ato e precisato il concetto di p. S. Tommaso specialmente lo ha distaccato dall'associazione con malsicuri elementi immaginativi e con schemi esplicativi ingiustamente generalizzati e lo ha chiarito nella sua teoria delle analogie formali fra l'essere divino e l'essere finito. Egli adotta una definizione molto formale della p.: Est autem participare quasi partem capere et ideo quando aliquid particula riter accipit id quod ad alterum pertinet universaliter, dicitur participare illud - (In Boethii De habdom., cap. 2), definizione che lascia aperta la possibilità di specificare il contenuto filosofico dell'idea di p. a seconda dell'ordine e del modo di essere a cui viene applicata. S. Tommaso la chiarisce inoltre combinandola con le coppia aristotelica di potenza e atto (C. Gent., II, 53). Nella determinazione del rapporto fra Dio e gli esseri finiti la distinzione fra "ens commune" ed "ens primum", e fra le perfezioni trascendentali e le perfezioni assolute ed essenziali, sussistenti nell'essere divino, elimina il pericolo di implicazioni panteistiche. La funzione dell'idea di p. in questo problema riguarda in prima linea il suo aspetto statico-strutturale, cioè la questione della possibilità di molteplici esseri finiti, sostanzialmente distinti da Dio, per quel che concerne la loro costituzione entitativa. L'aspetto dinamico-causale del rapporto viene determinato con concetti derivati dall'idea dell'azione creatrice che procede dalla sapienza, dalla scelta libera e dall'amore di Dio. Per l'applicazione del concetto di p. nella dimostrazione dell'esistenza di Dio v. dio.
BibL.: V. Brochard, La théorie platonicienne de la participation d'après le Parménide et le Saphiste, in Études de philos. ancienne et de philos. moderne, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1926, pp. 113-50; M. F. Sciacca, La metafisica di Platone, I, Roma 1938; W. D. Ross, Aristotle's metaphysics, I, Oxford 1924, pp. xxviII-Lxxv; 157-77; id., Aristote, Parigi 1930, pp. 221-23; R. Cadiou, La jeunesse d'Origène, ivi 1935, pp. 289-94; J. Mayéchal, Études sur la psychologie des mystiques, II, ivi 1937, pp. 91-115 (Padri greci del iv sec.): L.-B. Geiger, La participation dans la philos. de cl. Thomas d'Aquin, Parigi 1942: J. de Blic, Le processus de la création d'après et Augustin, in Mélanges Casallera, Tolosa 1949, pp. 179-90; C. Fsliro, La nazione metafisica di p. secondo t. Tommaso d'Aquino, $2^{\circ}$ ed., Milano 1950.
PARTECIPAZIONISMO. - Le varie forme finora attuate di partecipazione dei dipendenti dalle imprese alla gestione o all'extraprofitto di queste rappresentano sostanzialmente un tentativo per maggiormente impegnare la collaborazione dei dipendenti stessi. Secondo il pensiero sociale cattolico, che si ispira all'insegnamento pontificio in argomento, detta partecipazione, nei suoi molteplici modi, dovrebbe tendere ad inserire nel contratto di noleggio della capacità lavorativa del dipendente (contratto di lavoro) elementi del contratto di società.
Ciò comporta che il p. debba essere giudicato come una soluzione del problema dei rapporti tra capitale e lavoro che sta a mezza strada tra il contratto di lavoro puro e semplice e la cooperativa di produ-
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zione, essendo quest'ultima una società nel pieno significato del termine, con tutte le conseguenze. Vale a dire che, mentre nella cooperativa di produzione i soci, e quindi gli stessi lavoratori che ne fanno parte, condividono appieno le sorti dell'impresa, nelle varie forme di partecipazione normalmente i dipendenti acquisiscono qualche vantaggio, in aggiunta al salario contrattuale, senza vedere per ciò crescere le loro normali probabilità di perdere, parzialmente o totalmente, il reddito di lavoro in conseguenza di uno sfavorevole andamento dell'impresa. Onde taluni semplicisticamente concludono che soprattutto certi sistemi di partecipazione comportano la partecipazione soltanto ai guadagni e non anche alle perdite dell'impresa.
La partecipazione dei dipendenti alla vita dell'impresa può estrinsecarsi in tre modi : 1) collaborazione a deliberazioni concernenti problemi tecnici e amministrativi dell'impresa; 2) partecipazione agli utili; 3) azionariato operaio. Queste tre forme di partecipazione sono idealmente disposte in scala gerarchica, in relazione alla minore o maggiore loro capacità di rendere i dipendenti partecipi della vita della loro impresa.
La prima delle tre forme menzionate viene anche indicata come collaborazione alla gestione dell'impresa. Quando non sia invalidato il principio della proprietà privata del capitale, detta collaborazione non va normalmente oltre la partecipazione a organismi misti, incaricati di formulare indirizzi generali, comunque non strettamente vincolanti la libertà di azione del capo dell'impresa, oppure semplici consigli, allo scopo di accrescere l'efficienza dell'impresa stessa e di migliorare le condizioni di lavoro e di vita del personale. La seconda forma prevede la distribuzione al personale, in aggiunta al salario, ed a secondo dell'anzianità di servizio o del merito, di una parte dell'utile distribuibile.
Ciò è possibile in quanto da un lato il salario è un elemento contrattuale del costo di produzione, vale a dire di ampiezza predeterminata, e dall'altro lato sia risultata la disponibilità di un margine di utile, tra il ricavato della vendita dei prodotti e il loro costo.
Pertanto, la partecipazione agli utili è possibile solamente allorché venga accertata l'esistenza di tale margine, cioè dopo che siano noti i risultati finali dell'esercizio produttivo, mentre in certo modo essa rappresenta un conguaglio del salario. Infatti, il salario è la quota del reddito dell'impresa spettante al fattore produttivo lavoro in relazione al suo rendimento (marginale) e il reddito dell'impresa coincide con il ricavato dalla vendita della produzione. In pratica non è facile determinare il salario in base alla sua produttività marginale; ed al pari le rimunerazioni degli altri fattori della produzione, attività direttiva compresa. Onde, alla chiusura di un esercizio favorevole, è possibile la distribuzione di conguagli tratti dal supero del reddito rispetto al costo di produzione (in gran parte risultante appunto da componenti determinati preventivamente ed in misura fissa).
La terza forma s'imparenta con la seconda, in quanto l'assegnazione di azioni della società ai dipendenti molte volte si fonda sulla disponibilità di utili destinati alla ripartizione fra i dipendenti stessi ed invece impiegati nell'acquisto delle azioni da intestarsi a questi ultimi. L'azionariato dei dipendenti conferisce loro la qualifica di soci pro quato.
