volume-09

Back to Volumes
 Neurol. u. Psych., 1923, pp. 148 sgg.; 299 sgg.; E. Bleuler, Lehrbuch der Psychiatrie, $6^{2}$ ed., Berlino 1937; K. Jaspers, Allgemeine Psychopatologie, $5^{\circ}$ ed., ivi 1948; Vallejo Nagera A., Transito de psiquiatria, Barcellona 1949, p. 492 sgg.; E. Krutschmer, Der sensitive Beziehungswahn, VII, Berlino 1950. Anna Maria Tarantini

PARASCEVE. - Giorno di preparazione al sabato. Il termine greco IIapassœoń significa letteralmente "preparazione». La Volgata si limita a trascrivere il termine con p., senza tradurlo.

I quattro Evangelisti indicano con p. il giorno destinato dagli Ebrei alla preparazione dei cibi e di quanto altro era necessario per la celebrazione del sabato. P. quindi corrisponde alla feria VI della settimana, ossia al venerdí.

Mc. 15-42 dice che quando Giuseppe d'Arimates si recò da Pilato a richiedere il corpo di Gesù crocifisso era p. (preparazione), ossia pro-sabato, giorno che precede il sabato. In questo senso intendono il termine Iudt. 8, 6 e Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., XVI, 6, 2); Luca nel testo critico ( 23,54 ) dice "era il giorno di p. e il sabato s'iniziava" (letteralmente "s'illuminava", ossia si accendevano le lampade al tramonto, che per gli Ebrei era l'inizio del nuovo giorno).

Mt. 27,62 dice che "nel giorno dopo la p. (ossia al sabato) si radunarono i capi dei sacerdoti e i farisei da Pilato». In tutti questi passi p. significa certamente "venerdi".

Può sorgere un dubbio sul significato del termine in Io. 19, 14: «Era la p. della Pasqua (v.)». Qui potrebbe significare vigilia della solennità pasquale, ma anche da Giovanni risulta chiaramente che quello era un venerdi (19, 31, cf. 19, 42).

Anche in Ex. 16, 5, al sesto giorno della settimana (venerdì), si doveva preparare quanto occorreva per il sabato, raccogliendo doppia razione di manna (ibid. 16, 22).

Pietro De Androggi
PARASKIVA (Parasceve), santa. - Sorella di s. Eutimio, vescovo di Madyta, n. ca. il 1023 a Kallicratia, Epivat e Mesembria (Tracia) sul Mar Nero, m. ad Epivat ca. il roso. Entrò a 15 anni in un monastero di Calcedonia, dove passò 5 anni; dopo altri 5 , vissuti nel deserto del Giordano, si ritirò a Epivat. Venne sepolta sulla riva del Mar Nero. Più tardi gli abitanti del paese vi ritrovarono le sue spoglie intatte e le riportarono a Epivat.

L'imperatore dei Valacou-Bulgari, Giovanni Asen II (1219-41), portò le sacre reliquie a Tirnovo, nella chiesa dei Quaranta martiri. Baiazet I le regalò a Mircea il Grande, principe della Valacchia, ma in seguito alla
vittoria di Nicopoli (1396) egli le riprese e le donò alla knjaghina Angelina di Serbia. Solimano II (1520-66), trasformando la chiesa centrale di Belgrado in moschea, fece vendere le reliquie insieme con altri tesori sacri al patriarca di Costantinopoli per 12 mila ducati. Da qui le prese nel 1641 Basilio Lupu, principe di Moldavia, pagando per esse 2.516 .000 "aspri" complessivamente, e le depose nella chiesa dei Tre Gerarchi di Jisszr. Le sacre reliquie si salvarono miracolosamente da un incendio nella notte del 26-27 dic. 1888. La festa della Santa è il 14 ott.
P. è la santa più popolare dei Balcani e fra i Romeni e gli Slavi sotto la forma omonima di Piatnitza ( $=$ die quinta, Venerdi). Per i Greci la sua popolarità sembra connessa con una devozione al Venerdi Santo. Presso i Romeni deve avere avuto contatto con s. Vineri, santa sconosciuta che ha chiese antiche nelle grandi città, e con la "s. Vineri" dei racconti popolari (Venerdi o Venere) una sorta di fata, di dea ctonica. Alla divozione del Venerdi Santo si riannoda, a quanto sembra, la P. di Novgorod, non essendo possibile identificarla con altre martiri omonime.

Bim.: E. Koludnischi, Zur alteren Paraskewititeratur der Griechen. Slaven u. Rumünen, cf. Anal. Boli., 20 (1001) pp. 479-80: G. Botoşăncana, Cuvioane Miaru moatrd P. via Rind, Isşi 1910: A. Ammann, Die hl. Graumartzverin, P. zu Grau-Vongond, in Orient. christ. periodica, 12 (1916), pp. 381-87.

PARASSITISMO. - Indica quella forma di associazione tra organismi di specie diversa in cui uno dei due associati (parassita) vive per un periodo più o meno lungo di tempo sulla superficie o all'interno del corpo dell'altro (ospite), sottraendogli le sostanze con cui sopperire alle proprie necessità vitali, ma senza distruggerlo. Tale associazione, larghissimamente diffusa in natura sia nel regno vegetale che in quello animale, si verifica tra due vegetali, tra due animali, tra un vegetale ed un animale.

La parassitologia, scienza cui è devoluto lo studio di tale fenomeno, comprende una fitoparassitologia, per lo studio dei parassiti vegetali, e comprende la batteriologia (virus, rickettsie, schizomiceti) e la micologia (ifomiceti, ascomiceti, fiemiceti), ed una zooparassitologia, per lo studio degli animali parassiti, che comprende la protozoologia (protozoi), l'etimitologia (vermi : platelminti e nematelminti) e l'entomologia (acari e insetti). Poiché nell'uso corrente, quando si parla di parassitologia, ci si riferisce alla zooparassitologia, è di questa che si farà particolare riferimento, salva restando l'applicabilità a tutti gli organismi parassiti dei principi generali che si verranno esponendo.

Il p. come sopra definito implica l'esistenza di una serie di interrelazioni, di reciproche influenze tra ospite e parassita che possono anche portare alla possibilità della coesistenza di ambedue : si stabilisce così uno stato di equilibrio, sia pure instabile, rendendo possibile la vita di ambedue gli associati; solo quando tale stato di equilibrio sia turbato, l'associazione viene a cessare concludendosi o con la morte del parassita, se sono le difese organiche dell'ospite ad avere il sopravvento, o, se invece son queste ad essere sopraffatte, con la morte dell'ospite, cui però ovviamente può seguire anche quella del parassita.

