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dizioni dei presbiteri che $P$. ha inserito nel suo libro riguardo all'origine del Vangelo di s. Marco (Eusebio, op. cit., III, 39, 15) e di s. Matteo (III, 39, 16). P. ha avuto influenza su s. Ireneo.

Bibl.: i frammenti di P. in F. X. Funk, Patres apostolici. I, 2 e ed., Tubinga 1901, p. 346 sg.; Th. Zahn, Forschungen zur Geschichte des nnoieitamentlichen Kanons, VI, Lipsia 1908, p. 109 sg.; J. Chapman, Yohn the presbyter and the fourth Gospel, Oxford 1911; C. Lambot, Les presbytres et l'exégétis de Papios, in Rev. bibed., 43 (1931), p. 116 sgg.; N. I. Hommes, Het Testimonialboek, Amsterdam 1935, p. 230 sg.; E. Gutwenger, P. Eine chronologische Studie, in Zeitschr. für hachal. Theol., 69 (1947), p. 385 sg. (P. avrebbe scritto verso il 90).

Erik Peterson
PAPIA, DIODORO e CLAUDIANO, santi, martiri. - Nel Martirologio romano sono ricordati il 26 febbr. insieme a s. Nestore che avrebbero preceduto nel martirio a Perge, in Panfilia.

Dalla Passio di s. Nestore dipende la notizia del loro martirio che più tardi dette argomento per una breve Passio dei martiri stessi, scritta in greco, edita da P. Franchi de' Cavalieri. Secondo questa il martirio di P., D. e C. sarebbe avvenuto sotto Decio.

Bibl.: P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche, fasc. 3, Roma 1900, pp. 118-19; H. Delehaye, Les martyrs d'Egypte, in Analecta Bollandiana, 80 (1922), pp. 31-93; id., Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 168; Martyr. Romanum, p. 77.

Benedetto Pesci

## PAPIANUS o LEX ROMANA BURGUNDIORUM: v. leGGI ROMANO-BABBARE.

PAPILO, santo, martire: v. CARPO, PAPILO, AGATONICE, santi.

PAPINIANO (Aemilius Papinianus). - Giurista romano, n. probabilmente in Siria, m. a Roma nel 212. Percorse una brillantissima carriera nell'amministrazione imperiale : assessore del prefetto del pretorio all'epoca di Marco Aurelio, sotto il regno di Settimio Severo ricoprì la carica di magister libellorum, per salire poi a quella di prefetto del pretorio. Nel 212 venne messo a morte per ordine di Caracalla, secondo la tradizione per non aver voluto giustificare l'uccisione del fratello di questi, Gets.

Le sue opere maggiori sono 37 libri di Quaestiones (in cui sono contenuti casi pratici ed esposizioni dogmatiche), e 18 libri di Responsa; scrisse inoltre due operette de adulterio, due libri di Definitiones e, forse, un trattatello in greco ( $\lambda \sigma \tau o v \rho \mu \varepsilon \varepsilon \delta$ : povóßıß $\lambda 0 \varsigma$ ) sulle funzioni di alcuni magistrati ( $\dot{\alpha} \sigma \tau o ́ v o \mu o t$ ) addetti alla viabilità ed all'edilizia cittadina. I suoi scritti si distinguono per l'acume del giudizio e per la ricerca di soluzioni ispirate sempre alla morale ed all'equità. Godé di altissima fama nelle scuole postclassiche; e di ciò è traccia anche nella particolare posizione a lui attribuita fra i cinque giuristi della cosiddetta "legge delle citazioni" (v.).

Bibl.: E. Costa, P.: studio di storia interna del diritto romano, I, Bologna 1894; P. Krüger, Geschichte der Quellen und Literatur des römischen Rechts, 2* ed., Lipsia 1912, p. 220 sgg.; P. Bonfante, Storia del diritto romano, I, 3* ed., Roma 1934, p. 391 sgg.; P. de Francisci, Storia del diritto romano, II, 1, Milano 1938, p. 503 sgg.

Rodolfo Danieli
PAPINI TARTAGNI, Niccolò. - Storiografo dei Minori Conventuali, n. a S. Giovanni Valdarno nel dic. 1751, m. a Terni il 16 dic. 1834. Entrò giovanissimo nell'Ordine e fu dapprima professore di filosofia, teologia e retorica nella nativa Toscana e

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(d) H. Idris Btll. Jcvs and Christian in Kaysi, Oxford 195, teo. II. Papiro - Parte delle lettera di Claudio agli alessandrini (41 d. C.). Londra, British Museum, papiri greci, Papiro 1912.
a Modena; quindi custode del convento di S. Francesco in Assisi ( 1800 ) e guardiano del convento dei SS. Apostoli in Roma (1803); infine ministro generale del suo Ordine (1803-1809).

Coltivò particolarmente gli studi storici francescani, di cui, al suo tempo, fu vero restauratore e critico sagace nel giudicare delle fonti storiche minoritiche, anche oggi consultato con profitto.

Delle opere edite le più importanti sono: Etruria francescana (parte $1^{2}$, Siena 1797; tra gli inediti la parte $2^{2}$ ); Notizie sicure della morte, sepoltura, canonizzazione e traslazione di s. Francesco e del ritrovamento del di lui corpo (Firenze 1822, Foligno 1824); Storia del Perdono di Assisi (Firenze 1824); Storia di s. Francesco d'Assisi (2 voll., [ined. il III], Foligno 1825-27); Index Fratrum Minorum Conventualium qui scientias et artes, conducti, publice tradiderunt, in Miscell. Franc., 31 (1931), pp. 95-102, 170174, 259-60; 32 (1932), pp. 33-36, 72-77.

Btul.: D. Sparacio, Gli studi di storia e i Minori Conventuali, in Miscell. Franc., 20 (1919), pp. 26-64; P. Gauchat, s. v. in LThK, VII, coll. 927-28; P. Paschini, s. v. in Enc. Ital., XXVI. pp. 255; Sbaralea, III, p. 281.

Giuseppe Abate
PAPIRO. - Materiale scrittorio ricavato dai filamenti racchiusi nel fusto del cyperus papyrus, pianta dell'ordine delle ciperacee, che cresce in luoghi caldi ed umidi e fra l'altro con grande abbondanza in Egitto. I filamenti, ordinati in due serie sovrapposte ad angolo retto fra loro e convenientemente compressi e asciugati al sole, dànno la carta del p., 7657 n , come dissero i Greci (cf. Plinio, Nat. hist., XIII, 11-13); la carta, organizzata a rotoli (v.) o, più tardi, a libro, servì ai più svariati usi scrittori in diverse
lingue (v. PAPibOLOGIA); la particolare secchezza del suolo in alcune regioni del mondo antico (e soprattutto in Egitto, ed anche a Dura Europos sulla riva destra dell'Eufrate) favorì la conservazione delle carte di p., che ora in tanta parte superstiti possono servire mitabilmente a documentare la vita materiale e spirituale dell'antichità nei settori più diversi.

Per quanto riguarda il cristianesimo, i p. superstiti (greci, latini e copti) si riferiscono a testi di autori (scritturistici, liturgici, patristici), a documenti che riguardano il funzionamento delle Chiese e dei conventi cristiani in Egitto (corrispondenza, conti, denunce, petizioni, ecc.), a manifestazioni varie di vita cristiana (lettere private, amuleti, ecc.).

