volume-09

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is christianae di Ugo Grosso e il Pugio fidei christianorum di Raimondo Martini, domenicano spagnolo del xiri sec.

La prima edizione dei Pensieri, in pochi esemplari, è del 1669 , ristampata l'anno dopo per il pubblico con il titolo Pensées de M. Pascal sur la religion et sur quelques autres sujets. Era stata preparata da un "comitato " di cui facevano parte l'Arnauld, il Nicole, Jean Filleau de la Chaise ed altri amici di P. Di fronte al problema se pubblicare i frammenti come l'autore li aveva lasciati, o raggrupparli, sceglierli ed integrarli, il "comitato " credente opportuno di scegliere i frammenti " più chiari e compiuti ", di dar loro ordine sistematico, di raggrupparli secondo gli argomenti e di apportarvi correzioni e tagli. L'edizione del 1669 servì di base alle successive, fino a quando V. Cousin rilevò la necessità di curarne una meno manchevole. Nel 1844 fu pubblicata la prima edizione integrale delle Pensées a cura di P. Faugère, alla quale seguirono altre fino a quella del Brunschvicg (1897), e alle successive, pure importanti, dello Strowski (1930) e del Tourneur (1938).

A "persuadere" l'ateo il P. sceglie la via psicologica, il cui metodo non è l'esprit de géometrie, ma l'esprit de finesse, che deve tener conto del singolo e adattarsi ad esso; dunque conoscere l'uomo nei più segreti movimenti del suo cuore, nelle contrarietà della sua natura e metterlo di fronte all'enigma (l's incomprensibile mostro ") che egli è a se stesso. Non è che P. rifiuti l'apologetica tradizionale, né che la sua sia puramente soggettivistica e fideistica. Tutt'altro: 1) è sempre un atto razionale quello con cui la ragione riconosce i suoi limiti e che vi è un ordine di verità che la oltrepassa, tranne che non si voglia chiamare razionalità la superbia della ragione. P. è pronto a dire : se s'innalza io l'abbasso; se si abbassa io la innalso, contro le due opposte astrattezze del dogmatismo razionale e dello scetticismo (v.). Ciò che è al di sopra della ragione non è affatto contro la ragione. La critica pascaliana dell'« amena ragione che il vento muore e in tutti i sensi " vuole avere questa funzione liberatrice e purificatrice; infatti, è rivolta contro la "raison superbe que la malignité étale en tout son lustre». Tre sono i modi di credere : per raison, per coutume, per inspiration. P. dà il pri-
mato a quest'ultima, ma non esclude la ragione: una pura e semplice religion du coeur è insufficiente, come una pura e semplice religion de la raison è la negazione della religione cristiana. Dunque : coeur e raison: il cosiddetto " fidetismo " di P. è un'esagerazione di alcuni suoi interpreti. Anche la celebre prova del pari (Pensées, ed. cit. in bibl., 233) è razionale e non pragmatistica. Tutto l'uomo porta alla religione.

Da qui i limiti e il pregio dell'apologetica pascaliana: il pregio di essere intrinseca come metodo (sempre che si tengano ben distinti i duc ordini del naturale e del soprannaturale) e i limiti di essere psicologica, anche se la psicologia pascaliana riesce ad attingere profondità metafisiche. Immenza anche l'importanza storica di questa apologetica: in un momento decisivo della storia del pensiero umano, quando fede e ragione, cristianesimo e scienza non formavano più quell'unità che caratterizza il migliore medioevo ed erano a volte in aperto contrasto, P., il contemporaneo di Cartesio, per primo vide il problema e l'affrontò, portandovi dentro le esigenze più vive del pensiero moderno e dimostrando come esse possano essere soddisfatte da quella tradizione e da quella religione contro cui la ragione si ribellava. L'apologia incompleta e frammentaria resta la prima e grandiosa protesta di un moderno che la nuova scienza ha fatto progredire a gran passi, contro quella modernità che, dopo aver staccato l'uomo da Dio e poi postolo contro, ha finito per mettere l'uomo al posto di Dio. P. mette l'uomo di fronte alla Croce di Cristo. Il Dio fatto uomo, il Mediatore, è tutto il suo cristianesimo: senza Cristo nulla si spiego, non la scienza e non la geometria, non la natura e non l'uomo. E quello di P. è il Cristo perseguitato, deriso, condannato, flagellato e crocifisso, che gl'ispirò le pagine immortali del Mistero di Gesù.

Qui tutta la peculiarità del cristianesimo pascaliano e qui i limiti di esso: Adamo e Cristo; Adamo che offende Dio e cade e con lui cade l'uomo; Cristo che si addossa il peccato e muore per il riscatto dell'uomo. P. non sa vedere Cristo risorto e trionfante, Cristo nella Gloria. Il suo Dio è Cristo crocifisso; il suo uomo è l'uomo caduto. Il Dio-Padre, che crea per amore e che è provvidenza, è offuscato (quasi dimenticato) dal Dio-Figlio, che soffre ed è crocifisso dagli uomini. Tuttavia le Pensées, apologia incompleta e frammentaria, per la loro eloquenza incisiva, per il pathos profondo che le anima, per le verità che contengono sono forse, dal '600 in poi, una tra le più efficaci apologie del cristianesimo.

BrisL.: Oeuvres complètes de B. Pascal, ed. L. Brunschvicg, P. Bourroux e F. Gabier, in 14 voll., Parigi 1904-14: Pensées et Opuscules, ed. L. Brunschvicg, ivi 1897 (ha avuto ca. 20 edd.). Altre edd.: F. Strowski, 3 voll., ivi 1923-30; P. Chevalier (un vol. comprendente, col titolo L'oeuvre de P., le Pensées, le Pro. pinciale, le lettere, gli opuscoli, gli Ecrits sur la Gr.ées, gli scritti di fisica e saggi dagli scritti matumatici), ivi 1936. Altre edd. delle Pensées: P. Faugère, ivi 1844: H. Massis, ivi 1907; Z. Tourneur, 2 voll., ivi 1938. Su P.: G. Michaux, Les époques de la pensée de P., Parigi 1898, $2^{\circ}$ ed. 1902; V. Giraud, P.: l'homme, l'oeuvre, l'influence, ivi 1898; $4^{\circ}$ ed. 1922; F. Strowski, P. et son temps, 3 voll., ivi 1907-13; J. Chevalier, P., ivi 1922; numero consacrato a P. nel terzo cent. della nascita, dalla Reo. de métaph. et de morale, 290 -giugho 1923: C. A. Sainte-Beuve, Port Royal, I. III, t. 2 e 3, Parigi 1923: L. Brunschvicg, Le gènce de P., ivi 1924: A. Maire, Bibl. génér. des oeuvres de P., 5 voll., ivi 1923-27 (ricchissima bibl. fino al 1925); F. Gentile, P. Saggio d'interpretazione storica, Bari 1928; C. Constantin, s. v. in DThC, XI, II, coll. 2074-2203; A. Pastore, Il cuore di P., nel vol. Stritti di storia filosofia, Milano 1939; F. Serini, P., Torino 1942; M. F. Sciacca, P., $2^{\circ}$ ed., Brescia 1946; id., P. (antologia), ivi 1946; id., Il pensiero moderno, ivi 1949, pp. 19-33 (con bibl. aggiornata e ampia).

