ocesi di - Veduta del Duomo con l'episcopio e la canonica.
paese, con qualche aumento preso da Salisburgo, divenendo suffraganea di Monaco. Il nuovo ordine entrò in vigore l'8 dic. 1822, ma soltanto dopo la morte dell'ultimo titolare le diocesi ebbe un nuovo vescovo proprio. Nel 1828 fu di nuovo aperto il Seminario e un liceo: l'Accademia filosofico-teologica, fondata nel 1612 , fu riaperta nel 1833, come facoltà teologica. La diocesi di P. seguì le vicende della vita cattolica della Baviera.
La cattedrale di S. Stefano, dopo vari rifacimenti, si presenta come costruzione gotica (1407), ricostruita dopo l'incendio del 1622 con le navate barocche (CarloLurago) e una ricchissima decorazione (G. B. Carlone), con uno dei più grandiosi organi della Germania. All'età carolingia, con avanzi paleocristiani, rimonta la chiesa di S. Severino; l'attuale edificio è del sec. xi-xir, con coro gotico. Sopra l'Innstadt si eleva la chiesa santuario di Marishilf. Tutta la città, con i sobborghi sulle varie sponde, si presenta estremamente pittoresca.
Biss.: le fonti storiche si hanno in MGH e nelle pubblicazioni storiche ufficiali della Baviera (Monum Boica) e dell'Austria (Fontes rerum Austriacarum. Urkundenbuch d. Landes unter d. Enns e Urkundenb. d. L. ob d. Enns, tutti in corso di pubblicazione) e nelle pubblicazioni riguardanti i monasteri e le citta principali. V. anche A. Hauck, Kirchengeschichte Deutschlandi, i primi 3 voll., Lipsia 1887 e sgg.; E. Tomek, Kirchengeschichte Österreichs, finora 2 voll., Innsbruck 1939-49; più ristretto, ma con bibliografia recente. A. Hauck, s. v. in Realenc. f. prot. Theol. u. Kirche, XIV, pp. 727-38, con elenco critico dei vescovi. Fra le opere più speciali: J. Rottmayer. Statistische Beschreibung des Bistums Passavia 1867, supplemento, ivi 1888; F. Mader, Die Kunstdenkmöler der Stad F., Monaco 1919; id., P., Augusta 1923; Fr. X. Eggersdorfer, Die phil.-theol. Hochschule P., Passavia 1922; J. Oswald, Das alte Passauer Domkapitel, seine Entwicklung bis zum 13. 7h. und sein Wahlkapitulationswesen (Münchner Studien zur hist. Theologie, 10), Monaco 1933; id., Alte Klöster in Passau u. Ungebung, Passau 1930: Schematismus der Diöz. P., pubblicazione annuale; P. Kehr, Germ. pontif., I, pp. 134-262; Cottineau, II, 2227. Su Pilgrim e le sue falsificazioni: A. Hauck, Pilgrim, in Realenc. f. prot. Theol. u. Kirche, XV, pp. 401-403; M. Heuwieser, Pilgrim, in LThK, VIII, pp. 280-81; W. Lehr, Pilgrim und die Loreher Fälschungen, Berlino 1900.
PaSserini, Marc'Antonio: v. genua, marC'Antonio.
PASSERINI, PIETRO. - Canonista domenicano, n. a Sestola (Modena) il 18 giugno 1597, m. a Roma il 21 giugno 1677. Religioso a Cremona (1612), studiò a Bologna e insegnò a Cremona, dove fu priore ( $1640-42$ ). Socio del maestro generale T. Turco, lo accompagnò nei suoi viaggi per l'Italia, la Francia, il Belgio, la Spagna (1645-49); fu poi inquisitore a Bologna ( $1650-51$ ) e infine procuratore generale dell'Ordine (1651-77), vicario generale (1669-70) e professore alla Sapienza (1655-77). Sepolto a S. Sabina.
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Insigne canonista, stimato dai pontefici, venerato e consultato dai cardinali e vescovi, scrisse: De electione canonica (Roma 1661, Colonia 1693); De hominum statibus et officiis ( 3 voll., Roma 1663-65, Lucca 1732); Commentaria in I-V libros sexti Decretalium (3 voll., Roma 1667-73); Regulare tribunal (ivi 1677). Fra le sue opere teologiche da ricordare: Commentaria theologica in III partem D. Thomae ( 3 voll., ivi 1669).
Bibl.: P. Domaneschi, De rebus cenobii Cremonensis O. P. Cremona 1767, pp. 304-13; A. Mortier, Histoire des maitres généraux de l'Ordre des Prêves Prêcheurs, VII. Parigi 1914, passim; I. Taurisano, Hierarchia Ord. Praed., Roma 1916, p. 105; B. Ricci, Un grande teologo e canonista domenicano del sec.XVII, in Memorie domenicane, 40 (1923), pp. 163-82, 348-44.
Alfonso D'Amato
PASSERONI, Gian Carlo. - Sacerdote, poeta, n. a Condamine di Lantosca (Nizza) l'8 marzo 1713, m. a Milano il 26 dic. 1803.
Amico del Parini, che nell'ode La tempesta gli si rivolge chiamandolo Alcone, scrisse un poema di ior canti : Cicerone (Milano 1753-74), dove la vita dell'oratore romano serve di pretesto ad una garbata satira contro diversi aspetti della società del tempo. Il poema, che occupa un posto notevole nella letteratura giocosa del ' 700 , piacque al Baretti, al Rousseau e allo Sterne. Il P. fu anche autore di un volume di rime di indole santricomorale e di 7 voll. di Favole esopiane (ivi 1779-88).
Bibl.: G. Baretti, La frusta letteraria. I, Bari 1932, pp. 140150; G. Carducci, L'Accademia de' Trasformati e G. Parini, in Opere, ed. naz., XVI, Bologna 1937, p. 53 sgg. Cf. inoltre: A. Mannelli, Il Cicerone di G. C. P. considerato sotto l'aspetto educativo, Firenze 1915; G. Natali, Il Settecento, II, Milano 1936, pp. 1040-47 (con nota bibl. a p. 1103); C. Previteri, La poesia giocosa e l'umorismo, II, Milano 1942, pp. 155-63.
Lanfranco Fiore
PASSIONARIO. - P. (da passionarius o passionale) o leggendario è la raccolta di libelli consacrati al racconto della vita, del martirio, delle traslazioni e dei miracoli dei santi. I due termini sono stati usati indifferentemente, l'uno per l'altro. Nel sec. xir, invece (cf. Beleth, De div. off., c. 60: PL 202, 66), passionarius e legendarius erano due libri liturgici distinti e facevan parte della dotazione normale di una buona comunità monastica e delle chiese più importanti; il p. conteneva le passiones martyrum, il leggendario, la vita, la morte e i miracoli dei confessores, solo, però, per quel tanto che veniva letto il giorno della loro festa nell'ufficiatura. La distinzione delle due categorie (martyres-confessores) è certo assai più antica di Beleth, perché si trova già nel sec. vi, sebbene con diverso intento, in Gregorio di Tours (Liber in gloria martyrum, in gloria confessorum). Per l'uso liturgico i compilatori preferirono un genere misto, raccogliendo passiones e vitae secondo il corso naturale dell'anno ecclesiastico : «lezionario agiografico», in contrapposto a «lezionario biblico» e « omiletico».