Circa la possibilità e la portata del ricorso ai tre mezzi indicati, si osserva che la partecipazione dei dipendenti, anzi che loro rappresentanti, nella veste di convalenti, a decisioni concernenti l'organizzazione della produzione ma non la politica dell'impresa, può dare buoni frutti nell'interesse generale, può migliorare alquanto le condizioni dei lavoratori, mentre non presenta problemi particolari. Diversa si presenta la situazione se la partecipazione si estende a deliberazioni che riguardino la condotta degli affari (volume di produzione, prezzi di vendita, autofinanciamento, ecc.), perché sorgono allora problemi di notevole delicatezza, come l'unicità del go-
verno dell'impresa, l'assunzione delle responsabilità, il segreto professionale ed altri analoghi.
L'inserimento, invece, di rappresentanti dei dipendenti nei consigli di amministrazione, volendosi per altro evitare le difficoltà testé menzionate - cosicché quello non supera i limiti della partecipazione di minoranza riesce di limitata utilità, avendo un prevalente valore simbolico.
La partecipazione agli utili solleva questioni di natura prettamente economica, la maggiore delle quali è rappresentata dalla individuazione delle reali necessità di reinvestimento degli utili distribuibili, nell'ambito della singola impresa. Nei riguardi poi dell'economia di un paese, la convenienza della partecipazione agli utili può essere valutata in quanto si accordi oppure contrasti con la generale necessità di maggiori investimenti di capitale ovvero di un ampliamento del consumo. Di modo che non pare possibile affermare che detta partecipazione è sempre vantaggiosa o, al contrario, sempre controproducente, in termini di progresso dell'impresa e dell'economia nazionale.
Quanto all'azionariato operaio, a parte il fatto che il possesso di una quota del patrimonio sociale implica la partecipazione del dipendente anche alle perdite dell'impresa, esso conferisce una certa posizione morale al dipendente-azionista, allorché la parte del capitale azionario nelle mani dei dipendenti rappresenti una percentuale sensibile. Non si può sottacere la difficoltà connessa con la cessione delle azioni da parte dei dipendenti a terzi oppure alla stessa intrasferibilità delle azioni, che volesse rimediare all'altro inconveniente. Considerando le più recenti esperienze, si rileva che le due prime forme di partecipazione hanno maggiore diffusione e che la partecipazione agli utili trova più larga applicazione nelle economie, come quella nord-americana, caratterizzate da una produttività rapidamente crescente, che richiede, normalmente, un parallelo sviluppo delle spese di consumo. In conclusione, le tre forme qui illustrate di p., che sono le più comuni, si inquadrano in un sistema economico-sociale fondato sulla proprietà (e l'iniziativa) privata, di cui intendono temperare l'eccessivo individualismo.
Bib.: oltre ai trattati generali di sociologia, si vedano, specificamente, i seguenti scritti: C. C. Balderston, Profit sharing for wageearners, Nuova York 1935; A. Arnon, La participation des travailleurs à la gestion des entreprises, Parigi 1935; F. Perroux, Capitalisme et communauté de travail, ivi 1938; Associazione fra le società italiane per azioni. I consigli di fabbrica in Europa, Roma 1945; id., Il dibattito sui consigli di gestione. Studi per la Castimente, Milano 1948; L. A. Boers, Proletariat en Depreletaritatie, Leuven 1948; Presses Universitaires de France, La participation des salariés aux responsabilités de l'entrepremme, Parigi 1947; Confederazione generale dell'industria italiana, I consigli di gestione, Roma 1947; P. Lassegne, La réforme de l'entreprise, Parigi 1948; Associazione fra le società italiane per azioni, La partecipazione agli utili delle imprese, Roma 1948; F. Vito, L'economia al servizio dell'uomo, Milano 1949; U. C. I. D., Relazioni umane nell'impresa moderna, Roma 1950. V. anche articoli vari in argomento apparsi nella Rivista internazionale di scienze sociali del ventennio 1930-30. Franco Feroldi
PARTENIO I, patriarca di Costantinopoli. Ricoprì questa carica dal 1639 al 1644 , allorché, forzato a lasciar il posto al suo successore Partenio II ( $1645-51$ ), si ritirò prima a Cipro, poi a Chios, dove morì, a quanto sembra, nel 1646.
Durante il suo patriarcato cercò di sradicare dalla Chiesa costantinopolitana il calvinismo introdottovisi sotto il patriarca Cirillo Lucaria, le cui dottrine furono nuovamente condannate. P. ordinò anche a Melezio Sirigo di rivedere e tradurre in greco la Confessione di Pietro Moghila, approvata nel Sinodo di Iapi del 1642.
Bisc.: A. Papadopoulos-Kerameus, Documente privitoare la istoria Romduilor, XIII, Bucarest 1909, p. 318 sgg.
Maurizio Gordillo
PARTI. - Popolo del gruppo iranico, abitante tra il Caspio e il deserto centrale persiano (parte settentrionale dell'attuale Horāsān) : i Parthava delle iscrizioni di Dario, i Ilapóualos dei Greci, Entrano
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nella storia nel sec. in a. C., dai resti del grande Impero di Alessandro, succeduto a quello persiano. I P. si identificavano, almeno parzialmente, con i Persiani (v.), e gli scrittori romani dell'Impero li ritenevano tali. Il primo re Arsace, ucciso ( 248 -247 a. C.) il satrapo Andragora, rappresentante dei Seleucidi di Siria, fondò il Regno parto, iniziando la dinastia arsacide che ne resse le sorti fino al 224 d. C.
