volume-09

Back to Volumes
vatore, fondato nel 1011 dal conte di Castiglia e dalla moglie Donna Urraca.

Re Sancio di Navarra vi portò i Benedettini cluniacensi. L'abate più noto fu s. Higo (Eneco) canonizzato a O. per facoltà concessa da Alessandro III. L'elegante chiotrro gotico fu finito dall'abate Alonso di Madrid nel 1508. Nell'artistico mausoleo sito nella crociera della monumentale chiesa riposano i resti di quattro conti e quattro re di Castiglia. Dal 1880 il monastero di O. è scolasticato dei Gesuiti con Facoltà di filosofia e teologia. Vi hanno insegnato i pp. Antonio M. Arregui, Blas Berasa e Juan Urráburu e vi si pubblicano gli Estudios Onientes. - Vedi tav. VII.

Bibl.: J. Alamo, Colección diplomática de S. Salvador de O. (1820-24). Madrid 1930; N. Arzallus, El monasterio de O., Burgos 1930.

Ignazio Iparraguirre
ONAN. - Secondogenito di Giuda figlio del patriarca Giacobbe, avuto dalla moglie cananea, Sue.

Essendo morto suo fratello Her senza discendenza, dietro consiglio del padre ed in forza del costume del levirato (v.), praticato anche prima della legislazione mosaica, sposò la vedova di lui Thamar. Ma non volendo che la prole nascitura venisse attribuita al fratello defunto, come il levirato richiedeva, si unì alla sua sposa in maniera da impedirne la fecondazione. In pena dell'ignobile delitto fu punito dal Signore con la morte (Gen. 38, 2-4; 46, 12). Da lui prende nome il peccato contro natura diretto ad impedire la prole, che si chiama "onanismo".

Gaetano Stano
ONCIALE e SEMIONCIALE, SCRITTURE. - Il termine "o." si trova usato per la prima volta da s. Girolamo (prefazione al libro di Giobbe: PL 28, 1142), per indicare genericamente, a quanto sembra, la scrittura maiuscola di grandi dimensioni. Con questo significato s'incontra ancora, nel sec. IX, in una lettera di Lupo di Ferrières (PL 119, 448), poi in un commentario anonimo all'Ars di Donato del sec. x (cf. H. Hagen, Anecdota Helvetica [Gramm. lat. ex recens. Keilii, Supplement], Lipsia 1870, p. 221 sg.; cf. L. Traube, Vorlesungen und Abhandlungen, III, Monaco 1920, p. 116 sg.) e in un passo dell'anonima biografia di s. Severo, vescovo di Ravenna, dell'xi sec. (cf. Rostagno [v. bibl.], p. 167).

Per gli antichi, dunque, è probabile che la parola o. non indicasse una scrittura assai diversa dalla capitale. Ma sull'origine e sul vero significato del termine le opinioni dei paleografi moderni non sono concordi: alcuni lo fanno derivare da uncia (la dodicesima parte di un piede), che avrebbe dato il nome alla scrittura per l'altezza delle lettere, o perché esse occupano la dodicesima parte di una colonna (Hatch); altri da uncus o addirittura da uncinus per la forma ricurva di alcune di esse (Allen), o dalla forma dell'antico segno convenzionale dell'oncia (Barone); altri ancora affermano che sulla formazione del termine da uncia può aver influito la somiglianza della forma di alcune lettere con un uncus (Madan). In realtà anche gli studi più recenti non sono giunti ad una conclusione soddisfacente. Comunque, dall'opera dei Maurini (Nouveau traité de diplomatique, II, Parigi 1733) in poi convenzionalmente il termine "o." indica un genere di scrittura in cui alcune lettere capitali hanno arrotondato le loro forme quadrate. Si dovrebbe parlare, perciò, più propriamente di "lettere" onciali, che di "scrittura" o. Va tenuto presente comunque che il vocabolo "o." designa, rispetto alla paleografia greca, la scrittura maiuscola dei papiri e delle pergamene in contrapposizione a quella di tipo epigrafico e rispetto alla paleografia latina la scrittura maiuscola libraria (che non esclude però esempi lapidari), con tendenza alle forme rotonde, in contrapposizione alla capitale.

Il termine "s.", anch'esso consacrato dai Maurini per una scrittura che è solo nella paleografia latina, voleva indicare un rapporto dimensionale e genetico tra questa scrittura e l'o.: e sebbene oggi la relazione genetica venga esclusa, il vocabolo è tradizionalmente accettato a preferenza di altri, proposti da vari studiosi, che si prestano a nuovi equivoci.

Bibl.: S. Allen, Uncial or uncinal?, in The Classical Rev., 17 (1903), p. 387 sgg.; F. Madan, Uncial or uncinal?, ibid., 18 (1904), p. 48 sgg. (risposta alla nota di S. Allen); E. Rostagno, Litterae unciales, in Riv. delle Bibl. e degli Arch., 26 (1913), p. 163 sgg.; W. S. Merrill, The uncial in Jerome and Lupus, in Class. Philology, 11 (1916), p. 432 sgg.; N. Barone, Intorno alla voce "o." attributo di scrittura. Sarno 1916: W. H. P. Hatch, The origin and meaning of the term uncial, in Class. Philology, 20 (1923), p. 247 sgg.; D. Puzzolo-Sigillo, Intorno all'effettivo valore della voce "o." attributo di scrittura, in Atti dell'Acad. Polarit., 36 (1934), p. 399 sgg.
I. Nella paleografia greca. - L'o. nacque o si sviluppò quando dai materiali propri dell'epigrafia si passò al papiro e dallo scalpello al calamo; pare che il suo centro di formazione sia stato principalmente Alessandria. Essa viene considerata distintamente a seconda che sia tracciata su papiro o su pergamena, perché il materiale scrittorio influenza notevolmente la forma delle lettere; il papiro non permette di arrotondare i tratti così bene come la pergamena; inoltre questi sul papiro risultano press'a poco della medesima grossezza, mentre la pergamena favorisce il contrasto tra linee piene e linee sottili.

## Page 104

I più antichi documenti in o. su papiro a noi pervenuti, oltre un contratto di matrimonio sicuramente datato al 311 a. C., si attribuiscono al sec. Iv a. C.: un logos di Timoteo, i Persiani; l'imprecazione di una certa Artemisia contro il padre del proprio bambino che l'ha abbandonata, e altri frammenti di minore importanza. In questi documenti la forma delle lettere è in generale quella dello stile epigrafico, ad angoli e tratti rettilinei; solo qualche lettera comincia ad assumere la forma tipica dell'o.: il signo lunato C e l'omega che s'avvia a divenire rotondo $\omega$.

Su pergamena il più antico manoscritto in o. è l'Iliade Ambrosiana (sec. III d. C.), di cui però rimangono soltanto poco più di cinquanta frammenti scritti sul rovescio di altrettante miniature, tagliate dal codice originale da qualche vandalico collezionista. Seguono immediatamente tre manoscritti della Bibbia: il Vaticanos, il Sinaiticus, e l'Alexandrinus, e uno del Vecchio Testamento: il Surrasianus o Calbertinus. Il più antico fra questi sembra il Vaticanos, da ascriversi alla $1^{2}$ metà del sec. Iv, quindi il Sinaiticus, con ogni probabilità della $2^{2}$ metà dello stesso secolo; l'Alexandrinus e il Surrasianus sono del sec. v.