La destinazione liturgica dei p. nei manoscritti è evidente quando la narrazione è suddivisa in paragrafi, in corrispondenza alle lezioni dell'Ufficio, contraddistinte da numeri romani I, II, III, ecc., o dalle espressioni finis o fac finem (ms. lat. 11750, Biblioteca naz. di Parigi). La raccolta del materiale nei p. segue diversi criteri: per lo più o l'ordine del calendario o la qualifica degli eponimi (apostoli, martiri, sante vergini...). Ci sono p. che non presentano ordine alcuno.
Il valore intrinseco delle raccolte varia a seconda della loro origine. Altro è il valore delle raccolte autentiche, nelle quali cioè il compilatore è anche redattore (come s. Gregorio di Tours ed Eulogio); altro il valore quando il redattore s'è limitato a mettere insieme i vari testi agiografici e copiarli o farli copiare; altro, infine, il valore quando il compilatore è nello stesso tempo autore, almeno in parte, in quanto ha supplito egli stesso le passiones e vitae mancanti. Per lo più i p. sono anonimi.
A differenza del martirologio il p. doveva servire per la lettura (pubblica) a scopo di edificazione. Con il tempo i martirologi, ampliando i loro dati scheletrici, si avvicinarono alle passiones da cui trassero elementi narrativi (martirologi storici); le passiones, invece, per un processo opposto e allo scopo di rendere la lettura meno pesante, sfrondarono il racconto degli elementi superflui.
I. Storia. - Unica fonte primitiva della lettura nelle sinassi liturgiche fu il codex Scripturarum, la Bibbia, di cui il lector leggeva prout tempus fert (Giustino, Apologia, I, c. 63) un tratto, ripreso al punto lasciato interrotto, la volta precedente (lectio continua). Ma già nel periodo subapostolico (sec. II, fino ca. il 175) s'introdusse l'uso di leggere altri scritti, come lettere circolari di grandi eroi della fede e, negli anniversari dei martiri, il racconto delle loro gesta (cf. martyrium Polycarpi, a. 155, e gli Atti dei martiri di Lione, a. 177).
Gli anniversari si moltiplicarono quando, dopo il sec. Iv, anche i confessores furono ammessi come i martiri agli onori del culto. Crebbe così il numero dei panegirici, delle passiones e delle titue dei santi. Cassiodoro (m. nel 575) prescrisse ai suoi monaci : vitae Patrum, confessiones fidelium, passiones martyrum legite constanter (De Institut. divin. litter., PL 70, 1147). Ma il testo si riferisce di certo alla lettura spirituale. Roma, fedele al canone dei libri scritturali, non fece buon viso a queste composizioni peregrine, tanto più che, per i martiri, agli ante sincera s'erano aggiunti infarcimenti letterari e fantasie di scrittori incontrollati, spesso anonimi (monaci per lo più o infideles seu idiotue, che non di rado alteravano e falsavano gli stessi dati storici); tanto che Gelao ( 1492-96) lanciò il famoso decreto: «Gosta sanctorum martyrum... quia et eorum, qui conscripsere, nomina penitus ignorantur... ne vel levis subsannandi oriretur occasio, in sancta Romana Ecclesia non leguntur" (PL 59, 160-61: Denz-U, n. 165). Anche l'Oriente fu contrario (Concilio di Laodicea, can. 69) alle passiones, che invece trovarono buona accoglienza in Africa, a Milano e in Gallia. S. Agostino accenna più volte alla lettura delle Passiones nei suoi discorsi : «Modo legcbatur Passio beati Cypriani» (cf. Misc. Agostiniana, I, Roma 1930, p. 67, 80; Serm., 273, c. 2 : PL 38, 1249). L'uso fu codificato nel Concilio di Ippona del 393 (Mansi, IV, 924) e nel IV di Cartagine del 397 (Ph. Labbé, Conc., II, Venezia 1728, col. 1409). V. atti dei martiri.
Agli inizi del sec. v nel monastero di vergini fondato in Palestina da s. Melania iuniore si trovano nell'Ufficio liturgico tre lezioni, prese, come di consueto, in Oriente, dal Vecchio e dal Nuovo Testamento. Ma nell'ultimo Ufficio notturno recitato dalla Santa in onore di s. Stefano, la notte del 25-26 dic. 439, essa aggiunse altre due lezioni; una nareava il martirio del Santo, l'altra l'invenzione delle sue reliquie: "quia consuetudo erat si per vigilias sanctorum quinque legere lectiones" (M. Rampolla del Tindaro, S. Melania iuniore, Roma 1905, p. 265). Poiché né in Oriente né a Roma si ammetteva nella salmodia la lettura degli Atti dei martiri; perciò Melania dovette aver appreso l'uso in Africa, nel 415.
Per Milano, nei discorsi di s. Ambrogio si trovano largamente utilizzate le Passiones di s. Agnese, s. Cecilia, ecc., mentre per la Gallia fa fede un testo di Arnobio il giovane (metà sec. v) : "cotidie legitur in ecclesia in conspectu Dei, quanta mala fecerunt Christo, apostolia et martyribus" (PL 53, 494), che il Morin interpreta senza dubbio nel senso delle passiones (Rev. bénéd., 28 [1911], p. 173). La rigidità gelasiana sembra dovesse limitarsi alla sinassi mearistica; nell'Ufficio si fu più remissivi. Se ne trova traccia nella Regola di s. Benedetto (cap. 14) : "In sanctorum festivitatibus... lectiones ad ipsum diem pertinentes dicantur». E probabile che tali lezioni fossero riunite in apposito volume, un p. incipiente al quale potrebbe riferirsi s. Gregorio Magno, quando nel 598, ad Eulogio di Alessandria che gli richiedeva "sanctorum martyrum gesta", rispondeva che l'Archivio della Chiesa romana ne conosceva solo "pauca quaedam in unius codicis volumine collecta" (cf. A. Dufourcq, Le pas-
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sionnaire occidental du VIIe siècle, in Mélanges d'arch. et d'hist. de l'Ecole franç. de Rome, 26 [1906], pp. 27-65).
L'intransigenza iniziale andò man mano attenuandosi fino alla tolleranza e poi al riconoscimento ufficiale con l'estendersi del culto dei santi. Fino al sec. ix la passio si leggeva solo nella chiesa dove il Santo veniva venerato. Adriano I (772-93) la estese anche a S. Pietro, quando vi si celebrava il loro Ufficio (è il periodo delle grandi traslazioni e della diffusione delle reliquie). Lo attesta l'Ordo XII (tra la fine del sec. viI e la prima metà del Ix; cf. M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen-âge, II, Lovanio 1948, p. 466): «Passiones sanctorum vel gesta ipsorum usque ad Adriani tempora tantummodo ibi legebantur ubi ecclesia ipsius sancti vel titulus erat. Ipse vero tempore suo renovare iussit et in Ecclesia Sancti Petri legendas esse instituit». Il favore pontificio ne fasilitò la diffusione e l'incremento, al punto da costituire nell'Ufficio divino una minaccia per la stessa lectio divina.
