volume-09

Back to Volumes
ena, m. nel 1494 a Gaeta, città di cui fu eletto vescovo il 23 marzo 1461, dal pontefice Pio II. Visse fino al 1457 a Siena da dove fu esiliato, per aver partecipato a una congiura locale. Si recò quindi a Verona, poi a Foligno, dove tenne il governo della pubblica amministrazione, presto abbandonata, in seguito a diffuse proteste e a non provate accuse. Intelletto agile e coltivato, il P. riscosse la stima degli eruditi del tempo (gli fu amico e protettore il concittadino Enea Silvio Piccolomini, poi Pio II) e si esercitò in opere di poesia, di retorica e di politica.

Larga diffusione ebbero, del P., tra l'ultimo ' 400 e il ' 500 , il De institutione reipublicae (ll. 9), iniziato nell'esilio, terminato fra il 1465 e il 1471 , dedicato a Sisto IV e il De regno et regis institutione (ll. 9), presumibilmente, composto fra il 1481 e il 1484 , dedicato ad Alfonso di Aragona, duca di Calabria. Trattazioni quasi parallele, che sembra siano risultate ai contemporanei del P. (e possono risultare ancora) contraddittorie, in quanto nella prima si esalta l'eccellenza dell'ordinamento repubblicano e nella seconda la superiorità del regime monarchico; ma che sostanzialmente dimostrano solo l'imparziale interesse scientifico del P. (che, forse, personalmente preferì lo "Stato misto") verso la realtà politica in quanto tale. Con una disamina fitta e minuziosa il P. analizza le singole virtù necessarie, rispettivamente, al principe e al cittadino. Motivi platonici e aristotelici confluiscono nella sua opera ed egli si giova, ai fini della sua pedagogia politica, di tutto l'apparato di erudizione storico-classica peculiare all'umanesimo. Abbandonando ogni superata disputa relativa a Chiesa e Impero, il P. si volge al positivo esame degli aspetti dello Stato: quale, beninteso, poteva intellettualisticamente rappresentarsi da un pensatore del Rinascimento, per nulla disposto (malgrado taluni vaghi precorrimenti di machiavellismo) ad abbandonare l'esigenza etica, cui gli appare necessario agganciare la realtà politica. In sede economica, il P. respinge il comunismo egualitario di Platone, preferendo assicurare all'individuo, del quale esalta la dignità del lavoro, una piccola proprietà privata, e allo Stato la disponibilità di un adeguato patrimonio fondiario. Scrittore, in definitiva, non vivo né tipico per forte originalità, alieno com'è da autentici interessi filosofici, e pur tuttavia notevole, per l'impegno dedicato alla sistemazione di una politica, aspirante a obbiettivizzarsi in scienza e in pedagogia. Anzi, può dirsi che il P. ( $»$ il gran Patrizio e, come fu chiamato) è l'unico trattatista di una certa mole del ' 400 italiano; donde la sua fortuna: numerose furono le edizioni, le riduzioni, le traduzioni, in latino, italiano, francese, tedesco, inglese, spagnolo. E se il Machiavelli (v.) poté assicurarsi un inconfondibile posto a sé nella storia della discettazione politica, il P. tiene, in certo senso, la linea di quella tradizione classica, che sopravvivrà anche dopo il Machiavelli.

Bibl.: G. Ferrari, Corso sugli scrittori polit. ital., Milano 1862, pp. 167-70; F. Cavalli, La scienza polit. in Italia, Venezia 1863, pp. 76-84; G. Chiarelli, Il De regno di F. P., in Rov. internaz. di filos. del dir., 12 (1932), pp. 716-38; F. Battaglia, E. S. Piovolomini e F. P., due politici sensi del ' 400 , Firenze 1936, pp. 73-157; F. Sarrí, Il pensiero pedagogico ed economico del senese F. P., in Rinascita, 1938, pp. 98-138. Rodolfo de Mattei:

## Page 604

PATRIZI, Francesco da Cherso. - Letterato e filosofo, n. il 25 apr. 1529, m. a Roma nel febbr. 1597. Studiò a Venezia, ad Ingolstadt e dal 1547 a Padova. In Spagna fu precettore del duca di Francavilla, viceré di Catalogna. Nel 1577 fu chiamato da Alfonso II d'Este ad insegnare filosofia platonica a Ferrara. Nel 1592, per invito di Clemente VIII, suo antico condiscepolo, si trasferì all'Università di Roma, dove rimase fino alla morte.

Spirito eclettico, con un poemetto epico, l'Eridano (Ferrara 1558), in versi di 13 sillabe esaltò gli Estensi. Come filosofo combatté l'aristotelismo fino ad invocarne da Gregorio XIV la condanna. Confutò la distinzione tra storia e poesia nei dieci dialoghi Della historia (Venezia 1560): opera notevole nella storia delle teorie storiografiche cinquecentesche; il concetto di arte come mimesi nelle Discussiones peripateticae (parte $1^{2}$, Venezia 1571; ed. completa in 4 voll., Basilea 1581) - serrata critica filologica e filosofica dell'aristotelismo - e nel Trattato della poetica (Ferrara 1882), notevole anche per una appendice polemica contro il Tasso. Scrisse anche di scienze, di cose militari e di politica (La città felice, in Utopisti del' 500 scelti e annotati da C. Curcio, Roma 1944). Ma l'opera sua principale è la Nova de unicorsis philosophia (Ferrara 1591), specie di sintesi platoniconaturalistica che lo avvicina al Telesio, al Campanella, al Bruno, e dove il P. elabora una teoria della luce di stampo neoplatonico.

Bibl.: O. Guerrini, Di F. P. e della rarissima edizione della sua "Nova Philosophia", in Il propugnatore, 12 (1879), pp. 172, 250; A. Solerti, Lettere autobiogr. di F. P., in Arch. stor. per Trieste, l'Istria e il Trentino, 3 (1884-86), pp. 276-80. Sui rapporti con il Tasso, v. O. Zenatti, F. P., Orazio, Ariosto e Torquato Tasso (per nozze Morpurgo-Franchetti), Verona a. a. Sul pensiero filosofico: F. Fiorentino, B. Telesio, ossia studi storici sull'idea della natura, ecc., I, pp. 364-414; II, Firenze 1874, pp. 1-19. 375-91; P. Donazzuio, F. P. di Cherso erudito dei sec. XVI, in Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria, 28 (1912), pp. 1-147. Sul problema estetico: B. Croce, F. P. e la critica della rettorica antica, in Problemi di estetica e contributi alla storia dell'estetica italiana, $2^{\circ}$ ed., Bari 1923, pp. 299-310. Sul problema politico: P. M. Arcari, Il pensiero politico di E. P. da Cherso, Roma 1935; L. Firpo, Filosofia italiana e controriforma, in Riv. di filos., 41 (1950), pp. 159-73. Gioacchino Paparelli

PATRIZI, Francesco Saverio. - Esegeta insigne, n. a Roma il 19 giugno 1797, da illustre famiglia senese, m. ivi il 23 apr. 188 r . Entrò nella Compagnia di Gesù il 12 nov. 1814. Fu professore di lingua ebraica e di S. Scrittura nel Collegio Romano e a Lovanio.

