no nelle loro vesti bianche; dopo il vespro c'era una processione solenne. Erano 7 giorni festivi, ma dopo il sec. x rimasero tali solo i primi due giorni dopo la domenica; sotto Pio X furono soppressi anch'essi, restando festivi solo nell'officiatura liturgica.
Particolare poi della festa pasquale sono i 50 giorni che la seguono, detti Quinquagesima paschalis, fino alla Pentecoste, che cade appunto il giorno cinquantesimo dopo P.; essi formavano anticamente la festa della Risurrezione che si iniziava subito dopo la P. della veglia. In questo tempo tutto l'Ufficio è pervaso da un sentimento di letizia; l'Alleluia si aggiunge a tutti i responsori, versetti e antifone dell'Ufficio; si ripete nella Messa più e più volte. In segno di letizia non ci si inginocchiava durante le preghiere. Nei Sacramentari e in tutti i Capi-
## Page 569
tolari del sec. viI-viII è segnalata la Pascha annotinum, festa celebrata il lunedl dopo la domenica in Albis, per ricordare ai battezzati della P. dell'anno precedente la loro iniziazione alla Fede.
Qui particolari della P. sono: la benedizione delle case con l'acqua benedetta nella veglia pasquale; si portava a casa anche il nuovo fuoco benedetto per cuocere i cibi pasquali. Vengono benedetti prima di essere mangiati i cibi vietati nella Quaresima : carne (agnello pasquale, già nel Sacramentario di Bobbio [viII sec.], a Roma nel sec. IX) e uova (a Roma non prima del sec. xi), ecc.
4. Questione pasquale. - Nei secc. II-III si discusse circa le due differenti date della celebrazione della P.; nell'Asia, seguendo l'esempio di s. Giovanni e di s. Paolo, la P. si celebrava nel giorno della morte di Cristo, al 14 nisdu, in qualunque giorno della settimana cadesse il seguaci di quest'uso furono poi chiamati «Quartodecimani» [v.]), nell'Occidente invece si celebrava P. sempre alla domenica seguente il plenilunio primaverile. Già s. Policarpo di Smirne, al tempo del papa Aniceto (ca. 150), tentò senz'effetto una conciliazione di queste due usanze: la contesa culminò verso il 190 al tempo del papa Vittore I e del vescovo Policrate d'Efeso. Per l'intervento di s. Ireneo di Lione fu evitato il pericolo di uno scisma. Gli Asiatici adoperarono a poco a poco l'uso romano. Un'altra differenza venne dal divasso computo per determinare il plenilunio, onde non avere la P. comune con gli Ebrei. I Romani usavano un ciclo di So (o di 16) anni, detto di Ippolito, con la P. fra il 25 marzo e il 21 apr.; gli Alessandrini invece un ciclo di 19 anni, attribuito ad Anatolio, con la P. fra il 22 marzo e il 25 apr. Al Concilio Niceno (325) fu decisa la domenica come giorno di P.; toccava al patriarca d'Alessandria di annunciarne ogni anno il giorno. Finalmente Dionigi il Piccolo, nel 525, escogitò un nuovo computo in base al ciclo alessandrino, con la P. fra il 22 marzo e 25 apr.; quel computo fu accettato a poco a poco dappertutto, meno che dai Bretoni e dagli Irlandesi, che ritennero il loro computo di So anni sino alla fine del sec. viII.
Per l'opuscolo Computus de Pascha, attribuito a s. Cipriano, v. voce relativa.
BibL.: K. A. H. Kellner, L'anna eccles., Roma 1914, pp. 37 49; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1925, pp. 248222; O. Casel, Art und Sinn der ältesten christl. Osterfeier, in Salnbuch für Liturgiesinenteh., 14 (1934), pp. 1-78; C. Callensart, La Pâque chvétienne feimitive, in Sacris Evadiri, Steenbrugge 1940, pp. 452-56; M. Ruphetti, Man. di star. liturg., II, Milano 1946, pp. 166-200; A. Bugnuti, Decettum de solenni visilia paschali instauranda (cum comment.), in Ephron. Liturg., 65 (1951), Supplementum pp. 1-48; Ch. Mohrmann, Pascha, Passia. Transitus, ibid., 66 (1952), pp. 27-52.
Pietro Siffrin
PASQUALE I, PAPA, santo. - Fu eletto papa il giorno dopo la morte di Stefano V (25 genn. 817) e consacrato il 26. Era stato prima abate del monastero di S. Stefano Maggiore in Vaticano. Durante il suo pontificato ebbe luogo la conferma da parte di Ludovico il Pio del possesso di vasti domini rivendicati dalla Chiesa romana in Italia, cioè : Roma, la Tuscia romana, Perugia e dintorni, Campania, Tivoli, l'Exarcato di Ravenna, la Pentapoli, la Sabina, la Tuscia Lombarda.
Sui territori al di là del Liri e nell'Italia meridionale, compresa nel privilegio, la S. Sede veramente non aveva che diritti nominali. L'imperatore permetteva al papa di esercitare liberamente la sua sovranità, salvo che sopravvenissero atti di violenza o di ingiustizia. Inoltre si rendeva garante della piena libertà nelle elezioni pontificie, purché fossero celebrate canonicamente e con unanimità. L'eletto non sarebbe stato tenuto ad altro che a mandare emissari alla corte imperiale, i quali sollecitassero il rinnovo del patto stretto con Ludovico il Pio (L. Duchesne-P. Fabre, Le Liber consum, I, Parigi 1889, pp. 363-65).
Lotario I, che P. consacrò imperatore il 5 apr. 823, volle compiere un atto di autorità pronunziando una sentenza in favore di Ingoaldo, abate di Farfa, che negava qualsiasi dipendenza di fronte alla S. Sede. Lotario intervenne ancora in seguito all'uccisione del primicerio Teo-

(fot. Anderson)
Pasquale I, papa, santo - P. I col nimbo quadrano, in ginocchio ai piedi della Vergine in trono. Particolare del musaio delTabside di S. Maria in Domnica (817-24) - Roma.
doro e del "nomenclator" Leone (823), e il Papa dovette giurare, dinanzi ad un'assemblea di vescovi, di essere innocente della morte dei suoi nemici. P. morì l'11 febbr. 824 ed è venerato come santo (festa il 14 maggio).
BibL.: alcune lettere di P. in PL 102, 1083-94. Studi : Acta SS. Mail, III, Parigi 1860, pp. 390-91; VII, ivi 1867, pp. 760-61; Th. Sickel, Das Privilegium Ottos für die vöm. Kirche vom Jahre 962, Innsbruck 1883 (ammette interpolazioni nel "privilegio" di Ludovico il Pio): Lib. Pont., II, pp. 52-68; Annales regni Francorum, ed. F. Kurze in MGH, Scriptores, Berlino 1893; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, $3^{e}$ ed., Parigi 1911, pp. 189-94; A. Hauck, Kirchengesch. Deutschlandi, II, Lipsia 1912. pp. 492-96 (combatte l'autenticità di tutto il "privilegio " imperiale); L. Schuster, L'imperiale abbacia di Farfa, Roma 1921, pp. 5, 65 e 68.