La lettura si faceva in coro, ma quando era assai prolissa si continuava in refectario, come chiosa il ma. lat. 798 della Biblioteca nazionale di Parigi (V. Leroquais [v. bibl.], p. Li) o veniva distribuita nei giorni della settimana (se la festa aveva l'ottava).
II. Cassisicarione. - Tra i p. alcuni sono particolari o locali, cioè contengono le passiones dei martiri di una regione o diocesi o venerati in una chiesa; altri generali o universali, sia come genere di santi, che come luogo di venerazione. Tipi di p. particolari sono, p. ex., per l'Egitto le Vitae Patrum, per la Gallia le Vitae di s. Gregorio di Tours, per l'Italia i Dialoghi di s. Gregorio Magno, per la Spagna il Memoriale sanctorum di Eulogio di Cordova, per l'Irlanda il Codex Salmanticensis, per l'Inghilterra il Sanctilogium Angliae di Giovanni di Tynemouth, per il Brabante l'Hagiologium Brobantinarum. L'universalità dei p. dipende dal numero dei santi, dai limiti di tempo, ecc.
I due più antichi manoscritti di p. datano del sec. vir e si trovano: uno, il Codex Velseri, alla Biblioteca di Monaco (lat. 3514), l'altro alla Biblioteca municipale di Montpellier (ms. 53). Più numerosi sono i manoscritti del sec. viII. Dal sec. Ix in poi i p. si moltiplicarono dovunque e divennero sempre più voluminosi. Nel sec. XII se ne estrassero le parti, già nei codici contras egnate con distinti paragrafi, destinate alla lettura nell'Ufficio divino. S'andavano infatti già delineando i primi tipi di breviaria, e i p. divennero la fonte più frequente delle lezioni storiche del proprium sanctorum.
Dai p. anonimi e leggendari sono stat presi, e rimangono tuttora nell Ufficio, i testi di lezioni e responsori di parecchi martiri antichi, come s. Agata, s. Cecilia, s. Lucia, s. Clemente, s. Lorenzo, dei quali non si posseggono atti autentici. Verso la metà del sec. xili infine andò divulgandosi un ultimo tipo di leggendari «abbreviati», destinati a procurare alla devozione privata una lettura edificante. Sembra che in questo si siano distinti particolarmente i Domenicani.
BibL.: sui p. non esiste un lavoro d'insieme e critico. Un elenco di cataloghi di manoscritti agiografici si veda in H. DeIchawe, A travers trois siècles, 1615-1915, Bruxelles 1920, pp. 233263, da completare con le annate seguenti di An. Boll.: A. Pousalet, Le Logandier de Pierre Calo, ibid., 29 (1910), pp. 5-116 (fondamentale); V. Leroquais, Les Bréviaires manuscrits des bibliothèques publ. de France, I, Parigi 1933, pp. L-LII; M. Righetti, Storia liturgica, I, Milano 1930, pp. 232-35. Annibale Bugnini.
PASSIONE. - Nel linguaggio ordinario indica l'impeto di un'inclinazione verso un oggetto determinato che si manifesta sotto forma di attrazione o repulsione. Nell'uso filosofico il termine p. ha un uso vastissimo e indica in generale lo stato di un "soggetto" che si trova sotto l'influsso di qualche principio estrinseco.
Sommario: I. Nozione. - II. Moralità delle p. - III. Psicologia e fisiologia. - IV. Cenno storico.
I. Nozione. - Nel suo significato fondamentale p. ( $\pi \dot{\alpha} \vartheta \circ \varsigma$ ) è il «ricevere» in generale. E quindi l'effetto che l'azione di un agente estrinseco esercita su
di un soggetto: in questo senso la p. indica l'attualità che sta al termine dell'azione come suo correlativo e costituisce il predicamento p. (Aristotele, Cat., 4, 2 a 4; Met., V, 21, 1022 b 15-21). Considerate in se stesse le p. sono qualità che causano alterazione nel soggetto come il bianco e il nero, il caldo e il freddo, il dolce e l'amaro e simili : è questa la p. nell'àmbito fisico predicamentale e costituisce una sottospecie o genere subordinato della «qualità» (v.) e comporta gradazioni del più e del meno secondo la virtualità dell'agente e la capacità recettiva del soggetto: s. Tommaso la chiama passio naturae, cioè p. fisica (In IV Sent., Dist. 44, q. 3, q.la 1, a. 3).
Ma tanto Aristotele come s. Tommaso considerano la p. in un senso ancora più ampio, come il ricevere puro positivo di una perfezione e di un atto da parte di ciò ch'è in potenza, come avviene nelle operazioni del senso e dello stesso intelletto (possibile). Questa p. (passio perfectiva) si compie perciò senza corruzione o alterazione ma dice "incremento" schietto, acquisizione e "salvezza" di ciò che è in potenza da parte di ciò che è in atto (... $\left.\left.\left.002^{2} \pi_{5}\right|^{\prime} \alpha \mu \delta\right\rangle_{\lambda \lambda 01} \quad 70\right\rangle$ $\theta \cup \nu \delta \alpha \varepsilon \varepsilon \quad 6 \nu \pi 0 \varsigma$; Aristotele, De an., II, 3, 417 b 3). In questo senso le sensazioni son dette p. perché causate nel senso dai sensibili (Met., IV, 3, 1010 b 53). Il fantasma che riceve e raccoglie gli oggetti dei sensi esterni è anch'esso detto p. (De mem. et rem., 450 a 12), e ugualmente l'atto della fantasia (De an., III, 3, 427 b 18). Sempre nell'smbito del significato generico si dice p. la "proprietà" di qualcosa in generale, ovvero qualunque determinazione intrinseca della sua essenza: per i numeri l'essere pari o dispari e come, p. ex., negli animali l'esser maschio o femmina e le modificazioni organiche e funzionali a cui vanno soggetti periodicamente i viventi (Hist. anim., VII, 17, 600 b 29). E perciò anche in senso logico si dice p. quella determinazione che deriva necessariamente dall'essenza come la risibilità o la socialità per l'uomo ed è detta p. propria ( $\pi \dot{\alpha} \vartheta \circ \varsigma$ I $\delta \iota \circ \nu, \pi .0 i \alpha \varepsilon i \circ \nu, \pi . \alpha \alpha \vartheta^{\prime} \alpha \dot{\sigma} \sigma \varsigma$ ). Ma in un senso ancora più ampio è detta p. qualsiasi modificazione o attuazione che possa subire un certo "soggetto" ( $\dot{\sigma} \sigma \alpha \varepsilon \varepsilon(\alpha \alpha \gamma o v)$, qualità, attributi, disposizioni di ogni genere.
