volume-09

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evoluzione. Lo Stato e le norme di diritto ci appaiono più progrediti e si notano nel lessico numerosi e nuovi vocaboli che esprimono mutati sentimenti religiosi e morali. Vi si hanno indubitabili accenni al libero arbitrio e l'uomo diventa creatore del suo destino ed è responsabile dell'azione compiuta e delle sue inevitabili conseguenze (v. G. Pasquali, La scoperta dei concetti etici nella Grecia antichissima, in Pagine meno stravaganti, Firenze 1935, pp. 67-68). Oggetto del canto del poeta è l'uomo con le sue gioie e le sue peripezie, affinato da una maggiore esperienza e da un diverso dolore che non l'uomo eroico ed aristocratico dell'Iliade (per una interpretazione moderna della figura di Ulisse, v. G. Audisio, Ulyste ou l'intelligence, Parigi 1945). Le meravigliose avventure dello stesso protagonista Odisseo, che sembra riflettere nella sua figura lo spirito avventuroso dei navigatori ionici (v. K. Deichgraeber, Die Ziele und Formen der griechischen Ethnographie, in Zeitschr. für Ethnologie, 73 [1941], pp. 1-12) rispecchiano l'eterno dramma del reduce che nel lungo vagare anela a ricongiungersi alla sua famiglia e, pur dopo raggiunta la patria, è costretto ad affrontare nuove lotte per ritrovare la serenità dei suoi affetti familiari. Il poema mostra una certa comprensione verso gli umili, come le figure del porcaro Eumeo e della nutrice Euriolea; presenta episodi commoventi come quello del cane Argo, e l'ospitalità è maggiormente nobilitata se si ritiene che gli dèi si celino sotto l'aspetto dei supplici.

In sostanza, l'atmosfera e il diverso disegno unitario con cui sono condotti i due poemi, inducono a ritenere che l'Odissea, pur derivando dallo stesso ceppo di tradizioni, sia posteriore all'Iliade, e appartenga a poeta di diversa sensibilità e di diversa patria, mentre l'Iliade sembra più chiaramente rispecchiare la sua origine ionica.

Buc.: per la sua parte fondamentale cf. le storie letterarie di J. Geficken, Heidelberg 1926, pp. 17-57 (Ammerkungen,

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pp. 5-65) e di W. Schmid-O. Staehlin. I. 1, Monaco 1929. pp. 74246. Inoltre G. Pasquali, Omero, in Enc. Ital., XXV, pp. 330-45 e Bowra, s. v. in The Oxford classical dictionary, Oxford 1949, pp. 435-37. Per i problemi più significativi della poesia omerica: J. Böhme. Die Seele und das Ich im homerischen Epos, Lipsia 1930: U. v. Wibrowovitz-Moellendorf. Der Glaube der Helitnen, I. Berlino 1931, p. 350 sg.; W. Jaeger, Paideia, trad. it., Firenze 1936, pp. 27-105; G. De Sanctis, L'epoca omerica, in Cticlità moderna, 6 (1934), pp. 371-408 (con bibl.); W. Schadewaldt, Homer und sein Jahrhundert, in Das neue Bild der Antike, Lipsia 1940, pp. 51-90; W. Nestle, Vom Mythen zum Logos, Stoccarda 1942, pp. 21-44; R. von Scheliha, Patroklos Gedanken über Hamers Dichtung und Gestalten, Basilica 1943; E. T. Owen, The story of the Iliad, Londra 1947; E. Howald, Die Kultur der Antike, Zurigo 1948, pp. 18-25; M. Pohlenz, Der hellen. Mensch, Gottinga 1947, cap. 1, p. 25 sg.; E. Miveaux, Les poèmes homér. et l'bist. grecque, 2 voll., Parigi 1948-49; E. Wolf, Varoakratiker und friäbe Dichter, Francoforte s. M. 1950, pp. 70-119 (con bibl.); F. Robert, Homéra, Parigi 1950; G. Patroni, Comm. mediterranei all'«Odissea» di O., Milano 1950. Il vol. 52 (1948, 1) dell'American journal of archacal. Per alcuni problemi morali paragonati alla spiritualità cristiana, v. C. Moeller, Sagesse grecque et paradoxe chrétien (Univ. Cath. de Louvain, Biblioth. de l'Inst. sup. de sciences rel., n. 4), Tournai-Parigi 1948, pp. 37-99; 278-91. Sulla religione in O.: M. P. Nilsson, Gesch. der Griechise. Religion, I, Monaco 1942, p. 331 sg. Sulla lingua: C. Gallavotti-A. Ronconi, La lingua omerica, Bari 1948; Manu Leumann, Homerische Wörter (Schw. Beitr. zum Altertum, fasc. III), Basilica 1950. Sulla trasmissione del testo: G. Pasquali, Stor. della tradizione e critica del testo, Firenze 1954, pp. 201-47; G. Capone, L'O. alesumskrivo, Padova 1930. Sulla fortuna di O.: G. Finsler, Homer in der Neuzeit, sua Dante bis Goethe, Lipsia 1912; W. Schadewaldt, Winchelmann und Homer, ivi 1941. Lanfranco Fiore

POESIA EBRAICA. - Tra i libri protocanonici del Vecchio Testamento sono interamente redatti in forma poetica Goldbe (eccetto i-2 e 42, 7-16), Salmi, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Lamentazioni; tra i deuterocanonici: Sapienza, Ecclesiastico. Poetiche sono anche molte parti dei Profeti; composizioni poetiche sono inserite pure nei libri storici. Qualche raro frammento (Gen. 4, 23 sg.; Num. 21, 27 sgg.; I Sam. 1, 18-27) testimonia che non era ignota agli Ebrei la poesia di argomento profano.

Carattere fondamentale della p. e. (e semitica in genere) è la ripetizione di un'idea in due o tre incisi o stichi, che formano un verso (però taluno ritiene che già ogni stico costituisce di per sé un verso). Il fenomeno, messo in evidenza da A. S. Mazzocchi, fu poco dopo da R. Lowth chiamato "parallelismo».

