volume-09

Back to Volumes
o; fu anche discepolo del Sickel a Vienna e del Weiss a Graz ove si laureò con uno studio sulla politica religiosa di Carlo V (18 luglio 1878). Fu docente (1881-85) poi titolare della cattedra di storia nell'Univ. di Innsbruck (1886-1900), consigliere aulico (Hofrat) nel 1899, direttore dell'Istituto storico austriaco di Roma (1901-15, 1921-28) e ministro plenipotenziario d'Austria presso la S. Sede (1921-28).

Le polemiche tra studiosi cattolici e protestanti, che accompagnarono in Germania il Kulturkampf biomarckiano, lo portarono a tentare un esame sistematico della tradizione politica papale dal punto di vista cattolico, in contrapposto alla critica luterana distruggitrice (specie del Ranke nella sua Storia dei papi); mentre le vicende della Chiesa primitiva e medievale non l'interessavano, quelle invece del Rinascimento e della Riforma cattolica, in quanto precedettero ed accompagnarono la rivoluzione protestante, formarono l'oggetto precipuo delle sue ricerche. Da esse deriva la Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters, il cui primo volume comparve nel 1886, lo stesso anno in cui il P. salì sulla cattedra di storia dell'Università di Innsbruck. Però il proposito di scrivere questa storia già risaliva alla festa dell'Immacolata (8 dic.) del 1873. Il papa Leone XIII apprezzò sin da princi-

## Page 582

![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(per cortesia della Bar.des cod. von P.) Pastor. Liqgwito yon - Ritratto. L'ultima fotografia.
pio il proposito grandioso che il P. intendeva condurre a termine secondo i canoni della più rigorosa critica storica e non minor favore gli dimostrarono Pio X ed i suoi successori; ma il P. non fu mai storico ufficiale del papato, come talvolta si volle insinuare. Successivamente diede alla luce ben undici volumi; dopo la sua morte, per opera di diversi collaboratori, comparvero ancora i voll. XIII, XIV, XV, XVI; cosi la Geschichte nel 1934 era completa nel piano stabilito dal P. : dal
Concilio di Costanza alla morte di Pio VI (1799); sono sedici volumi in ventidue tomi.

La Geschichte del P. fu accolta dagli studiosi con il maggior rispetto e ammirazione per il suo autore, meraviglioso indagatore di documenti degli Archivi Vaticani, anzi di quelli d'Italia e di tutta Europa, per la storia dei papi e della Chiesa nel periodo di quattro secoli, come nessuno mai aveva ancor fatto. Rinnovando completamente la storiografia tradizionale, il P. colloca la Chiesa romana al centro di un grande panorama storico, mostrando che essa domino la civiltà europea dal primo Rinascimento. Nelle vicende politiche, nello sviluppo delle lettere e delle arti, nella diffusione della civiltà europea cristiana nei continenti nuovi, appare dominante l'opera di Roma, sulla quale il P. getta nuova luce.

Certo nell'opera del P. non mancano difetti; nonostante la scrupolosa onestà ad imparzialità nel cercare di stabilire la verità storica, manca talora acutezza critica e profondità di concezione e di giudizio. Spesso i fatti analiticamente esposti impediscono al P. di assurgere ad una visione storica di largo respiro, come appare manifesto dai suoi apprezzamenti quanto al Rinascimento ed alla Controriforma, dove la polemica prende talora la mano allo storico. Alle mentovate deficienze critiche del P. contribuì la stessa immensa mole di documenti che gli archivi gli offrivano, e per i quali troppo spesso non trovava l'appoggio di ricerche preparatorie che gli facilitassero la sintesi.

Per quanto riguarda poi i volumi postumi, il P. alla morte non aveva steso tutta la trattazione indicata nel quadro generale : la casa editrice affidò l'elaborazione ad altri ai quali risale in parte la responsabilità dei giudizi (v. prefazione ai voll. XIV, XV, XVI). Per i capitoli che riguardano Clemente XIV e la soppressione della Compagnia di Gesù, che hanno offerto occasione a vivaci polemiche circa la vera paternità dei medesimi e quindi circa l'uso delle fonti e la valutazione di cose e persone, cf. G. Kratz-P. Leturia, Intorno al Clemente XIV del barone von P., Roma 1935. Tutto ciò non toglie che l'opera del P. abbia carattere monumentale: essa del resto non chiude, ma apre la via a nuove ampie r cerche e rettifiche. Il P. accompagnò i lavori della sua Geschichte con molte importanti ricerche parallele : è da ricordare, fra l'altro, la nuova edizione della Geschichte des deutschen Volkes seit dem Ausgang des Mittelalters di Giovanni Janssen, che poi corredò di dieci volumi di Erläuterungen und Ergänzungen (1900-20). I suoi manoscritti sono ora conservati nella Biblioteca Vaticana. Nei Tagebücher (cit. in bibl.) si troverà l'elenco dell'edd. e verss. della Storia dei papi (pp. 911-15), delle opere minori (pp. 916918) e la bibl. relativa al P. (pp. 918-20).

Bini.: la Geschichte der Päpste dopo la prima ed. tedesca di Friburgo in Br. ebbe diverse edd. rivedute per i singoli voll.

La vers. it. iniziata da C. Benedetti ( 3 primi voll. sulla $2^{2}$ ed. tedesca. Trento 1890-96) fu ripresa per gli stessi voll. nella $4^{e}$ ed. da A. Mercati e continosta da P. Cenci (Roma 1910-34). Si hanno tradd. in franc. e in ingl., spagnuolo e olandese. Fra i diversi giudizi dell'opera del P. per parte di cattolici e di protestanti, si può ricordare: I. F. Dengel, Ludwig Prechere v. P., in Hist. Jahrbuch, 49 (1929), p. I sgg. (catolico) e W. Goetz, in Hist. Zeitschrift, 145 (1932), pronotante. Cf. anche P. Cenci, Il barone L. v. P., in Pastor (I, ed. 1942, pp. vii-xxvii). Recentissime e di grande importanza per la conoscenza del pensiero del P., del tempo e ambiente in cui viene ed operò è il vol.: L. v. P., Tagebücher-Briefe-Erinnerungen., a cura di N. Wühr, Heidelberg 1950. Cf. al riguardo A. Pelser, L'histories L. v. P. d'après ses journaux, sa correspondance et ses souvenirs, in Rev. d'hist. ecclés., 46 (1951), pp. 192-201. Francesco Cognasso

PASTORALE (baculus, sottinteso pastoralis; cambuta, ferula). - Insegna liturgica propria del vescovo e degli abati nelle funzioni pontificali, accettuate quelle del Venerdì Santo e dei defunti. Per usarlo fuori del proprio territorio occorre il permesso dell'Ordinario. Consta di un'asta dell'altezza di un uomo, munita al di sopra di una curvatura a spirale; è consegnato nel giorno della consacrazione ed è portato nella sinistra, la curvatura verso il popolo nel territorio proprio. Verso la fine del medioevo, al nodo, cioè sotto la curvatura, si metteva un pezzo più o meno piccolo di stoffa, talvolta ornata di ricami, chiamata anche sudario; oggidì non è più usato se non a volte per distinguere il p. di un abate (Decr. auth., 1113 ad 8).

