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e come platonismo (v.) rinascimentale. Quasi assente nell'età illuminiatica (ma Leibniz, Berkeley, la scuola di Cambridge non gli sono estranei), il plotinismo rivive nel movimento romantico che in esso ritrova il senso panteistico del mondo, la continuità e la connessione di tutti gli esseri, la relazione analogica tra il visibile e lo spirituale e il conseguente simbolismo poetico. L'idealismo di Schelling (v.) e di Hegel (v.), l'estetismo di Schopenhauer (v.) non di rado vi si richiamano. Vivo ancor oggi in non pochi suoi motivi ispiratori (nell'intuizionismo bergsoniano, nel neohegelismo di Bosanquet, nel Royce, nel Martinetti...), esso è oggetto di ampie indagini, che testimoniano della perenne vitalità del suo messaggio.

Bibl.: le edizioni critiche più recenti delle Eunendi sono a cura di E. Brehier, Parigi 1924-38 (con trad. franc.), di G. Faggin, Milano 1947-48 (con trad. it.), di P. Henry e H. R. Schreyzer, Bruxelles-Parigi 1930 (fondamentale). Traduzioni : inglese di St. Mackenna e B. S. Page, Londra 1921-30; tedesca di R. Harder, Lipsia 1930-37; spagnola di J. M. Q., Madrid 1930. Ancora utile la trad. latina di M. Ficino, Firenze 1492: it. di V. Cilento, Bati 1947-49. - Su P.: A. Drews, Plotinos u. der Untergang der antiken Weltanschauung, Jena 1907; R. Arnou, Le désir de Dieu dans la philes, de Plotin, Parigi 1921; F. Heinemann, Plotinos, Lipsia 1921; W. R. Inge, The philos. of Plotin, Londra 1929; C. Carbonara, La fém. di P., Roma 1938; G. Becker, Plotinos u. das Problem der geistigen Aneignung, Berlino 1940; G. Faggin, P., Milano 1943; P. J. Jensen, Plotin, Copenhagen 1948. Cf. la bibl. crit. degli studi plotiniani, in ap pendice alla cit. trad. it. del Cilento, a cura di B. Mariën.

Giuseppe Faggin
PLUMIER, Charles. - Minimo, naturalista-botanico, n. a Marsiglia il 20 apr. 1646, m. a Porto S. Maria (Cadice) il 16 nov. 1704.

Professò fra i Minimi a Marsiglia nel 1623, studiò a Tolosa filosofia e matematica sotto il p. Maignan (v.); a Roma, al convento della Trinità, studiò appassionata-
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(c) C. Plumier, Traité des Fougères de I'Amerique, Parigi 1765 , Sat. 681
Plumier, Charles - Figure di felci disegnate ed incite da C. P.
mente scienze naturali e botanica. Nel 1680 esplorò la Provenza, assieme al Tournefort. Nominato da Luigi XIV botanico regio, fece per suo volere tre viaggi in America, dal 1689 al 1695 per studiarvi le piante medicinali. Scrisse molte opere, la più parte con figure da lui stesso finemente disegnate ed incise. Le principali edite sono: Description des plantes de l'Amérique (Parigi 1693); Nova plantarum Americanarum genera cum figaris (ivi 1703); Traité des fougères de l'Amérique (ivi 1705); Plantarum Americanarum fasciculi decem, a cura del Burman (Amsterdam 1755-60); L'Art de tourner (Lione 1701; $2^{\text {a }}$ ed. Parigi 1749; trad. in russo, per ordine dello zar Pietro il Grande). Altre opere restarono manoscritte, di cui 37 sono ancor oggi al Museo di Storia naturale di Parigi. Il Tournefort ha consacrato alla memoria del P. un genere di apocyuees detta "plumeria».

Bibl.: J. Urban, Plumiers Leben und Schriften nebst einem Schliussel zu seinen Blütenplancen, Dahlem (Berlino) 1920; P. V. Fournier, Voyages et découvertes scientifiques des missionnaires naturalistes à travers le monde, in Encyclopédie biologique, X. Parigi 1932, pp. 53-59; M. Möbius, Geschichte der Botanik, Jena 1937, p. 129.

Gennaro Moretti
PLUNKET, Oliver, beato, martire. - Di nobile famiglia irlandese, n. a Loughcrew (contea di Meath) nel 1629, m. a Londra l'ri luglio 1681.

Passato a Roma nel 1643 con il card. legato P. F. Scarampi, compì i suoi studi nel Collegio irlandese e alla Sapienza; ordinato sacerdote nel 1654 e non potendo per la persecuzione di Cromwell ritornare in patria, fu professore di teologia nel Collegio di Propaganda Fide, consultore della Congreg. dell'Indice e procuratore dei vescovi irlandesi. Eletto nel 1669 arcivescovo di Armagh e primate di Irlanda, entrò nella sua sede nel 1670. Principale sua cura, in mezzo a dure difficoltà di ogni genere, fu la restaurazione della pietà e della disciplina nel clero

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e nei fedeli, per cui tenne anche due sinodi provinciali. Lo scoppio della cosiddetta congiura di Titus Oates (v.) e l'incerta condotta di Carlo II, lo costrinsero dal 1674 a compiere il suo ministero di nascosto, finché, rinovidita la persecuzione, fu tradito e arrestato a Dublino nel 1679, poi trasferito nel 1680 nelle carceri di Londra, dove fu condannato per false testimonianze di due religiosi apostati, come reo di alto tradimento, cioè di falsa religione. Fu impiccato e squartato al Tyburn. Il corpo, trasportato segretamente nel 1685 a Hildesheim (Hannover), fu riportato dal card. A. Gasquet nell'abbazia di Downside nel 1883. Il capo del martire è venerato a Drogheda. Il P. fu beatificato da Benedetto XV il 23 maggio 1920. Festa l'zi maggio.

Bibl.: P. Moran, Memoirs of the most Rev. O. P., Dublino 1861; $2^{\circ}$ ed. 1895 ; id., Spicilegium Ossoriense, 3 voll., ivi 1874 1885 (con importanti documenti): J. Spillmann, Die Blutungen aus den Tagen der Titut-Oates-Ferschwurung, Friburgo in Br. 1901. pp. 223-23; C. Salotti, Un martire irlandese, Il S. O. P., Roma 1920; R. Challoner, Memoirs of missionary Priests, ed. H. Pollen, Londra 1924, pp. 574-83; H. Concannon, Blessed O. P., Dublino 1933; id., Blessed O. P. Historical studies, ivi 1937; cf. inoltre per le reliquie e per il testo di parceche lettere Downside Resiess, 40 (1921), p. I sgg. Celestino Testore

PLURALISMO. - In opposizione a monismo (v.), è la dottrina secondo la quale la realtà è costituita di enti molteplici e diversi.

Pluralistica può chiamarsi la filosofia aristotelica che ammette una distinzione di natura fra il Primo Motore e le Intelligenze separate da una parte e il mondo corporeo dall'altra e, anche nell'àmbito di ognuno di questi due mondi, ammette l'esistenza di enti diversi, specificati dalla forma sostanziale. Pluralistiche sono tutte le filosofie scolastiche; pluralistica è, nell'epoca moderna, la filosofia leibniziana per la quale le monadi, le sostanze prime che stanno a fondamento della realtà, sono specificamente diverse, e irriducibili l'una all'altra. Pluralistiche sono tutte quelle filosofie contemporance che si oppongono alla riduzione della realtà a un unico tipo : alla sola materia o al solo spirito : p. es., la filosofia di H. Lotze (Metaphysik, Lipsia 1841), di W. James (A pluralistic universe, Nuova York - Londra 1909).