Contribui agli studi di introduzione biblica e fu tra i primi che pubblicò una Synopsis dei Vangeli (l. II del De Evangelio) in greco e latino. Intorno al Nuovo Testamento, escluse l'esistenza in esso di tipi, distinse Marco da Giovanni Marco e assegnò la composizione di Marco agli anni 42-44. Il De Evangelia rende ancora oggi buoni servizi, soprattutto per le questioni storiche e cronologiche. Nell'esegesi del Vecchio Testamento, P. sostiene ( 1853 ) nel Protoevangelo il senso mariologico e l'Immacolata Concezione; ottimo fu il suo contributo all'esegesi letterale dei Salmi.

Tra le opere maggiori : Institutio de interpretazione Bibliorum (Roma 1862, 1876); Biblicarum quaestionum decus (ivi 1877) : queste due opere riproducono, migliorati con aggiunti rispettivamente i ll. I e II De interpretatione Scripturarum Sacrarum (I, Aıßzæтıxóc, Roma 1844; II, IlapsSeryactıxóc, ivi 1844), che a loro volta riproducono De Sacrarum Scripturarum sensibus ( 1838 e 1840) e Selectarum questionum de Vetere Testamento, fasciculus I (1841), ambedue solo poligrafate. Inoltre: De Evangelia libri tres (Friburgo in Br. 1852-53 [il l. II a parte, con il titolo Evangelium 8:á $\tau \varepsilon \sigma \alpha \varphi \omega \omega^{\prime} v$ seu Quattuor Evangeliorum contextus, ivi 1852]); alcune dissertazioni stampate a parte, tra cui Della descrizione universale mentorata da s. Luca (Roma 1876), in cui modifica l'opinione espressa nel libro. Notevoli ancora: De consensu utriusque libri Ma-
![img-1.jpeg](img-1.jpeg)
(16) V. Berardis, Italy and Ireland in the Middle Ages, Dubbies 1558, (av. centre e, II) Patrizia, santo. - Purgatorio di s. P. nell'isola di Long Dang (on Donegal), Chiesa di S. P. a cupola orragonale, a destra l'albergo per i pellegrini, sui davanti i a letti di penitenza s.
chabaeorum (Roma 1856); In Ioannem commentarium (ivi 1857); In Marcum commentarium (ivi 1862); In actus Apostolorum commentarium (ivi 1867); Cento salmi tradotti e commentati (ivi 1875).

Bibl.: Sommervogel, VI, coll. 366-69; Hurter, II, v, coll. 1283-85; P. Bliard, s. v. in DB, IV, p. 2186. Silverio Zedda

PATRIZI MONTORO, Maddalena. - Donna d'azione e scritture, n. a Firenze l'ir luglio 1866, m. a Roma il 25 marzo 1945.

Vedova del marchese Patrizi a 42 anni, si dedicò a problemi sociali femminili; fondò l'Opera nazionale di patronato e mutuo soccorso per le giovani operaie e promosse l'assistenza culturale delle universitarie. Durante la prima guerra mondiale diresse l'ospedale militare dell'Addolorata. Il 26 dic. 1917 fu nominata presidente dell'Unione donne cattoliche, da poco fondata; due anni dopo fu a capo dell'Unione femminile cattolica italiana, da lei stessa promossa e attuata, e vi restò fino al 1934.

Scrisse numerosi articoli sulle riviste femminili Fiamma viva e Il soleo e su La nuova antologia; pubblicò, oltre a novelle, biografie e racconti per fanciulli (Quando si fa sera [Roma 1940], Novelle di un tempo che fu [Milano 1931], Memorie di famiglia [ivi 1911]), alcune vite: Pippo buono (vita di s. Filippo Neri, Roma 1923); S. Pietro (Torino 1926), Una grande educatrice, Madre Maria Eugenia di Gesù (Isola del Liri 1935).

Bibl.: G. Cesati, Manuale di letture, I, Milano 1935, p. 226; III, ivi 1937, p. 93.

Augusto Moreschini
PATRIZIO, santo. - Apostolo dell'Irlanda. Nacque nella Britannia dal diacono Calpurnio che possedeva un poderetto a Bannaven Taberniae, località non identificata. A 16 anni fu condotto scolavo in Irlanda, dove stette per sei anni a pascer le mandre. Fuggì due volte e ricntro in famiglia, dove, in contrasto con i consigli di questa, intese chiara la voce che lo invitava all'apostolato in Irlanda. Prima di recarviai andò in Gallia presso Germano di Acasirre che lo iniziò alla vita e alla cultura ecclesiastica, poi in alcune isole del Tirreno settentrionale, e finalmente sbarcò in Irlanda nel 432.

Il cristianesimo era già stato introdotto nell'Isola da

## Page 605

Palladio (v.) inviato dal papa Celestino, ma l'Isola era per la massima parte pagana. P., ordinato vescovo, si dedicò a un apostolato intensissimo, battezzando, visitando tutta la contrada, e operando specialmente nell'Ulster, nel Meath e nel Connaught. Morì nel 46 r .

Le notizie più certe della sua vita si ricavano da due suoi scritti latini, chiamati complessivamente i «Libri di s. Patricio», e cioè la Confessio, specie di autobiografia in cui ricorda, contro taluni detrattori, la via attraverso la quale Dio lo ha guidato all'apostolato d'Irlanda, e la Epistola ad Cavaticum, re bretone di Strathclyde, in cui deplora le violenze commesse dai soldati di quei re, in un'incursione sulle coste irlandesi, contro le comunità cristiane dell'Isola. A lui viene anche attribuita una preghiera in gaelico detta Faed Piada "Girido del daino", chiamata anche Lorica in quanto è come una difesa che, con le sue invocazioni possenti, protegge il Santo contro le insidie dei nemici. La festa di s. P. ricorre il 17 marzo; il suo culto ebbe sin dal sec. viri una grande diffusione anche nel continente (cf. L. Gougaud, Les Saints Irlandais hors d'Irlande, Lovanio 1936, pp. 142-58).

La leggenda, naturalmente, ne sa assai di più : P. sarebbe nato a Ail Claude (Dumbarton) e avrebbe compiuto prodigi fin dalla prima infanzia. A 30 anni ebbe la vocazione all'apostolato, per altri 30 studiò presso Germano di Auxerre e a 60 anni iniziò la sua missione in Irlanda. Cominciò col dirigersi a Tara, sede del re supremo d'Irlanda Loegaire, davanti al quale compì, in concorrenza con i druidi, grandiosi prodigi, che tuttavia non convertirono il re. Poi si recò nel Connaught dove convertì le due figlie di Loegaire, e passò 40 giorni in digiuno sulla montagna detta Crough-Patrick. Di li tornò nel Leinster e poi si diresse nel Munster dove, a Cashel, battezzò il re Oengus. Infine salì nell'Ulster, dove fondò la sede primaziale di Armagh. Morì a Saul il 17 marzo 493, in età di 120 anni. Poiché il possesso del suo corpo era conteso, due buoi aggiogati e senza guida fissarono, fermandosi a Down Patrick, il luogo della sua sepoltura.