Già nel sec. v lo si trova adoperato dagli abati in Irlanda; è menzionato come insegna del vescovo nel decreto 28 del Sinodo IV taledano del 633 e descritto da s. Isidoro di Siviglia (De off. eccl., II, 5, 12); anche in Gallia, sotto il nome "cambuta", "bacolo" o "virga", non adoperato dai vescovi nel sec. vir (Sinodo di Aquisgrana dell'816, can. 134). Ma fino al sec. x non fu considerato insegna liturgica, né dai liturgisti né nei libri liturgici. Forse al tempo della lotta delle investiture nel sec. xi venne introdotto come simbolo del potere spirituale. A Roma non fu mai usato dai papi, neppure dai cardinali, come prova l'Ordinarium S. Romanue Ecclesiae" ( $=$ Ordo Romanvs XIV, n. 45), scritto da Gaetano Stefaneschi (inia. s. c. xiv). Anche attualmente il papa non l'usa mai; in certe funzioni, p. es., nell'apertura e nella chiusura della Porta Santa o nella consacrazione di una chiesa, il papa adopera la verga sormontata da una Crocidetta ferula (v.), menzionata nello Pseudo Costantino, Constitutum 14, con l'espressione "imperialia sceptra" (ed. P. Fedele, Fonti per la storia delle origini del dominio temporale della Chiesa di Roma, ivi 1929, p. 104), e nell'Ordo Romanus XII, n. 79 (prior basilicae Sancti Laurentii de Palatio dat ei ferulam quae est signum regininis et correctionis et claves ipsius basilicas et sacri Lateranensis palatii: PL 78, 1097; la stessa cosa è ripetuta nell'Ordo Romanus XVI, ibid., col. 1144). I cardinali, ora, come tutti i vescovi usano il p. nelle funzioni pontificali.

L'origine del p. non è ancora chiara; forse deriva dall'uso dell'investitura con una virga aurea nel cerimoniale della corte imperiale bizantina, adoperata anche nei secc. vi e vir dai Visigoti in Spagna, dove si trova la prima menzione del p. vescovile. E probabile che il cerimoniale della corte visigotica, ad imitazione di quella bizantina, introducesse anche per i vescovi l'uso di una virga, con questa differenza, che essa si consegnava non dal re, ma dai vescovi all'altare (Krauser).

La forma del p. vario secondo i tempi. Dapprima un'asta di legno, sormontata o da una palla o da una Croce o da una traversa orizzontale a forma del greco T. Dal sec. xi venne ricurvato di poco a spirale: forma tuttora in uso. Le tre parti di cui consta il p., fusto, attacco, spirale, ricevevano una interpretazione allegorica : la curvatura verso il popolo divien simbolo della cura pastorale (attrahe), l'asta quella di ferma amministrazione) (rege, sustenta) e la punta inferiore quella dello stimolo (punge, stimula).

## Page 583

![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(fot. Gab. fot. naz.)
(per cortesia della Scuola superiore d'Arte cristiana * Beato Angelico * di Milano)
In alto a sinistra: PASTORALE CON ANNUNCIAZIONE, con smalti di Limoges (sec. xiv) - Vaticano, Museo Sacro. In alto a destra: PASTORALE DEL VESCOVO MAFFEO VALLARESCO (1460) - Zara, Duomo. In basso a sinistra: PASTORALE DEL 1500 - Vercelli, Duomo. In basso a destra: PASTORALE in argento dorato, avorio inciso e pietre preziose (1950). Opera della Scuola B. Angelico di Milano - Pontida, Abbazia.

## Page 584

![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
(fol. del Kunsthistorischen Museume di Vienna)
PATENA, calice e fistule del 1180 ca. già conservati nell'Abbazia Premostratense di Wiltener (Innsbruck) Vienna, Kunsthistorichen Museum.

## Page 585

![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(d) V. Lergouna, Les pontificaux mis, des bibl. yubi, de France, Parigi 607, tex. M.
Pastorale - Il Vescovo consegna all'abate il p. ornato del velo in uso nel medioevo. Miniatura del Messale-Pontificale di Stefano Loyneau, vescovo di Luçon (fine sec. xiv) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 8886, f. $297^{\circ}$.

BibL.: H. Leclercq-L. Gougaud, Crosse, in DACL. III, coll. 3144-29; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1922, pp. 417-18; F. Hofmeister, Mitra und Stab der wirhl. Prälaten ohne bischaf. Charakter, Stoccarda 1928, pp. 4-6, 23-24; M. Righetti, Man. di stor. liturg., f, $2^{\circ}$ ed., Milano 1930, pp. 236-39; T. Klauser, Der Ursprung der bischöf. Imignien und Ehrenrechte, Krefeld s. a.

Pietro Siffrin
Ante. - In epoca romanica molti p. uscirono dalle Officine di Limoges (sec. xili) e furono di rame con smalti verdi-chiari e azzurri, con testa di serpente o di altro animale all'estremità della voluta e, all'interno di questa statuetta, con rappresentazioni varie (a Parigi, Ascoli Piceno, Cattedrale; a Catania, Museo civico, ecc.). Nel periodo gotico, il nodo prese forma di tempietto cuspidato con statue a tutto tondo, all'estremità della voluta vi fu la rappresentazione dell'Atmunciazione o dell'Incoronazione e tra il fusto e la voluta protesi angiofi alati. La decorazione a smalti traslucidi, secondo l'uso del tempo, ornit tanto il fusto (altre volte ricoperto da trafori polilobati) quanto le volute: alcuni esemplari indicano la bellezza raggiunta con questo sapiente innesto dell'elemento plastico sulle superfici vivacemente smaltate: il p. di Ciccarello di Francesco nella cattedrale di Sulmona, l'altro nel Museo dell'Opera del Duomo a Siena; l'altro a Città di Castello e nel duomo di Treviso; gli altri, fra di loro tanto simili da sembrare usciti dalla stessa bottega siciliana, come il p. della cattedrale di Reggio Calabria e quello della cattedrale di Tropea, quello di Agira con uno smalto quadrilobato ontro la voluta, ecc.

Nel ' 400 e nel ' 500 scompare la decorazione a smalti; le paraste e colonne e archi a tutto sesto sostituiscono nel nodo le forme gotiche mentre le statuette al termine della voluta hanno modellazione più naturalistica.

Motivi di testine di cherubini a rilievo, foglie arricciate sulla voluta si trovano nei p. in quest'epoca (ad es., nella cattedrale di S. Severina a Nicotera; ad Orvieto nel Museo dell'Opera del Duomo, ecc.). In epoca barocca la linea della voluta, che si era mantenuta sempre ferma pur arricchendosi di elementi decorativi, diventa ondulata ed è formata da forme arricciate (Monreale, S. Martino delle Scale; Crotone, Cattedrale) oppure da
volute accartocciate, come quello che Michele Cruer compose nel 1718 in argento cesellato e in parte dorato per il gran priore dell'Ordine costantinopolitano (Parma, S. Maria della Stoccata), oppure più delicatamente formata da filigrane a traforo (Monreale, Cattedrale).