Se ne hanno tre specie : a) sinonimo: la stessa idea è ripetuta con termini equivalenti, ricevendone per lo più maggior chiarezza o ampiezza (s Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi/e non sta sulla via dei peccatori / e non siede nel consenso dei derisori»[Ps. 1, 1]; notevole [esempio se ne ha in Ps. 113 [114], 1-8); b) antitetico: il $2^{\circ}$ membro oppone al $1^{\circ}$ l'idea contraria dandogli così maggior risalto; è efficace nel genere didattico (s Il figlio saggio rallegra il padre / e il figlio stolto è l'afflizione di sua madre. A nulla varranno i tesori della malvagità / ma la giustizia libererà dalla morte» [Proc. 10, 1-2]); c) sintético: il $2^{\circ}$ membro completa e svolge il $1^{\circ}$ ( $=$ Chi onora suo padre sarà rallegrato dai figli / e nel giorno della sua preghiera sarà esaudito. Chi onora suo padre vivrà una vita più lunga/chi obbedisce al padre darà consolazione alla madre [Eccli. 3, 6-7]). Naturalmente, spesso le tre forme si trovano unite e fuse dando più varietà al dettato.
S. Girolamo parla della metrica ebraica con termini propri di quella classica: nomina esametri, pentametri, trimetri, giambi, spondei, metri saffici ed alcaici; e cita a suo favore Filone, Flavio Giuseppe, Origene ed Eusebio di Cesarea (Introd. in Iob). Alcuni, con G. Bickell, paragonarono la metrica ebraica con quella sirisca (versi sillabici trocaici o giambici). Altri ricostruirono in vario modo una metrica basata sugli accenti. Forse anche l'opinione di s. Girolamo va interpretata non in senso stretto, ma calcolando
solo le arsi (o accenti), senza tener conto della varia lunghezza delle tesi (una o più sillabe). Così, p. es., nei Salmi sembrano dominare i ritmi di $3+3,3+4$, $4+3,4+4$ arsi. Nel genere qīnäh (elegiaco) domina il ritmo di $3+2$ arsi. Questi ritmi sono molto costanti, sicché, ove s'incontrano straordinarie anomalie di ritmo, è lecito dubitare dell'integrità del testo.

Chi considera gli stichi come versi, considera anche i distici e i tristici come strofe. A parte questo, si nota spesso nella p. e. una struttura strofica, fondata principalmente sul senso, ma indicata spesso da certi segni : ritornello, come in Ps. 42-43 (Volg. 41-42) e in Is. 9, 7-10, 4; seläh (voce d'interpretazione incerta, intercalata tra strofa e strofa): idee o termini ripetuti in modo diverso, che D. H. Müller chiamò responsio (se la ripetizione si trova allo stesso posto in più strofe, come in $E_{2}$. 14, 15-20), consistenatio (se la finale d'una strofa è ripresa all'inizio della successiva), inclusio (se la ripetizione riguarda l'inizio e la fine di una stessa strofa). In base alla struttura strofica si hanno alcune composizioni corali, come Ps. 117 (118).

Oltre le assonanze, assai frequenti, artificio caro ai poeti ebrei è l'acrostico alfabetico, che talora, come in Ps. 9-10 e 119, può aiutare a determinare la struttura strofica. Nella poesia mesopotamica vi corrisponde il verso acrostico, in cui la sillaba iniziale di ogni verso si compone in un titolo o frase di senso compiuto.

Gli Ebrei conobbero solo due generi di poesia: il lirico e il didattico (cui si riduce il genere profetico, aggiunto da qualcuno). Al primo appartengono varie specie, e si è voluto vedere: un indizio nei vari nomi preposti ai Salmi (šir, mizmār, maikīl, mikhtām, šiggajjön) di interpretazione incerta. Fuori dei Salmi si trova il nome qīnäh per indicare «lamentazione» o elegia. Il nome generale dato alle composizioni didattiche è mãšāl, similitudine, proverbio. Talora la dottrina è proposta in forma oscura ed enigmatica (bī̄̄̄ah - emigma $<$, o mēlisäh = problema $>$ ).

La lingua dei poeti ebrei è naturalmente più elevata e ricercata che quella dei prosaieri. Sono frequenti le forme insolite, le voci inusitate; abbondano le sinonimie, le assonanze e soprattutto i modi e le locuzioni figurate. Le figure sono tratte dalla natura : animali, piante, pietre, metalli, ecc.; dalla vita quotidiana: agricoltura, commercio, pastorizia, navigazione, vita militare, e soprattutto dalla storia politica e religiosa d'Israele. Quest'ultimo carattere è quello che più distacca la p. e. da quella dei popoli limitrofi. Se nel parallelismo, nell'uso di certe forme e schemi comuni è lecito vedere l'influsso di altre letterature (specie: babilonese, fenicia di Rās Šamrāh, egiziana, ecc.), l'ulissimo contenuto religioso e morale, la venustà e varietà dell'espressione e dei sentimenti, e la fattura, veramente squisita, conferiscono alla p. e. un primato e un'originalità innegabile.

Bibl.: R. Lowth. De sacra poèsi Hebraeorum, praelectiones academicae.... Oxford 1753 (ededd. successive); J. G. von Herder. Vom Geist der ebräischen Poesie, Dessau 1782 (trad. franc., Parigi 1825); D. Castelli, Della poesia biblica, Firenze 1878; E. König, Stilistik, Rhetorik, Poetik in Bezug auf die biblische Literatur komparativisch dargestellt, Lipsia 1900; A. Condamin, Poèmes de la Bible avec une introduction sur la strophique hébraïque, Parigi 1933; G. Castellino, Il ritmo ebraico nel pensiero degli antichi, in Biblica, 15 (1934), pp. 305-16.

Giorgio Castellino
POESIA POPOLARE. - L'interesse per la p. p. si rivelò in Inghilterra fin dai primi decenni del sec. XVIIr e l'opera più significativa di questo primo orientarsi del gusto verso le forme elementari e tradizionali della poesia può considerarsi la raccolta del Percy, Reliques of ancient English Poetry (1765). Ma si deve al romanticismo tedesco, e specialmente a J. G. Herder, al Goethe al Bürger, a J. Grimm se la p. p. assurse ai più alti valori estetici, politici e morali.

La raccolta del Herder Volcklieder o Stimmen der Völker in Liedern (s Voci dei popoli nei centi s, $1^{\circ}$ ed., 1778) offerl esempi di poesia dei diversi popoli dell'Europa. In opposizione al classicismo e alla letteratura, ligia ai mo-

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delli e ai canoni della retorica, la p. p. fu esaltata come la sola poesia capace di esprimere con immediatezza e spontaneità i moti dell'animo e la visione del mondo e della vita: essa fu anche riconosciuta come genuina interprete del carattere e dell'anima nazionale. Nacque cosi il mito romantico della p. p. la cui origine veniva pensata come collettiva e misteriosa. Tali concezioni si rispecchiano ancora nella Geschichte der altdeutschen Poesie (1830) dell'Uhland. In Italia, il richiamo alla p. p. e ai suoi valori si ha già nella lettera semiseria di Grisostomo (1816) del Berchet, il quale contribuì anche alla conoscenza della p. p. con la traduzione delle Vecchie romanze spagnole (1835). Da noi però il nebuloso mito della creazione collettiva non fece mai presa e si ebbe sempre chiara l'idea di un singolo poeta come autore della p. p. Comunque, la corrente romantica fu feconda in quanto portò alla raccolta e allo studio dei canti popolari delle diverse nazioni europee, e in particolare di quelle che non possedevano un'antica tradizione di poesia d'arte. Questa fase romantica in Italia è rappresentata specialmente dal Tommaso, con la sua grande raccolta di Conti popolari toscani, corsi, illirici, greci, 4 voll., Venezia 1841-42.