Guglielmo Midlat
PASQUALE II, PAPA. - Originario di Pieda in Romagna, Raniero entrò fra i monaci cluniacensi, esercitò le funzioni di abate a S. Paolo fuori le Mura, fu eletto cardinale sotto il pontificato di Gregorio VII e fu legato in Castiglia sotto Urbano II. Eletto papa il 13 ag. 1099, fu consacrato il giorno seguente.
La morte dell'antipapa Clemente III (8 sett. 1100) non lo liberò da ogni inquietudine; ma i due pseudopon tefici, che gli furono opposti dai partigiani del defunto, ebbero un'esistenza effimera. Una piega tragica presero invece le vicende della famosa lotta delle investiture.
P. II, fissata la linea di condotta su quella dei suoi predecessori Gregorio VII e Urbano II, prese chiara e netta posizione contro quei sovrani che pretendevano dare l'investitura ai vescovi prima della loro consacrazione e proscriase questo uso sotto pene severe nei Concili del Laterano (1102) e di Guastalla (1106: cf. Mansi, XX, coll. 1147 e 1209). Enrico I, re d'Inghilterra, non volle rinunziare alle prerogative della Corona, consacrate dall'uso, ed esiliò Anselmo, arcivescovo di Canterbury, che rifiutava di riconoscerne la validità (1103). Da parte sua il Papa scomunicò (1105) quelli tra i suoi cortigiani che lo avevano indotto alla resistenza e i vescovi colpevoli di essersi lasciati investire prima della loro consacrazione. I due antagonisti cedettero finalmente ai consigli
## Page 570

(106. Eno Catt.)
Pasquale II, papa - L'autore del Chronicon Vulturense offre la sua opera a P. II. Disegno - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. lat. 2724, f. 13 (1118-19).
prudenti e pacificatori offerti da Ivo di Chartres e Ugo di Fleury e conclusero un compromesso, secondo cui il re d'Inghilterra avrebbe potuto esigere dai vescovi eletti un giuramento di vassallaggio conseguentemente ai feudi che ritenevano dalla Corona, ma avrebbe rinunciato alla investitura per mezzo del pastorale e dell'anello (1107; Mansi, XX, col. 1227). Si crede che in Francia abbia avuto luogo un'intesa consimile, ma tacita. A tale risultato si giunse però solo dopo varie peripezie. Il re Filippo I si oppose irriducibilmente all'elezione di Galon (1100) a vescovo di Beauvais e non gli concesse i beni della mensa vescovile. P. II, invece, appoggiò la causa dell'eletto, anzi, i suoi legati, il 18 nov. 1100, rinnovarono a Poitiers la scomunica già lanciata da Urbano II contro il Sovrano che viveva in adulterio con Bertrada di Montfort, moglie di Folco, conte d'Angiò. Nel 1104 tutto s'aggiustò: Filippo I, rotta solennemente la sua relazione con Bertrada, si riconcilió con la Chiesa e P. II trasferì Galon alla sede di Parigi, fattasi opportunamente vacante (B. Monod, Essai sur les rapports de Pascal II et de Philippe Ire, Parigi 1907; A. Fliche, Le règne de Philippe Ire, roi de France, ivi 1922, pp. 441-49).
Il Papa si mostrò conciliante col Re di Francia, al solo fine di accaparrarsene l'appoggio, almeno morale, in un momento, in cui la contesa delle investiture minacciava di inasprirsi gravemente nell'Impero. Enrico V, infatti, invece di mostrarsi riconoscente a P. II, che gli aveva facilitata l'ascesa al trono, si arrogò di eleggere alle sedi vescovili i suoi partigiani, perché assai gli importava di poter contare sulla fedeltà dei vescovi per assicurarsi il potere che gli veniva contestato in seguito alla detronizzazione di suo padre Enrico IV. La risposta a quell'attentato compiuto contro la libertà delle elezioni episcopali fu data dal $1^{\circ}$ canone del Concilio di Troyes (1107) che comminò la deposizione contro qualsiasi vescovo che avesse ricevuta l'investitura da un laico e contro il prelato che l'avesse consacrato (Mansi, XX, 1217-23).
Enrico V, allora, decise di imporre la sua volontà con la forza. La marcia di un'armata tedesca su Roma indusse il Papa a firmare a Sutri, il 4 febbr. 1111, un Concordato in cui si stipulava che nel giorno della incoronazione imperiale sarebbe stato ingiunto all'episcopato tedesco di restituire al Re o al Regno le regalie, cioè tutti i beni eapparteneniti al Regno, comprese le loro dipendenze s. Cosi le elezioni episcopali si sarebbero fatte per l'avvenire secondo le regole canoniche (Constitutiones et acta publica [v. bibl.], I, pp. 137-39).
Il 12 febbr., prima dell'incoronazione, P. II lesse a S. Pietro il tenore del privilegio accordato a Sutri; secondo il Papa, il possesso di un bene temporale, tenuto in feudo, avrebbe generato siononia, ambizione, il soggiorno a corte. Meglio valeva per l'episcopato contentarsi dei beni patrimoniali e delle offerte dei fedeli e re-
stituire le regalie al sovrano. Enrico V domandò di poter consultare i vescovi presenti e, dopo lunghe deliberazioni, il Re dichiarò l'atto pontificio inapplicabile. Al rifiuto del Papa di continuare la cerimonia dell'incoronazione, Enrico V diede ordine di arrestarlo. L'11 apr., dopo 60 giorni di detenzione, P. Il capitolo e riconobbe al suo carecrtere il diritto di conferire l'investitura per mezzo del pastorale e dell'anello, cosa tuttavia condannata dai concili (Constitutiones et acta publica [v. bibl.], I, pp. 144-51). In conseguenza ebbe luogo il 13 apr. l'incoronazione imperiale.
La concessione estorta a P. II commosse vivamente l'Occidente, specialmente l'Italia e Roma. Si giunse perfino a dichiararla eretica. Ivo di Chartres non ebbe difficoltà a provare che tale qualifica mancava di fondamento e peccava di esagerazione ( $E p$., 236, in MGH, Libelli de lite imperatorum et pontificum saec. XI e XII conscripti, II, Lipsia 1892, pp. 647-59). Il Papa si riprese; il Concilio, tenuto al Laterano nel marzo 1112, annullò il nefasto privilegio (chiamato pravelegium), estorto con la violenza (Mansi, XX, 49); tuttavia il Papa non scomunicò Enrico V, per non precludere la via ad una conciliazione. I suoi legati si mostrarono meno prudenti e pronunciarono la sentenza di scomunica (1115), che spinse Enrico V a scendere in Italia e ad usufrere l'eredità della contessa Matilde. Il 6 marzo 1116, P. II reiterò l'abrogazione del privilegio del 1111 (Mansi, XXI, 145).
Nel 1117 Enrico V rientrò a Roma: ma essendo il Papa fuggito a Benevento non ebbe altra risorsa che di ricevere l'unzione imperiale dalle mani dell'arcivescovo di Praga, Maurizio Burdino. Quando poté rientrare nel territorio romano, P. II si stabilí tra le forti mura di Castel S. Angelo, e vi morí il 21 genn. 1118, senza aver sciolta la contesa delle investiture in Germania.