Vani furono i reiterati tentativi dei Seleucidi di soggiogare il giovane Regno, o almeno infrenarne la spinta conquistatrice verso occidente (già Seleuco II nel 238 a. C.), principalmente sotto Mitridate, fratello e successore di Fraate I, che nel suo lungo regno ( $174-136$ a. C.) conquistò la Media, l'Elimaide, la Persia, la Babilonia, annesse l'Adiabene (Assiria), e nel 142 fu proclamato «re dei re», antico titolo degli imperatori persiani. Antioco IV Epifane ( 164 a. C.) morì in una spedizione contro i P., in un'altra Demetrio II ( 140 a. C.) fu sconfitto e cadde prigioniero. Antioco VII nel 130 a. C. attaceó Fraate II, figlio e successore di Mitridate, per liberare il fratello Demetrio e ricacciare i P. dalle province orientali del Regno; dopo i successi iniziali e la liberazione di Demetrio, nel 129, mentre svernava ad Ecbatana e le truppe erano alquanto disperse, fu sconfitto dai P. e ucciso; in tale campagna Antioco ebbe in aiuto un contingente giudaico, comandato dallo stesso Giovanni Ircano, che subito dopo rientrò a Gerusalemme. Durante la guerra fratricida tra Antioco VIII e Antioco IX (111-95 a. C.), i P. si spinsero verso il Mediterraneo. Con Fraate II (64-57 a. C.) entrano in contatto con le armi romane, cui terranno sempre arditamente testa, comandati da valenti generali in capo, cui davano il titolo di sureua. Sotto Orode II (56-37 a. C.), figlio del precedente, i P. infliggono ai Romani di Crasso, procensole di Siria che vi perde la vita, la grave sconfitta di Carre ( 53 a. C.), catturano le insegne e numerosi prigionieri; in quel tempo dominano tutta la Mesopotamia, e trasportano a Ctesifonte la loro capitale. Nel 50 a. C., soppresso il sureua per invidia del Re, e ucciso in battaglia il principe Pacoro, i P. indietreggiano sull'Eufrate. Ben presto, però, durante le guerre civili che scuotono Roma, i P. avanzano minacciosi; un esercito condotto da Q. Labieno invade l'Asia Minore, un altro al comando del primogenito del re, Pacoro, e dal satrapo Bezaifrane, dilaga in Siria-Palestina ( 40 a. C.), mentre Antonio abbandona le legioni per seguire in Egitto Cleopatra. Dei P. padroni della Galilea si servì Antigono (v.), l'ultimo degli Asmonei, per spodestare Ircano, che rimase per qualche tempo prigioniero dei P. in Babilonia, mentre Erode fuggì ed ottenne il regno e il sommo sacerdozio (40-37 a. C.). Ma nel 39 a. C., P. Ventidio respinge i P. fra le gole del Tauro e li ricaccia dalla Siria, sconfiggendoli definitivamente nel sett. 38 a. C. Erode, con l'aiuto dei Romani, può conquistarsi così ( 37 a. C.) il regno regalatogli nel 40 da Antonio e Ottaviano. Finita sul nascere la campagna di Antonio ( 36 a. C.) contro i P., si ebbe una parentesi pacifica. Fraate IV, successore di Orode, mandò ad Augusto ( 20 a. C.) le insegne romane catturate a Crasso, restituì i prigionieri e fece educare a Roma i propri figli. Con Artabano III ( $10-40$ d. C.) le ostilità riprendono, a motivo dell'Armenia. Tiberio manda Germanico a sostenere il suo protetto Zenne contro i P. Più tardi, Vologese I pone suo fratello Tiridate sul trono armeno, e questi si rifiuta di chiedere l'investitura di Roma. Nerone invia Domizio Corbulone ( 59 d. C.), che sconfigge Tiridate e occupa tutta l'Armenia; ma Vologese I attacca e sgomina i Romani, lasciati al comando di Cesenio Peto. Solo il ritorno di Corbulone ( 62 d. C.) permette ai Romani di imporre condizioni onorevoli ( 63 ).
Così nel 66 d. C. Tiridate con i figli e accompagnato da 3000 cavalieri si reca a Roma, dove ha da Nerone, con pompa solenne nel foro, l'investitura del Regno d'Armenia. Il viaggio non fu compiuto per mare, perché essendo zoroastriani ( $*$ magi $*$ ) ne erano impediti da scrupoli religiosi (Tacito, Ann., 15, 29; Plinio, Nat. hist., 30, 2, 16; Dione Cassio, Hist. Rom., 63, 5). L'investitura
segnò l'inizio di una dinastia parta in Armenia, che durò 362 anni. Non è comprensibile come si sia potuto insinuare (E. Klostermann, E. Herzfeld) che il racconto del suddetto viaggio, con la cerimonia dell'investitura, abbia ispirato la narrazione evangelica della venuta dei Magi a Betlemme. Anche prescindendo dalla difficoltà cronologica, non c'è un solo elemento che possa fondare o spiegare siffatto influsso (G. Messina, I Magi a Betlemme, Roma 1933, p. 6 sgg.).
Ait. 2, 9 parla di una diaspora giudaica nella Partia; e si può pensare alla presenza di convertiti al cristianesimo di ritorno dalla straordinaria Pentecoste cui avevano assistito. Sono celebri le campagne contro i P. (114-116) dell'imperatore Traiano (v.l. Partico 1); mentre questi era a Ctesifonte scoppiò la rivolta dei Giudei in Mesopotamia, repressa energicamente da L. Quieto. Ma anche Traiano fu costretto a ritirarsi e morì in Cilicia. Eguale esito ebbero le campagne di Marco Aurelio e Settimio Severo, che nel 199 d. C. saccheggiò Ctesifonte. Durante queste guerre i P. accolsero favorevolmente, per motivo politico, molti cristiani, che per le persecuzioni fuggivano dall'Impero. Proprio il contrario avverrà dopo il riconoscimento giuridico della Chiesa da parte di Costantino: la dinastia sassanide, dominata dai magi, perseguiterà ferocemente i cristiani.
L'ultimo fulgore della dinastia arsacide si ebbe con Artabano V; Caracalla, mentre muoveva contro di lui, fu ucciso a Edessa ( 214 d. C.) e l'esercito, condotto quindi da Macrino, fu due volte battuto e costretto alla pace. La ribellione di Ardašir ( 224 d. C.), un persiano che occupò Ctesifonte, iniziò la nuova dinastia persiana detta sassanide, da Sâsân, nonno di Ardašir.
Bibl., J. B. Bury-S. A. Cook-F. E. Adcock, The Cambridge ancient history, IV, Cambridge 1926, pp. 173-79, 194 sg.; J.-M. Lagrange, Le judaïsme avant Téne-Christ, Parigi 1931. p. 143 sgg.; G. Ricciotti, Storia d'Iraele, II, 30 ed., Torino 1922, pp. 65 sgg.; J. Renic, Les Actes (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 11, 1), Parig 1949, p. 53 sg.
Francesco Spadafora
PARTI (nel giudizio). - Sono p. le persone fisiche o giuridiche che chiedono o contro cui si chiede l'applicazione della legge e che agiscono in nome proprio per la tutela del loro diritto sostanziale. Il titolo IV del libro IV del CIC (De partibus in causa) illustra in forma pratica i concetti elaborati dalla dottrina. Con il nome di p. comunemente si intendono i soggetti passivi (in contrapposto al giudice, soggetto attivo) del processo, e precisamente quelli che difendono nel processo degli interessi o dei diritti. Ma questo non è ancora sufficiente a chiarire il concetto di p. Secondo il can. 1648, ad es., agisce nel processo il rappresentante, ma la p. è invece il rappresentato.