Il p. può essere facoltativo od obbligatorio. Nel primo la condizione parassitaria non rappresenta una necessità di vita per la specie ma solo un possibile modus vivendi, la specie stessa conducendo normalmente vita libera; p. facoltativo è, p. se, quello delle larve di alcuni ditteri che vivono di solito da saprozoiti, su cadaveri o sostanze organiche in decomposizione, ma anche sono talora capaci di divenire parassite dell'uomo e degli animali determinando in essi le cosiddette missi. Il p. è invece obbligatorio quando la condizione parassitaria, più o meno lunga, costituisce un'assoluta necessità per la specie, all'infuori della quale non c'é possibilità di vita. I parassiti possono essere: a) temporanei, se limitano il periodo della loro permanenza sul corpo dell'ospite allo stretto tempo neces-

## Page 521

sario per nutrirsi su di esso, sfuggendo subito poi e conducendo per il resto vita libera; vi appartengono le secche, le pulci, le zanzare e, praticamente, la quasi totalità degli insetti ed acari ematofagi; b) permanenti, se conducono l'ospite per un periodo più o meno lungo, corrispondente ad uno o più stati del ciclo vitale, o per tutta la loro esistenza. I parassiti che vivono alla superficie del corpo del l'ospite o in cavità naturali od artificiali di facile accesso si dicono ectoparassiti; quelli invece che vivono all'interno del corpo, nelle cavità profonde o nello spessore dei tessuti o dentro le cellule, endoparassiti. Assai spesso si verifica nei parassiti una costante preferenza verso un determinato organo o tessuto, tanto che è eccezionale trovarli in sede diversa da quella abituale (si parla in tal caso di p. erratico); esistono tuttavia numerosi esempi, specie in parassiti allo stato larvale, in cui tale specificità di organo non è sentita, per cui uno stesso parassita può ritrovarsi in sedi molto diverse.

Molti parassiti, presentino o no fasi di vita libera, compiono il loro ciclo biologico con l'intervento di un solo ospite e sono pertanto detti monoxeni; molti altri invece posseggono un ciclo biologico più complicato, per il compimento del quale passano attraverso due o più ospiti diversi, in ciascuno di questi svolgendosi solo una parte, e ben definita, del ciclo; in questo secondo esso i parassiti si dicono eteroxeni, e si usa distinguere i diversi ospiti in intermedi, che albergano le forme larvali (metazoi) o la fase schizonica del ciclo (protozoi), e definitivi, che ospitano la forma adulta (metazoi) o la fase anfigonica (protozoi) del ciclo stesso.

La varietà dei cicli biologici dei parassiti è praticamente innumerevole, ciascun parassita presentando nel proprio ciclo una qualche sua specifica particolarità. La conoscenza quanto più precisa possibile sul ciclo biologico dei parassiti, oltre che di grande interesse scientifico, è di grande utilità pratica per le specie interessanti l'economia umana, quelle patogene cioè per l'uomo, per gli animali domestici e per le piante coltivate, per trarne l'indicazione dello stadio in cui il parassita risulta meglio aggredibile, ai fini della profilassi (v., p. es., malaria).

Si rilevano numerosissimi casi di parassiti che sono esclusivi di una sola specie ospite o di un piccolo numero di specie di ospiti affini (parassiti stenoxeni), altri invece in cui i parassiti sembrano trovare buone condizioni di esistenza in numerosi ospiti di specie lontane (parassiti aurixeni), ed altri ancora che presentano condizioni intermedic. Tale specificità parassitaria è di molto interesse, fornendo le uniche indicazioni, forse, per stabilire l'intichità o meno di un'associazione parassitaria, una stretta specificità implicando presumibilmente una completa evoluzione dei rapporti tra parassita ed ospite che non può essere compiuta se non attraverso un periodo molto lungo di tempo; e dal punto di vista pratico importanti elementi circa le reali possibilità di successo nella lotta contro certi parassiti, essendo, p. es., evidente che quella contro i parassiti eurixeni ha molto meno probabilità di riuscita che non quella contro gli stenoxeni, oltre che talora indicazioni utilizzabili nella lotta stessa. Basti, p. es., ricordare, a questo proposito, come una delle forme di profilassi antimalarica, la zooprofilassi, consistente nell'interporre tra le abitazioni umane ed i focolai anofeligeni gli animali stabulati, si basi appunto sulla rilevazione della scarsa specificità parassitaria della maggior parte delle anofeli vettrici della malattia. In alcuni casi si può verificare il reperto di parassiti a nota specificità parassitaria accentuata in ospite non abituale; si parla in tal caso di p. accidentale.

Come ogni essere vivente, anche i parassiti sono perfettamente adattati all'ambiente in cui vivono; si riscontrano pertanto in essi particolarità di ordine morfologico e fisiologico in stretta connessione con il loro habitat parassitario e da questo dipende anche dimostra, ogni volta che è possibile, il confronto tra le forme libere e le forme parassitarie appartenenti ad uno stesso gruppo zoologico. L'entità delle modificazioni derivate dall'adattamento parassitario è in relazione al grado del p. : in linea di massima, le modificazioni sono infatti minori negli ectoparassiti
temporanei, si accentuano negli ectoparassiti permanenti, e raggiungono il loro massimo negli endoparassiti. Fenomeno comune a tutti i parassiti permanenti, sia ectoparassiti che endoparassiti, è la riduzione o la perdita totale degli organi di locomozione correlata con un più o meno accentuato sviluppo di organi di adesione. Nei pidocchi in genere, ed in quelli del pube (Phthirius pabo) in particolare, si nota, p. es., oltre alla perdita delle ali, la riduzione delle zampe e la trasformazione delle estremità distali di esse in organi di adesione; e negli elminni, alla mancanza assoluta, nelle fasi parassitarie, di organi di locomozione fa riscontro un grande sviluppo di organi di adesione speciali, quali le ventose dei trematodi e cestodi e la tromba degli acantocefali. Pressocché costanti sono anche le modificazioni a carico degli organi della nutrizione: l'apparato boccale degli artropodi ematofagi diviene, p. es., vulnerante e capace di nazione; l'intestino può subire trasformazione di qualche sua parte in modo da divenire un vero serbatoio di cibo, che consente quindi la nutrizione del parassita anche a lunghi intervalli (zecche, cimici), o ridursi nella sua parte terminale, se l'alimento è tale da lasciare scarso o nullo residuo, o addirittura scomparire, come i cestodi ed acantocefali che vivono immersi nelle sostanze già digerite dall'ospite e si nutrono per osmosi. Generalizzato appare infine nei parassiti un potenziamento, spesso di grado elevatissimo, dalla capacità riproduttiva. Tale potenziamento viene raggiunto mediante meccanismi diversi, e cioè : sia direttamente mediante l'incremento considerecolissimo della produzione delle uova (si calcola, p. es., che la capacità srugera di una Taenia solium sia di 80.000 .000 all'anno, e quella di una femmina di Asteris lumbricoides di 64.000 .000 ); sia alternando alla riproduzione sessuata fasi, assai più rapide ed efficaci produttrici di individui, di riproduzione asessuata (come, p. es., nei plasmodi malarici); sia con l'intervento di riproduzioni allo stato larvale (pedogenesi), per cui da ciascun uovo deposto possono aversi in potenza anche numerosissimi individui (come nei trematodi ed alcuni cestodi); sia con lo stabilirsi di una condizione ermafroditica che, se autogama (cestodi), consente la possibilità di riprodursi anche nell'individuo isolato, e se dicogama permette la utilizzazione bisessuale di tutti gli individui.