Il PUBLsTOSIO di s. P. - La leggenda patriziana, considerata una delle fonti dell'Inferno dantesco, di seicento anni posteriore a s. P., è dovuta al monaco inglese Enrico di Saltrey (ca. 1190); narra che il Santo volendo dissipare l'incredulità di taluni irlandesi circa le pene di oltretomba ebbe dal Signore mostrata una caverna che immetterà negli inferi : chi vi si fosse trattenuto un giorno e una notte con fede avrebbe ottenuto il perdono dei peccati e, perseverando nel bene, l'eterna salvezza. La caverna, murata nel 1497 per ordine di Alessandro VI, si trova in un'isola del Loug Derg (Lago della caverna) nel Donegal (Ulster), ed è meta di un pellegrinaggio annuale is giugno-is ag.) le cui cerimonie si svolgono attorno alla chiesa di S. P., detta Regles, e ai quattro «letti di penitenza o o recinti circolari intitolati ai nomi di s. Brigida, s. Brandano, s. Caterina e s. Colomba. La permanenza nell'Isola dura tre giorni durante i quali si compiono riti penitenziali ( 3 volte al giorno), con settuplice circumambulazione della chiesa di S. P. e preghiera a braccia distese (crossfigil).

BibL.: J. B. Bury, The life of st. Patrick and his place in history, Londra 1905; per la leggenda, The tripartite life of Patrick, a cura di W. Stokes, Londra 1887; E. Hogan, Docum. de s. Patricio Hibernarum apostolo ex libro Armachono, in An. Bull., 1 (1882), pp. 231-83; 2 (1883), pp. 37-116; G. Dottin, Les livres de st Patrice, Parigi s. a.; S. Czarnowski, Le culte des héros et ses conditions sociales: st Patrice hires national de l'Irlande, Parigi 1914; Th. Concannon, St. Patrick, Dublino 1920. Sul «Purgatorio di s. P.»; J. Krapp, The Legend of St. Patrick's Purgatory, its later literate history, Baltimore 1900; Ph. De Felice, Le purgatoire de st Patrice, Parigi 1906; N. Turchi, La terra irlandese, in E. Buonsiuti e N. Turchi, L'isola di smeraldo, Torino 1912, pp. 13-21; A. Cortayne, Loug Derg. St. Patrick's Purgatory, Dublino 1940; V. Berardis, Italy and Ireland in the Middle Ages, ivi 1950, pp. 142-93.

Nicola Turchi

PATRIZIO dei ROMANI. - Tale dignità compare in Roma nel sec. viI e vi dura con varie interruzioni sino al sec. xir. Non si tratta più dell'antico patriziato romano, ma di una dignità sorta nel periodo imperiale e trasformatasi successivamente.

Nella organizzazione giustinianea il patriziato costituiva il più alto grado della gerarchia di corte e tale continuò ad essere alla corte bizantina sino al sec. IX, pur unendosi con quella di antypatos; nel sec. IX ha il sopravvento la dignità nuova dei magistrati; nel sec. xi il patriziato scompare. Gli imperatori bizantini usarono conferire tale dignità a principi stranieri della loro clientela.

Dopo la conquista longobarda dell'Italia, i personaggi che vennero a governare i domini bizantini con l'ufficio di esarca, appartennero di regola al rango dei p.; così avvenne per i governatori della Sicilia e dell'Africa. Spesso si usò per brevità parlare del p., intendendo l'esarca di Ravenna.

Ai patriziato di tipo bizantino si collega il nuovo patriziato sorto nella seconda metà del sec. viII.

Verso il 740 il duca di Roma è un p. : a Stephanus patricius et dux». Il Liber Pontificalis dice che papa Zaccaria quando nel 743 partì per il convegno con re Liutprando, lasciò Roma «sendicto Stephano patricio et duci ad gubernandum». La frase è di dubbia interpretazione. Alcuni credono che, data la crisi politica italiana, l'Imperatore abbia voluto che a Roma fosse un personaggio pari in grado all'esarca; altri credono che si tratti già di un personaggio dell'aristocrazia romana designato dall'alienento locale, come affermazione di autonomia. Non è da dimenticare che nel 739 Gregorio III ricorse per aiuto contro re Liutprando a Carlo Martello, offrendogli una dignità romana che le fonti non chiariscono. Stefano III nel suo viaggio in Francia, dopo gli accordi con Pipino a Ponthion il 28 luglio 754 , lo incoronò re, conferendo a lui ed ai figli la dignità di patricius Romanorum.

La figura giuridica che Pipino venne in tal modo ad assumere è assai discussa. Certo è comunque che Pipino, re dei Franchi e patricius Romanorum, non compie le funzioni politiche e militari né dell'esarca né del duca di Roma. Da Pipino a Carlomagno i re Franchi assumono tuttavia con la dignità patriziale la protezione della Chiesa romana e del Papato. Il p. è creato - a qualsivoglia titolo dal papa, ma non ne dipende; Stefano II dice a Deo institutus. Il p. ha diritti di intervento, che si risolvono in doveri di intervento : e questo non si lega, come alcuno crede, soltanto a circostanze straordinarie. L'autorità del papa poi non è diminuita da quella del p., ma piuttosto rafforzata. Inoltre la creazione del patriziato franco-romano permise alla Chiesa romana di sfuggire per quanto riguarda la creazione del pattiriato di P. franco da Paolo I, nel 757 , in poi si usò solo fare la comunicazione dell'elezione avvenuta senza aspettare conferma od approvazione; anzi se Paolo I fece la comunicazione prima della consacrazione, Leone III la fece soltanto dopo senza sollevare obbiezioni da parte di Carlomagno.

Il patriziato franco-romano aveva rapporti anche con la popolazione di Roma; la lettera del Senato e del popolo di Roma a Pipino del 757 ricorda l'ammonimento venuto dal re p. di rimanere fedeli al beato Pietro, alla Chiesa ed al papa Paolo I: si dà assicurazione in proposito "quia ipse (il Papa) noster est pater et obtumus pastor»; gli saranno quindi fedeli; ma in varie lettere i Romani dicono di essere "fidelis» anche al p. e si sa di giuramenti di fedeltà prestati da varie città del Patrimonio al p. E fin d'ora forse patriziato fu usato come termine geografico-politico, quale equivalente a Patrimonio di S. Pietro, come si trova nel Regesto di Farfa (vol. V, p. 193, n. 1116): «infra regnum Longobardum sive infra patriciatus Romanorum».