Nel sec. xviII si fecero anche p. in osso e in avorio con un bastone ornato da incisioni; in generale tra i più belli furono sempre quei p. in cui il motivo delle foglie, dei fiori, delle ghirlande compose voluta elegante intorno alle statuette centrali. Anche quando nelle botteghe di oreficeria penetrarono motivi neoclassici, e la lavorazione a mano venne sostituita con la lavorazione meccanica, il modello settecentesco - in cui la ricca decorazione gotica o rinascimentale del nodo era stata soppressa a vantaggio di una maggiore facilità per l'impugnatura rimase persistente, né si può dire che la produzione moderna abbia introdotto molte varianti stilistiche a questo arredo liturgico. - Vedi tav. LXXI.

BibL.: E. Mauceri, La mitra e il baculo abbaziale di Agira, in Boll. d'arte del Minist. della p. i., 1922, p. 319; L. Galli, Invent. degli egg. d'arte d'It., prov. calabra, Roma 1933, passim; L. Fumi, Orvieto, p. 160; id., Invent. degli egg. d'arte d'It., proc. di Parma, Roma 1934, p. 78; L. Serra, Invent. degli egg. d'arte d'Italia, proc. di Ancona e Ascoli Piceno, ivi 1936, p. 244; Venturi, IV, pp. 908-10; M. Accascina, L'oreficeria italiana, Firenze 1938, pp. 36, 39.

Maria Accascina
PASTORALI, LETTERE. - Appellativo comune alle paoline I e II Timoteo (v.) e Tito (v.), nel sec. xvir dette pure pontificiae (C. Magalianus) - giustificato dalla destinazione a pastori di Chiese e dal contenuto (cf. Frammento moratoriano, in Enchiridion Biblicum, Roma 1927, n. 4; Tertuliano, Adv. Marc., V, 21 : PL 2, 556).

In esse la comunità appare solo di riflesso, rivolgendosi lo scrittore direttamente ai capi per istruirli sui doveri del loro ufficio: scelta dei ministri, esempio di vita santa, difesa della sana dottrina. La comunità dovrà, tuttavia, conoscere il contenuto di queste lettere dalla voce di coloro per mezzo dei quali Paolo esercita la sua superiore autorità di Apostolo (I Tim. 2, 1 sg.; 4, 12; 6, 3 sg. 21 ; Tit. 2, 1 sg.; 3, 15; II Tim. 4, 22).

Anche la lingua e lo stile concorrono a distinguere le l. p. sia dal gruppo delle Romani, I e II Corinti, Galati, sia dalle epistole della prigionia, alle quali ultime, però, esse sono più vicine per il tempo e per le circostanze di composizione, nonché per la difesa del cristianesimo dai primi attacchi della falsa gnosi. Nelle 1. p. è difficile scoprire un piano : gli insegnamenti, le esortazioni, gli spunti polemici si susseguono, spesso, senza un evidente legame. Con la Filemone sono le più familiari tra le lettere di s. Paolo, le più lontane dall'indole letteraria del genere " epistola».

BibL.: per l'indole della l. p. in genere, cf. la bibl. alle singole voci: timoteo; tito. Teodorico da Castel S. Pietro

PASTOR BONUS. - Rivista del Seminario di Treviri, che iniziò la sua pubblicazione nel 1889 sotto la direzione di P. Einig e di A. Müller.

Tratta di tutti gli argomenti che entrano nell'insegnamento teologico. Oltre a buoni articoli di esegesi, di patristico e di teologia, scroglie anche studi e direttive di carattere pastorale. Dopo la seconda guerra mondiale ha cambiato ( 1946 ) il suo nome originale in quello di Trierer Theologische Zeitschrift. Date le brevi interruzioni per cause belliche, ora (1951) è nella sua sessantesima annata ed ha una periodicità bimestrale. Ne è direttore il prof. G. Höffner.

Angelo Penna
PASTORE : v. EbMA.
PASTORE, BUON. - Il popolo d'Israele era eminentemente agricolo e nel Vecchio Testamento spesso si adopera l'espressione "p. ". Mosè dice che occorre un capo al popolo del Signore perché esso non sia come un gregge senza p. (Num. 27, 17). 'Tutto il salmo 22 si riferisce al p. e al gregge che ricorre anche nei salmi 95 e 100 . Isaia assicura che il Signore invierà i p. ( 3,15 e ancora più in 40, 11); Geremia ricorda i p. $(3,15)$, si scaglia contro i p.

## Page 586

![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(per certriso del yael E. Jous Pastore, Buon - Cippo sepolcrale con B. F. e iscrizione (sec. III). Roma, cimitero di Bassilla.