I parassiti svolgono nell'ospite diverse azioni : spogliatrici, meccaniche e tossiche. Le prime, assolutamente costanti, essendo imperniato sulla loro presenza il concetto stesso del p., consistono nella sottrazione all'ospite delle sostanze necessarie alle esigenze vitali del parassita, e sono di assai diversa importanza, a seconda che si esercitino su sostanze soltanto ingerite ed elaborate dall'ospite o su sostanze che fanno parte delle strutture viventi di questo. Le azioni meccaniche si debbono invece alla presenza del parassita con entità fisica agente da corpo estraneo, e capace quindi di provocare fenomeni di occlusione o di compressione, o a particolarità morfologiche del parassita stesso che determinano lesioni di continuità dei tessuti. Quanto alle azioni tossiche, oggi riconosciute come sicuramente prevalenti nel determinismo di molti quadri patogeni di malattie parassitarie, esse si debbono all'assorbimento da parte dell'ospite di sostanze prodotte dal parassita. A queste azioni, l'ospite oppone reazioni di difesa che tendono, quando possibile (ectoparassiti), alla eliminazione dell'agente parassitario, o all'isolamento di esse (p. es., in cisti connettivali), o a neutralizzare la sua azione tossica (produzione di sostanze specifiche, eosinofilia). L'importanza del fenomeno parassitario nel campo dell'economia della natura è veramente immensa : molti esempi hanno ormai dimostrato che i parassiti entrano come componenti principalissimi nel mantenimento degli equilibri biologici stabilitivi in un determinato ambiente. Né minore è l'importanza del p. nel campo dell'economia umana, e ciò, sia direttamente per l'azione di molti parassiti sull'uomo stesso, che indirettamente per quella esercitata sugli animali domestici e sulle piante coltivate : basti ricordare in proposito le parassitosi nel campo della medicina, della veterinaria e della fitopatologia.

IppL.; P. P. Grassl, Parasites et parasitisme. Parigi 1936; J. G. Barr, Le parasitisme, iv 1946; E. Brumpt, Précis de parasitologie, 6* ed., ivi 1949; A. C. Chandler, Introduction to pa-

## Page 522

rasitology, with special reference to the parasites of man, $8^{\circ}$ ed., Nuova York 1949; M. Caullery, Parasitisme et symbiose, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1950; J. G. Baer, Ecology of animal parasites, Urbana 1951. Marcello Ricci

PARASTRON (Babastron), Giovanni. - Minorita, cittadino greco di Costantinopoli, n. ca. la metà del sec. xili, m. a Costantinopoli nel 1275. Versato nella teologia e nella conoscenza delle lingue latina e greca, rese eminenti servizi alla causa dell'Unione avanti, dopo e nel II Concilio di Lione.

L'imperatore Michele VIII Paleologo aveva già nel 1272 inviato il P. al papa Gregorio X per le trattative dell'Unione; arrivò in Italia dopo il $1^{\circ}$ apr. 1272 come risulta dalla lettera del Papa all'Imperatore scritto il 24 ott. 1272. Dopo il 29 ott. 1272 (data di un'altra lettera papale per i nunzi destinati all'Imperatore) P. ritornò a Costantinopoli in compagnia dei nunzi del Papa. Girolamo d'Ascolo e compagni. Di nuovo P. si recò in occidente e precisamente a Lione, come compagno dei nunzi francescani e dei legati greci ed arrivò in questa città prima della quarta sessione del Concilio ( 24 giugno 1274). Nella proclamazione dell'Unione, il 29 giugno 1274, i legati greci cantarono il Simbolo costantinopolitano col Filioque durante la Messa solenne del Papa in lingua greca, insieme a P. e al domenicano Guglielmo Moerbeke.

Dopo il Concilio il Papa incaricó il P. di ritornare a Costantinopoli, mettendo in rilievo che P. aveva lavorato in questa causa dell'Unione per lungo tempo e con successo ("diu et utiliter»). L'Unione fu proclamata a Costantinopoli nel genn. 1275; e fu eletto il patriarca cattolico di rito greco, Giovanni Bekkas, il 26 maggio 1275. Nello stesso anno mori lo zelante apostolo dell'Unione.

BibL.: G. Golubovich, Cenni storici su fra Giovanni Barastrou, in Bessarione, 19 (1906), pp. 292-304; Wadding, Annales, IV, pp. 386-93, 397; G. van der Vet, Die Anfänge der Franziskaner missionen und ihre Weiterentwichlung im nahen Orient und in den mohammedanischen Ländern während des 13. Jahrhunderts, Werl 1934, pp. 172-73.

Giorgio Hofmann
PARATO, Giovanni e Antonino. - Giovanni, maestro e pedagogista, n. a Sommariva Bosco (Cuneo) nel 1816, m. a Torino nel 1874. Ordinato sacerdote a Roma, fu professore di retorica nel Lazio; nel 1848 passò a Torino, dove fervevano le discussioni per l'organizzazione delle scuole elementari.

Nominato maestro, si dedicò a stendere vari testi per gli alunni delle diverse classi seguendo il metodo progressivo: Esercizi graduati; Composizioni italiane; Grammatica italiana per le elementari superiori, Compendio per le inferiori; Grammatica normale teorica e applicata, per le scuole magistrali, ginnasiali e tecniche, con la collaborazione di C. Mottura; Manuale per il maestro; Storia romana; Storia sacra; libri che manifestano l'arte pedagogica e didattica dell'autore e che tennero per un quarto di secolo il primato nelle scuole; soprattutto la Storia sacra divenne uno dei dei testi più popolari. Per i maestri fondò nel 1864 la rivista: Guida del maestro elementare italiano, dapprima per facilitare al maestro l'applicazione pratica degli insegnamenti universitari di Torino; poi aggiungendo una rassegna bibliografica e la discussione delle leggi e delle questioni scolastiche del giorno. Fu questo uno dei primi tentativi, in Italia, di stampa periodica per guidare i maestri nel disimpegno del loro compito. Non dimenticò i maestri rurali, per cui stabili premi e previdenze; e alla sua morte beneficiarono del suo patrimonio l'asilo di Carmagnola, gli Artigianelli di Torino e il Collegio di Assisi per gli orfani dei maestri.