Sostanzialmente però l'ufficio del p. era di proteggere la Chiesa romana. Carlomagno scrivendo nel 796 al nuovo papa Leone III parla del pactum da lui stretto con il predecessore Adriano ed esprime l'intenzione di venire con lui ad un inviolabile "foedus fidei et charitatis». Però non è da credere che nel 796 sia avvenuta una modificazione dell'autorità patriziale; il contentuto della dignità di Carlomagno è quello stesso di Pipino: "devotus sanctae Ecclesiae defensor humilisque adiutor». I papi nella loro corrispondenza con Pipino ed i suoi

## Page 606

figli regolarmente li chiamano "rex et patricius". Pipino non pare abbia usato tale titolo; se ne fregiò invece volentieri Carlo nel 774 ; la sua entrata in Roma avvenne con il cerimoniale tradizionale per le entrate dell'esarca imperiale; nel 799 l'intervento a Roma in difesa di Leone III è da riportare all'autorità patriziale. Nel 78 I Carlo aveva condotto con sè a Roma i due figli Pipino e Ludovico che furono da Adriano I consacrati re e p.; infatti non mancano i documenti in cui Pipino è detto re dei Longobardi e p. dei R.

L'inconovazione imperiale dell'800 fece scomparire dal protocollo carolingio il titolo di p. Non viene però dimenticato: l'azione degli imperatori carolingi in Roma più che all'autorità imperiale è da ricondurre forse a quella patriziale. Qualche accenno non manca: Amalario vescovo di Treviri nell'811 scrive a Carlomagno chiamandolo imperatore, re e p.d.R.; nell'872 Adriano II scrive a Carlo il Calvo augurando di averlo duca, re, p. ed imperatore; Giovanni VIII scrivendo a Bosone nell'879 lo dice "iustus patricius".

La dignità di p. dei R. riappare nel sec. x con Alberto II della casa di Teofilatto. Veramente egli usò il titolo di "princeps Romanorum", ma varie fonti lo chiamano p. dei R.; non sono sicure le monete in cui egli assumerebbe il titolo di "patricius". Anche Marozio qualche volta è detta "patricia". Non si può escludere che Alberico II si sia chiamato p.: in questo caso la dignità avrebbe assunto un valore ben diverso dal patriziato carolingio; sarebbe stata qualche cosa di contrapposto al Papato. Diverse fonti tedesche affermano che Ottone I sarebbe stata a Roma creato non solo imperatore ma anche p.: "patricius atque imperator apostolica benedictione creatus $\%$. Anche Ottone III sarebbe stato nel 996 incoronato imperatore e p. Però di questa resurrezione del patriziato come dignità imperiale non si ha per il periodo ottoniano assoluta certezza. Invece, forse in collegamento con quello albericiano, nel 975 ricompare il patriziato come alta magistratura urbana nella famiglia dei Crescenzi. Nel 975 si ha "Benedictus patricius", cugino di Crescenzio; nel 985 si trova p. Giovanni, figlio di Crescenzio I, sino al 993 ca.; poi Giovanni II figlio di Crescenzio tra il 1006 ed il 1011 . Il patriziato crescenziano ha dato luogo a molte discussioni; il Gregorovius lo considerò come una manifestazione antipapale; il Bossi lo riconduce alla dipendenza imperiale, od ottoniana o bizantina; il Borino ne afferma con buone ragioni il carattere di magistratura papale: "patricius Domini Apostolici", fatta però riserva per Giovanni II. Tra i due Giovanni di Crescenzio si inserisce un patriziato di netta derivazione imperiale con un "Ziarius patricius", fedele ministro di Ottone III, che avrebbe cosi avuto alle sue dipendenze il patriziato cittadino.

La casa di Teofilatto ritornò al potere in Roma dopo il rora, ma non pare abbia sfruttato la dignità di p.; è vero però che, secondo Bonizone, Benedetto IX avrebbe dato al fratello Gregorio di Tuscolo il patriziato. Di questo non si perde in quest'epoca il ricordo : la Graphia aurea urbis Romae raccogliendo elementi di varia origine conserva una fisionomia giuridica e morale del "patricius Romanorum" in cui si fondano il patriziato bizantino e quello carolino. Questo spiega come nel 1046 Enrico III, venuto a Roma per l'inconvenzione imperiale, abbia fatto in modo che i nobili romani di parte imperiale gli conferissero l'onore del patriziato : vesti il tradizionale manto verde e si mise in capo' l' aureum circulum di prammatica. Così nel ro6r di nuovo i nobili romani mandarono al giovane Enrico IV l'aureum circulum patriciale con l'anello, la mitra e la clamide, segni della dignità. Bonizone spiega la cosa dicendo che Enrico III credeva "per patriciatus ordinem se Romanum posse ordinare pontificem $\%$. Se il p. avesse il diritto di dirigere o controllare l'elezione dei papi, è cosa che durante la lotta delle investiture viene vivacemente discussa tra gli imperialisti ed i curialisti. Enrico IV nel 1076 per intimare a Gregorio VII di abbandonare il papato usurpato si riferi apertamente al diritto che gli dava il patriziato dell'Orbe a cui era stato assunto per volontà di Dio e per consenso dei Romani.

Il patriziato ricompare in Roma nel sec. xir : secondo Guglielmo di Malmesbury quando Enrico V fu a Roma nel inir i nobili romani si affrettarono ad incoronarlo con l'aureo circolo patriziale; cosi secondo Pietro Diacono avvenne per Lotario III nel 1133. Non pare che altri imperatori abbiano ulteriormente assunto il patriziato romano. Invece nel 1144 la rinnovazione romana antipapale riprese il patriziato come magistratura urbana di tipo crescenziano, ma con carattere antipapale : p. fu dal popolo (o dai nobili?) creato Giordano di Pierleone. Però già nel 1143 l'accordo del Senato con Eugenio III portò alla soppressione del patriziato, mentre veniva ristabilita la prefettura come magistratura papale.

Boll: L. v. Heinemann, Der Patriziat der deutschen Könige, Wolfenbüttel 1888; E. Stiichelberg, Das Constantinische Patriziat, Basilea 1891; G. Brunengo, Il patriziato romano di Carlomagno, Prato 1893; L. Halphen, Etudes sur l'administration de Rome au m. d., Parigi 1907; G. Rodenberg, Pipin, Kurimana und Papst Stephau II., Berlino 1923; G. B. Picotti, Il patricius nell'ultima età imperiale e nei primi regni barbarici, in Archim. stor. it., 86 (1928), pp. 3-80; L. Bréhier, Les institutions de l'Empire byzantine, Parigi 1949, passim.

PATROBAS. - Membro della comunità di Roma, che Paolo saluta (Rom. 16, 14) unitamente ad Asin crito, Flegonte, Ermes... Erma (alcuni manoscritti invertono: Erma... Ermes), forse tutti schiavi o liberti di un medesimo padrone.

Il nome di P. (abbreviazione di Patrobius) fu portato anche da un liberto di Nerone, messo a morte da Galba (Tacito, Hist., I, 49; II, 95) e si trova nelle iscrizioni (la forma $\Pi \varepsilon \tau \rho \circ \beta \hat{x} c$, in CIG, 6864 ; $\Pi \varepsilon \tau \rho \circ \beta \omega c$, in Inscript. Graecae, XIV, 1741; Ti. Claudius Patrobius, in CIL, VI, 15189). P. è ricordato nel Martirologio romano al 4 nov. (Martyr. Romanum, p. 496).

