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a continua antitesi sociale, con il confronto dei nobili di allora con gli "inciti eri ", con la pittura di scene naturali, con ispirazioni tratte dall'arte classica, dalla mitologia, dall'epica cavalleresca, con quadri e quadretti eso-

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tici e preromantici, con effusioni liriche, le quali talvolta interrompono gradevolmente l'ironia. Tanta varietà di motivi è unificata dalla personalità del poeta, che si fa attore, in qualità di precettore, della commedia sociale del suo tempo, e, poeta vate, si fa giudice di quella società. Il vero protagonista del Giorno è lo stesso poeta. La nobiltà dello stile pariniano è tale che dal Foscolo in poi è stata paragonata a quella di Virgilio.

Il P. scrisse alcuni eccellenti sonetti, facili e gaie canzonette, lepidì "scherzi»; lasciò poemetti, epistole, frammenti d'idilli : ma il suo maggior titolo di gloria, dopo Il giorno, sono le 19 Odi ( $1^{\text {a }}$ ed. compiuta, 1795). L'ironico "precettor d'amabil rito" diventa qui maestro di civiltà e di vita: contrappone alla corrotta vita cittadina la libertà campestre (La vita rustica); inneggia ai progressi civili (L'innesto del vaiuolo, La laurea); combatte i mali della società (La salubrità dell'aria, L'Impostura, Il bisogno, La espressione); crea un Achille cristiano nella Educazione; esprime un altissimo concetto dell'arte (La recita de' versi, In morte di A. Sacchini, Alla Musa); punge la leggerezza di chi non sa vedere nelle vesti impractiche il simbolo di corrotli costumi (A Sihsia). Tutte intime e subiettive La caduta e le tre odi galanti (Il pericolo, Il dono, Il messaggio). Il Carducci distingue due periodi nello svolgimento lirico pariniano: il primo, dal 1757 o 1758 (La vita rustica) sino al 1777 (La laurea), non manca di vigore, ma neppure d'ineguaglianze e di esitanze; il secondo, dal 1783 (La recita de' versi) al 1795 (Alla Musa), è quello della maniera oraziana, cioè più propriamente pariniana. Il P. crea l'ode neoclassica, che lascerà in retaggio al Monti e al Foscolo. Bisogna riconoscere che il mondo ideale e sentimentale dello Odi è meno vasto di quello che, attraverso il velo dell'ironia, s'intravede nel Giorno: ma si può integrare con i pensieri e con i sentimenti espressi in altre liriche del P., di minor valore artistico, ma storicamente importanti; e si viene alla conclusione che il rinnovamento italiano, conciliatore delle nuove idee con la tradizione, non privo di senso storico, rispettoso del sentimento religioso, ebbe in lui, tra i poeti, il suo maggior rappresentante.

Il sentimento religioso fu nel P. più vivo che non appaia nelle Odi. Egli combatté la falsa devozione (Lettere a una falsa devota) e considerò la religione unico freno all'impeto delle passioni, vincolo d'amore tra gli uomini, anelito al cielo (Mezzogiorno, vv. 975-79). Sono da ricordare, tra le liriche religiose, le terzine Nel di s. Bernardino sanese, la canzone Per s. Ambrogio, il sonetto Suonami in sulle labbra dedicato alla Vergine, quelli Per Girolamo Miani e Per Caterina di Pallanza, e il discorso Sopra la carità. Poiché nell'edizione delle opere pariniane (Milano 1801-1804) F. Reina sostituì nelle prose alla parola Dio "natura" e alla parola Provvidenza "le leggi" e mutò in elogio un giudizio sfavorevole sul Machiavelli (cf. l'introduzione di G. Mazzoni all'edizione di Tutte le opere edite e inedite di G. P., Firenze 1925, p. xci), il P. poté da alcuni essere ritenuto un illuminista e un giacobino. Egli respinse la filosofia del Voltaire "morbido Aristippo del secol nostro", e di Rousseau "novo Diogene"; del culto cattolico sentì, come notò il Carducci, "più simpaticamente ciò che è meglio in attinenza alla vita sociale... per virtù del suo temperamento più civile che mistico ".

Biel.: edizioni: oltre alle citate di F. Reina e G. Mazzoni, cf. l'ed. di E. Bellorini, Prose, 2 voll., Bari 1913-13; Poesie, 2 voll., ivi 1929. Studi: per le opere fino al 1929 cf. G. Bustico, Bibliografia pariniana, Firenze 1929. Delle posteriori si segnalano: D. Perrot, La poesia e l'arte di G. P., Bari 1930; G. Natali, G. P., Firenze 1931; G. Citanna, Il romanticismo e la poesia italiana dal P. al Carducci, Bari 1935, pp. 27-68; A. Momigliano, P. discusso, in Studi di poesie, ivi 1938, pp. 105-11; A. Chiari, Sulle Odi di G. P., Milano 1943; R. Spongano, La poetica del senzimo e la poesia del P., nuova ed., Milano 1946; M. Fubini, Dal Muratori al Buratti, Bari 1946, pp. 122-32.

PariS, François de. - Diacono giansenista, n. a Parigi il 30 giugno 1690, m. ivi il $1^{\circ}$ maggio 1727. Primogenito di un ricco consigliere al Parlamento di Parigi, preferì alla magistratura, alla quale voleva avviarlo la famiglia, la vita ecclesiastica, senza però ricevere il presbiterato.

Catechista e conferenziere sacro, particolarmente versato in S. Scrittura, scrisse varie opere, di cui alcune furono pubblicate postume (spiegazione morale delle epistole paoline) altre sono rimaste manoscritte. Si dedicò a penitenze austere, giungendo col suo rigorismo a non comunicarsi per due anni, finché il suo direttore non lo dissuase. Caritatevole, esercitò un umile mestiere per poter aiutare i poveri. Sepolto nel cimitero di St-Médard, sua parrocchia, sulla sua tomba s'iniziò il movimento dei convulsionari (v.) giansenisti.

Biel.: P. F. Mathieu, Histoires des miraculés et des convulsionnaires de St-Médard, Parigi 1864; P. Guagnol, Le fanteinisme consulsionnaire, Parigi 1911; A. Gazier, Histoire générale du mouvement jansiniste, I, Parigi 1922, p. 278 sgg.; Pastor, XV, p. 746 sgg.; J. Carreyre, s. v. in DThC, XI, coll. 2032-34.

Renvenuto Matteucci
PARISOT, Pierre Curbel (padre Norberto, abbé Platel). - Scrittore, n. a Bar-le-Duc (Lorena) nel 1697, m. a Commercy (Lorena) il 7 luglio 1769. Cappuccino nel 1716, nel 1736 fu nominato procuratore generale delle Missioni Estere francesi.

