726), ricca di notizie intorno ai teologi greci che ebbero relazione con quello studio.
Bibl.: J. C. Hoefsr, s. v. in Nouv. biogr. gén., XXXIX, Parigi 1862, p. 155; E. Legrand, Bibliogr. hell. du XVIIr siècle, Parigi 1893, pp. 410-23; Hurter, IV, col. 1265. Benedetto Gioia
PAPADOPOULOS, CRIsoStomo. - Arcivescovo di Atene, n. a Madytos nella Tracia il $1^{\circ}$ luglio 1868, m. ad Atene il 22 ott. 1938.
Frequentò gli studi ecclesiastici al Seminario di Costantinopoli dal 1884 al 1887 ; poi, dal 1887 al 1889 nel monastero della S. Croce a Gerusalemme e nella Scuola evangelica di Smirne; dal 1889 al 1891 nella Facoltà teologica di Atene e dal 1891 al 1895 nelle Accademie ecclesiastiche di Kiev e di Pietroburgo. Nel 1893 iniziò il suo insegnamento come professore nella Scuola teologica della S. Croce a Gerusalemme, dove fu ordinato sacerdote e fatto metropolita nel 1900 . Nel 1909 si vide costretto a lasciare Gerusalemme e per due anni soggiornò ad Alessandria. Nel 1911 lo si trova ad Atene, come professore nella Scuola teologica di Rizario dal 1911 al 1923, ed a partire dal 1914 anche come professore di Storia ecclesiastica nell'Università.
L'8 marzo del 1923 venne eletto dal S. Sinodo ad arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, posto che mantenne fino alla morte, senza abbandonare mai i suoi studi storici. Come arcivescovo, esercitò un grande influsso nella politica della sua patria. Nel campo religioso si distinse come amico dei movimenti ecumenici e come avversario irriducibile dei greci uniti alla Chiesa romana.
Tra le sue pubblicazioni le principali sono: La Chiesa di Gerusalemme, Atene 1900; Il monastero della Croce e la sua Scuola teologica, Gerusalemme 1903; Cirillo Lubaris, Trieste 1907, da completare con altra opera sul medesimo pubblicata in Alessandria (1913), e numerosi articoli; Storia della Chiesa di Gerusalemme, Alessandria 1910; La Chiesa di Atene, Atene 1928; Storia della Chiesa di Alessandria, Alessandria 1933. Alla polemica antirumana appartiene l'opera Il primato del Vescovo di Roma, Atene 1930.
Biss.: su P. si troveranno molti dati biografici e bibliografici nella rivista Theologia, 16 (1938), pp. 369-408; 17 (1939), pp. 227-72. Inoltre possono consultarsi D. Balanos, 'Il 25667207 , Zyedr, vud Thevectesopios 185, Atene 1931, p. 154 190: 'Vvedome col 78 79:900078 780072 80070782 786 800779000078, 8760002 vud 920, Xgoyos76999 1807080700870, Atene 1931; Hiérnonine Pierre (P. Dumont O.S.B.), L'union de l'Orient avec Rome, in Orientalia christiana, 18 (1930), pp. 1-165. Maurizio Gordillo
PAPADOPOULOS-KERAMEUS, ATANANO. Orientalista, n. in Dracia di Tessalia il 26 apr. 1856, m. a Pietroburgo il 18 ott. 1912.
Finiti i suoi studi ginnasiali nella scuola evangelica di Smirne, vi diventò conservatore della Biblioteca e del Museo della scuola, e vi pubblicò i suoi primi saggi. Nel 1881 si trasferì a Costantinopoli, come bibliotecario della Società di filologia ellenica, e per incarico di essa visitò e redasse i cataloghi di numerose biblioteche nella Macedonia, nel Ponto e nelle isole dell'Egeo. Chiamato a Gerusalemme dal patriarca Nicodemo, percorse tutta la Palestina alla ricerca di codici greci, che riunì nel monastero dei SS. Costantino ed Elena, e ne tesse il catalogo, della cui stampa si incaricò la Società russa per la Palestina. Ciò diede occasione alla sua andata a Pietroburgo. Nel 1892 fu professore di filologia greca in quella Università e nel 1894 passò alla Biblioteca Metropolitana.