In senso rigoroso la p. indica l'alterazione o mutamento secondo la qualità ( $\dot{\alpha} \lambda \lambda$ olıoıs), sia nell'ordine fisico corporeo come, e specialmente, in quello psichico, e allora propriamente si dice passio animi cel' animae. Le p. del corpo organico sono tutto quanto lo danneggia nelle sue funzioni vitali come la fame, la sete, le indisposizioni e le malattie, o ciò che la modifica intrinsecamente, come i quattro unori che caratterizzano le costituzioni principali dell'uomo (De part. anim., III, 4, 667 b 12; Hist. anim., VI, 14, 544 b 22). Le p. dell'anima o p. in senso rigoroso sono i moti di coscienza e indicano gli atteggiamenti di attrazione e repulsione che il soggetto prova verso gli oggetti dell'appetito. Così Aristotele parla di tre p. esistenti nell'anima: il desiderio, l'ira e la paura (Rhetor., II, 8, 1382 b 54), cui seguono l'audacia, l'invidia, il gaudio, l'amicizia, l'odio, lo zelo, la misericordia e in generale tutto ciò che può causare gioia o dolore (Ethic. Nic., II, 4, 1105 b 22). S. Tommaso, richiamandosi a s. Agostino, precisa il carattere tendenziale della p.: "Afferma Agostino nel 1. IX del De civitate Dei (cap. 4) che i movimenti dell'animo, detti dai Greci $\pi \dot{\alpha} \vartheta \varsigma$, alcuni fra i latini, come Cicerone, chiamano perturbationes, altri affectiones o affectus, altri infine più espressamente, come nel greco, passiones. E chiaro pertanto che le p. dell'anima altro non sono che affezioni. E poiché le affezioni son proprie più della parte affettiva che non della apprensiva, le p. appartengono maggiormente alla sfera appetitiva che non a quella conoscitiva " (Sum. Theol., $1^{2-20^{\circ}}$, q. 22, s. 2). Nella p. così intesa, l'elemento caratteristico è la commozione o perturbazione corporea (transmutatio corporalis) specialmente nella funzione circolatoria, ad es., nell'ira che " riscalda il sangue attorno al cuore" (Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 1. II, cap. 16 : PG 94, 932). Di qui la definizione
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della p., presa ancora dal Damasceno: a Passio est motus appetitivae virtutis sensibilis in imaginatione boni vel moli» (op. cit., cap. 22 : PG 94, 941, citato in Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 22, a. 3 ad contra). In questo senso nella parte superiore dell'anima, negli angeli e in Dio, non si può parlare propriamente di p. se non per metafora e analogia (ibid., a. 2 ad 1 e 3 ad 3 ).
Le p. si dividono pertanto secondo le due specie di tendenze appetitive. Nell's appetito concupiscibile s il bene si considera o assente, o futuro o presente e così c'è l'amore, il desiderio o il gaudio; rispetto al male si ha invece rispettivamente l'odio, la fuga o la tristezza. L's appetito irascibile s che ha per oggetto il bene arduo contiene invece soltanto cinque p.: rispetto al bene non ancora ottenuto ma raggiungibile c'è la speranza o se è considerato irraggiungibile, la disperazione. Rispetto al male non ancora incombente si hanno il timore e l'av. dacia e quando il male già incombe l'ira che rimane sola nel suo genere poiché la mansuetudine ( $\tau \rho \alpha \dot{\alpha} \tau \gamma \zeta$ ) per Aristotele è un difetto e non l'opposto dell'ira (Rhe. Ior., 1125 b 28). In tutto sono quindi undici p. secondo le quali si attua l'intero comportamento affettivo della sfera sensibile (cf. Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 23, aa. 1-4). Si può quindi comprendere che la p., se ha un primo momento di passività del soggetto rispetto a qualcosa di estrinseco, esprime poi il comportamento attivo del soggetto verso il bene e il male nella loro effettiva realtà (cf. ibid., q. 22, a. 2 ad 2).
## II. Moralita belle p. - Fin quando sono con-
siderate come movimenti delle tendenze appetitive sensibili e operano senza alcun influsso della ragione, le p. esulano dalla moralità : nella prima infanzia, nei dementi e in certe categorie più gravi di tarati costituzionali (manie invincibili di suicidio, di omicidio, di alcoolismo, di eccessi erotici, di eleptomania, ecc.). Ma nell'uomo che ha raggiunto lo sviluppo normale della ragione e mantiene l'esercizio della libertà nell'unità di coscienza, le p. vengono a trovarsi sotto la guida e l'impero della ragione e diventano buone o cattive e quindi soggetto di virtù e vizio, di merito e colpa, a seconda che si conformano alla ragione o la contrastano (cf. Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 56 , a. 4 e ad 1 ; ibid., q. 24, I che rimanda ad Aristotele, Ethic. Nic., I, 13, 1103 b 13; v. anche II, 4, 1105 b 32).
La ragione esercita il suo influsso sulle p. assoggettandole alla sua regola di mantenere il "giusto mezzo" ( $\tau \dot{\alpha} \mu \varepsilon \dot{\varepsilon} \sigma \nu \nu, \mu \varepsilon \sigma \dot{\alpha} \tau \gamma \zeta$ ) contro gli estremi, per eccesso e per difetto, ed è questo medium rationis che permette di definire la virtù morale (Ethic. Nic., II, 6, 1106 b 14 sgg.; v. anche ibid., 9, 1109 a 19 sgg.). Lungi quindi dall'essere intrinsecamente cattive e immorali, le p. sono diventate validi stimoli e sostegni della virtù e sono indispensabili perché l'uomo affronti i rischi e i pericoli che s'incontrano nel tendere a opere egregie e alla virtù. La p. improvvisa che spinge ad agire (la p. antecedens) diminuisce la libertà e può toglierla del tutto quand'è cosi veemente da oscurare la ragione stessa (Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 24, a. 3 e ad 1). Nella teologia protestante invece la p. è essenzialmente l'inclinazione della natura corrotta all'errore e alle brame sregolate (cf. R. Rothe, Theol. Ethik, III, § 493, Wittenberg 1870, p. 63 ).
III. Psicologia e fisiologia. - Il predominio della filosofia moderna, orientata prevalentemente verso le strutture della soggettività, da una parte, e dall'altra lo sviluppo delle scienze sperimentali le quali tendono alla conoscenza delle leggi e dei comportamenti dei processi singoli (fisici, biologici, psicologici, sociali...) hanno rinnovato completamente lo studio delle p. Dal piano fisico-etico e ontologico-etico in cui si muovevano le concezioni dell'antichità e del medioevo, la psicologia moderna è passata alla considerazione fisiologico-fenomenologica ovvero analitica.