La qualità di p. è determinata dalla domanda giudiziale. Dal can. 1648 risulta che in ogni processo necessariamente devono esserci due p.: chi chiede e colui contro cui si chiede: attore e convenuto. Chi agisce, cioè chi introduce la causa (nel diritto canonico con libello [v.] introduttivo; nel diritto italiano con citazione) deve indicare anche il diritto sostanziale su cui la domanda si fonda e la violazione o il pericolo di prossima violazione del proprio diritto. Questi elementi, contenuti nella domanda, attribuiscono all'attore la qualità di p. e attribuiscono al convenuto la qualità di p. resistente. Occorre notare, come sopra accennato, che chi chiede in nome altrui non è p. nel processo, ma la p. è il rappresentato, che dalla pronuncia del giudice ritrarrà gli eventuali vantaggi o svantaggi. Tipico esempio sono gli organi delle persone giuridiche, i quali hanno la capacità di stare in giudizio, ma non la titolarità del diritto sostanziale controverso, che è invece proprio della persona giuridica, cui spetta altresì la qualifica di p. Agli effetti del diritto processuale la determinazione di p. nel giudizio è di somma importanza; come primo effetto scaturiscono i diritti e gli obblighi di diritto processuale e la partecipazione alla relazione giuridica processuale.
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La qualifica di p. è inoltre assolutamente necessaria al fine di stabilire la legittimazione attiva o passiva ad causum o ad processum, il foro competente ratione domicilii et contracti, il diritto al gratuito patrocinio e via dicendo. A chi è p. sono inibite alcune attività, altre sono esclusivamente riservate. La p., p. es., non può essere testimonio o perito nella propria causa, non può compiere nessuna attività processuale indiretta o mediata, come intervenire quale terzo o preporre opposizione di terzo contro la sentenza. Alla p. spettano invece tutte quelle attività che preludano alla pronuncia del Tribunale e le proposizione delle impugnazioni contro la sentenza. In uno stesso processo possono cumularsi più azioni e possono trovarsi più p., ma le posizioni sono sostanzialmente due, attore e convenuto, anche quando le p. assumono altri nomina iuris (appellante ed appellato, opponente ed opposto, creditore e debitore). Nel processo canonico, che ha per oggetto la declaratoria di nullità del Sacro Vincolo, oltre ai coniugi, è parte nel processo il Difensore del Vincolo, che deve opporsi alla domanda ed assume perciò la veste di convenuto. Nei procedimenti penali, sia canonici che laici, chi agisce è il pubblico accusatore (promotore di giustizia, pubblico ministero), convenuto è l'accusato. Le p. nel processo si trovano in una posizione formalmente uguale, vantando identici diritti e obbligazioni, ma sostanzialmente diversa: l'attore infatti non è costretto ad agire (eccettuato il promotore di giustizia nei casi di legge - canr. 1955, 1971 - o chi altro è tenuto ad agire per peculiari disposizioni di diritto), ma se agisce deve provare il fatto dedotto in giudizio, il diritto che da tale fatto è violato e la titolarità di tale diritto; il convenuto è invece sempre tenuto a rispondere e la sua condizione è più favorevole, perché viene tratto innanzi al giudice senza il concorso della sua volontà e non deve provare niente, ma solo eccepire. Il celebre brocardo: actore non probante, rous absolvitur, è chiaramente indicativo. Il CIC, nel titolo sopracitato, regola la capacità di stare in giudizio, attribuendo questa capacità ad alcuni e negandola ad altri. Nel secondo capo del tit. IV, il CIC detta le norme che devono seguire le persone che agiscono nel processo nomine alieno ad adiuvandum, e cioè i procuratori e gli avvocati.
Bisc.: F. Roberti, De Processibus, Roma 1941, p. 319 sgg.: G. Olivero, Le p. nel giudizio canonicor, Milano 1941; Vlores-Vidal, V. n. 158; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946, p. 136 sgg. Giorgio Franco
PARTITO POPOLARE ITALIANO. - Partito politico, sorto dopo la prima guerra mondiale, a forte contenuto democratico, ispirato alle dottrine della scuola sociale cristiana.
I. Ottome. - Fu fondato da d. Luigi Sturzo in unione con un gruppo di uomini politici, già noti nella vita pubblica ed amministrativa italiana, i quali, dopo alcune adunanze preparatorie (nel nov. e dic. 1918), la sera del 18 genn. 1919, da Roma, licenzia* rono alla stampa il primo appello al Paese ed il testo del programma. L'appello «ai liberi e forti» fu firmato da una commissione provvisoria composta di undici membri : d. Luigi Sturzo, on. avv. Giovanni Bertini, avv. Giovanni Bertone, Stefano Cavazzoni, rag. Achille Grandi, conte Giovanni Grosoli, on. dott. Giovanni Longinotti, on. avv. Angelo Mauri, avv. Umberto Merlin, on. avv. Giulio Rodinò, conte avv. Carlo Santucci. La commissione assunse temporaneamente la direzione del nuovo Partito e designò fin dal principio d. Sturzo quale segretario politico.
Il Partito traeva i suoi moventi dall'antitesi tra cattolici moderati e cattolici democratici che provocò - tra il 1904 ed il 1906 - la nota crisi della Democrazia Cristiana (v.). D. Sturzo, fin dal suo discorso di Caltogirone ( 29 dic. 1905) aveva messo in luce la sintesi delle vaghe aspirazioni dei democratici cristiani, le quali si manifestavano spesso con intemperanze dirette ad affermare un autonomismo dottrinale religioso, dando cosi armi potenti nelle mani dei conservatori per reagire con-
tro l'azione democratica sotto veste di difesa della ortodossia. Fin d'allora, per operare efficacemente sul terreno politico e sindacale in Italia, aveva indicata la necessità di un partito a carattere strettamente nazionale, che non implicasse nei suoi atteggiamenti la responsabilità delle autorità ecclesiastiche; ma che, agendo in modo autonomo e con proprie forze sul terreno politico e sociale, potesse affermare, proprio su questo terreno della realtà storica e contingente, principi fondamentalmente cristiani. Egli, perciò, alla fine del 1918, gettando le basi del P. P. I., non fece che riprendere la linea logica del proprio pensiero. Il Partito si riallaccia storicamente alla dottrina sociale cristiana, da Ozanam a Toniolo, ma principalmente alla Rerum Novarum, politicamente alla praxis politica dei partiti cristiani sociali del centro Europa e alla Democrazia Cristiana (v.).