Utratosi con i Gesuiti per la questione dei riti malabarici, da Pondichéry tornò a Roma (1741). Pubblicò Memorie istoriche intorno alle missioni dell'India orientale, (2 voll., Lucca 1744 : messo all'Indice da Benedetto XIV, il $1^{\circ}$ apr. 1745), che rifuse in seguito in Mémoires historiques sur les affaires des Jésuites avec le St-Siège (7 voll., Lisbona 1766). Inquiero, si diede a girare per l'Olanda, l'Inghilterra, la Germania, il Portogallo, dove appoggiò la politica antigesuitica del Pombal. Nel 1759 ottenne il decreto di secolarizzazione e assunse gli pseudonimi ricordati. Nel 1763 tornò in Francia. Scrisse inoltre: Diurnal chrétien (Marsiglia 1742); Lettres apologétiques (Lucca 1746); Histoires du passage du p. Norbert à l'état de prêtre séculaire (s. 1. 1759); La foi des catholiques (Lisbona 1761).

Biel.: P. A. Kirsch, Zur Geschichte des P. Norbert, in Theologische Quarialschrift, 86 (1904), pp. 364-78; Pastor, XVI, pp. 349-54; E. Amann, s. v. in DThC, XI, coll. 2040-43; K. Hofmann, s. v. in LThK, VII, col. 980.

PARKER, Mattew. - Arcivescovo anglicano di Canterbury, n. a Norwich il 6 ag. 1504, m. nel maggio 1575; divenne cappellano di Anna Bolena nel 1535, e vicecancelliere dell'Università di Cambridge nel 1545 .

Fu portato a seguire le tendenze anglicane, e nel 1547, appena legittimato il matrimonio del clero, sposò la figlia dello zelante riformatore Harleston, il che non gli impedì di mantenere una posizione ostile alla vendita delle proprietà ecclesiastiche. La regina Elisabetta lo nominò arcivescovo di Canterbury nel 1559 e P. contribuì efficacemente ad organizzare e disciplinare la Chiesa anglicana, venendo a contrasto ( 1565 ) con i puritani, specie per ciò che si riferiva al modo di vestire durante la celebrazione dell'Eucarietia : la controversia si trascinò a lungo, con grande disappunto del P. che sentiva di non potere vivere abbastanza per risolvere un problema così importante per l'assestamento della riforma in Inghilterra. Nel 1572 scrisse il De antiquitate Britannicae Ecclesiae.

Biel.: W. M. Kennedy, Archbishop P., Londra 1908.
Luciano Gulli
PARLAMENTO. - I. Storia. - Il termine parlamentum fu usato nell'età di mezzo per indicare istituzioni fra loro diverse, cioè da un lato le assemblee generali del popolo dei Comuni italiani, dall'altro alte magistrature, come avvenne in Francia, e infine gli "stati" generali e provinciali, riunioni, queste ultime, dei tre ordini privilegiati : clero, nobiltà feudale, città.

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Taluna di queste assemblee aveva le sue radici in età molto remota, come l'assemblea del Regno d'Italia dei secc. xI-xIII che si ricollegava a quella carolingia e, per mezzo di queste, a quella formata da duchi, gastaldi, fedeli del Re, e da una parte del popolo: l'exercitor del Regno longobardo. In generale, però, tali assemblee si formarono nei secc. xili-xiv, cioè verso la fine dell'età feudale propriamente detta. Fu l'appartenenza alle classi ed enti privilegiati propri dell'età feudale, che determi$n \overline{0}$ chi avesse il diritto di prender parte alle assemblee generali e influì sulla formazione di quelle provinciali. Queste ultime pare si costituissero per la fusione di riunioni che avevano luogo nei grandi territori, ducati o marche, per la tutela della pace e per fiancheggiare i messi regi nell'amministrazione della giustizia, riunioni che eran formate dai maiores terrae, con altre riunioni che il duca o marchese faceva per aver consiglio dai suoi vassalli. Quando, nel sec. xili, i duchi o marchesi vollero riprendere nelle loro mani, con maggior vigore, il potere sui loro territori, queste varie assemblee provinciali si fusero e presero una figura più distinta. Uno dei loro scopi precipui fu quello di difendere i privilegi degli "stati " contro gli abusi dei principi e dei loro funzionari. Si efclecro così numerose assemblee in Europa dette "stati ", benché questa parola indicasse più propriamente i vari ordini dai quali l'assemblea era formata. Così si parlò in Francia di "stati generali " per indicare l'assemblea generale del Regno. La denominazione di "stati provinciali " fu introdotta dagli storici per indicare quelli che si riunivano nelle grandi provincie del Regno, come il Dalfinato, la Savoia, la Normandia, ecc. I documenti parlano soltanto di états de Normandie, oppure de Savaye. Il termine p. ebbe il sopravvento soprattutto in Inghilterra ed in Italia.

L'ordinamento normale di questi p. fu fondato sui tre "stati" già ricordati. Il primo di essi fu formato da ecclesiastici; questi dovettero essere presenti già nelle assemblee del Regno longobardo e continuarono ad intervenire in quelle carolingie e nelle posteriori come grandi dignitari del Regno, nelle cui mani stava, di frequente, l'elezione del Re. Quanto alle assemblee provinciali, il clero vi interveniva a motivo delle ampie giurisdizioni che godeva e delle estese terre da esso possedute, oltre che per la posizione eminente che aveva nella provincia. Lo "stato" o "braccio" ecclesiastico era costituito nelle assemblee provinciali da vescovi, da Capitoli, da abbazie e da monasteri. I primi intervenivano, come pure gli abati, personalmente; gli altri inviavano procuratori.

Nello "stato" dei feudali o baroni, come si chiamavano in Sicilia, si distinguevano talvolta più categorie che avevano diversa origine. Requisito essenziale era quello di dipendere direttamente dal principe. Non di rado il diritto d'intervenire spettava non ad una singola persona, ma a un casato feudale, e regole interne del casato stabilivano chi dovesse intervenire per esso al p . e come si stabilissero i turni fra gli aventi diritto. Se intervenivano più persone, avevano un unico voto. Quanto alle città, il loro diritto ad intervenire all'assemblea dipendeva o da una consuetudine affermatasi nella prima formazione del p., oppure da un particolare privilegio del principe. La dipendenza diretta da questo era pure per le città condizione essenziale : ciò dicevasi nel Regno di Sicilia aver la qualità di "demaniale", e braccio demaniale si denominò perciò il braccio delle città o di "università ". Le città erano rappresentate in p. da loro inviati che di rado avevano pieno mandato; il più delle volte dovevano riferire ed ottenere l'assenso del Consiglio del comune per le deliberazioni proposte. La costruzione del p. con tre "stati" è la normale; si deve osservare però che nelle origini l'assemblea era composta soltanto dagli ecclesiastici e dai feudali; le città vennero aggiunte successivamente; nell'assemblea del Regno d'Italia pare che ciò accadesse verso il 1130 . Più tardi ciò accadde anche nel P. siciliano ed ancor più tardi nel P. inglese (1265). Nel sec. xvi il P. delle Marche si ridusse ad un'assemblea di rappresentanti di Comuni, perché ecclesiastici e feudatari non v'intervenivano più.