Bibl.: W. James, Some problems on philosophy..., Nuova York 1911 (trad. it. di M. Malatesta, Introduzione alla filosofia, Milano 1945, pp. 8s-108); id., The realm of ends or pluralism and theism, $2^{\circ}$ ed., Cambridge 1912; B. Bourdon, La doctrine pluraliste, in Rev. philos., 1916, pp. 409-32; J. Wahl, Les philosophies pluralistes d'Angleterre et d'Amérique, Parigi 1920.

Sofia Vanni Rovighi

## PLUSVALORE : v. VALORE.

PLUTARCO di Cheronea. - Filosofo e storiografo greco, n. in Cheronea (Beozia) tra il 46 e il 50 d. C. Studiò filosofia e matematica in Atene. Soggiornò a lungo a Roma. Ritornato definitivamente a Cheronea dopo il 96, fu arconte della cittadina e sacerdote delfico. M. fra il 120 e il 127. Dottissimo e versatile, è tra i più fecondi scrittori antichi : rimangono sotto il suo nome un'ottantina di scritti vari, detti genericamente 'Hōwá (Moralia), di cui taluni spuri o dubbi, e 50 biografie di uomini illustri. Perdute le molte altre sue opere.

Fra i Moralia, il De animae procreatione in Timaeo e le Quaestiones platonicae dissertano su punti difficili del platonismo; il De stoicorum repugnantiis, il De communibus notitiis, e il De paradosis stoicorum polemizzano contro la Stoa; l'Adversus Coloten, il Non posse suaviter vivi secundum Epicurum e il De latenter vivendo combattono l'epicureismo. Di argomento religioso o filosoficoreligioso sono il dialogo De vera numinis vindicta (il ritardo o l'apparente mancanza, della punizione terrena di taluni colpevoli non contrasta con la Provvidenza), i dialoghi De El Delphico, De defectu oraculorum, De Pythiae oraculis (che speculano su cose attinenti al $29 \pi \rho \pi \eta_{\rho} \omega \nu$ pitico), il De Iside et Osiride, che illustra il mito egiziano e vi scorge un'allegoria del dualismo cosmico fra Bene e Male. Figura nel De Iside (come pure nel De defectu oraculorum) anche la concezione dei demoni, i quali si ritrovano nel
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(1st. Enc. Catt.)
Plutarco di Cheronea - P. scrive seduto sotto un albero a cui è appeso uno strumento musicale. Incezione in legno del Plutarchese biographiae epithome, Ferrara-1201 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.
dialogo De genio Socratis e nel mito finale del De facie in orbe Lunne, libretto prevalentemente astronomico. Oltre al De facie, altri opuscoli attestano la dottrina di P. in fatto di scienze naturali.

Più popolari sono gli scritti propriamente etici, attinenti alla parte della filosofia che P. prediligeva. Nel De virtute morali è propugnata la metriopatia accademicoperipatetica; nel De profectibus in virtute si studiano i segni psicologici del progresso morale; nel De cohibendo iro, nel De garrulitate e in altri opuscoli si mostrano sintomi e rimedi dei morbi e vizi dell'anima. Delle virtù familiari trattano il De fraterno amore e i Coniogalia proecepta, dell'amicizia il De adulatore et omico e il De amicorum multitudine (eguagliati in finezza dal De inimicorum utilitate). Contenuto più generale ha il De tranquillitate animi (la virtù e il dominio sulle passioni procurano la pace interiore), cui vanno riaccostati gli scritti confortatori rivolti ad uxorem e a un esule (De exilio). Rientrano nell'etica gli opuscoli pedagogici De audiendis poëtis (sul modo in cui i giovani debbono ascoltare e intendere la poesia) e il De audiendo, sul modo di ascoltare lezioni e discorsi (il superficiale libretto De educatione puerorum appare spuria); ed etico è il succo delle operette politiche (Praecepta gerendae reipublicae ecc.), in cui si esprime un alto senso della vita pubblica.

Il pensiero di $P$. è essenzialmente platonico : egli stesso chiama l'Accademia Ėtria $\pi \alpha \tau \rho \omega \alpha$ (De ser. num. vind., 4). Ma si tratta di un platonismo eclettizzante, conforme ai tempi, con una spiccata coloritura pitagorica (speculazioni sui numeri, demonologia), con influssi aristotelici (soprattutto nell'etica), e non senza una vena di scepsi neoaccademica (v. accademia, I. L'a. greca). Con lo stoicismo (v.) P. è in dissidio (avversandone il panteismo, il fatalismo, il rigorismo etico); attinge però molte idee dalla media Stoa (e segnatamente da Posidonio). Ostilissimo agli epicurei, sostiene la Provvidenza e l'immortalità dell'anima (v.). Ammette un Dio supremo e perfetto, qualificabile come l'Essere vero (mentre le cose mutevoli

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non hanno la piena sussistenza), trascendente ed elevatissimo rispetto all'uomo; e ammette insieme una materia eterna, e inoltre un'Anima universale preesistente, come la materia, alla cosmogonia, e originariamente irrazionale e cattiva, anzi principio di male (mentre la materia è per sé neutra). Con l'azione cosmogonica (che P. concepisce come temporale) Dio, principio del bene, ordinò la materia infondendo la ragione nella 9005 , primitiva; ma l'elemento irrazionale resta pur sempre nell'Anima stessa; e cosi permane nell'universo una $\dot{\alpha} \rho \gamma \dot{\eta} \quad \varkappa \kappa \kappa \dot{\eta}$ in perenne contrasto con Dio (De an. prser. in Timavo; De Iside et Os.). In questo dualismo (di marca coronatriana) P. si stacca dalla maggior parte dei platonici perché si rifiuta d'identificare il male con la materia e ne fa un principio a sé; e mostra originalità nel riattaccare la sua concezione orientaleggiante a Platone stesso, all' $\dot{\alpha} \tau \alpha \varepsilon \tau \iota \varsigma \quad \dot{\alpha} \nu \gamma \dot{\eta}$ delle Leggi (Platone, Leg., 986 E, 898 C), all' ' $\lambda \nu \alpha \dot{\gamma} \gamma \varepsilon \varsigma$ del Timeo e della Repubblica, alla $\mu \varepsilon \rho \iota \sigma \tau \dot{\eta} \nu \dot{\sigma} \alpha \dot{\alpha} \alpha$ del Timco (cf. Tim., 35 A). Oltre al Dio sommo, egli ammette poi (malgrado l'intima tendenza monotutnica) dei minori e demoni intermediari fra la Divinità e gli uomini (ed anche demoni cattivi); e aderisce alla religione patria, allegorizzando sui miti e identificando numi orientali con numi ellenici (non concisbe il cristianesimo). Questo all'uomo, professa le spiritualismo platonico; ma distingue il voís dall'anima vera e propria (cf. De gen. Socratic, 22; De fac. in orbe L.um., 28). In morale, non vuole l'apatia, bensì la $\mu \alpha \sigma \dot{\sigma} \tau \varsigma$ aristotelica; e vede nell'insegnamento della virtù il compito più alto del filosofo (sul fine prevalentemente etico della filosofia, cf. tra l'altro De pref. in virt., 7; Adv. Calat., 2). In pedagogia non dà contributi fondamentali, ma solo buoni pensieri e consigli : approva, contro Platone, la lettura dei poeti e ammette l'educazione delle donne.