BibL.: G. Mantellino, La scuola primaria e secondaria in Piemonte, Carmagnola 1909, p. 280 sgg.; G. China, s. v. in A. Martinazzoli-L. Credaro, Dizion. illustr. di pedagogia, III, Milano s. a., pp. 142-43, 146-47.

Antonino, valido coadiutore del fratello Giovanni, n. a Cuneo nell'ag. 1823, m. a Torino nel 1908. Dopo aver insegnato retorica in vari istituti, fu nel 1854 chiamato a Torino come professore aggregato alla Università e nel 1861 inviato dal ministro De

Sanctis in Campania come ispettore e organizzatore delle scuole elementari e secondarie.

Tornato a Torino, collaborò con il fratello alla Guida del maestro italiano e dopo la morte di lui ne prese la direzione fino al 1897. La scuola primaria e secondaria gli deve una bella serie di libri scolastici utili ed educativi (Libro di lettura; Storia d'Italia; L'Uomo, ecc.) e la pedagogia il prezioso volume: La scuola pedagogica nazionale. Studi educativi, teorici e pratici (Torino 1885), dove esalta la necessità di seguire la tradizione pedagogica italiana, dell'insegnamento religioso, dell'idea nazionale, della cura della famiglia, prima scuola e prima società a cui compete il dovere di educare; confutando poi la sedicente psicologia scientifica positivistica, allora trionfante, in favore dello spiritualismo italiano tradizionale. In Gli asili d'infanzia di Torino in 60 anni di vita dà notizie assai preziose per la storia dell'istruzione nella seconda metà del secolo passato.

BibL.: G. B. Gerini, Gli scrittori pedagogici italiani del sec. XIX, Torino 1910, pp. 702-703; G. China, s. v. in A. Mar-tinazzoli-L. Credaro, Diz. illustr. di pedagogo. III, Milano s. a., pp. 141-46. Celestino Testore

PARAY-LE-MONIAL, SANTUARIO di. - Alla diocesi di Autun appartiene questa città, antico priorato benedettino (sec. x) e uno dei più importanti luoghi pii della Francia. La pietà che vi emana ed i ricordi durevoli dis. Margherita Maria Alacoque (v.) vi richiamano ogni anno numerosi pellegrini. Là, nel 1673, Nostro Signore richiese alla Santa di propagare la devozione al suo S.mo Cuore. Nel 1688 vi fu benedetta la prima cappella consacrata al S. Cuore e nel 1873 ebbero inizio i grandi pellegrinaggi. Nel genn. 1875, il card. Perraud ottenne dal Pontefice il titolo ed i privilegi di basilica minore per la vetusta chiesa benedettina di P.-le-M., e ottenne pure che la festa del S. Cuore fosse dichiarata patronale.

BibL.: U. Chevalier, Chartularium prioratus B. M. de Parede Monachorum, Montbéliard 1891; C. Oursel, P.-le-M. et Cluwe, Digione 1926; J.-M. Tissier, Grands sanctuaires de France, Parigi 1928; Cottineau, II, coll. 2188-89. Romualdo Souarn

PARCA. - Par(i)ca, dal lat. pario = partorisco (da scartare le etimologie da parco e portior) è la dea, concepita da principio come singola, che presiede alla nascita. Il numero divenne poi ternario per l'aggiunta di Nona e Decima, le due P. che presiedono ai due mesi che chiudono la gravidanza (Var. rone, in Gellio, III, 6,10).

Le moire greche, pure esse salite a tre dalla concezione originaria singola, hanno fatto stabilizzare anche in Roma sia il numero ternario sia il significato di divinità che presiedono al destino dell'uomo (Tria Fata), dalla nascita alla morte. I nomi delle P. negli scrittori latini che di frequente le nominano sono gli stessi delle greche moire: Clothos che tiene la conocchia, Lachesis che fila lo stame, Atropos che recide il filo, Catullo (LXIV, 306) le rappresenta come tre vecchie, Virgilio (Ecl., IV, 47) come le fissatrici del fato, Orazio (Carme secolare, 25), le invita a predire buoni fati per Roma; Apuleio (De mundo, 38) le considera come i tre simboli del passato, del presente e dell'ignoto futuro; Servio (ad Aen., I, 26) come quelle che predicono, scrivono e regolano il corso della vita.

In Roma la P. non ebbero un vero culto all'infuori del sacrificio offerto alle medesime, sotto il nome greco latinizzato di moerse, nel Tarentum in occasione dei Ludi secolari. Si trovano menzionate in iscrizioni votive dei paesi celtici: deabus Parcis (Dessau 3766, 3768); Parcis Augustis (Dessau 3765, 3767); aram Parcabus (Dessau 3769) e in iscrizioni metriche funerarie dove il nome P. sta per indicare la fatalità del destino (Dessau, $4414 ; 5213 ; 6068 ; 7759$ ).

BibL.: R. Peter, Parca, Parcae, in Roscher, Lexikon, III, coll. 1269-70; G. Wissowa, Rel. und Kultus der Römer, Monaco 1912, p. 264. Nicola Turchi

## Page 523

PARDO DE TAVERA, Juan. - Uomo politico e cardinale, n. a Toro (Zamora) il 16 maggio 1472, m. a Toledo il $1^{\circ}$ ag. 1545 ; studiò a Salamanca e fu eletto, nel 1504, rettore di quell'Università; fu più tardi uditore del Consiglio dell'Inquisizione e vicario generale dell'arcivescovato di Siviglia.

Nel 1513 fu incaricato di riorganizzare la Cancelleria di Valladolid; il 14 luglio 1514 ebbe il vescovato di Ciudad Rodrigo e fu inviato per qualche tempo presso la corte di Colonna. Il 31 dic. 1523 ebbe il vescovato di Osma, poi, l'8 giugno 1524 , la sede metropolitana di Compostella. Fu inoltre presidente della Cancelleria di Valladolid e del Consiglio di Castiglia. Nel 1525 presiedette le Cortes di Toledo cui parteciparono rappresentanti di quasi tutti i sovrani d'Europa e del Pontefice; fu pure preposto alle Cortes di Madrid, nel 1528, in occasione del giuramento prestato dal futuro Filippo II, reggente di Spagna in assenza del padre. Il 22 febbr. 1531, P. fu nominato cardinale di S. Giovanni a Porta Latina ed il 27 apr. 1534 arcivescovo di Toledo; nel 1539 inquisitore generale del Regno e governatore di Castiglia e León.

BibL.: Pastor, IV, it. pp. 433, 540; V, pp. 147, 411, 683. Luciano Gulli
PARENTALIA. - Nell'antica religione romana cosi si chiamava unc serie di giorni che incominciava il 13 febbr. e terminava il 21 dello stesso mese. Mentre quest'ultimo giorno è segnato anche nel Calendario arcaico come festa pubblica (Feralio), dei P. o dies parentales la documentazione non risale a tempi molto antichi : ciò tuttavia non esclude l'antichità della celebrazione, almeno privata, del ciclo festivo, dato che il Calendario arcaico segna solo i giorni culminanti, strettamente festivi, dei cicli festivi pubblici.