Salvatore, che con il suo sacrificio ha dato agli uomini la redenzione e la salvezza eterna (Enc. Catt., Gesù Cristo, VI, col. 254 sg.).Omero chiamava Agamennone p. dei popoli. Nel Vecchio Testamento il Signore con molta più ragione è detto «P. dei Popoli». Infatti s. Pietro chiama il Signore, "principe dei p. " (I Pt. 5, 4). Nel Martyrium s. Polycarpi Gesù Cristo è detto "P. della Chiesa cattolica su tutta la terra" (F. X. Funk, Opera Patrum apost., I, p. 304). Abercio (v.) vescovo di Gerapoli, nella Frigia, nel suo carme sepolcrale si dichiara "discepolo del casto p. che ha occhi grandi che dall'alto guardano per ogni dove" (A. Ferrua, Nuove osservazioni sull'epitaffio di Abercio, in Riv. arch. crist., 20 [1943], p. 296). Nell'inno in onore al Salvatore Clemente Alessandrino lo chiama "p. del gregge regale" (PG 8, 681). S. Agostino appella il Signore Pastor pastorum (serm. 138, 5: PL 38, 765). L'immagine del B. P. è la più rappresentata negli antichi cimiteri cristiani di Roma, sia in pittura che nei sarcofagi o negli epitaffi. P. Styger nel 1927 indica che il B. P. è raffigurato nei cimiteri cristiani di Roma in non meno di 120 pitture e in 150 sculture (Die altchristliche Grabeshunst, Monaco 1927, p. 7). Esso appare sia isolato, con la pecora sulle spalle, come in Pretestato (Wilpert, Pitture, tav. 17) simboleggiando l'anima del defunto portata dal Salvatore tra gli eletti, sia, nella maggior parte dei casi, insieme al gregge, cioè con gli eletti in un giardino (Paradiso), rappresentato da alberi con uccelli; il gregge è costituito più spesso da due sole pecore, o anche da più. Il P. può essere con l'orante, come in Callisto (id., Pitture, tav. 25) o come nel sarcofago lateranense di Giuliana (id., Sarcofagi, tav. 37, 5) o nell'affresco di Domitilla (id., Pitture, tavv. 190 e 198). Può essere rappresentato che pasce il gregge, cioè la comunità dei fedeli (id., Pitture, tav. 63, 2, e nel noto sarcofago lateranense). Si ha anche la scena del P. che difende il gregge, come in Pretestato (Wilper Pitture, tav. 5 I, rif. a v. ASINO); o nella lastra di Verazio Nicatora del Laterano (O. Marucchi, Monumenti del Museo Cristiano Lateranense, Milano 1910, tav. 57, 8). In musaico si ha nella tomba di un "Lollianus" a Thabarca (R. de la Blanchère, Tombes en mosaïque de Thabarca, Parigi 1897, p. 21, tav. 2 e fig. 12). Il B. P. figura anche graffito in molte lastre sepolcrali nei cimiteri romani (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, II, Roma 1867, tavv. 39-40, n. $3^{8} ; 49-50$, n. 17; III, ivi 1887, tav. 30, n. 45; G. Wilpert, Fractio Panis, Parigi 1896, tav. 5; O. Marucchi, Monumenti del Museo Cristiano Lateranense, Milano 1910,
tav. 7, nn. 4, 6, 13). Fin dal 1934 J. Quasten aveva richiamato l'attenzione sul salmo 22 relativo al B. P. nel culto e nella liturgia battesimale. L. De Bruyne ha il merito, fin dal IV Congresso internazionale di archeologia cristiana, nel 1938, di aver messo in evidenza che l'immagine del B. P. fu prevalente nell'iconografia dei più antichi battisteri cristiani di Dura Europos ([v.] prima metà sec. III), di Donsao (366-84) nella Basilica Vaticana (Prudenzio, Peristephanon, XII, 43 sg.), di Napoli (iv.] ca. 400; Wilpert, Mosaiken, tavv. 36-38); del Laterano (ibid., pp. 256257, figg. 72-73; L. De Bruyne, La decorazione degli edifici sacri di Roma, in Atti del IV Congr. intern. di arch. crist., II, Città del Vaticano 1948, p. 119). Subito dopo l'idea fu sviluppata da J. Quasten, il quale vi aggiunse l'apporto della letteratura sia in Oriente che in Occidente (J. Quasten, Das Bilde des Guten Hirten in den altchristlichen Baptisterien und in den Fnuffiturgien des Ostens und Westens. Das Siegel des Gottesherde, in Pisciculi, F. 7. Dölger dargeboten, Münster 1939, pp. 220-44; id., The pointing of the Good Shepherd at Dura Europos, in Mediaeval studies, 9 [1947], pp. 1-18). In una lampada di terracotta il B.P. è circondato da sette stelle e pianeti. Nei sarcofagi il B. P. si trova a Roma, a Tolentino (Wilpert, Sarcofagi, tav. 72), a Pisa forse proveniente da Ostia (id., ibid., tav. 75, 4), a Lucca (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, V, Prato 1879, tav. 400, 1), nella Gallia, come a Digione (Wilpert, Sarcofagi, tav. 65, 2-3), in Spagna a Gerona, in Africa a Tipasa e a Philipperille.

Frequente è pure nelle lampade fittili (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., $2^{\mathrm{a}}$ serie, I [1870], tav. 1, nn. 1-2; O. Wulff, Altchristliche Bildiueche, Berlino 1918, p. 244, n. 1224, p. 250, n. 1263). A Istambul in un pulpito il B. P. è raffigurato da un lato con la pecora sulle spalle e dall'altro pascolante il gregge rappresentato da una pecora (G. Mendel, Musées impériaux ottomans, Musée de Constantinople, II, Costantinopoli 1914, pp. 409410). Si hanno esempi anche della raffigurazione del B. P. in musaici pavimentali. Cosi ad Aquileia (La basilica di Aquileia, Bologna 1933, tav. 30). A Rorguniae nella Mautetania Cesariense, oggi Matilou in Algeria, sul pavimento d'una basilica è effigiato il B. P. nel centro, mentre altri due pastori guardano il gregge.

Si hanno anche statue del B. P. Da quella notissima del Museo Lateranense (Wilpert, Sarcofagi, p. 71, fig. 29 e tav. 52, 1), all'altra nello stesso Museo (ibid., tav. 52, 5), a quella del Museo delle Terme (ibid., p. 72, fig. 33 e
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(par. certriso del yael E. Jous Pastore, Buon - I. Cipo sepolcrale con B. F. e iscrizione (sec. III). Roma, cimitero di Bassilla.

Pastore, Buon - Il B. P. Affresco della fine del sec. III, sul cubicolo della velatio nel cimitero di Priscilla - Roma.

## Page 587

tav. 52, 8), o fuori Roma, nei musei di Istambul (ibid., p. 73, tav. 52,7 e 9) e di Atene (ibid., tav. 52, 6). Nel cimitero a inter duas lounas sono due piccole "hermulae» col B. P. che servirono per base di altare (ibid., figg. 34 e 35 ). Nel cimitero di Bassilla una stele sepolcrale di Tollia Asclepiaca (ibid., p. 74 e fig. 36). A Ravenna il cippo di Antifonte. Numerose sono pure le immagini del B. P. nei vetri dorati (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, nei primi attu secoli della Chiesa, IV, Prato 1879 , pp. 169-77). Frequente pure è nelle lampade fittili (id., loc. cit.). Tertullio
![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(he. Enr. Catt.)
Pastore, Buon - Il B. P. con il gregga presso la fonte della vita. In basso la Maddalena penitente, scultura in avorio. Arte indiana (sec. xvi). Biblioteca Vaticana, Museo Sacro, sala d'arte orientale.
no attesta che il B. P. era effigiato nei bicchieri di uso (De pudicitia, 7, 10); come pure si trova negli anelli quale gemma (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., $3^{2}$ serie, 3 [1881], p. 113; O. Marucchi, Roma sotterranea, nuova serie, Roma 1914, p. 137, fig. 27; A. De Waal, Der Gute Hirt, in Römische Quartalschrift, 29 [1915], p. 111); in medaglioni (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1881, tav. 585, n. 6). Ancora in epoca più tarda nell'affresco dell'oratorio dell'abbazia benedettina sorta sulla basilica di S. Ermete nel cimitero di Bassilla, nel libro aperto tenuto dal Redentore è ripetuto: ego sum pastor bonus et cognosco oves meas (E. Josi, Scoperta di un altare e di pitture nella basilica di S. Ermete, in Riv. arch. crist., 17 [1940], p. 199, fig. 5). Ancora oggi nell'inno del Matutino della domenica in albis si canta «Qui Pastor aeternus gregem / aquam lavas baptismatis». I Catecumeni del Battesimo divengono gli agni novelli» del gregge del p. Cristo. Nell'ordo commendationis animae si legge : «Constituat te Christus filius Dei vivi intra Paradisi amoena vireta et inter oves suas te verus ille Pastor agnoscat».

Rare sono le rappresentazioni del B. P. nell'arte medievale e soprattutto nell'arte moderna. Si possono ricordare, ad es., la scultura in avorio del sec. xvi di arte indiana nella Sala orientale del Musco Sacro della Biblioteca Vaticana e l'immagine del B. P. dipinta da C. Mezzana (sec. xx) in una cappella nel sopraterra del cimitero di Callisto.