Nei manoscritti più antichi l'o. è purissima e regolare; quasi tutte le lettere possono essere contenute in un cerchio o in un quadrato, il cui lato ha su per giù la stessa dimensione del diametro del cerchio. Più tardi, però, l'o. si trasforma e si deforma: i quadrati assumono la forma di rettangoli; i cerchi si appiattiscono e si rimpiccioliscono o si allargano emisuratamente; gli angoli si arrotondano, i tratti vanno perdendo la loro rigidità e qualcuno a volte si protende quasi in un tentativo di legamento con la lettera vicina. Contemporaneamente a questa trasformazione dell'o. antica; ha inizio l'uso di accentare i testi. Infine nel sec. Ix, con l'introduzione della scrittura minuscola (v.) nei libri, l'o. comincia ad uscire dall'uso corrente e nei secoli successivi è impiegata quasi soltanto nei testi liturgici : per un ritorno d'arcaismo essa allora ridiventa dritta, elegante, stilizzata, e procede con una certa uniformità.

Rm.: W. Wartenbach, Anleitung zur griechischen Paläographie, $3^{2}$ ed., Lipsia 1895, p. 9 sgg.; F. G. Kenyon, The palaeography of Greek papyri, Oxford 1899, p. 26 sgg.; E. M. Thompson, An introduc. to Greek and Latin palaeography, ivj 1912, p. 104 sgg. (su papiro), e 198 sgg. (su pergamena); V. Gardthausen, Griech. Paläographie, II, Lipsia 1913, p. 88 sgg.; W. Schubert, Griech. Paläographie, Monaco 1923, passim; M. Norsa, La scrittura letteraria greca dal sec. IV a. C. all'VIII d. C., Firenze 1939.

Mário Baraschachi
II. Nella paleografia latina. - I. Origine. - Le vivaci discussioni circa l'origine dell'o. latina non possono dirsi ancora conchiuse. Il Traube, presentandola come "scrittura cristiana", la riduceva ad una imitazione diretta dell'o. greca, attraverso le prime versioni latine della S. Scrittura. Lo Schiaparelli, constatata la presenza di forme rotonde delle $a, d, e, m$ (le lettere *caratteristiche" dell'o. latina) in documenti
![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(1st. Ena. Catt.) del Vangelo di Matteo, inizio del Vangelo di Mavve - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1209, p. 1277.
del sec. III dove l'alfabeto ha forme capitali accanto a forme corsive, ha negato tale derivazione diretta e, classificando questa scrittura mista con il nome di "s. arcaica", ha fissato in essa un tipo di transizione, che in età dioclezianea, periodo di massima espansione della cultura latina e di più stretto contatto con il mondo spirituale greco, avrebbe dato origine all'o. e alla s. Infine il Marichal, riassumendo le tesi dell'ultima scuola paleografica francese in merito alla "minuscola primitiva" (cioè la minuscola libraria che si sarebbe formata dalla "capitale degenerata" e che praticamente si identifica conlas.), fa derivare l'o. da questa scrittura, come prodotto artificioso che restituisce alle forme "familiari" della minuscola la solennità della capitale.

In verità nessuna delle teorie su esposte raggiunge la forza di una prova. Le osservazioni dello Schiaparelli escludono la derivazione diretta dell'o. latina da quella greca : sussiste tuttavia il fatto degli innegabili contatti tra le due scritture e della netta prevalenza dell'uso dell'o. per testi sacri o liturgici. D'altro canto la s. ar-
coica, postulata dallo studioso italiano, non è suffragata da sufficienti esempi, e perdura il dubbio che le forme "precorritrici" siano piuttosto elementi di carattere personale e contingente. Quanto alla teoria della scuola francese, le va riconosciuto il merito di aver scalzato molte false teorie e di aver impostato il problema su basi nuove: tuttavia il passaggio dalla "minuscola primitiva" all'o. per l'esigenza di creare una scrittura posata di carattere maiuscolo non riesce persuasiva, dato che nella stessa epoca la capitale era nel suo massimo rigoglio. Carattere di maggiore probabilità ha l'ipotesi, già affacciata dal Traube, che il territorio di origine dell'o. latina sia l'Africa Proconsolare (una zona bilingue), da cui provengono le più antiche iscrizioni in o. che si conoscano (sec. III).
2. Caratteristiche. - L'o. si presenta come una scrittura maiuscola, in cui peraltro la bilinearità non è cosi rigorosa come nella capitale. La maggior parte delle lettere conserva la forma capitale, con un tratteggio alquanto più sciolto e più rotondo; $a, d, e, m$ si presentano nella forma caratteristica riconosciuta dai trattatisti come propria dell'o.; $h$ e $q$ sono di forma minuscola. La s. è invece una scrittura minuscola, che conserva qualche elemento maiuscolo (quasi sempre la $n$; talora la $g$ e la $s$ [nella forma o.]; raramente la $r$ e la $t$ ). La $a$ assume ora la forma aperta, quale si trova già nella corsiva, ora quella chiusa, considerata caratteristica; la $g$ accanto alla forma caratteristica (derivata dalla corsiva) presenta anche una forma maiuscola caudata; la $i$ è talora alta; la $m$ ha le due prime gambe dritte, la terza ripiegata; la $r$ e la $s$, quando non sono di forma maiuscola, mostrano una forma che richiama quella della corsiva; la $t$ ha il tratto discendente rotondo.

## Page 105

![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

ESTERNO ED INTERNO DEL CHIOSTRO GOTICO finito nel 1508 dall'abate Alonso di Madrid.

## Page 106

![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(fol. Ene. Catt.)
In alto a sinistra: ONCIALE LATINA (sec. v): lettera di s. Cipriano - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 10959, f. 17. In alto a destra: SEMIONCIALE (anteriore al 509-10): Explicit del Liber in Constantium di s. Ilario di Poitiers - Biblioteca Vaticana. Arch. Cap. S. Pietro, Basilicanus D 182, f. 2887. In basso a sinistra: SEMIONCIALE DETTA DI URSICINO dello scrittore di Verona (inizio del sec. viI): Acta Concilii Calcedonensis; fine della IV e inizio della V sessione - Biblioteca Vaticana, Vat. lat. 1322, f. 136 v . In basso a destra: ONCIALE LATINA (metà del sec. viII): Capitula dell' Ep. ai Romani - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 9, f. 71.

## Page 107

![img-5.jpeg](img-5.jpeg)

Onclale e semionclale, scritture - Scrittura o. latina su pergamena (sec. vi-viI): Evangeliario e Lezionario - Torino, Biblioteca nazionale, cod. F. VI, 1, 61 .