Quanto poi al modo di riunirsi, si osserva che in Sicilia, originariamente, i tre "stati" o "bracci" si radunavano insieme, ma poi, per influenza delle consuetudini spagnole, ciascuno sedette per conto proprio. Nel P. inglese la Camera Alta fu costituita dal clero e dai baroni, mentre dell'altra facevano parte i nobili della campagna ed i rappresentanti dei Comuni.

Quanto alla competenza parlamentare, essa si definisce con regole fisse soltanto in epoca avanzata. Per lungo tempo, in molti p., fra i quali quello inglese, gran parte delle sedute fu occupata dalla discussione e decisione di affari giudiziari: competenza che era stata ad essi tramandata dalle assemblee più antiche alle quali erano deferiti processi di grande importanza e che, inoltre, decidevano le controversie sorte fra i propri membri. In seguito tale competenza fu ridotta a casi straordinari e principale oggetto dei dibattiti parlamentari furono gli aggravi finanziari. Questa parte della competenza ebbe la maggiore importanza per lo svolgimento dei poteri del p., perché questo approfittava delle richieste del principe per ottenere, in cambio, riforme nella legislazione, nell'amministrazione od altri provvedimenti. Ciò diede adito al formarsi della concezione delle relazioni fra "stati" e principe, come d'un rapporto di carattere contrattuale. La concessione di tali sussidi diede inoltre modo agli "stati" di controllare i funzionari del principe per vedere se il denaro accordato fosse stato speso nel modo convenuto e questo apri la via ad un controllo sulla pubblica amministrazione.

Un'altra importante funzione fu quella legislativa, che fu potere originario delle assemblee generali, mentre per quanto riguarda i p. provinciali ebbe il suo riconoscimento in una decisione del Consiglio dell'Impero del 1231, secondo la quale i principi non potevano emanare nuove costituzioni o naca inra senza il consenso dei maiores et meliores terrae. I p. ebbero poi una speciale competenza per i provvedimenti militari.

Quanto al funzionamento di queste assemblee, ci fu grande varietà ed essa dipese dall'autorità che il p. s'era acquistata. Nei territori e nei periodi nei quali esso ebbe larga ingerenza negli affari pubblici ed influì anche sulla politica estera, come accadde dei P. piemontesi nei secc. xv e xvi e del P. friulano prima della caduta del governo del patriarca d'Aquileia, le sedute parlamentari erano molto frequenti ed il consiglio, organo permanente del p., si riuniva senza interruzione. Si vede invece il P. siciliano riunirsi, durante la dominazione spagnola, in via ordinaria di tre in tre anni.

In nessuna parte d'Europa il p. prese di fronte al sovrano una posizione così indipendente come accadde in Inghilterra dopo la rivoluzione del 1688 che esecib il re Giacomo II dal trono. Da allora la Camera dei Comuni inglese iniziò quella evoluzione che la portò, per tappe successive, ad essere il modello di tutte le altre. Di una simile evoluzione non c'è esempio nel Continente. Invece, in alcuni paesi, e particolarmente in Germania, gli "stati" si posero dinanzi al principe come una potenza ad esso equivalente, così che si ebbe nel principato un vero dualismo. Ciò non avvenne nei P. italiani che andarono, invece, progressivamente decadendo nei secc. xvi-xviII, per le mire assolutistiche dei principi che guardavano con diffidenza questi corpi che limitavano il loro potere specialmente nel settore finanziario: le stesse tendenze per le quali i re di Francia non riunirono gli "stati" generali dal 1614 in poi, finché l'ondata rivoluzionaria del 1789 li costrinse a convocarli di nuovo. Alla fine del sec. xvili esistevano ancora in Italia : il P. siciliano, gli "stamenti" o stati di Sardegna, il P. delle Marche e quello del Friuli. Tutti erano ridotti a vane ombre e rappresentavano una società dominata dal privilegio che doveva presto scomparire. D'altra parte, quando i sovrani, spossessati da Napoleone dei loro Stati, riuscirono a ricuperarli, non provarono alcun desiderio di ristabilire quei vecchi p., volendo dare pieno svolgimento all'assolutismo.

Il solo P. siciliano ebbe una breve storia interessante nel periodo $1812-15$. Esso fu riordinato nel 1812 , prendendo a modello il P. inglese; furono create perciò una

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Camera dei Pari ed una Camera dei Comuni. L'esperimento non riusci, sia per l'inesperienza dei parlamentari, sia per la difficoltà di far allıgnare nella terra siciliana istituzioni straniere, sia, soprattutto, per l'ostilità del re Ferdinando III, il quale, il 14 maggio 1813 , sciolse il P. e non lo riconvocó più.

Bin.: C. Cdiseo, Storia del P. in Sicilia, Torino 1887; A. Marongiu, I P. di Sardegna nella storia e nel diritto pubblico comparato, Roma 1932; G. Ermini, I P. dello Stato della Chiesa dalle origini al periodo albornoziano, Bologna 1930; M. Vioro, Su un memoriale del P. piemontese, in Studi Besta, II, Milano 1938; P. S. Leich, Il P. friulano nel primo secolo della dominazione veneziana, in Bin. di si. del diritto ital., 21 (1948), p. 5 sgg.; A. Marongiu, L'istituto parlamentare in Italia dalle origini al 1300, Roma 1949.

Pier Silverio Leicht
II. Negli Stati moderni. - P. è il nome con cui si indicano genericamente le assemblee legislative (cf. Costituzione italiana, parte $2^{\text {a }}$, tit. I), le quali sono per lo più eleite da tutti i cittadini dotati del diritto di voto (v.) politico.

Negli Stati a p. bicamerale, l'espressione stessa viene non di rado usata solo per indicare la Camera elettiva, quando l'altra non lo sia; mentre in Inghilterra essa riveste un più ampio e specifico significato, abbracciando tutti e tre gli organi legislativi (e cioè : il re, le Camere dei Lords e dei Comuni); negli Stati Uniti e in quelli dell'America latina, le assemblee legislative sogliono essere, collettivamente designate piuttosto con l'espressione di Congresso.

1. Il bicameralismo. - Nella grande maggioranza degli Stati contemporanei il p. è bicamerale, costituito cioè da due diverse Camere (Camera dei deputati e Senato della Repubblica in Italia, Assemblea nazionale e Consiglio della Repubblica in Francia, Camera dei rappresentanti e Senato nel Nordamerica, ecc.). Oltre alcuni piccoli Stati (Lussemburgo, Monaco, S. Marino, ecc.), hanno, infatti, oggidì un p. unicamerale solo la Turchia, la Spagna e taluni Stati europei satelliti dell'URSS.