I testi scritturistici sono assai numerosi, sia che si riferiscano al Vecchio Testamento (nella versione dei Settanta) sia al Nuovo. Il Vecchio Testamento greco è rappresentato da quasi 150 p . ed ostraca, quasi tutti del III e del Iv sec. d. C.; importante un p. del Desteronomio di età tolemnica del II sec. a. C. (P. Ryl., III, 438); il libro del Vecchio Testamento più largamente rappresentato è quello dei Salmi, con più di 60 p . specialmente del Iv e v sec.; vi sono riportati frammenti di più della metà dei Salmi, e più frequentemente di quelli dei primi della serie tradizionale. Segue per frequenza il libro del Genesi con una ventina di p., tra cui è un frammento di traduzione latina e un commento di Origene al Genesi stesso; fra i profeti si direbbe che Isaia è il più conosciuto; l'interesse poi di tutti codesti p. biblici sta nel fatto che essi entrano utilmente nelle innumerevoli questioni che riguardano la tradizione manoscritta dei libri e i vari loro problemi filologici ed esegatici. Un testo superstite del sec. III d. C. (P. Oxy., XVII, 2070) contiene un trattato cristiano in polemica con il Vecchio Testamento, sul tipo del Dialogo di Giustino con Trifone l'Ebreo.

I p. dei quattro Vangeli canonici sono pure numerosi; Matteo ha più di una diecina di frammenti dal sec. III al VII-viII; e sono nel testo più allini ai codd. Sinaitico e Vaticano che al Siriaco; Marco ne ha solo 4, dal Iv al vi sec.; Luca una diecina pure dal Iv al vi; ma è soprattutto frequente la rappresentanza del IV Vangelo con più di 15 frammenti e, cosa assai notevole, con un frammento già dell'inizio del II sec. d. C. (v. nvLando), il che serve a fare avvicinare la composizione sempre di più alla fine del sec. I, cosa che parecchi, prima della scoperta dei p., non potevano disporli ad accettare (cf. C. H. Roberto, An unpublished fragment of the IV. Gospel, Manchester 1935 [P. Ryl., III, 457]); altri di questi manoscritti sono del sec. III; il più recente è del sec. viI; il p. Egerton 3 contiene forse anche un frammento di un commento ai Vangeli. Più di dieci sono i p. finora superstiti degli Atti degli Apostoli, dal sec. III al vi; interessante il fatto che appare fra essi il testo "occidentale" degli Atti. Delle lettere di s. Paolo le più rappresentate sono quelle ai Romani e poi quella agli Ebrei, in esemplari talora importanti anche del sec. III; quindi specialmente quelle di s. Giacomo; quelle di s. Pietro e di s. Giovanni sono anch'esse talora rappresentate; l'Apocalisse ha ben sei p. dal sec. III al VII con il commento di Ecumenio in un papiro del Michigan (H. Ch. Hoskier, The complete Commentary of Oecumenius on the Apocalypse, Ann Arbor 1928).

Una serie di Vangeli apocrifi è poi rappresentata nei p.; uno dei più notevoli è il cosiddetto p. Egerton (v.), un altro è il Protovangelo di Giacomo, superstite in notevole miaura in un p. del sec. IV, e ancora esiste un Vangelo di Maria nel p. Ryland del sec. III, e forse un Vangelo degli Egiziani; sono pure nei p. alcuni Loghia Iesu, che si leggono nei p. di Ossirinco (v. ossirinc0).

Appaiono anche Atti di Giovanni, Atti di Pietro e soprattutto gli Atti di Paolo, conservati fra altro in un importante manoscritto del 300 ca . (Пра́сесе Паи́́ки, ed. Schubart e Schmidt, Glückstadt-Hamburg 1956) e in altri p. I p. conservano pure inni, preghiere e liturgie varie : inni al Salvatore, alla Vergine, alla Trinità, ai martiri; uno costituito da un cenzone di Salmi, scoperto fra i p. di Berlino del sec. VII-viII (Berl. Klass. Texte, 8, 271);

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un altro, assai notevole, contiene il più antico brano di musica cristiana fino ad ora conosciuto ( $P$. Oxy., XV, 1786; cf. G. B. Pighi, Ricerche sulla notazione ritmica greca. L'inno cristiano del P. Oxy. 1786, in Aegyptus, 21 [1941], p. 189 sgg.). I testi liturgici sono più di una ventina, e fra gli altri uno è scritto in latino ( $P$. Ryl., III, 472) e appartiene al sec. III-IV; un altro, che espone la liturgia di Natale, si trova tra i p. di Berlino e appartiene al sec. VII (Berl. Klass. Texte, 6, viI, 2); una ouvxn? di grande uso nella liturgia bizantina fu riconosciuta in un p. fiorentino (cf. A. S. Mercati, Frammenti della ouvxn? in un p. fiorentino, in Aegyptus, 20 [1940], p. 212 sgg.). Per i p. liturgici cf. C. Del Grande, Liturgiae, precet, hymni Christianorum e papyris collecti, Napoli 1938. Amuleti in p., con versetti del Vangelo e di altri testi canonici, mescolati talora con invocazioni pagane, sono pure superstiti nel materiale venuto finora alla luce.

Un certo numero di p., non frequente per altro, contiene brani di orazioni e di omelie cristiane dal sec. III al vi : se ne sono rintracciati una ventina (cf. G. Ausenda, Contributo allo studio dell' omiletica cristiana nei p. greci dell'Egitto, in Aegyptus, 20 [1940], p. 43 sgg.) : fra essi figurano Origene e Crisostomo.
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(da B. P. Grenfell-A. S. Hunt, The Oxythynchus Papyri, Parts IIr. Londra 1915, tav. I, n. 1527)
Papino - Calendario di Ossirinco dell'a. 232-36. Titolo ed elenco delle rinassi dal 21 ott. al 14 nov.

Scrittori sacri figurano pure nel materiale dei p. superstiti : Atanasio, Cirillo, l'Apologia di Aristide, Eusebio di Casarea, Gregorio Nazianzano, Ireneo, la Didachè e specialmente il Pastore di Ermia, che è conservato in una diecina di p. dal sec. II al vi e dimostra pertanto di essere stato assai letto in Egitto (cf. L. Alfonsi, Ermia, Brescia 1947). Alcuni p. contengono Atti di martiri : Abraham, Nabrahe, Giuliano di Anazarba, Pafnunzio anacoreta, s. Cristina e forse altri.

Altra categoria di p. che interessano la vita della Chiesa sono i testi del Credo Niceno (il P. Ryl., I, 6 è il più antico) e del Credo costantinopolitano; il frammento di una epistola festale del 577 diretta da un patriarca di Alessandria alla Chiesa d'Egitto (P. Greuf, II, 112) e una lettera pasquale di un altro patriarca Alessandrino, assai ampia, nei p. di Berlino (Berl. Klass. Texte, 6, vi, 3); è pure superstite un calendario ecclesiastico del 535-36 (P. Oxy., XI, 1357; cf. H. Delehaye, in Anal. Bolland., 42 [1924], pp. 83-99).