Bial.: A. C. Headlum, s. v. in Dict. of the Bible, III, p. 696; anon., s. v. in DB, IV, col. 2186 sgg.; M.-J. Lagrange, Eplire aux Romains, Parigi 1931, p. 369. Teodoricco da Castel S. Pietro

PATROCINIO GRATUITO. - E l'esonero dalle spese giudiziarie a favore dei poveri, impossibilitati a sostenere le spese del giudizio. Il testo del can. 1914 del CIC stabilisce il diritto dei poveri al p. g.: «I poveri, se sono incapaci del tutto a sostenere le spese giudiziali, hanno diritto al p. g.; se lo sono soltanto in parte, hanno diritto alla diminuzione delle spese ".

Le spese giudiziali sono quelle che si incontrano durante lo svolgimento del processo e riguardano la retribuzione dovuta agli avvocati dalle parti; quelle stabilite per la traduzione, dattilografia o stampa degli atti, per l'autenticazione di documenti, per il rilascio di certificati ecc.; quelle, infine, riguardanti gli onorari dovuti ai periti ed, eventualmente, su parere del giudice, l'indennità da darsi ai testimoni (can. 1909 §§ 1-2).

Nelle spese giudiziali non sono comprese le retribuzioni stabilite per i giudici, i quali, tanto nell'antico come nell'odierno diritto, hanno sempre prestato e prestano la loro opera senza esigere alcun compenso dalle parti. Questo regola tassativa, se per il passato subl delle eccezioni, più frequenti e più larghe nel fòro civile, soltanto per il giudice delegato e in determinate circostanze nel fòro ecclesiastico, al presente non ammette alcuna deroga, come esplicitamente sancito nel con. 1624.

Nell'àmbito delle spese giudiziali sono anche comprese le cosiddette tasse che, di regola, vengono pagate in occasione del giudizio alla cancelleria del tribunale. La differenza tra le une e le altre consiste in questo: le spese giudiziali sono effettivamente incontrate durante il processo; le tasse, al contrario, sono destinate all'erario della Curia o della cancelleria del tribunale allo scopo di sovvenire, in qualche modo, alle spese generali dell'amministrazione della giustizia. Nei canoni, però, si parla indistintamente tanto di tasse quanto di spese giudiziali.

Il CIC tratta del p. g. e della riduzione delle spese giudiziali nel lib. IV, tit. XVI, cap. II, cann. 1914-16.

Chi desidera usufruire di tale diritto e si trova nelle condizioni volute, presentato il libello introduttivo della causa, rivolgerà un'istanza in tal senso al giudice, pro-

## Page 607

vando sia l'asserita sua povertà con quei documenti che la prassi di ogni tribunale ritiene necessari, sia la fondatezza dell'azione giudiziaria da lui premossa. Il giudice non può ammettere l'istanza se prima non si sia accertato, anche a mezzo di notizie segrete, della reale consistenza economica familiare dell'istante e non abbia interpellato il promotore di giustizia. Concesso, comunque, il p. g. o la parziale riduzione delle spese, questa concessione può essere revocata nel corso del giudizio qualora si l'asserita povertà non risulti vera, o l'iniziato svolgimento del processo dimostri che l'azione intentata sia priva di fondamento.

Il giudice, concesso il p. g., assegna alla parte uno degli avvocati, ammesso a difendere in quel tribunale; l'avvocato designato non può esimersi dall'incarico ricevuto se non per una giusta causa, approvata dal giudice e se arbitrariamente o ingiustificatamente non accettasse il mandato ricevuto, può essere punito con congrue pene, compresa lo stessa sospensione dall'ufficio.

Quando, invece, viene concessa una parziale riduzione delle spese, la parte ammessa a tale beneficio, detto comunemente benefico delle spese vive, conserva il diritto di scegliersi un avvocato di fiducia. Un simile diritto, però, non può essere riconosciuto a chi ha ottenuto il p. g. per non dar luogo ad eventuali frodi, dato che la parte, in un modo o nell'altro, compenserebbe l'avvocato, mentre negherebbe al tribunale le necessarie spese di giudizio.

Mantendo gli avvocati, il giudice pregherà l'Ordinario perché designi altra persona idonea affinché assuma il p. del povero in tribunale. Il canone contempla pure il caso che uno possa personalmente, se ne ha la capacità, curare i suoi interessi in giudizio. In alcune determinate cause, però, come in quelle matrimoniali, l'assistenza dell'avvocato è prescritta.

BbG.: S. D'Angelo, De gratuito patrocinio, in Apollinaris, 2 (1920), p. 514 sgg.; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946, pp. 375-78. Michele Federici