Alcuni paleografi distinguono inoltre, con lo Schiaparelli, un'o. e una s. rustiche (frequenti nelle glosse marginali di codici antichi) caratterizzate dalla presenza di elementi corsivi o corsiveggianti. Molto vaga e problematica è l'esistenza di una scrittura "quarto d'o.", prospettata dal Traube e accettata da altri studiosi.

3. Datascone. - I criteri fissati per la datazione dell'o. dallo Chatelain e dal Lowe, e della s. dallo Chatelain, hanno un valore relativo, in quanto si basano su un gruppo piuttosto scarso di codici sicuramente datati e prescindono dalla localizzazione.

Per l'o. in genere i codici del sec. Iv e v presentano nelle lettere arie che superano il rigo inferiore ma non quello superiore; la $b$ ha l'anello superiore appena accennato, l'inferiore assai pronunciato; $f, p, s, t$ sono molto strette (la $t$ ha il tratto superiore ondulato); $l$ ha la base piccolissima e senza coda; $m, n, u$ sono molto larghe (la $m$ ha la prima asta quasi dritta, la $n$ l'asta obliqua assai marcata); la $p$ ha la pancia piccola e aperta. Nel sec. vi la $f$ ha i tratti orizzontali di uguale lunghezza; la $l$ ha la base con una piccola coda; la $t$ ha il tratto superiore più lungo, talora incurvato a sinistra; la $n$ ha un trattino di coronamento sull'asta di destra; la $p$ e la $r$ hanno la pancia ancora aperta, ma più larga. Nel sec. vir si sviluppano i trattini di coronamento ( $h, l, n$ [anche sull'asta di sinistra]; la base della $l$ è molto sviluppata); la pancia della $p$ è quasi sempre chiusa; la $t$ incurva il tratto superiore anche a destra. Nel sec. viII i trattini di coronamento si allungano; la $m$ ha la prima gamba incurvata fino a chiudersi sull'asta di mezzo; questa poggia su una lineetta orizzontale; la $n$ ha il tratto intermedio quasi orizzontale; la pancia della $r$ scende oltre la metà dell'asta verticale.

Per la s. nel sec. v la $a$ è di dimensioni più piccole delle altre lettere; la $e$ è di forma onziale, la $n$ è maiuscola e con la prima gamba alquanto più lunga; la pancia della $q$ è sviluppata in larghezza più che in altezza; mancano tratti di coronamento; frequenti i legamenti li e ci. Nel sec. vi la $e$ ha talora forma minuscola; la $g$ e la $n$ forma maiuscola o minuscola; la $t$ ha il tratto inferiore rotondo; $l i$ non sono in legamento. Nel sec. vi si notano sulle aste ascendenti e discendenti i trattini di coronamento; la $m$ lo ha sempre nella gamba mediana, talvolta anche nella prima; la $i$ si trova a volte di forma alta. Nel sec. viII si sviluppano ancor più le tendenze notate nell'età prete. dente; l'asta inferiore della $t$ è diritta. - Vedi tav. VIII.

Bibl.: E. Chatelain. Uncialis scriptura, Parigi 1901 (un vol. di testo e uno di tavole); L. Traube, Nomina sacra.... Monaco 1907, passim; id., Varissungen und Abhandlungen, I, 101 1900, pp. 171-261 (elenco di codici); II, ivi 1911, pp. 23-24 (altri saggi dello stesso autore rimasti manoscritti sono indicati ibid., 1. pp. 1.2111-1.227); H. B. Van Heesen, The parentage und the birthdate of the latin uncial, in Trans. and proceedings of the Americ. philolog. Associat., 43 (1912), p. 1.1111 sgg.; L. Schiavarelli, La scritt. latina dell'età romana, Como 1921, pp. 136-69; E. A. Lowe [e E. K. Rand], A sixth century fragment of the letters of Pliny the Younger, Nuova York-Washington 1922; L. Schiaparelli, Il codice 490 della Bibl. Capitol. di Lucca (Studi e testi, 36), Roma 1924, p. 22 sgg. (cf. pp. 62-66); H. Ledereq, Manuscrits, in DACL, X, it, coll. 1660-99 (elenco di codici); M. Norsa, Analogie e coincidenze tra scritture greche e latine nei
papiri, in Miscell. G. Mercati, VI (Studi e testi, 126), Città del Vaticano 1946, pp. 102-21; G. Cancetti, Vocchi e nuoci orientamenti nella studia della paleogr., in La Bibliofilia, 50 (1948), pp. 4-23 (particolarmente pp. 14-17); R. Marichal, De la capitale romaine à la minuscole, in M. Audin, Somme typographique, I, Parigi 1948, pp. 63-114 (particolarmente pp. 67-70 e 93); G. Battelli, Lezioni di paleografia, 7 ed., Città del Vaticano 1949, pp. 72-87; R. Marichal, L'écriture latine et l'écriture grecque du Ier au VIe siècle, in L'antiquité classique, 19 (1950), pp. 113122 (soprattutto pp. 123-33); A. R. Natale, Il codice e la scrittura, in Problemi e orientamenti critici di lingua e letteratura classica, a cura di F. Bignone, Milano 1951, pp. 225-59 (greca), 290-300 (latina).

ONDO, diOcesi di. - Nella parte sud-orientale della Nigeria. L'evangelizzazione del territorio cominciò nel 1913 per opera dei Padri della Società per le Missioni africane. La prima residenza dei missionari fu fondata nel 1916.

Il 12 genn. 1943, per divisione degli allora vicariati di Costa di Benin (oggi arcidiocesi di Lagos) e di Nigeria occidentale (oggi diocesi di Benin City), fu eretto il vicariato apostolico di O. Illurin e affidato alla stessa Società. Il 18 apr. 1950, per l'erezione della gerarchia episcopale nell'Africa Occidentale Britannica, esso fu innalzato a diocesi, col nome di O., suffraganea di Lagos.

Il territorio (kmq. 68.000), è abitato dalla grande tribù Yoruba. Secondo i dati statistici del 1950: ab. 1.000 .000 ca.; cattolici ca. 30.000 con 5831 catecumeni; protestanti ca. 250.000 (impiantati sul luogo assai prima dei cattolici e con ca. 550 scuole); maomettati ca. 200.000; pagani oltre 330.000 . Sacerdoti nativi 3 , esteri 28 ; suore estere 3 ; catechisti 29 ; maestri 542 ; seminaristi maggiori 1 , minori 5 ; stazioni missionarie principali 12, secondarie 151; chiese 12; cappelle 144. Scuole elementari 109. Una scuola interdiocesana per la formazione dei maestri è a Lagos. Non vi è ancora Azione Cattolica propriamente detta, essendo la diocesi al principio del suo sviluppo.

Bibl.: AAS, 35 (1943), pp. 97-98; 42 (1950), pp. 613-19; MC, Roma 1950, p. 118; Arch. di Prop. Fide, pos. prot. 814-51.

Carlo Corvo
O'NEILL, FAMIGLIA. - Celebre famiglia irlandese, che discende da Niall, re d'Irlanda nel sec. v. Ad essa appartenne Muircheartach Mac Neill che forse è stato il primo re d'Irlanda convertitosi al cristianesimo nel sec. vi.