Nell'epigrafia cristiana antica ricorre ancora talvolta l'idea del p. e del gregge. Cosi Damaso, esaltando l'eroismo di Sisto II, scrive a pastoris merituin numerum gregis ipse tuetur» (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 124); cosi nell'iscrizione di Spoleto che ricorda il vescovo Achille fondatore della Basilica in onore del principe degli Apostoli (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 2 [1871], p. 118). Ritorna anche in una iscrizione del vescovo Giovanni di Ravenna (378-95; CIL, XI, 301) e in Vercelli (ibid., V, 6725) l'iscrizione del vescovo di Vercelli Celso a custos gregis ovium Christi».

Bibl.: R. Grousset, Le bon Pasteur et les saines pastorales dans la sculpture fundraire, in Mélanges d'arch. et d'hist., 5 (1885), pp. 161-80; J. Quasten, Der Psalm vom Guten Hirten in altchristl. Kultmystik und Taußturgie, in Liturg. Leben, 1934, pp. 132-41; P. de Rinier, Pastor ovium. Le symbole du pasteur dans la liturgie, in Ephem. Lit., 53 (1939), pp. 273-90; Th. K. Kemf, Christus der

Hirt. Ursprung und Deubung einer altchristl. Symbolgestalt, Roma 1942; L. De Bruyne, La décoration des baptistires puléochrétiens, in Mise. liture, in honorem L. C. Mohlbarg, I. Roma 1948, pp. 189220; Wilpert, Sarcologi, I, pp. 85-100.

Enrico Josi
PASTORELLI. - Il nome di p. (pastoureaux) fu dato nel medioevo a certe bande di contadini, in mezzo ai quali si contavano numerosi pastori, che nel sollevarsi contro i loro padroni addussero pretesti religiosi, come quello della Crociata.

Si conoscono parecchie sollevazioni di p. : 1) durante il regno di Filippo Augusto, nel 1185-86, alcuni contadini espulsi dalle loro capanne a causa delle continue guerre tra i signori feudatari, si organizzarono in bande e saccheggiarono i castelli. Il giovane Re fu costretto a intraprendere personalmente una spedizione punitiva contro di essi. Si difesero fortemente, ma furono in gran parte massacrati. Questa prima rivolta dei p., come venne chiamata, fu una semplice sommossa, senza motivazione religiosa. 2) Verso la fine del regno di Filippo Augusto, nel 1214, avvenne una seconda sollevazione di p., nel Berry, ma fu rapidamente repressa. 3) Il principale movimento analogo ebbe luogo quando il re s. Luigi si trovava nella Crociata, nel 1251. Essendosi diffusa la notizia che il Re era stato fatto prigioniero, durante le feste pasquali, una violenta emozione si impadronì delle campagne. Ne diede l'esempio la Francia del nord: bande di popolani, ai quali si univano donne e bambini, cominciarono a girare di villaggio in villaggio, dicendo che occorreva andare a liberare il Re e conquistare Gerusalemme. Trovarono subito un capo, detto il "Maestro di Ungheria": era un vecchio di ca. 60 anni d'incerta origine, pallido, magro, con lunga barba, che parlava in un modo entusiasmante. Si è creduto che fosse un monaco di Cîteaux, di nome Giacomo. E certo però che il "Maestro di Ungheria" sapeva parlare in francese, in fiammingo e in latino. Dal Brabante, dal Hainaut, attraversò la Fiandra, la Piccardia; l'armata andò sempre più sviluppandosi fino a Parigi. Predicava la Crociata non ai gentiluomini né ai ricchi, dei quali Dio respingeva l'orgoglio, ma ai poveri e agli umili, ai quali Dio aveva riservato la gloria di liberare il Re e i Luoghi Santi. Sotto Parigi, i p. erano "sessantamila", numero assai rilevante per quei tempi. "Il loro capo - attesta il guardiano dei Francescani di Parigi - benedice il popolo, predica, distribuisce croci (per la Crociata); ha stabilito un nuovo Battesimo e fa falsi miracoli. Quando è giunto a Parigi, la passione popolare contro i preti fu tale che, in pochi giorni, parecchi di essi sono stati uccisi, gettati a mare, feriti» (Langlois, v. bibl., p. 8o). La reggente, Bianca di Castiglia, impressionata da tale spiegamento di forze, concesse udienza al Maestro di Ungheria, ma poco dopo i p., inebriati dei loro successi, commissero eccessi e delitti contro cose e persone religiose; pertanto la Reggente diede ordine di attaccarli. Il Maestro di Ungheria perì in combattimento presso Ville-neuve-sur-Cher. I resti della banda furono perseguitati dovunque; ne furono impiccati ad Aigues-Mortes, Bordeaux, e anche in Inghilterra. Questa specie di sommossa anticlericale non ebbe alcun seguito.
4) Un altro movimento analogo si sviluppò nel 1320 , sotto il re Filippo V il Lungo. Anche questa volta, i p. pretesero liberare la Terra Santa. Erano guidati da un monaco apostata e da un prete scomunicato; il loro furore si rivolse soprattutto contro i Giudei. Commisero molti eccessi, raggiunsero Parigi da una parte, Avignone dall'altra. Il Papa li scomunicò. Repressi, il loro movimento cessò subito.

Bibl.: Ch. V. Langlois, St Louis, Pilippe le Bel. les derniers Capétiens directs (1226-1326), in Histoire de France, direna da E. Lavisse, III, II, Parigi 1901, pp. 79-81. Leone Cristiani

PASTURA, Antonio del Massaro da Viterbo, detto il. - Pittore di cui si ha per la prima volta notizia nel 1478 , quando viene ricordato come membro dell'Accademia di S. Luca in Roma; m. fra il 1509 e il 1516.

Non rimangono opere giovanili che permettano di ricostruirne l'attività prima che entrasse nell'orbita dei due massimi pittori umbri del tempo, il Perugino (v.) e il Pinturicchio (v.), ai modi dei quali è legata tutta la

## Page 588

![img-12.jpeg](img-12.jpeg)

Pastura, Antonio del Massano ba Viterbo, detio il - Spasalizio della Vergine. Affresco - Tarquinia, Duomo.
sua produzione. Risente soprattutto del Pinturicchio con il quale collabora nella decorazione dell'appartamento Borgia in Vaticano (1493-94) dove gli spettano, nella sala delle Arti Liberali, la Notorica e la Musica. Da solo lo si trova intorno al 1498 a Orvieto dove ridipinge parte del coro già affrescato da Ugolino di Prete Ilario (v.) con scolastica diligenza. Migliore, se pure sempre privo di originalità, nella decorazione terminata nel 1509 del coro della cattedrale di Tarquinia con Storie della vita di Maria. Altre sue opere sono conservate a Orvieto (Madonna in Trono, in S. Trinita; S. Sebastiano, nel Museo dell'Opera del Duomo), nel Museo civico di Viterbo (Presepe, Madonna con angeli e santi), Tuscania (Madonna), Worcester (Presepe). Gli viene anche attribuita una Pietà a fresco in S. Maria del Popolo a Roma.