PATROLOGIA e PATRISTICA. - Vocaboli di origine protestante. Nella teologia luterana del sec. xvir si cominciò a parlare di una "theologia patristica" nel senso di una collezione di testimoni dei Padri per i singoli dogmi. Questo concetto teologico del termine "patristica" si confuse con il concetto letterario di "patrologia", che come termine fu usato per la prima volta dal teologo luterano Johs Gerhardus (m. nel 1637) nella sua opera Patrologia, sive de primitivae Ecclesiae christianae Doctorum vita ac Incubrationibus opus postumum (Iena 1653). Ma se i due termini "patrologia" e "patristica" sono di origine protestante, i due concetti, quello teologico e l'altro letterario, per valutare gli scrittori ecclesiastici della Chiesa antica, si trovano già nella letteratura cattolica. Il concetto di "Padre" (v.) è di carattere dogmatico, avendo la sua base nella prova dogmatica della tradizione, mentre l'esigenza di considerare gli scrittori antichi sotto un aspetto letterario si manifesta già nel De viris illustribus di s. Girolamo. Partendo dal concetto dogmatico di "padre" la patristica (o patrologia) si avvicina, come disciplina teologica, alla dogmatica o alla storia dei dogmi; seguendo la strada iniziata da s. Girolamo si arriva alla "storia della letteratura cristiana antica", cioè a una disciplina particolare della storia della Chiesa. La scienza cattolica ha scelto e l'una e l'altra via.
L'opera, già citata di s. Girolamo (edd. di C. A. Bernoulli; Friburgo in Br. 1895, di E. C. Richardson, Lipsia 1896; v. II, Edmonds, $2^{\text {a }}$ ed., in Alterium, Lipsia 1941, p. 348 sg .) resa pubblica nell'anno 392, è in fondo nient'altro che un catalogo, il quale non esclude né scrittori giudizzi (Filone, Flavio Giuseppe e Giusto di Tiberisde), né autori scismotici ed eretici e annovera nel suo elenco letterario anche gli Evangelisti. L'operetta aveva scopo apologetico, perché voleva dimostrare contro Celso, Partrio e l'imperatore Giuliano che nella Chiesa non erano mai man-
cati filosofi eloquenti e dottori. Nella forma Girolamo ha copiato Svetonio, nel contenuto dipende da Eusebio (Historia ecclesiastica e Chronicon), ma non mancano notizie che si basino su letture proprie. La critica di testi biblici è assai libera, il profilo dello stile caratteristico di singoli autori è superficiale (non paragonabile con la critica letteraria di Fosio; sull'opera di Girolamo, cf. C. A. Bernoulli, Der Schriftstellerhatolog des Hieronymus, Friburgo in Br. 1895; St. von Sychowski, Hieronymus als Literaturhistoriker, Münster 1894; A. Feder, Studien zum Schrifistellerkatalog des hl. Hieronymus, Friburgo 1927; P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, p. 78 sg.). Verso il 480 il sacerdote semipelagiano Gennadio di Marsiglia scrisse una continuazione dell'opera di s. Girolamo, perciò la maggior parte dei manoscritti di Girolamo contiene anche la continuazione di Gennadio. L'opera di Gennadio è più accurata, più teologica di quella di Girolamo, ma rivela anche la sua posizione semipelagiana (B. Czapla, Gennadius als Literaturhistoriker, Münster 1898; F. Diekamp, Wann hat Gennadius seinen Schriftstellerhatolog verfasst, in Römische Quartalschr., 12 [1898], p. 411 sg.; A. Feder, Der Semipelagianismus im Schriftstellerhatolog des G., in Scholastik, 2 [1927], p. 481 sg.; id., Die Entstehung und Veröffenlichung des gennadianischen Schriftstellerhatologs, ibid., 8 [1933], p. 217 sg.; id., Zusätze des Gennadian. Schriftstellerhatologs, ibid., p. 380 sg.; P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, p. 221 sg.). Continuatori di s. Girolamo e Gennadio con particolari interessi per gli scrittori spagnoli furono Isidoro di Siviglia (tra il 615 e il 618: PL 83, 1081-1106) e il suo discepolo Ildefonso di Toledo (m. nel 667: PL 96, 195 sg.; cf. G. V. Dzialowski, Isidor und Ildefons als Literaturhistoriker, Münster 1898; F. Schütte, Studien über den Schriftstellerhatolog des hl. Isidor, in M. Sdralek, Kirchengeschichtliche Abhandlungen, Breslavia 1902, p. 75 sg.; M. Ihm, Beiträge zur alten Geschichte und griech.-römischen Altertumskunde [Festschrift für O. Hirschfeld], Berlino 1903, p. 341 sg.; H. Koeppler, in Journal of theolog. studies, 38 [1936], p. 16 sg.). Mentre in Bisanzio Fosio riprese lo studio dei Padri insieme con quello degli autori antichi (il suo Myriobiblon - Biblioteca: FG 103-104), nell'Occidente la letteratura del De viris illustribus fu di nuovo iniziata nel sec. XI da Sigeberto di Gembloux (m. nel 1112: PL 160, 547 sg.), in Belgio da Onorio di Autun (ca. il 1122) nel suo De luminaribus Ecclesiae (PL 172, 197 sg.) e dal cosiddetto Anonymus Mellicensis (De scriptoribus ecclesiasticis: PL 213, 959 sg.) e nel sec. xv da Giovanni Tritemio. Tutti questi autori si basano per l'epoca patristica su s. Girolamo e Gennadio. Le loro opere sono importanti per la conoscenza degli scrittori della loro epoca; per la ricostruzione del testo di Girolamo e Gennadio questa tradizione indiretta è di scarso valore (v. A. Feder, Studien zum Schriftstellerhatolog des hl. Hieronymus, Friburgo in Br. 1927, p. 90). La linea di questi "nomenclatores" (v. I. A. Fabricius, Bibliotheca ecclesiastica, Amburgo 1718) fu continuata con Giovanni Gerhardus, Giuseppe Hübemann ecc. da parte dei luterani, e con s. Roberto Bellarmino nel suo Liber de scriptoribus ecclesiasticis (Roma 1613), edizione aumentata da F. Labbé (Parigi 1670) e da Casimiro Oudin (ivi 1682), da parte cattolica. Il primo grande tentativo di una trattazione critica dell'antica letteratura cristiana fu dato da Louis Eilies Du Pin (m. nel 1719) con la sua Nouvelle bibliothèque des auteurs ecclésiastiques, ecc. (Parigi 1686-1711) in 47 voll. (v. Reusch, Index der verbotenen Bücher, II, 1, p. 586). Il libro, che fu messo all'Indice, suscitò molte polemiche letterarie (M. Petit-Didier, R. Simon, R. Ceillier ed altri). La mancanza di rispetto nel linguaggio ed il galicanismo furono le cause principali della condanna di questa opera. Un lavoro di pregio è l'Apparatus ad Bibliothecam maximam Patrum veterum (Parigi 1604), di Le Nourry, ma il capolavoro critico-storico sono i famosi Memoires pour servir à l'histoire ecclésiastique des six premiers siècles di L. S. Le Nain de Tillemont ([n. nel 1698], Parigi 1693-1712) in 16 voll., opera che ancora oggi viene consultata con profitto dagli studiosi. Nel campo protestante sono da menzionare in quest'epoca i lavori di Wil-