Le Vite sono quasi tutte riunite in coppie (Bios $\pi \alpha \rho \alpha \lambda \lambda \dot{\eta} \lambda \omega$ ) in cui figurano a scopo di paragone un greco e un romano (p. es., Teseo-Romolo, Pericle-Fabio Massimo, Alessandro-Cesare, ecc.). Vi sono poi 4 Bits isolati. P. mira essenzialmente a rappresentare il carattere dei personaggi; e perciò fa larga parte anche alla loro vita privata, ad aneddoti e a motti. Persegue una finalità etica, e presenta soprattutto esempi di virtù (non tralasciando però vizi e difetti). Narra la storia drammaticamente, ma senza romanzarla. Usa in genere buone fonti, e non ama scostarsi dalla verità, pur mancando di un profondo senso critico. Malgrado errori e deficienze, le Vite (escluse naturalmente quelle relative a tempi leggendari) risultano abbastanza degne di fede e dànno un'immagine viva di molti protagonisti della storia antica. Il significato etico le congiunge con i Moralia.

L'immenso influsso di P. attraverso i secoli appare giustificato. Come biografo degli «eroi» egli ha efficacia e attrattiva grandissima (ispirò Shakespeare e Alfieri e piacque a moltissimi uomini grandi). Come moralista, si fa amare per la finezza psicologica e l'arte delicata di «medico delle anime». Rispetto alla filosofia teoretica, pur senza forte originalità, si rivela pensatore cosciente e non privo di vedute personali, e occupa un posto notevole nel platonismo di mezzo.

BibL.: la più recente ed. completa dei Moralia è quella di G. N. Bernardakis, 7 voll., Lipsia 1888-96; in corso la nuova teubneriana di K. Hubert, W. Nachstädt, W. R. Paton, M. Pohlens, H. Wegehaupt, ecc. (usclti 4 voll.). Edil. dei singoli opuscoli : De Iside, ed. G. Parthey, Berlino 1850; Publici dialogi tres, ed. R. Paton, ivi 1893; De Ei, ed. R. Del Re (con trad. it.). Napoli 1937; De Ei, ed. R. Flacelière, Parigi 1941; De def. avac., ivi 1947; ecc. Delle Vitae ed. principale c. le teubneriana di Cl. Lindskog-G. Ziegler (1914-35). Trad. it. degli Opuscoli di M. Adriani, Napoli 1841, delle Vite di G. Pompei, Verona 1775, e di M. Adriani, Firenze 1859. Su P.: R. Volkmann, Leben, Schriften u. Philos. des Plutarchos, 2* ed., Berlino 1873; O. Gréard, La morale de Plutarque, 4* ed., Parigi 1885; F. Leo, Die griechisch-römische Biographie, Lipsia 1901; Th. Eisele, Die Dämonologie Plutarchos, in Arch. f. Gesch. d. Philos., 17 (1004), pp. 28-31; H. Hirzel, Plutarchos, Lipsia 1912; J. J. Hartmann, De Plutarche..., Leida 1916; B. Latzartz, Les idées religieuses de Plutarque, Parigi 1920; D. Bassi, Il pensiero morale,
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Plutarco di Cheronea - Frontespizio degli Apophthegmafa ad Traianum, stampati da Vindelino da Spira, Venezia 1471 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.
religioso e pedagogico di P., Firenze 1927; W. Uskull-Gyllenband, Plutarchos und die griech. Biographie, Stoccarda 1929; A. Weiszäcker, Untersuchungen zu Plutarchos biographischer Technik, Berlino 1931; R. Del Re, Il dialogo sull' estinzione degli Orsceli di P., Napoli 1934; id., P. dopo millenocerent'anni, in Coscicious, nuova serie, 3 (1949), pp. 862-72; id., Il pensiero metafisico di P., in Studi ital. di filol. class., nuova serie, 24 (1949), pp. 33-64; P. Thévenaz, L'âme du monde, le devenir et la matière chez Plutarque, Parigi 1942. Cf. inoltre in Uberweg (per i Moralia); in Anode philologique e in Jahresberichte di Bumian del 1921 (Moralia) e del 1936 (Vitae). Raffaello Del Re

PLUTARCO e COMPAGNI, santi martiri. Commemorati insieme al 28 giugno sebbene non perissero nello stesso giorno.

Il latercolo del Martirol. garonimiano è stato certamente tratto dalla Storia Ecclesiastica di Eusebio, dove è riferito il martirio di alcuni discepoli di Origene, sotto Settimio Severo. Oltre P., sono Sereno, Eraclide, Erone, un altro Sereno, Eraide, Basilide, Patamiena (v.) e Marcella, quasi tutti neofiti o catecumeni, discepoli del giovane Origene (v.) nella scuola di Alessandria.

BibL.: Eusebio, Hist. eccl., VI, 3-5; Martyr. Hieronymianum, p. 341 .

Agostino Amore
PLUTEO. - Si intende un elemento per lo più in marmo o anche ligneo (in Siria) usato per recinzione.

Furono celebri i p. di Traiano (anaglypta Traiani) nella loggia dei rostri al Foro romano; essi erano riccamente scolpiti. I più antichi p. negli edifici cristiani di culto (S. Pietro in Vaticano, S. Agnese) furono simili a quelli scolpiti in uno dei bassorilievi dell'arco di Costantino. Al sec. vi compaiono con la croce nel mezzo come in S. Clemente, in S. Pietro, in S. Lorenzo a Roma, a Costantinopoli o con monogrammi come in S. Clemente (di Giovanni II), o riccamente decorati come a Ravenna;

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Plutio - P. della ricostruita basilica di S. Clemente (sec. XII) - Roma.
la decorazione a treccia si sviluppa e fiorisce ancora nel periodo longobardo (v. Enc. Cott., VII, col. 1519) carolingio e in Roma fino a quello dei Cosmati.

Bial.: F. Mazzanti, La scultura ornamentale romana nei bassi tempi, in Arch. stor. dell'arte, $2^{\circ}$ serie, 2 (1896), pp. 33-37, 161-83; T. Rivoira, Le origini dell'architett. lombarda, I, Milano 1902, p. 335 sgg.: E. A. Stückelberg, Langobard. Plastik, Monaco 1909; G. Mendel, Musées impériaux ottomans: catal. des Sculptures grag., rom. et byzantines, II, Costantinopoli 1914, pp. 471 sgg.: J. Breun, Der christl. Altar, 2 voll., Monaco di Bev. 1924, passim. Enrico José

PLUTOCRAZIA. - Secondo il senso etimologico, p. (da $\pi \lambda 0 \tilde{\tau} \tau o \varsigma=$ «ricchezza» e $\kappa \rho \alpha \dot{\tau} \tau o \varsigma=$ «potere») significa il dominio della ricchezza o degli uomini che la possiedono, industriali, banchieri e grandi terrieri. Il termine però non è usualmente adoperato a indicare un particolare regime politico, che si distingua per caratteri propri dalle altre forme, ma serve piuttosto a denotare, in modo alquanto vago, una condizione sociale, nella quale i maggiori possessori della ricchezza hanno un influsso preponderante, sovente indiretto, sull'amministrazione della cosa pubblica. La p. quindi può andare associata a qualsiasi forma di regime, alla monarchia come alla repubblica, all'aristocrazia come alla democrazia. Soltanto una concezione appoggiata sulla teoria dello sfruttamento del proletariato da parte dei regimi borghesi ha condotto Carlo Marx a definire come plutocratiche tutte le forme di organizzazione sociale nelle quali è conservata la proprietà privata.