Acquistò particolare notorietà HUGH o. (ca. 1540-1616) il quale, approfittando del malgoverno dei viceré inviati nell'isola durante il regno di Elisabetta, fu a capo di varie insurrezioni, si fece paladino della libertà di coscienza e raccolse i cattolici sotto la sua bandiera. Ottenuto l'appoggio della Spagna e della S. Sede, egli riuscì a conquistare quasi tutta l'isola. Clemente VII, nel 1599, lo esortò con un breve a perseverare nella difesa della fede cattolica e gli inviò una penna di fenice, dono che da O'N. fu interpretato alla stregua di un riconoscimento della sua sovranità sull'Irlanda. Da allora in poi la fortuna delle armi gli venne meno. Fatto atto di sottomissione alla corona, non si sentì tuttavia più sicuro e

## Page 108

temendo di essere arrestato abbandonò nel 1607 l'isola per stabilirsi a Roma, dove fu ospitato da Paolo V e dove mori. Figlio di un fratello minore di Hugh fu Eugenio O'N. (ca. 1590-1649) che, dopo essere stato al servizio della Spagna, tornò in Irlanda e divenne generale dell'esercito che Carlo I, impegnato nella lotta contro il Parlamento, stava costituendo nell'isola. Egli si prefisse la completa indipendenza dell'Irlanda e si trovò per questo ragione in contrasto con il Consiglio cattolico che non era alieno dal riconoscere, previa garanzia dei diritti dei cattolici, la sovranità del re d'Inghilterra sull'isola. Altri membri notevoli della famiglia furono Daniele (ca. 1612-64) che alla morte di Eugenio ebbe il comando delle forze irlandesi, e Giovanni (1740-98), membro del Parlamento irlandese, sostenitore dell'emancipazione dei cattolici.

Bibl.: anon., s. v. in Encycl. Brit., 14* ed., XVI, pp. 790792, con bibli. Sui vari membri cf. Dict. of Nat. Biogr., XIV, Londra 1921-22, p. 1072 sgg., e W. A. Philips, Hist. of the Church of Ireland from the earliest times to the present day, IIIII, Londra 1933-34, passim. Su Hugh e su Eugenio cf. anche Pastor, XI, pp. 369-70, e XIV, parte 1*, passim. V. pure S. O. Faolsin, The great O. N., Londra 1947. Silvio Furlani

ONESIFORO. - Personaggio della Chiesa di Efeso, ricordato in II Tim. 1, 16 sgg. e 4, 19 (la "casa di O. "). Dal complesso pare che fosse già morto quando la lettera fu scritta (ca. 67 d. C.). In questo caso, le parole di II Tim., 1, 18 "gli conceda il Signore ( $\delta$ Kúpos $=$ Cristo) di trovare misericordia presso il Signore (Kúpos, senz'articolo $=$ Dio) in quel giorno " sarebbero un esempio di preghiera di suffragio, con la quale s'implora per il defunto la misericordia divina nel giorno del Giudizio. Mentre Paolo era prigioniero per la seconda volta a Roma - si noti (ibid. 1, 17) la difficoltà di giungere a lui - O. non ebbe vergogna delle sue catene, e volle prestargli, come già altra volta, i propri servigi (ávéquçev [ibid. 1, 16], che la Volgata ha reso con refrigeravit, può indicare sia il conforto della simpatia e della solidarictà sia l'aiuto materiale).

Ad Efeso O. lavorò a vantaggio della comunità, forse in qualità di diacono: il mihi di parecchi codici della Volgata ha contro di sé la maggioranza dei testimoni del testo originale. Il particolare che Timoteo conosce anche meglio di Paolo ( $\beta$ E $\lambda$ tiv $v$ potrebbe, però, non avere forza di comparativo) l'operato di O. fa supporre che ciò sia posteriore alla partenza dell'Apostolo, quando Timoteo reggeva quella comunità (I Tim. 1, 3).

Gli Acta Theclae (metà del sec. II ?) fanno di O. un padrone di casa, ad Iconio, che avrebbe ospitato Paolo durante il primo viaggio missionario (M. R. James, The apocryphal New Test., Oxford 1924, ristampa 1950, p. 272 sg.). I menologi greci lo dicono uno dei 72 discepoli e lo ricordano in date diverse come vescovo ora di Colofone, ora di Cesarea, ora di Corone in Messenio. Il Martirologio romano ( 6 sett.) gli fa subire il martirio nell'Ellesponto, a Patrio, di cui sarebbe stato vescovo.

Bibl.: Acta SS. Septembris, 2* ed., Anversa 1748, pp. 662666; G. Milligan, s. v. in Dict. of the Bible, III, p. 623; F. Vigouroux, s. v. in DB. IV, col. 1813 sg.; Fr. X. Pólel, Die Mitarbeiter des Weltapostels Paulus, Ratisbona 1911, pp. 340-44; e i commenti a II Timoteo di W. Lock, G. Bardy, E. F. Scott, C. Spica, A. Boudou.

Teodorico da Castel San Pietro
ONESIMO. - Schiavo fuggitivo, probabilmente frigio e di Colosse (Col. 4, 9), a favore del quale s. Paolo scrisse l'Epistola a Filemone (v.). Il nome di O. (=Utile) era molto comune tra gli schiavi quasi a dire la ragione della loro esistenza. Convertito, fu latore della lettera a Filemone. Paolo lo presenta, con orgoglio, alla comunità di Colosse come "fedele e diletto fratello" (Col. 4, 9), e inviandolo a Filemone assicura costui che O., guadagnato a Cristo e divenuto fratello, non sarà il disutile (Philem. 16) e, forse, il ladro (ibid., 19) di prima, ma farà onore al proprio nome.

Dal Nuovo Testamento non si sa altro di lui. Un O. era vescovo di Efeso quando a questa comunità scrisse s. Ignazio martire (Ad Ephes. 1, 3). Infatti i martirologi dicono che lo schiavo convertito da Paolo successe a Timoteo in quella sede (Acta SS. Fehrnarii, II, Anversa 1658, p. 856 sgg.); ma il nome era troppo comune perché si possa concludere all'identità della persona. Le Constitutiones Apostol. (7, 46: PG 1, 1036) dicono, invece, che fu costituito da Paolo stesso vescovo di Berea in Macedonia. Secondo altre fonti, avrebbe predicato in Spagna. Non più concordi sono le notizie sul luogo (Roma? Pozzuoli ?), sul tempo (sotto Nerone? Domiziano?) e sul genere del martirio. O. impersona quella categoria sociale a cui solo il cristianesimo ha dato libertà e dignità. La Chiesa latina lo ricorda il 16 febbr., la Chiesa greca il 15.

Bibl.: oltre le opere citate sotto filenone, epistola a, cf.: Acta SS. Fehrnarii, II, Anversa 1698, pp. 833-39; W. Lock, s. v. in Dict. of the Bible, III, p. 622; F. Vigouroux, s. v. in DB. IV, col. 1812 sg.; F. X. Pólel, Die Mitarbeiter des Weltapostels Paulus, Ratisbona 1911, pp. 300-307. Teodorico da Castel S. Pietro

ONIA. - Nome di quattro sommi sacerdoti giudaici dei secc. inie in a. C. (Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., XII-XIII; e Bell. Iud., VII). Il primo e il terzo sono menzionati nei Maccabei.
I) O. I, figlio e successore del pontefice Iaddua (contemporaneo di Alessandro Magno), rimase in carica per oltre 20 anni (da ca. il 320 al 300 ).