La prima guerra mondiale non aveva soltanto mutato confini fra popolo e popolo, non soltanto risolto vecchi problemi e posto nuovi punti interrogativi nel campo internazionale, ma nell'interno di ogni nazione aveva apportato profondi mutamenti sociali. Tra i due Partiti dominanti - libertà e socialista - c'era posto per un nuovo partito, per l'affermazione di un nuovo concetto democratico dello Stato, basato non sulla dittatura di una classe qualsiasi, sia pure quella proletaria, ma basato sul decentramento di tutte le funzioni e di tutte le attività, sul rispetto di tutte le libertà, sulla rigorosa applicazione della giustizia. Le masse operaie aderenti alla "Confederazione italiana dei lavoratori " premevano per incunearsi tra i due Partiti allora dominanti e tentare la riorganizzazione dell'Italia sulla base della giustizia cristiana.
Con il 4 nov. 1918 l'Italia entrava in armistizio e, il 17. d. Luigi Sturzo pronunciava il suo "discorso di Milano" sui problemi del dopoguerra, in intima connessione ideale con il programma del P. P. I. La caratteristica principale del discorso di Milano sta nell'aver segnato le fondamentali e necessarie riconquiste di libertà per poter agire poi efficacemente sul mondo moderno.
II. Progranma. - L. Sturzo con i suoi amici riprese il problema del decentramento regionale e lo pose sul terreno politico e parlamentare, impostandolo su una salda base nazionale, tenendo ben fermo il concetto anti-panteistico dello Stato quale organo di direzione, coordinamento, vigilanza e tutela, facendo della regione unità non divergente, ma convergente allo Stato, riconoscendola come un'unità specifica.
Una vivace campagna condusse il Partito, sotto il ministero Nitti nel primo semestre del 1919, per la rappresentanza proporzionale, che attraverso notevoli difficoltà ebbe vittorioso epilogo in Parlamento con l'approvazione della relazione Micheli. Il nuovo sistema elettorale sostituì alle competizioni delle persone e delle consorterie locali quella dei partiti, ossia delle idee. Le elezioni generali politiche, poggiate sulla proporzionale, del 16 nov. 1919, con la conquista di 100 seggi da parte del P. P. I. e con la riuscita di 156 deputati socialisti, posero sul terreno la discussione di un problema già altre volte presentato sulla scena politica: il problema della collaborazione dei liberali e democratici con i socialisti. Si pensò anche ad un accordo fra popolari e socialisti; ma, a tal riguardo, d. Sturzo, interrogato sull'argomento, fece rilevare come allora gli avvenimenti non fossero ancora maturi per simile collaborazione.
Quando più viva cominciò ad affermarsi la propaganda bolscevica, la direzione del Partito sentì il bisogno di lanciare un manifesto al paese, un vero proclama antibolscevico che chiedeva alle masse di "rifuggire da ogni violenza snarcoide" e che invitava il Parlamento ed il governo alla risoluzione rapida dei massimi problemi morali, sociali ed economici.
Il primo Congresso del P. P. I., tenuto a Bologna il 14 giugno 1919 sotto la presidenza di Alcide De Gasperi, riaffermava i cardini non teorici ma tecnici, economici e legislativi, diretti a frenare le agitazioni bolsceviche; chiedeva il riconoscimento giuridico delle classi organizzate, appunto per avviare la risoluzione di tutti i contrasti fra classe e classe verso orientazioni pacifiche, attraverso sta-
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bili organi di rappresentanza, il riconoscimento giuridico delle organizzazioni di mestiere - per dar loro la responsabilità dei propri atti - la libertà effettiva d'organizzazione - la parità, cioè, di trattamento di tutte le organizzazioni di fronte alla legge, appunto per rimuovere le violenze anarcoidi fra organizzazioni e organizzazioni -; chiedeva infine la trasformazione del contratto di salariato e l'introduzione del compartecipazionismo operaio e dell'azionariato operaio, per rendere solidali gli interessi del capitale e del lavoro e per sopprimere le lotte perturbatrici della pace sociale ed esiziali alla produzione nazionale. Nel secondo Congresso del P. P. I. - tenutosi a Napoli dall's all'11 apr. 1920 - i dibattiti furono vivacissimi, ma la linea programmatica centrale, rappresentata dal segretario politico, si era delineata con tanta precisione, che il consolidamento interno del Partito procedé senza deviazioni. D. Sturzo riassunse gli scopi del Partito in tre punti : abbattere l'accentramento statale, ridare coscienza agli organismi naturali, eccitare le energie individuali. Passando poi alla discussione sulla riforma della scuola, si votarono ordini del giorno conclusivi i quali, mentre tracciavano un vasto programma di riforma delle scuole pubbliche, insistevano soprattutto sulla necessità di istituire l'esame di Stato per le scuole di ogni grado. Il problema agrario fu anche ampiamente discusso; la relazione presentata partiva da numerosi principi : funzione sociale della terra, problema della produzione, necessità di favorire il congiungimento delle proprietà con il lavoro; necessità del decentramento regionale e della rappresentanza delle classi agricole, ecc. Un complesso programmatico notevolmente ardito, dal quale, tuttavia, esulava il concetto di confisca anche parziale della proprietà a profitto della collettività. La situazione politica e parlamentare, particolarmente grave in quel periodo, fu esaminata durante gli ultimi giorni del Congresso.
Il P. P. I. si impose nelle Camere e nel governo con l'opera dei suoi ben preparati uomini politici e organizzatori : in primissimo piano Filippo Meda, e poi Angelo Mauri, Giuseppe Micheli, artefice della prima riforma agraria, Giulio Rodinò, Giovanni Battista Bertone, Fulvio Milani, Salvatore Aldisio, Antonino Anile, Giovanni Gronchi, Giovanni Maria Longinotti, Umberto Tupini, Mario Augusto Martini, Francesco Degni, Mario Cingolani, Vincenzo Tangorra, Umberto Merlin ed altri. Emergeva sin d'allora la figura di Alcide De Gasperi. La direzione del Partito era affiancata da un ufficio centrale, cui prestarono opera successivamente i due vice segretari politici Mario Cingolani e Giuseppe Spataro e da ultimo, nella segretaria particolare, Mario Scelba, e da un ufficio stampa diretto da d. Giulio de' Rossi (nobile figura di sacerdote e di scienziato) con la collaborazione di Igino Giordani, Giuseppe Fuschini, Vincenzo Mangano e Giuseppe Petrocchi. Quest'ultimo specialmente per i problemi della scuola e della cultura. Nel 1920, durante i due grandi scioperi postelegrafonico e ferroviario, il Partito fiancheggia le "organizzazioni bianche" contrarie allo sciopero; alla fine di ag. ed ai primi del sett. 1920, nella invasione delle fabbriche, sostiene l'organizzazione "bianca", il "Sindacato nazionale operai metallurgici " e lo valorizza politicamente, difendendolo contro le rappresaglie dei "rossi».