PASCAL, JACQUELINE. - Terza ed ultima figlia di Etienne P. e di Antoinette Begon, dopo Gilberte e Blaise, n. a Clermont il 5 ott. 1625, m. a Parigi il 4 ott. 1661.

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Alla fine del 1631 Etienne P. lascio Clermont ed il proprio ufficio d'intendente per trasferirsi a Parigi con i figli ed attendervi alla loro educazione. J. dimostrò subito un interesse ed un'attitudine eccezionali per la versificazione; a Rouen - dove la famiglia era venuta a stabilirsi vide coronate dal premio, presente il grande Corneille, alcune sue stanze. La Cresima, ricevuta alla fine del 1646 , parve distogliere l'animo ed i pensieri di J. da ogni cura mondana e li rese più
permeabili alla spiritualità gnonsenistica penetrata in quelJ'anno nella famiglia P. attraverso l'amicizia premurosa e fedele dei gentiluomini normanni Deslandes e la Souteillerie. La giovinetta rinunzio al matrimonio e, trasferitasi l'anno seguente a Parigi, rivolse le sue aspirazioni al vicino monastero di Port-Royal-des-Champs. Non interruppe la sua attività letteraria, limitata però esclusivamente a soggetti pii, come attestano 51 assai notevoli Pensées édifiantes sur le mystere de la mort de nostre Seigneur Jésus Christ (1650).

Morto il padre nel sett. 1651, nessun ostacolo si oppose seriamente - neppure qualche contrasto di Blaise - alla sua decisione, già maturata nel 1648 , di entrare in convento ( 4 genn. 1652 ), e, un anno dopo, di pronunciarvi i voti sotto il nome di suor Ste-Esphémie. Da Port-Royal seguì la crisi spirituale del fratello, culminata nella cosiddetta seconda conversione (1654) e poi nella polemica delle Provinciales. Addetta alla cura delle novizie, e poi all'educazione delle fanciulle, ebbe occasione di stenderne le regole e di interessarsi al valore pedagogico della Nouvelle méthode de lecture (basata sulla enunciazione fonetica e non convenzionale delle lettere) escogitata dal fratello. Chiuse nell'apr. 1661 le scuole di PortRoyal, nel luglio J. per obbedienza si indusse a firmare il formulario di condanna dell'Augustinur e delle sue cinque proposizioni approvato all'Assemblea ecclesiastica del 1656 : sottomissione per lei assai dolorosa. Morì pochi mesi dopo la sua priora, Angélique Arnauld.

Bibl. : opere: Lettres, opuscules et mémoires de m.me Pórier et de Jacqueline soeurs de Pascal, et de Marguerite Pórier, sa nièce, publiée sur les manuscrits originaux da P. Fougère, Parigi 1843. I versi, rivodati sui manuscriti, furono raccolti nella monografia fondamentale di V. Cousin, 7. P., Parigi 1844. Studi : buoni profili divulgativi di Clementina de Courten, 7. P., Pavia 1938; di François Maurice, Blaise P. et sa soeur 7., Parigi 1931; trad. it. Milano 1949; e di Jacques Rennes, 7. P., Ginevra 1948. Cf. le bibl. di pascal, Scatse.

PASCARELLA, Cesare. - Poeta, n. a Roma il 28 apr. 1858 , ivi m. l'8 maggio 1940.

Esordì come poeta con sonetti romaneschi, apparsi sul Capitan Fracassa, nei quali si andava profilando una sua personalità pensosa e malinconica. Ma la tendenza al racconto, alla rappresentazione obiettiva e pur trasfigurata da un intenso lievito lirico, si accentrava e organizzava, sotto l'influsso carducciano, in tentativi di maggior impegno (Il morto di campagna, 1884), fino a sboccare nelle ampie visioni storiche di Villa Glori (1886) e La scoperta dell'America (1894) : epica riportata alle sue fonti
più genuine e rimessa in bocca a un ingenuo rapsodo trasteverino, che, spogliandola di ogni aura leggendaria, le conferisce un rilievo realistico e la rende quasi contemporanea. Segni di stanchezza, oltre qualche lacuna nello svolgimento storico, si rilevano nei 350 sonetti di Storia nostra, epopea italiana dalla fondazione di Roma in poi.

L'anticlericalismo del P., che appare dichiarato e convinto in alcuni sonetti, si fonda, più che su motivi dogmatici o etici, sulla polemica, comune ad altri scrittori coevi, intorno al dominio temporale.

Bibl.: B. Croce, La letteratura della nuova Italia, II. Bari 1929, pp. 301-14; E. Bizzarri, Saggio di bibliografia pascarelliana, in Il libro ital., 3 (1941), pp. 289-302; id., Vita di C. P., Bologna 1941; G. Brigante Colonna, Romano de passaggio, Roma 1942. Circa alcune correzioni apportate dal P. stesso in una ed. dei suoi Sonetti (1939), per attenuarne l'intonazione anticlericale, cf. E. Bizzarri, Pascarelliana, in Italia che scrive, 23 (1940), p. 242, su cui v. N. Moscardelli, ibid., 24 (1941), p. 20.

Nicola Vernieri
PASCASINO, vescovo di Lilibeo. - Era già vescovo nel 440 , quando fu fatto prigioniero dai Vandali, sbarcati in Sicilia; durante la prigionia fu sottoposto a maltrattamenti, come egli stesso scriveva più tardi al papa Leone Magno.

Questi lo inviò suo legato e presidente al Concilio di Calcedonia (451), dove P. adempì con perizia e tatto il suo mandato concluso con la condanna di Eutiche (v.) e di Dioscoro vescovo di Alessandria (v.). Il papa Leone Magno ne loda, nelle sue lettere, la fede inconcussa e la vasta e sicura dottrina, e a lui si rivolse per questioni liturgiche. M. dopo il 453 .

Bibl.: PL 24, 606 seg., 930-36; Mansi, VI, pp. 5291102; Lanzoni, p. 643; Fliche-Martin-Frutaz, IV, pp. 223-37. Agostino Amore
PASCASIO, Radberto. - Teologo e abate benedettino, n. nella regione di Soissons ca. il 790 , m. a Corbie nell'865 ca. Monaco e scolastico a Corbie, nell'822 partecipò con il suo abate Adalardo e con Wala alla fondazione dell'abbazia di Corwey (Nuova Corbie) in Germania. Eletto abate di Corbie nell'844, fu presente ai Concili di Parigi (847) e di Quierzy (849). Verso l'851, per difficoltà interne, si ritirò come semplice monaco a St-Riquier, donde ritornò in seguito a Corbie.