Le p. hanno una ripercussione diretta sul comportamento fisiologico dell'organismo, come risulta sia dall'esperienza immediata come dall'indagine scientifica: accelerazione o diminuzione del ritmo cardiaco, vaso-costrizione periferica, modificazione dei movimenti respiratori, iperglobulia, iperglicemia o glicosuria, modificazioni del diametro della pupilla ecc. Recenti indagini sperimentali dovute specialmente al Cannon (1925) e proseguite dalla scuola behaviorista del Watson hanno confermato il sostrato fisiologico del comportamento delle p. Quando le emozioni raggiungono un certo grado d'intensità (ira, sdegno, forte paura...), si possono bloccare completamente le secrezioni e le contrazioni dei muscoli fisci dello stomaco e arrestare la digestione. L'analisi del sangue mostra la presenza di un eccesso di zucchero che rende possibile, mediante l'azione regolatrice dell'adrenalina, l'aumento delle energie di difesa e di difesa necessarie dell'organismo: così, secondo il Cannon, ciò che nelle condizioni normali esige un'ora o più di lavoro, l'adrenalina lo può compiere in cinque minuti o meno ancora (cf. J. B. Watson, Psychology from the standpoint of the behaviorist, FiladelfiaLondra 1929, p. 250 sgg.). Però, quando la secrezione supera un certo limite massimo, l'effetto è la disorganizzazione e l'etassia completa della condotta; nell'uomo i processi superiori, p. es., l'immaginazione e la volontà, possono indirettamente influire, moderando la p. nello stesso meccanismo fisiologico ed è a questo modo probabilmente che opera il metodo fuga.
Nella sfera affettiva o tendenziale vengono distinti le tendenze, le emozioni, i sentimenti, le p.; le tendenze o inclinazioni sono gli elementi innati, gli stimoli codogeni per dir così della sfera affettiva e operativa; i sentimenti sono le inclinazioni nel loro attuarsi; le emozioni rappresentano gli stati acuti dei sentimenti stessi, mentre le p. sono intese generalmente come gli atteggiamenti, buoni o perversi, ormai stabiliti e costitutivi della personalità individuale. Tuttavia, nel linguaggio ordinario della psicologia, p. significa la condotta sregolata in contrasto alla ragione (p. es., le p. del gioco, del bere, del piacere sensuale, ecc.) e perciò si parla di "caratteri passionali" quando il comportamento del soggetto segue l'impulso della p. E la p. allora che conferisce una certa unità e struttura alla vita dell'individuo in virtù delle "resistenze" che provengono dalle rimanenti forze sane che cercano di ostacolare l'azione dissolvente della p. e vi ristabiliscono un certo ordine. In questo senso la p. figura come una "deviazione" (dérèglement) dei sentimenti primitivi e può essere definita come una "fuga al controllo dell'automatismo circa le regolazioni del sentimento a cui presiede la ragione" (M. Pradines, Traité de psychologie générale, II, Parigi 1948, p. 337). Le p. principali, nella classificazione moderna, sono indicate di preferenza negli eccessi dell'intemperanza, il mangiare e il bere, la lussuria e la cupidigia di ricchezze (cf. Pradines, op. cit., p. 317 sg .) errano tuttavia gli psicologi di tendenza determinista quando affermano che la p. esula come tale dalla sfera della moralità per cui l'uomo che agisce per p. sarebbe da dire del tutto irresponsabile.
I primi associazionisti inglesi (Adam Smith) riducono le p. a forme di simpatia e di antipatia le quali sarebbero derivate da processi d'imitazione, di riproduzione e di proiezione affettiva : secondo Hume tutte le p. nascono dalle "impressioni" o sensazioni piacevoli e spiacevoli variamente combinate secondo le leggi dell'associazione nell'immaginazione (cf. A dissertation on the passions, in Essays and treatises, II, Londra 1788, p. 168 sg .). I fautori dell'evoluzione (Darwin, Spencer) riportano l'origine delle p. allo sviluppo dell'istinto sociale nella specie. La psicanalisi (v.) interpreta le p. e tutti gli atteggiamenti della vita - compresa la religione e la morale - come proliferazione dell'istinto sessuale indifferenziato che Freud ha chiamato libido. Max Scheler ammette che ogni sfera di esistenza (vegetativa, sensitiva, intellettuale e volitiva) ha la sua energia propria ma in modo che sono possibili interferenze e influssi dell'una sull'altra: l'essenza allora dell'amore - inteso come p. al suo stato puro - è indicata in «un movimento nel quale ogni oggetto individuale e concreto, capace di valori, raggiunge
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i valori più alti compatibili con la sua natura e la sua determinazione ideale" (M. Scheler, Wesen und Formen der Sympathie, $5^{2}$ ed., Francoforte s. M. 1948, p. 174). La p. dell'odio ha invece un "movimento" opposto, non nel senso ch'esso sia puramente distruttiva, ma in quanto si volge ai valori inferiori e si fissa in essi per opporli ai valori superiori.
Ma una spiegazione esauriente e unitaria delle p. la psicologia moderna ancora non l'ha data, per l'arduo intreccio dei problemi che la p. mostra nel formarsi della coscienza e della personalità (v.). Il suo merito è soprattutto nella ricerca analitica e fenomenologica delle varie p., nelle accurate distinzioni sconosciute alla psicologia antica e nelle opportune classificazioni (cf. D. Lagasche, Les sentiments complexes de l'amour et de la haine, in G. Dumas, Nouveau traité de psychologie, VI, III, Parigi 1939, p. 115 sgg.).
IV. CENVO STORICO. - Nella speculazione dei presocratici si afferma il contenuto e la natura "fisica" della p. che è perciò riservata alla vita inferiore e contrapposta alla ragione e alla virtù: per Empedocle (v.) amore e odio sono elevati a principio del divenire cosmico. Lo stesso Democrito (v.) afferma che la sapienza libera l'anima dalla p. ( $\sigma \omega \rho i \eta \phi \cup \chi \hat{\eta} \eta \pi \alpha \vartheta \hat{\omega} \nu \dot{\alpha} \varphi \alpha i \rho \varepsilon \tau \alpha$ : DielsKrone, Die Fragmente der Vorsokratiker, II, $5^{2}$ ed., Berlino 1935, fr. B 31, p. 152,3; cf. fr. A I, p. 84, 22). Presso i tragici prende rilievo il conflitto fra la p. ( $\varepsilon \rho \varepsilon \omega \varsigma$ ) e l'opposta virtù della castità voluta dalla ragione ( $\sigma \varepsilon \omega \varphi \rho \omega \hat{\omega} \nu \eta$ ): nell'Ippolito di Euripide l'amore è l'elemento creativo primordiale, irrazionale e amorale, bello e terribile, dolce e penoso nelle sue manifestazioni, ed è rappresentato da Vanere eigrigna, mentre la virtù è simboleggiata in Diana o Artemide