BibL.: considerevole bibl. si trova in J. Calmette, Le monde féodal (collezione + Clio-). Parigi 1937, pp. 299-96; A. FlicheV. Martin, Hist. de l'Egl., VIII, ivi 1946, pp. 7-11, 338-75. Fonti: Jaffé-Wattenbach, pp. 702-72; Lib. Pont., II, pp. 206-320, 338-46, 369-76; MGH, Legum Sectio, IV: Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, I, Hannover 1893, pp. 134-52, 546-74; E. Bernheim, Quellen zur Geach. der Investiturzeit, Berlino 1938, Studi: E. Franz Papst Paulialis II., Bredavia 1877 (ancora molto utile); A. Hauck, Kirchengesch. Deutschlands, III, Lipsia 1906, pp. 881-912; Hebilo-Lederco, V, pp. 463-562; W. Schwarz, Der Investitustireit in Frankreich, in Zeitschr. für Kirchengesch., 43 (1934), p. 128 sgg.; D. Mombrini, La colla montana di un papa, 6. Sofia di Romagna 1926; E. de Moreau, Les derniers temps de la querelle des investitures à Liège, in Bull. de la Commission R. d'hist. de la Belgiane, 120 (1936), pp. 201-48; E. Amann, Pascal II, in DThC, XI, II, coll. 2027-74.
Guglielmo Mollat
PASQUALE III, ANTIPAPA. - Guido da Crema, quale cardinale-prete del titolo di S. Callisto, quando prese parte all'elezione del sett. 1159; e fu uno dei due elettori dell'antipapa Vittore IV (V), sulle cui spalle pose la cappa rossa papale. Morto l'antipapa (20 apr. 1164), l'imperatore Federico Barbarossa propendeva a negoziare con Alessandro III; ma il cancelliere Rinaldo di Dassel fece pressione su di un collegio composto di due cardinali, di due vescovi tedeschi e del prefetto di Roma, che votarono per Guido da Crema (22 apr.).
Consacrato a Lucca, il 26 apr. da Enrico, vescovo di Liegi, l'eletto vide presto formarsi contro di sé una lega italiana a Verona; mentre i Romani accolsero con gioia Alessandro III (23 nov. 1165). Il Barbarossa reagí e nella Dieta di Würzburg (maggio 1165) prestò giuramento di non riconoscere mai Alessandro III, ma solo P. III. Lo stesso fecero quattro principi e anche un certo numero di vescovi tedeschi, perché costretti. Inoltre il giuramento fu reso obbligatorio per tutti gli assenti, persino gli ambasciatori d'Inghilterra si unirono all'intruso.
P. III parve dover trionfare quando, nel luglio del 1167, il Barbarossa penetrò a Roma, mentre Alessandro III fuggiva travestito in abito da pellegrino. L'antipapa, il $1^{\circ}$ ag., consacrò l'Imperatore e sua moglie Beatrice e i romani gli prestarono giuramento di fedeltà. Ma la peste,
## Page 571
scoppiata improvvisa, decimò l'armata imperiale, obbligandola a ritirarsi. P. III si chiuse in una torre fortificata in Trastevere; mori il 20 sett. 1168, quando la Danimarca defezionava e il Re d'Inghilterra prese a mostrarsi neutrale tra lui e Alessandro III.
BibL.: J. M. Watterich, Pontificum Romanorum,.. vitae, Lipsia 1862; H. Reuter, Gesch. Alexanders III. und der Kirche seiner Zeit, 3 voll., Lipsia 1860-64 (molto importante); A. Houck, Kirchengesch. Deutsehlunds, IV, Lipsia 1906; MGH. Lezer, I e II, ivi 1925: Hefele-Leclercq, V. pp. 1003-1004, 1011-27. Guglielmo Mollat
PASQUALE BAYLON, santo. - Patrono delle Opere eucaristiche, n. il 17 maggio 1540 a Torre Hermosa (Aragona), m. a Villareal il 17 maggio 1592. Figlio di Martino B. e Isabella Jubera, passò l'infanzia e l'adolescenza esercitando la pastorizia, dandosi ad una intensa vita di pietà; fu favorito fin da allora di doni soprannaturali. Nel 1560 lasciò il paese natale per Valenza con l'intenzione di farsi religioso, ispirazione che attuò nel 1564, entrando nell'Ordine francescano. Mentre i superiori pensavano di indirizzarlo allo stato sacerdotale, preferi per umiltà rimanere semplice fratello laico, esercitando per tutta la vita gli umili uffici di convento, specialmente di portinaio.
Nel 1576, in occasione di un viaggio intrapreso per portare una commissione della provincia di Valenza al generale dell'Ordine a Parigi, ebbe a soffrire moltissimo da parte dei calvinisti (dai quali sperò di ottenere il martirio). Dotato già in vita del dono dei miracoli, si distinse soprattutto per una intensa pietà eucaristica (già da giovinetto aveva avuto visioni relative all'Eucaristia). Quasi anallabeta, fu illustrato da un alto dono di sapienza nelle cose spirituali, consultato da dotti uomini dell'epoca. Scrisse diversi opuscoli di pietà. Il suo sepolcro, durante la guerra civile di Spagna fu profanato e le reliquie furono bruciate sacrilegamente.
Fu beatificato da Paolo V, nel 1618, e nel 1680 Alessandro VIII lo canonizao solennemente. Leone XIII, rendendo omaggio al "Serafino dell'Eucaristia", come fu chiamato, lo elesse a patrono dei congressi e dei sodalizi eucaristici. Festa il 17 maggio.
BibL.: la prima biografia fu scritta dal p. Giovanni Ximenez, ch'era stato intimo del Santo: Chronica del beato fr. P. B., Valenza 1601; Acta SS. Maii, IV, Parigi 1566, pp. 48-131; Cristofano d'Arta, Vita virtù e miracoli di s. P. B., Venezia 1673 e 1691 (si serve dei processi di beatificazione); A. Groetcken, Paschalis B., $5^{\circ}$ ed., Einsiedeln 1920; F. Russo, S. P. B., Napoli 1935; Martyr. Romanum, p. 194. Alberto Ghinato
PASQUALE, PRECETTO. - E l'obbligazione gravante su tutti i fedeli giunti all'età della discrezione di accostarsi alla S. Comunione entro il cosiddetto tempo pasquale.
I. Natura del p. P.. - Imposto dal Concilio Lateranense IV nel 1251 (can. 21; Denz-U, 437; per la parte storica antecedente v. comunione eucaristica, III, viI) fu confermato dal Concilio Tridentino (sess. XIII, cap. 9, de ref.) e ripreso dal CIC (can. 859 \$ 1), che lo resero più esplicito, dichiarando obbligatoria la Comunione una volta l'anno, almeno a Pasqua. Come è espresso, il precetto è virtualmente duplice; esso impone principalmente la Comunione annuale e secondariamente la Comunione pasquale, nel senso che chi non ha voluto o potuto comunicarsi a Pasqua è tenuto alla Comunione durante l'anno, cioè almeno prima della Pasqua successiva.