Il perfezionarsi della filologia nel corso dell'Ottocento giovò a portare lo studio della p. p. su basi solide, specialmente per quel che riguarda l'edizione critica dei canti, attuata mercé l'apporto di numerose e varie lezioni di uno stesso canto per stabilirne la fortuna e l'area di diffusione. Si citano, ad es., la raccolta di F. J. Child, The English and Schottish popular ballads in 10 voll. (Boston 1882-98) e, da noi, i Canti popolari piemontesi di Costantino Nigro (Torino 1888). Ma verso la fine del secolo scorso e nei primi decenni del Novecento il concetto di p. p. fu sottoposto a una revisione critica che arrivò a conclusioni nettamente negative. Come rappresentante di questa corrente antiromantica si può citare il Bédier, che ebbe ad esprimersi cosi (1925) : "La poésie populaire est un mythe : le peuple n'a jamais rien créé ». Insomma, quella che noi chiamiamo p. p. non è altro, dice il Bédier, che poesia colta decaduta, discesa tra gli stati umili e da essi più o meno rozzamente assimilata. A conclusioni analoghe giungevano gli studi di John Mejer sul canto popolare tedesco. Intensissimo è stato il lavoro critico svoltoai in questi ultimi trent'anni per approfondire e precisare il concetto di p. p. e ad esso hanno partecipato insigni filologi, filosofi dell'arte, storici della letteratura e folkloristi. Le principali conclusioni e le più recenti vedute si possono cosi brevemente riassumere. La discesa della poesia colta fra il popolo non vien negata, ma la sua assimilazione non è concepita come una mera passività, né come unica fonte. Si riconosce anche un processo inverso, un moto ascendente di forme e di creazioni poetico-musicali che le classi colte hanno, in certi periodi, attinto dalle classi popolari.

Comunque, come p. p. si riconosce quella che è divenuta patrimonio espressivo di una collettività. Considerata poi nel suo carattere estetico la p. p. è quella che, secondo la definizione del Croce, "esprime sentimenti semplici in corrispondenti semplici forme». E questa semplicità che ne favorisce la scelta e l'assimilazione da parte del popolo e ne caratterizza le successive innumerevoli modificazioni. Tratti distintivi della p. p. sono anche la sua abituale congiunzione con la musica (e spesso anche con la danza) e la sua costante funzione pratica, in quanto essa è sempre legata ai vari momenti e aspetti della vita delle classi umili.

E da ricordare anche il notevole progresso che in questi ultimi decenni ha compiuto lo studio della p. p. per quel che riguarda il metodo di ricerca e di pubblicazione, con i perfezionati criteri filologici, dei canti popolari. Un esempio insigne è offerto dalla a Raccolta Barbi» conservata presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, e di cui è apparso già un saggio, dovuto a Vittorio Santoli, col titolo Cinque canti dalla Raccolta Barbi (in Annuali della Scuola Nor. Sup. di Pisa, Sez. Lettere, Storia e Filosofia, $2^{\circ}$ serie, fasc. II-III, 1938).

La p. p. assume nei diversi paesi differenti forme che tuttavia possono ricondursi ad alcuni principali tipi. Si ricordano, tra i più importanti : i) il canto lirico-mono-
strofico, che serve specialmente per esprimere l'amore o il sentimento opposto e anche lo scherzo e la satira. In Italia le forme sono lo strambotto e lo stornello, in Spagna la cepla e il villancio, nei paesi germanici lo Schnadschaff, in Norvegia gli ster, in Romania le doine, negli Stati baltici le daiuos, ecc.; 2) la canzone epico-lirica, che svolge, a rapide battute, episodi d'avventura, di guerra, d'amore, spesso con carattere passionale e tragico. In molti paesi d'Europa, la canzone epico-lirica è conosciuta con il nome di bialloto, evidentemente perché, almeno all'origine, era unita alla danza. La sua antichità, la sua larga diffusione, la sua funzione esaltatrice del valore guerresco e dell'amor patrio, i suoi complessi rapporti con la letteratura d'arte ne fanno una delle manifestazioni più importanti della p. p. Trascurando altre forme di canti (come le canzoni iterative, la poesia dell'amor familiare, dalle ninne-nanne si "pianti" funebri ecc.) giova soffermarsi sopra quella parte di p. p. che per i suoi altissimi valori spirituali ed estetici occupa un posto di primo piano, anche nei confronti della poesia d'arte: la p. p. religiosa. Da osservare anzitutto che essa è sempre strettamente congiunta con la vita del popolo, sia nel corso della giornata (con apposite brevi preghiere per il mattino, il mezzogiorno e la sera) sia nel corso dell'anno, in occasione delle principali feste, da Natale a Pasqua a S. Giovanni, e poi nei pellegrinaggi e nelle feste patronali. In molte regioni le principali opere dei campi, come la mietitura, la battitura del grano, la raccolta delle olive, o delle nocciole, non si compiono senza particolari canti religiosi.

Si può raccogliere tutta la p. p. religiosa in due grandi gruppi : 1) canti narrativi che si ispirano ai Vangeli o alle leggende agiografiche o moraleggianti; 2) canti lirici, che comprendono preghiere e invocazioni. Di gran lunga il più importante è il primo gruppo, in cui le figure di Cristo, della Madonna e di tutti i santi più cari al popolo vengono evocate in un'atmosfera di schietta poesia e di intensa fede. Per quanto riguarda l'Italia, i canti popolari religiosi narrativi possono a lor volta suddividersi in tre gruppi secondo la loro diversa origine, metrica e stile.
i) Le orazioni, brevi poemetti in endecasillabi di carattere epico, rimati o assonanti in modo particolare; si trovano più intensamente diffuse nell'Italia centrale, che è stata forse il loro centro d'origine, ma occupano una vasta area che va dalle Alpi alla Sicilia: le più antiche, come una bellissima sulla Passione, e altro su s. Antonio Abate, s. Giuliano, s. Gregorio, s. Lorenzo, risalgono con certezza ai primi secoli dalla nostra letteratura e si ricollegano con la poesia gulfaresca; 2) le storie siciliane in ottave, che svolgono prevalentemente i motivi di miracoli e altri episodi a scopo moraleggiante; non sono molto antiche (dal sec. xvi a noi) e sono faggiste sui modelli offerti dai cantari toscani del Trecento (v. la voce canraoli; 3) canzoni epico-liriche di soggetto sacro, non in grande numero e diffuse solo nell'Italia settentrionale e in altri territori romanci. Tra le forme minori sono notevoli, per il loro valore poetico, le "canzuni" lirico-narrative ispirate quasi sempre a episodi della vita di Gesù Bambino e della Madonna. Ampia è anche la produzione della p. p. religiosa nel mondo romanzo, e specialmente nella Spagna, dove le leggende sacre assumono spesso la metrica tipica della canzone epico-lirica spagnola (romance).

Un genere che nei territori di lingua francese ha avuto molto fortuna è costituito dai noéis, canzoni natalizie di cui si conosce una ricca produzione che discende spesso da un clima culturale abbastanza elevato.