casta; anche qui però il bene per l'uomo è prospettato come un "temperamento" fra la p. e la ragione nel senso di una mutua integrazione di beni parziali con predominio del bene migliore (cf. W. Ch. Greene, Moira, Fate, Good and Evil in greek thought, Cambridge, Mass. 1944, p. 180 sg.). Nell'analogia platonica del cocchin a cui sono legati due cavalli, l'uno egregio e generoso, l'altro perverso e sordido, è accentuato l'aspetto morale delle p. che avrà la sua teoria completa nell'etica aristotelica. Nella concezione stoica antica (p. es., Zenone) la p. è un moto di contrazione e dilatazione dell'anima e precisamente dello "spirito vitale" ( $\pi \nu \varepsilon i \mu \alpha$ ) che ha la sua sede nel cuore (Stoicorum veterum fragmento, ed. H. von Arnim, I. Lipsia 1905, p. 51, 28); esso è volontario e consegue a un'opinione falsa ( $\delta \delta \xi \alpha$ ) ed è perciò un impulso vano, improvviso, irrazionale, disobbioliente alla ragione" ( $\delta \mu \mu \dot{\eta} \pi \lambda \varepsilon \sigma \nu \alpha i \mu \alpha \sigma \alpha$, $\alpha \lambda \lambda \sigma \gamma o \varsigma, \alpha \pi \varepsilon \iota \vartheta \eta \varsigma \lambda \hat{\eta} \eta \eta$ ), un "movimento contro natura" ( $\mu i \nu \eta \sigma \iota \varsigma \pi \alpha \rho \dot{\alpha} \varphi \hat{\sigma} \sigma \iota \nu$ : loc. cit., pp. 50, 21 sgg.; 93,5). Le p. sono pertanto "malattie dell'anima" e si riducono ai piaceri e ai dolori, mentre il saggio invece dei $\pi \alpha \dot{\alpha} \vartheta \eta$ ha la volontà (Soò $\lambda \eta \sigma \iota \varsigma$ ) contrapposta al desiderio ( $\varepsilon \varepsilon \pi \vartheta \nu \mu i \alpha$ ), la gioia ( $\gamma \alpha \rho \delta$ ) contrapposta al piacere ( $\dot{\eta} \delta \nu \nu \dot{\eta}$ ) e la previdenza ( $\varepsilon \dot{\alpha} \lambda \alpha \dot{\alpha} \sigma \alpha$ ) contrapposta al timore ( $\varphi \dot{\alpha} \delta \omega \varsigma$ ). Epicuro (v.), nella polemica contro la concezione stoica, ritornava al principio aristotelico che le p. non disdicono al saggio che le sa moderare per rendere possibile una maggior fruizione del piacere: soggetto del piacere e dolore fisico ( $\alpha \lambda \gamma \eta \delta \omega \hat{\omega} \nu$ ) è la carne ( $\sigma \alpha \dot{\alpha} \rho \xi$ ), del piacere e dolore morale o dispiacere ( $\lambda \hat{\sigma} \sigma \eta$ ) è l'anima o piuttosto la sfera psichica ( $\delta \iota \alpha \nu \sigma \alpha$; C. Diano, Epicuri ethico, Firenze 1946, p. 121). L'accusa di edonismo (v.) e di egoismo che è stata fatta alla dottrina epicurea delle p. è contraddetta da recenti studiosi; Epicuro assegna il vertice della vita umana al culto dell'amicizia e «il saggio darà, se occorra, la sua vita per l'amico" (Diog. Laerzio, X, 121; cf. R. Mondolfo, La coscienza morale in Epicuro, in Problemi del pensiero antico, Bologna 1936, p. 189 sgg.). Mentre il medioevo attinge da Platone e Aristotele e dagli stessi stoici per il tramite di Cicerone e dei Padri, l'umanesimo del Petrarca e del Valla e il Rinascimento fino al Bruno (v.) e al Gassendi (v.) tentano di riprendere e riabilitare la dottrina epicurea, secondo la tesi del Saitta (Il pensiero italiano nell'Umanesimo e nel Rinascimento, Bologna 1949, I, pp. 180 sgg. e 232 sgg .) : tuttavia tanto il Valla come poi il Gassendi non intendevano affatto di contrastare la morale cristiana
e davano perciò a quella riabilitazione un significato e un contenuto diversi da quello della tesi in questione. Nel pensiero moderno merita un cenno particolare Cartesio per il suo Traité des passions (scritto verso il 1646) la cui originalità riguarda più alcune analisi particolari che non i principi generali nei quali non fa che riprodurre la concezione tradizionale di s. Tommaso: la differenza più notevole è la divisione in p. simplex et primitives (ammirazione, amore, odio, gioia e tristezza) e p. particulières che sono derivate e sottospecie a quelle, come ha chiaramente dimostrato M. Meier (Die Lehre des Thomas von Aquino "De passionibus animae" in quellemanalytischer Darstellung, in Beiträge Baeumker, XI, it, Münster i. V. 1912, pp. x-xiv). Sulla scia di Cartesio si muove la dottrina delle p. di A. Geuli cca (v.) nella postuma Ethica (Amsterdam 1696) e lo stesso Leibniz (v.) nell'opuscolo De affectibus del 1679 (ed. Giua, Textes inédits de Leibniz, Parigi 1948, I, p. 512 sgg. e passim). Spinoza ritorna decisamente alla concezione stoica e chiama actiones le inclinazioni (cupiditates) che la mente domina con idee adeguate, e passiones quando l'impulso viene piuttosto dalle cose che non dalla mente, onde questa non le può perfettamente dominare (Ethica, parte $4^{2}$ o prop. 73 : appendix c. 2). Nel seguito della filosofia moderna la considerazione filosofica delle p. andò sempre scemando mentre assunse rilievo quella psicologica e fenomenologica; l'idealismo (v.) ha eliminato le p. dalla vita della coscienza perché rappresentano l'io empirico, mentre l'esistenzialismo (v.) ha intrapreso in vari modi di darne una fondazione e deduzione trascendentale in funzione dell'esistenza ch'è la libertà in atto.
Bres. : H. Bonitz, s. v. $\sigma \alpha \dot{\alpha} \vartheta \circ \varsigma$ e $\pi \dot{\alpha} \sigma \chi \alpha \iota \nu$, in Ind. Arit., Ber. lino 1870, p. 525 b 60-557 b 18, 572 a 30-b 34; R. Eisler, s. v. Leidenschaft e Passio, in Wörterb. d. philos. Begriffe, II. $4^{2}$ ed., Berlino 1929, pp. 24 sgg. e 389; L. Schütz, s. v. passio, in Thomas Lex., $2^{2}$ ed., Paderborn 1895, rist., Nuova York 1947, p. 366 sgg. Per la filosofia antica sono da consultare in particolare: H. Leisegang, Indices ad Philonis Alex. app., parte $3^{2}$, Berlino 1930, pp. 611 a-b16 a ( $\sigma \alpha \dot{\alpha} \vartheta \circ \varsigma$ ); Otto Stählin, Clemens Alex., IV, Berlino 1936, pp. 613 a-614 b. Studi particolari: H. D. Noble, L'éducation des passions, Parigi 1920; id., Les passions dans la vie morale, 2 voll., ici 1931; I. Brys, De influen passionum in moralitatem, in Collationes Brugentes, 30 (1930), pp. 186-90; A. Ermini, Le gouvernement de soi-même, 4 voll., Parigi 1932-33; A. Oddone, Le p., Milano 1935; N. Monaco, Le p. e i carattere, Alba-Roma 1944; A. Ormelli-A. Sidiouskaito, La psicologia dell'età evolutiva, $2^{2}$ ed., Milano 1947; E. Mounier, Traité du caractère, Parigi 1947, pp. 231-64; E. Baudin, Corso di psicologia, trad. it., Firenze 1948, pp. 336-46; P. Guillaume, Manuel de psychologie appliquée, Parigi 1951, pp. 34-67.