BibL.: E. Steimann, Antonio da Viterbo, in ThiemeBecker, II, p. 17; G. Castelfranco, Antonio del Massaro, in Enc. Ital., III, pp. 567-68; C. Gamba, La pittura ombra del Rinascimento, Novara 1949, p. xxxix.

Maria Donati
PATAGONIA. - Dallo spagn. patagones $=$ piedi grandi, caratteristica degli Indiani-Tehuelci, autoctoni. Regione all'estremo lembo dell'America meridionale, scoperta nel 1520 dal navigatore portoghese F. Magellano (Magalhaes); appartenente alla Repubblica Argentina e in minima parte al Cile. E limitata al nord dal Rio Colorado, a sud dallo stretto di Magellano, a ovest dall'Oceano Pacifico e a est dall'Atlantico, compresa in una superficie di ca. I milione di kmq. Popolazione: ca. 210.000 ab., ha una economia essenzialmente pastorale.

Evangelizzazione. - La missione tra gli Indiani della P. cominciò nel 1880 con la fondazione da parte dei Salesiani, penetrati nella terra con l'esercito argentino nel 1879, delle residenze di Viedma e Patagones sul Rio Negro. Il governo argentino si era proposto di sottomettere quelle tribù brigantesche, che fino allora avevano reso impossibile ogni colonizzazione del sud. D. Domenico Milanesio fu mediatore di pace in modo soddisfacente per ambedue le parti e cosi aprì la via al Vangelo.

Essendo la distanza da Buenos Aires, da cui dipendeva ecclesiasticamente la missione della P., troppo grande, d. Bosco fece i passi necessari a Roma e a Buenos Aires per ottenere l'erezione di territori missionari indipendenti. Il 16 nov. 1883 furono eretti il vicariato apostolico della P. settentrionale e centrale e la prefettura apostolica della P. meridionale e Terra del Fuoco. Il primo vicario apostolico del detto vicariato fu dal 30 nov. del medesimo anno mons. Giovanni Cagliero (v.), che nel 1875 aveva condotto il primo gruppo di Sa-
lesiani verso l'Argentina. Al suo secondo viaggio in Argentina, il $1^{\circ}$ febbr. 1885 , dopo la sua consacrazione, era accompagnato da 18 Salesiani e 6 Figlie di Maria Ausiliatrice. Dall'inizio mons. Cagliero aveva protetto gli indigeni dallo sfruttamento dei coloni e con speciale cura si dedicò alla governti. Durante il suo governo furono battezzati nel vicariato 47.000 uomini, di cui 15.000 indigeni. Siccome il vicariato sempre più diveniva colonia di bianchi e gli Indiani si erano convertiti quasi tutti, nel 1899 il territorio fu di nuovo riannesso all'arcidiocesi di Buenos Aires e diviso in vicarie foranee rette da Salesiani. La medesima sorte ebbe la prefettura della P. meridionale e Terra del Fuoco, soppressa nel 1916. Il prefetto mons. Giovanni Fagnano nel 1888 aveva assunto la missione delle Isole Falkland. Nel 1916 la parte argentina fu sistemata a vicaria foranea, la parte cilena fu trasformata nel vicariato apostolico di Magellano. In tre sogni profetici del 1872, 1883 e 1885 d. Bosco aveva previsto tutto lo sviluppo missionario, culturale ed economico della P. Oggi, praticamente, tutti gli Indiani sono cattolici e la maggioranza di essi vive appartata in riduzioni in condizioni economiche, intellettuali e spirituali molto misere. I Salesiani le visitano periodicamente per l'istruzione religiosa e l'amministrazione dei Socramenti. Le condizioni degli Araucani sono alquanto migliori.

Il 20 apr. 1934 per la parte argentina fu eretta la diocesi di Viedma, suffraginea di La Plata. Il vicariato apostolico di Magellano nella parte cilena fu il 21 genn. 1947 elevato a diocesi sotto il nome di Punta Arena. Però le isole Falkland, possedimento britannico, dipendono tuttora dalla S. C. di Propaganda.

BibL.: A. Fasulo, Le missioni salesiane della P., Torino 1925: E. Ceris, Annali della Società salesiana, Torino 1941, pp. $245-66,415-54,408-515,554-41,551-59,567-76$.

Nicola Kowalsky
PATARIA. - Sotto tale denominazione si intende un movimento politico-religioso svoltosi in Milano nella seconda metà del sec. xI, nell'età della riforma gregoriana ed in funzione di essa. La p. è la reazione da parte degli elementi puri della Chiesa ambrosiana contro la corruzione in essa dilagante sotto la duplice forma di simonia e di nicolaismo. Gli inizi del movimento non sono molto chiari. La Chiesa ambrosiana dopo la morte di Ariberto d'Intimiano (1045) ricevette dall'imperatore Enrico III a nuovo arcivescovo Guido da Velate; questi pare fosse proposto da un gruppo di nobili, mentre il clero aveva messo avanti altri nomi. La designazione imperiale non trovò resistenza, ma è da rilevare che il movimento riformatore ebbe poi come capi gli ecclesiastici respinti da Enrico III: Anselmo da Baggio, Landolfo Cotta, Arialdo da
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(IV. Fides)

PataGONIA - Donna della P. in lutto (indicato dalla creata di capelli tagliati)

## Page 589

Carimate (v.). L'arcivescovo Guido rappresentò nella sede ambrosiana gli interessi concordi dell'aristocrazia feudale di Milano e dell'alto clero che da essa usciva; come assicura s. Pier Damiani, il clero milanese era profondamente corrotto: molti avevano moglie, molti tenevano concubine e l'accesso alle dignità ecclesiastiche avveniva regolarmente ed apertamente per denaro.

Il movimento riformatore ebbe a capo Anselmo da Baggio, sebbene nel 1056 egli avesse accompagnato l'arcivescovo Guido alla corte di Enrico III e questi gli avesse assegnato la sede episcopale di Lucca: la Chiesa romana già aveva proclamato la lotta contro le investiture laiche. Dopo la partenza di Anselmo da Milano, la pattuglia riformatrice fu capitanata da Landolfo Cotta e da Arialdo: la morte dell'Imperatore, la mancanza di un forte governo potevano permettere una vivace campagna contro il clero simoniaco e nicolaita e contro l'arcivescovo Guido che era l'indolente esponente della corruzione milanese.

Contro gli oppositori, che avevano iniziato la loro propaganda nelle chiese ed in pubblico, l'arcivescovo ricorse al papa Stefano IX e per suo invito chiamò i suoi accusatori a discolparsi al Sinodo di Fontaneto (Novara), Arialdo e Landolfo non comparvero e vennero scomunicati in contumacia.