Nella sfera privata la celebrazione consisteva in riti funerari dedicati ai defunti, concepiti come dèi (di parentes: gli antenati come dèi), quasi in un rinnovamento annuale dei riti di sepoltura. Ma era un atto del culto pubblico a segnare l'inizio del ciclo: nel Calendario di Filocalo (sec. iv d. C.) il 13 febbr. porta l'annotazione - Virgo Vestalis parentai -. Tale notizia è stata messa in rapporto con un'altra, più antica, secondo cui la Vestale compiva riti funerari alla tomba di Tarpeia. Nessuno dei giorni tra il 13 e il 21 appare come dies nefertus, vale a dire come giorno il cui carattere sacrale non permette attività profane: tutti, invece, sono dies religiosi, compiutando la chiusura dei templi, il divieto dei matrimoni e, per i magistrati, di portare gli insignia delle loro coriche ciò per il contatto con il mondo dei morti, nel cui segno si svolge tutto il mese di febbr., ultimo dell'arcaico Calendario romano.

BibL.: CIL, I, 309; G. Warde Fowler, Roman festivals, Londra 1899, p. 306 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, $2^{4}$ ed., Monaco 1912, p. 232 sg. Angelo Brelich
PARENTELA (presso i popoli primitivi). Anche i popoli primitivi distinguono una triplice p.: di consanguineità, di affinità e cognazione legalespirituale, fondate rispettivamente sull'origine da un comune capostipite, sul matrimonio legittimo, sull'adozione.

La p. di consanguineità e di affinità esiste presso tutti i popoli; variano la sua estensione e quindi i suoi effetti; la p. stretta è ordinariamente legata alla legge di esogamia, che obbliga a cercare la sposa fuori del proprio gruppo di parenti. Si può distinguere, inoltre, la p. di clan e grande famiglia (ted. Sippe) e di tribù.

La forma più ristretta di p. è quella che constatò il Man presso gli Andamanesi, nelle isole Andaman (Oceano Indiano). Essi non riconoscevano e non sapevano contare la p. al di là della terza generazione. Il matrimonio tra cugini di primo grado era proibito. Similmente era proibito all'uomo e alla donna di sposarsi nella famiglia del
cognato o della cognata. La p., contata in ambedue le linee, era per loro della più grande importanza nella vita quotidiana e nel contrarre matrimonio, che non veniva mai permesso tra persone anche lontanamente parenti. Non sussisteva alcuna proibizione di sposare una persona dello stesso nome, sia che fosse di un'altra tribù, sia che appartenesse alla propria comunità. Oltre alla consanguineità e all'affinità vigeva anche l'impedimento matrimoniale dell'adozione. I più vicini parenti erano ritenuti i genitori, i figli, i fratelli e le sorelle, ciò che corrisponde alla distinzione che facevano i Romani tra i consanguinei, cioè alla distinzione degli agnati. Tuttavia gli Andamanesi avevano coscienza di appartenere alla tribù e credevano di provenire per generazione da una prima coppia umana. Questo sistema di p., che è molto vicino al nostro occidentale, esiste più o meno anche presso altri popoli detti in etnologia " raccoglitori ".

Un altro tipo di p., apposto a questo, è quello dei popoli pastori nomadi, che hanno alla base della loro organizzazione sociale il principio di consanguineità. Presso i Mongoli, p. es., ogni tribù si richiama ad un capostipite. Siccome le tribù sono nove, tanto che dal differente colore di ogni tribù si chiamano con il nome di «Nove Colorati ", i Mongoli credono di provenire da nove fratelli capostipiti. Il capo della tribù è assistito da un consiglio tribale. Vi sono diverse manifestazioni, che rendono viva la p., tuttavia i Mongoli osservano l'esogamia di clan. Ma osservano anche, secondo le informazioni di alcuni autori, l'esogamia tribale, o di nome di tribù. Questo tipo di p. dei popoli pastori nomadi appartiene anche ad altre genti : Turchi, antichi Indo-Europei, Semiti, Tungusi, Manciuriani, antichi Messicani, Tibetani nomadi, tribù nobili dei Caccin, Tai, Lolo, ecc. Mentre la p. con l'esogamia di clan comprende molte generazioni, cioè finché non si presenta la necessità di formare una nuova unità sociale esogamica, la p. di affinità, invece, finisce al primo o al secondo grado, essendo permesso, e presso alcuni popoli preferito, il matrimonio tra cugini, figli di fratelli e sorelle. Tale tipo di p. esisteva pure nell'antica Cina, attribuito però ai Chou, ritenuto un popolo turco, allevatore di bestiame, il quale continuò o fondò l'Impero feudale nel sec. viI a. C. Essi osservavano, infatti, la legge di esogamia di nome di famiglia, per cui non potevano unirsi in matrimonio nemmeno dopo cento generazioni, cioè mai. Fra tutti questi popoli esiste la credenza in una comune origine di tutti gli uomini. Quindi hanno la coscienza di appartenere ad una famiglia particolare, ad un clan, ad una tribù, ad un popolo, al genere umano, credendo in una "fratellanza universale", come appunto diceva un discepolo di Confucio nel consolare un orfano.

Altro tipo di p. è quello dei popoli totemisti, caratterizzata dalla strana credenza che i singoli clan della tribù provengono da un totem, cioè da un animale o da una pianta, o, più raramente, da una cosa. Tutti i membri di un clan, che hanno lo stesso totem, sono tenuti all'esogamia. I figli appartengono al clan del padre e la p. viene contata dalla linea paterna, come nei tipi di p. precedentemente considerati. Opposto ai precedenti appare il tipo di p., in cui la tribù è divisa in due gruppi esogamici, cioè i membri di ogni gruppo devono cercare moglie nell'altro gruppo della tribù. E il matrimonio detto in etnologia di "scambio di cugini", o di "scambio di donne" tra due clan, facilitato dalla loro convivenza nello stesso luogo; sono perciò molto legati alla p. di affinità. I figli appartengono al gruppo della madre; perciò si ha la p. propria della civiltà matriarcale, in cui la donna gode di una situazione privilegiata rispetto all'uomo (v. Marfilacotto; Diritto, IX. Il d. presso i primitivi). L'esogamia è qui chiamata "esogamia di classi".

Nell'incrocio della civiltà totemista con quella matriarcale sorge un sistema di p. molto complicato; si suddivide la tribù in quattro, o sei, o anche otto classi esogamiche, chiamate in etnologia fratric. I figli non appartengono alla classe del padre o della madre, ma a quella del nonno o della nonna. La p. viene contata dalla linea materna.