Il movimento fascista comincia a prendere sviluppo e a minacciare le organizzazioni socialiste e popolari, politiche e sindacali. Il Popolo nuovo, organo del P. P. I., deplora l'inerzia del governo.
III. Cimenti elettorali. - Il 7 apr. 1921 l'on. Giolitti scioglieva la Camera e convocava i collegi elettorali. Il P. P. I. prendeva una posizione ben decisa nella lotta, levando la voce della disciplina nazionale, della riconciliazione sociale, della ricostituzione morale, giuridica ed
economica del paese. Nella battaglia elettorale d. Sturzo parlò all'Augusteo e poi a Torino e a Palermo, sostenendo il ripristino dell'autorità dello Stato ed il rispetto alle leggi.
Profonda fu la risonanza della vittoria del P. P. I. nelle elezioni del 15 maggio 1921 in cui conquistò 107 seggi, nonostante la lotta aperta di Giolitti che si alleò con i fascisti per combattere popolari e socialisti. L'ordine del giorno Tovini, firmato anche dall'on. Cavazzoni, segretario del gruppo parlamentare popolare, segnò la posizione del P. P. I., che era nel mezzo delle ali estreme.
Finito lo sciopero degli impiegati, L. Sturzo, in un'intervista, dopo aver indicato una serie di riforme, non approvò l'atteggiamento di ribellione degli impiegati statali, riconoscendo che la crisi morale alla quale si era arrivati era dovuta ad un'ipertrofia statale "voluta, coltivata, alimentata, subita dalle classi dirigenti e dalle democrazie liberali ". Durante il ministero Bonomi, chiaro e conseguente fu l'azione svolta dal P. P. I., volta a difesa dello Stato, insidiato da opposte parti, e alla ricostruzione sociale. Nell'ag. 1921 il Consiglio nazionale del Partito segnava ferme direttive. L'ordine del giorno Gronchi affermava che ogni cooperazione con altre forze politiche poteva avvenire soltanto sulla direttiva del progressivo, profondo rinnovamento degli istituti economici e politici ed attraverso chiare impostazioni programmatiche.
Nel Congresso di Venezia (20 ott. 1921) il P. P. I., constatato che "dal Congresso di Napoli in poi la collaborazione del gruppo parlamentare popolare ai vari ministeri era stata imposta dal dovere di far funzionare l'istituto parlamentare e di cooperare al ripristino dell'autorità dello Stato, e che la mancata attuazione dei punti programmatici posti come patto di alleanza (e specialmente la riforma agraria, la proporzionale amministrativa, l'esame di Stato, la legislazione cooperativa) era dovuta non solo al lento ed intralciato funzionamento della Camera, ma anche al succedersi di avvenimenti politici ed elettorali, riconfermò questo limite alla collaborazione con gli aggruppamenti politici. Nel Congresso di Venezia Sturzo riferi ampiamente sul problema della regione, impostandolo su basi organiche. La relazione fa testo anche oggi in materia. Qualche giorno prima che si riaprisse la Camera, nel genn. 1922, d. Sturzo, commemorando il terzo anniversario della nascita del Partito, pronunciava a Firenze un discorso sulla crisi e rinnovamento dello Stato, ponendo in rilievo le defidenze, le debolezze e gli errori della politica delle classi dirigenti, investendo in pieno il problema dello Stato e suggerendo una soluzione audace. Presentatosi dimissionario alla Camera a causa delle manovre giolittiane il ministero Bonomi, il direttorio del gruppo parlamentare popolare votava all'unanimità un ordine del giorno nel quale stabiliva che in caso di crisi dovessero restare "come pregiudiziali al suo compimento, da parte del gruppo popolare, la precisazione di un indirizzo al governo e di un programma di lavoro legislativo preventivamente concordati con gli organi responsabili dei gruppi, la costituzione di un comitato permanente di maggioranza, la proporzionalità nella partecipazione al ministero in rapporto all'efficienza numerica dei gruppi medesimi». Il Papolo nuovo del 5 marzo 1922, soffermendosi sugli avvenimenti, rilevava come il P. P. I. - dopo aver per il primo, fin dall'ott. 1920, gettato l'allarme contro i progetti finanziari dell'on. Giolitti, e concordata con il ministero Bonomi una sospensione all'applicazione della legge sulla nominatività - avesse risollevata la questione economica e finanziaria a proposito del ritorno o meno di Giolitti al potere, costringendo tutti a manifestarsi a favore di un mutamento di indirizzo.
Poiché la situazione parlamentare era oltremodo confusa, il Re respinse le dimissioni di Bonomi e lo indusse a ripresentarsi alla Camera ( 16 febbr. 1922). Ma il Gabinetto fu silurato nuovamente da Giolitti, il quale tentava di riprendere il potere. I popolari non potevano prestarsi a questi arrecggi, specie considerando la gravissima situazione interna, quasi rivoluzionaria, provocata dai fascisti e dai comunisti. Pertanto il Partito si schierò riso-
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lutamente contro Giolitti quale esponente della degenerazione politica democratica italiana, accusato anche, dice il de' Rossi, di avere assunto le spoglie di difensore dello Stato laico contro l'invadente clericalismo e di sotterranee manovre divorziste. Intervenne qui il famoso "veto" per la reincarnazione politica di Giolitti da parte della direzione del Partito e del gruppo parlamentare popolare. Giolitti comprese finalmente la inanita del proprio sogno e ripiegò sul debole e incerto on. Facta. La soluzione invece non poteva essere che quella di un gabinetto Meda, Amendola, Turati. Malauguratamente il Meda leader popolare si trasse indietro. Ma l'on. Giolitti era vecchio e stanco, i metodi da lui adoperati in passato non erano più valevoli; non aveva dietro a sé consenso di popolo, gli accordi con i fascisti nelle elezioni del 1921 per combattere i popolari e i socialisti legalitari lo avevano compromesso davanti alle loro masse. E chi avrebbe egli dovuto abbattere o piegare, ossia Mussolini, era a lui superiore per audacia e spregiudicata inventiva, sostenuto, com'era, da un'organizzazione armata che si era infiltrata anche nelle alte sfere dell'esercito, e da un movimento senza scrupoli e limiti d'azione.