Cornelio Fabro
PASSIONEI, DOMENICO. - Cardinale, n. a Fossombrone il 2 dic. 1682, m. a Camaldoli (Frascati) il 5 luglio 1761. Prequentò in Roma il Collegio Clementino dei Somaschi, dedicandosi poi allo studio della dogmatica e della storia ecclesiastica sotto la direzione del teatino G. M. Tommasi, per cui divenne assertore dell'agostinismo più severo e del rigorismo morale. Un orientamento teologico antimolinistico e antiprobabilistico si prestava ad una segreta simpatia verso la teologia e la morale dei giansenisti. Vi contribuirono per il P. l'amicizia con i cardd. Noris e Ferrari e con mons. Fontanini, i quali lo misero in contatto con i circoli culturali francesi, tra cui i Maurini. Eclettico, non trascurava occasione di accostare dotti e letterati del tempo, non esclusi Montesquieu e Voltaire, assimilando simpatie e antipatie delle quali la sua non profonda formazione teologica non riusciva ad eludere le intime ragioni di risentimento, ora laico e illuministico, ora gallicano e giansenistico, contro la Chiesa.
Il soggiorno di due anni a Parigi e di quattro in Olanda, dal 1706 al 1713, per incarichi della S. Sede, gli permisero di conoscere l'ambiente religioso di Parigi, di Amsterdam e Deventer e la sua ambizione offrì facile presa ai ribelli, molti dei quali esuli in Olanda. Queste e le altre relazioni tra la Chiesa di Utrecht (v.) influirono sulla sua formazione. Per i vari servizi resi alla S. Sede, quale incaricato
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(da P. L. Galletti, Memorie per servire alla storia della vita del card. D. P. Pansioni, Roma 132, tav, contro p. 1) Passione1, Domenico - Ritratto. Incisione.
per i preliminari della Pace di Utrecht (1712) e quale rappresentante del Papa nelle trattative fra l'Imperatore e la Francia prima e nell'alleanza tra la Svizzera e la Francia poi, dopo un breve periodo quale segretario di Propaganda, fu inviato nel 1721 da Innocenzo XIII nunzio nella Svizsera, di là nel 1730 da Clemente XII fu trasferito a Vienna, e infine creato cardinale il 23 giugno 1738 e nominato segretario ai Brevi, ufficio che tenne fino alla morte. Nel Palazzo della Consulta al Quirinale, dove dimorava, raccolse la sua celebre Biblioteca. Altra dimora non ufficiale ebbe sul terreno degli Eremiti Camaldolesi presso Frascati, famosa per l'arredamento lussuoso e artistico, visitata da papi e da principi, chiamata da lui stesso a eremitaggio e e nella quale soleva riunire amici per riposo e discussioni. Vi convenivano, con il nome di fra' Paolo, fra' Giovanni, fra' Antonio e simili, il Bottari, il Foggini, il Niccolini, il Martini, l'Orsi, ecc. sotto la direzione del priore, ossia del P. stesso, che se ne stava seduto sotto il ritratto di Arnauld avendo sempre a portata di mano le Lettres provinciales di Pascal. Questo costante e spesso violento atteggiamento antigesuitico si aggiungeva a una irresponsabile critica verso la Chiesa e i papi e ad una inattività d'ufficio pastorale. Alieno dalle Congregazioni e da ogni impegno curiale, procurava continui fastidi alla S. Sede non solo per la imprudente condotta, ma soprattutto per la consuetudine con scrittori libertini e la protezione che prestava allo spirito diffuso dalla Enciclopedia. La sua condotta favorì così dei pari la soppressione della Compagnia di Gesù e lo sviluppo del giansenismo in Roma, molto più che l'auspicato ritorno alla primitiva prassi della Chiesa e al suo rigorismo sacramentale e disciplinare. La ricca corrispondenza, i manoscritti dei quali pochi rimangono, testimoniano nel P. un enciclopedico superficiale, ambizioso, intrigante e ambiguo. A questo suo temperamento è dovuta la morte. Condannato, nonostante la sua opposizione, il Catechismo del Mesenguy, della cui traduzione era responsabile, egli stesso
avrebbe dovuto sottoscrivere il decreto. Per non farlo si ritirò a Camaldoli. Clemente XIII gli mandò il breve con l'ordine di firmarlo o di dimettersi. Il P. firmò, ma la sua irritazione fu tale che, colpito da paralisi apoplettica, mori venti giorni dopo.
BibL.: P. Galletti, Memorie per servire alla storia della vita del card. D. P., Roma 1762: A. Vernavessi, Passandrone dai tempi antichissimi ai nostri, II, Fossombrone 1914; E. Dammig, Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del sec. XVIII, Città del Vaticano 1943, pp. 61-63, 77-79, 278-81; Pastor, XV-XVI (v. indici).
Benvenuto Marcucci
## PASSIONES MARTYRUM : v. ATTI DEI MAR-
TIRI; LEGGENDE AGIOGRAPICHE.
PASSIONISTE, SUORE. - Fondate da s. Paolo della Croce, ebbero le Regole e le Costituzioni approvate la prima volta da Clemente XIV nel 1770. Il primo monastero fu eretto a Corneto (oggi Tarquinia).
Hanno voti semplici perpetui; ai tre comuni ne aggiungono un quarto, di promuovere la devozione alla Passione di Gesù Cristo, e un quinto, di perfetta clausura. Dipendono dagli Ordinari dei luoghi. Tanto nell'abito che nella vita di penitenza e di orazione somigliano ai Passionisti, dei quali partecipano i privilegi. La rigida osservanza della Regola fece sempre fiorire la santità fra le P. A questo Istituto desidero ardentemente, ma invano, di appartenere s. Gemma Galgani. Oggi si contano 23 monasteri di P. in Europa e in America, dei quali 9 in Italia.
BibL.: G. du St Nom de Marie, St Paul de la Croix et la foudation des Religieuses Passionistes, Tufemont 1056; anon., Il monastero delle monache $P$. in Tarquinia fondata da s. Paolo della Croce. Brevissimi ce.mi storici, Roma 1028.
Giacinto del S.mo Crocifisso
PASSIONISTI: v. CHIERICI SCALEI DELLA S.MA CROCE E PASSIONE DI N. S. GESÙ CRiSTO.
PASTEUR, Louis. - N. a Dôle il 27 dic. 1822, m. a Villeneuve-l'Etang il 28 sett. 1895. Consegui il baccalaureato in lettere ( 1840 ) a Besançon ed in matematica (1842) a Digione. Nel 1843 fu nominato assistente in chimica all'Ecole Normale e nel 1848 fu chiamato quale supplente alla cattedra di chimica dell'Università di Strasburgo, ove successivamente divenne titolare (1852); nel 1854 fu preside della Facoltà di scienze a Lilla. Fu eletto membro de l'Académie de médecine (1873) e de l'Académie française (1882); fu apprezzato, ammirato ed onorato dai suoi contemporanei (Darwin, Bentham, Milne Edwards, Claude Bernard, ecc.). Fu bella anima di credente in un'epoca di scienza materialistica e positivistica.