Bibl. : A) per il concetto di p. p. e per la storia degli studi : P. Levy, Gesch. des Begriffes Volkslied, Berlino 1912 (aggiornata nell'articolo La nation Volkslied, Revue Germanique, 1932, pp. i-18; R. Menéndez Pidal, El Romancero, Madrid 1927; P. Kohler, Le problème de la poésie populaire, in Mélanges... Baldensperger, vol. II, Parigi 1930, pp. 1-18; R. Croce, P. p. e poesia d'arte, Bari 1933; J. Mejer, L'orgonizzaz., i compiti, i mezzi e gli scopi degli studi del canto popolare tedesco, in Lares, 10 (1939), pp. 307-40; P. Caitault, Notre chanson folklorique (Etude d'information générale), Parigi 1942 (con bibl. ragionata delle raccolte di canti popolari francesi : si occupa anche della musica

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popolare); G. Cocchiara, Storia degli studi delle tradiz. popolari in Itulio, Palermo 1947; P. Toschi, Fenomenologia del canto popolare, Roms 1948-50; id., Nuovi orientamenti nello studio della p. p., in Laret, 16 (1950), pp. 1-18. B) Per gli studi sulla p. p. delle varie reazioni e relative raccolte : E. Rubieri, Stor. della p. p. ital., Firenze 1887; A. D'Ancona, La p. p. ital. Studi, $2^{2}$ ed., Livorno 1906; P. Toschi, La p. religiosa del popolo ital., Firenze 1922 (intologia con prefazione); id., La p. religiosa in Itulio, ivi 1935 (studio storico-critico); E. Levi, Fiorita di canti tradizionali del popolo ital., $2^{\circ}$ ed., ivi 1926; M. Berbi, P. p. ital.: studi e preposte, ivi 1939; V. Santoli, I canti popolari ital., ivi 1940; J. Tersot, Hitt. de la chanson populaire en France, Parigi 1889; A. Rossat, La chanson populaire dans la Suisse romande, 3 voll., Basilea 1917-31; J. Meier, Deutsche Volkslieder mit ihren Melodien, Berlino 1936 (in continuazione); S. Baldi, Ballate popolari d'Inghilterra e di Scozia, Firenze 1946 (testi, traduz. e studio introduttivo); W. Danckert, Das Europäische Volkslied, Berliro 1939 (quadro generale comprendente anche il mondo baltico e slavo, esclusa la Russia, con numerose melodie).

Paolo Toschi
POGGI, Giuseppe. - N. a Piozzano (Piacenza) il 21 ag. 1761, m. a Ruebelle, presso Montmorency, il 19 febbr. 1842.

Noto quale direttore degli Annali politico-ecclesiastici di Genova, la cui effettiva redazione spetta invece a Degola, ebbe la sua educazione a Roma, dove nel 1785 ricevette pure il suddiaconato. Dall'ambiente romano giansenista derivò, più che una coscienza giansenistica, una singolare antipatia verso la S. Sede, Ospite e amico del vescovo Scipione de' Ricci, con lui collaborò. Nel 1789 pubblicò in Firenze in 3 tomi le Emende sincere di un che rico lombardo alle annotazioni pacifiche che possono servire di risposta ad altri somiglianti libelli usciti sinora alla luce e le Lettere Trespadane di fra' Colombano al clima autore dell'alogio sincerissimo, apparse nel I t. della giansenistica Biblioteca ecclesiastica di Pavia nel 1790. Ma il P. più che ai solitari di Port-Royal si accosta a Rousseau e all'Enciclopedia, come dimostrano il Repubblica Evangelico e L'Estensore Cisalpino, e se una fede egli professò, questa sembra più affine a quella del Vicario Savoiardo che alla teoria di Giansenio. Se mai aderì nella sua giovinezza al movimento giansenista, certo poi passò al giacobinismo unitario, trapasso comune nel periodo della Rivoluzione Francese. Così si spiega il suo disprezzo per le discussioni teologiche, l'odio verso la Curia e la simpatia verso un deismo cristianeggiante; la difesa del de' Ricci fu piuttosto un'occasione per dimostrare il suo risentimento illuministico contro la S. Sede che non una adesione teologica.

Bibl.: E. Codignola, G. P. è stato giansenista?, in Civilta moderna, 12 (1940), pp. 365-97; E. Rota, G. P. e la formazione del patriota moderno, in Biblicr. Pianestina, XI, Piacenza 1923; C. Marandi, Idee e formay. politiche in Lambardia dal 1748 al 1814, Torino 1926; G. Manfredi, Genesi del pensiero relig. di A. Manzoni, in Cunvirism, 4 (1932), pp. 861-909.

Benvenuto Matteucci
POGGIO, Giovanni. - Cardinale, n. a Bologna il 21 genn. 1493 da Cristoforo, segretario di Giovanni II Bentivoglio, e da Francesca Quistelli. Fu in Spagna come suonatore di chitarra; sposò Lodovica Bibieni e ne ebbe figli. Alla morte di lei (1528) entrò nella Curia, vi divenne tesoriere della Camera e fu inviato come collettore degli spogli in Spagna, dove rimase come nunzio (1535) presso Carlo V, che seguì poi nei suoi viaggi in Germania. Ebbe molta parte nei negoziati con i protestanti a Worms, Ratisbona ( $1540-42$ ) ed a Bonn nel 1544 e nelle trattative per il Concilio.

Nel frattempo era stato nominato vescovo di Tropea il 4 ott. 1541 (vi rinunciò nel febbr. 1556). Creato cardinale da Giulio III il 20 nov. 1551, rimase come legato in Spagna sino all'ott. 1554. Morì il 12 febbr. 1556 a Bologna dove aveva fatto costruire un palazzo ed una cappella nella chiesa di S. Giacomo. A Giulio III aveva donato la vigna che aveva costruito fuori Porta del Popolo ed ornato con pitture del Tibaldi. In Spagna favorì molto i Gesuiti.

Bibl.: la sua corrispondenza come nunzio si ha soprattutto in Nuntiaturberichte aus Deutschland, IV-VI, Gotha 1803-1904; e in Concilium Tridentinum detorum, I e II, Friburgo in Br. 1904-11; Ciacconius-Oldoinus, Vitae, III, Roma 1677, col. 778; G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, VII, Bologna 1789, p. 66; Pastor, V. VI, passim; H. Jedin, Storie del Concilio di Trento, I, Brescia 1949, p. 308 e passim. Pio Paschin;

POGGIO MIRTETO, diOCESI di : v. SABINA, diocesi di.

POGLIASCA, Giovanni Francesco. - Letterato e giurista, n. a La Spezia. M. l'anno 1561. Fu cappellano del card. Giuliano della Rovere, indi referendario delle due Segnature, maestro e preposto all'ospedale di S. Spirito in Roma.

Per conto della S. Sede svolse attività diplomatica nella mediazione di pace fra la Spagna e la Francia. Paolo II, in riconoscimento dei suoi meriti, il 29 dic. 1537 lo creava vescovo di Luni-Sarzana. La diocesi era governata fino allora dal vescovo Silvestro Benetti (m. nel 1537) del quale nessuno storico ha tramandato buona memoria. Inoltre, a causa della pestilenza che dal 1522 aveva infierito in Lunigiana fino al 1528 , moltissime famiglie si estinsero e la stessa città vescovile e numerose borgate restarono quasi deserte di abitatori. Il P., sensibile a tante calamità, si adoperò con amore e zelo a far rifiorire lo spirito religioso e il generale benessere; fu esempio di vita intemerata e tante povera da generare sospetto di avarizia. Delle sue opere si conoscono: De duello, edita a Roma, e Compendiaria moralis vitae, postuma, con dedica a Urbano VIII.