Aristotele designò il dominio della ricchezza come nota distintiva dell'oligarchia, in opposizione all'aristocrazia fondata sulla virtù. Sebbene questa distinzione sia appoggiata sull'esperienza politica del suo tempo e quindi non abbia un valore universale come principio di sistemazione, si può tuttavia dire che la p. porta facilmente all'oligarchia. E stato nondimeno osservato che a favorire la sua affermazione nei tempi più moderni è stata proprio la democrazia, in quanto il regime democratico, articolato sui grandi partiti di massa, bisognosi d'ingenti capitali per la loro organizzazione e propaganda, diventa il mezzo di manovra di coloro che finanziano tali partiti, ai cui fini poi si trovano costretti a servire.

Scarsi esempi di p. si hanno nell'antichità, dove non dovette certamente mancare l'influsso preponderante delle classi abbienti. Si citano Cartagine e per i tempi più recenti Venezia, con scarsa rispondenza al significato odierno del termine. La vera p. è fenomeno collegato con il moderno regime capitalista, il quale, avendo permesso la concentrazione della ricchezza in poche mani, con la creazione di grossi e potenti organismi industriali, non ha potuto poi evitare che i possessori del capitale invadessero i gangli più sensibili della vita sociale, costituendo un dominio capillare e sofficcante sui governi e sulle loro direttive, dettate mediante l'azionamento delle leve nascoste in loro potere. Capitalismo e p. sono due gemelli dell'introduzione della macchina e dei progressi dell'industrialismo. Per combatterli, inadeguato si dimostra ogni movimento sociale che s'ispiri alle idee marxiste, perché si appoggia sullo stesso errore della sopravvalutazione del bene sensibile e terreno, opponendo all'egoismo del capitale l'egoismo della classe, alla p. privata la p. dello Stato. Soltanto una concezione spiritualistica, che risalsitisca la gerarchia dei valori, può essere antidoto al dominio della ricchezza con la sua più equa distribuzione tra le classi sociali. Antonio Messineo

PLYMOUTH, diocesi di. - Città e diocesi in Inghilterra costituita a sé nel 1850; comprende le contee di Devonshire, Cornwall, Dorsetshire e le Isole Scilly. Contiene 126 parrocchie, servite da 117 sacerdoti secolari ed 84 religiosi. Ci sono 58 conventi, 8 comunità religiose maschili, 121 chiese pubbliche, altre 32,73 scuole, 6 ospedali ed istituzioni. La popolazione totale (censimento del 1931) è di 1.290 .167 ab. di cui ca. 33.275 cattolici. Nel 1948 si ebbero 360 conversioni, 1284 battesimi infantili, 592 matrimoni (compresi i misti).

Devonshire e Cornwall, con le Isole Scilly, erano parte dell'antica diocesi di Exeter, il cui ultimo vescovo James Turberville mori nel 1570, e Dorsetshire di quella di Salisbury, il cui ultimo vescovo era il card. Peto, morto nel 1558. Il vescovo del 1947 è mons. Francis Joseph Grimshaw, i cui predecessori furono George Errington (1851-55), William Vaughan (1855-1902), Charles Graham (1902-11), John Keily (1911-28), John
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(Ist. British Council)
Plymouth, diocesi di - Faro e veduta della costa.

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P. Barrett (1928-46). Il Duomo fu cominciato nel 1856. Nel 705 si creò la sede vescovile di Wessex a Sherborne (Dorset), donde nel 910 fu tolta la nuova diocesi di Crediton (Devonshire), trasferita ad Exeter nel 1049, comprendendo il Devonshire, e dopo il 1049 anche Cornwall, già diocesi la cui cattedrale fu St. Germans. La diocesi protestante di Truro fu fondata nel 1876. Nel 1075 Sherborne fu trasferita a Salisbury. Questa regione abbonda di chiese antiche molto belle, p. es., la cattedrale di Exeter, St. Germans (già cattedrale), Wimborne, Ottery St. Mary, a Lanecstan. Rovine di abbazie si trovano a Tor, Buckland, Ford, Milton, Tavistock ed altrove. Nel sec. xvi Devonshire e Cornwall si opposero eroicamente all'apostasia nazionale, specialmente nell'insurrezione dell'Ovest del 1549, soppressa con grande ferocia con l'aiuto di mercenari continentali, fra i quali anche molti cattolici. Il loro condottiero, sir Humphrey Arundell, confessore, fu ucciso a Tyburn il 27 genn. 1550. La diocesi diede martiri alla Chiesa, ibb. Richard Reynolds (1535); Cuthbert Mayne, protomartire dei seminaristi (1577), Thomas Ford (1582), Thomas Hemerford (1584), William Way (1588), John Cornelius o O'Mahony, figlio di parenti irlandesi (1594), e i venerabili John Griffith (1539), John Adams (1586), John Handdey (1587). Il luogo di nascita del b. John Slade è incerto. Da notare fra le famiglie fedeli gli Arundell di Lanherne, la cui casa divenne convento carmelitano nel 1794, Weld di Luboorth e Clifford di Ugbroke. A Lubworth, dove il re Giorgio III fu ospite nel 1789 e 1791, nel 1790 fu consacrato John Carroll, primo vescovo di Baltimore, che fu il primo vescovo cattolico negli Stati Uniti. Fra le missioni più antiche sono Ugbroke (1671), Chidcock (1810) e Sclerder (1845). Fra i convertiti dal sec. xix in poi sono da notare sir Henry Trelawny (m. nel 1834), Robert Stephen Hessler, il poeta (m. nel 1875), e Mary St. Leger Harrison, figlia del protestante Charles Kingsley, che morì nel 1931.

Nel 1882 l'antica abbazia di Buckfast fu acquistata da una comunità di Benedettini francesi (Congregazione Cassinese) che nello stesso anno vi celebrarono la prima Messa, nell'ott., e cominciarono a riedificare l'abbazia nello stile del xit sec. La magnifica opera fu finita e la chiesa consacrata nel 1932.

Bibl.: R. A. McElroy, Blessed Cuthbert Mayne, Londra 1929; C. M. Graham, s. v. in Cath. Enc., XII, pp. 171-72: The Catholic Directory 1150, Londra 1930, pp. 285-95. Enrico G. Rape

PLYMOUTH, FRATELLI di : v. DARBITI.
PNEUMATOLOGIA. - Da $\sigma v \alpha \dot{\alpha} \mu \alpha$ (spirito) e $\lambda$ ó $\gamma o s$ (parola-concetto), significa scienza dello spirito. Espressione ormai poco o nulla usata. Alcuni autori chiamano p. quella parte della filosofia che studia le realtà spirituali (anima umana e Dio). Così C. Wolff (Philosophia rationalis, 3 75; Wolff però usa il termine pneumatica) e J.G.H. Feder (Logik und Metaphysik, Lipsia 1769, p. 315).