II. Il tempo pasquale. - L'opportunità del tempo pasquale per la Comunione obbligatoria è data sia dal fatto che tale Sacramento è stato istituio da Gesù Cristo durante la Pasqua, sia dal carattere che esso ha di commemorazione della Passione del Signore. Il CIC nel fissare il tempo utile per la soddisfazione del precetto si uniforma alla costituzione di Eugenio IV Fide digna (can. 859 § 2). E data però facoltà agli Ordinari diocesani di anticipare e prorogare il termine, qualora vi fossero ragioni giuste, a vantaggio di alcuni, o anche di tutti i loro fedeli, e precisamente di estenderlo dalla IV domenica di Quaresima alla
festa della S.ma Trinità. E ammessa pure la consuetudine legittima che allarghi anche di più tale tempo, purché non si oltrepassino i limiti dell'anno civile o pasquale. I parroci e i confessori, in caso di necessità o utilità dei singoli, possono concedere soltanto che venga differito, non mai anticipato, il termine utile per l'adempimento del precetto.
III. Obbligo. - Il precetto ecclesiastico della Comunione annuale è una determinazione del precetto divino, di nutrirsi dell'Eucaristia; obbliga perciò sotto pena di peccato grave tutti i fedeli di ambo i sessi e di ogni età, compresi i bambini che non hanno compiuto i sette anni, purché giunti all'uso di ragione (can. $859 \$ 1$ ). Secondo il Tridentino (sess. XXI, cap. 4) e il decreto Quam singulari (S. Congr. dei Sacramenti, 8 ag. 1910) sono capaci di ragionare coloro che sanno sufficientemente discernere il bene dal male e possono commettere peccato mortale. Raggiunta tale capacità, ha inizio l'obbligo di soddisfare al precetto con facoltà di differirne l'adempimento a tempo opportuno, ordinariamente però non oltre l'anno da quando si è acquistato l'uso della ragione.
Quando fosse pubblicamente noto che "per lungo tempo" uno non ha adempito al p. p. è da ritenersi peccatore pubblico e in quanto tale perde, fra l'altro, il diritto della sepoltura ecclesiastica, qualora non abbia dato qualche segno di pentimento prima della sua morte (can. 1240).
A norma del can. 860 il precetto pasquale grava, per rispetto ai fanciulli, anche sui genitori, tutori e maestri, sul confessore e sul parroco.
IV. Luogo. - Non è obbligatorio ricevere la Comunione pasquale nella propria parrocchia, ma a comune edificazione è bene che i fedeli conservino tale lodevole consuetudine o almeno avvertano il parroco, se si fossero comunicati altrove. Con che rimane salvo il fine dell'antica prescrizione, che era di notare nel libro de statu animarum i parrocchiani che avevano adempiuto al precetto.
E richiesto naturalmente per il precetto pasquale lo stato di Grazia, così che non si soddisfa alla legge in caso di Comunione sacrilega (can. 861).
BibL.: S. Goyenèche, Communio paschalis in Ecclesiis veligiosarum, in Comm. pro religiosis, 2 (1921), pp. 50-51; E. F. Regatillo, Tiempo del complimiento paschal, in Sal Terrae, 14 (1923), pp. 201-207; F. M. Cappello, Etá ed obbligo della Comunione pasquale, in Palestra del clero, 4 (1923), pp. 263-64; E. Jombart. De praevisa obnissione Communionis paschalis, in Period. de re mor. can. lit., 16 (1927), pp. 172-73; M. da Coronata, La Pasqua in parrocchia, in Perfice munus, 8 (1933), pp. 289-93. Luigi Fini
PASQUALI, Luigi. - Procuratore generale dell'Ordine della Madre di Dio, n. a Cori (Lazio) nel 1846, m. a Roma il 15 ag. 1905. Per vent'anni predicò in Italia e in Dalmazia, prodigandosi soprattutto negli esercizi della Pia Casa di Ponterotto. Nel 1890 concentrò la sua attività intorno al santuario di S. Maria in Campitelli, dove fondò la Congregazione del S. Cuore di Gesù, nella quale con metodi nuovi formò un notevole gruppo di giovani.
Come polemista scrisse due opere contro il protestantesimo; appassionato cultore delle glorie di Campitelli, ne scrisse le Memorie (Roma 1899; $2^{a}$ ed. a cura di C. Carletti, ivi 1923). Ne preparava anche una vasta storia, di cui uscirono l'introduzione (ivi 1902) e l'Origine del santuario (ivi 1904) : le 16 cartelle rimaste furono utilizzate, in parte, da P. Fedele e da A. Canezza.
BibL.: F. Ferraironi, Ricordo di p. P., in Strenna dei romanisti, Roma 1947, pp. 242-45. Antonio Piolanti
PASQUALIGO, ZACCARIA. - Religioso teatino, canonista ed uno degli autori classici in teologia morale. N. a Verona nel 1600 , insegnò filosofia a Padova, quindi teologia scolastica per 15 anni a Roma, dove m. il 17 febbr. 1664.
L'opera sua principale s'intitola De Sacrificio Novae Legis quaestiones theologico-luridico-morales (a voll., Lione 1662, con successive edizioni), dove l'autore esaurisce l'argomento in 1347 questioni. Scrisse anche: Decisiones morales iuxta principia theologica et sacras atque
## Page 572
civiles leges (Verona 1641). L'opera abbraccia 510 decisioni e vi si trovano recensite e vagliate opinioni dei teologi e dei canonisti precedenti; ma per le sue tendenze lassiste, con decreto del 18 maggio 1683 fu messa all'indice «donec corrigatur». Lo stesso accadde all'altro lavoro: De statu supernaturali humanae naturae sacra moralis doctrina (Venezia 1650), con decreto del 12 maggio 1655 : corretta, l'opera venne riabilitata con decreto del S. Uffizio 19 marzo 1656. D'indole casistica sono altre due opere: Variarum quaestionum moralium canonicarum centuriae (4 voll., ivi 1647-52); Singulares selectae quaestiones moralee-luridicae (ivi 1662 : comprende 520 qq.).
BibL.: A. F. Vezzosi, Scrittori de' Chierici Regolari detti Teatini, II, Roma 1780, p. 136 sgg.: Hurter, IV, coll. 298-300; S. Romani, Theologia moralis, I, Prolegomena, Roma 1940, p. 34. Pietro Palazzini
## PASQUE PIEMONTESI: v. VALDESI.
PASQUIER, Etienne. - Giureconsulto e storico, n. a Parigi il 7 apr. 1529 , m. ivi il 31 ag. 1615.