IV. Nella grande crisi democratica. - Sull'indirizzo del nuovo ministero Facta, il Consiglio nazionale del P. P. I. invitava la direzione del Partito e il gruppo parlamentare a fare opera presso il governo perché, nella difesa delle libertà costituzionali e nella tutela dell'ordine pubblico contro una ripresa di violenza agrario-fascista di squadre armate, facesse sentire «alla coscienza pubblica la forza dell'autorità dello Stato e delle ragioni morali del vivere civile».
Caduto il ministero Facta nel luglio 1922 la crisi fu laboriosa e il Re riconfermò Facta che si ripresentò con lo stesso ministero alla Camera. Fu allora imposta dai popolari l'approvazione della riforma agraria (colonizzazione del latifondo) approvata dalla Camera il 10 ag. 1922. Ciò determinò l'intensificazione della lotta dei fascisti, afieati agli agrari, e le occupazioni dei municipi, gli incendi delle cooperative, le aggressioni di strada e di piazza. Il Consiglio nazionale del P. P. I., riunitosi in Roma d'urgenza, il 20 ott. 1922 emanava un appello per il ritorno alla pace interna. B. Mussolini, che dal ' 21 al ' 22 si era preparato ad entrare in un governo di coalizione, aveva poi puntato su un governo d'unione nazionale che facesse perno sulla destra; ora, pur conducendo irrisorie trattative con Giolitti, Orlando e Balandra, mirava invece alla scalata integrale. Il Congresso fascista di Napoli non fu che un preludio alla marcia su Roma. I ministri popolari ed il segretario politico, che fin dalle prime apparizioni avevano compreso dove miravasi il fascismo, tentarono di segnalare il pericolo al presidente del Consiglio Facta, senza riuscire a scuoterne la fiducia.
Già verso la fine del 1920 d. Sturzo aveva definito il fascismo come un movimento scaturito dalla guerra a cui si poteva concedere il merito della riabilitazione della guerra e della vittoria, che i socialisti avevano avuto il torto di deprimere; ma era un movimento, nato socialistoide, rivoluzionario-anticlericale che si veniva appoggiando agli "agrani" della Valle Padana. Sfruttando il sentimento nazionale e patriotico avrebbe servito di pretesto all'industrialismo ed all'agrarismo dell'Alta Italia per polarizzare intorno a sé le forze di reazione e di conservazione del privilegio contro le esigenze delle classi lavoratrici. "Il governo - aggiungeva d. Sturzo - con la sua classica tattica di contingentismo e di adattamento, assecondorà ed aiuterà il fascismo, e poi ne sarà succube e vittima».
V. Con il fascismo al governo. - Dopo l'avvento del Mussolini al potere e la costituzione del primo ministero di coalizione in cui erano entrati i liberali, i popolari e i democratico-sociali, insieme con i nazionalisti ed i fascisti, d. Sturzo non accettò la collaborazione e si riserbò di portare la questione al Congresso; dichiarò di lasciar libero il gruppo popolare alla Camera a far fare l'esperimento
(a titolo personale del gruppo) : questo fu lo spirito del discorso del $1^{\circ}$ dic. 1922 a Torino.
La collaborazione non poté durare: la frattura avvenne poco dopo. Sturzo non aveva dato alcuna carta bianca a Mussolini. L'autonomia e la dignità del P. P. I. dovevano rimanere integre a qualunque costo. Quindi precisazioni e messe a punto: riserve e critiche quando fosse necessario. I trafiletti critici pubblicati di volta in volta da d. Sturzo, il suo discorso di Torino del 20 dic. 1922 causarono reazioni sempre più gravi, e la relazione al Congresso nazionale di Torino del 12 apr. 1923 segnò la definitiva uscita dei popolari dal governo.
Il Congresso di Torino fu un "atto di ardire della direzione del Partito, ed i pavidi benpensanti non volevano che fosse tenuto, ma d. Sturzo ne aveva colto l'assoluta necessità ed anzi previsto la funzione storica. Nel frattempo era uscito Il Popolo, il quotidiano del P. P. I. diretto da Giuseppe Donati. Organo di battaglia, Il Popolo contribuì alla chiarificazione del Partito e alla sua differenziazione, sino al definitivo distacco dalla collaborazione al primo ministero Mussolini, culminante nell'opposizione aperta.
Riuscito vano il tentativo d'inserire la rivoluzione fascista nell'orbita della costituzione e della legalità, approvata, malgrado gli sforzi del gruppo popolare autorevolmente capeggiato da De Gasperi, la riforma elettorale del 23 luglio del 1923, che ab initio assicurava una maggioranza al governo mussoliniano, il P. P. I. passò definitivamente all'opposizione, nonostante la defezione di un tenue gruppo dei propri deputati. Chiusa la legislatura il 24 genn. '24 (nel dic. era avvenuta in Roma la prima aggressione contro Amendola e si susseguirono altri gravissimi episodi di violenza contro le organizzazioni cattoliche e popolari), le elezioni politiche inibette il 6 apr. del ' 24 si svolsero in un clima acceso di violenze con la vittoria decisiva del Partito fascista. "Con tali elezioni, la posizione del P. P. I. nella vita pubblica italiana subisce un radicale mutamento ", rileva lo Jacini, "non più partito di governo e di centro, non più fulcro della maggioranza parlamentare, libero nei suoi movimenti, svincolato anche formalmente da una collaborazione che ogni di più gli pesava, viene a trovarsi affiancato, con funzioni integrative, ad una crescente schiera di liberali, di democratici, di socialisti, formando con essi la svariata compagine dell'opposizione costituzionale impegnata a difendere le libertà statutarie".
Ma occorre risalire ad un fatto oltremodo significativo nella vita del Partito. D. Sturzo, sopraffatto dalla reazione, presentò le sue dimissioni il 10 luglio 1923 al Consiglio nazionale del Partito, radunatosi in quei giorni, nel vivo dell'opposizione condotta dal gruppo parlamentare contro la riforma elettorale e contro il governo fascista. Egli dichiarò che non era mosso a ciò da divergenze con il gruppo parlamentare, ma per non dare più oltre agli avversari il pretesto di equivocare sui rapporti del P. P. I. con la Chiesa e quindi coinvolgere questa negli inevitabili contrasti politici che il Partito doveva affrontare per la difesa e la realizzazione del suo programma ideale e pratico. Il Consiglio nazionale decise allora di affidare le funzioni della segreteria politica ad un triumvirato, al quale furono nominati l'on. Rodinò quale presidente, l'on. Gronchi quale segretario e l'avr. Spataro quale vice segretario. L'impressione nel Partito fu intensa, e imponente la manifestazione di omaggio a d. Sturzo. Le dimissioni di lui vennero seriamente spiegate: nel campo ministeriale come un successo di Mussolini, in altri campi come preludio ad un irrigidimento del gruppo popolare all'opposizione; ma esse erano divenute inevitabili in quanto le direttive di persecuzione da parte del governo fecero temere che l'ostilità fascista contro d. Sturzo ed il Partito potesse estendersi al clero in genere. Intanto avveniva l'uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti ( 10 giugno 1924) e di d. Giovanni Minzoni, arciprete di Argenta (14 ag. 1924).