La serie di quasi cento libelli della cosiddetta persecuzione di Decio del 250, mette più direttamente a contatto con il tempo e il modo delle lotte contro la Chiesa nascente (v. A. Bludau, Die ägyptischen Libelli und die Christencerfolgung des Kaiser Decius, in Röm. Quartalschrift. Suppl., 27 [1931]).

Documenti amministrativi numerosissimi riguardano la Chiesa egiziana e i conventi di ogni secolo e sono stati in gran parte studiati (v. P. Barison, Ricerche sui monasteri dell'Egitto bizantino e arabo, in Aegyptus, 18 [1938], pp. 29-148; L. Antonini, Le chiese cristiane in Egitto dal IV al IX secolo secondo i documenti dei papiri greci, ibid., 20 [1940], pp. 129-208). Sono pure state raccolte e studiate, e il tema meriterebbe di essere ora ripreso, le lettere cristiane apparse nei papiri (v. G. Ghedini, Lettere cristiane da p. greci del sec. III e IV, Milano 1923).

BibL.: K.Wessely, Les plus anciens monuments du Christianisme écrits sur papyrus: PO 4, 92-210; 18, 342-308. Una lista, con bibliografia di p. scritturali e liturgici cristiani fino al vi sec., sta preparando, sotto la guida del prof. Peremans, il rev. Marien presso l'Università di Lovanio. U. Wikken, Heidnisches und Christliches aus Agypten, in Arch. f. Papyrusforschungen, 1 (1901), pp. 396-436; P. D. Scott Muncrieff, Paganism and christianity in Egypt, Cambridge 1913; A. Heckel, Die Kirche von Agypten, Strasburgo 1918; A. Deissmann, Licht vom Osten, $4^{2}$ ed., Tubinga 1923; G. Bards, Le vie chrétienne au IIIe et IVe siècles d'après les papyrus, in Rev. apolog., 41 (1926), pp. 643-51, 707-21; G. Ghedini, I risultati della papirologia per la storia della Chiesa, in Mūnchn. Beiträge, 19 (1934), p. 264 sgg.; De Lucy O'Leary, The saints of Egypt, Londra 1937. Aristide Calderini

PAPIROLOGIA. - E la scienza che studia i papiri (v.) sia dal punto di vista paleografico, sia dal punto di vista del loro contenuto; fatta astrazione dai papiri medievali, essa si occupa dei papiri antichi

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scritti in varie lingue, egiziana antica (caratteri geroglifici, ieratici, demotici e copti), aramaica, persiana, greca, latina, araba; sono prevalenti i papiri greci.

La maggior parte proviene dall'Egitto; altri da Dura Eúropos (v.) sulla riva destra dell'Eufrate, o dalla Palestina o dal Sinai; un gruppo notevole, carbonizzato, fu scoperto ad Ercolano. Si tratta di una scienza che si può dire recente, in quanto i papiri di Ercolano furono trovati nel 1752 e il primo papiro proveniente dall'Egitto pervenne in Europa nel 1778. Solo dopo la spedizione di Napoleone in Egitto, del 1798 , si manifestò l'interesse per queste scoperte e numerosi testi cominciarono ad affluire nei musei e nelle biblioteche a Torino, a Parigi, a Berlino, a Leida, a Roma (Vaticano); gli scavi sistematici in Egitto per la ricerca dei papiri furono iniziati nel 1883 da Flinders Petrie e da allora furono proseguiti ed intensificati ad opera non solo di inglesi, ma di tedeschi, di francesi, di italiani e ultimamente anche di americani, mentre parecchi corpi scientifici in Europa e in America si procurarono collezioni di papiri e ne pubblicarono serie numerose e importanti. Dal 1921 apparvero anche papiri greci e latini dagli scavi di Dura Eúropos e in Palestina ad 'Awğā al-Ifāfie ai scopri la collezione Colt.

Poiché i papiri in numero di parecchie diecine di migliaia si riferiscono quasi ad ogni atto della vita vissuta dagli antichi, soprattutto in Egitto e specialmente dal sec. Iv a. C. al x d. C., è evidente che essi portano un contributo della massima importanza alla filologia e alla storia dell'antichità e soprattutto alla storia del diritto, dato che i papiri documentari prevalgono di gran lunga su quelli letterari.

In particolare, essendo l'Egitto uno dei paesi più direttamente collegati in ogni tempo con la Palestina, prima, durante e dopo la nascita di Cristo, i documenti papiracei (e con essi gli ostraca, le pergamene e le tavolette cerate conservate insieme con essi) forniscono importanti materiali di studio, sia per analogia di paese e sia perché le comunità cristiane in Egitto si moltiplicarono ben presto e fiorirono, approfittando della stessa espansione ebraica nella valle del Nilo; l'Egitto infatti fu il rifugio di Gesù con la Vergine e s. Giuseppe durante la persecuzione di Erode ed ebbe certamente i primi riflessi della predicazione cristiana, mentre più tardi i deserti di Nitria, del medio Egitto e della Tebaide accolsero le prime comunità monacali dei seguaci di s. Antonio abate e di s. Pacomio. Si tenga poi presente che Alessandria, fra il sec. it e il itt d. C., fu sede di studi cristiani, e si ricordi il didashokion legato qui soprattutto al nome di Clemente Alessandrino; sarà anche da osservare quanto siano state importanti in Egitto le lotte eretiche, che rievocano i nomi di s. Atanasio e di Teofilo Alessandrino.

Una notevole quantità di papiri greci, qualche papiro latino e la totalità dei papiri copti (talora bilingui, greco-copti) mettono a contatto con la società cristiana d'Egitto fin dalla sua origine e in modo diretto anche con la Chiesa egiziana, che adottava poi il copto come lingua liturgica, e lo conserva tuttora, anche dopo lo scisma monofisita.

Bim.: A. Calderini, La primavera di una scienza nuova, Milano 1921; P. Collomp, La papyrologie, Parigi 1927; K. Preisendanz, Papyruskunde und Papyrusforschung, Lipsia 1933; M. Noma, s. v. in Enc. Ital., XXVI, pp. 257-63; W. Peremans-J. Vergote, Papyrologisch Handbook (Katholieke Universiteit te Leuven, Phil. Studien Teatsten en Verandelingen, II, Reeks, Deel 1), Lovanio 1942; A. Calderini, Papyrí. I: Guida allo studio della p. antica greca e romana, Milano 1944; id., La p. in servizio dell'archeologia cristiana, in Atti Congr. intern. Archeol. crist., 2 (1948), p. 347 sg. - Utile sussidio sono i periodici : Archite für Papyrusforschung und verwandte Gebiete, Berlino 1900-41; Aegyptus, rivolta italiana di egittologia e di p., Milano 1920 sgg.; Chronique d'Egypte, Bruxelles 1925 sgg. Bibliografie di p. si trovano anche in Revue des études grecques e in Journal of Egyptian archaeology, con una speciale rubrica per la bibliografia dell'età cristiana.

PAPISCO ALTERCATIO : v. ARISTONE di PELLA.
PĀQUET, Louis-Adolphe. - Teologo e canonista, n. a St-Nicolas de Levis (Québec) il 4 ag. 1859, m. a Québec il 1943.