Per le sue numerose opere agiografiche, esegetiche e teologiche (PL 120) tiene posto eminente tra gli autori della rinascita carolingia. Degne di nota: Vita s. Adhalardi; Epistphium Arsenii seu vita Walae; Commentarius in Mt.: è, quest'ultima, l'opera più ampia di P., sintesi delle sue omelie e dei suoi corsi biblici nella schola monastica; intessuta di testi patristici, è tuttavia l'esegesi più personale fra quelle dei contemporanei; Expositio in Ps. 44 (piè elevazioni sulla vita religiosa); Expositio in lamentationes Jeremiae, sui mali della Chiesa nel decadente Impero carolingio; De fide, spe et caritate, importante per la storia del trattato delle virtù teologali; De partu Virginis, combatte la tesi di Ratramno (v.) rivendicando la verginità di Maria in partu; Homilia de Assumptione B. V., nota come lettera di s. Giordanno a Paola ed Eustochio (PL 30, 126-47); Homiliae de Assumptione B. V., edite tra le opere di s. Ildefonso (PL 96, 239-68) : le prime 3 sono probabilmente di P., le altre 4 sono discusse; Historia de ortu E. Mariae (tra le opere dubbie di s. Girolamo: PL 30, 308-15) : rimaneggiamento del Protovangelo di Giacomo sull'infanzia della Madonna.

Il celebre Liber de Corpore et Sanguine Domini fu scritto nell'831 a richiesta di Warin, abate di Corwey, per i monaci sassoni e di cui alcuni estratti circolarono subito come testi di s. Agostino; nell'844 P. ne curò una $2^{a}$ ed. (dedicata a Carlo il Calvo), che diede origine a una nutrita controversia eucaristica (v. eucaristia; messa), in cui oppositori furono soprattutto Ratramno e Rabano Mauro (v.); P. accentuò il suo realismo nel cap. 26 del Commentarius in Mt. e nell'Epistola ad Frudegardum de Corpore et Sanguine Domini (cf. A. Wilmart, Analecta Reginensia, Città

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(par cortesia di mans. C. Foliant)
Pascoli, Giovanni - Ritarito.
del Vaticano 1933, pp. 267-78). L'ardita tesi del Geiselmann, secondo cui $P$. ammise una mutazione soltanto simbolica del pane e del vino (ontologicamente immutati) nel Corpo e nel Sangue resi presenti per un'azione riproduttiva (quasi creatio), è stata sagacemente confutata dal p. Gliozzo (v. bibl.). La vigorosa affermazione dell'identità del Corpo eucaristico con quello storico (idem Corpus quod natum est ex Virgine) è costantemente spiegata con la mutazione totale degli elementi in quel termine preesistente; pertanto $P_{\text {., }}$ pure eccedendo nell'ammettere una specie di "transentazione" a scapito della realtà delle specie sensibili, si muove decisamente nella direzione teologica, che dopo 7 secc. fu fissata dal Concilio di Trento e la sua opera deve essere ritenuta, nonostante le incertezze e le imprecisioni, il primo saggio di teologia eucaristica.

BibL.: J. Geiselmann, Die Eucharistielehre der Vorscholastik, Paderborn 1926, pp. 144-70; C. Lambot, L'homilie du ps. Ycrôme sur l'Assomption, in Revue bénédictine, 46 (1934), pp. 263-82; H. Peltier, Pascase Radbert abbé de Corbie, Amiens 1938; id., Radbert (Pascase), in DThC, XIII, coll. 1628-39; A. Molin, Pascase Radbert, in Revue apologetique, 66 (1938), pp. 698-703; M. Jugie, La mort et l'Assomption de la Ste Vierge, Città del Vaticano 1944, pp. 277-78; C. Gliozzo, La dottrina della conversione eucaristica in P. R. e Raltrammo monaci di Corbie, Palermo 1942, con bibl.; G. Quadrio, il trattato - De assumptione B. M. V. della Parode-Agostino e il suo influsso nella teologia ascanzionistica latina, Roma 1921, pp. 86-90; S. Bonano, The divine maternity and eucharistic body in the doctrine of. P. R., in Eph. mariologiae, I (1921), pp. 379-94. Antonio Piolanti
"PASGENDI DOMINICI GREGIS": v. MODERNISMO.
"PASCHALE MUNDO GAUDIUM". - Inno delle Lodi nel comune degli Apostoli durante il tempo pasquale.

Le tre strofe che lo compongono fanno parte dell'inno falsamente attribuito a s. Ambrogio: Aurora coelum purpurat, di data, però, assai antica e di autore ignoto (cf. Blume, LI, p. 9o). Vi si esprime la gioia degli Apostoli per la Risurrezione di Gesù, della quale essi saranno i testimoni autorizzati ed ufficiali.

BibL.: J. Wakernagel, Deutsche Kirbendied, Lipsia 1864, p. 348; S. G. Pimont, Les hymnies du Bréviaire romain, Parigi 1884, pp. 101-108; C. Albin, La poésis du Bréviaire, Lione s. 4., pp. 393-96; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 249 .

Silverio Mattei
PASCOLI, Giovanni. - Poeta, n. il 31 dic. 1855 a S. Mauro di Romagna, m. a Bologna il 6 apr. 1912 e sepolto nella cappella, presso la casa, a Castelvecchio di Barga in Lucchesia. Dell'adolescenza e della prima giovinezza, immagine viva e superstite in ogni opera futura rimane la morte : il ricordo accorato dell'assassinio (ro ag. 1867) del padre Ruggero, fattore dei principi Torlonia, i lutti ininterrotti della sua famiglia : nel nov. del '68 mori la sorella Margherita, nel dic. la madre Caterina Vincenzi Alloccaselli, nel '71 il fratello Luigi, nel '76 il maggiore dei fratelli Giacomo. Ebbe l'educazione umanistica nel collegio «Raffaello» di Urbino tenuto dai pp. Scolopi (ricorderà, tra tutti, il p. Donati) e compì i corsi
universitari, discepolo del Carducci e del Gandino, a Bologna, dove nell' '82 si laureò con uno studio sulla poesia di Alcco.

Non fu estraneo ai moti politici del suo tempo: scrisse i primi articoli per Il martello di Andrea Costa, dichiarandosi "socialista non di partito, ma dell'umanità ", e subì l'arresto e alcuni mesi di carcere preventivo a S. Giovanni in Monte, per aver partecipato a una dimostrazione violenta degli internazionalisti. La vita del P. fu poi legata alle vicende dell'insegnamento. Le sue peregrinazioni per l'Italia, come professore di latino e greco, hanno per luogo d'incontro le scuole liceali di Matera, Massa, Livorno; solo nel ' 95 gli fu affidato l'incarico di letteratura greca e latina all'Università di Bologna. Trasferito quindi come ordinario a Messina alla cattedra di letteratura latina, nel 1903 passò a Pisa e due anni dopo a Bologna, successore del Carducci.