Bibl.: G. B. Scrucris, I secoli cristiani della Liguria, II, Torino 1843, p. 93. E inoltre ricordato da tutti gli storici della diocesi. V. anche: Catalogus chronologicus praemium Lumenis Sarzanensis Ecclesiae, in Synodus Draecesana Lunensis..., Bologna 1887.

Casimiro Bonfigli
POHLE, Joseph. - Teologo, n. a Niederspay (Coblenza) il 13 marzo 1852, m. a Breslavia il 21 febbr. 1922.

Studiò filosofia e teologia all'Università Gregoriana. Impedito di ricevere un ufficio in patria per le leggi del Kulturkampf che escludevano i laureati romani, insegnò in vari seminari d'Europa, finché nel 1886 passò alla cattedra di filosofia nel Seminario di Fulda, dove fondò insieme con il Gutberlet (v.) il Philosophisches Jahrbuch (1888). Nel 1889 per desiderio di Leone XIII accettò la cattedra di apologetica nell'Università cattolica di Washington allora fondata. Insegnò in seguito teologia dogmatica nelle Università di Münster e di Breslavia. Ammiratore del p. Angelo Secchi, ne illustrò la vita e l'opera in vari scritti, e pubblicò diverse opere su argomenti di confine tra le scienze naturali e filosofiche con la teologia. L'opera principale è il Lehrbuch der Dogmatik (3 voll., Fulda 1902-1905, più volte riedito e rielaborato) di tendenza molinista.

Bibl.: M. Gierens, s. v. in LThK, VIII, col. 338.
Iginio Rogger
POIMANDRES : v. ERMETICI, LIbRI.
POIMEN : v. PIMENIO.
POINCARÉ, Jules-Henry. - Matematico e pensatore, n. a Nancy (Meurthe-et-Moselle) il 29 apr. 1854, m. a Parigi il 17 luglio 1912. Insegnò (1881) nella Facoltà di scienze a Parigi; fu (1887) membro dell'Académie des Sciences. I suoi lavori di matematica pura e applicata sono raccolti in più di 30 voll.; scrisse quasi 500 memorie e alcune opere di carattere generale: La science et l'hypothèse (Parigi 1902), La valeur de la science (ivi 1905), Science et méthode (ivi 1909), Dernières pensées (postuma, ivi 1913).
P. afferma che "la sola realtà oggettiva sono i rapporti delle cose dai quali risulta l'armonia universale";

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essi non si dànno "al di fuori di uno spirito che li concepisca e che li senta. Ma sono tuttavia oggettivi perché sono, diverranno e resteranno comuni a tutti gli esseri pensanti" (La valeur de la science, p. 270). La scienza non fa conoscere le cose ma i rapporti tra le cose: "La scienza è un sistema di relazioni" (op. cit., p. 265). A E. Le Roy, il quale affermava che lo scienziato crea il fatto scientifico e che la scienza vale soltanto come complesso di regole di azione, il P. osserva che la scienza, in quanto può prevedere i fatti, deve avere anche un valore teorico e lo scienziato non crea altro nel fatto se non il linguaggio con il quale l'enuncia (La valeur de la science, p. 213 sgg.). Per quanto concerne le geometrie non euclidee, P. ammette che gli assiomi geometrici sono convenzioni la cui scelta "è guidata dai fatti sperimentali, ma resta libera ed è limitata soltanto dalla necessità di evitare la contraddizione" (La science et l'kyponhèse, p. 66).

Nella ricerca scientifica P. richiede libertà assoluta anche nei confronti della religione: "Ci sono uomini che dimenticano la loro fede entrando nel gabinetto sperimentale... E ciò è tutto quanto si può loro domandare" (Dernières pensées, p. 331). La morale non può fondarsi né sulla metafisica, né sulla religione, né sulla scienza, né su motivi utilitari, ma solo sul sentimento (op. cit., p. 223 sgg.).

Bibl.: G. Lebon, H. P., Parigi 1909; vari autori, in Rev. de métaph. et de morale, intero fasc. sett. 1913; V. Volterra, J. Hadamard, P. Langevin, P. Boutroux, H. P., Parigi 1914; L. Rougier, La philosophie géométrique de H. P., ivi 1920; R. Fedi, La morale e la scienza secondo P., in Logos, 20 (1937), pp. 399-404; F. Severi, Introd. all'antologia H. P., Firenze 1949.

Roberto Masi
POINCARÉ, RAYMOND. - Uomo politico francese, n. il 20 ag. 1860 a Bar-le-Duc (Mosa), m. il 15 ott. 1934 a Parigi. A 27 anni, nel 1887 , divenne per la prima volta deputato. Rieletto nel 1889 , fu ministro dell'Istruzione pubblica (nel 1893 e nel 1895), titolare del dicastero delle Finanze (1894-95) e vice presidente della Camera dal 1895 al 1898. Entrò al Senato nel 1903, divenne presidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri nel 1912 durante la crisi balcanica, nel 1913 ebbe la presidenza della Repubblica.

Desideroso di rafforzare l'alleanza franco-russa, particolarmente vitale in caso di guerra con gli Imperi centrali, si recò nel luglio 1914 in Russia, in visita allo Zar. Allo scoppio della guerra fece appello all'Union sacrée di tutti i Francesi e rimase a capo dello Stato fino al 1920, termine del suo settennato. Nuovamente presidente del Consiglio dal 1922 al 1924 e dal 1926 al 1929, quando vi rinunciò per ragioni di salute, contribuì al miglioramento dei rapporti con la S. Sede. Rappresentante schietto del laicismo dottrinario - come lo definisce Y. De La Brière il P. senza degenerare nel settarismo rispettava la fede religiosa altrui, considerata alla stregua di una libertà individuale, ma non le riconosceva diritto alcuno nell'ambito della cosa pubblica, dove la sovranità dello Stato era indiscussa. Era pertanto nel vero senso della parola un "logista" e condivideva in pieno la separazione tra Chiesa e Stato, attuata in Francia nel 1905. Pubblicò sul periodo 1912-18 le sue memorie (Au service de la France, Parigi 1926-33).

Bibl.: G. Hanceaux, R. P., Parigi 1934; Y. De la Brière, L'histoire religieuse du temps présent. La politique religieuse du président P., in Zimder, 222 (1925), pp. 117-28; F. Payen, R. P. L'homme-le parlementaire-l'amocat, Parigi 1936.

Silvio Furlani
POINTE-NOIRE, VICARIATO APOSTOLICO di. Nell'Africa equatoriale francese. Ha avuto origine dal vicariato ap. del Congo francese, eretto il 28 maggio 1886 con territorio distaccato da quello della Due Guinee, dalla prefettura ap. del Congo inferiore o portoghese e dalla Missione del Congo superiore settentrionale, la quale ultima era stata
affidata da Propaganda ai Padri Bianchi il 27 sett. 1880.