Infaticabile nel suo lavoro, il lungo contatto coi codici antichi gli diede occasione di pubblicare per la prima volta numerosi documenti dell'antichità e di redigere interessanti lavori, editi nelle riviste greche, russe ed in molte dell'Occidente. G. Papamichail (v. bibl.) ne elenca 215.
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(fot. Exposizione d'Arte sacra dei paesi di Mionone)
Papato - La nave simbolica della Chiesa con il Pontefice, i vescovi, e i fedeli e i ss. Pietro e Paolo come nocchieri. Gruppo in ottone di Gakpon Dahou Dahomey (vicariato apostolico di Ouidah).
riguardanti l'archeologia classica e bizantina, la patrologia, la bizantinologia, la storia ecclesiastica e la paleografia. Fra tutte le sue opere la più pregevole è la Biblioteca Gerosolimitana, ossia Catalogo dei codici greci della Biblioteca del "Trono Patriarcale di Gerusalemme e di tutta la Palestina" ( 5 voll., Pietroburgo 1891-1910).
Bibl.: A. Crisostomo A. Papadopoulos, 'H (epṡ Mōy $\bar{j}$ тoü $\Sigma \tau \alpha \mu \rho \circ \tilde{\rho}$ xal $\xi \nu$ a $\dot{\alpha} \tilde{\eta} \tilde{\eta} \vartheta \varepsilon \sigma \lambda \circ \gamma \iota \varepsilon \tilde{\eta} \Sigma \chi \circ$ ) 5 . Gerusalemme 1903. pp. 24-90; G. Pepamichail, "A $\theta \alpha \gamma \varepsilon \varepsilon \sigma \iota \varsigma$ Ilam $\alpha \dot{\varepsilon} \varepsilon \varepsilon \sigma \iota \alpha \dot{\alpha} \varsigma$ K $\alpha \rho \alpha \mu \varepsilon \dot{\varsigma}$, in "Exx $\lambda \alpha \alpha \iota \alpha \sigma \tau \iota x \varsigma$ Ф $\alpha \dot{\rho} \varsigma$. 11 (1913), pp. 430-60. Maurizio Gordillo
PAPANTLA, DIOCESI di. - Città e diocesi del Messico, suffraganea dell'arcidiocesi di Vera Cruz.
Ha una superficie di 19.559 km 2 , con una popolazione di 280.000 ab., dei quali 225.000 cattolici, distribuiti in 22 parrocchie servite da 32 sacerdoti diocesani; conta 9 comunità religiose femminili (Ann. Pont., 1952, p. 310).
La diocesi fu eretta dal papa Pio XI con la cost. apost. Orbis catholici del 24 nov. 1922, per smembramento dall'arcidiocesi di Vera Cruz.
Bibl.: AAS. 15 (1923), pp. 329-32: Enc. Eur. Am., XLI, p. 1009 .
Enrico Josi
Papato. - Voce sinonima a Pontificato Romano, per indicare l'istituzione permanente voluta da Gesù Cristo nella persona di s. Pietro e per lui in quelle dei suoi legittimi successori sino alla fine dei secoli, allo scopo di presiedere e governare con piena e suprema autorità la Chiesa universale.
Mentre con la voce "Chiesa" s'intende indicare il complesso di tutti i fedeli raccolti sotto il governo dei legittimi pastori, con p. s'intende invece l'autorità suprema preposta alla Chiesa stessa per mandato divino. A questa autorità, cioè al p., compete l'indefettibilità (v.) e l'infallibilità (v.). In forza della sua universalità, cioè del Primato (v. Primato di s. Pietro e del papa, ad esso fanno capo i vescovi di tutto il mondo, posti al governo dei singoli territori e delle nazioni, i territori di missione e quelli ad essi equiparati perché ad essi deve espandersi la Chiesa di Cristo, quegli istituti religiosi che per essere esenti dall'autorità diocesana hanno il privilegio di dipendere direttamente dall'autorità pontificia.
Si ricollegano direttamente con il p. quegli organi che gli sono necessari per l'esercizio della sua missione e sono, nel centro stesso della cristianità, le Congregazioni (v.) ed alla periferia le nunziature, le delegazioni, i vicariati e le prefetture apostoliche.