Conseguita la laurea in teologia nel 1883 in seguito a una pubblica disputa sostenuta in Vaticano alla presenza di Leone XIII, fu professore di materie teologiche nel Seminario di Québec e dal 1903 decano della Facoltà di teologia nell'Università Laval. Nel 1905-1906 fu procuratore a Roma dei vescovi della provincia di Québec. Nel 1909 fu delegato della stessa provincia al Concilio plenario canadese e incaricato della redazione degli schemi. Nel 1926 organizzò e diresse la Scuola superiore di filosofia. Ardente assertore del tomismo, fu membro dell'Accademia Romana di S. Tommaso d'Aquino e primo presidente di quella canadese (1929). Fu anche sociologo, professore di diritto pubblico ecclesiastico nell'Università Laval, fondatore della Scuola di scienze sociali e delle Settimane sociali del Canadà. Esercitò un intenso apostelato intellettuale e sostenne tenacemente le tradizioni religiose, culturali e linguistiche francesi. Fu protonotario apostolico ad instar e vicario generale onorario.

Fra le sue opere vanno ricordate: Disputationes theologicae seu Commentaria in Summam Theologiram D. Thomae, 6 voll., Québec 1893-1903; Droit public de l'Eglise, 4 voll., vi 1908-15; Etudes et appréciations, 6 voll., ivi 1922-32, $2^{2}$ ed. 1935 .

Bim., C. Gagnon, Notes biograph., in Les Noces d'or sacerdot. de vagr L. A. P., Québec 1933, pp. 5-10; F. Perrier, L'apostolat intellectuel de vagr P., in Le Canada francais, 20 (1933), pp. 489496; G. Simard, Massigmore P. et Roy, in Réc. de l'Univ. d'Ottawa, 14 (1944), pp. 23-27.

Aucusto Marrachini
PARABOLA ( $\pi \alpha \rho \alpha \beta \circ \lambda \hat{n}$ da $\pi \alpha \rho \alpha \beta \hat{\alpha} \lambda \lambda \lambda 0$ "porre vicino, confrontare, paragonare»). - Genere letterario non ignoto agli autori greci e romani (cf. Aristotele, Rhetoricarum libri, II, 20; Cicerone, De inventione, I, 30; Epist. ad Lucil., 59,6; Quintiliano, Institutiones orat., VIII, 3), usato da scrittori rabbinici ed in maniera insuperabile da Gesù Cristo nel suo insegnamento. Consiste in un paragone o similitudine, che si estende per tutto un breve racconto, desunto da un avvenimento ordinario per inculcare una verità morale o spirituale. Esso si distingue da un puro esempio per la sua forma letteraria, imperniata sul paragone, e spesso per la sua ampiezza.

Il soggetto del paragone e dell'immagine sviluppato, in sé molto verosimile, di solito è desunto dalla vita umana; nella favola invece si dà la preferenza alla rappresentazione fantastica del regno animale o vegetale. La p. si distingue dall'allegoria in quanto quest'ultima è basata su una metafora ed in quanto segue principi diversi nell'interpretazione. Difatti, mentre in un'allegoria perfetta ogni elemento metaforico ha un suo corrispondente nel mondo morale o ideale, nella p. pura solo l'oggetto formale od idea centrale lumeggiata nel racconto costituisce l'elemento dottrinale da riportare in un ordine superiore. Spesso, però, in pratica la distinzione dei due generi non è semplice, essendo frequente la presenza di elementi allegorici in una p. e particolari puramente integrativi od esornativi in un'allegoria. In tal caso nell'interpretazione della p. bisogna tener conto di questi insegnamenti speciali inerenti alle parti allegoriche, mentre si deve trascurare quanto risulta solo accenno integrativo nell'allegoria.

L'origine della p. biblica si trova in un genere letterario più semplice, usato nel Vecchio Testamento, in modo particolare nei libri sapienziali, ossia nel mäläl, reso generalmente con $\pi \alpha \rho \circ \beta o \lambda \hat{n}$ in greco. Di solito con tale termine si indicava una massima breve, atta ad esprimere in modo efficace una verità generale. Si presenta come un proverbio popolare e non raramente sotto forma di paragone. Ma vere p. non figurano nel Vecchio Testamento, pur non mancando allegorie con elementi parabolici. Raro parimenti è tale genere nella letteratura profana. Confrontando con l'uso fattone dai rabbini, tutti riconoscono che le p. più belle si leggono nei Vangeli sinottici, decantate spesso come veri "miracoli", per finezza letteraria e per forza istruttiva. Già rátori romani (cf. Cicerone, De oratore, III, 38; Quintiliano, op. cit., VIII, 3, 15) riconoscono nel linguaggio metaforico di una similitudine

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(per cortesia del dott. Drgenkurt)
Parabola - Figliuol prodigo. Incisione di A. Dürer (sec. xvi).
la caratteristica di mezzo efficace per conferire bellezza ed attrattiva ad un componimento letterario, oltre che a rendere più accessibile e perspicuo l'insegnamento morale.

Si agita ancora un'importante questione circa lo scopo propostosi da Gesù nell'abbondante uso della p. Dalla diversa interpretazione di un testo famoso (Mt. 13, 10-13; cf. Mc. 4, 10-12; Lc. 8,9 sg.) si ha la teoria di una giustizia vendicativa oppure quella della misericordia. Alcuni affermano che Gesù ricorse a tale linguaggio per castigare con una cecità morale ed intellettuale, causata dalla nebulosità o difficoltà della p., l'incredulità colpevole dei Giudei: avrebbe avuto di mira linduramento del loro cuore, predetto da Is. 6,9 sg.; la luce, offerta sotto il velo di un linguaggio metaforico, in intelletti maldisposti avrebbe prodotto un accecamento sempre maggiore; così si esprimono non pochi esegati cattolici (Maldonato, Knabenbauer, Fonck, Durand, Skrinjar, ecc.). Tale interpretazione poggia sull'esegesi più probabile del testo di Isaia, ma sembra poco consona al carattere intrinseco della p., che mira ad una semplificazione di un concetto astruso, ed a tutta la missione di Gesù : per ciò M.-J. Lagrange, F. Prat, J. Huby, J.-M. Vosté, U. Holzmeister, H. Höpf1, L. Pirot, ecc., vedono nella p. un mezzo dettato da bontà e da intuito pedagogico, per illuminare le menti degli ascoltatori. L'oscurità dell'espressione sarebbe occasionata dalla difficoltà dell'idea da inculcare e dal desiderio di eccitare maggiormente la curiosità di quanti ascoltavano.

Gesù era sempre pronto a spiegare le sue p. a spiriti docili e desiderosi di apprendere (cf. Mt. 13, 36 sgg .; Mc. 4,10 sgg.). Avrebbe adottato volentieri il medesimo metodo con tutti, ma a causa della indifferenza della folla la p., mezzo opportunissimo per illustrare una verità, produsse in pratica un accecamento intellettuale colpevole con la sua inevitabile oscurità. Quello che era una manifestazione di bontà e misericordia divine, non di una volontà punitrice o vendicativa, solo per colpa degli ascoltatori si trasforma in occasione di tenebra spirituale e di peccato. Si tratta di una grazia divina respinta da una volontà perversa. E l'interpretazione dettata da tutto il contesto
storico dei Vangeli, anche se incontra non lievi difficoltà nel testo sopra citato.