Con breve pontificio del 21 dic. 1881 fu confermata l'eresione del vicariato ap. del Congo francese, che comprendeva tutto il territorio del Congo, attribuito alla Francia. Più tardi la Convenzione di Bruxelles ( 14 apr. 1894) modificò i confini del Congo francese e Propaganda li riconobbe anche quali limiti del vicariato omonimo. Il 14 ott. 1890 esso fu diviso in due: vicariato ap. del Congo francese superiore o di Oubangui, e vicariato ap. del Congo francese inferiore, che ebbe il nome di Loango il 22 apr. 1907. Con decreto del 4 sett. 1907 furono meglio precisati i confini a settentrione e con altro decreto del 14 febbr. 1911 anche i confini orientali, modificati ancora l'1 ag. 1929. Prese il nome di P.-N. il 20 genn. 1949. E affidato ai Padri della Congregazione dello Spirito Santo.

Ha una superficie di ca. kmq. 100.000 e comprende le regioni di Konilou, Niari, Pool, appartenenti al territorio del Medio Congo, e le regioni di Nyanga, OgoueMaritime, Ngounie, del territorio del Gabon. Il suolo è poco fertile. Il clima è umido e caldo e generalmente malsano per l'Europeo. Le vie di comunicazione, pure in continuo sviluppo, sono ancora molto scarse. Frequenti le malattie. Gli abitanti, quasi tutti del gruppo Bantu, raggiungono la cifra di 294.103. Ca. 1500 sono pigmei, 5600 meticci e 3000 bianchi. I Bantu sono divisi in una ventina di tribù, che spesso parlano lingue distinte. I pagani sono animisti. I cattolici 70.274 , catecumene 9150 , protestanti 36.594 delle missioni evangelica svedese e dell'esercito della salvezza, musulmani 782 , infedeli 177.303 .

Il vicariato è diviso in 12 distretti, con missionari 34 , sacerdoti indigeni 8 , fratelli 12 di cui 6 indigeni, suore 14 . Sono state erette due congregazioni religiose di indigeni, una di suore e una di fratelli. Catechisti 313 , stazioni secondarie 295, chiese 13, cappelle 68, dispensari 12, orfanotrof 12 con 660 bambini, scuole elementari 60 con 4323 ragazzi, professionali 4 con 100 studenti. Le associazioni pie e di Azione Cattolica sono bene sviluppate. Nel seminario minore studiano 21 giovani.

Bibl.: AAS, 41 (1949), p. 148; Archivio di Prog. Fide, Relazioni quinquennale e annuale, pos. prot. nn. 5057/50, 5365/50. Saverio Paventi
POISSY, Colloquio di. - Le discordie provocate dalla predicazione calvinista nel Regno di Francia ed i partiti che, specialmente nell'alta nobiltà, ne erano sorti, insieme con la politica ambigua seguita dalla regina reggente Caterina de' Medici, avevano dato occasione a pericolose turbolenze.

Mentre Pio IV, il 2 giugno 1561, creava il card. Ippolito d'Este suo legato in Francia, la corte indiceva per il 20 luglio un'assemblea dell'episcopato, con il pretesto di scegliere i vescovi da inviare al Concilio di Trento e provvedere agli abusi introdottisi nella Chiesa gallicana. Scelto P. come luogo del convegno, vi furono presenti, il 31 luglio, il Re, la Regina, la corte con 48 vescovi; il cancelliere Michele L'Hospital aprendo la seduta ne parlò come di un concilio nazionale, ma il card. Francesco di Tournon proclamò tosto non trattarsi di concilio e non doversi agitare questioni dottrinali. La corte però volle che si ascoltassero i riformati. Questi accorsero con 22 rappresentanti delle loro comunità e 12 predicanti con a capo Teodoro Ilesa (v.) e furono ammessi all'assemblea dei vescovi il 26 ag.; quindi il 9 sett. il Beza poté parlare contro la Chiesa e la "presenza reale". Il card. di Guisa rivolgendosi al Re confutò brillantemente le asserzioni del Beza il 16 sett. Il 19 giunse il card. d'Esta ossequiato dai vescovi, mentre il cancelliere tentò invano d'impedire che si riconoscesse la sua missione. Il 24 ed il 27 il Beza rispose al card. di Lorena, che gli rispose a sua volta; parlò quindi Pietro Martire Vermigli cui tenne dietro Diego Laínez (v.) generale dei Gesuiti, teologo del card. d'Este, il quale diede larga diffusione al discorso tenuto da lui. Ma i riformati continuarono a discutere senza piegarsi; però non furono più uditi dall'assemblea, nemmeno in private udienze. I vescovi, invece, sotto il card. di

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Tournon, redassero canoni di riforma che presentarono alla Regina. Nonostante i colloqui del card. d'Este con la Regina, i riformati poterono continuare a discutere in pirosto fino all'1 I febbr. 1562 quando fu deciso di rimettere le decisioni teologiche al Concilio. Intanto però il 17 genn. il Re aveva emanato un "editto di tolleranza" che concedeva ai riformati libero esercizio di culto, fuori però delle città; mentre il Lainee con la sua predicazione a Parigi teneva saldi i cattolici. Poiché il Parlamento non volle registrare l'Editto, i riformati scatenarono una reazione sanguinosa, cui risposero i cattolici, per cui il Parlamento cedette ed il 7 marzo registrò l'Editto; ma ciò non valse ad impedire le guerre religiose che insanguinarono per lunghi anni la Francia.

BibL.: Pastor. VII. p. 379 sE.: J. Rouriot de Melin, Rome et $P$, in Mélanges d'archéol. et d'bist., 39 (1921-22). p. 120 sg.: G. Castellani, Politica e religione alla Conferenza di $P$. 1561, in Cio. Catt., 1950, 11, pp. 261-71, 516-27. Pio Paschini

## POITIERS,

diocesi di. - Città e diocesi del dipartimento della Vienne in Francia; comprende due dipartimenti civili della Vienne e delle DeuxSèvres con una superficie di 12.970 kmq . e una popolazione di 620.000 ab. dei quali 580.000 cattolici, distribuiti in 61 decanati con 643 parrocchie, servite da 666 sacerdoti diocesani e 100 regolari. Il grande Seminario è a P., il piccolo a Montmorillon; ha inoltre l'«Ecole cléricale» a Châtillon-sur-Sèvre e il Collège StJoseph a Bressuire; nella diocesi si contano 14 comunità religiose maschili e 195 femminili. La diocesi è suffraganea di Bordeaux. Fu capitale dei Pictavi con la denominazione di Limonum e fece parte della provincia romana di Aquitania.