Bibl.: R. Eider, s. v. Pneumatik, in Wörterbuch d. philos. Begriffe, II, $4^{2}$ ed., Berlino 1929, p. 471. Sofia Vanni Rovighi

PNEUMATOMACHI. - Eretici trinitari negatori della divinità dello Spirito Santo (ca. 360-sec. v).
I. Storia. - Nel Simbolo del Concilio di Nicea, quanto allo Spirito Santo, si disse semplicemente "Crediamo... e nello Spirito Santo" (Denz-U, 54). Ma nel 359-60 s. Atanasio seppe dal suo amico Serapione, vescovo di Thmuis in Egitto, che alcuni fedeli, pur respingendo l'arianesimo, erravano sullo Spirito Santo, che ritenevano essere : "non solo una creatura, ma uno degli spiriti che servono (Dio), e che esso non differisce dagli angeli che solo di grado " (Ad Serap., 1, 1 : PG 26, 530 sgg.). Atanasio chiamò questi eretici "tropicisti", perché interpretavano come tropi (metafore) i passi della Scrittura contrari alla loro opinione. Nel Sinodo di Alessandria del 362 si ebbe la prima reazione ufficiale contro questo errore (cf. Tomus ad Antiochensis, 3 : PG 26, 802).

A Costantinopoli e in Asia Minore i negatori della divinità dello Spirito Santo furono detti p., e sembra che poco dopo il 366 si costituisse colà un saldo gruppo
di essi tra gli omoiusiani, aderenti al deposto patriarca Macedonio (v.) e detti per questo "macedoniani». Nel 373 Eustazio di Sebaste (v.) figurava "capo dell'eresia degli p." (s. Basilio, Ep. 263, 3: PG 32,980). Eleusio di Cizico e Marciano di Lampsaco ne erano gli esponenti al momento del Concilio del 381 (cf. Socrate, Hist. eccl., V, 8). Gli storici che scrissero in proposito dopo il 380 attribuirono particolare importanza anche a Maratonio di Nicomedia perché i 10 macedoniani " furono anche detti "maratoniani ". Ma, come per Macedonio stesso, non si hanno prove che Maratonio sia stato propriamente p. Quando poi i macedoniani o maratoniani accettarono largamente le dottrine pneumatomache, l'ascetismo monastico del gruppo contribuì a guadagnare molte reclute alla nuova eresia (cf. Sozomeno, Hist. eccl., IV, 27). La reazione ecclesiastica contro gli p. si fece intensa a partire dal 373 ca. (è del 375 il Sinodo illirico [Teododorens, Hist. eccl., IV, 8]; seguono: s. Basilio col De Spirito Sancto [375: PG 32, 67 sgg.]; la lettera sinodica di Anfilocbio d'Iconio [ca. 375: PG 39, 96]; s. Epifanio, Panarion [prima del 377; Hoer. 74, contro gli p. : PG 42, 473 sgg.]; papa Damaso con gli Anatematismi del 375-80 [PL 13, 358 sgg.], e la Ep. Ea gratia [prima del 381, ibid. 331]). Verso il 380 , il partito dei p., detto già comunemente macedoniano, suscitò non poca confusione e incertezza d'idee tra gli stessi ortodossi (cf. Gregorio Nazianzeno, Orat. theol., V, 5 : PG 36, 137), per cui il Nazianzeno sorse con le sue Orationes theologicas a difendere a Costantinopoli la retta dottrina trinitaria anche contro di essi. Il Concilio di Costantinopoli del 381 (v.), cui parteciparono trentasei p. con a capo Eleusio di Cizico e Marciano di Lampsaco, non vinse la loro opposizione (cf. Socrate, Hist. eccl., V, 8), e nel primo canone il Concilio anatematizzò anche l'eresia " dei semiatiani ossia p. " (Denz-U, 83); vani furono pure gli sforzi per condurli all'ortodossia nel 383 (cf. Socrate, Hist. eccl., V, io); Teodosio li colpì, insieme ad altri eretici, in una serie di leggi civili in cui figurano col nome di "macedoniani" (Cod. XVI, 5, 11 sgg.).

Ma, in pratica, godettero, anche dopo, di una relativa libertà di culto (cf. Socrate, Hist. eccl., V, 20) e Didimo alessandrino nel libro II del suo De Trinitate (381-92: PG 39, 448 sgg.) stimò necessario combatterli di nuovo. Contro di loro uscirono pure i due dialoghi Adversus macedonianos (tra le opere di s. Atanasio: PG 28, 1291 sgg.) e i dialoghi De Sancta Trinitate (ibid., 1113 sgg., specialmente il terzo, ibid., 120: sgg.). Recentemente tutti questi dialoghi sono stati rivendicati a Didimo (cf. A. Günther, Die 7 pseudosthanaischen Dialoge, Roma 1941). Sul declinare del iv sec. gli p. spiegavano ancora una certa attività, come attesta una controversia che ebbero ad Anazarbo nel 392 con Teodoro mopsuesteno (cf. Baradbeaabba, Storia: PG 9, 506 sgg.; Teodoro Mops., Controversia con i macedoniani: ibid., 637 sgg.). Nelle prime decadi del v sec. avevano ancora una chiesa a Costantinopoli, una a Cizico e parecchia altre nell'Eliexponto, in cui erano assai numerosi. Nestorio (v.) ottenne contro di essi, ca. il 428 , misure repressive, che ne fecero ritornare alcuni all'ortodossia (cf. Socrate, Hist. eccl., IV, 4; VII, 31). In seguito gli p. sparirono dalla storia.
II. Dottrina. - Sulle loro dottrine si è informati dai Padri ortodossi che li combatterono, ai quali va aggiunto Cirillo alessandrino, specialmente nel suo De Sancta et consubstantiali Trinitate dialogi (PG 75, 657 sgg.), scritto nel 425 , ed inoltre da parecchi frammenti di due dialoghi propriamente macedoniani conservati dagli stessi Padri (cf. Fr. Loofs, Zeed..., cit. in bibl.). Per quanto riguarda il Verbo, non solo i "tropicisti" di cui parla s. Atanasio, ma anche parecchi tra i posteriori p. accettarono l'omousia in senso ortodosso (cf. s. Gregorio Nazianzeno, Oratio 31, 24: PG 36, 160; 41, 8: ibid., 440; Ser. mones arianorum, frag. 6: PL 13, 610 sgg.; s. Epifanio, Panarion, Haer. 74, 1: PG 42, 473. Per la testimonianza di s. Cirillo aless., cf. J. B. Wolf, op. cit. in bibl., pp. 44-49). Non vi sono prove sufficienti per sostenere con il Loofs che i p. furo-

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no tutti omoiusiani; però la maggior parte degli p. lo furono realmente.