Patrocinò varie cause d'importanza politica, fra cui quella dell'Università di Parigi contro i Gesuiti (1565), dei quali ultimi rimase avversario anche quando ( 1585 ) ricoprì l'ufficio di avvocato generale della Corte dei conti, combattendoli in una vivace polemica iniziata col Catechisme des Jésuites (1602), condannato il 16 nov. dal S. Uffizio. La fama del $P$. non rimane però legata tanto alla sua opera di avversario degli abusi signorili, condotta anche come membro dei Grands jours o Assise straordinarie di Poitiers ( 1580 ) e Troyes ( 1583 ), quanto al materiale di erudizione storica riunito e criticamente vagliato nelle Recherches de la France. Ne pubblicò il primo libeotrei 1560 , dopo una grave malattia che l'aveva costretto a interrompere l'attività professionale; seguirono edizioni in sei libri fra il 1569 ed il 1611 , ed altre, postume, in nove, dal 1621 in poi. Figura di primo piano nella Francia del suo tempo, il P. fu gallicano, antimachiavellista, deciso difensore delle "regalità ". Fu favorevole alla permissione della Chiesa ugonotta in Francia.
Biss.: la migliore ed. delle Recherches è quella, in due voll., di Amsterdam 1723; Ch. Giraud pubblicò l'inedita Interprétation des Institutes de Justinien, Parigi 1847, e L. Feugère una scelta dell'opera maggiore con la Notice et bibliographie des oeuvres choisies d'E. P., ivi 1849. Cf. A. Chamberland, E. P. et l'intolérance religieuse du XVIe siecle, in Rev. d'hist. mod. et contemp., I (1899), pp. 38-49; P. de Nothet. Un ami de Ronaard: E. P. et les fésuites, in Rev. d'hist. littér. de la France, 33 (1926), pp. 87-97; M. J. Moore, E. P. hisserien de la poésie et de la langue frangaine, Poitier 1934; R. Bütter, Nationales und universales Denken im Werke E. P. s. Basilea 1948 (con la bibl. più recente).
Enzo Bottasso
PASSAGINI (Pasagini). - Eretici, detti anche Pas(s)agi, noti specialmente in Lombardia nella seconda metà del sec. XII, condannati nella cost. Ad abolendam di Lucio III e da Federico I Barbarossa (Verona 1184); menzionati negli editti imperiali degli anni $1238-39$ e in susseguenti documenti pontifici.
Sono combattuti come setta assai nota in una sezione aggiunta alla Manifestatio haeresis catharorum di Buonaccorso (v.) e soprattutto in una Summa contra catharos et passagi(n)os d'incerto autore, molto trascritta nel sec. xirI; se ne ha menzione in una Compilatio auctoritatum o Summa breviata (ed. C. Douais).
Loro caratteristica è il ritorno alla religiosità del Vecchio Testamento. Interpretano il monoteismo in senso antitrinitario: Gesù Cristo, figlio adottivo, è la prima creatura di Dio, unico principio e unica persona divina; anche lo Spirito Santo non ha natura divina. Riprendono come mezzo esclusivo di salvezza le prescrizioni mosaiche, particolarmente quelle riguardanti la circoncisione, che oppongono al Battesimo, l'osservanza del sabato in luogo della domenica, la proibizione di cibarsi del sangue e della carne degli animali soffocati e di ciò che è stato offerto agli idoli (cf. Act. 15, 20-29); escludono, però, nominatamente, la ripresa dei sacrifici antichi; eliminano l'Eucaristia con tutto ciò che ritengono di pura istituzione ecclesiastica, come il Battesimo dei bambini,
la Cresima, ecc. Dio si è manifestato soltanto attraverso il Vecchio e il Nuovo Testamento. Eraperciò naturale presso di loro una particolare venerazione per gli antichi Patriarchi e giusti: essi sono saliti direttamente in cielo, senza sodo nel limbo fino alla discesa liberatrice di Gesù Cristo. Per gli altri trapassati, i p. ritengono che essi, buoni o cattivi, sono in attesa del Giudizio finale che li destinarà al paradiso o all'infortin; non esiste quindi purgatorio e inutili sono le preghiere per i defunti; considerano idolatria il culto delle immagini e la venerazione della Croce. In altri punti collimano con altri cretici: l'avversione alla Chiesa e suoi rappresentanti; i chierici non possono possedere né portare vesti preziose; prelati e predicatori devono cibarsi di eibi comuni ed i fedeli hanno libertà critica sulla loro condotta. Persino contestano i poteri dell'autorità secolare, negando ad essa, ad es., lo ius gladii; condannano il giuramento.
Le fonti lasciano oscuri vari punti nel complesso dottrinale e organizzativo dei p. E assai probabile la loro distinzione dai circoncisi (v.): non sono veri e propri giudei, poiché ammettono il Nuovo Testamento e l'opera di Gesù Cristo, benché non specificata, e pare lascino un compito di predicazione e di direzione alla gerarchia cattolica. Alcuni vorrebbero far derivare la loro denominazione dall'uso della predicazione o propaganda ambulante, condivisa però da tutte le sètte erotuali. Non è necessario ricercare il mosaismo di questi cristiani nei contatti con il mondo palestinese, indotti dal pellegrinaggio (passagium, da cui il nome di p.) o dalla crociata in Terra Santa, poiché fu sempre vivo nel medioevo europeo il proselitismo giudaico.
Biss.: E. Amann, Passagient, in DThC. XI, II, coll. 22062207 con la bibl. antica: nuova documentazione in G. Lacombe, La vie et les oeuvres de Précantin, Le Saulchoir-Kuin 1927, pp. 140-52; C. Douais, La Somme des autorités d l'vase des prédicateurs méridionaux au XIIIe siecle, Parigi 1896, pp. 56-66; Ilarino de Milano, La "Manifestatio heresis catharorum quam fecit Bonacorum», in Amann, 12 (1938), pp. 330-33; id., L'ereita di U. Speroni nella confutazione del maestro Vacario, Città del Vaticano 1942, pp. 27-32, 436-44. Ilarino de Milano
PASSAGLIA, CARLO. - Teologo e scrittore po-litico-ecclesiastico, n. a Pieve S. Carlo (Lucca) il 9 maggio 1812, m. a Torino il 12 marzo 1887.