Ebbe rapporti amichevoli con Ario, re di Sparta. Nel periodo del suo pontificato la Palestina fu lacerata dai continui urti degli eserciti egiziani e siri che si alternarono sul suo territorio; non pochi ebrei in quelle tristi vicende si videro costretti a lasciare la patria e si stabilirono ad Alessandria.
2) O. II, figlio di Simone il Giusto e nipote di O. I, ancor minorenne quando gli mori il padre, fu sostituito nel pontificato dagli zii Eleazaro e Manasse, e solo alla morte di costui (ca. 240 a. C.) poté entrare in carica.

Mente piccola, avido di danaro, si rifiutò di pagare l'imposta di 20 talenti d'argento a Tolomeo III Evergete. Solo per la tattica di suo nipote Giuseppe Tobiade riusci a scansare la terribile rappresaglia minacciata dal Re. Gli affari politici e amministrativi rimasero quasi del tutto in mano al nipote.
3) O. III, figlio di Simone II e nipote di O. II, fu pontefice al tempo di Seleuco IV Filopatore, re di Siria (187-176 a. C.). Si distinse per bontà e rettitudine.

Seleuco, in seguito ad informazioni fornitegli da Simone, prefetto del Tempio, mandò a Gerusalemme il suo cancelliere Eliodoro (v.) perché asportasse i tesori sacri che la pietà e la fiducia del popolo vi aveva depositati. L'ardente preghiera elevata al Signore dal pio pontefice ottenne che fosse evitato il sacrilego furto; insidiato però da Simone, egli chiese protezione allo stesso Re. Morto Seleuco, e succeduto al trono Antioco IV Epifane, O. si vide avversato dallo stesso fratello Giasone, che offrendo al Re 590 talenti riusci a comprarsi la dignità pontificale. Tre anni dopo, Menelao, fratello di Simone, offrendone 300 in più usurpò per sé il pontificato, che ben presto però gli fu tolto in punizione della sua insolvenza. Menelao, profittando dell'assenza di Antioco, regalò al suo luogotenente Andronico alcuni oggetti d'oro trafugati dal Tempio. O., che per sottrarsi alle insidie dei partigiani di Giasone s'era rifugiato a Dafne nel recinto del santuario di Apollo, fece le sue amare rimostranze per l'atto sacrilego di Menelao; ma lo zelo per l'onore del Tempio gli costò la vita. Menelao, insofferente delle censure di O., pregò Andronico di sopprimerlo. E il pio O., invitato da costui a uscir fuori del recinto sacro in cui godeva diritto di asilo, fu ucciso a tradimento.
4) O. IV, figlio di O. III, era ancor giovane quando gli fu assassinato il padre.

Vedendo che il contegno dei re seleucidi gli rendeva precaria la successione al pontificato, si rifugiò in Egitto

## Page 109

presso il monarca rivale Tolomeo VI Filometore, offrendosi come sommo sacerdote e come capitano di armati. Ottenuto il permesso regio, costruì a Leontopoli (v.) un tempio "simile a quello di Gerusalemme, ma più piccolo e modesto" (Flavio Giuseppe, Antiq. Jud., XIII, 3,3) che doveva richiamare i giudei residenti all'estero e servire da controliare al santuario nazionale amministrato da pontefici illegittimi e indegni.

Il fatto fu criticato dai circoli sacerdotali di Gerusalemme, come aperta violazione della centralizzazione del culto, sebbene si riconoscesse in O. l'erede naturale del sommo sacerdozio giudaico. Il tempio di Leontopoli ebbe tuttavia influenza limitata e fu ritenuto in Egitto come una iniziativa provocata dalle circostanze critiche di O. Il culto vi fu conservato fin quasi al 72 d . C., allorché per ordine di Vespasiano il Tempio fu chiuso da Lupo, governatore di Alessandria.

Bibl.: G. Ricciotti, Storia d'lsraele, II, Torino 1034, passim. Antonio Carrozzini
ONICE (lat. onyx). - Termine che nella Volgata indica sia un profumo sia una pietra preziosa.

In Ex. 30, 34 è il profumo dell'unghia odorata (blatta byzantina; ebr. lōbēleth), che si trova come operculum di alcuni molluschi o conchiglie; insieme ad altre sostanze, serviva per il thymiamu sacro.

In $E z .38,13$ traduce l'ebr. tōhäm, altrove reso con sardonyx, sardins, berillos, chrysopras. Si tratta di una gemma rossa incastonata nell'ephod e nel pettorale del sommo sacerdote (cfr. Ex. 25, 7; 28, 9 ecc.). In Gen. 2, 12 è detto che la regione Havila era ricca di tali pietre preziose, il cui alto valore si può scorgere nel paragone con la sapienza (Job 28, 16).

Angelo Penna
"O NIMIS FELIX MERITIQUE GELSI". - E la terza parte dell'inno dell'Ufficio nella festa della nascita di s. Giovanni Battista, composto da Paolo Diacono, e si canta alle Lodi.

Vi si continua ad enumerare gli eccelsi meriti del Battista nelle prime due strofe; indi il poeta si rivolge a lui in devota preghiera affinché il Santo diriga i nostri passi e ci spiani la via verso la patria celeste.

Bibl.: G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1837, p. 272; C. Albin, La poórie du Bréviaire romain, Lione s. a., pp. 286-89; V. Torreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondovi 1932, pp. 216-18; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 218.

Silverio Mattei
ONITSHA, ARCIDIOCESI di. - Nella parte centromeridionale della Nigeria. I missionari della Congregazione dello Spirito Santo, provenienti dal Gabon (Africa Equatoriale Francese), vi si stabilirono nel 1885 .

Il 25 luglio 1889 dal vicariato ap. delle Due Guinee fu distaccata la prefettura ap. di Niger inferiore, elevata poi il 16 apr. 1920 a vicariato ap. col nome di Nigeria meridionale, affidato alla Congregazione dello Spirito Santo. Da tale vicariato il 9 luglio 1934 furono distaccate le prefetture di Benue (ora Oturkpo) e di Calabar (ora diocesi), mentre al vicariato stesso venne mutato il nome in quello di O.-Overri. Il 12 febbr. 1948, il territorio di Overri divenne vicariato ap. indipendente; il rimanente territorio rimase vicariato ap. con il solo nome di O.; e il 18 apr. 1950, per l'erezione della gerarchia episcopale nell'Africa Britannica, fu eretto in arcidiocesi.