Dopo le dimissioni e fino al giorno dell'esilio, d. Sturzo riprese intensamente gli studi e diede vita al Bollettino di scienze sociali e politiche, viva rassegna critica di esame e di dibattito dei principali problemi che si
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agitavano nel campo della cultura sociale e politica italiana e straniera. Quando d. Sturzo partì da Roma per Londra, il 25 ott. 1924, la segreteria e la direzione del Partito furono assunte da Alcide De Gasperi, che con l'aiuto di Spataro mantenne e rinsaldò le file fino a che non venne travolto dalla violenza.
I popolari diedero soccorso validissimo al movimento politico detto dell'Aventino, provocato dai delitti politici e da altri gravissimi attentati liberticidi compiuti dalle squadre nere, che rendevano inattuabile l'esercizio del potere parlamentare da parte dell'opposizione.
La campagna Matteotti fu per il giornale del Partito, Il Popolo, il maggior titolo di onore. Donati, con la sua denuncia contro De Bono, presentata all'Alta Corte di giustizia, e con una serie di articoli minutamente documentati, denunciò in modo inoppugnabile le responsabilità politiche del delitto. Lo stesso ardore manifestò nella campagna giornalistica e nella denuncia contro Balbo per l'assassinio di d. Minzoni (dopo il delitto Matteotti, De Gasperi, che fu uno dei membri più attivi del comitato direttivo dell'Aventino, insieme con Amendola e Di Cesare si recò al Quirinale per presentare al Re le richieste dell'opposizione contro il delitto).
VI. Ultrino Consoresso. - L'ultimo Congresso del P. P. I. fu tenuto in Roma, nella primavera del 1925, in un'angusta sala nei pressi di S. Andrea della Valle, dove De Gasperi riunì gli amici fedeli. Dopo un esame della situazione si concluse che, tolta ormai ogni possibilità di azione o di reazione, non rimaneva che affermare la propria indipendenza morale. Il 14 dic. 1925 anche De Gasperi fu costretto a dare le dimissioni da segretario politico del Partito e a ritirarsi a vita privata.
Il 25 genn. 1927 fu decretato lo scioglimento della Camera ed il gruppo parlamentare popolare, già stroncato con il provvedimento di decadenza del mandato parlamentare dei deputati aventiniani, cessò di esistere anche teoricamente. La maggior parte degli esponenti del Partito fu privata del passaporto e del porto d'armi e costretta a ricevere la carta d'identità munita delle impronte digitali. Qualsiasi carica pubblica fu loro inibita e fu loro consentita solo, in limiti molto ristretti, l'attività professionale.
VII. Funzione storica del Partito. - Per riassumere in un giudizio sintetico la funzione storica del P. P. I., si può legittimamente affermare che il Partito, trasferendo in sede autonoma i principi della scuola sociale cristiana, diede una coscienza demo-catico-cristana ed una responsabilità ad una frazione notevole di cattolici italiani, sottraendoli alla tutela e minorità delle classi politiche dirigenti; e d'altra parte contribuì a disimpegnare la Chiesa dai contrasti dei partiti.
L'odierno Partito democratico cristiano non ne è che l'erede ed il continuatore.
Bibl.: G. de' Rossi, Il P. P. I. dalle origini al Congresso di Napoli, Roma 1920; id., I popolari nella XXVI legislatura, ivi 1923; L. Sturzo, Dall'idea al fatto, ivi 1921; id., Riforma statale e indirizzi politici, Firenze 1923; id., Popolarismo e fascismo, Torino 1924; id., L'Italia et le fascisme, Parigi 1927; G. Salvemini, Il P. P. I. e la questione romana, Firenze 1922; G. Petrocchi, Collaborazionismo e ricostruzione popolare, Roma 1923; id., D. Luigi Sturzo, ivi 1945: id., De Gasperi, la democrazia cristiana e la politica italiana, ivi 1946; I. Giordani, La politica estera del P. P. I., ivi 1924; id., La verità storica e una campagna di denigrazione, ivi 1925; id., Pionieri della democrazia cristiana, ivi 1942; G. Della Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana, Città del Vaticano 1944; A. De Gasperi, Studi ed appelli della lunga vigilia, Roma 1946; G. Volpe, L'Italia moderna, II, Firenze 1949; S. Jacini, Storia del P. P. I., Milano 1951.
Giuseppe Petrocchi
PARUSIA. - Termine greco ( $\pi \alpha \rho \rho \omega \sigma i \alpha$ ) che nel Nuovo Testamento designa ( 16 volte su 24) la seconda venuta di Gesù per la fase conclusiva del Regno messianico.
Significa propriamente "presenza" (da $\pi \alpha \rho \omega \hat{\omega} \nu$ "presente") e per ovvia estensione il "presentarsi", la "venuta"; tale uso classico ricorre 3 volte nei Settanta (II Mach. 8, 12; 15, 21; Iudt. 10, 18) e 6 volte in s. Paolo
(I Cor. 10, 10; ecc.). La "venuta con potenza e gloria" (Mt. 24, 30) di Gesù è detta p. da s. Paolo 7 volte (I Cor. 15,23 e 6 volte in I-II Thess., oltre la p. dell'Anticristo in II Thess. 2,9), da Inc. 5, 7.8, da II Pt. 1,16; 3,4.12, da I Io. 2,28, e da Mt. 24, 3.27.37.39. Vi equivalgono i termini: "giorno [del Signore o Cristo]" ( 17 volte in s. Paolo: Act. 2,20; I Pt.3,10, 12; Apoc. 16, 14), "manifestazione" ( $\varepsilon \pi \varepsilon \rho \alpha \dot{\alpha} \alpha \dot{\alpha} \alpha$ : 5 volte nelle epistolle pastorali), "rivelazione" ( $\dot{\alpha} \pi \alpha \alpha \dot{\alpha} \lambda \omega \hat{\mu} \alpha$ : I Cor. 1,7; II Thess. 1,7; I Pt. 1,7.13; 4,13). E detta anche "visita" ( $\varepsilon \pi \varepsilon \sigma \alpha \alpha \sigma \hat{\eta}$; Lc. 19,44; cf. 1,68.78; 7,16; I Pt. 2,12