Il bicameralismo è sorto, tuttavia, in modo del tutto empirico, in Inghilterra, nella prima metà del sec. xiv quando l'originario unico p. si scisse in due distinti collegi : l'uno comprendente gli alti feudatari, laici ed ecclesiastici (i cosiddetti lords temporali e spirituali, convocati individualmente) e l'altro i rappresentanti dei borghi e delle contee (borghesi e cavalieri), designati dalle rispettive comunità. Invece, durante il sec. xix, quasi tutte le Costituzioni europee le adottarono con deliberato proposito, sia, in un primo tempo, per continuare a giovarci della secolare esperienza di governo della classe della nobiltà, radunandone gli esponenti in una Camera alta (Camera dei magnati in Ungheria, Camera dei signori in Prussia, ecc.), sia, dopo l'esempio nordamericano (1787), per consentire una diretta partecipazione al lavoro legislativo agli Stati-membri dei vari Stati federali, quando essi si costituirono (Svizzera 1848, Germania 1871, ecc.), ponendo accanto ad una prima Camera, composta da rappresentanti eletti proporzionalmente alla popolazione di ognuno degli Stati-membri, una seconda Camera formata, sulla base del principio dell'uguaglianza giuridica dei medesimi, da uno stesso numero di rappresentanti per ciascuno di essi. Nelle successive costituzioni di Stati unitari si finì per adottare il sistema bicamerale per motivi di opportunità politica, messi in evidenza da recenti vicende costituzionali, quali la possibilità di valersi nella seconda Camera di elementi esclusi dall'entrare nella prima, ecc.

Si tentò pertanto, generalmente, di dare differente struttura alle due assemblee. Ma, scomparso il metodo della nomina vitalizia dei membri della seconda Camera da parte del capo dello Stato (come avveniva, ad es., per il Senato statutario italiano), e mostratosi poco conveniente il sistema cosiddetto misto (in cui la nomina, l'elezione, l'ereditarietà, l'appartenenza d'ufficio tutte insieme contribuivano a costituirla: ad es., Camera dei

Pari nipponica fino al 1945), si preferi formare la seconda Camera con un procedimento elettivo, seppure diverso nelle sue modalità da quello adottato per la prima: in ordine, ad es., al numero dei membri e all'età degli elettori e degli eleggibili, alla durata del mandato, alla rinnovazione totale o parziale dell'assemblea, all'estensione ed alla natura dei collegi elettorali, ecc.

Tuttavia, ora in Italia, la differenza di composizione delle due assemblee appare assai limitata (tanto più che le leggi elettorali hanno svuotata, per buona parte, la rigida affermazione dell'art. 57 della Costituzione che «il Senato della Repubblica è eletto a base regionale»). Ad ogni modo: la Camera è più numerosa del Senato; gli elettori della prima devono avere 21 anni e gli eletti 25 , mentre per la seconda le corrispondenti età sono portate a 25 e 40 ; la durata del mandato è rispettivamente di 5 e di 6 anni; i collegi elettorali della prima sono plurinominali e si è adottato un sistema di rappresentanza proporzionale con utilizzazione dei resti in una lista nazionale uninominale (T. U. 5 febbr. 1948), per la seconda si sono configurati collegi uninominali e per ricoprire immediatamente l'unico seggio, occorre il $65 \%$ dei voti validi espressi nel singolo collegio, distribuendo, poi, i seggi residui (che sono, di consueto, la gran maggioranza) parimenti con un sistema di rappresentanza proporzionale, operante, tuttavia, nel solo ambito regionale (legge 6 febbr. 1948).

Quanto alle reciproche citriburioni, se il bicameralismo classico imponeva una piena parità fra le due assemblee, spesso in pratica (specie se una delle medesime non era elettiva, come era il caso, ad es., dell'Italia statutaria) si venne a profilare una sensibile diversità nel loro rispettivo peso in ordine alla vita politica (diversità non di rado, poi, riconosciuta formalmente anche dalla legge: v., ad. es., in Inghilterra, i Parliament acts del 1911 e del 1949 a favore della Camera dei Comuni). In Italia, peraltro, nel 1947 si riaffermò la piena parità di attribuzioni fra le due assemblee.
2. Struttura e funzionamento interno delle Camere. - Le Camere sono, giuridicamente, organi collegiali e costituzionali dello Stato, privi di una propria distinta personalità giuridica (con la sola eccezione dell'Inghilterra), ma con piena indipendenza, organizzativa e funzionale (estesa pure nell'ambito finanziario), e dotati di particolari prerogative parlamentari a tutela dei loro componenti (irresponsabilità per i voti e le opinioni espresse durante le sedute; necessità di una autorizzazione a procedere delle rispettive assemblee per poter addivenire al loro arresto od alla loro traduzione in giudizio; ecc.).

Ogni Camera regola poi la propria organizzazione interna con appositi regolamenti parlamentari e si giova di un proprio ruolo di funzionari, che fanno capo ad un segretario generale (Clerk nelle Camere anglosassoni). Ognuna elegge degli «Uffici di presidenza» (Cost. ital., art. 63), formati da un presidente (spenker nelle Camere anglosassoni) e da vari vicepresidenti, questori e segretari. Spesso inoltre si suddividono in molteplici «gruppi parlamentari» in corrispondenza, per lo più, ai diversi portiti politici, che assumono una notevole importanza nel quotidiano svolgersi della vita parlamentare (formazione su base proporzionale di tutte le commissioni elette dalle assemblee; Cost. ital., artt. 72 e 82 ; ecc.).

In aderenza alle opinioni dominanti nel corpo elettorale si esige per le Camere rappresentative una frequente rinnovazione: le legislatur: (e cioè gli accennati periodi di vita delle assemblee) sono, perciò, sempre brevi (oggidì, in Italia, di 6 anni per il Senato e di 5 per la Camera). Inoltre, il capo dello Stato può sciogliere in anticipo le Camere, quando lo ritenga opportuno (in Italia, peraltro, per l'art. 88 della Costituzione, solo dopo averne sentito i presidenti e non durante gli ultimi 6 mesi del suo ufficio). Le sessioni, invece, costituiscono i periodi continuativi di lavoro parlamentare: e sono ordinarie quando la convocazione delle assemblee è automaticamente fissata in determinati tempi dell'anno (in

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Italia, per l'art. 62 della Costituzione, ale Camere si riuniscono di diritto il primo giorno non festivo di febbr. e di ott. v); straordinarie, se la sezzione viene indetta eccezionalmente dal capo dello Stato, o dal loro presidente, o da un determinato numero di membri (in Italia i 2/3).