Le prime liriche, inviate ora alla Cronaca bizantina, ora al Convito, apparvero nel '91 riunite nel volumetto Myriose ( $1^{\circ}$ ed. Livorno) - una stele funeraria dedicata ai suoi morti - dove, fuori di ogni compiacenza arcadica, prende tuttavia forma e colore una visione nuova della natura, scoperta e dichiarata in una poetica di elezione: quella del poecullino che vede e ricerca il mondo con occhi meravigliati, con animo fantastico e sognante. "Nasse la poesia - scrisse il P. - che per ciò stesso che è poesia (senza essere poesia morale, civile, patriottica, sociale), giova alla moralità, alla patria, alla società ". Così tra le rimembranze della Romagna, tra le Alpi Apuane, la Pania, il villaggio di Barga, in ambienti ben precisi spaziano i Poemetti (Virenze 1897), i Conti di Castelvecchio (Bologna 1903), i Nuovi poemetti (ivi 1909), vere bucoliche e georgiche moderne, che rivelano nel P., oltre il virgiliano amore alla terra, un'ansia di varcare l'idea positivistica del tempo per un concetto più universale della vita. Dall'agnosticismo circa la realtà e la storia, derivatogli da Giuseppe Ferrari e da Edoardo Hartmann, il poeta passa ad una concezione dell'esistenza fondata sul dovere della bontà, e alla solidarietà leopardiana della Giustra come corollario aggiunge l'accettazione del mistero. In questa carchia di passioni ideali e di contrasti inerenti alla vita egli interroga il cosmo, gli uomini della sua generazione, e li considera come fuori del tempo, simboli ab oeterno (Odi e inni, Bologna 1906). Con innovazioni ardite la sua poesia propone e fonda nuovi cicli per un epos moderno, definendo in extenso la missione millenaria dell'Italia medievale e moderna (Poemi del Risorgimento, Inno a Roma, Inno a Torino, ivi 1913; Poemi italici e Canzone di re Enzio, ivi 1914); il significato e la spiritualità degli avvenimenti storici dell'antica Roma (Carniosa, ivi 1914); gli aspetti ancora giovani dell'epopea omerica, dei miti greci, delle intuizioni platoniche (Poemi conviviali, ivi 1904), che nel neoclassicismo sembravano aver trovato la morte. Non c'è nella poesia del P. il residuo letterario e culturale; la sua poesia, come disse il Serra, "è di cose, è nel cuore stesso delle cose». Di qui una specie di impressionismo, che si ripiega talora su vezzi e modi infantili, da giustificare in alcune liriche la formola crociana di un P. "atassico", non coordinatore dei suoi movimenti. Ma nel P. maggiore e minore è pur sempre una destrezza ed una esperienza unica della lingua ed una rara efficacia di invenzione creativa; la novità delle immagini, l'analisi delle sensazioni, la felice aggettivazione, le analogie frequenti, il valore fonico della parola ("Penso che nessun artista moderno abbia posseduto l'arte sua come G. P. la possedeva" annotò il D'Annunzio), sono in armonia con la vita della campagna da lui descritta, con la rievocazione delle gioie domestiche e con l'amore, quasi un culto religioso, delle memorie antiche.

Documento maggiore del P. erudito sono le antologie latine: Epas (Livorno 1895), Lyra romana (ivi 1897; v. lo scritto introduttivo Storia della poesia lirica in Roma fino alla morte di Orasio), quelle italiane: Sul limitare (Palermo 1889) e Fior da fiore (ivi 1901), che riflettono l'orientamento del suo gusto, e i volumi di critica dantesca: Minerva ascura (Livorno 1898), Sotto il velame

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(Messina 1900), La mirabile visione (ivi 1902), Conferenze e studi danteschi (Bologna 1915), nei quali prevalgono le ricerche simboliche e mistiche, talora arbitrarie e antistoriche, sulla natura umana personificata in Dante, sul peccato originale e la riconquista del paradiso terrestre, sui parallelismi della Croce e dell'Aquila e la struttura delle tre cantiche, sulla "triplice incarnazione allegorica" del poeta in Giacobbe, Enes, Paolo.

Premesso, come il poeta ebbe a confessare a Giovanni Acri, che per lui la religione doveva essere "una semplice sottomissione dell'anima senza forma di culto esterno ", tra l'ideale del P. e l'ideale cattolico è visibile la frattura. A confortare il suo dubbio e l'angosciosa ricerca, il P. si rifugiò in una religiosità vaga e di sentimento, in un cristianesimo ed un francescanesimo estetico. L'umanità gli apparve sempre in una zona di ombra misteriosa, come quella che cerchia I due orfani nella notte oscura, o la cristianità inginocchiata avanti La Poeta Santa, una umanità sulla quale incombe il fato terribile della distruzione finale (Il ciocco). Riflesso di una speranza religiosa, di ciò che il suo sentimento invocava, in contrasto con la ragione, sono alcuni Carmina (Poemata christiana: Centurio, 1901; Paedagogium, 1903; Panum Apollinis, 1904; Agape, 1905; Post occasum urbis, 1907; Pampanio Graecino, 1909; Thallusa, 1911), dove la poesia latina fiorisce in esametri o nei metri di Orazio e di Catullo, con ricchezza e proprietà di linguaggio che tien conta non solo dei poeti dell'età zugustea, ma degli scrittori di prosa come Varrone, Columella, Plinio; una poesia originale e moderna, che a meraviglia esprime il poifoso del mondo pagano in agonia e la trepida attesa della luce cristiana. Liriche che sono all'unisono con quelle del P. italiano, quando dal dogma e dall'etica del cristianesimo trae motivi per descrivere l'ora della preghiera (L'Angelo), la vita e la morte di una vergine (Suor Virginio), le parabole del Signore (Piccolo Vangelo), i pastori di Betlemme (In Oriente), l'annunzio in Roma della nuova franchigia al gladiatore che muore, dopo i saturnali, nella notte della Natività (In Occidente), o quando pone l'interrogativo sulla finalità divina nel prescegliare, tra milioni di astri, solamente la terra per l'Incarnazione (La Pecarella smorrita), o ritrova nell'atmosfera dei Fioretti il senso della povertà e della natura, figlia di Dio (Paulo Ucello), o invoca, per il suo trapasso, l'Eucaristia (Il Viatico). Tutto ciò rende vislido il giudizio del Pietrobono: "Non ritrovo Dio con la certezza dei suoi primi anni; ma lo cercò instancabilmente; non poté, con suo vino rimpianto, ${ }^{2}$ riconquistare la fede nell'immortalità dell'anima, ma ${ }^{2}$ la invocò tutta la vita; non immaginò neppure di poter passare per un filosofo, ma non smise mai di agitare tra sé i massimi problemi. Non giunse, insomma, ad una soluzione, e di questo molti provano fastidio; di questo che è lo stato d'animo in cui è riposta la ragione della sua poesia...
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(per cortesia di mons. G. Fallani) Pascolt, GIOVANNI - Autografo. Il poeta ringrazia padre Pietrobono dei candelieri inviatigli per la sua cappellina di Barga.

Al pari del suo Tolstoi seguitò a cercare e cercare fino alla fine, e la morte lo sorprese che si aggirava ancora per le buie contrade dell'essere e del non essere con la sua fioca lampada in mano, e gliela spense».