Il punto specifico dell'eresia fu l'aver conservato nei riguardi dello Spirito Santo, rispetto al Padre e al Figlio, il vecchio subordinazionismo (v.), per cui lo Spirito Santo è creduto di natura inferiore al Padre e al Figlio : molti, con gli ariani propriamente detti, lo ritenevano per una vera e propria creatura, creata dal niente dalla libera volontà divina, sebbene più nobile delle altre creature, perché prima creatura del Figlio. Altri, non pochi, seguirono Eustazio di Sebaste, più asceta che teologo e cercatore di vie medie in dogmatica (cf. s. Basilio, Ep., 128, 2: PG 32, 556), che asseriva : «Io, nè ardisco chiamare lo Spirito Santo Dio, nè oso dirlo una creatura» (Socrate, Hist. eccl., II, 45). Molti si rifugiarono cosi nel concetto di un essere intermedio, né Dio, né creatura.

BibL.: Fr. Loofs, Eusthatius von Sebaste, Halle 1898: Th. Schermann, Die Gottheit des bl. Geistes nach den griechischen V'átern des viertes Jahrh., Friburgo in Br. 1901; Fr. Loofs, Macedonius und die Macedoniauer, in Realencycl. für prot. Theol. u. Kirche, 30 ed., Lipsia 1903, 12, 41 sgg.; id., Zwei macedonianische Dialoge, in Sitzungsberichte der hgl. preuss. Ahad. der IF., Berlino 1914, pp. 526-51; id., Die Christologie der Macedoniauer, in Geschichtliche Studien zu A. Hauch 70, Geburtstage, Lipsia 1916, pp. 64-76; G. Bardy, Macedonios et les maccdeniens, in DTUC, IX, coll. 1464-78; J. B. Wolf, Commentationes in t. Cyrilli Alex. de Spiritu Sancto doctrina, Würzburg 1934. Cipriano Vagaggini

POBÉDONOSCEV, Konstantin Petrovic. Giurista e statista russo, n. a Mosca il 18 nov. 1827, m. a Pietroburgo il 10 marzo 1907.

Terminati gli studi di giurisprudenza, P. entrò nella cancelleria del Senato, poi dal 1860 al 1865 tenne la cattedra di diritto civile all'Università di Mosca ed insegnò giurisprudenza ai figli dell'imperatore Alessandro III. Nel 1865 divenne consigliere al Ministero di giustizia, nel 1868 senatore, nel 1872 membro del Consiglio di Stato e dal 1880 al 1905 alto procuratore del S. Sinodo.

La sintesi delle sue idee politiche, sociali e religiose fu esposta dal P. nelle Miscellanee moscovite (Mosca 1896), dove egli critica la cultura occidentale a causa del razionalismo e del parlamentarismo, a cui oppone la fede religiosa, l'amore per la tradizione, il rispetto dell'autocrazia sovrana e della struttura gerarchica della società. Nel suo Corso del diritto civile (Pietroburgo 1896) P. difende le tradizionali istituzioni politiche e giuridiche russe e giudica prematura o pericolosa ogni loro riforma. P. come amico e consigliere della famiglia imperiale esercitò un grande influsso sulla politica interna sotto Alessandro III e Nicola II. Egli sosteneva l'autocrazia serista contro le correnti politiche tendenti alla monarchia costituzionale, considerandola esiziale per la Russia, e raccomandava la spietata repressione di tali movimenti. Come alto procuratore del S. Sinodo P. per 25 anni direase despoticamente gli affari ecclesiastici e manovrando abilmente la complessa macchina burocratica seppe neutralizzare l'opposizione dei più autorevoli rappresentanti della gerarchia, rivendicanti per i vescovi una maggiore autonomia nell'amministrazione della Chiesa.

Quando nel 1905 le correnti liberali ebbero il sopravvento, P. fu dimesso dalla carica e si ritirò a vita privata. Pubblicò pure diversi studi storico-giuridici e la sua versione in russo dell'Initazione di Cristo divenne popolare. Il tragico errore di P. sta nel suo ostinato conservatorismo, con il quale intralciò l'opera di coloro che, con tempestive riforme, tentavano di scongiurare l'omminente catastrofe della dinastia e della Chiesa russa, alle quali anche egli era sinceramente attaccato.

BibL.: I. V. Preobraz̆enskii, K. P. P., Pietroburgo 1912: K. P. P. i jego hervogondenty, 2 voll., Mosca-Pietroburgo 1923: Pis'ma Pobedonoseeva h Alehnandru, I, Mosca 1923; II, ivi 1926: anon., L'autocratie russe, Constantio. Pobjodonostovo procurator général du St-Symode : mémoire et documents inédits relatifs à l'histoire du règne de Alexandre III de Russie (1881-94), Parigi 1927; F. Steinmann-E. Hurwicz, K. P. Pohjodonoczene, der Staatsmann der Reaktion vater Alexander III., Königsberg 1933.

POCCETTI, BERNARDINO BARBATELLI, detto il. Pittore, detto anche Bernardino delle Facciate, delle Muse e delle Grottesche, n. a Firenze nel 1548, m. ivi il 9 nov. 1612.

Nel 1580 e nel 1585 lavora a Firenze nel chiostro grande di S. Mario Novella: tra il 1591 e il 1606 dipinge a Firenze nella certosa di Galluzzo ed eseguisce affreschi in S. Spirito, S. Trinitz, Spedale degli Innocenti (1610), convento di S. Apollonio ecc. Con gli affreschi della certosa, con Storie di s. Brunoue; lunette del Museo di S. Marco; Cenacolo della Galleria di Belle Arti a Siena, ecc., si ricollega direttamente alla tradizione fiorentina da Domenico Ghirlandaio ad Andrea del Sarto. Così pure negli affreschi della Villa Artimino presso Signa, o ne' "La Leggia» con la leggenda di Amore e Psiche, nella Villa Torrigiani in S. Martino alla Palma. L'autoritratto a olio del P. si trova nella Galleria Pitti di Firenze.

BibL.: F. Baldinucci, Notizie de' professori del disegno da Cimabue in gen. VIII, Firenze 1811, p. 461 sgg.; E. Wannuth, DechowMalerei des ersten Carridors der Ußsien zu Florenz, gemalt u. B. P., Berlino 1879; U. Nomi-Venereal-Psacidini, Il chiostro della S.mo. Annunziata di Firenze ed il pittore B. P. da San Gimignano, Firenze 1903; A. Chiappelli, B. P. a Pistoia, in Bull. stor. pistoiese, 5 (1903), pp. 184-90; E. Geisenheimer, Spigolature paccettiane, in Arte e Storia, Firenze 1909; I. Baumgart, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, p. 177; Venturi, IX, viI, p. 397 sgg.

Luigi Grassi
PODESTI, Francesco. - Pittore, n. ad Ancona il 21 marzo 1800, m. a Roma il 10 febbr. del 1895. Trasferitosi presto a Roma, a S. Luca fu allievo del Camuccini e del Landi, vincendo, non ancora ventenne, il premio Canova che gli consentì di compiere un viaggio d'istruzione assai proficuo per lui.