## Page 608

liam Cave, James Usher, John E. Grabe (v.), John Pearson, H. Dodwell, anglicani che per difendere la loro posizione dogmatica erano costretti ad occuparsi dei Padri. Accanto ad essi si possono ancora menzionare gli studi di Le Clerc, Dallacus e Oudin. Dei lavori riguardanti la storia della letteratura antica cristiana nell'epoca moderna si ricordano: J. A. Möhler, Patrologie (vol. I [unico], Ratisbona 1840); J. Nirsch!, Lehrbuch der Patrologie und Patristik (3 voll., Magonza 1881-83); I. Fessler, Institutiones Patrologiae ( $2^{\mathrm{a}}$ ed. di Jungmann, Innsbruck 1890-96); Ad. Harnack, Geschichte der alt. kirchlichen Literatur bis auf Eusebius (3 voll., Lipsia 18931904); H. Kihn, Patrologie (Paderborn 1904-1908); O. Bardenhower, Patrologie ( $3^{\mathrm{a}}$ ed. Friburgo 1910); id., Geschichte der altchristlichen Literatur ( 5 voll., ivi 1913-32); H. Jordan, Geschichte der altchristlichen Literatur (Lipsia 1911); I. Tisseront, Mélanges de patrologie et d'histoire des dogmes (Parigi 1921); H. Lietzmann, Christliche Literatur (Lipsia 1923); F. Cayré, Précis de Patrologie (2 voll., Parigi 19271930); B. Steidle, Patrologia (Friburgo 1937); U. Mannucci, Istituzioni di patrologia (ed. di A. Casamassa, Roma 1948-50); E. I. Goodspeed, A History of early christian literature (Chicago 1942); B. Altaner, Patrologie ( $2^{\mathrm{a}}$ ed., Friburgo 1950; anche in trad. it. riveduta da A. Ferrua, Torino 1944); J. Quasten, Patrology, I. The Beginnings of Patristic Literature (Utrecht-Bruxelles 1950). Opere speciali che riguardano la patristica greca: K. Krumbacher-A. Ehrhard, Geschichte der byzantinischen Literatur ( $2^{\mathrm{a}}$ ed., Monaco 1897); O. Stählin, Die altchristliche griechische Literatur, in W. v. Christ, Geschichte der griechischen Literatur (2 voll., $6^{\mathrm{a}}$ ed., ivi 1924); A. Puech, Littérature grecque chrétienne (Parigi 1928); I. M. Campbell, The Greek Fathers (Londra 1929). Sulla conoscenza dei Padri greci nella Chiesa latina v.: P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident (Parigi 1943); A. Siegmund, Die Überlieferung der griechischen Literatur in der lateinischen Kirche bis zum 12. Jahrhundert (Monaco 1949). Opere speciali sulla patristica latina: P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne (7 voll., Parigi 1901-23); R. Pichon, Etudes sur l'histoire de la littérature latine dans les Gaules (ivi 1906); W. S. Teuffel, Geschichte der römischen Literatur (III, $6^{a}$ ed., Lipsia 1913; gli autori cristiani sono trattati da E. Klostermann); M. Schanz, G. Hosius, G. Krüger, Geschichte der röm. Literatur (III, $3^{\mathrm{a}}$ ed., ivi 1922; IV, i, ivi 1914; IV, II, ivi 1920; la letteratura cristiana è trattata da G. Krüger); U. Moricca, Storia della letteratura latina cristiana, 3 voll., in 5 tomi (Torino 19151934); P. Monceaux, Histoire de la littérature latine chrétienne (Parigi 1924); C. Weymann, Beiträge zur Geschichte der christlich-lateinischen Puesie (Monaco 1926); N. Terzaghi, Storia della letteratura latina da Tiberio a Giustiniano (Milano 1934); L. Salvatorelli, Storia della letteratura latina cristiana (ivi 1936); E. Bickel, Lehrbuch der Geschichte der römischen Literatur (Heidelberg 1938); P. de Labriolle, Histoire de la littérature latine chrétienne, $3^{\mathrm{a}}$ ed. di G. Barzy (2 voll., Parigi 1947); P. Courcelle, Histoire littéraire des grandes invasions germaniques (ivi 1948); E. Dellers, Clovis Patrum latinorum (Steenbrugge 1951, in Sacris erudiri, III). Per le opere che riguardano i Padri orientali, v. oriente cristiano. La trasmissione dei Padri nella vita della Chiesa durante il medioevo e i tempi moderni è stata trattata negli ottimi studi di J. de Ghellinck, Patristique et moyen-âge (3 voll., Bruxelles 1946-48). I riflessi della letteratura cristiana sulla letteratura europea sono studiati da E. R. Curtius, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalters (Berna 1948).

La pubblicazione dei testi patristici. - E' stato l'umanesimo che ha dato l'impruso alla prima stampa dei testi patristici. Alcune di queste pubblicazioni hanno il valore di un manoscritto perché molti codici di allora sono andati perduti. Le prime edizioni critiche uscirono nei secc. xxtI e xxtII. Come editori sono da menzionare Fronton le Duc (s Ducaeus s, m. nel 1624), l'editore di Caisostomo e Giovanni Damasceno, Jacques Sirmond (m. nel 1651), Jean Garnier (m. nel 1681), Fr. Combefis (m. nel 1679). I. B. Cotelier (m. nel 1686) e i grandi rappresentanti della Congregazione benedettina di S. Mauro
(v. maurini) : I. L. D'Achéry (m. nel 1683), Jean Mabillon (v.), R. Massuet (m. nel 1716, editore di s. Ireneo), P. Constant (m. nel 1721), Le Nourry (m. nel 1724), Julien Garnier (m. nel 1725, editore di Basilio), Ch. de la Rue (m. nel 1739, editore di Origene), B. de Montfaucon (v.), P. Maran (m. nel 1762). Le prime grandi collezioni sono la Sacra biblioteca veterum Patrum (Colonia 1618-22) o Maxima bibliotheca veterum Patrum (27 voll., Lione 1677 ).

Ancora di valore oggi è la Bibliotheca veterum Patrum di Andrea Gallandi ( 14 voll., Venezia 1764-81; $2^{\mathrm{a}}$ ed. ivi 1788). In fondo la grande Patrologia di J.-P. Migne (v.) è la continuazione di queste vecchie Bibliothecae Patrum. Il Migne poteva aumentare la sua edizione in seguito alle numerose pubblicazioni dei cardd. A. Mai (v.) e Jean Baptiste Pitra (v.); per l'edizione del Migne v. ancora F. Cavallera, Patrologias cursus completus. Series graecis. Indices (Parigi 1912); Th. Hopfner, Index locupletissimus (ivi 1928 sg.). Edizioni critiche di tutti gli scrittori ecclesiastici latini dal I al VII sec. sono state progettate dall'Accademia di Vienna (dal 1866). Finora sono stati pubblicati di questo Corpus scriptorum ecclesiasticorum latinorum (CSEL o CV) 70 voll. Una collezione corrispondente per i Padri greci è Die griechischen christlichen Schriftsteller der ersten drei Jahrhunderte (GCS o CB, pubblicati dall'Accademia di Berlino (dal 1897), finora 41 voll. Alla preparazione dei testi greci serve la collezione: Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur, ed. O. v. Gebhardt e A. Harnack (Lipsia 1882 sg.). Questa collezione ha la sua corrispondente nella collezione: Texts and Studies, Contributions to Biblical and Patristic Literature, ed. I. A. Robinson (Cambridge 1891) ed in un senso più largo in Studi e testi (pubblicazioni della Biblioteca Vaticana, Roma 1900 sgg.; v. A. M. Albaredo, Nel cinquantesimo di $s$ Studi e testi-, Città del Vaticano 1950). Delle collezioni per usi scolastici vanno nominati Florilegium Patristicum, ed. B. Geyer e I. Zellinger (44 fasc., Bonn 1904 sg.); Cambridge Patristic Texts, ed. A. I. Mason (Cambridge 1899 sg.); Textes et documents pour l'étude historique du christianisme ed. H. HemmerP. Lejay ( 20 voll., Parigi 1904-12); Testi cristiani, con versione italiana di G. Manacorda (Firenze 1930 sg.); Corona Patrum Salesiana (Sanctorum Patrum graecorum et latinorum opera selecta, addita interpretatione vulgari), ed. P. Ricaldone (Torino 1937 sg.); Sources chrétiennes, ed. H. de Lubac e J. Daniélou (Parigi 1941 sg.).