Le sedute delle Camere sono normalmente pubbliche, ed i cittadini possono rivolgers ad esse potizioni (v. reTIZIONE), ma solo per scritto; le loro deliberazioni sono, peraltro, valide soltanto se è presente il prescritto numero legale di componenti (in Italia, la maggioranza assoluta); speciali poteri disciplinari spettano al presidente per dirigere le discussioni, ed apposite norme regolamentari consentono, fra l'altro, di ridurre entro i dovuti limiti l'eventuale ostruzionismo da parte della minoranza dissenziente. Ma il regolare svolgimento dei lavori delle Camere si ottiene, in genere, più ancora che dalle norme giuridiche, con la coscienziosa osservanza di quelle regole di correttezza costituzionale, che costituiscono il cosiddetto galateo parlamentare (tanto rigidamente rispettato, ad es., nel P. britannico).

2. Funzioni del P. - Sono di natura legislativa; ma gli sono usualmente conferite anche altre funzioni, di natura materialmente esecutiva, e, talora, pure giurisdizionale (v. poteri pubblici).

Mentre nelle monarchie contemporanee la legge formale è un atto complesso dovuto alla concorde volontà del re (cosiddetta senzione) e delle Camere, nei governi repubblicani, invece, essa si presenta come la volontà delle solo Camere. Il presidente della Repubblica ha, infatti, soltanto un vero sospensivo, potendo rinviare alle Camere per una nuova votazione la legge pervenutagli per la promulgazione (ch'egli compie esercitando una funzione permanente esecutiva); ma se le Camere rinnovano il loro voto (s maggioranza semplice, per l'art. 74 della Cost. it.; a maggioranza dei $2 / 3$ per la Cost. nordamericana; ecc.), l'entrata in vigore della legge non potrà, di regola, venir ritardata.

L'esame e l'approvazione dei disegni di legge (d'iniziativa parlamentare, governativa, popolare, ecc.) nell'interno delle singole Camere possono aver luogo seguendo sistemi assai diversi; ma il più diffuso (Cost. ital., art. 72) risulta oggid quello delle cosiddette Commissioni legislative, competenti ognuna per una diversa materia, le quali svolgono tutto il necessario lavoro preparatorio, accompagnando, poi, dinanzi all'assemblea il disegno di legge con una propria relazione, talvolta accomunata con un'altro di minoranza. Per i provvedimenti legislativi di minore rilievo la Costituzione italiana si accontenta talora della semplice approvazione da parte della Commissione, riunita, allora, in sede deliberante, per alleggerire così un poco l'assemblea dal crescente peso del lavoro legislativo.

Il controllo politico si esercita di per sé con le interrogazioni, le interpellanze e le inchieste parlamentari, sfociando nel voto di mozioni che, se di sfiducia, determinano le dimissioni del ministro competente o (se del esso) dell'intero Gabinetto: e quando tale gesto viene ripetuto con irriflessivo arbitrio dalle Camere, dà luogo ad un dannoso ed irresponsabile prepotere, che prende il nome di parlamentarismo. Nelle forme di governo presidenziali (come quella degli Stati Uniti), ove i ministri sono politicamente responsabili solo verso il presidente e non verso il Congresso, è sembrato allora necessario attribuire dettagliatamente alla seconda Camera alcune specifiche funzioni di controllo sull'operato del capo dello Stato (ad es.; il Senato nordamericano deve approvare, con la maggioranza dei $2 / 3$, i trattati stipulati dal presidente, le nomine da lui compiute dei più alti funzionari, ecc.).

Il controllo finanziario si esplica con il voto della legge di bilancio che, con la sua rigida ripartizione in "capitoli" della spesa consentita per ogni Ministero, viene a costituire, al riguardo, un inderogabile criterio di utilizzazione del pubblico denaro, e con la continuativa verifica dell'integrale esecuzione delle legge in parola appoggiandosi, di norma, su speciali «organi di controllo", affiancati a quelli esecutivi attivi (ad es., in Italia, giovandosi della Corte dei conti).

Più limitate, invece, sono ormai, quasi ovunque, le funzioni di natura giurisdizionale ancora attribuite al p. Esse erano state, infatti, conferite nell'Ottocento alle Camere continentali europee con una certa larghezza, ad imitazione di quanto avveniva in Inghilterra ove, ancor oggi, la Camera dei Lords funziona, in taluni casi, da suprema Corte d'appello (in base alla procedura cosiddetta d'impenchement i ministri, in materia penale, vengono accusati dai Comuni e giudicati dai Lords). Ma, in seguito, le ascension funzioni sono state per la più parte devoltute a speciali organi giurisdizionali.

Così, ad es., in Italia (prescindendo dalle autorizzazioni a procedere, concesse nei riguardi dei propri membri), il P. esplica funzioni di tal natura solo quando, in seduta comune delle due assemblee, deferisce al giudizio della Corte costituzionale, a maggioranza assoluta dei suoi membri, il presidente della Repubblica, e a maggioranza relativa, il presidente del Consiglio ed i ministri (Cost. ital., art. 96) per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni.

Bim., oltre ai principali trattati di diritto costituzionale. cf. sul bicameralismo: A. Marriot, Second Chambers, nuova ed., Oxford 1927; G. Tupini, Il Senato, Bologna 1946. Sul P. italiano: M. Mancini-U. Galeotti, Usi e norme del P. italiano, Roma 1887, con Appendice, ivi 1891; Segreteria generale della Camera dei deputati, Il centenario del P., ivi 1948; F. Mehrhoff, Trattato di diritto e procedura parlamentare, ivi 1948; id., Principi costituzionali e procedurali del regolamento del Senato, ivi 1949. Sui principali p. stranieri: E. Pierre, Traité de droit politique, électoral et parlementaire, a voll., $5^{\circ}$ ed., Parigi 1924; T. Ecklinc May, Treatise on the law, privilege, proceedings, and wages of Parliament, $14^{\circ}$ ed, a cura di T. Campion, Londra 1946; T. Campion. An introduction to the procedure of the House of Commons, $2^{\circ}$ ed., ivi 1947; H. Riddick, The U. S. Congress, organization and procedure, Washington 1949.

Paolo Biscaretti di Ruffia
PARMA, diOCESI di. - Città a 49 m . sul livello del mare attraversata dal fiume omonimo, non lungi dalla destra del Po.

Ha una superficie di 2100 kmq ., con una popolazione di 300.000 ab. di cui 299.000 cattolici distribuiti in 310 parrocchie servite da 356 sacerdoti diocesani e 125 regolari; ha 14 comunità religiose maschili e 74 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 311).

Signoreggiata prima dagli Etruschi, poi dai Celti, divenne colonia romana nel 183 a. C. ascritta alla tribù Pollia. Palude e selva, fu bonificata da M. Emilio Scauro nel 115 a. C. e fiorì per l'industria della lana; la Via Emilia la legò con le altre città della regione.