La storia del P. è tutta connaturata nella storia della Chiesa (v.), pur ricordando sempre che nell'esercizio dei suoi poteri si manifesta, secondo i tempi e le circostanze, un accentramento maggiore o minore, e gli interventi diretti nelle vicende storiche interne ed esterne della Chiesa avvengono più o meno frequenti e larghi secondo si presentano le necessità e le possibilità di bene, senza che per questo se ne siano potuti prescrivere i diritti fon-
damentali od acquistare valore giuridico le pretese libertà di qualche particolare nazione. Per i singoli pontefici si vedano le voci che li riguardano.
Pio Peschini
PAPEEROCH (Papenbroeck), DaNIEL von. - Bollandista, n. ad Anversa il 17 marzo 1628, m. ivi il 28 giugno 1714. Entrato fra i Gesuiti nel 1646, fu, dal 1659 alla morte, collaboratore degli Acta Sanctorum, attendendo alla pubblicazione dei voll. dal I di marzo (Anversa 1668) al V di giugno (ivi 1709); in tutto 18 voll., ai quali forni la parte migliore.
Con il p. God. Hensken fece, nel 16601662, un primo viaggio di ricerche (di cui scrisse un diario minuto) attraverso la Germania, l'Italia e la Francia, riportandone un materiale assai copioso; un secondo ne fece nel 1668 visitando i monasteri delle regioni della Mosa e della Mosella; un terzo, con il p. C. Jenninck, nel 1680 a Paderborn. Una dura vicenda ebbe a subire con l'Inquisizione spagnola. L'aver combattuto nei prolegomeni alla vita di s. Alberto, patriarca di Gerusalemme (cf. Acta SS. Aprilis, I, ivi 1675, pp. 776-802), la tradizione che i Carmelitani derivassero dal profeta Elia, gli sollevò contro dal 1681 al 1693 tutta una serie di opere ed opuscoli ridondanti di accuse, di invettive e di puerilità. Fu anche denunciato per eresie all'Inquisizione spagnola, che nel 1695 pose all'Indice i 14 voll. degli Acta, elaborati dal P. Questi rispose e si difese nei 3 voll. di Responsio ad Exhibitionem errorum per adm. R. P. Sebastianum a s. Paulo vulgatum a. 1693 Calanius (Anversa 1696-99). Portata la causa anche a Roma, Innocenzo XII nel 1698 impose silenzio ad entrambe le parti. La calma giovò; la difesa dei Bollandisti, condotta con tatto e prudenza per nove anni dal p. G. Cassani, provocò nel 1700 il ritiro della condanna del 1695 . Fu però messo all'Indice (e vi rimase fino al 1900) il vol. Propylacum Maii (ivi 1668), dove il P. aveva esposto un Canatus chronologico-historicus ad catalogum Romanorum pontificum, dove ai dati su alcuni papi erano aggiunte notizie non sempre edificanti sui cavalavi ( $=$ Conclusium historiunculus). Il P. fece anche, con il suo Propylacum antiquarium circa veri et falsi discrimen in vetustis membranis (Acta SS. Aprilis, II, ivi 1675, pp. i-1.11) il primo tentativo di stabilire le regole della critica diplomatica; ma andò troppo oltre nel sospettare dell'autenticità della più parte degli antichi diplomi monastici; il che diede motivo al Mabillon di esporre definitivamente la dottrina sull'argomento nel suo capolavoro: De re diplomatica, a cui il P. si diede vinto con la serena umiltà del dotto. Dopo la pubblicazione del vol. V di giugno egli cessò dal suo lavoro di agiografo e consacrò gli ultimi anni a scrivere Annales Antuerpienses (pubblicati postumi da F. H. Mertens ed E. Buschmann, 5 voll., ivi 1845-48).
L'opera del P., mirabile non solo per l'estensione, ma più ancora per la varietà e il valore, dimostra in lui una grande erudizione, un possesso pieno della materia, un fine intuito dei particolari; il che non toglie, naturalmente, che in un campo così scabroso e inesplorato si sia lasciato sfuggire osservazioni e anticipazioni premature o affrettate.