Nonostante la diversità dei tipi di p., vi sono dei parenti che sono dovunque ritenuti i più stretti. Tra i con-

## Page 524

sanguinei in linea diretta : i genitori e la loro prole; i nonni e le nonne e i loro nipoti e le loro nipoti, prole dei loro figli e figlie; in linea collaterale i fratelli e le sorelle, i cugini e le cugine di primo grado, cioè i figli e le figlie del fratello o della sorella del padre e della madre (eccetto tuttavia i popoli che contraggono matrimonio tra cugini incrociati); tra i parenti di affinità sono il suocero e la suocera, il genero e la nuova. Generalmente tra questi parenti le relazioni incestuose sono riguardate con il massimo orrore e punite anche di morte (v. incesto).

Presso i Bambuti dell'Ituri, in Africa, p. es., esiste l'esogamia di clan, ma ordinariamente si osserva quella di grande famiglia. Eppure il p. Schebesta ha notato che quando per qualche ragione si divide una grande famiglia (Sippe) e si formano così due gruppi esogamici, non cessa subito l'impedimento matrimoniale di consanguineità, ma si aspetta il passaggio di alcune generazioni e specialmente la separazione di luogo. I Lolo, sparsi nella Cina sud-occidentale, Indocina e Birmania, hanno parimenti l'esogamia di clan, tuttavia non contraggono matrimonio tra parenti collaterali, finché non sia completamente svanito il sentimento di consanguineità. Perché secondo i Lolo, come rilevò il p. Martin, se il capostipite comune maschile non è abbastanza remoto, allora la stessa tribù ( $=$ clan) è praticamente ancora la stessa famiglia. Finché il nome di un gruppo abbastanza numeroso di famiglie non giunge ad equivalere ad un'altra tribù, ci si stima ancora troppo parenti, e lo sposare nella stessa tribù sarebbe come se un fratello impalmasse la propria sorella.

Naturamente la p. è regolata dalla tradizione del popolo e dalle leggi degli antenati, ma è chiaro che certe leggi sono fondate nella natura delle cose e hanno una sanzione soprannaturale : p. es., fra gli abitanti delle isole Trobriand nella Melanesia il loro esploratore Malinowski rilevò che l'esogamia e l'incesto sono ritenuti tradizionali (essi dicono: "dall'antichità fu ordinato"), ma si crede inoltre che siano radicati nella natura primordiale delle cose e la trasgressione dei tabù della p. comporta una penalità soprannaturale, cioè una malattia che copre di piaghe la pelle e produce dei dolori e un malessere in tutto il corpo, castigo che si cerca di evitare con una pratica magica specifica.

Vi sono dei popoli, come i Tungusi, i Manciuriani, i Cinesi, gli Annamiti, i Tibetani meridionali, i Tai, i Coreani, i Giapporesi, che in caso di necessità formano un nuovo gruppo esogamico, o clan, fondandosi sul principio di cinque generazioni, cioè il nuovo gruppo viene costituito da tutti i discendenti patrilineari, che possono essere riportati ad un antenato comune entro i cinque gradi di p. Presso altri popoli, invece, come gli Yacuti, gli stessi Manciuriani, qualche popolo dell'antica Cina, si forma un nuovo gruppo esogamico secondo il principio di nove generazioni.

Vi sono popoli, come i Tungusi, i Buryatti, i Manciuriani, i Coryacchi, i Ciucki, gli Aleuti, gli Amorindi, gli antichi Sien-pi e Hsiung-nu, che osservano regole particolari, incidenti sulla p., quali il levirato, il sororato, l'ereditare le mogli dal padre come proprie concubine. Presso i Tungusi, p. es., trattandosi della vedova del fratello maggiore, il levirato è obbligatorio; il figlio eredita le mogli del padre, eccettuata la propria madre. Presso le tribù tunguse allevatrici di greggi di renne, un parente iuniore può ereditare le mogli di un parente senioro, cioè dei fratelli maggiori e degli ascendenti del suo clan, come fanno i Buryatti e facevano anticamente i Sien-pi ed i Hsiung-nu.

Presso i Coryacchi e i Ciucki il levirato è permesso soltanto con la vedova minore, cugina minore, o con la nipote, figlia del fratello o della sorella della defunta moglie, non viceversa, eccetto tra i Coryacchi di Kamenskoye. Il levirato è considerato un diritto, ed anche non esercitandolo si diviene padri dei figli del defunto e marito della moglie di questo.

Presso gli antichi Cinesi esisteva l'uso che, quando un principe dava la sua figlia in sposa all'Imperatore o ad un altro principe feudale, si dovevano dare rispettivamente nove o dodici donne, di cui una doveva essere la sorella minore della sposa, un'altra la nipote, figlia del fratello
della sposa, e tutte le altre appartenere alla famiglia dello stesso nome, e venivano a far parte dell'harem dello sposo.

Tra i doveri particolari di p. è quello della vendetta, che nelle società inferiori supplicce la debole autorità dello Stato. Il modo di concepire questo dovere varia tra popolo e popolo; talvolta l'obbligo della vendetta dura per parecchie generazioni. Presso i Bambuti dell'Ituri la vendetta spetta al capo del gruppo e le cause che la provocano sono varie.

La nomenclatura della p. rispecchia naturalmente i diversi tipi di p. Fu data un tempo la massima importanza al cosiddetto "sistema malese di p.", che fu constatato presso gli abitanti delle isole Hawai, nella Micronesia e poi nella Melanesia, secondo il quale si chiama padre non solo il proprio padre, ma anche ogni altro uomo che potrebbe esserlo per la sua età, cioè tutti gli uomini dello stesso clan, appartenenti alla generazione immediatamente precedente, e si chiama madre non solo la propria madre, ma tutte le donne del clan, che per la loro età potrebbero esserlo. E sono chiamati fratelli e sorelle gli uomini e le donne della propria generazione: figli e figlie, le persone della generazione susseguente alla propria, e cosí fino ai gradi di p. di nonno e di nonna e di nipote: l'avo e il pronipote sono nominati come il nonno e il nipote. Tutto il sistema abbraccia cinque generazioni. Arbitrariamente l'etnologo americano Lewes Morgan dedusse da tale nomenclatura, che essa non poteva derivare che da un precedente periodo di promiscuità o agamia generale.

Per molti anni questo argomento fu ritenuto valido, insieme a quello del matriarcato, per sostenere la teoria evoluzionista, che negava per le prime epoche della umanità l'esistenza del matrimonio e della famiglia. Fu poi dimostrato che tale sistema di nomenclatura si riferiva ai rapporti di età dei membri di uno stesso clan, rapporti fondati sulle condizioni della vita sociale. Si rilevò anche che, nelle lingue malesi e nella Polinesia, le relazioni di p. sono talvolta persino più sottilmente distinte che nelle nostre. Ma si poteva, inoltre, mettere in dubbio la serietà dell'argomento riflettendo che se anche fosse stato possibile ignorare la paternità, non poteva esserlo la maternità, mentre la nomenclatura risultava la stessa per i due sessi ( $v$. anche famiglia).