Bial.: indicazioni bibl. a cura di G. Brizanti e M. Ferrara in Studi pascoliani, I, Bologna 1927, pp. 62-69; II, 1929, pp. 76-79; III, 1933, pp. 91-92; IV, 1936, pp. 108-109. Opere: Tutte le poesie italiane di G. P., con prefazione di A. Baldini, $4^{a}$ ed., Milano 1950; Carmina, ivi 1951. Studi: P. Lingueglia, L'ideale di P. e l'ideale cattolica, Parma 1912; B. Croce, G. P., Bari 1920; F. Morabito, Il misticismo di G. P., Milano 1920; L. Valli, L'allegoria di Dante secondo G. P., Bologna 1922; A. Gandiglio, P. poeta latino, Napoli 1924; A. Meozzi, La vita e la meditazione di G. P., Firenze 1924; E. Turolla, G. P., Roma 1926; B. Giuliano, La poesia di G. P., Bologna 1934; N. Benedetti, La formazione della poesia pascaliana, Firenze 1934; P. Bianconi, P., Brescia 1935; W. Binni, La poetica di G. P., in La poetica del decadentismo italiano, Firenze 1936, pp. 101-21; L. Pietrobono, P. e il mistero, in G. P., a cura di I. De Blasi, Firenze 1937, pp. 79 99; F. Piemontese, Il pellegrino del mistero G. P., Modena 1938; E. Cozzani, G. P., 4 voll., $2^{2}$ ed., Milano 1939; C. Curto, La poesia del P., Torino 1940; D. Mondrone, Testimonianze e dispareri sulla religiosità di G. P., in Ctr. Catt., 1941, tit. pp. 404-13; G. Pasquali, Poesia latina di P., in Terze pagine stravaganti, Firenze 1942, pp. 251-71; R. Viola, La poesia italiana di G. P., Salamanca 1945; id., Lo svolgimento della critica pascaliana, in La rassegna d'Italia, 2 (1947), n. 4, pp. 109-15; D. Baccini, G. P., Bologna 1947; F. Pasini, Il P. maggiore, studi sui Carmina, Trieste 1948; L. Pietrobono, Commento a La Porta Santa, in Ecclesia, 9 (1950), pp. 646-47. Giovanni Fallani

PASOLINI, GIUSEPPE. - Statista, n. a Ravenna l'8 febbr. 1813, m. ivi il 4 dic. 1876. Conosciuto ed apprezzato da Pio IX quand'era vescovo in Imola, venne chiamato a far parte della Consulta di Stato nel 1847 e successivamente nominato ministro del commercio e vice presidente dell'Alto Consiglio. Dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi si trasse in disparte e finì col lasciare Roma, soggiornando a lungo nella sua villa toscana di Fontallerta, dove usava riunire uomini politici ed economisti italiani e stranieri.

Tornò all'attività politica nel 1857, quando il Papa lo nominò gonfaloniere di Ravenna, incarnandolo nel contempo di delicate missioni diplomatiche di carattere ufficioso. Verso quest'epoca si incontrò di sua iniziativa anche con il Cavour, con cui discusse la possibilità che Pio IX rinunciasse pacificamente alle Romagne. Dopo aver cooperato al trapasso dei poteri fra le autorità pontificie e quelle sarde nelle Legazioni, nel 1860 fu nominato senatore e governatore di Milano. Due anni più tardi, dopo Aspromonte, Vittorio Emanuele II gli affidò l'incarico di costituire un governo extra-parlamentare, ma egli fu per la soluzione costituzionale della crisi e designò il Farini, nei cui ministero entrò con il portafoglio degli Esteri. Nel 1863-64 assolse funzioni diplomatiche ufficiose a Parigi e Londra; fu poi prefetto di Torino e commissario del Re a Venezia dopo la terza guerra di indipendenza. Finalmente fu assunto alla presidenza del Senato, che tenne sino alla morte. Le sue amichevoli relazioni con Pio IX e con Vittorio Emanuele II gli permisero di mantenere discreti contatti fra il Vaticano e il Quirinale. Lasciò interessanti Memorie, edite a cura del figlio ( $4^{2}$ ed. accresc., Torino 1913).

Bial.: oltre le cit. Memorie, il Carteggio P.-Minghetti a cura di Guido Pasolini, Torino 1924-30 (su cui cf. A. N.., M. Minghetti e G. P. negli ultimi due volumi del loro carteggio, in Il. vic. stor., 26 [1941], pp. 477-89). Renzo V. Montini

PASQUA. - Festa maggiore degli Israeliti e dei cristiani. Fu istituita da Mosè per commemorare l'esodo d'Israele dall'oppressione egizia; presso i cristiani designò la solennità commemorativa della Passione e Risurrezione di Gesù.
I. La P. Ebracica. - 1. Istituzione, prescrizioni legali. - La parola P. è il greco názya dei Settanta, dall'ebraico

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Pagqua - Uccisione dell'agnello, unzione delle Parte, passaggio del Mar Rosso: gli ebrei stanno tra le due onde. Miniatura del sce. sit - Troia, Cattolizale, Archivio. Essidot. 3.
pésah "passaggio ", allusione al passaggio di Jabveh nell'Egitto per colpire i primogeniti degli Egizi, risparmiando le abitazioni degli Israeliti. "Un tal giorno sarà per voi un ricordo, e voi lo festeggerete qual festa per il Signore; quale statuto perpetuo, per tutte le vostre generazioni, lo festeggerete" (Ex. 12, 11-14).

La prima volta fu celebrata la P. quando Israele fu liberato dall'Egitto (Ex. 12). Il rito osservato allora fu osservato sempre, eccetto qualche particolare. La festa comprendeva due parti : la prima era la manducazione dell'agnello pasquale la sera del 14 o 15 nîsân; la seconda era la festa degli azzimi, che durava sette giorni. Ogni famiglia di Israeliti si procurava verso il 10 del mese di nîsân un agnello (o un capretto: ibid. 12, 5), lo conservava fino al 14 o 15 nîsân e la sera lo immolava. La sera stessa doveva essere arrostito e mangiato con erbe amare e pani azzimi.

Il pane era azzimo, perché i padri non avevano avuto allora il tempo di farlo lievitare (ibid. 12, 39; Deut. 16, 3), le erbe amare in memoria dell'amarezza della loro vita nell'Egitto (Pésähim, X, 5). Si doveva mangiare in fretta (Ex. 12, 11; Deut. 16, 3), con i lombi cinti, i calzati ai piedi, il bastone in mano, in atteggiamento di chi sta per partire. Del sangue dell'agnello si dovevano tingere il frontone e i due stipiti della porta (Ex. 12, 23). Sembra che questo uso non si sia conservato: in Deut. 16, dove la legislazione sulla P. viene rinnovata, non se ne fa cenno e non aveva più ragione d'esistere. L'immolazione dell'agnello più tardi si compiva solo nel tempio (ibid. 16, 2.5-6; II Par. 35, 5-6.11) e il sangue veniva sparso ai piedi dell'altare. G. Felten giustamente suppone che dopo ciò l'agnello si portava via, e veniva arrostito in ciascuna famiglia. Nella solenne festa pasquale che seguì la riforma di Iosia i leviti stessi si incaricarono della cosa (II Par. 35, 13). Le altre vittime che si immolavano, pecore e buni (cf. II Par. 35, 7-9), erano permesse per accrescere la gioia della festa e per il caso che l'agnello non bastasse a saziare tutti i commensali.