Bibli. letteratura patristica: A. Ehrhard, Die altchristl. Liter. und ihre Erforschung seit 1880, Friburgo i. Br. 1894, continuazione, 1900; F. Drexl, ve Jahre griechischer Patristik, in Bursians Jahresberichte über die Fortschritte der klassisch. Altertumswiss., 220 (1929), pp. 131-263; ibid., 230 (1931), pp. 163-273; I. Martin, Christ.-latein. Dichter, ibid., 221 (1929), pp. 65-140; W. Wilbrand, Die altchrist.-latein. Liter., ibid., 226 (1930), pp. 137-206; G. Krüger, A Decade of Research in early christ. Liter. (1922-30), in Harvard Theolog. Review, 26 (1933), p. 173 sE.; G. Modoz, Un decenio de estudios patristicos en España (1931-40), in Rev. española de issil., 1 (1941), pp. 919-62; id., Segundo decenio de estudios sobre patristica española 1940-50 (Estudios Oniones, sec. 1, vol. 2). Madrid 1951; B. Altaner, Der Stand der patrologisch. Wissensch. und das Problem einer neuen altchristl. Literaturgesch., in Misc. Glou. Mercati, I, Città del Vaticano 1946, p. 483 sg.; I. De Ghellinck, Les recherches patristiques, progrès et problèmes, in Mélanges P. Cavallera, Tolosa 1948, p. 63 sg.; Dix annars d'études byzantines, Bibliogr. internat. 1939-46, Parigi 1949. Erik Peterson

PATRONATO. - Il concetto di p. è l'espressione tipica di una posizione sociale cattolica della fine dell'Ottocento che rispecchia una visione statica della ricchezza e una visione paternalistica della funzione dell'imprenditore e dei rapporti sociali.

Nel concetto di p. la proprietà e la funzione dell'imprenditore sanno un poco di investitura divina: l'imprenditore è il padre, conservatore e distributore di ricchezza, minister Dei in bonum; la comunità aziendale è la famiglia operaia. Nel concetto di famiglia sono cercati i canoni normativi dei rapporti di lavoro.
I. Funzione storica del p. - Quando la legislazione sociale ed il sindacalismo non avevano ancora discipli-

## Page 609

nato i rapporti di lavoro, ed in clima di assoluto liberismo (v.) il diritto era costituito solo dalla coscienza individuale dell'imprenditore (v.), nella prassi e nella spiritualità cattolica si è fatto luce l'ideale di un padrone cristiano di buon cuore che, per ragioni di fede, illuminato sentimento di giustizia e di carità, sapesse accettare tutte le responsabilità che si accompagnano alla sua autorità sociale, facendosi strumento della Provvidenza divina per l'ordinamento e il governo della società. In questo ideale il padrone protegge, dirige, aiuta i dipendenti con una assistenza affettuosa morale e materiale, si preoccupa della vita naturale, soprannaturale di essi. Come nella famiglia biologicamente intesa, cosi nella famiglia costituita dalla unità produttiva il padrone si serve di tutti i mezzi naturali e soprannaturali per aiutare ed educare coloro che gli sono affidati. L'azienda è un campo di apostolato come la famiglia.
II. I BAPPORTI TRA IMPRENDITORE E OPERAIO NELLA CONCEZIONE PATERNALISTICA. - Documento tipico di questa posizione sociologica è il Catechismo del padrone di Leone Harmel (v.). "Tra il padrone e l'operaio esistono rapporti analoghi a quelli esistenti fra padri e figli». "La società fra padrone e operaio si chiama famiglia operaia». "Il padrone è capo della famiglia operaia». "La famiglia operaia deriva da un fatto materiale... da un contratto... da un principio di diritto naturale... dal dovere che ha il padrone di usare l'autorità, a lui concessa dal contratto d'obblighi... ". "La famiglia operaia ha lo scopo di proteggere i diritti naturali e soprannaturali della famiglia naturale: di fare rispettare le basi della società civile, di vigilare gli interessi materiali e spirituali dei suoi membri" (cf. L. Harmel, Catechismo del padrone, Siena 1893, §§ 3,17,22). Questo concetto di famiglia operaia e la visione della questione sociale che ne consegue come "questione di cuore" esprimono bene la situazione dei rapporti di lavoro anteriormente al sorgere del sindacalismo moderno e della disciplina giuridica dei rapporti stessi.
III. Verso nuove forme di protezione operaia. Man mano che per opera delle associazioni sindacali si è venuta elaborando una struttura capace di disciplinare i rapporti di lavoro sul piano giuridico e non su quello affettivo, sia il concetto di p. che quello di famiglia operaia sono stati superati; parallelamente la scienza ha chiarito il concetto di imprenditore come fattore tecnico coordinatore dei vari elementi della produzione, e della sua funzione, fondata necessariamente su capacità personali di iniziativa e responsabilità, e non solo su fattori di tradizione e ambiente. Il progressivo ascendere della classe operaia nella complessa economia dei rapporti e delle strutture sociali moderne, il chiarirsi e definirsi dei diritti del lavoratore come persona, il progressivo intervento dello Stato nell'economia e il passaggio dal regime di libera concorrenza a quello di economia mista hanno reso del tutto estraneo questo concetto allo spirito moderno.

L'esigenza, invece, della necessità di un'azione imprenditoriale, personale e di gruppo, per il perfezionamento delle strutture e dei rapporti accanto all'azione degli istituti legislativi si è diffusa soprattutto nel mondo cristiano del dopoguerra ed è documentata dal contemporaneo sorgere di associazioni imprenditoriali cattoliche in molti paesi europei e del nuovo mondo, raccolte recentemente in una internazionale imprenditoriale cristiana (Union Internationale des Associations Patronales Catholiques : UNIAPAC). L'esistenza di tali associazioni, che operano nel vivo della sostanza sociale dell'ordinamento produttivo, vuole dimostrare che nessuna struttura legislativa è sufficiente a garantire l'ordine sociale, se alle strutture non si accompagna l'azione della coscienza individuale.

Il codificatore del paternalismo, Leone Harmel, che è in sede teorica il codificatore del paternalismo industriale, è nella pratica un uomo di avanguardia che ha superato le sue posizioni dottrinali. L'onesta ricerca storica dovrà rivedere i luoghi comuni che ancora deformano la fisionomia e il valore di questo uomo che resta un precursore anche per i nostri tempi, nonostante i limiti della sua dottrina sociale. Il suo concetto di giustizia
sociale, di autorità imprenditoriale, la sua pedagogia del mondo operaio sono estremamente vivi e farebbero rabbrividire per la loro modernità i più audaci teorici dell'impresa e i moralisti della funzione imprenditoriale.

BibL.: L. Harmel, Manuel d'une corporation chrétienne, Tours 1879 (particolarmente il capitolo Du patronage chrétien, p. 29 ed.); id., Exposé sommaire de l'oeuvre, Parigi 1888; id., Catechismo del padrone (trad. Masson), Siena 1893; id., La Val du bois. Exposition de l'organisation, Reims 1896; id., La démocratie chrétienne, Parigi 1897; A. Mauri, Il p. cristiano e la conferenze di Leone Harmel in Italia, in Rivista intemasi, di scienze sociali 8 (1893) pp. 41-52.

PATRONATO, DIRITTO di. - E un privilegio, con annessi oneri, spettante, per concessione della autorità ecclesiastica, ai fedeli, che abbiano fondato una chiesa, una cappella o un beneficio ed ai loro a