Occupato il Poitou dai Saraceni, questi vennero sconfitti nel 732 da Carlo Martello; passò poi al Regno carolingio e al Ducato d'Aquitania, quindi sotto gli Inglesi per le nozze di Enrico Plantageneto con Alienor d'Aquitania. Fu riunito alla corona di Francia da Filippo Augusto. Carlo VII vi insediò nel 1423 il Parlamento di Parigi che vi rimase fino al 1436 . Dei vescovi di P. si hanno 4 cataloghi anteriori al sec. xili; quello di Roberto di Torigny, oggi nel ms. Lat. 6042 della Biblioteca nazionale di Parigi, termina con Gilberto de la Porće (1142-54); l'altro nel ms. 4955 della stessa Biblioteca finisce con Giovanni \& aux Blanches mains * (1162-82) come il ms. 450 del fondo Regina (Cristina di Svezia della Biblioteca Vaticana; mentre il ms. 711 dello stesso fondo giunge a Guglielmo III (1184-97). Le tre ultime liste vennero compilate a St-Aubin d'Angers alla fine del sec. xit, da cui provengono i mss. Bibl. nat. 4955 e Regina 711. Il catalogo contenuto nella grande cronaca di Tours arriva fino al vescovo Filippo (1233); mentre il Cartulario di P., noto con il titolo del Grand Gautier, è dell'inizio del sec. xv; esso sembra identico a quello della cronaca di Tours ma continuato fino al sec. xv. Giovanni XXII (1316-34) dismembrò da P. i territori per creare le nuove diocesi di Maizellay e di Luçon.
S. Ilario era già vescovo di P. ca. il 350; egli fu inviato in esilio dopo il Concilio di Béziers nel 356 e partecipò nel 359 a quello di Seleucia di Isauria. Il Martirologio geronimiano lo ricorda al 13 genn., giorno in cui mori nel 367 o 368 . Poi vengono ricordati Adelfio pre-
sente al Concilio di Orléans nel 511; a quello del 541 partecipò Daniele; a lui seguirono Pienzio, m. dopo il 561 e ricordato al 13 marzo, e poi Pascenzio abate di St-Maixent, a cui Fortunato dedicò nel 565 la Vita di s. Ilario; poi Marovco ricordato più volte da Gregorio di Tours tra gli anni 585-90 (Hist. Franc., VII, 24; IX, 30, 33, 39-41, $43 ; \mathrm{X}, 13,16$ ) e gli successe Platone, arcidiacono di Gregorio di Tours, il quale presenzio l'ingresso in diocesi (id., Miracula 1. Martini, IV, 132). Quindi Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato il cui epitafio fu composto da Paolo Diacono (Hist. Langobard., II, 13). Più tardi si ebbero Dido, zio di s. Leodegario di Autun tra il 628-70 ca.; Ansoaldo che trasferì a St-Maixent le reliquie di s. Leodegario alla fine del sec. viI; Giovanni a cui Alcuino dettò l'epitafio (PL 101, 750); Ebroino che partecipò al Concilio di Ver nell'844 e fu ucciso dagli abitanti di P. ca. l'anno 850 ; Engenaldo partecipò ai Concili di Toul nell'86o e di Douzy nell'871; Eefrido a cui scrisse il papa Giovanni VIII nell'878 (Jaffé-Wattenbach, 3145, 3181). Quindi si ricordano: s. Pietro (10871115) esiliato da Guglielmo IX conte di P.; Gilberto de la Porrée (1142-54),
il b. Guglielmo Tempier (1184-97), il b. Gualtiero de Bruges (1278-1306); Arnaldo d'Aux (1306-12) creato cardinale nel 1312; Guido di Malsec (1371-75) nel 1375, e Simone di Gramaud ( 1385 -91) che nel 1413 divenne amministratore della diocesi fino al 1422 ; mentre nel 1394-95 fu vescovo L. De Bar, poi cardinale nel 1397, che ne fu amministratore nel 1423; inoltre G. G. Orsini (1449-57), i cardd. G. F. De Tremouille (1503-1507), G. De Grammont (1552), Cl. de Longwy de Glory (1534-51), A. Barberini (1632-57). Pio VII consacrò a Parigi nel 1805 vescovo di P. mons. D. de Pradt n. nel 1837; dal 1849 al 1880 fu vescovo mons. L. Pie (v.), poi cardinale.

In P. si tennero Sinedi negli anni 355, 389, 395, 937, 1000; 1004, 1023, 1030, 1036, 1073, 1078, 1094, 1100. Il papa Pio VII concesse l'uso della mitra al diacono e al suddiacono ministranti al vescovo nella Cattedrale.

Il 2 sett. 1792 furono martirizzati nel convento dei Carmelitani il parroco di Niort, Jean Gozet con i suoi vicari Pierre Landry e Jean Philippe Marchand, beatificati da Pio XI nel 1926; sono venerati in una cappella della chiesa di Notre-Dame di Niort eretta tra il 14911520. Carlo VII eresse in P. un'università che fu approvata da Eugenio IV con la bolla del 28 maggio 1431 ; tra gli studenti fu Bacone. Vi erano dieci collegi annessi all'Università. Nel 1540 nel collegio S. Marta fu M. A. Muret; nel 1570 il p. Maldonado giunse a P. per erigervi un collegio di Gesuiti che nel 1605 passò al collegio S. Marta, a cui fu unito poi il collegio di Puygareau. Nel 1674 i Gesuiti fondarono un collegio per studenti ecclesiastici irlandesi. L'Università fu soppressa dalla Rivoluzione Francese.

La Cattedrale è dedicata a s. Pietro. Iniziata nel 1166, fu compiuta nel 1271, meno le due torri esterne e la parte superiore della facciata terminate tra il xiv e il xix sec. Fu consacrata nel 1379. L'interno è a tre navate con otto campate, misura m. $90 \times 27$. Le finestre sono dell'inizio del sec. xili con magnifiche vetrate contemporanee, tra le quali la più notevole, con trionfo della Croce, fu donata da Thibaud de Blason, siniscalco del Poitou, per la vittoria di Navas (1212). Anche gli stalli del coro sono del sec. xili. All'esterno i tre portali sono decorati con

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(da L. Lefronçois - Pillion, L'art roman, Parigi s. a., iav. 59) Poitiers, diocesi di - Fagciata occidentale di Notre-Dame-la-Grande (sec. xit).
scene della morte, della incoronazione della Vergine e del Giudizio finale. Nel fianco nord è il portale detto di S. Michele, con scene della vita della B. Vergine; presso il transetto sud si trovano le cappelle di S. Martino e di S. Ilario ricostruite nel sec. xix sul luogo presunto della cella di s. Martino e della abitazione di s. Ilario. Vicino è il battistero di S. Giovanni, con abside pentagonale e absidiole aggiunte; al centro dell'aula rettangolare sta la vasca ottagona; le colonne provengono da edifici romani, come alcuni dei capitelli che vennero imitati nel sec. VII: l'edificio fu in seguito adibito a parrocchia; venne restaurato e ingrandito dopo un incendio nel 1018 con un nartece e un piccolo campanile. Nelle pareti sono avanzi d'una decorazione con affreschi dei secc. XII-xVI con l'Ascensione, santi, imperatori, la B. Vergine, ecc. L'interno è adibito ora a museo.