Secondo altre prescrizioni secondarie, erano obbligati a parteciparvi gli uomini, sotto pena di essere recisi dal popolo (Num. 9, 13). Le donne non erano obbligate, ma vi partecipavano soprattutto quando la famiglia era piccola
(Pésähim, VIII, 1). In questo caso si invitavano anche amici e vicini, per potere consumare l'agnello : ai tempi di Flavio Giuseppe i commensali dovevano essere più di 10 e non oltre 20 (Bell. Ind., VI, 9, 3). I pellegrini formavano una famiglia, come nel caso di Gesù e degli Apostoli (Mt. 26, 17-19), e veniva loro offerto un ambiente da persone conoscenti. Solo i circoncisi potevano prendere parte al banchetto pasquale (Ex. 12, 43-49). Quelli che fossero impediti da impurita legale dovevano celebrare la P. il mese seguente (Num. 19, 10-12). Dell'agnello pasquale non doveva avanzare niente per il giorno seguente : ogni avanzo doveva essere bruciato (Ex. 12, 10). Non si doveva romperne neppure un osso (ibid. 12, 46; Num. 9, 12). Durante il banchetto il padre di famiglia doveva spiegare ai suoi il senso della festa (Ex. 12,26-27; cf. 13,8, e Pésähim, X, 4-5).
2. La cena pasquale. - Alcune particolarità della celebrazione pasquale appaiono anche dal racconto della cena celebrata da Gesù nell'ultima sua P. e dalla descrizione della cena negli scritti talmudici.

Dopo la lavanda delle mani (o primo, secondo altre scuole rabbiniche) si mesceva un bicchiere di vino misto con acqua. Del primo bicchiere sembrano doversi intendere le parole riportate da $L c .22,17$ : "prendetelo e dividetelo tra voi ". Dopo l'infusione dell'acqua nel vino, seguiva la benedizione del vino e poi della festa, secondo la scuola di Hillél; invece, secondo la scuola di Šammaj, prima della festa poi dal vino: forse è indicata questa benedizione nella parola di $L c .22,17$ : "rese grazie ". Dopo la benedizione il calice passava e tutti ne bevevano (ordinariamente però ciascuno aveva il proprio bicchiere: F. Nöeschcr, p. 357, nota 1).

Si portava poi sulla tavola l'agnello pasquale. Prima di questo pare che nell'ultima cena di Gesù debba collocarsi la disputa tra gli Apostoli, originata dal posto che occupavano sui letti disposti a forma di triclinio attorno a Gesù (non si mangiava più la cena pasquale in abito e atteggiamento di pellegrini; tutti, anche i più poveri, avevano il diritto di stare a giacere, come i signori). L'altro fatto che ebbe luogo prima della cena legale fu la lavanda dei piedi, per sostituire forse la purificazione delle mani solita a farsi da principio.

Dopo il primo bicchiere si portavano in tavola i cibi pasquali : i pani azzimi, le erbe amare (fattuglie, ramolacci e simili), l'agnello arrostito, l'acqua salata, e finalmente il hâröseth (v.), densa marmellata di datteri, fichi e altri frutti bolliti con aceto. Il padre di famiglia, lavatesi di nuovo le mani, prendeva un poco di erbe amere, le intingeva nel hâröseth e, ringraziando per i frutti della terra, le mangiava. Invitati da lui i commensali facevano altrettanto. Poi uno (il più giovane, un fanciullo) interrogava il padre sul senso della festa, e il padre ne spiegava allora il simbolismo (cf. Ex. 12, 26-27). Seguiva la prima parte dell'itmo detto Mallei (v.) : si cantavano i salmi 113-114 (112-113, 1-8) : era il ringraziamento per la liberazione dall'Egitto, poco prima rievocata. Si beveva allora il secondo bicchiere e aveva principio il vero pranzo. Di nuovo tutti si lavarono le mani, e il padre di famiglia, spezzati i pani azzimi e posteri sopra delle erbe amare, li porgeva ai commensali, dopo pronunziata sul pane e sulle erbe una benedizione. Tutti allora mangiavano dei pani e delle erbe, e solo dopo questo delle altre vittime festive (dette haghîghäh, dal verbo hághagh "celebrare una festa") e dell'agnello pasquale : questo si doveva mangiare tutto, come era prescritto in Ex. 12, 9-10. Si svolgeva allora un allegro convito. Benché non sia detto espressamente, è molto verosimile che Gesù si sia ottenuto al cerimoniale d'uso. Dei colloqui avvenuti durante la cena, non è rimasto che l'annunzio del traditore, che uscì dalla sala durante la cena legale. S. Giovanni nota che l'occasione ne fu il pezzetto di pane intinto nel háröseth e datogli da Gesù (Jo. 13, 30). Ai riti della cena legale Gesù aggiunse i riti con cui istituil l'Eucaristia. Non appare in qual punto preciso abbia consacrato il pane. Della consacrazione del calice è detto espressamente che fu "dopo la cena" (Lc. 22, 30; I Cor. 11, 25). Forse la consacrazione del pane sostituil l'ultimo boccone dell'agnello pasquale, con cui finiva il banchetto; allora precedette immediatamente la consa-

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(par cortesia della dolt. E. Gerlini)
In alto a sinistra: CHIESA DEL S. CUORE A MONT'JIARTRE (1876-1919), rampa monumentale. In alto a destra: La S.te CHAPELLE (scc. xiv). In basso a sinistra: ESTERNO DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO DI SALES, costr. nel 1873 dall'arch. Delebarre de Bay. In basso a destra: CHIESA DELLA SORBONNE (1635), arch. J. Lemercier.

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(fat. Alineri)
(ft. Alineri)

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crazione del calice. Questa coincise, pare, con il terzo bicchiere, che, finita la cena e lavate le mani, si mesceva, unendovi la preghiera di ringraziamento dopo il cibo: esso veniva perciò detto "calice della benedizione" (chiamandolo così s. Paolo conferma l'ipotesi che il calice consacrato fosse il terzo: I Cor. 10, 16). Gesù aggiunse alla consacrazione del calice le parole: "Io non berrò più d'ora innanzi di questo frutto della vita, fino a quel giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel Regno del Padre mio" (Mt. 26, 29). Dal che pare che in quella cena non si sia versato il quarto bicchiere, come si faceva d'ordinario. Versato il quarto bicchiere si recitava la seconda parte del Hallél, cioè i salmi 115-118 (113, 9-117). Questo fu fatto anche da Gesù e dai suoi ( detto il cantico»: Mt. 26, 30). Finito il Hallél si beveva il quarto bicchiere. Così i quattro bicchieri (che tutti insieme non dovevano essere più di mezzo litro, e forse anche meno) segnavano i quattro punti salienti del convito pasquale: la prima benedizione, la spiegazione del senso della festa, il ringraziamento dopo il pranzo e la lode finale.