Bibl.: H. Lesêtre, Parabole, in DB, IV, coll. 2106-18; A. Plommer, Paraboles in the New Test., in Dict. of the Bible, III, pp. 662-63; D. Buzy, Introduction aux paraboles évanééligues, Parigi 1912; L. Fonck, Le p. del Signore del Vangelo, trad. it., Roma 1924, pp. 3-56; J.-M. Vosté, Parabolae selectae Domini nostri Jesu Christi, I, $2^{\circ}$ ed., ivi 1933, pp. 1-163; J. Pirot, Allegorice et paraboles dans la vie et l'enseignement de Jésus-Christ, Marsiglia 1943, pp. 11-42; id., Paraboles et allégories évanééligues, Parigi 1949, pp. 1-9; M. Hermaniuk, La parabole évanééligue, Enquête eulgétique et critique, Lovanio 1947. Angelo Penza

PARACATÚ. - Città e prelatura - nullius nello Stato di Minas Geraes in Brasile. Ha una superficie di 70.000 kmq . con una popolazione di ca. 80.000 ab., tutti cattolici. Conta 6 parrocchie servite dai Carmelitani dell'antica Osservanza; vi sono inoltre sacerdoti del S. Cuore di Gesù, Cappuccini e una comunità religiosa femminile.

La prelatura fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Pro munere sibi divinitus del $1^{\circ}$ marzo 1929 per smembramento delle diocesi di Montes Claros e di Uberaba ed elevando al grado e dignità prelatizia la chiesa di S. Antonio da Padova esistente nella città di P. La prelatura è suffraganea di Diamantina.

Bibl.: AAS, 23 (1931), pp. 317-19; G. B. Lehmann, O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 478-79.

Vitrinio Battezzati
PARACELSO (Theophrast Bonbast von Hohenheim). - Medico, naturalista, teosofo, n. a Einsiedeln (Svizzera) il io nov. 1493, m. a Salisburgo il 24 sett. 1541. Laureatosi in medicina e desideroso di battere una via propria lontana dal tradizionalismo, allora imperante, della medicina araba e galenica, dopo aver professato la sua disciplina all'Università di Basilea ( $1527-28$ ), viaggiò per un decennio attraverso la Germania, l'Italia, la Francia e le regioni scandinave, giungendo fino a Mosca e a Costantinopoli, non rifiutando di interrogare anche gente del popolo: pastori, zingari, popolane circa il loro modo di curare i mali e raccogliendo una larga messe di osservazioni cliniche e chimiche.

Come uomo del Rinascimento la sua visuale del mondo si ispira al neoplatonismo feiniano: l'uomo è un microcosmo che riproduce il macrocosmo, l'universo creato da Dio la cui trinità simbolicamente si riflette sui tre elementi fondamentali, secondo P., dell'universo e dell'uomo: mercurio, zolfo e sale; il sale simbolo di ciò che è solido (suo residuo solido è la cenere); lo zolfo, di ciò che è aereo (si distrugge con il fuoco), il mercurio, di ciò che si volatizza bruciando. A dirigere questi elementi sta l'archeus o forza generatrice che risiede nello stomaco : ad esso tocca equilibrare i su elencati elementi perché da essi dipende la buona salute e non dall'equilibrio umorale secondo la dottrina di Galeno (v.) della quale P. è assoluto oppositore. Il medico deve essere, pertanto, un assiduo osservatore della natura. P. è stato il promotore dello studio della chimica applicata alla biologia ed è un precursore della medicina moderna.

Per quanto proclami che la sua grande maestra è stata l'esperienza, egli crede anche all'influsso degli astri, delle piante, che può determinare il cambiamento dell'archeus da cui dipende la salute del corpo. E seguace del principio (magico) delle "segnature" cioè dell'efficacia della forma esterna della pianta nella cura delle malattie; approva l'uso delle acque termali di cui ricorda la principali.

Bibl.: opere: prima edizione completa in II voll. (Basilea 1389-91). Tra le edd. recenti: C. Sudhoff e W. Matthiessen, P. sämtliche Werke, 14 voll, Monaco e Berlino 1922-31. - Critica: W. Matthiessen, Die Form des religiösen Verhaltens bei Theophrastus von Hohenheim, Bonn 1917; W. P. Swainson, T. P. mediaeval alchimist, Londra 1919; J. M. Stillmann, T. B. von Hohenheim called P., Londra 1922; F. Hartmann, Theophrastus Paracelsus als Mystiker, Lipsia 1930; F. Strunz, T. Paracelsus, Salisburgo 1937: autori vari, P. in Italia, Roma

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(fol. Pont. comm. arct. sacra).
Paradiso - Defunta nel cielo stellato. Affresco del iv sec. - Roma, cimitero di Bassilla.

1941: L. Englert, Paracelsus, Mensch und Arzt, Berlino 1941: W. E. Peuckert, Das Leben T. P., Stoccarda 1941: I. Betschart, T. Paracelsus, Einsiedeln-Zurigo 1941: F. Spundo, Das Weltbild des Paracelsus, Vienna 1941; B. S. von Waltershausen, Paracelsus am Eingang der deutschen Bildungsgeschichte, Lipsia 1942: E. Matzke, Paracelsus Anschauung von der Welt und vom menschlichen Leben, Berlino 1943: A. Miotto, P., Roma 1931. Nicola Turchi

PARACLITO. - Attributo dello Spirito Santo. Significa letteralmente "chi è chiamato vicino" ( $\pi \alpha \rho \alpha \lambda \lambda \lambda \eta \tau o \varsigma$, da $\pi \alpha \rho \alpha x \alpha \lambda \varepsilon ́ \omega=$ "chiamo vicino"), specialmente in giudizio, quindi avvocato, difensore, patrono, patrocinatore. Siccome l'avvocato ha anche l'ufficio di consolare il cliente e siccome gli aggettivi greci in - $\tau o \varsigma$ possono avere anche un senso attivo, alcuni intendono il termine nel senso di "consolatore".

Gesù attribuisce allo Spirito Santo (v.) il titolo di p., lasciando intendere di essere lui stesso un p.: "Pregherò il Padre e vi darà un altro p., affinché rimanga con voi in eterno lo Spirito di verità" (Io. 14, 16 sgg.; cf. I Io. 2, 1). Attribuisce al p. l'ufficio di insegnare (Io. 14, 26), di rendere testimonianza in suo favore (ibid. 15, 26), di convincere il mondo (ibid. 16, 8-14).

In questi passi di Giovanni la Volgata e le versioni siriache, copte, etiopica, gotica, si limitano a trascrivere, senza tradurre, il termine greco p.; invece le versioni armena e slavoniche traducono, restringendo il senso, con "consolatore".

In I Io. 2, 1, ove l'autore attribuisce il termine di p. a "Gesù Cristo, il giusto", la Volgata traduce opportunamente il termine con advocatus. E Lui l'avvocato, il difensore presso il Padre quando qualcuno cade in peccato.

Birl.: H. Lesêtre, Paraclet, in DB. IV, col. 2118 sg.; F. Zorell, in Lexicon Graecum N. T., coll. 991-93. Pietro de Ambroggi

PARADISO. - Nel Nuovo Testamento, il P. è il luogo della beatitudine in cielo, sede gloriosa e splendente di Dio, ove i giusti godranno la felicità eterna (Lc. 23, 43; II Cor. 12, 4; Apoc. 2,7); vi parteciperanno, in premio, al "gaudio" e al "regno" divino (Mt. 25, 21. 23.34; II Tim. 4, 8).