L'evangelizzazione nelle antiche leggende è attribuita a s. Apollinare, a s. Barnaba e persino a s. Luciano di Beauvais; l'unica supposizione verosimile è che sia partita da Milano. Un vescovo Urbano presente al Concilio di Rimini del 359 è forse l'omonimo vescovo di P. condannato nel 372 , che nel 378 si manteneva ancora in sede (Lanzoni, II, p. 807). Nella prima metà del sec. v, quando fu costituita come sede metropolitana Ravenna, P. entrò nella sua circoscrizione; ma era allora in periodo di decadenza. Caduta nelle lotte fra Bizantini e Longobardi al principio del sec. viI (Hist. Langob., III, 18; IV, 28) la città vescovile di Brescello (v.), P. fu ingrandita con il suo territorio. Ma il suo vescovo Grazioso non ricompare che nel Concilio di/papa Agatone del 680. Capoluogo di comitato sotto Carlomagno, passò successivamente sotto il dominio delle case Supponide, Bernardinga e Arduinica; i suoi vescovi intanto crescevano d'importanza nella sfera politica, Vighodo fu in corrispondenza con Giovanni VIII che lo incaricò di trattare col re Carlomanno, ed è designato come consiliarius in un documento di Carlo il Grosso del marzo 880; aderente a re Guido di cui fu arciospediano, lo si trova poi presso l'imperatore Lamberto nel luglio 898. Elbungo, cancelliere dei re Guido e Lamberto, fu presente ad un Concilio a Roma nel febbr. 901 sotto l'imperatore Lodovico III. Aicardo dilectus fidelis dell'imperatore Berengario-I attenne da lui conferme per sé e per i suoi canonici nel 920-21, e dal re Rodolfo, del quale fu auricularius summus fidelis, donazioni nel 922 e nel 924, dal re Ugo conferme

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(114. Eist)
per la sua chiesa nel sett. 926. Sigifredo, suo successore, cancelliere del re Ugo e suo fidelis e consiliorius nel 926 , ottenne nel 928 concessioni per Borgo S. Donnino; Adeodato, che comparve verso il 946 , fu presente il 7 ag . 952 alla Dieta d'Augusta, dove Berengario II riconobbe come signore Ottone I re di Germania. Il suo successore Uberto, prima cancelliere di Berengario II e di Adalberto (951), fu poi arricancelliere di Adalberto (961), quindi di Ottone I, col quale fu a Roma nel 962-63, e di Ottone II. Enrico fu cancelliere di Enrico II, e presente con lui a Roma nel genn. 1015.

Finalmente il $1^{\circ}$ giugno 1033 Corrado imperatore investi il vescovo Ugo suo cancelliere della città e contado di P. quantum episcopatus ipsius comitatus distenditur, concessione ripetuta il 13 febbr. 1036; cosi i vescovi di P. diventano conti. Nessuna meraviglia dopo tutto questo P. fu la roccaforte del partito imperialista; appena si profilò la lotta per la riforma e la libertà della Chiesa P. stette all'opposizione. Ciò avvenne per opera del vescovo Cadalo (v.), originario di Verona, eletto antipapa nel ro6r in opposizione ad Alessandro II col nome di Onorio II. Alla sua scuola si formò il parmigiano Guiberto (v.) che fu anch'egli antipapa col nome di Clemente III e trasse dalla sua parte Eberardo vescovo di P. Ma nemmeno P. si sottrasse allo spirito della riforma gregoriana ed all'influsso della Pataria (v.) e Pasquale II dopo il Concilio di Guastalla poté consacrare la cattedrale di P. (4 nov. 1106) e pochi giorni dopo costituire il nuovo vescovo s. Bernardo degli Uberti (v.), abate generale vallombrosano e cardinale già suo legato in Lombardia.

Il nuovo spirito di libertà che animava le rivendicazioni comunali di fronte agli ordinamenti feudali scalzava man mano anche l'autorità comitale del vescovo di P. sulla sua città che si andò progressivamente restringendo a vantaggio del Comune. Ciò non impedì che il vescovo Aicardo si mettesse col Barbarossa e col suo antipapa Vittore IV, che da lui fosse costituito podestà di P. e ne ottenesse favori; però il popolo sollevatosi lo costrinse a lasciare la sede. Il popolo naturalmente per allargare il suo potere non mancò di opporsi al suo vescovo, però sotto Innocenzo IV il partito guelfo condotto dalla famiglia Rossi riprese vigoria e, vincendo il duro assedio di Federico II, distrusse la nuova città di Vittoria che questo aveva contrapposto ( 18 febbr. 1248), con grave scacco dell'Imperatore. In seguito a questi fatti Giberto da Gente ebbe momentanea signoria della città; depositolo nel 1259 ebbero potenza i Rossi, i signori di Correggio e la società dei Crociati, nel 1346 presero a dominare i Visconti, cui successero gli Sforza. Dopo un transitorio dominio francese, nel 1521 P. passò sotto il dominio della Chiesa, e Paolo III per sottrarla al dominio straniero nel 1445 ne formò un ducato insieme con Pia-
cenza in favore di Pier Luigi Farnese. Del resto lo stesso Paolo III aveva tenuta la sede vescovile di P. sino dal 1509 e la trasmise al nipote Alessandro che la rinunciò nel 1535 al parente cardinale Guido Ascanio Sforza di Santafiora; passò nel 1560 ad Alessandro Sforza (cardinale nel 1565), quindi nel 1575 e Ferrante Farnese.

Estinti i Farnesi con Elisabetta, divenuta moglie di Filippo V re di Spagna, il dominio del Ducato passò ai Borboni; finché nel 1806 fu incorporato al Regno d'Italia e P. divenne capoluogo del dipartimento del Taro. Ricostituito il Ducato nel 1815 , in favore di Maria Luisa d'Austria, seconda moglie di Napoleone, ritornò ai Borboni dal 1847 al 1859 , quando entrò a far parte del Regno d'Italia.

Illustre vescovo nei primi dell'Ottocento fu il cappuccino Adeodato Turchi, illustre predicatore nei tempi più recenti il parmense Guido Conforti (v.).

La diocesi che nel 1583 Gregorio XIII aveva assoggettata alla metropoli, da sé eretta, di Bologna, nel 1875 passò sotto la diretta dipendenza della S. Sede.