Attivissimo, dipinse gran numero di quadri di soggetto sacro e profano e di ritratti, ma soprattutto acquistò fama come affreschista. Fra le sue opere condotte ad affresco meritano essere ricordate quelle della chiesa del S.imo Sacramento in Ancona, della basilica di S. Paolo fuori le Mura a Roma, di una sala del Vaticano, ove raffigurò il dogma della Concezione, dell'antico Palazzo Torlonia, poi demolito, in Piazza Venezia, e della villa di quella principesca casata sulla via Nomentana. Il P. dopo le prime espressioni neoclassiche si orientò decisamente verso quella punate del Minardi, continuando a rappresentare fin quasi alle soglie del xx sec. la tradizione sulice ed accademica romana in compassate e fredde pale d'altare e nelle stesse decorazioni ad affresco, non prive talvolta di grandiosità. Come spesso avviene fra i pittori del suo rango, il meglio egli lo dette nei ritratti, corretti e dignitosi.

Giulio P., figlio di Francesco (Roma 1837-1909), fu architetto di qualche merito. Lo si ricorda particolarmente per aver costruito il Palazzo Marignoli al Corso e il complesso di edifici costituente il Policlinico in Roma.

BibL.: N. Tarchiani, in Springer e Ricci, Manuals di Storia dell'arte, Bergamo 1930, p. 162; A. M. Comanducci, I pittori italiani dell'800, Milano 1934, pp. 344-45. Emilio Lavagnino

PODGORITZA. - E l'antica «Dioclea» nell'Illirico orientale, dove venne scoperto nel 1873 un grande piatto di vetro bianco diafano a bordi rilevati nel quale sono state incise scene tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento con rozze iscrizioni dichiarative.

Nel centro è il Sacrificio di Abramo, e intorno Adamo ed Ena (accanto è scritto «Abram et Evam c); la Resurrezione di Lazzaro (iscr. Dominus Laiarum resuscitat); il miracolo della fonte (iscr. Petrusvirga perquosset fontes cigerunt quorere [per currere]); Daniele tra i leoni (iscr. Daniel de laco leonie); i Tre fanciulli nella formice (iscr. Tris pueri de egne consi[nt]); Susanna (iscr. Susanna de falso crimine); Giona (Diuna de ventre queti liberatus est).

BibL.: G. B. De Rossi, Bull. arch. critt., $2^{\circ}$ serie, 3 (1874), p. 152, tav. 11; 3* serie, 2 (1877), pp. 77-83, tavr. 3-6. Enrico Joni

PODLACHIA, diOcesi di : v. siedlce, diOcesi di.
PODOCATARO, Ludovico. - Cardinale, medico, segretario pontificio, n. a Nicosia nell'Isola di Cipro ca. il 1430 da nobile famiglia, m. a Roma il 25 ag. 1504.

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Per le vicende della sua patria venne giovanissimo in Italia, dove studiò lettere greche e latine con il Guarino a Ferrara, filosofia con Gaetano Thiene di Vicenca e medicina con Matteolo da Perugia a Padova, del quale Studio pare sia stato anche rettore. Passò poi come segretario e medico al servizio del card. Rodrigo Borgia (poi papa Alessandro VI). Creato vescovo di Capaccio il 14 nov. 1483 , vi restaurò la Cattedrale, e alla morte di Sisto IV, chiamato a Roma da Innocenzo VIII, fu per molti anni medico e segretario pontificio. Alessandro VI lo utilizzò in vari uffici, lo croò cardinale del titolo di S. Agata ( 28 sett. 1502) e segretario dei Brevi. Si fece il
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)

Pobesti. Francesco - Affresco dell'Immacolata - Vaticano.

suo nome per la tiara nei Conclavi del 1503. Arcivescovo di Benevento il 20 genn. 1503 non raggiunse mai la sede. Ebbe una ricca collezione di libri e di manoscritti che lasciò in credita al nipote Livio, arcivescovo di Nicosia (ora in parte alla Biblioteca Marciana di Venezia). A Roma, in S. Maria del Popolo, una bella tomba, opera di Gian Cristoforo Romano, ne conserva le spoglie.

Bibl.: T. F. Inghirami, Laudatio in obitu L. P., in Aneed. litter., I, Roma 1773, pp. 273-333; G. Marini, Degli archiatri pontifici, I, ivi 1784, pp. 218-27; L. E. Pelissier, Catalogue des documents de la collection P. à la Biblioteca Marciana à Vente, in Controllblatif für Bibliothekwesen, 18 (1901), pp. 473 sgg., 521 sgg., 576 sgg.; Pastor, III, v. indice; T. De Marinis, Note bibliogr., in Misc. G. Merotti, VI (Studi e Testi, 126), Città del Vaticano 1946, pp. 348-49. Renata Grazi Ausenda

POE, Edgar Allan. - Poeta e narratore americano, n. a Boston il 9 genn. 1809, m. a Baltimora il 7 ott. 1849.

Dopo un fallito tentativo di carriera militare, entrò nel giornalismo nel quale non fu mai fortunato; una zia gli fece sposare la figlia tredicenne, che morì d'etisia nel 1847 lasciandolo in uno stato di depressione, dal quale non doveva più riaversi. Cercava d'annegare nel vino le sue tristezze e fu in una taverna di Baltimora che venne trovato in gravissime condizioni il 3 ott. 1849; morì quattro giorni dopo di delirium tremens. Le tracce di una psiche anormale sono evidentissime in tutta l'opera del $P$. (Poems, 1831; The Narrative of Arthur Gordon-Pym, 1838; Tales of the Grotesque ad Arabesgas, 1840; The Murders in the Rue Morgue, 1841; Tales, 1845; The Raven and Other Poems, 1845; Eureka, 1848; The Poetic Principle, 1849, ecc.; non v'è divario tra le poesie e i racconti, essendo la sua prosa cadenzata e scandita e la sua poesia essenzialmente narrativa). L'alcool non fu la sola via d'uscita dai tormenti di cui soffriva, ma la sua cultura fu troppo eclettica e le sue idee trascendentali, le cui basi sono da ricercarsi nel mesmerismo e nella teosofia, appaiono quanto mai confuse e incoerenti : il mondo soprannaturale s'identifica nella sua opera con un mondo d'incubi e di fantasmi. Ebbe tuttavia vivissimo il senso delle zone misteriose ed enigmatiche della natura umana e lo incarnò in figure impressionanti e indimenticabili. La sua lingua non è impeccabile, ma come ricercatore di effetti musicali e
suggestivi nella prosa e nel verso e autore di composizioni brevi ed intense egli venne ammirato dalle successive generazioni di decadenti in Europa e particolarmente in Francia.

Bibl.: H. S. Canby, Classic Americana, Nuova York 1931, pp. 263-307; G. E. De Mille, Literary criticism in America, ivi 1931, pp. 86-107; G. Baldini, E. A. P., Brescia 1947.

Augusto Guidi
POEMI OMERICI. - I. Questione omerica. Della persona di Omero nulla sappiamo. Le Vitae, compilate in età diverse, confermano l'incertezza del luogo d'origine, l'umiltà dei natali ed accolgono la leggenda della cecità; però il nome rimase acquisito alla tradizione letteraria greca (v. E. Schwartz, Der Name Homeros, in Hermes, 75 [1940], pp. 1-9), anzi, almeno fino al sec. v a. C., si ritenne che Omero, oltre l'Iliade e l'Odissea, avesse composto anche i Poemi ciclici, patrimonio epico di leggende, gli Epigrammi, il Margite, la Batracomiomachia e gli Inni.