L'espressione evangelica a Regno dei cieli "s suppone che Dio dimora nel cielo e che i credenti vi si incamminano (Mt. 3, 2; 4, 17; 5, 10. 19 sg.; 8, 11; 11, 11-12; 13, 2447; ecc.). Gli apocrifi e la letteratura rabbinica fanno del P., che dopo la colpa sarebbe stato trasportato in cielo, la sede dei giusti dopo la morte o dopo il supremo giudizio.

L'Epistola agli Ebrei raffigura il gaudio eterno nella Terra promessa (cf. Mt. 5, 4), trasformata in "vocazione celeste" (Hebr. 3, 1), che è un "riposo" identico al "riposo di Dio" (ibid. 3, 1-4, 11). I fedeli sono incamminati alla "Città del Dio vivente" (ibid. 12, 22; 13, 14), la Gerusalemme "superiore" (Gal. 4, 26) o "nuova" o "celeste" sposa dell'Agnello (Apoc. 21, 1-22, 5), traboccante della fulgente gloria di Dio, sintesi d'ogni "ineffabile allegrezza" (Dante, Par., XXVII, 7). In Purgat., XXXII, 102, Dante sposta l'allegoria a Roma celeste (v. Visiove beatitica).

I Padri aspirano alla "vera vita" del cielo attraverso la morte (s. Ignazio, Ad Rom., 2-7). Saturus (Pisizio st. Perpetuae et Felicitatis, 11-13) contempla in visione il P. come un meraviglioso giardino. Prudenzio (Hassorfigenia, 839-38: PL 59, 1070 sg.) descrive "i vari premi nelle regioni del P.", e s. Agostino chiude il De civitate Dei (XXII, 30: PL 41, 801-804) trattando "de aeterna felicitate civitatis Dei sabbatoque perpetuo". S. Ephrem, unificando il p. terrestre e il P. celeste, l'inizio e la fine del drammo umano, descrive le 3 parti del p.: la sommità, i lati e il vestibolo o pro-P., eterno
anch'esso, riservato a quanti hanno peccato per ignoranza o la cui espressione in terra è rimasta incompleta. I più identi. ficavano il P. con il "terzo cielo" (II Cor. 12, 4), abitazione di Dio e degli eletti. Il ritorno nel P., da cui il peccato aveva escluso l'uomo, era la grande speranza dei cristiani. S. Gregorio Nisseno (PG 46, 417.600) presenta il Battesimo come ingresso nel P. e il Giordano come un fiume del P. La santità, la vita mistica, è il ritrovamento del P. (A. Weiss, A. Stolz). L'itinerario spirituale di s. Ambrogio si compendia nel ritorno escatologico, ontologico, ascetico, mistico, al P. S. Girolamo esortava Eustochio: "Ad paradisum mente transgredere: esse incipe quod futura es" (PL 22, 425; allude al P. terrestre: ibid., 400, 405).

Birl.: J. de Vuppens, Le paradis terrestre au tranisme ciel, Parigi 1925: A. Stolz, Theol. der Mystik, Ratisbona 1936, pp. 2646: J. Danielou. Le symbolisme des rites baptismaux, in Dieu vivant, n. I (1948), pp. 2028; id., Sacramentum futuri, Parigi 1930, pp. 13-20; F. Pasquaro, Il buon ladrane e la promessa di Gesù, Roma 1947, pp. 112-64, 189192; J. Alonso, Descripción de los tiempos mesiánicos en la literatura profética como una suelta al Paraíso, in Estudios eclesiásticos, 24 (1930), nn. 439-77: E. Beck, Ephraems Hymnen über das Paradies (Studia Ansebeiana, 26), Roma 1931: C.Morino, Ritorno al p. di Adamo in s. Ambrogio. Itinerario spirituale, Città del Vaticano 1952. Antonino Romeo
Archeologia. Una significativa rappresentazione del concetto del P. è espressa nell'abside
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[^0]
[^0]:    (A) P. P. von Weiser, Skiziterwerbe der Gemäßtseammlung in der Ermitage
    zu Pidtograf, Monaco 1815, p. 881

    Paradiso - P., particolare dal Giudizio Universale di J. von EysE (1430 ca.) - Leningrado, Galleria del-
    l'Ermitage.

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(Int. Alinari)
Paradiso - Bozzetto di J. Tintoretto per il P. del Palazzo Ducale di Venezia (ca. 1590) - Parigi, Louvre.
di S. Apollinare in Classe, dove il santo vescovo è in beatitudine nel giardino celeste.

I defunti sono spesso rappresentati in beatitudine tra i loro santi arvocati, spesso Pietro e Paolo; in Domitilla, la defunta Veneranda è accolta in P. dalla martire Petronilla, ivi deposta (Wilpert, Pitture, tav. 231). Nei cimiteri il giardino celeste è indicato da alberi e piante con uccelli, fiori e frutta; esempio tipico è la parete di un cubicolo della fine del sec. in o inizio del sec. iv in Callisto con la rappresentazione di cinque defunti in beatitudine (Wilpert, Pitture, p. 425 sg., tav. 110). Sommario il giardino dipinto su un sepolcro nel cimitero detto di Novasiano sulla Via Tiburtina (E. Josi, Cimitero alla sinistra della Via Tiburtina al Viale Regina Margherita, in Riv. arch. crist., 11 [1934], p. 19). Damaso indica il P. con le espressioni regia caeli, caelestis regna, regna piorum, aetherius domus, o sinus, aeternam domum, aetheris... atria celsa, nell'elogio di Proiecta, m. nel 383, con l'espressione aetheriam... caeli conscendere lucem (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 302, e fig. 51). Nel carme sepolcrale del diacono Redento di sapore damasiano si dice che la regia caeli lo rapi ed ora paradisus habet (A. Ferrua, op. cit., pp. 233-35). Il termine si trova in un epitaffio di Goudorf sulla Mosella (CIL, XIII, 7642). A Cartagine si ha l'espressione in pace et paradisu (CIL, VIII, 13603); presso Milevi si dice del defunto che paradiso lucis videre postulavit (CIL, VIII, 9271); a Milano il defunto implora dall'Onnipotente ut paradisum lucis possit videre (CIL, V, 6218). In S. Agnese una tale Afrodite, m. nel 382, fu optima servatrix legis fideique magistra e quindi per eximios paradisi regnat odores, tempore continuo vernunt ubi gramina rivis (G. B. De Rossi, Inscr. chr. Supplemen., Roma 1915, n. 1703); in un'altra nell'Agro Verano si legge: inter felices animis et amoena piorum prata (id., in Bull. arch. crist., $4^{a}$ serie, I [1882], p. 95). Nell'epigrafe di un Felice in Bassilla in regno caelesti perque amoena virenta (id., La cripta dei SS. Proto e Giuninto nel cimitero di S. Ermete presso la Via Salaria Vetere, in Bull. arch. crist., $5^{2}$ serie, 4 [1894], p. 24).
P. fu anche detta l'area recinta da portici davanti alle basiliche cimiteriali, dove si seppelliva (G. B. De Rossi, Roma sotterr., III, Roma 1877, p. 430). Così, ad es., è detto p. l'area davanti la basilica di S. Pietro, circondata dal quadriportico (Lib. Pont., II, p. 80).