Il vino usato era rosso; il vino bianco non era stimato. Il banchetto non doveva prolungarsi oltre la mezzanotte, in ossequio alla legge che al mattino non doveva rimanere nulla della vittima pasquale (Ex. 34, 25).
3. La festa degli azzimi e l'offerta del primo manipolo. - Alla festa di P. era strettamente unita la festa degli azzimi, che incominciava il 15 nisān: «sette giorni mangerete azzimi; fin dal primo giorno toglierete il lievito dalle case vostre, poiché chiunque dal primo al settimo di mangerà alcunché di fermentato sarà reciso da Israele" (Ex. 12, 15; 16-20; Lev. 23, 4-8). Si incominciava a mangiare gli azzimi al banchetto dell'agnello (ibid. 8). Nel primo e nel settimo giorno erano tenute sacre adunanze ed era vietato il lavoro (ibid. 16; Lev. 23, 7-8). Ogni giorno venivano offerte vittime, specificate in Num. 28, 19-22.

Riguardo all'offerta del primo manipolo che si doveva fare nel Tempio dopo la P., "il secondo giorno del sabato" o "nel giorno dopo il sabato" (Lev. 23, 11), c'era differenza di opinione tra i farisei e i sadducei. I farisei videro senz'altro in quel "sabato" la solennità del 15 nisān e offrirono il manipolo il 16 nisān, in qualsiasi giorno della settimana esso cadesse. I sadducei, con più ragione, intesero quel "sabato" per un vero sabato e offrirono il manipolo sempre nel giorno successivo, in qualunque giorno del mese esso capitasse. Tale prassi fu soppiantata da quella dei farisei. Ma questo portò i boetosiani a procurare fraudolentemente che il 16 nisān cadesse nel primo giorno della settimana. Il manipolo era della prima mietitura, cioè di quella dell'orzo, che in Palestina, sul litorale e nella pianura lungo il Giordano suole essere in apr. L'offerta significava la consacrazione della mietitura a Dio. Nella Pentecoste (v.) si offriranno i frutti della mietitura già finita, cioè i due pani.
4. Carattere sacrificale; la P. nel Nuovo Testamento. - L'immolazione dell'agnello pasquale oltre che commemorativo aveva anche carattere sacrificale : "E se avviene che i vostri figli vi dicano: Che rito è questo vostro?, voi direte : E sacrificio di P. per il Signore" (Ex. 12, 26 sg .).

In questo passo, come anche ibid. 34, 25 (cf. 23, 18), si adopera la parola xäbbälà che indica un vero sacrificio. Anche in Num. 9, 7.13 si parla di una offerta di sacrificio : si usa la parola qorbän e il verbo qārabh nella forma hiph'il (hipribh). Sap. 18, 9, alludendo all'agnello pasquale, dice che «in segreto facevano sacrificio i pii figli dei buoni». Lo scannare la vittima toccava ai padri di famiglia (Ex. 12, 3-6); solo quando essi non erano puri i leviti li sostituivano in ciò (II Par. 30, 17) (cf. anche per l'oblazione di altre vittime, in cui lo sgozzarle era atto non riservato ai sacerdoti, Ex. 29, 22). Ma l'atto propriamente sacrificale, cioè lo spargere il sangue della vittima intorno all'altore, era riservato ai sacerdoti (II Par. 29, 22; Lev. 1, 11; 3, 2.8). Ora per l'agnello pasquale nella celebrazione della P .
sotto Ezechia i sacerdoti "spargevano il sangue ricevendolo dalla mano dei leviti" (II Par. 30, 16). Lo stesso avvenne nella celebrazione della P. sotto Iosia (ibid. 35, 11). C'è ragione di credere che questo fosse il rito ordinario: così viene descritto nella Mišnāh.

Sul carattere sacrificale dell'immolazione dell'agnello pasquale si fonda la tipologia dello stesso agnello (v.), rilevata da s. Paolo (I Cor. 5, 7). Nel sacrificio della Croce, che non fu seguito dallo spezzamento delle gambe, v. Giovanni vide adempito quello che era stato prescritto (Ex. 12, 46): "Né osso alcuno ne romperete" (Ia. 19, 36).

Oltre il simbolismo dell'agnello è stato rilevato spesso un altro aspetto figurativo della P., cioè l'Esodo degli Ebrei come figura dell'esodo cristiano, cioè della liberazione dal peccato (cf. La vie spirituelle, marzo 1951, tutta dedicata a Pâques, Exode des Chrétiens).

Nel Nuovo Testamento, wāzya significa per lo più la festa pasquale ebraica: Mi. 26, 2 e paralleli Mc. 14, 1; Lc. 22, 1; cf. Lc. 2, 41; Io. 2, 13.23; 6,$4 ; 11,55 ; 12,1 ; 18,39 ; 19,14 ;$ Act. 12, 4; Hebr. 11, 28). Ha però talvolta senso di cena pasquale, come in Mt. 26, 18 sg.; Mc. 14, 16; Lc. 22, 8.9.13. Con il senso di cena pasquale, o meglio di agnello pasquale, si trova nell'espressione: "Mangiare la P." (Mt. 26, 17; Mc. 14, 12-14; Lc. 22, 11.15; Io. 18, 28). Esclusivo è il senso di agnello pasquale nell'espressione "immolare la P."; così Mc. 14, 12 : "Nel primo giorno degli azzimi, giorno in cui immolavano la P." (cf. Lc. 22, 7) e nel testo di s. Paolo sul Cristo-agnello (I Cor. 5, 7).

Nella vita di Gesù si trova menzionata la festa di P.; una volta nella sua vita di Nazareth (i suoi parenti andavano a Gerusalemme ogni anno per la festa di P. : Lc. 2, 41); tre volte da s. Giovanni nella sua vita pubblica: Io. 2, 13 è la prima P.; ibid. 6,4 è la seconda P. (rimane incerto se la "festa" di 5, 1 sia la P., anche se fosse certo criticamente l'articolo); finalmente è menzionata la terza e ultima P. ibid. 11, 55; 12,1. Il significato dell'ultima P. è stato la liberazione dalla schiavitù del peccato per mezzo del sangue dell'agnello, che ha sostituito per sempre e abolito il rito della P. giudaica. I cristiani celebrarono la nuova P. nel giorno della Risurrezione del Cristo, con la quale fu compiuto il mistero della loro Redenzione, ossia del loro acquisto da parte di Dio come suo popolo, come già il popolo nella liberazione dall'Egitto veniva come fatto suo da Dio (cf. Ex. 19, 5).