Entrato fra i Gesuiti il 18 nov. 1827, fu in seguito prefetto degli studi al Collegio Germanico e professore di diritto canonico al Collegio Romano, dove dal 1844 al 1848 tenne la cattedra di teologia dogmatica, distinguendosi per l'ampia erudizione, la ricca conoscenza paritistica, l'eloquenza classica e viva. I moti del 1848 lo costrinsero ad esulare in Inghilterra, Francia e Belgio, donde, tornato a Roma, riprese nel 1850 le sue lezioni. Fu attivissimo nella preparazione della definizione dell'Immacolata Concezione, per cui, coadiuvato dal p. C. Schröder, scrisse l'opera classica: De immaculato Deiparae Virginis concepta ( 3 voll., Roma 1854). Difficoltà con l'Ordine a cagione delle sue idee politiche e molte disillusioni gli fecero domandare a Pio IX e ottenere ( 20 genn. 1854) la secolarizzazione. Il Papa allora gli diede una cattedra di filosofia alla Sapienza. Frattanto venne guadagnato alla causa del Piemonte; scrisse infatti: Il Pontefice e il Principe (s. l. 1860), in cui sosteneva la necessità rela-
## Page 573
tiva del potere temporale, al quale, percio, il papa poteva rinunciare per interessi superiori. Messo a contatto con Cavour dal dottor D. Pantaleoni, suo corrispondente romano, difese l'unità italiana ed accettò di trattare con i cardd. Antonelli e Santucci, negozistori della S. Sede, la rinuncia da parte del Papa alle Legazioni. Fallito il tentativo, pubblicò, anonimo, Pro causa italica ad episcopos catholicos auctore presbytero catholico (Roma 1861) per persuadere vescovi e clero a non mostrarsi nemici della patria ricostituita. L'opera, subito tradotta in italiano (Firenze 1861) e posta all'Indice (decr. 9 ott. 1861), lo costrinse a fuggire, travestito, da Roma a Torino, dove ebbe una cattedra di filosofia all'Università e dove continuò febbrilmente la sua attività conciliativa, con varie pubblicazioni, tra cui la Petizione di novemila sacerdoti italiani a S. Santita Pia IX e ai vescovi cattolici con esso uniti (Torino 1862), con la quale si chiedeva al Papa di concedere Roma come capitale d'Italia. Allo stesso scopo fondò a Torino, nel 1862, Il Mediatore, bisettimanale politico, religioso, scientifico, letterario, che diresse fino al 1866 (all'Indice, decr. 26 genn. 1863), affiancandogli nel 1863-64 il quotidiano La pace e nel 1867 il settimanale Il Gerdd. Sospeso a dicinis, depose l'abito ecclesiastico, ma conservò intatta la fede e la morale; scrisse anzi contro il Renan: La vita di Gesù scritta da E. Renan discussa e confutata (Torino 1863); contro il divorzio: Sul divorzio (ivi 1881); e a commento della encicl. Aeterni Patris: Della dottrina di s. Tommaso secondo l'exciclica di Leone XIII (ivi 1880), dove elogia quel documento e nello stesso tempo difende il Rosmini. Fu anche deputato del collegio di Montecchio al Parlamento italiano (1863-64), ma finì con rinunciare al mandato e vedersi ormai circondato di oblio. Poco prima di morire si penti dei suoi errori e della sua attività contro l'autorità del Pontefice e ne fece pubblica ritrattazione nelle mani del cani. arcivescovo Alimonda, morendo cosi riconciliato con la Chiesa.
Alle opere accennate, si devono aggiungere: la riedizione dell'Eschiridion de fide, spe et caritate s. Augustini, già curato dal p. J. B. Faure (Napoli 1847); De praerogativa b. Petri (Roma 1850); Commentariorum theologicorum partes tres ( 5 voll., sui 5 progettati, ivi 1850-51); Conferenze dette nella Chiesa di Gesù in Roma nella Quaresima del 1851 (pubbl. prima in Civ. Catt., $1^{0}$ serie, voll. v-viI, poi a parte, Roma 1851); De Ecclesia Christi (2 voll., Ratisbona 1853-56); De noternitate poenorum (ivi 1854); cooperò inoltre con il p. C. Schrader alla nuova ed. di D. Petau, Opus de theologicis dogmatibus (Roma 1857), ma l'opera si arenò dopo il vol. I.
Stm.: Sommermatel, VI, coll. 332-36; L. Bizinelli, Biografia del sac. C. P., con documenti, Torino 1854; A. Pellicani, Doc C. P. e i suoi giurnali, Bologna 1863; P. Galletti, Mem. stor. intorno al p. Ugo Molse, Roma 1912, pp. 131-54; Horten, V, coll. 1499-1500; C. Boyer, s. v. in DThC, XI, coll. 2207-10; A. Della Torre, Il cristianesimo in Italia dai filosofisti ai modernisti, Palermo 1913, pp. 177-83; S. Jacini, Il tramonto del potere temporale nelle relazioni degli ambasciatori austriaci a Roma, 1860-70, Bari 1931, pp. 42-96; M. Valente, Bibliogr. di C. P., in Russ. stor. del Risorgimento, 30 (1943), pp. 253-55; P. Pirri, Pio IX e Vittorio En. II e il loro carteggio privato, II, 1, Roma 1951, pp. 538-66; II, Documenti, pp. 168-83. Per la sua corrispondenza politica: N. Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia, VIII, Napoli-Roma 1872, pp. 696 sgg.; A. Gotti-M. Tabarrini, Lettere e documenti del barone B. Ricanoli, V, Firenze 1895, passim: La questione romana negli anni 1860-61. Carteggio del conte di Cormor con D. Pantaleoni, C. P., O. Vimercati, 2 voll., Bologna 1929, passim.
Celestino Testore
PASSAVANTI, JACOPO. - Domenicano, oratore, scrittore, n. a Firenze nel 1302 ca. da Banco e Francesco Tornaquinci, ivi m. il 15 giugno 1337. Entrò nel convento di S. Maria Novella nel 1317 ca.; studiò a Parigi dal 1330 al ' 33 ; fu lettore di filosofia a Pisa, maestro di teologia a Siena e a Roma; predicatore a Firenze nel ' 40 ; priore a Pistoia e S. Miniato nel 1341-45; alla fine del ' 45 priore a Firenze, dove venne nominato vicario generale della diocesi dal ' 50 al ' 52 .
Fu religioso esemplare, audace e sicuro nel dire la
verità, consigliere esperto e dotto nei casi difficili. Curò la biblioteca del convento e con gusto d'arte sovrintese all'Opera di S. Maria Novella, ne suggerì e diresse gli affreschi e per incarico di Niccolò Acciaiuoli si occupò anche della costruzione della Certosa. Oratore fecondo e fervido, tanto piacque con le sue prediche, specie quelle sulla Confessione, della Quarant. ma 1354, che molti lo pregarono di + ridurle, a certo ordine per iscrittura volgare. Compose percio,

(d. J. P., Specchio di vera penitenza, Firenze III. contro praetogatioi, Passavanti, Jacopo - Ritarro.
nel due anni precedenti la morte, in Specchio di vera penitenza (Firenze 1495; ed. a cura di F. L. Polidori, ivi 1864; a cura di M. Lenardon, ivi 1923) "per coloro che non sono letterati ", proponendosi, e forse cominciando, un parallelo trattato "in latino per li chierici "sul modo di udire le confessioni, che però non ebbe tempo di stendere.
Lo Specchio è diviso in 5 distinzioni : la I dimostra che cosa è Penitenza; la II gl'imsentivi e la III gl'impedimenti alla Penitenza; la IV le parti della Penitenza (contrizione e attrizione); la V tratta della Confessione in 7 capp. riguardanti le disposizioni del penitenze e i requisiti e i doveri del confessore. Alla V distinzione seguono trattatelli sulla superbia e l'umiltà, sulla vanagloria e vana scienza, sulla scienza diabolica (magia) e sui sogni. Sono pagine nutrite di solida dottrina, intessute di citazioni patristiche e scolastiche e punteggiate da "esempi" di fonti ben note (Elinando, Cesario, Beda, Jacopo da Vitry) che il P. sceglie tra i più foschi per impressionare il peccatore, e che la sua arte rende fosforescenti. Alcuni sono brevissimi, altri hanno nucleo e nerbo di forte novella (Beatrice, Thaia, la caccia infernale, il vecchio fornito tentato dal diavolo-femmina). Il P. sa toccare con icastica concisione peccati nefandi, lasciandone intravvedere le gravità, senza suggestione malsana.