Enrico Josi
Arte. - Le raffigurazioni del p. si svilupparono nelle arti figurative in quelle del Giudizio Universale, dove gli eletti si vedono di regola posti alla destra di Cristo giudice e i dannati alla sua sinistra. Così in tutte le raffigurazioni medievali e pure in quelle pervenuteci dalla prima Rinascita, ove l'immagine del P. è accompagnata da quella dell'inferno.

Possono citarsi come più notevoli raffigurazioni medievali del P. le seguenti : 1) affresco d'arte bizantinobenedettina, intorno al ro6o, della chiesa di S. Angelo in Formis presso Capua; 2) musaici bizantino-veneti del sec. xit nel duomo di Torcello; 3) musaici bizantineggianti del sec. xili sul soffitto del Battistero fiorentino; 4) affresco di Giotto, databile intorno al 1305, nella cappella degli Scrovegni a Padova; 5) l'affresco di Nardo di Cione, eseguito verso il 1357 nella cappella Strozzi in S. Maria Novella a Firenze; 6) l'affresco del Turone, eseguito intorno al 1362 nel presbiterio di S. Anastasia a Verona; 7) l'affresco del tardo Trecento in S. Maria Maggiore di Tuscania. Si ricorda pure il grandioso affresco del camposanto di Pisa, attribuito a Francesco Traini, e danneggiato per le operazioni belliche nel 1944. Il Giudizio Universale, scolpito in marmo da Lorenzo Maitani verso il 1320 e che adorna il quarto pilastro della facciata del duomo di Orvieto, presenta una diversa disposizione iconografica. Cristo giudice si vede nell'alto del bassorilievo in mezzo ad una mandorla di cherubini; gli eletti occupano la parte superiore del bassorilievo più vicina a Cristo e i dannati dell'inferno quella inferiore, più lontana. La stessa disposizione verticale segue Giovanni van Eyck nel magnifico pannello (ca. 1430) di proprietà dell'Eremitaggio di Leningrado. Tra le più belle raffigurazioni del P. si ricordano quelle in due pannelli del primo Rinascimento italiano. Uno di questi pannelli, dipinto intorno al 1430, è il Giudizio Universale del Beato Angelico, che si conserva nel Museo di S. Marco a Firenze. L'altro è la predella, posteriore di una discina d'anni, opera del senese Giovanni di Paolo, della Pinacoteca di Siena.

Concepiti in forma di trittici sono alcuni Giudizi fiamminghi del sec. xv; uno sportello, quello sinistro, ossia a destra di Cristo giudice, raffigura in questi trittici il P. Il più noto di essi con il Giudizio Universale è quello di Hans Memling dipinto verso il 1470 per Angelo Trani, agente mediceo nelle Fiandre. Mandata in Italia per mare, l'opera venne catturata con la nave dal corsaro Paul Beneke, che la portò a Danzica. Ivi, fino al 1945, si trovava il trittico di Memling nella chiesa di S. Maria Vergine. Un altro trittico fiammingo, dove uno sportello raffigura il P., è quello di Hieronimus Bosch nel Palazzo Ducale a Venezia. In mezzo ai famosi affreschi con scene del Giudizio Finale, dipinti da Luca Signorelli tra il 1499 e il 1502 nella cappella di S. Brizio nel duomo di Orvieto, è uno spartimento della parete sinistra che raffigura appunto il P. Nel Giudizio Universale affrescato tra il 1534 e il 1541 nella Cappella Sistina, Michelangelo raffigurò gli eletti del P. nella parte superiore della grandiosa scena, seguendo in tal modo la disposizione verticale già adoperata nel Trecento da Lorenzo Maitani e nel Quattrocento da Giovanni van Eyck. Rare sono le successive raffigurazioni del solo P., cioè, senza che l'inferno vi faccia una raffigurazione d'accom-

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(Int. Appetiti)
Paradiso - Il p., la terra e l'inferno. Dipinto su tela: scuola del Viet-Nam.
pagno. Tra esse la più nota è certo il grandioso $P$. di Jacopo Tintoretto dipinto tra il 1588 e il 1590 per la sala del Maggior Consiglio nel Palazzo Ducale di Venezia e che si reputa il più grande quadro a olio del mondo. Un magnifico bozzetto per questo grandioso quadro del Tintoretto si conserva nel Museo del Louvre a Parigi. Da notare anche il P. in mussici della basilica di S. Marco a Venezia, fatto secondo un cartone dello stesso Tintoretto. Una bellissima raffigurazione secentesca del P. offre Bernardo Strozzi in una tela di proprietà dell'Accad. di Genova.

Bibl.: K. Künstle, Ihonographie der christlichen Kunst, I. Friburgo in Br. 1928, p. 221 sgg . Witold Wehr
PARADISO TERRESTRE. - Fertilissimo giardino, culla del genere umano, preparato dal Creatore perché Adamo ed Eva vi menassero, nella familiarità con lui, una vita scevra da timore e sofferenza (Gen. 2,5-3,24).

Il termine ebraico pardès appare solo nella letteratura postesilica (Noh. 2, 8; Eccle. 2, 5; Cant. 4, 13); è di origine persiana : pairi daeza, "cinta, siepe" e quindi "orto cintato", o "riserva". I Settanta ( $\pi \alpha \rho \delta \delta \varepsilon \iota \sigma \iota \varsigma$ ), seguiti dalle versioni latine e da s. Girolamo, lo adoperarono per tradurre l'ebr. gan (Gen. 2,8-10.15 sg.; 3,13.8.10.23 sg.) dal sumerico gan "verziere", terreno irriguo ricco di piante e di culture.

La Genesi descrive il p. t. ad oriente della Palestina, in una regione atta alla coltivazione ( $=$ ' $\delta$ dhen, sumerico edinu "campagna"), ricco di alberi feraci, tra i quali l'albero della vita (v.) e l'altro della scienza del bene e del male (v.). Acque abbondanti ne alimentano la straordinaria vegetazione.

Un fiume proveniente dall"édhen lo percorre e uscendo dal p.t. si dirama in 4 bracci o fiumi (Gen. 2,10-14): il Phison (Plî̀n) che lambe la regione Hevilath (Hâwîlâh), ricca di oro; il Gehon (Gîbân) che percorre il paese di Chus (Kât), il Tigri (ebr. Hiddegel, accadico I-di-âb-îat) e l'Eufrate (ebr. Pêrâth, accadico Pu-rat-tu). L'uomo, causa il peccato (Gen. 3, 1-13; v. peccato ORIGINALE), è cacciato dal p. t., al cui ingresso vigilano i Cherubini, perché l'umanità colpevole più non vi si avvicini (ibid. 3, 14-24).

Nella narrazione ispirata va distinto il fatto storico, essenziale, dagli elementi descrittivi (o "veste letteraria "), rispondenti alle concezioni del tempo assai posteriore in cui fu scritto. La storicità del p. t., della felicità piena della prima coppia umana, con i doni preternaturali della immortalità, della immunità dalla concupiscenza, con il lavoro come occupazione e diletto, nella filiale familiarità con Dio, risalta da tutto il contesto immediato: creazione dell'universo, dell'uomo, prima colpa, punizione.