Superfice kmq. 12.770; ab. ca. 1.250.000; cattolici 148.579 con 55.046 catecumeni; protestanti ca. 50.000; maometrani ca. 5000; pagani ca. 1.000 .000 . Sacerdoti nativi 5 , esteri 57 ; fratelli laici esteri 5 ; suore native 4 , estere 35 ; catechisti 2066; un seminario maggiore e uno minore con numerosi alunni. Stazioni missionarie principali 21, secondarie 518 ; chiese 98, cappelle 415 ; ospedali 21; dispensari 21; orfanotrofi 2; lebbrosari 5. Scuole elementari 456 , medie 3 ; normali 6 . Vi sono 145 associazioni di Azione Cattolica.

Bibl.: AAS, 12 (1920), pp. 429-30; 27 (1935), pp. 323-25; 40 (1948), pp. 357-58; 42 (1950), pp. 615-19; MC, Roma 1950, pp. 118-19; Arch. di Prop. Fide, pos. prot. 3471/51. Carlo Corvo
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)

OnOFLI, Vincenzo - Terracotta con Maria in trono fra s. Lorenzo e s. Eustachio - Bologna, chiesa di S. Maria dei Servi.

ONOFRI, Vincenzo. - Scultore bolognese, ricordato per la prima volta nel 1493 per il pagamento di due statue del b. Alberto Magno e di Raimondo di Peñafort in S. Domenico a Bologna; se ne ha notizia fino al 1524 .

Svolge la sua attività quasi esclusivamente a Bologna dove rimangono le sue opere più importanti. Nel Mortorio in S. Petronio, firmato "Vincentius de Bononia fecit", gruppo in terracotta simile a quello di Niccolò dell'Arca in S. Maria della Vita, si accosta al maestro, pur temperandone i modi per influenza dello Sperandio e del Francia, ai dipinti del quale si avvicina soprattutto nella ancona policroma con la Vergine, s. Lorenzo e s. Eustachio in S. Maria dei Servi (1503). Non mancano nelle sue opere influenze estranee all'ambiente bolognese : il tentativo di assimilare forme toscane, a lui giunte attraverso Francesco di Simone Ferrucci, è palese nel famoso monumento funebre, in terracotta e marmo, a Cesare Nacci, vescovo di Amelia, in S. Petronio (1504), forme che divengono dure, quasi metalliche, profondamente scavate : permane tuttavia, soprattutto nei particolari decorativi, una ricerca di eleganza e di finezza che lo avvicina ai modelli toscani.

Questi ritornano ancora nel monumento sotto l'organo, sempre in S. Petronio (1505), e in quello eseguito per Antonio Busi, dopo il 1506, a Poggio a Persiceto presso Bologna. Non tutti gli studiosi accettano l'attribuzione all'O. del busto del Beroddo (Bologna, S. Martino). Altre opere attribuitegli sono nella Galleria DaviaBargellini a Bologna, nella Gliptoteca di Monaco, al Louvre a Parigi.

Bibl.: Venturi, VI, pp. 803-805; anon., s. v. in ThiemeBecker, XXVI, p. 22; A. Feratti, s. v. in Enc. Ital., XXV, p. 375; P. D'Ancona, Umanesimo e Rinascimento, $3^{2}$ ed., Torino 1948, p. 264 .

Maria Donati
ONOFRIO, santo. - Eremita della Tebaide d'Egitto, m. verso la fine del sec. Iv o al principio del v (la data 375 non ha fondamento).

La sua festa nella Chiesa latina è celebrata il 12 giugno e in quella orientale il 10 giugno. L'unica fonte cui si può attingere è la biografia lasciateci da Palnuzio, pas-

## Page 110

sata nei Sinassari. Le circostanze che accompagnano la vita di O. sono in gran parte fovolose. Entrato nel monastero di Ermopoli e udita la vita del profeta Elia e di s. Giovanni Battista, si sarebbe entusiasmato per la vita eremitica e, ritiratosi nel deserto, vi sarebbe vissuto 60 anni senza vedere faccia di uomo, se non Pafnuzio, il quale lo assisté in morte. Il suo culto fu portato in Italia (S. O. al Gianicolo, in Roma), Francia, Germania e Spagna al tempo delle Crociate. L'arte, ispirandola alla descrizione lasciataci da Pafnuzio, lo rappresenta sia nell'atto di ricevere la s. Comunione per mano di un angelo, sia in orribili forme, irsuto, vestito di erbe selvagge, ecc.

Biel.: PL 73, 211-20; gli Acta SS. Janii, III, ParigiRoma 1867, pp. 16-30 contengono la Vita di O. lasciataci da Pafnuzio; Synax. Constantimopal., col. 742 sg.; BHG 101; W. E. Crum, Discours de Pisenthius sur it Onuphre, in Rev. de l'Orient chrétien, 10 (1915-17), pp. 38-67; P. Cheneau, Les Saints d'Egypte, II, Gerusalemme 1923, pp. 123-30; K. Künstle, Ihonographie der christlichen Kunst, II, Friburgo in Br. 1928, pp. 479 sg. Martiniano Roncaglia

ONORATO di Lérins. - Monaco, n. verso la fine del sec. iv, m. ad Arles nel 429. Di ritorno da un viaggio in Oriente, intrapreso con suo fratello Venanzio e il suo padre spirituale Caprasio (m. nel 430), fondò ca. il 410 il celebre monastero di Lérins sul tipo dei monasteri orientali (cf. Annales Ord. S. Benedicti, I, p. 14). In seguito fu vescovo di Arles (426). Non si è conservato nulla dei suoi scritti. Il suo successore nella sede di Arles, s. Ilario, ne scrisse una biografia piena di devozione e di entusiasmo.

Biel.: Acta SS. Januarii, II, Anversa 1643, p. 13 sgg.; BHL, p. 592. Circa una vita leggendaria del sec. xit e l'adattamento provenzale fattone dal monaco Raimondo Férant ca. il 1300, cf. A. L. Sardou, La vida de sant Honorat, Nizza 1875; S. Hosch, Unters. über die Quellen der Lebensbeschreibung des kl. Honoratus, Berlino 1877; B. Munke, De vita s. Hilarii, Halle 1911 .

Cirillo Vogel
ONORATO, vescovo di Vercelli, santo. - N. verso il 330, fu discepolo di s. Eusebio di Vercelli, che seguì anche nell'esilio, cacciatovi da Costanzo II, dopo il Concilio di Milano del 355.

Nel 396, per intervento di s. Ambrogio, fu eletto vescovo di Vercelli. L'anno seguente assistette lo stesso s. Ambrogio morente e gli amministrò gli ultimi Sacramenti. M. il 29 ott. 415 e fu sepolto nella chiesa di S. Eusebio, dove nel 1575 fu ritrovato il suo sepolcro con l'iscrizione, accanto a quello dei suoi predecessori. Nel Martirialogio romano è commemorato il 28 ott.