Per il diritto canonico e la teologia morale, v. AFFINITÀ; OSGNAZIONE: I. c. legale, II. c. spirituale; CONSANQUIRETE.

Bull: H. L. Morgan, System of consanguinity and affinity of human family. Washington 1871 ; id., Ancient society. Londra 1877 ( $2^{\circ}$ ed. della trad. tedesca [Die Urgesellschaft], Stoccarda 1900); N. W. Thomas, Kischip nzganisations and group marriage in Australia, Cambridge 1906; J. G. Frazer, Tatenism and exogamy, 4 voll., Londra 1910; A. Gemelli, L'origine della famiglia, Milano 1921; E. Westermarck, The history of human marriage, $2^{\circ}$ ed., 3 voll., Londra 1924; W. Schmidt-W. Koppers, Völker und Kulturen. Gesellschaft und Wirtschaft der Völkere, Ratisbona 1924, p. 142 sgg. e passim; J. G. Frazer, L'homme. Dieu et l'immortalité, trad. franc. di P. Sayn, Parigi 1928, passim; Vt Semaine internat. d'eth. rel., Lussemburgo 1929 (Parigi 1931); XIV- Sem. de missionel. de Louvain. Mésirate et famille aux missions, Lovanio 1934; R. Corsa, Le istituzioni sociali, in Biasutti, Razze e popoli della terra, I, Torino 1941, pp. 420-72; 3* ed. 1949; O. Falstrol, Il tatenismo e l'minuziismo dell'anima, Napoli 1941, p. 90 sgg. (v. anche la bibl. delle voci, famiglia; incesto; monogamia); L. Vannicelli, La famiglia cinese. Studio etnologico, Milano 1943, pp. 49, 143-45 e passim; id., La p. di consanguineità e di affinità e la proibiz. dell'incesto, in Atti del XIV Congr. internaz. di sociol., Roma 1950 (Roma 1951); M. Schulien, L'unità del genere umano alla luce delle ultime rivolteuse antropoli, linguist. ed etnal., $3^{\circ}$ ed., Milano 1946; W. Koppers, Der Urmensch und sein Weltbild, Vienna 1949, pp. 35 sgg.

Luigi Vannicelli

PARENTI, Giovanni. - Frate minore, n., sembra, a Carmignano presso Firenze nella seconda metà del sec. XII e m. a Ornano (Corsica) nel 1250.

Dottore in giurisprudenza, esercitò dapprima l'ufficio di giudice a Civita Castellana; fattosi francescano, nel 1219 fu mandato da s. Francesco nella Spagna, dove presso Saragozza fondò un primo convento. Fu il primo ministro della provincia spagnola. Nel Capitolo d'Assisi, il 30 maggio 1227, G. fu eletto primo successore di s. Francesco.

## Page 525

![img-0.jpeg](img-0.jpeg)

Pabenzo, diocesi di - Musaco della zona orientale della Basilica primitiva (fine sec. III).

La sua attività, spesso ostacolata dalle intromissioni di frate Elia, fu rivolta alla diffusione e all'organizzazione dell'Ordine. Nel 1230, con s. Antonio ed altri ministri, partecipò alla legazione presso Gregorio IX, che in quell'occasione emise la bolla Quo elongati per risolvere dissensi sorti circa l'interpretazione della Regola minoritica. Durante il suo governo avvenne la canonizzazione di s. Francesco, di s. Antonio da Padova e la traslazione nella nuova basilica d'Assisi delle spoglie del Santo fondatore. Nel 1230 Gregorio IX, da Perugia, lo mandò a Roma per sedare la rivolta provocata da Annibaldo degli Annibaldi (Anal. Franc., 3 [1897], p. 211) e poi a Firenze per trattarvi la pace tra questa città e Siena (Bull. Franc., I [a. 1230], n. 37, p. 70 sg.). Nel 1232, avendo rinunciato alla carica di ministro generale, gli fu sostituito nel Capitolo di Rieti frate Elia, e G. chiese di ritirarsi nella Corsica, dove lavorò ancora vari anni per affermare l'Ordine nell'isola.

BibL.: per le notizie intorno a G. P. sparse nelle antiche cronache francescane cf. gli indici dei vari volumi di Anal. Franc., e specialmente del vol. III (1807), pp. 210-15; Wadding, Annales, I, pp. 123 sg., 356-40; II, pp. 184, 272, 487 sg.; Ciro (Ortolani) da Pesaro, G. P., Roma 1000; G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell'Oriente francescano, I, Quarnerhi 1906, pp. 100, 181; II, ivi 1906, pp. 214, 216, 220. 223; G. Rigoli, G. P. da Carmignano, Prato 1024; P. Della Rocca di Rostino, La province franciscaine de la Corse (1213-1717), Bastia di Corsica 1037, pp. 93-98.

Stanislao Majarelli
PARENZO, diocesi di. - Cittadina e diocesi sulla costa occidentale dell'Istria, già in provincia di Pola. Prima municipio romano, poi colonia sotto Tiberio (a Colonia Iulia Parentium ${ }^{2}$ ); comune libero intorno al 1194, datosi a Venezia nel 1267, primo fra le città istriane; sede della Dieta dell'Istria dal 1861 all'annessione all'Italia.

La diocesi di P., che comprende tuttora il territorio dell'antico agro colonico romano e in più il territorio di Rovigno, risulta suffraganza di Aquileia almeno dal 451 ; con la soppressione del Patriarcato (1715) fu soggetta a Venezia, e, nel 1892, dopo altri spostamenti, passò sotto Gorizia e le fu unita la diocesi di Pola. Presentemente (1952) è governata da un amministratore apostolico che ha sede a Pisino. Sotto il vescovo Radossi (1042-47) era stato istituito il Seminario diocesano; la diocesi contava allora 4 vicariati, 25 parrocchie, 34 sacerdoti, 8 istituti religiosi, che l'occupazione iugoslavo ha in gran parte disperso.

Primo vescovo si può ritenere senz'altro s. Mauro, il primo, anche, di cui si abbia notizia per l'Istria, probabilmente martire alla fine del sec. III, il cui corpo fu portato al Laterano da Giovanni IV. Celeberrimo il vescovo Eufrasio, della metà del sec. vi, cui si deve la costruzione
della Cattedrale, del Battistero e dell'episcopio, tuttora conservati, il quale peraltro fu tra i più animosi nello scisma "dei tre Capitoli ". Oltre s. Mauro, hanno culto a P. s. Eleuterio e i ss. Giuliano e Demetrio, che non sono però santi locali.