Vi fa eco tutto l'insegnamento del Vecchio e Nuovo Testamento (Apoc. 2, 7; Prov. 3, 18; 11, 30; ecc.; Sap. 2, 23 sg.; Io. 8, 44; Rom. 5, 12.14; I Cor. 15, 21 sg., ecc.). Tale risulta dallo stesso tenore del testo (B. Brodmann [v. bibl.], pp. 213-36) e dalla credenza universale, diffusa tra tutti i popoli della terra, di una primitiva felicità perduta (J. Feldmann [v. bibl.], pp. 55-484; P. Heinisch, Problemi ... [v. bibl.], pp. 105-12). Le tentate spiegazioni simboliche (Filone, L. A., I, 45-97; II, 64; Op., 134-57; Origene; K. Barth), o, peggio, mitiche (E. Kant, F. Schiller, E. Böklen), arbitrarie e fantastiche, sono indimostrate e indimostrabili (P. Heinisch, Problemi [v. bibl.], pp. 67-73).

Gli esegeti moderni riconoscono nel quadro geografico un elemento descrittivo e ricengono giustamente che è impossibile (e comunque di importanza affatto secondaria) determinare l'ubicazione reale del p. t. (A. Bea, P. Heinisch, J. Coppens, F. Ceuppens).

Di Chus (Kât) la Bibbia (Gen. 10, 7 sg. 29) ne conosce due, una africana e asiatica l'altro; non sorprende pertanto la diversità delle spiegazioni (ca. 80). Dal testo si può arguire che l'autore pensasse alla regione dei laghi Wan e Urmiu, al nord della Mesopotamia (cf. Gen. 8, 4), dove il Tigri e l'Eufrate hanno le loro fonti; il Phison sarebbe il Phasis (l'odierno Rion) o il Coroch (Hevilath= la Colchide); il Gehon (v.) sarebbe l'Arases, e Chus l'accadico Kaš, a nord-est di Babel (così E. Kalt, A. Sanda, H. Gressmann, ecc.). Si è anche cercato il p. t. nella Mesopotamia centro-meridionale: gli ultimi due fiumi sarebbero solo canali (Fr. Delitzsch, J. Theis, A. Dümel). Ipotest al tutto improbabili furono emesse sino a quelle che suppongono un sincretismo di elementi accadici ed egiziani; infine, A. Ungnad identifica il p. t. con il $g \hat{u}$-edio-uo dei Sumeri, non sulla terra ma nella costellazione di Pegaso (A. Bea [v. bibl.], p. 152; P. Heinisch, Problemi, p. 73 sgg.).

Il ricordo della straordinaria vegetazione del p.t. ritorna nella Bibbia come termine di paragone iperbobico: Gen. 13, 10; Is. 51, 3; Ez. 28, 13; 31, 8 sgg.; 36, 35; Ioel 2, 3; Ezzil. 40, 17.

Bibl.: J. Feldmann, Paradies und Sündenfall (Alttest. Abhandl., 4). Münster 1913; A. Ungnad, Das wiedergelindene Paradies, Breslavia 1923; A. Deimel, Wo lag das Parad.?, in Orientalia, 15 (1923), pp. 44-54; id., Die biblische Paradieserzählung und ihre babylonischen Parallelen, ibid., pp. 90-100; K. Frubstorfer, Liegt das Paradies unter dem Eis des Nordpols begraben?, in Theologisch-prishtische Quartalschrift, 79 (1926), pp. 247-52; id., Weltschöpfung und Par, nach der Bibel, Linz 1927; J. Theiss, Das Land des Par, Trento 1928; *H. Schmidt, Die Erzähllungen von Par. und Sündenfall, Tubinga 1931; *K. Budde-A. Lods, Ein Austausch zur Paradiesgeschichte, in Theolog. Blätter, 12 (1933), pp. 1-10; A. Bea, De Pentatencho, 2* ed., Roma 1933, pp. 149-52; J. Bonsirven, Le judaïsme palestinien, I. Parigi 1935, pp. 157 sg., 329, 333-36, 339, 311-16, 324 sg.; A. BrockUtne, Der Gottesgarten. Eine vergleichende religionsgeschichtliche Studie, Oslo 1935; P. Humbert, Mythe de création et mythe paradisiaque dans le $2^{\text {nd }}$ chapitre de la Genèse, in Rev. d'hist. et de philosophie religieuses, 16 (1936), pp. 455-61; B. Brodmann, Quid doceat S. Scriptores utriusque Testamenti de indole histerica narrationis de P. et lapsu (Gen. 2-3), in Antonianum, 12 (1937), pp. 125-64, 213-36, 327-56; J. Coppens, Waar lag het Paradijs?, in Ebb. theol. Lovan., 20 (1943), pp. 60-62; P. Heinisch, Das Buch Genesis, Bonn 1940, pp. 111-42; id., Problemi di storia primordiale biblica, trad. it., Brescia 1950, pp. 67-77; F. Ceuppens, Quaestiones selectae ex historia primaeva, $2^{2}$ ed., Torino 1948, pp. xili-xvi, 100-102, 111-17, 175-79, 228-31; J. Chaine, Le livre de la Genèse, Parigi 1948, pp. 53-58.
Francesco Spadafora
Archeologia. - I quattro fiumi che uscendo dal p. t. bagnano la terra, Geon, Fison, Eufrates, Tigris, si trovano incisi in un architrave di Ostia, in un musaico pavimentale ritrovato a Digne (G. B. De Rossi, Mu.,

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soico d'un battistero presso la cattedrale di Die, in Bull. di arch. crist., 10 serie, 5 [1867], pp. 87-88). Ma Paolino di Nola insegna che i quattro fiumi che sgorgano dalla roccia, sulla quale sta il Redentore anche sotto forma di agnello divino, sono Evangelistae viva Christi flumina (Epist. XXXII ad Severum: PL 61, 336). La rappresentazione si ha in sarcofagi, in vetri dorati, in musaici e nella Cappella eburnea di Samagher, presso Pola.

Bibl.: E. Schlee, Die Ibauographie der Paradiescellitur, in Studien über christlichen Denkmäler, 24, Lipsia 1927. Enrico Jovi

PARAGUAY. I. Geografia. - Il meno vasto ( 407 mila kmq.) dei due Stati interni dell'America meridionale, chiuso fra Brasile, Argentina e Bolivia. Il territorio, quasi tutto pianeggiante, rientra nel bacino del Pa-ranà-Paraguay, che con i loro affluenti (Ipanè, Jejuy, Te bicuary) costituiscono un'ottima rete di vie navigabili.

Il territorio si presta bene cosi all'agricoltura come all'allevamento, ha grandi risorse forestali ( $29 \%$ della superfice) e discrete possibilità minerarie (ferro, mangancat, rame), ma la sua messa in valore è resa lenta dalla servitù delle sue comunicazioni internazionali e dalla deficienza, in genere, della viabilità interna. Delle colture prevalgono, per ragioni climatiche, quelle subtropicali (canna da zucchero, cotone, tabacco), ed anche il mais, la manioca e il riso; tra i frutti gli agrumi (notevole l'essenza oleosa del petit grain estratta dalle foglie dell'arancio); di recente introduzione la coltura della vite. Anche l'allevamento ha fatto progressi ( 3,4 milioni di capi bovini). Legname e yerba mate entrano con quantitativi cospicui nelle esportazioni. Modesta e d'importanza locale l'i