Iniziò le sue ricerche in chimica cristallografica (1843) stabilendo i rapporti tra la forma cristallina dei corpi e le loro proprietà ottiche; queste ricerche lo portarono allo studio della chimica delle fermentazioni (18481877) in cui stahili che ogni tipo di fermentazione è opera di speciali microrganismi viventi (fermenti); studiando l'origine dei fermenti, P. si trovò ad affrontare il problema della generazione spontanea: con esperienze ingegnosamente ideate e brillantemente realizzate, dimostrò che i microrganismi non possono provenire che da microrganismi presenti nell'ambiente; in seguito all'espra polemica suscitata dalle sue esperienze (specialmente all'interpretazione datane da Charlton Bastian, un inglese sostenitore della generazione spontanea), P. affrontò il problema della distruzione dei germi con il calore, scoprendo i metodi di sterilizzazione e di asepsi. Per incarico del governo francese studiò la malattia del baco da seta (pebrina) e dettò norme per combattere e prevenire il flagello (1865). Nel campo dell'etiologia delle malattie infettive, benché preceduto da Davaine e da Koch, conquistò gloria e popolarità scoprendo lo streptococco piogeno (agente della febbre puerperale) nel 1878 , ed indicando i mezzi per impedirne le infezioni; il colera dei polli (1875), il mal rosso dei suini (1801), ecc. Studiando sul carbonchio ema-
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tico (1877), inoltre, scopri che l'inoculazione di microbi poco virulenti nell'organismo animale provoca una malattia benigna che premunisce contro la forma morbosa maligna dei germi virulenti; P., dando base razionale al principio della vaccinazione, già applicato empiricamente da Jenner e da altri, ne permise la generalizzazione e la divulgazione; insieme al suo collaboratore Roux preparò vaccini contro il colera dei polli, contro il carbonchio (1881) e contro la rabbia (1882).
A Parigi fondò l's Institut P. a, famoso laboratorio in cui si vanno compiendo ricerche preziose nel campo delle scienze biologiche e della sieroterapia. Le opere di P. furono raccolte tutte insieme (Oeuvres de P., Parigi 1922).
Bibl.: A. Trambusti, L. P., Bologna 1923; J. R. Dubos, L. P., Boston 1930.
Giorgio M. Baffoni
PASTO, diocesi di. - Città e diocesi della Columbia (America meridionale), suffraganea dell'arcidiocesi di Popayan. Ha una superficie di 8000 kmq . con una popolazione di 400.000 ab . tutti cattolici, distribuiti in 55 parrocchie, servite da 79 sacerdoti diocesani e 58 regolari; conta 1 seminario, 6 comunità religiose maschili e II femminili (Ann. Pont., 1952, p. 312).
Fondata nel 1539 con il nome di Villaviciosa, fu incendiata durante la guerra del 1834 e distrutta poi da un terremoto. Con bolla di Pio IX In excelsa militantibus Ecclesia del 10 apr. 1859 fu smembrata da Popayan ed eretta diocesi. Il 23 dic. 1904 fu separata da P. la prefettura apostolica di Caquetà. E suffraganea di Popayan. Tra i vescovi della diocesi si ricordano il gesuita Ignacio León Velasco, e il p. Ezequiel Moreno, di cui si è introdotta la causa di beatificazione. Tra le chiese della diocesi si ricordano la chiesa di S. Domenico, di S. Francesco, di S. Andrea, di S. Filippo e altre. Vi è inoltre il Collegio di S. Filippo Neri retto dai padri Gesuiti; un ospedale e il convento dei Cappuccini.
Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLII, p. 646 sg.; A. A. Mac Erlean, s. v. in Cath. Enc., XI, p. 537. Enrico Josi
PASTOFORIO. - Il gusto ellenistico condusse i costruttori delle basiliche cristiane a nascondere la rotonda dell'abside dietro un muro diritto; onde la creazione, accanto al santuario, di due vani più o meno grandi, ai quali due tratti delle Costituzioni Apostoliche (II, 57 e VIII, 13) dànno il nome di $\pi \alpha \alpha \tau \omega \rho \dot{\rho} \rho \iota \alpha$ (da $\pi \alpha \alpha \tau o \varsigma=$ cella; $\varphi \dot{\xi} \varepsilon \varepsilon \varepsilon \alpha=$ portare). Questo tipo architettonico si irradió dalla Siria nelle basiliche cristiane di altre regioni, specialmente in Asia Minore, Mesopotamia, Grecia e Ravenna.
La parola, nell'uso dei pagani, designava la nicchia o la piccola edicola nella quale i sacerdoti egizi portavano l'immagine della divinità. Generalmente si dice che il locale nord era la protesi, luogo dove i fedeli deponevano le loro offerte e dove i sacerdoti preparavano gli elementi del sacrificio eucaristico, quello sud il diaconicon, dove si conservavano i vasi e paramenti liturgici. Ma le indagini archeologiche recenti di J. Lassus, Sanctuaires chrétiens de Syrie. Essai sur la genèse, la forme et l'usage liturgique des édifices du culte chrétien, en Syrie, du IIIe siècle à la conquête musulmane (Parigi 1947), conducono a cambiare in parte quella concezione troppo semplice. Si ammette che al sec. Iv nelle chiese di Siria questi due vani potevano essere adibiti ad usi diversi, non meglio determinati, ma nel sec. v uno dei due, quello sud generalmente, ricevette una nuova destinazione che ruppe la simmetria dell'edificio; diventò un martyrion dove erano collocate le reliquie di un santo; e siccome i fedeli volevano toccare la cassetta delle reliquie e prendervi olio, l'accesso a questo p. fu ampliato con un arco sopra l'ingresso. Invece l'altro p. dava passaggio al santuario per una piccola porta bassa e poteva servire come sacrestia e ricevere diversi nomi, diaconicon, gazophylchion o sheuophyláhion (v. anche basiliche; diaconicon).
Alfonso Racs
PASTOR, Ludwio von. - Storico, barone per conferimento imperiale (1908), n. ad Aquisgrana il

(Int. Eivc. Catt.)
Pasteur, Louis - Frontespizio di Quelques réllestions sur la science en France, con autografo dell'autore (Parigi 1871). Il ritratto del P. è riprodotto alla v. microdeoLonia - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.
31 genn. 1854, da padre luterano, m. ad Innsbruck il 30 sett. 1928. La madre cattolica lo allévò nella propria religione, ed egli fu sempre cattolico credente e professante. Durante gli studi universitari iniziò le sue ricerche di storia della Chiesa ed ebbe per maestro il sac. J. Jenssens (v.), noto storico; fu anche discepolo del Sickel a Vienna e del Weiss a Graz ove si laureò con uno studio sulla politica religiosa di Carlo V (18 luglio 1878). Fu docente (1881-85) poi titolare della cattedra di storia nell'Univ. di Innsbruck (1886-1900), consigliere aulico (Hofrat) nel 1899, direttore dell'Istituto stor