La muss del P. non è solo il terrore (De Sanctis) ma anche la speranza. I suoi racconti, prevalentemente in rosso e nero, hanno pure qualche margine dorato, specie dove interviene la Madonna. Il valore estetico dello Specchio è negli "esempi", però essi non possono essere staccati dal contesto dogmatico e precettistico di cui fanno parte, e che si distingue per nitore di osservazione, precisione di analisi psicologica, sobrietà di ragionamento, mestizia e qualche volta arguzia di morale austera, non rigida. Nei trattati gli esempi diradano, ma la rassegna delle superstizioni, magie, false interpretazioni di sogni offrono un interesse folkloristico di primo ordine. Lo Specchio è importante per i giudizi del P. sulla missione del dotto, sugli studi umanistici e sui dialetti italiani. Furono attribuite al P. traduzioni di un'omelia di Origene e di due concioni di Tito Livio, ma senza fondamento.
Bim.: per la biografia del P.: Quétif-Echard, I. p. 645; G. Gentili, Serie dei ritratti d'uomini illustri toscani, Firenze 1769, pp. 11-12; V. Fincschi, Memorie toscane per servire alle vite degli uomini illustri di S. Maria Novella, I, ivi 1790, p. 347; C. Di Pierro, Contributo alla biografia di fra 7. P. fiorentino, in Gior. stor. lett. ital., 47 (1908), pp. 1-24; G. Zaccagnini, 7. P. a Bologna, in Archiginnasism, 21 (1906), pp. 92-93. Studi: A. Monteverdi, Gli esempi dello Specchio di vera penitenza, in Giorn. stor. lett. ital., 65 (1913), pp. 168-344; 68 (1914), pp. 240-90; B. Croce, Letteratura del Trecento. Letteratura di devozione, in La critica, 29 (1931), p. 323; N. Sapegno, Il Trecento. Milano 1938, pp. 303-10; F. Flora, Storia della lett. ital., I, ivi 1940, pp. 357-60; G. Getto, Umanità e stile di 7. P., ivi 1943.
Maria Sticco
## Page 574

Ida F. Madre, Passov. Anguita IIII, (av. II) Passavia (Passau), diocesi di - Facciata del Duomo. Architetto Carlo Lurago (1672). Le torri campanaric furono terminate nel 1896-97.
PASSAVIA (PASSAU), diOCESI di. - Diocesi nella Baviera, esistente, nell'estensione attuale, soltanto dal 1817 e 1821 , ma anticamente una delle diocesi della Germania più estese e centro missionario di primo ordine.
La diocesi ha una superficie di $5442 \mathrm{kmq}$., e 497.535 cattolici e 52.512 non cattolici, comprende 267 parrocchie in 24 decanati, con seminario, e una quantità di istituti religiosi di ogni categoria; gli Ordini religiosi e le congregazioni femminili fioriscono. Celeberrimo il santuario di Altötting, noto anche quello di Halbmeile, della Madre dolorosa.
I. Epoca antica. - Antichissimi nuclei abitati s'incontrano nel paese, soprattutto lungo lo sperone formato dalla confluenza fra il Danubio e l'Inn, dove i celti Boli costruirono Boiodurum. Nel 15 a. C. i Romani portarono le frontiere di Roma fino al Danubio e l'Inn diventò linea di confine fra le provincie della Rezia e del Norico. Verso il 153 costruirono, sulla destra dell'Inn, di fronte a Boiodurum, il castello che prese il nome di "Batava castra ", dalla coorte di Batavi che vi stazionò. Ai tempi di s. Severino (m. nel 488), la guarnigione era passata al centro principale, ormai Batavis, mentre l'ex-castro ritenne il nome primitivo Boitru. Vierono una chiesa e due monasteri, ma il centro ecclesiastico fu Laureacum (oggi Lorch), di cui si conosce anche il nome del vescovo contemporaneo a s. Severino, cioè Costanzio; la diocesi si estese fino alla frontiera pannonica. Nel 488 Batavis fu distrutta dai Turingi, anche Laureacum sparì, la Cattedrale antica continuò a servire come matrice per il nuovo centro, sulle vicine colline, che poi ebbe il nome di Enns.
II. Epoca carolingia, primo periodo missionario. Durante i secc. vi-vii cominciarono a delinearsi le formazioni dei nuovi Stati germanici, fra cui la Baviera, retta da propri duchi, i quali dalla metà del sec. viri stettero sotto l'egemonia franca. La Batavis era diventata Bazzava e poi la Passau attuale; il cristianesimo fu diffuso fra le popolazioni bavaresi da vescovi missionari,
senza sede fissa, che fondarono diversi monasteri come centri di irradiazione. Soltanto s. Bonifacio nel 739 poté costituire una gerarchia stabile, con Salisburgo per metropoli, e quattro sedi diocesane fra cui $P$., con territorio piuttosto modesto nella Baviera attuale, mentre all'oriente, verso l'attuale Ungheria, i confini dipendevano dalle vicende politiche della potenza germanica. Dopo i vescovi missionari Ercanfrido e Otcero (di epoca incerta), un certo Vivilone, ordinato dallo stesso Gregorio III, divenne il primo vescovo stabile della nuova diocesi. Egli era monaco e presso la cattedrale di S. Stefano eresse un monastero di cui il vescovo fu l'abate dei monaci. Solo dopo il goo sorsero i Capitoli di canonici secolari e si ebbe la separazione fra vescovado e Capitolo. Nel 768 il ducs Tassilone III fece venire da Trento il corpo del vescovo missionario s. Valentino che diventò il patrono di P., città e diocesi. Carlomagno nel 791 diede inizio, dal campo presso Lorch, alla guerra contro gli Avari e, dopo la loro completa disfatta ( 796 ), istituì la marca orientale, aprendo a P. il campo ad una penetrazione missionaria e civilizzatrice, diretta a oriente lungo il Danubio. Ludovico il Pio delimitò poi le zone di azione fra Salisburgo e P. Questa si estese, come pare, fino sui territori slovacchi, per cui il vescovo di P., Ermanrico (866-74), si trovò in contrasto con i missionari bizantini guidati dai ss. Cirillo e Metodio. Nel 900 poi, quando Giovanni IX eresse una gerarchia indipendente in Moravia, tutto l'episcopato bovarese, con a capo Salisburgo, protestò a Roma; ma ben presto ogni attività politica, culturale ed ecclesiastica crollò sotto le tremende invasioni magiare che minacciarono seriamente per mezzo secolo la Germania e l'Italia. Monasteri, chiese e centri abitati nell'Ungheria fin nel cuore della Baviera sperirono di nuovo, e non tutti risorsero.