Biel.: Acta SS. Octobris, XII, Parigi 1867, pp. 577-82; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. Piemonte, Torino 1898, pp. 421-23; Lanzoni, p. 1039; Martyr. Romanum, p. 482 sg. Agostino Amore

ONORE e CONTUMELIA. - O., dal lat. honor od honos (cioè onoranza, rispetto, stima), è il riconoscimento esterno dell'altrui eccellenza.
I. Concetto cristiano dell'o. - L'o. in se stesso è un bene sociale, legittimo, in quanto porta a ricercare gli attestati della stima altrui fin dove è utile alle buone relazioni, che si debbono avere con gli altri. Si può e si deve certamente stimare quanto di buono Dio ha messo nell'uomo: virtù, scienza, uffici, dignità. E, supposta la rettitudine di intenzione, si può anche desiderare che gli altri vedano questi beni e li riconoscano socialmente con attestati di stima: tutto ciò fomenta le buone relazioni tra gli uomini. Di conseguenza si può anche lecitamente esigere dagli altri il dovuto rispetto; e rintuzzare, entro i dovuti termini, le mancanze di riguardo che venissero fatte. Ciò potrà essere doveroso, se richiesto dall'interesse sociale.

In ogni caso ciò è un diritto e che non sia illecito al cristiano tutelarlo e che in alcuni casi specifici lo si debba, è documentato dalla condotta stessa del Divin Salvatore, che ripudiò come ingiuriosa l'asserzione, con cui lo si
indicava come indemoniato e samaritano (Io. 8, 49); rettificò, qualificandola bestemmia, l'affermazione dei farisei che avevano definita opera demoniaca il miracolo dell'ossesso da lui stesso liberato (Mt. 12, 21 sgg .); rimproverò pubblicamente il servo del sommo sacerdote, che lo aveva percosso nella guancia (Io. 18, 23).

Però l'o., come la buona fama, rimane sempre un bene individuale; perciò quando non sia compromesso un eventuale compito sociale, l'individuo può rinunciare ad ogni attestazione di o. e non esigerne la riabilitazione, in caso di violazione; il che è un contrassegno di superiorità interiore e di santa libertà. In questo senso è da interpretarsi l'esortazione del Signore di offrire l'altra guancia, quando si è percossi sulla destra ( $M t .5,39$ ), ed altre esortazioni consimili (Io. 5, 41; 8, 54). Si ha così la serenità di chi ha riposto l'o. proprio nelle mani di Dio, e stima immensamente più lui di qualsiasi gloria umana (ibid., 12, 43) accostandosi di più all'esempio di Colui che " maledetto non malediceva" ( $I$ Pt. 2, 21-23).

Il cristiano sa poi di dover onorare coloro cui spetta (Rom. 12, 10). Nella società familiare la parte più forte, il marito, verrà esortato ad onorare la parte più debole, la sposa ( $I$ Pt. 3, 7); nella società i sudditi saranno invitati a prestare o. ai re ed alle persone esercenti un'autorità (ibid. 2, 17) ed i giovani ad onorare gli anziani (I Tim. 5, 17). Chi vien meno a questo dovere si rende res di peccato ed in una società bene ordinata anche di delitto.
II. L'o. leso: la c. - Più precisamente, la c. si può definire manifestazione di disprezzo contro qualcuno. In senso più ampio comprende anche il disprezzo manifestato, oltre che con parole, anche con fatti, con segni, con gesti, con scritti.

La sola omissione dei segni di o., spettanti ad una persona, non è di per sé c., ma può esserlo quando per l'intenzione e per le circostanze risulta l'animus contemnendi. Rientra nel concetto di c. anche l'improperio o la maledizione o maledizioni, scagliate contro persona presente (malediclio). La c. può essere fatta non solo verso persona presente, ma anche assente.

Nessuno può pretendere di essere onorato oltre la propria onorabilità, ma ognuno ha diritto ad un minimo di o., in quanto è persona umana. E perciò non è lecito offendere alcuno. Anche se esistono nella persona vizi morali, difetti fisici poco onorevoli o disonorevoli, sarebbe ingiuria (c.) rinfacciarli, a meno che non vi sia un motivo di correzione, di legittima investigazione o di contestazione o di pena. E contumelioso ancora ricordare al prossimo, senza ragione, servizi a lui resi, quando si trovava in miseria.

La c. è un peccato per sé (ex genere suo) grave, ciò risulta anche dalle parole di Gesù; "Chi avrà detto al suo fratello, stolto, è res del fuoco della geenna" (Mt. 5, 22) e dal fatto, che s. Paolo enumera i rei di c. fatte al prossimo tra coloro che Iddio ha consegnato al proprio reprobo senso (Rom. 1, 20-30). Naturalmente, la gravità, è subordinata al fatto che l'elemento materiale del peccato sia di per sé capace di ledere gravemente l'o., anche se l'effetto non consegna necessariamente, oppure che siano ispirati da odio o disprezzo grave. La parvita di materia si può avere o per la leggerezza dell'offesa o per altre circostanze attenuanti.
III. Soddisfazione per l'o. leso, ed eccezioni varie. - Anche quando in realtà non abbia scapitato nella reputazione degli altri per la c., l'offeso per diritto naturale può esigere la riparazione.

Tale soddisfazione viene fatta con la prestazione di nuovi segni di stima, in pubblico o in privato conforme alla natura ed alle circostanze dell'offesa stessa. Se l'offeso è superiore, è doveroso chiedergli perdono; se eguale od inferiore, basteranno ordinariamente segni di particolare apprezzamento. In ogni caso, se dalla c. ne sono derivati danni di altro genere, previsti almeno in confuso, anche per questo è dovuta riparazione.

## Page 111

E scusato dalla riparazione dell'o. leso: 1) chi ragionevolmente può presumere che l'altro vi rinunzi; 2) chi giudiziariamente è stato punito per l'insulto; 3) quando l'offeso si è vendicato; 4) quando l'insulto fu reciproco.

A tutela dell'o. leso la legge ecclesiastica o civile interviene ordinariamente solo in seguito a querela di parte. Nel CIC le offese all'o. o alla fama vengono sotto il nome di ingiuria. Anche nel diritto penale italiano esula ogni distinzione tra fama ed o. e le colpe in materia vengono classificate in due categorie: ingiuria e diffamazione. Alla tutela dell'o. sono connesse molte volte le questioni relative alla tutela del nome. Nel diritto penale italiano (ed anche nel linguaggio usuale) si parla di causa di o. o di offesa all'o., in materia sessuale là dove, nel linguaggio teologico-morale, sarebbe più proprio parlare di offesa alla buona fama in materia sessuale o di azioni delittuose (ad es., aborto), ispirate alla tutela della medesima. La reputazione della donna è diminuita da illecita relazione che nella considerazione comune torna a disdoro anche delle persone congiunte da vincoli di consanguineità od affinità.

L'agire per cancellare la prova del fatto illecito, che ha avuto origine da questa relazione extra-coniugale, si dice, nel diritto penale italiano, ispirato a causa d'o. Così a proposito dell'aborto (art. 55r), dell'abbandono di neonati (art. 592), di infanticidio (art. 578). In una situazione di questo genere sta, di fronte alla legge penale italiana, l'omicidio o la lesione personale, perpetrati sulle persone dei supposti rei nello stato d'ira causato dalla scoperta di illegittima relazione carnale esistente con il coniuge, figlia o sorella (art. 587). La legge in queste circostanze punisce con minor rigore il delitto, considerato che chi opera è in stato di giusta indignazione. Ma il delinquente ricorre in questi casi ad un fatto di sangue piuttosto per la tenace, quanto falsa persuasione, radicata alla società, che simili reati si possono e si debbono cancellare con il sangue. Si obbedisce a queste false persuasioni, nel cosiddetto mondo cavalleresco, con il ricorso al duello (v.), che allarga la pretesa difesa dell'o. in ogni ramo ed è invece una assurdità nel campo giuridico e morale.