La cattedrale di P. sorgeva entro l'antica città e già nel sec. Ix la si trova dedicata alla Vergine ed era ufficiata da un Capitolo di canonici cui il vescovo Vigbodo il 29 dic. 877 ottenne donazioni dal re Carlomanno; ricostruita nel 923 subì insieme con la città un incendio nel 1058. La completa ricostruzione in pietra da taglio, a tre navate con matronei, transetto, cripta, cupola, e dovuta al vescovo Cadalo; magnifico monumento d'arte romanica, al principio del sec. xvI il Correggio (v.) ne decorò la cupola con l'Assunzione della Vergine, ed i pennacchi con immagini di santi; tennero dietro in quello stesso secolo sulle pareti e nelle vòtte le pitzure di Girolamo Mazzola e Alessandro suo figlio, di Michel Angelo Anselmi, Orazio Sammachini, Lattanzio Gambara, Francesco Testi e Pomponio Allegri. Sulla piazza antistante sorgono la torre iniziata nel 1284, il battistero ottagonale, iniziato nel 1196 , tutto in pietra veronese con le sculture dell'Antelami (v.), il Palazzo vescovile riportato recentemente all'antico aspetto duecentesco.

Accanto alle chiese sorte nell'età medievale, sorse nel Cinquecento il sontuoso santuario di S. Maria della Steccata, a forma di croce greca surmontata da cupola, con quadri di buoni pittori; nel sotterraneo conserva i sepolcri dei Farnesi, dei Borboni che governarono P. e dei loro congiunti. Nel 1566 Ottavio Farnese iniziò la chiesa dell'Annunciata in forma ellittica che fu compiuta solo nel 1692 ; il convento adiacente fu affidato ai Frati Minori.

Per la collegiata di Borgo S. Donnino, retta da un arciprete, resasi ben presto esente v. ridenza.

Come nelle altre diocesi dell'Emila, il monachismo ebbe largo sviluppo, nella diocesi di P. Nell'immediato suburbio sorse il monastero benedettino di S. Giovanni Evangelista, fondato dal vescovo Sigisfredo II per incitamento dell'abate Maiolo nel 983 ; ottenne un diploma dell'imperatore Corrado II nel 1037 e privilegi da Pasquale II, Innocenzo II, Lucio II. Ebbe a sé soggetti i monasteri di S. Bartolomeo di Pistoia e di S. Salvatore di Fonte Taone. Il 17 luglio 1477 entrò a far parte della Congregazione di S. Giustina ed alla munificenza di quegli abati va il merito di aver chiamato il Correggio ad affrescare la cupola della loro chiesa ricostruita. Cacciati i monaci nella soppressione del 1810 e ristabiliti nel 1816 , parteciparono ai moti del 1848 , furono di nuovo espulsi nel 1849 , riammessi nel 1852 per cura dell'abate Casaretto.

Allo stesso vescovo Sigifredo è dovuta la fondazione nel 985 del monastero delle Benedettine di S. Paolo; ottenne privilegi da Ottone IV (1210) e da Federico II (1216). Il Correggio vi affrescò per commissione della badessa la celebre sala. Il monastero delle Benedettine di S. Alessandro fu fondato nel sec. Ix da Cunegonda vedova di Bernardo, lo sfortunato re d'Italia; ebbe a sé soggetti i monasteri di S. Bartolomeo a P. e di S. Tom-

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maso presso Reggio; pagava censo alla Sede Apostolica cui prestava giuramento. Innocenso VIII lo assoggetto all'abbazia di S. Giovanni Evang. il 27 maggio 1486.

A Brescello (v.), cessato il vescovado, per opera dei marchesi di Toscana sorse il monastero benedettino di S. Genesio, che pagava censo alla Chiesa romana: i monaci pretendevano essere esenti dalla giurisdizione del vescovo di P. Fu dato in commenda nel 1409. Il monastero di S. Maria a Castione de' Marchesi fu fondato nel 1033 dal marchese Adalberto e da Adelaide sua moglie e stette sotto il patronato dei marchesi Pallavicini. Nel 1143 passò sotto la Sede Apostolica cui pagava censo; dato in commenda, lo ebbero gli Olivetani nel 1487.

Lanfranco vescovo di P. fondo nel 1142 l'abbazia di S. Maria di Fontevivo, affidandola ai monaci cistercensi che chiamò dall'abbazia della Colomba. Nel 1518 passo sotto la dipendenza del monastero di S. Paolo a Roma; quindi in dominio dei Farnese nel 1605 .
P., che ebbe ospite per qualche tempo ed arcidiacono della sua cattedrale Francesco Petrarca, non manco di scuole che saltuariamente ebbero anche nome di universita, Anche il duca Ranuccio I nel sec. xvir non elargi ad esse speciali privilegi. Migliore organizzazione universitaria diede il ministro Du Tillot (v.) in occasione delle sue riforme (1768). In questo momento pianto a P. la sua celebre tipografia G. B. Bodoni (v.) e sulle orme del monaco Benedetto Bacchini, il conventuale Ireneo Affo condusse i suoi studi storici. L'Università, chiusa a causa delle vicende politiche del 1831, dopo alcune controversie risorse nel 1854; ora è limitata alle Facoltà di giurisprudenza e di medicina.

L'Archivio di Stato possiede una parte delle Carte Farnesiane, mentre la parte maggiore passo a Napoli con Carlo di Borbone. La Deputazione di Storia patria si rese benemerita per buone pubblicazioni, grazie anche ad un'ottima biblioteca. - Vedi tav. LXX.

Bibl.: degli antichi storici va ricordato il Chronicon Parmente, in RIS. IX, parte $9^{2}$, a cura di G. Bonazzi; la cronaca del parmigiano los' Solimbone in MGH, Scriptores, XXXII, tanto ricca di particolari; le Carte dei re d'Italia nelle raccolte
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(fot. Alinari)
Pasma, diocesi di - Interno della Cattedrale (sec. xi) - Parma.
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(ftst. Exit)
Parma, diocesi di - Capitello dell'Antélami - Parma, Museo nazionale.
di L. Schiaparelli; J. Affo, Storia della città di P., 4 voll., Parma 1792-93, continuata da A. Pezzana in 3 voll., ivi 1837-39; G. M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di P., 2 voll., ivi 1834; M. Benazzi, Storia di P., 5 voll., ivi 1899-1906; A. Schiavi, La diocesi di P., ivi 1925; L. Testi, La cattedrale di P., ivi 1934; R. Jullien, Fragments de l'undum de Benedetto Antelami à Parme, in Mélanges d'arch. et d'hist., 46 (1929), pp. 182-214; A. Mercati-E. Nasalli Rocca-P. Sella, Rationes decimarum Italiae nei sect. XIII-XIV. Aemilia (Studi e testi, 60), Città del Vaticano 1933, pp. 237-95; G. Del Monte, Il collegio dei teologi dell'Università di P., Parma 1948.

Guglielmo Bertuzzi
PARMENAS (" costante»). - Sesto dei sette diaconi scelti e consacrati dagli Apostoli per attendere alle vedove degli ebrei ellenisti convertiti (Act. 6, 1-6). Siccome ha un nome greco ( $\Pi \alpha \rho \mu \varepsilon \nu \tilde{\alpha} \varsigma$, abbreviazione di $\Pi \alpha \rho \mu \varepsilon \nu i \delta \eta \varsigma$ ), come gli altri diaconi, è probabile che P. sia anch'egli un ellenista. Null'altro si sa di certo sulla sua vita.