In questo momento compare nelle fonti il termine di patari prima in Arnolfo (Gesta archiepiscoporum Mediolanensium) poi in Bonizone ed altri scrittori. Arnolfo però, dicendo "hos tales cetera vulgaritas hyronice Patarinos appellat», confessa di non conoscere l'origine della denominazione. Bonizone invece (Liber ad Amicum) dice che patarini voleva dire pannosi, straccioni. Molti sono stati i tentativi per spiegare tale termine e si è voluto metterlo in relazione con la via di Milano detta dei "pattari». La p. dové presto trasformarsi in un vero partito organizzato, grazie al giuramento che, se prima riguardava solo l'impegno di vita religiosa e morigerata, dovette presto diventare impegno di fedeltà ai capi.

Contro la scomunica di Fontaneto, i capi della p. ricorsero al Papa. Stefano IX inviò a Milano Anselmo di Lucca insieme con l'arcidiacono romano Ildebrando (dic. 1057). I due visitatori apostolici predicarono al popolo milanese confortandolo ad insistere nell'opera di purificazione ed ammonirono il clero perché collaborasse alla riforma. Ma ora non solo l'alto clero si sentì colpito, ma anche l'aristocrazia milanese. Lotte aperte si ebbero in Milano, sì che Niccolò II dopo il Concilio del 1059 inviò a Milano due nuovi commissari, Anselmo di Lucca e Pier Damiani. L'arrivo dei due legati romani fu causa di gravi tumulti: il partito antiriformista cercò di far credere al popolo che i delegati apostolici volessero attentare alle tradizionali libertà ecclesiastiche ambrosiane. Pier Damiani parlò al popolo nella Cattedrale e lo convinse della falsità delle accuse e della bontà del programma riformatore. La p. era dunque il partito di Roma e l'arcivescovo Guido si sottomise alla formola di ritrattazione ed al giuramento di obbedienza stesi da Pier Damiani; anzi acconsentì a far viaggio di penitenza a S. Giacomo di Compostella ed a presentarsi al Concilio di Roma del ro6o in cui Niccolò II, dichiarata irrita l'investitura regia, lo investi solennemente della sede arcivescovile di Milano.

La p. considero come un suo trionfo l'ascensione al trono pontificio di Anselmo da Baggio, con il nome di Alessandro II (ro6r). Però non tardò in Lombardia una impressionante reazione con la raccolta dei vescovi lombardi imperialisti attorno al loro candidato, Cadulo vescovo di Parma, che fu eletto papa a Basilea con il nome di Onorio II (ott. 106r). L'arcivescovo Guido ora ritornò al vecchio atteggiamento: l'imperialismo riunì quanti nella riforma morale della p. vedevano danneggiati i loro interessi materiali. Morto Landolfo, pare per
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)
(da Le Vie d'Italia e dei mondo, ott. 1515. p. 1117) Partanonia - Il Cerro Fita Roy nella cordigliera del Lago Viedma (m. 3375). Le alte cuspidi sono costituite da rocce diorriche che si sfaldano verticalmente, le ferite riportate a Piacenza, lo sostituì il fratello Erlembaldo (v.), uomo d'armi che impresse all'azione un carattere più politico. A fianco vi era sempre Arialdo. Contro la p. più vivacemente gli avversari insistevano con le accuse di eresia; il cronista Landolfo Seniore accusava i patarini di essere i continuatori dell'eresia scoperta intorno al ro3o a Monforte e che pare fosse di tipo manicheo. L'accusa partiva dal riaccostamento esteriore delle teorie della p. contro il matrimonio degli ecclesiastici con quelle degli eretici di Monforte, nettamente ostili al matrimonio ed alla procreazione. Qualche elemento ereticale può essersi infiltrato nel movimento patarino milanese, ma è fuor di dubbio che le concezioni della p. non hanno niente in comune con le dottrine ereticali manichee. Landolfo Seniore chiama i patarini di Milano pseudo profeti e falsi puri (falsis catharis). E da pensare che appunto nell'ambiente milanese sia sorto la prima volta il termine di catari per indicare i patarini, sì che poi i due termini di catari e di patarini indicarono equivocamente gli eretici di tipo manicheo per i quali non esisteva ancora nell'uso nessun termine specifico, e dire catari e dire patarini fu la stessa cosa.

Il conflitto tra Alessandro II ed Onorio II fu sentito assai a Milano, dove si venne a guerra aperta tra le due parti. Arialdo continuava la predicazione religiosa; Erlembaldo aveva organizzato un partito, messo alla testa un consiglio di trenta persone e la borghesia ed il popolo unite nella p. miravano probabilmente ad impadronirsi del governo della città. Nel ro64 Erlembaldo si recò a Roma e ricevette dalle mani di Alessandro II il vestilium sancti Petri a significare che i patarini di Milano combattevano per la Chiesa romana. La battaglia però era aspra: gli avversari della riforma tenevano testa energicamente ad Arialdo ed Erlembaldo. Nel ro6s la bolla papale che deponeva due ecclesiastici che si erano impadroniti delle abbazie di S. Celso e di S. Vincenzo servì ed Erlembaldo per destare una violenta agitazione contro l'arcivescovo; questi abbandonò Milano e venne da Alessandro II scomunicato. A sua volta Guido da Velate produsse lo scompiglio in Milano gettando l'interdetto sulla città fino a che Arialdo vi fosse rimasto. Ucciso Arialdo segretamente (ro66), Erlembaldo rimase solo a dirigere il movimento. Comparvero ora due nuovi legati apostolici atteggiandosi a pacificatori, ma Erlembaldo si recò a Roma da Alessandro II e ne ritornò con l'approvazione incondizionata per il suo operato. Di fronte alla p. trionfante, l'arcivescovo Guido si decise ad abbandonare la lotta e rinunciò alla sede (ro71), designando ad Enrico IV come suo successore il suddiacono Gotofredo; ma se l'Imperatore procedette alla investitura, il Papa la condannò e la p. ottenne il suo consenso per il proprio candidato Attone. La questione di Milano diventa uno dei punti su cui Papato ed Impero sono tra di loro in assoluta opposizione. L'appoggio imperiale permette al vecchio partito dei simoniaci di resi-

## Page 590

![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

PateNa - Calice e p. d'argento dorato, detto di S. Rosenda. Il calice è del sec. xili, la p. del sec. xv, provenienti da Celanova. Orense, Palazzo episcopale.
stere alla p.; questa inoltre con le sue violenze aveva offeso interessi, creato rancori, sì da permettere agli avversari di riprendere terreno. La morte di Erlembaldo nel 1075 segnò il crollo della p. La città ritornò all'obbedienza dell'Impero: l'aristocrazia chiese ad Enrico IV di designare un nuovo arcivescovo, che fu Tebaldo di Castiglione. Questi tenne un contegno ambiguo tra Chiesa ed Impero e nel 1078 fu scomunicato. Enrico IV entrò in Milano nel ro8I e trovò la città obbediente. Seguirono a Tebaldo due arcivescovi di parte imperiale, Anselmo da Rho ed Arnolfo, ma questi nel rog6 finì per sottomettersi ad Urbano II. La p. era scomparsa, ma aveva distrutto in Milano le tendenze imperialiste ed avviato la Chiesa ambrosiana al programma riformatore di Roma; anche l'aristocrazia aveva consumato le sue forze nella lunga lotta civile agevolando l'incipiente organizzazione comunale.