Notre-Dame-la-Grande cosiddetta per distinguerla da Notre-Dame-la-Petite o l'Ancienne detta "de la Chandelière». E a tre navate con coro e campanile centrale appartenenti alla fine del sec. XI e l'inizio del sec. XII, mentre le cappelle del lato nord sono del sec. XVI. L'abside del lato sud, con la cappella del S. Sepolcro, fu eretta da Jvon du Fou, siniscalco del Poitou nel 1475. Molto venerata è la statua di Notre-Dame-des-Clefs del sec. xvi. Assai prezioso è il ciclo di pitture scoperto nel 1857 . Nel centro della volta G. Cristo in maestà, circondato dai simboli dei quattro Evangelisti, il sole e la luna; al disopra l'agnello divino tra cherubini adoranti, al di sotto la Madonna in trono col Bambino e un'iscrizione oggi quasi invisibile (si legge solo "Matri»); a destra e a sinistra dell'agnello divino sono gli eletti, quindi tutti intorno ai quadri centrali i dodici Apostoli, in origine accompagnati dai loro nomi. P. Deschamps ha datato le pitture al sec. xir con qualche aggiunta del sec. xiri (P. Deschamps, Les peintures du choeur de Notre-Dame-la-Grande de P., in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1949, pp. 288-93). Chiesa di St-Hilaire-le-Grand. Fu già collegiata; fu ricostruita nel sec. xi e consacrata nel 1049 sul luogo d'un edificio fondato dà s. Ilario; venne in gran parte danneggiato per la caduta del campanile nel 1590 . Nell'interno a sette navate i pilastri a fasci di 4 colonne sostengono vòtte a cupola e archi che poggiano sulle navi laterali. Nelle pareti sono avanzi di affreschi che decorarono tutto l'edificio (ca. la metà del sec. xir); meglio conservate in due pilastri sono le figure di due vescovi, uno dei quali, indicato dal nome, è il vescovo di S. Quinziano, che si ritiene
appartenga alla serie dei venti vescovi rappresentanti i fasti episcopali di P. cristiana. Scomparsa è ora l'immagine di Fulberto vescovo di Chartres e tesoriere di questa collegiata, m. nel 1029 (R. Crozet, L'art roman en Poitou, Parigi 1948, pp. 252-53; P. Deschamps et M. Thibout, La peinture murule en France, le haut moyen-âge et l'époque romane, ivi 1951, pp. 64-65, fig. 20 e tavv. 20, 22 e 37, II). I capitelli offrono scene della Natività, della fuga in Egitto, della morte di s. Ilario, mostri, leoni affronzati, colombe presso un calice, due contengono i nomi degli artefici romanici Ugo Monedarius e Nillacus. Il coro è sopraelevato con abside principale, deambulatorio e quattro cappelle radiali del sec. xil. S. Radegonda: in origine la chiesa fu S. Maria fuori le mura e servì di sepoltura alle monache di S. Croce, ma poi prese il nome di S. Radegonda, fondatrice dell'abbazia, m. nel 590 e deposta nella cripta. La chiesa bruciò nel 1083; rifatta, fu consacrata nel 1099 a cui appartengono il coro, il deambulatorio, la parte inferiore del portico e del campanile, il resto è del sec. xir, mentre la navata gotica è del sec. xiri, il portale del sec. xv. Nell'interno è una galleria superiore, i capitelli sono a fogliami o con rozze scene, come Adamo ed Eva, Daniele. Il portale riccamente decorato con G. Cristo in trono e santi sotto tabernacoli ha ingresso binato; intorno sono disposti banchi in pietra con angeli e leoni, vi si amministra la giustizia ecclesiastica "inter leones". In una nicchia a destra è rappresentato il Signore che appare a s. Radegonda poco prima della morte. Le vetrate (secc. xiri-xiv) contengono episodi della vita della Santa e il Giudizio Universale. G. B. De Rossi segnalò la scoperta di un anello d'oro con sigillo (Radegondo) probabilmente della regina Radegonda (Bull. arch. erist., I [1863], p. 40). St-Porchaire: è un edificio del sec. xvi a due navate, con capitelli decorati, tra cui uno con Daniele tra i leoni. Il grande campanile (fine sec. xvi) sorge sul portichetto d'ingresso. Notevole per l'arte del sec. xvir è l'antica cappella del collegio dei Gesuiti con artistica sacrestia (oggi "Licée des garçons»). La chiesa di St-Hilaire-de-la-Celle fu costruita nel sec. xir nel luogo della tomba primitiva di s. Ilario; ha la crocera coperta di una cupola ottagona e una torre. La cappella del monastero di S. Croce (eretta nel 1865) conserva ricordi di s. Radegonda. Presso P. nel luogo detto "la pierre levée" esiste una grande necropoli galloromana, poi cristiana, dove il p. C. De la Croix rinvenne un monumento funerario a vòfte con ipogee sulla cui porta si leggevano le due iscrizioni: "In nome di Dio, io Mellebaudo, debitore e servitore di G. C., ho costruito per me questa sepolcro sotterraneo, nel quale, quantunque indegno, sarò deposto. L'ho fatto in nome del Signore G. C. che ho amato, in cui ho creduto perché si deve riconoscerlo quale Dio vivo, splendente di gloria. In Lui è la pace, la fede e la carità. Egli è Dio e uomo e Dio è in lui. Se qualcuno non vuole qui adorare il Signore G. C. e distrugge questo monumento, sia anatema, "maranziba" fino alla fine dei secoli". L'altra epigrafe dice: "Qui è il sepolcro di Mellebaudo, abate e debitore di Cristo.... principio e fine, poiché tutto va ogni giorno peggio, si avvicina la fine dei tempi s. Sulla soglia è incisa una formola cabalistica: "gorma, grumo, os, cax, pix». Nella cripta si rinvennero sarcofagi in pietra, alcuni dentro grandi nicchie; nel fondo una base d'altare. La forma barbara del latino e la rozza decorazione di uno dei sarcofagi con gli arcangeli Raffaele e Raguel indicano la fine del sec. vir (L. Duchesne, La crypte de Mellébande et les pretendus martyrs de $P$., in Revue poitevine et saintongeoise, 1885, pp. 120-54; L. Le Blant, Noveau recueil des inscriptions chrétiennes de la Gaule, Parigi 1892, pp. 250-73; L. Levillain, La memoria" de l'abbé Mellebande, in Bulletin de la Société des antiquaires de l'Ouest, $3^{e}$ serie, 2 [1911], pp. 355-416; H. Leclercq, Mellébande, in DACI., XI, 1, coll. 241-66. A. W. Clapham, English romanesque architecture before the conquest, Oxford 1930, p. 43, fig. 14). Montierneuf : cioè monasterium novum fondato dal conte Guido Goffredo Guglielmo ca. il 1078 a cura del monaco Ponce di Cluny e consacrato da Urbano II nel ro96, com'è ricordato da un'iscrizione nell'interno dove si ha un deambulatorio romanico con cappelle e

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l'abside gotica. Ricca è la Biblioteca con oltre 75.000 voll., 215 incunabuli e 629 manoscritti, tra i quali un cvangeliario carolingio in oncialc della fine del sec. viri; una Vita di s. Radegonda e un Pontificale del sec. xi; il Salterio di Jeanne de Laval del sec. xv; annessi sono gli archivi municipali con registri parrocchiali che riaslgano al 1412.

La «Société des Antiquaires de l'Ouest» ha formato