Secondo lo Pseudo Ippolito (De septuaginta Apost., 12 : PG 10, 956), P. sarebbe stato uno dei 72 discepoli scelti da Gesù e sarebbe, più tardi, divenuto vescovo di Soli. Secondo lo Pseudo Doroteo (De septuaginta Domini disc., 11 : PG 92, 1061), sarebbe morto nel suo diaconato sotto gli occhi degli Apostoli.

Il Martirologio romano lo festeggia al 23 genn. come martire di Filippi in Macedonia, sotto l'imperatore Traiano (Acta SS. Ianuarii, II, Venezia 1734, p. 453).

Pietro De Ambroggi
PARMENIANO. - Vescovo donatista di Cartagine. S. Ottato (I, 5; III, 3) lo dice "straniero" (peregrinus) e quindi non bene informato di cose africane; da un altro passo polemico (II, 7) si è pensato che P. fosse di nascita ispano o gallo. Comunque, era vescovo al tempo di Giuliano l'Apostata e si dedicò a riorganizzare la Chiesa scismatica e guadagnarle aderenti, con un'attività anche letteraria assai intensa.

Scrisse infatti, ca. il 362 , un'opera in 5 libri, o tractatus, contro i cattolici, di cui è possibile ricostruire almeno lo

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(let. Alinati)
Parmigianino, Francesco Mazzola, detto il - Circe offre da bere ai compagni di Ulisse. Disegno - Firenze, Uffizi.
schema generale attraverso la confutazione di s. Ottato. Il titolo poteva essere Adversus Ecclesiam traditorum (Monceaux) o forse (per la derivazione da s. Cipriano) De catholica Ecclesia (o De Ecclesiae unitate) adversus traditores. I cinque libri dovevano trattare : del Battesimo, di cui P. tesseva l'elogio, paragonandolo al diluvio e alla circoncisione; dell'unità della Chiesa, secondo la concezione eccessivamente rigoristica della sua setta; dei cattolici, in quanto traditores o complici o conniventi con essi; ancora dei cattolici, accusandoli di aver fatto ricorso all'autorità civile, che aveva impiegato la forza con accuse di crudeltà contro gli «operarii unitatis» Paolo e Morario; dei passi della Scrittura che suonavano condanna per i cattolici (v. donatismo). Trattando della vera Chiesa, ne enumerava le dotes, ch'essa deve avere, quale sposa di Cristo : cathedra (cioè, la successione apostolica), angelus (del Battesimo), Spiritus, fons, sigillum, altare; ma metteva insieme, senza distinguere, eretici veri e propri e scismatici, considerando ugualmente sacrilegi i loro sacrifici.

Alla confutazione di s. Ottato non risulta che P. rispondesse. Si preoccupò invece vivamente per quanto diceva e scriveva un laico della sua setta, Ticonio (v.), al quale diresse una lettera aperta ribadendo i principi ormai tradizionali della sua setta, cioè la necessità di rompere ogni rapporto con i peccatori, anche a costo di isolarsi dalla Chiesa universale. Questa lettera, scritta verso il 378 , venne dopo la morte di P. a conoscenza di s. Agostino, il quale la confutò ca. il 400 , nei tre libri Contra epistolam Parmeniani.

BibL.: P. Monceaux, Hist. littér. de l'Afrique chrétienne, V. Parigi 1920, pp. 221-40. V. anche : ottato. Alberto Pincherle

PARMIGIANINO, Francesco Mazzola, detto il. - Pittore e incisore, n. a Parma, da Filippo, pittore belliniano, l'ri genn. 1503, m. a Casalmaggiore il 24 ag. 1540 .

Dei suoi primordi rimane tipica testimonianza, nella chiesa arcipretale di Bardi (Parma), uno Sposalizio di s. Caterina (verso il 1522), un po' gonfio e impacciato, ma di gentile espressione. Dal 1522 al 1524 , egli eseguiva, sulle orme del Correggio, importanti affreschi in rette cappelle della chiesa di S. Giovanni Evangelista, a Parma, indi passava a Roma, Bologna (ritratto dell'imperatore Carlo V), ancora a Parma (vi decorò la vòlta e il catino della cappella maggiore in S. Maria della Steccata) e poco dopo

Fontanellato, nella rocca dei conti Sanvitale, in cui si conservano i suoi mirabili affreschi con episodi del mito di Diana e finalmente, dopo vario pellegrinare, a Casalmaggiore, dove chiudeva immaturamente la luminosa carriera e la vita. Oltre alle decorazioni in affresco, alle numerose pale d'altare e ai ritratti, che ornano le principali gallerie italiane e straniere, il P. ha lasciato una serie di disegni, dal tocco delicatissimo, e una quindicina di acqueforti, dai tratti reticolati e leggeri. Senza plagiare affatto il Correggio, egli seppe continuarne la grazia gioiosa in opere come gli affreschi di Fontanellato e lo squisitissimo Presepe della Galleria Cook a Richmond, nonché in taluni particolari indimenticabili, quali l'abbraccio del S. Giovannino al fommineo Gesù fanciullo nella manieristica Madonna con s. Zaccaria, agli Uffizi. Ma ciò che ne caratterizza l'indole raziocinante e insieme voluttuaria è il raffinato estetismo, espresso con il predominio del prestigio lineare e volumetrico (solonne affusolate, anfore dalle curve morbide, accessorii ambientali o di costume). Basterà citare, oltre alla notissima Madonna con il Bambino e mageli della Galleria Pitti, detta "dal collo lungo", l'altra preziosa Madonna della Finacoteca di Bologna, con la s. Margherita bionda dal mento giallo dorato, e il venusto e statuario Cupido che tende l'arco nella Galleria di Vienna. Ciò non toglie che il P. abbia manifestato talvolta, nei soggetti religiosi, se non una genuina spiritualità mistica, un senso schietto di poesia. Lo dimostrano, ad es., la piccola Natività della Galleria Doria, a Roma, e la intima scena dello Sposalizio di s. Caterina nella Galleria di Parma. Ma all'attivo del P. rimangono soprattutto i vitalissimi ritratti, nei quali egli è riuscito a risolvere i problemi di stile in senso unitario, pure adeguandosi, volta a volta, all'indole del personaggio: autentiche creazioni e celebrazioni di stati d'asimo, che non temono i confronti con quelle dovute ai più celebri maestri d'ogni scuola.

BibL.: A. Bartsch, Le peintre graveur, Würzburg 1920, v. indice; L. Frölich-Bum, P. und der Manierismus, Vienna 1921; id., s. v. in Thieme-Becker, XXIV (1930), pp. 309-