Bibl.: J. Pien, De vita, gestis, operibus ac virtutibus Papedrochii, in Acta SS. Junii, VI, Anversa 1715, pp. 3-21; H. Reusch, Der Index der verbotenen Bücher, II, Bonn 1885, pp. 268-76; Sommervogel, VI, pp. 178-85; H. Delehaye, A travers trois siècles. L'oeuvre des Bollandistes (1619-1913), Bruxelles 1920. pp. 31-40; A. Mercati, "Bollandiano" dall'Arch. Segreto Vatic. (Miscell. hist. pontif., 3), Roma 1940, pp. 12-14; P. Pastora, L'oeuvre des Bollandistes, Bruxelles 1942, pp. 27-38; M. Coens, P., in Anal. Bolland., 60 (1942), p. 16; J. Entombasagues, Un dato acerca de $P$. y la Inquisición española, in Rev. de bibliogr. nacion., 3 (1943), pp. 123-34; M. Coens, Une correspondance de $P$. avec les maniales de La Chaitre-Diou-du Thail d propos de st Jouvencs, martyr catacombaire, in Anal. Bolland., 64 (1946), pp. 181-99. Per il diario del primo viaggio di ricerche (1660-62),
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ancora inedito nella sua integrità, cf. in P. Peeters (op. cit., p. 23 nota) la bibl. dei vari commenti e studi di M. M. Battistini per il viaggio in Italia; per il viaggio in Germania, cf. F. V. Arens, Eine Reise durch Rheingau im Jahre 1660, in Nostantiche Annalen, 56 (1936), pp. 177-84.
PAPIA di Gerapoli. - Vissuto verso il 130 ; autore di un'opera in 5 libri che portava anche il titolo: 5 libri di esegesi delle parole del Signore (Eusebio, Hitt. eccl., III, 39, 1). Le esegesi sono basate sulle parole ( $\lambda \dot{\alpha} \gamma \alpha$ ) di Gesù nei Vangeli scritti, ma ampliate dall'uso di tradizioni orali, trasmessi a P. per mezzo dei "presbiteri", cioè dei maestri che trasmettevano la tradizione orale cristiana in modo analogo ai rabbini.
P. dichiara che sarebbe stato critico verso le diverse forme di tradizioni orali (39, 4), ma non nasconde una certa preferenza per la tradizione orale (39, 4), un fatto che rivela forse qualche tendenza giudaizzante in lui. Difatti si può constatare che le tradizioni millenariste che accetta vengono da un ambiente giudalco (v. Gry, in Revue Bibl., 53 [1946], p. 197 sg.). P. era, secondo Ireneo, Haer., V, 33, 4, un discepolo di Giovanni l'apostolo, contemporaneo di Palicarpo (in. nel 156 ?); le obiezioni sollevate da Eusebio contro l'affermazione di Ireneo (Hist. eccl., II, 39,2-7) muovono dalla difficoltà che nella prefazione P. menziona due volte Giovanni (Eusebio, op. cit., II, 39, 4), ciò che ha portato Eusebio alla distinzione di due Giovanni, uno l'Apostolo e l'altro presbitero. P. avrebbe ascoltato solo il presbitero. L'ipotesi di Eusebio è insostenibile. Nella prefazione Giovanni è menzionato nella sua doppia qualità da apostolo e presbitero. Ma con questo non

(da Acta Sanctorum Junit, VI, Anversa 1718) Papebroch, Daniel - Ritratto inciso da F. Diamser.
è detto che P. abbia identificato gli Apostoli con i presbiteri (contro Gutwenger). Per Eusebio P. è un uomo di piccolo cervello (III, 39, 12), certamente per il suo millenarismo. P. conosceva fuori dei Vangeli canonici anche il Vangelo degli Ebrei e le prime Epistole di s. Giovanni e di s. Pietro (III, 39, 17) ed anche l'Apocalisse (frg. IV esegesi di Apoc., 12, 7).
E dunque erronea la tesi di Gutwenger che P. avesse scritto prima della pubblicazione di quest'opera. Impertanti sono le tradizioni dei presbiteri che $P$. ha inserito nel suo libro riguardo all'origine del Vangelo di s. Marco (Eusebio, op. cit., III, 39, 15) e di s. Matteo (III, 39, 16). P. ha avuto influenza su s. Ireneo.
Bibl.: i frammenti di P. in F. X. Fun