Bibl.: per l'o. nel diritto penale italiano: G. Battaglini, Il bene dell'o. e la sua tutela penale, in Ris. penale, 83 (1916), p. 255 sgg.; C. Perris, s. v. in Nuovo digesto italiano, IX, pp. 79-80: cf. pure tutti i trattatisti di diritto penale. Per i diritti penali più affini a quello italiano: v. F. Mullersiner. Die Ehre im deutschen Privatrecht, Berlino 1931. Per il diritto canonico: P. Ciprotti, De inieria ac diffamatione in iure poenali canonice, Roma 1937. Per la teologia morale, v. i trattatisti, in particolare: A. Gougnard. De iudicio tenerario, in Collect. Mechl., 3 (1929), pp. 925-92; P. Lumbrecas. De iure ad famam, in Angelicum, 13 (1938), pp. 88-91; O. Schilling. Die Ehre nach christlicher Auffassung, in Theol. Quartalschr., 119 (1938), pp. 153-67; F. Tilleman, Il maestro chiama, $3^{2}$ ed., Brescia 1942, pp. 285-92 (dove però sono considerati insieme o. e fama); J. Dermine, Outrage et diffamation, in Revue disc. de Tournai, 3 (1948), pp. 519-27.

Pietro Palazzini
IV. L'O. Leso e il sommo pontefice: v. ingiuria; patti lateranensi.
V. L'O. leso e il Capo dello Stato. - L'art. 278 del Codice penale italiano, dopo la modifica fatta dalla legge 11 nov. 1947, n. 1317, dispone: «Chiunque offende l'o. o il prestigio del presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni».

Per questo delitto si procede sempre d'ufficio, previa, per ragioni di opportunità e di convenienza, l'autorizzazione del ministro della Giustizia per il proseguimento dell'azione penale, anche nel caso di offesa all'o. o al prestigio del papa.

Il concetto di offesa è comprensivo di tutti quei reati consumati mediante parole, scritti, atti positivi od omissivi che producono immediatamente ed esclusivamente una lesione al bene giuridico dell'o. o del prestigio del Presidente della Repubblica. Il delitto quindi non può essere costituito da offese riguardanti esclusivamente beni giuridici diversi, come, ad es., il patrimonio, principio seguito anche nel diritto intermedio. L'offesa deve essere immediata, nel senso che deve riferirsi alla persona del Capo dello Stato, anche se fatta indirettamente (per es.,
contro statue, francobolli, monete, ecc.). L'offesa all'o., in conformità a quanto stabilito nel capo $2^{\circ}$ del tit. xil Cod. pen., comprende l'ingiuria, la diffamazione, l'oltraggio, cioè tutte quelle lesioni che colpiscono più la persona morale che quella fisica. Per prestigio si intende, da parte della dottrina, una forma di o. più alta, determinata dalla qualità della persona tutelata; le offese al prestigio si concretano più che nella menomazione vera e propria della personalità morale del Presidente, nella irriverenza, nella mancanza di riguardo, ecc., verso il Capo dello Stato. Ma non per questo si deve arrivare all'eccesso di considerare punibile ogni apprezzamento sfavorevole nei riguardi del Capo dello Stato anche se espresso in forma riguardosa che consideri la qualità della persona che sta al sommo della scala statale. Agli effetti della incriminazione, al Presidente della Repubblica è equiparato colui che ne fa le veci (art. 290 bis).
VI. L'O. leso e i Capi di Stato esteri. - A differenza del cod pen. abrogato, che considerava i delitti contro i Capi degli Stati esteri come reati comuni, aggravandone solo la pena (artt. 128-30), il vigente codice estende a tali reati il trattamento usato per le o. al Capo dello Stato italiano, pur comminando una pena minore (da uno a tre anni di reclusione). Il concetto regolatore di questa nuova sistemazione è che questi reati non attentano solo a beni personali di un uomo, tali da influire solamente nell'interno dello Stato, ma pongono in pericolo la sicurezza internazionale dello Stato stesso.

Per quanto riguarda la tutela per i rappresentanti della suprema autorità ecclesiastica nel CIC, v. ingiuria.

Bibl.: R. Morelli, Le offese al Sommo Pontefice e il Trattato del Laterano, in Riv. it. di dir. ben., 1032, p. 78 sgg.; I. ChelodiP. Ciprotti, Ius cononicum, De Delictis et Poenis, Vicenza-Trento 1943, p. 102; V. Manzini, Diritto penale italiano, II, Torino 1949, p. 402 sgg.; V. Del Giudice, Manuale di diritto ecclesiastico, Milano 1949, p. 124.

Francesco Ercolani
ONORIO, detto di Autun (Honorius Augustudunensis). - Teologo del sec. xil. L'autore, che si autoqualifica editarius, scholasticus, presbyter, si diede cura di disperdere qualunque traccia per la ricerca della sua persona e del suo vero nome (nomen meum volui silentio contegi); in ogni modo il teatro della sua attività non fu la Francia (Autun, in Borgogna), ma la Germania, e non nella regione di Magonza (come ritenne il Dieterich), bensì, con ogni probabilità, a Ratisbona (come provò lo Endres), nell'ambiente re-ligioso-scientifico dominato dalla figura di Cristiano, «abbas Scotorum» di S. Giacomo (1133-53), a cui O. dedicò alcuni suoi scritti.

La sua ricca produzione (PL 172) abbraccia tutte le materie teologiche, con frequenti digressioni nel campo della filosofia e delle scienze naturali. Oltre ad alcuni scritti esegetici (spiegazione letterale della cosmogonia mosaica, dei salmi, del Cantico dei Cantici, con brevi spiegazioni allegoriche) e di liturgia (spiegazioni allegoriche sui riti), si possono ricordare:

1. Teologia dogmatica. - Elucidarium, sive dialogus de summa totius christianae religionis (coll. 1109-76) : opera giovanile, ove sono svolte in modo rudimentale tutte le questioni teologiche dalla Trinità alla risurrezione della carne : specie di catechismo dialogato che ebbe larga diffusione e traduzioni in francese, provenzale, italiano, ecc.; Sigillum Sanctae Mariae (coll. 495-513) : spiegazioni dei reati biblici usati nella festa dell'Assunzione e applicazione del Cantico a Maria; Inevitabile seu de libero arbitrio (coll. 1191-1223) : il testo riprodotto dal Migne è la redazione posteriore dello stesso trattato, ove O. attenua il suo predestinazionismo d'ispirazione agostiniana; Eucharisticon, de Corpore Domini (coll. 1249-58) : opera personale, ove vibra la fede eucaristica di O., che contro Berengario di Tours afferma con forza la Tran