III. Epoca medievale, secondo periodo missionario. - Impedite con il 955 le invasioni magiare, la marca orientale fu restaurata, almeno in parte, e poi successivamente allargata verso la Pannonia, formando sotto il governo dei Babenberg ( $976-1246$ ) quel territorio che poi doveva diventare l'Austria. In questo stesso tempo P. ebbe il vescovo più celebre della sua storia, Pilgrim (Piligrin, 971-91), uomo dotto, energico e strenuo difensore dei diritti (veri e supposti) della sua sede. Leggenda allora diffusa era che P. continuasse l'antico vescovado di Lorch, diventato senz'altro arcivescovado e metropoli della Pannonia, da Vivilone trasferito a P. a causa delle migrazioni barbariche; si era formato anche un fittizio elenco di vescovi, con a capo s. Massimiliano di Ccleis (sec. iv); ed ora, con il convertirsi del popolo magiaro, Pilgrim rivendicava per la sua sede le presunte prerogative metropolitane di Lorch sopra tutta la Pannonia, cioè Ungheria. Con documenti falsi si fece riconoscere dalla corte imperiale i diritti sopra i monasteri risorti (Kremenünster, St. Florian, St. Pölten, ecc.). Negli anni 973 o 974 chiese a Benedetto VI la conferma dei suoi pretesi diritti metropolitani, ma l'arcivescovo Federico di Salisburgo riuscì a sventare l'azione di Pilgrim con la conferma di un unico metropolita della Baviera e dei territori orientali fino alla Pannonia. Ma Pilgrim creò una serie di dizplomi imperiali e papali, per provare la continuazione a P. della metropoli (inesistente) di Lorch (sono le celebri «Passauer» o «Lorcher Fälschungen»), ma senza riuscire nell'intento. Pilgrim intanto portò a celebrità la scuola della Cattedrale, celebrò vari sinodi nei luoghi più notevoli della marca orientale e spiegò un'attività murabile di colonizzazione e di fondazioni ecclesiastiche (chiese, monasteri, celle, centri agricoli, ecc.). Nel 985 celebrò un sinodo proprio a Lorch e fece trasportare le reliquie di s. Massimiliano, creduto arcivescovo di Lorch, a P., ove è venerato come secondo patrono della diocesi. Da Ottone III il vescovo di P. ebbe diritti sovrani sopra alcuni territori della diocesi, per cui in seguito il vescovo diventò principe dell'Impero. I secc. xi-xiii sono per P. notevoli come i più fecondi di fondazioni monastiche ed ecclesiastiche (le parrocchie matrici) e di penetrazione culturale, sempre in collaborazione con la nobiltà e soprattutto con i marchesi, dal 1156 duchi d'Austria. Ottone di Lonsdorf (1254-65) introdusse e favorì gli
## Page 575
studi superiori e riorganizad l'amministrazione; fu molto caritatevole e lascio la raccolta dei documenti della diocesi nel Codex Lomdorfianus (ed. nei Monum. Boica, XVIII, 2, 40 sgg.). Nel contempo il canonico della Cattedrale, Alberto da Behaim (1260), storico e uomo di azione po-litico-religiosa di vasto raggio, rimonipolò la favolosa storia di Lorch, facendone quasi pernio di altre nuove aspirazioni dei vescovi di P. Si deve tener conto del fatto che il maggior territorio di P. apparteneva all'Austria, paese allora di grande importanza.
Sotto il vescovo Pietro (1265-80) l'Austria passò alla casa d'Asburgo, e più tardi Vienna divenne capitale dell'Impero; percio i reggenti austriaci ben presto mirarono a rendere indipendenti anche ecclesiasticamente la capitale e i loro paesi. Nel 1365 Rodolfo "lo Stifter" eresse a Vienna la prima universita della Germania e ottenne l'elevazione della chiesa matrice di Vienna, S. Stefano, a collegiata. P. esercitò la sua giurisdizione nei territori austriaci mediante un "officialis" (specie di vicario generale), finché nel 1469 l'imperatore Federico III riusci ad ottenere da papa Paolo II l'erezione di due modesti vescovati a Vienna e a Wiener-Neustadt, con grande disappunto di P. In questo periodo P. aveva spesso vescovi zelanti e operosi : sinodi furono celebrati con una certa regolarità; nel 1313 Viguleo Fröschl pubblicò un Rituale diocesano.
IV. Età della «Riforma» e della "Controriforma» fino alla fine dell'antica diocesi. - La storia della " riforma" e della "controriforma" nella diocesi di P. segue quella generale della Baviera e soprattutto dell'Austria (v.). I vescovi si mantennero tutti nel solco della tradizione cattolica: Volfango di Salm (1340-53) chiamò i Gesuiti (il p. Bobadilla), eresse un ginnasio a P. e introdusse il catechismo di s. Pietro Canisio; Urbano di Treunbach (1361-98) favori moltissimo i Francescani e soprattutto i Cappuccini, come più popolari. Il governo di Vienna fece di tutto perché la sede di P. fosse occupata da ecclesiastici di origine austriaca; e ciò duro dal 1598 alla fine dell'antica diocesi; anzi per quasi un secolo furono addirittura arciduchi ( $1598-1664$ ) i quali però esercitarono un governo veramente salutare ed efficace, in collaborazione con gli organi governativi. L'areiduca Leopoldo fondò nel 1613 un collegio diretto dai Gesuiti; l'areiduca Leopoldo Guglielmo nel 1638 il Seminario tridentino. Celebre fu il vescovo Giuseppe Domenico di Lamberg (1723-61) che visito la diocesi 199 volte, istituil la Confraternita della dottrina cristiana, sul tipo di quella di Roma e fu cardinale nel 1738. Sotto di lui, dopo lunghe contese e contrasti, fu eretta la sede metropolitana di Vienna, con un cospicuo ingrandimento di territorio (1728) per cui la diocesi di P. perdette un buon terzo del suo. In compenso il Lamberg ottenne alfine l'esenzione dalla metropolitana di Salisburgo e il pallio, pero senza il titolo di arcivescovo. Leopoldo di Firmian (1763-83), infetto da illuminismo, come molti altri prelati, del resto, era intento al profitto spirituale. Appena morto, l'imperatore Giuseppe II nel 1784 decretò la fine della giurisdizione di P. sui territori austriaci, ed eresse, con approvazione pontificia, i nuovi vescovadi di St. Pölten e di Linz, quali suffraganei di Vienna. Il territorio di P. rimase molto modesto e tutto nella Baviera; la secolarizzazione generale del 1803 pose fine anche alla sovranità ecclesiastica del vescovo di P. e l'ultimo principe vescovo, Leopoldo Leonardo Raimondo di Thun, si ritiro nei suoi beni personali in Boemia, dove morì nel 1823 mentre la diocesi fu retta dal Capitolo e da un vicario.
V. La diocesi moderna. - Gli sconvolgimenti napoleonici obbligarono la Baviera ad un totale riordinamento delle circoscrizioni ecclesiastiche, che fu fatto nel Concordato del 1817. L'8 sett. 1821 fu pubblicata la bolla di circoscrizione, per cui P. ebbe la parte orientale del

(da F. Mader, Passau, Augusta 1885, tav. 11) Passavia (Passau). diocesi di - Veduta del Duomo con l'episcopio e la canonica.
paese, con qualche aumento preso da Salisburgo, divenendo suffraganea di Monaco. Il nuovo ordine entrò in vigore l'8 dic. 1822, ma soltanto dopo la morte dell'ultimo titolare le diocesi ebbe un nuovo vescovo proprio. N