Però già Erodoto (II, 117; IV, 32) gli nega la paternità delle Ciprie, ed Aristotele (Poet., XXIII, 14390 b) per quel che riguarda il Ciclo, finché, nella prima età alessandrina, Zenone ed Ellanico pensarono che i due poemi non fossero da ascriversi ad una medesima persona. Gli studi storico-grammaticali di Aristarco ristabilirono la tradizione unitaria accolta nella successiva critica grecoromana e bizantina. F. A. Wolf, con la pubblicazione dei suoi Prolegomena ad Homerom (Halle 1793), inaugurò quella che è detta la "questione omerica" relativa alla persona del poeta e all'origine e trasmissione della sua poesia. Gli scritti che seguirono subirono in diversa misura influenze filosofiche o romantiche, specialmente quanto all'origine popolare dell'epopea; intuizione già espressa dal Vico, che nei suoi Principi di una scienza nuova riteneva Omero «un'idea ovvero un carattere eroico d'uomini greci in quanto essi narravano cantando le loro storie» (ed. Nicolini, II, Bari 1928, p. 33; v. G. Perrotta, in Italia e Grecia, Firenze 1939, pp. 21-58). Gli scavi nella Troade, iniziati dallo Schliemann, proseguiti poi dal Doerpfeld, quelli successivi italiani ed inglesi a Creta, gettarono nuova luce sulla civiltà minoico-micenea e i

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(fot. Aliwari)
Poemi omerici - Busto di Omero, scultura di età ellenistica. Napoli, Biblioteca nazionale.
due poemi si riesaminarono alla luce di queste scoperte. Con ogni probabilità il sorgere della poesia omerica va ricercata nelle numerose leggende eroiche e canzoni di gesta che fiorirono nella Ionia e, forse in antecedenza, nella Grecia settentrionale. Com'è noto, l'Iliade, in 15696 versi, racconta un episodio della guerra decennale degli Achei contro 'I'rois, imperniato sull'ira di Achille e le sue conseguenze; l'Odissea, in 12007 versi, le vicende del travagliato ritorno di Ulisse nella sua Itaca. Queste leggende venivano cantate nelle corti dei dinasti da aedi al suono della cetra e tra il popolo da rapsodi. La tradizione infatti ci parla di una stirpe o meglio corporazione di poeti-rapsodi risiedente in Chio e nota sotto il nome di Omeridi (Reach, Homeridai, in Pauly-Wissowa, VIII, II, p. 2145 sg.) e nell'inno "omerico" ad Apollo si fa menzione di un poeta cieco che canta le lodi del dio (v. 169 sg .). I due poemi trasmessi per via orale possono aver avuto una prima redazione, per cosi dire "ufficiale", al tempo di Pisiatrato, quando duravano ancora queste recitazioni (Platone, Hipparc., 228 B; Pausania, VII, 26). La data di composizione oscilla tra il ix e il viI sec. a. C. La lingua è dialetto ionico misto ad elementi eolici.
II. Contenuto etico-religioso dei p. o. - La società, in specie dell'Iliade, è feudale e cavalleresca ed annette grande importanza alla nobiltà degli antenati, alle ricchezze, al valore personale. Quest'ultimo, "ápeтh", è un privilegio morale appartenente alla stirpe, ereditario e concesso dagli dèi, che soli possono toglierlo o per punizione diminuirlo. L'eroe incorso nella collera divina decade nella più miserabile condizione come accade al mitico Bellerofonte (Iliade, VI, 200 sg .). L'"ápeтh", chiusa nel suo orgoglio di casta, non ammette deviazioni, esige ossequio dalla folla anonima o dagli inferiori e deve essere difesa contro qualunque forma che possa suonare atto di offesa e diminuzione di prestigio.

L'anima lascia con rammarico il corpo e procede verso "le case dell'Ade». Finché il corpo non è sepolto esso conserva ancora una percezione (ibid., XXIII, 71). La completa separazione della "psiche" dal corpo è ottenuta con la cremazione di questo. Solo allora l'anima può entrare nell'Ade, senza coscienza di sé simile ad un
$\varepsilon$ i $\delta \varepsilon \omega$ óov non desiderando nulla. Infatti l'Ade omerico, tranne le isole dei beati che non sono soggiorno di morti ma di eroi rapiti anzitempo in vita e colà trasportati, non possiede l'aspetto di Eliso, se si eccettuano quei pochi versi della Nohyia (Odissea, XI, vv. 568-627) che lo descrivono come luogo di espiazione e generalmente ritenuti come tarda interpolazione orfica. La religione in Omero supera ed unifica in una armoniosa sintesi ogni traccia di culti anteriori e micenei. La concezione "olimpica" della religione omerica possiede un carattere aristocratico. Gli dèi, simili a mortali nell'aspetto e nelle passioni, spesso si disinteressano delle cure terrene, giusta il concetto che regna indisturbato nell'età arcaica della divinità potente, lontana dalle preghiere e dagli affanni degli uomini e qualche volta ad essi ostile (v. W. Chase Greene, Moira, Harvard 1948, p. 48). Sovente, nell'Iliade, gli umani incolpano gli dèi delle loro sventure tendendo a scaricarsi da ogni responsabilità (Iliade, III, 63, 164-66; XIX, 8690). Se esiste un pessimismo nell'epopea è il rassegnarsi degli eroi alla potenza del fato, alla "uolpz xpatave" sulle fortune umane. Questa domina la natura degli dèi e degli uomini. Zeus stesso si sottopone, sia pure a malincuore, alla "moira" da cui suo figlio Sarpedone è destinato a morire (ibid., XVI, 431 sg .). Altre volte la "moira" si identifica con il volere di Zeus. I mortali vanno soggetti allo "sguardo degli dèi" (ibid., XVI, 388) e vengono punite le azioni che ricadono sotto il peccato di " $\bar{u} \beta \rho i \varsigma$ " (v. C. Del Grande, Hybris, Napoli 1947, p. 10). Gli dèi divengono cosi tutori di una legge universale, infrangendo la quale l'uomo deve scontare un castigo (v. R. Mondolfo, Responsabilità e sanzione nel più antico pensiero greco, in Civilità moderna, 2 [1930], pp. 1-16). Anche il " $\delta \alpha i \mu \varepsilon \nu v$ " è una forza emanata dal mondo esterno che può dare agli uomini il male come l'aiuto per il raggiungimento dei loro scopi. Esso può attraversare la volontà dell'uomo (Iliade, XV, 487; Odissen, X, 64) o può essere anche il caso (Odissea, XIV, 386). In seguito viene a perdere quella forza cieca identificandosi con l'energia suscitatrice della volontà umana (Iliade, VIII, 166; XV, 418).

Mentre l'Iliade è costituita da una morale rigidamente guerriera e di casta, l'Odissea presenta le manifeste tracce di una diversa evoluzione. Lo Stato e le norme di diritto ci appaiono più progrediti e si notano nel lessico numerosi e nuovi vocaboli che esprimono mutati sentimenti religiosi e morali. Vi si hanno indubitabili accenni al libero arbitrio e l'uomo diventa creatore del suo destino ed è responsabi