Archibologia e arte. - Nella pianta romana a strade incrociate, tuttora intatta, presso la cortina settentrionale delle mura, s'innesta il complesso delle costruzioni paleocristiane, che scavi iniziati nel 1888 (mons. Deperis) e restauri recenti (compiuti nel 1937) hanno esaltato. Esse dànno interessantissimo esempio di evoluzione dalla sala privata di culto alla basilica tripartita.

La costruzione più antica è un'aula rettangolare (m. 8,70:21,80), con pavimento musivo a ornati geometrici e iscrizioni, riferibile alla fine del sec. Iv, che include ad oriente un musaico quadrato, composto da un meandro a treccia che ne forma altri quattro. Questo riquadro può appartenere a un ambiente della domus romana che fu prima sede delle riunioni: si può attribuire alla fine del sec. III. Nell'aula, su un vaso fiorito che ne orna il centro, era l'altare mobile, a oriente era la sede della cattedra e dei presbiteri (nel musaico furono inclusi allora due pesci). A sud di quest'aula ne fu costruita una altra del tutto simile (aula duplicata), quando, come affermà un'iscrizione, il corpo del vescovo Mauro fu portato entro le mura urbane, probabilmente in un martyrium da ricercarsi presso la seconda aula. Su questo martyrium, verso la metà del sec. v, fu costruita una grande basilica rettangolare tripartita, detta pre-eufrasiana, con seggio presbiterale interno e cattedra, che invase parte dell'aula duplicata. A nord di essa, sui musaici più antichi, fu eretta un'altra aula più piccola, che si ritiene il catecume-neo-consignatorio. Sugli stessi limiti della pre-eufrasiana, infine, il vescovo Eufrasio, nell'undecimo anno del suo
![img-1.jpeg](img-1.jpeg)

Pabenzo, diocesi di - Musaco dell'abside con la scena dell'Annunciazione (sec. vi) - Parenzo, Basilica.

## Page 526

![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(1st. Suprint. Opere Antichità e Arte - Trieste) Parenzo, diocesi di - Trifore del *Fondaco* (1473).
episcopato (metà del vi sec.), con colonne e capitelli del Proconneso e fulgore di musaici, superstiti ora nelle absidi, eresse l'attuale basilica nei ritmi dell'architettura ravennate. Nel catino dell'abside maggiore, poligonale all'esterno, è la Madre di Dio, fra angeli e santi su fondo d'oro (rifatto alla fine dell'800) in cui la ieraticità bizantina è temperata da un vivo senso plastico e da attente notazioni iconografiche nelle figure di Eufrasio e di Claudio arcidiacono; nel semicilindro si dispongono figure molto rigide di altri santi e due scene della vita della Vergine, vive di vibranti colori e di valori narrativi; il dossale del seggio presbiteriale è fatto di tarsie romane e ravennati.

Per tacere di altre opere d'arte della Basilica (il musaico pavimentale è perduto, il ciborio è stato rifatto nel 1277), si ricordano gli edifici annessi : il Battistero ottagonale, l'episcopio, rarissimo edificio a pianta basilicale, e il cosiddetto mausoleo di Eufrasio, trichora con atrio a forcipe, tutti del sec. vi. Notevoli in città i resti del tempio romano sul Foro, la canonica, del 1251, alcune belle case gotico-veneziane e tre torri delle mura del sec. xv. - Vedi tav. LXVI.

Bibl.: Eubel, I, p. 390; II, p. 312 ; III, p. 270; IV, p. 274; O. Marucchi, Le recenti scoperte nel duomo di P., in N. ball. di arch. crist., 2 (1898), pp. 14-16 e 122-138; H. Delehaye, Saints d'letrie et de Dalmatie, in An. Bolland, 18 (1899), pp. 369411; C. Errand, L'Art byzantin, ivi 1904; F. Babudri, I'enormi di P. e la loro patria, 25 (1905), pp. 170-284; Lanzoni, I, pp. 850854; F. Babudri, Le antiche chiese di P., Parenzo 1912; A. Pogatschnig, Guida di P., ivi 1914; A. Degrassi, Parenthon, in Inscr. Ital., X, regio X, fasc. 1, Roma 1934; B. Molaioli, La basilica eufrasiana di P., Padova 1943. Mario Mirabelle Roberti

PARENZO, PIETRO. - Di nobile famiglia romana, fu inviato da Innocenzo III, dietro richiesta dei cittadini, quale rettore o podestà di Orvieto nel febbr. 1199 con la missione di rimettere la pace nella
città e di infrenare l'audacia degli eretici catari. Nell'adempimento del suo compito fu da loro ucciso a tradimento la notte del 20 maggio 1199. Fonti coeve parlano di miracoli avvenuti al suo sepolcro; non si ebbe canonizzazione, ma solo un culto locale, confermato dalla S. Congregazione dei Riti il 16 marzo 1879 per la diocesi di Orvieto.

Bibl.: V. Natalini, S. P. P., la leggenda scritta dal maestro Giovanui canonico di Orvieto, Roma 1936. Pio Paschini

PARETO, Vilfredo. - Economista, di famiglia genovese, n. il is luglio 1848 a Parigi, dove il padre Raffaele era esule in seguito ai moti genovesi del 1834, m. a Céligny il 20 ag. 1923. Si laureò in ingegneria al Politecnico di Torino nel 1869. Fu direttore delle miniere di S. Giovanni Valdarno, dove si trovò indotto all'esame dei problemi economici, dopo la lettura del trattato di Economia pura del Pantaleoni. Abbandonati gli affari, accettò nel 1891 la cattedra di economia politica all'Università di Losanna. Lasciato l'insegnamento nel 1907, si ritirò nella sua villa a Céligny sul lago di Ginevra.

Il suo nome è legato soprattutto alla teoria dell'equilibrio economico, già ideata dal Walras, ma che egli sviluppò in tutta la sua generalità. Nell'universo economico vi sono ostacoli, che limitano la libertà del moto dei singoli, e si raggiunge la configurazione di equilibrio, quando i movimenti che sarebbero desiderati dal soggetto - P. dice voluti dai gusti - sono impediti dagli ostacoli. La configurazione di equilibrio deriva così dal contrasto tra i gusti e gli ostacoli, e la condizione che i movimenti che sarebbero desiderati dai gusti siano impediti dagli ostacoli (o, ciò che torna allo stesso, quelli che sarebbero compatibili con gli ostacoli non sono voluti dai gusti) rappresenta la condizione generale dell'equilibrio economico. E poiché gli ostacoli rappresentano in generale la limitazione dei mezzi, cioè delle risorse umane, per cui ciò che è posseduto, consumato, impiegato, risparmiato da un soggetto o dallo stesso soggetto per un determinato scopo viene sottratto a tutti gli altri soggetti ed a tutti gli altri scopi, ne deriva che il sistema degli ostacoli lega nel suo complesso tutti i m