Bibl.: C. Pellegrini, I ss. Arialdo ed Erlembaldo, Milano 1897; id., Ponti e memorie storiche di s. Arialdo, in Arch. stor. lombardo, 3* serio, 14 (1900, II), pp. 209-36; 16 (1901, 1), pp. 524; 17 (1902, 1), pp. 60-98; J. Gocta, Kritische Beiträge zur Geschichte der P., in Arch. für Kulturgeschichte, 17 (1914), pp. 17 sgg., 164 sgg.; G. Schwartz, Die Herkunft des Names P., ibid., 14 (1916), p. 402 sgg.; M. Brown, Movimenti politico-religiosi a Milano ai tempi della P., in Arch. stor. lombardo, 58 (1931), pp. 227-78; Ilarino da Milano, Le eresie popolari nel sec. XI, in Studi gregoriani, a cura di G. B. Borino, II, Roma 1047, pp. 73-79.

Francesco Cognasso
PATARINI. - Nella comune designazione, dal sec. XII vennero così chiamati in Italia quegli eretici che, ribelli all'autorità ecclesiastica, piegarono più o meno verso gli errori dei catari-albigesi (v.) e sètte affini e perciò vennero compresi nelle proscrizioni papali ed imperiali; essi devono quindi distinguersi dagli aderenti della precedente Pataria (v.). Pio Peschini

PATENA. - Dal greco $\pi \alpha \tau \dot{\alpha} \nu \eta=$ piatto. È un piatto rotondo di metallo, usato già anticamente
nella Messa, come complemento indispensabile del calice e fatto dello stesso metallo. Nella parte superiore è oggi priva di ornamento, ha il diametro di $15-20 \mathrm{~cm}$., ed è leggermente concava nel mezzo, secondo la larghezza degli orli del calice.

Nella Messa si pone l'Ostia sulla p. fino all'Offer. torio (su di essa è fatta l'offerta), e, dopo il Pater noster, l'Ostia consacrata spezzata vi si ricolloca fino alla S. Comunione; nel frattempo, nella Messa solenne, la p. è tenuta nascosta con un velo dal suddiacono (anticamente dall'accolito) detto patenarius; nelle Messe lette si mette invece sotto il corporale.

La p. deve essere consacrata dal vescovo ed avere la parte interna dorata. La consacrazione non si perde, qualora si debba rinnovare la doratura (CIC, can. 1305). Diventata con la consacrazione oggetto sacro, in immediato contatto con il Corpo di Gesù, la p. non può essere toccata che dai chierici o da chi l'ha in custodia (can. 1306). Simbolicamente la p. viene considerata come una nuova pietra del sepolcro, su cui giacque il corpo del Signore (cf. Rabano Mauro, De instit. cleric., I, 33 : PL 107, 324).

Bibl.: J. Braun, Das christi. Altargenit in seinem Sein und in seiner Entwicklung, Monaco 1932, pp. 197-242; L. Eisenhofer, Lehrbuch der bathal. Liturgie, I, Friburguin Br. 1932, pp. 396-401; M. Ruchetti, Man. di stor. liturgica, I, Milano 1950, pp. 468-71; H. Leclercq, s. v. in DACL, XIII, coll. 2392-2414.

Pietro Siffrin
Arte. - Nell'antichità e nel medioevo la p. ebbe notevoli dimensioni e peso, perché doveva servire a raccogliervi sopra il pane offerto dai fedeli per la consacrazione ( $p$. ministeriale), che veniva poi diviso in parte per la Comunione dei fedeli. Papi e imperatori andarono a gara nel farle confezionare, adoperandovi grande quantità di oro e ricchezza di gemme. Esemplari eccezionali possono vedervi a Città di Castello, nei piatti argentei ageminati del Tesoro di Canoscio (secc. v-vi), al Louvre (in serpentino con zaffiri, smeraldi e perle, donati da un imperatore carolingio all'abbazia di St-Denis), nella collezione Wiss a Washington, nella collezione Stoclet a Bruxelles, nel Tesoro di S. Marco a Venezia. In epoca gotica (sec. xiv) la p. vengono ornate da rilievi o da smalti translucidi, come la p. della Pinacoteca nazionale di Perugia con smalto racchiuso in un contorno ad archetti, rappresentante la scena della Crocifissione e altri sei tondi a smalto sul bordo con fatti della Passione alternati a motivi incisi, opera di Cataluzio da Todi che influenzò quella di Ciccarello di Francesco con la rappresentazione dell'Annunciazione e l'iscrizione attorno (Sulinona, cattedrale di S. Panfilo) e l'altra con smalti rappresentanti la Crocifissione, a Ravello (Duomo). Ebbero anche decorazioni incise, rappresentanti al centro la mano benedicente, che si vede aggiunta, nel sec. XII, nella p. di epoca ottoniana, nella chiesa della Collegiata dell'Assunta a Cividale, con iscrizione sul bordo, paragonata a quella, detta di s. Bernardo, nel duomo di Braunschweig e nella p. del calice, ritenuto di s. Francesco, nella basilica di Assisi, opera di Guccio del Mannaia. Notevole anche la p. del calice di Wiltener (Austria), del i 180 ca . In epoca posteriore le decorazioni si vanno facendo sempre più rare; le proporzioni diminuiscono e il rapporto tra l'orlo rialzato e il centro si stabilizza, adattandosi alle proporzioni dei calici, la cui base perde il contorno polilobato o mistilineo, diventando nel ' 500 e nel ' 600 quasi sempre circolare. - Vedi tav. LXXII.

Bibl.: V. Pasini, Il Tesoro di S. Marco in Venezia, Venezia 1886; Venturi, II, p. 213, fig. 177; IV, p. 905; A. Santangelo, La Cattedr. di Cividale, Roma 1930, p. 39; E. Zocca, La catted. di Assisi, Roma 1932, p. 79; A. Morassi, Antica orefiseria ital., Milano 1936, pp. 32-42. Maria Accascina
PATER, Walter. - Critico e romanziere inglese, caposcuola dell'estetica decadentistica, n. a Shadwell il 4 ag. 1839, m. a Oxford il 30 luglio 1894.

Nei suoi Studies in the history of the Renaissance (1873) egli sembra individuare nella malinconia il motivo dominante dell'arte rinascimentale. I suoi Imaginary portraits (1887), ritratti a metà storici e a metà fantastici,

## Page 591

sono anch'essi proiezione di una contemplazione malinconica della bellezza, e il suo unico romanzo, Marius the epicurean (1883), è un pretesto per esporre i principi di un raffinato epicureismo che s'arresta alle soglie dell'esperienza cristiana, appena lambita dal protagonista, il quale tuttavia muore quasi come un martire. Tale idolatria della bellezza come esperienza essenziale di vita affascinò i discepoli di P. e in particolare Oscar Wilde, spesso degenerando in un più empirico edonismo.

Bim.: la migliore biografia sul P. è quella di A. Benson, English men of letters, Londra 1906; scelta di traduzioni a cura di