Biel.: F. X. Kortleitner, Archaeologine Biblicae summarium, Innsbruck 1906, pp. 92-97; H. Lesčtre, Pâque, in DB, V, coll. 2094-2106; M. Hagen, Pascha, in Lexicon Biblicum, III, pp. 514-19; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, II, Torino 1914, pp. 243-51; L. Pirot, Agneau pascal, in DBs, I (1928), coll. 153-59; F. Nötscher, Bibliche Altertumskunde, Bonn 1940, pp. 355-58. Silverio Zedda
II. La P. cristiana. - 1. Significato. - La P., commemorazione della Risurrezione di Gesù Cristo, è la più antica e solenne festa dei cristiani, principio e centro dell'anno ecclesiastico, una festa di data mobile, celebrata nella prima domenica dopo il plenilunio dell'equinozio primaverile, cioè non prima del 22 marzo, e non più tardi del 25 apr. Questa data decide l'anno ecclesiastico: l'inizio della Settuagesima e della Quaresima, le altre feste mobili (Ascensione, Pentecoste, ecc.), il numero delle domeniche dopo l'Epifania e dopo Pentecoste; anticamente e nel medioevo questo calendario si notava in una pergamena affissa al cero pasquale.
2. Origine della P. - La P. cristiana ha le sue radici nella tradizione apostolica; non perpetua la festa ebraica, ma la compie con il suo contenuto puramente cristiano

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(fol. don Bivara)
Pasqua - Risurrezione di Cristo. Maestro di Vysó Bred (Hohenfurt), ca. 1330. Praga, Galleria nazionale.
della Redenzione operata da Cristo con la morte e Risurrezione. Della solennità pasquale nel tempo apostolico non si hanno notizie certe. Le prime testimonianze sicure provengono dalla famosa "questione pasquale" (secc. II e III), quando non si trattava d'introduzione della P., ma soltanto del tempo della celebrazione. La festa stessa era universale in tutta la Chiesa; queste fatto suppone una tradizione antichissima e apostolica, che si manifesta nella interpretazione autentica e classica della trasformazione cristiana dell'antica festa ebraica, data da s. Paolo (I Cor. 5, 7). La P. ebraica e quella cristiana stanno in parallela connessione riguardo alla data e alla tipologia.
3. Il significato del mistero in Oriente e in Occidente. Del mistero celebrato nella P. si distinguono due momenti differenti, quello teorico-teologico dei primi tre secoli cristiani e quello più storico-rcale dal sec. iv. Il primo, quello teorico-teologico, celebrava la redenzione operata da Cristo con la Passione, morte e Risurrezione; la Passione e la morte nella tristezza e nel lutto del digiuno, la Risurrezione nella gloria della celebrazione eucaristica. Nella vigilia notturna della prima luce del giorno si compiva il "Transito" (la P.), cioè finiva il digiuno e si celebrava l'Eucaristia. La Chiesa asiatica celebrava questo "transito", la P., la sera del 14 nisán, in qualunque giorno occorresse, come gli Ebrei, opponendo cosi il compimento cristiano al tipo ebraico e accentuando più la morte del Signore come transito alla Risurrezione, cioè celebrando assieme con la morte anche il mistero della Risurrezione di Cristo in una comune solennità. La Chiesa occidentale invece celebrava la Passione e la morte del Signore, anch'essa nel lutto del digiuno, ma finiva il digiuno alla domenica, il giorno del Kyrios (del Signore elevato in gloria), per celebrare la P., dando più forte accento alla Risurrezione di Cristo. Sin dal sec. Iv si dette ai singoli giorni della Settimana Santa il nome corrispondente al corso degli avvenimenti storici secondo l'uso della Chiesa di Gerusalemme, descritto da Eteria nel suo itinerario: al giovedi si commemorava l'Eucaristia, al venerdi la Passione. La P.
si celebrava nella notte seguente al sabato aliturgico; era l'unico sabato dell'anno nel quale in Oriente si digiunava. La domenica seguente divenne la solennità della Risurrezione.

Dai primi Padri si dava il nome di P. soltanto al giorno della Passione e morte del Signore e il digiuno precedente si chiamava "pasquale", derivando dal greco $\pi \dot{\alpha} \alpha \gamma \chi \iota v=$ patire. S. Cipriano cominciò però a chiamare P. anche il giorno della Risurrezione, nome che è poi rimasto alla festa della Risurrezione. Da questa festa la parola P. divenne sinonimo di festa e solennità maggiore (p. es., P. Epiphaniae, P. Pentecostes, nella Spagna P. floridum la Domenica delle Palme), e anche P. di un santo. Perciò si dice $P$. magnum o $P$. Resurrectionis per distinguerla dalle altre feste pasquali. I Greci parlano anche oggi del Venerdi Santo come della P. della Crocifissione ( $\pi \dot{\alpha} \sigma \chi \alpha \sigma \pi \alpha \iota \rho \omega ́ \sigma \iota \mu \circ v$ ) e dalla domenica seguente come della P. della Risurrezione ( $\pi \dot{\alpha} \sigma \chi \alpha \dot{\alpha} v \sigma \sigma \tau \alpha \dot{\alpha} \sigma \iota \mu \circ v$ ).

Particolarità della P. era la veglia, "Madre di tutte le veglie cristiane" (s. Agostino, Servi. 219: PL 5, 1288). La notte pasquale era santissima e solennissima; le chiese e le case erano illuminate e, per ordine dell'imperatore Costantino (Eusebio, Vita Comnoni., IV, 22, 2), anche le strade. Era una "pannuchis", tutta le notte, già al tempo di Tertulliano, si passava in letture sacre e preghiere. In quella notte santa i neofiti riceverano il Battesimo e la Cresima, assistevano per la prima volta con i fedeli alla celebrazione dell'Eucaristia; si benedicevano i sacri oli (Ippolito, Traditio Apostolica, 21, ed. B. Botte, Parigi 1946, p. 49). Questa notte solennissima, conservata fino ad oggi nella Chiesa orientale e spostata nella Chiesa occidentale, dal sec. ix, verso la mattina, è stata ripristinata dal 1951. S'inizia con la benedizione del fuoco, della nuova luce del cero pasquale, nel grido del Lumen Christi (v.) e nel canto dell'Exudet (v.), lucernacio della Notte Santa; segue la lezione delle profezie, 12 o 6 o 4 , come adesso nel nuovo Ordo, con i relativi cantici. Dopo il bianco nel Lumen Christi e nell'Exudet ritorna il violaceo del lutto pasquale; poi la benedizione del Fonte e l'amministrazione del Battesimo; nel rito nuovo ripristinato c'è la rinnovazione delle promesse battesimali; segue la Messa pasquale, in vesti bianche, con il transito dal lutto alla gioia nel triplice canto dell'Alleluia. Era dapprima l'unica Messa della grande solennità al chiudersi della "pannuchis». Ma quando la veglia si iniziò la sera del sabato, al tempo di s. Gregorio I, fu introdotta la Messa del giorno con il Vangelo di s. Marco, nella quale si canta la bella sequenza Victimae, attribuita a Wipo (m. ca. il ro5o). Altra particolarità della P. è l'ottava che si chiude con l'ora di Nona del sabato in Albis. Ogni giorno di questa ottava ha il suo formulario proprio con la stazione propria; nelle orazioni e lezioni si accenna sia alla Risurrezione sia al Battesimo; i neofiti assistevano nelle loro vesti bianche; dopo il vespro c'era una processione solenne. Erano 7 giorni festivi, ma dopo il sec. x rimasero tali solo i primi due giorni dopo la domenica; sotto Pio X furono soppressi anch'essi, restando festivi solo nell'officiatura liturgica.

Particolare poi della festa pasquale sono i 50 giorni che la seguono,