volume-09

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 75.000 voll., 215 incunabuli e 629 manoscritti, tra i quali un cvangeliario carolingio in oncialc della fine del sec. viri; una Vita di s. Radegonda e un Pontificale del sec. xi; il Salterio di Jeanne de Laval del sec. xv; annessi sono gli archivi municipali con registri parrocchiali che riaslgano al 1412.

La «Société des Antiquaires de l'Ouest» ha formato tre Musei: quello «de l'Echevirage» contiene una collezione preistorica, suppellettile delle antiche necropoli galloromane di Poitou e materiale del mediocvo e del Rinascimento, tra cui il capitello detto della discordia, già in St Hilaire-de-Grand, la scena di s. Ilario e s.te Triasse; il Museo «de Chièvres» contiene una collezione lapidaria, mobili, ceramiche e pitture delle scuole fiamminghe, tedesche, ecc.; l'arte merovingica è riunita nel battistero di S. Giovanni. Il Museo «des Beaux-Arts» contiene collezioni di pitture della scuola italiana, francese e fiamminga, smalti, mobili, oggetti d'arte, sculture, tra le quali la statua ellenistica arcaizzante di Minerva, in marmo, e un bronzetto di un atleta. Il «Musée des Augustins» è sede della «Société de Antiquaires de l'Ouest». Il suo portale proviene dall' antica chiesa degli Agostiniani. E ricco di collezioni di porcellane, ceramiche, mobili, bronzi, arazzi, smalti, avori; ha una sala di arte religiosa e un museo lapidario. Sotto un altare, nella cappella di S. Sisto, fu trovato un reliquiario in piombo con iscrizione ricordante i vescovi Sisto e Isinicio (L. Levillain, Note sur l'ancien reliquaire en plomb trouvé dans la chapelle de St-Sixte et la cathédrale de P., in Bull. de la Soc. des antio. de l'Ouest, $5^{\text {a }}$ serie, 10 [1906], pp. $5+56$ ).

Principali santuari della diocesi sono Notre-Dame de l'Agenouillée a Azay-sur-Thouct, Notre-Dame de Pitié presso la cappella S. Lorenzo, Notre-Dame de Beauchêne a Cerizay. A Ligugé viene fondato il più antico monastero di Francia da s. Martino, onde il nome dell'abbazia, soppressa dalla Rivoluzione Francese e ristabilita nel 1853. La sala alla base dell'attuale campanile corrisponde al transetto sud della chiesa primitiva, dove fu rappresentato ca. il 1075 il festino di Erode e la decollazione di s. Giovanni Battista (P. Deschamps - M. Thibout, op. cit., pp. 65-66 e fig. 66). La chiesa abbaziale, rifatta nel sec. xv, è stata restaurata di recente (P. Monsabert, Le monastère de Ligugé, Ligugé 1929; Cottineau, I, col. 1613). L'abbazia benedettina di St-Savin sur Gartempe, nel circondario di Montmorillon, fondata alla fine dell'viI o all'inizio del sec. IX, venne ricostruita nel sec. xi; passò alla Congregazione dei Maurini nel 1643. La chiesa abbaziale rimonta al sec. xi; è a tre navate, terminanti ciascuna con un'abside; nel deambulatorio si aprono cinque cappelle pure absidate, come le due estremità del transetto; nella cripta è deposto s. Savino. La cripta, l'interno della chiesa e il portico offrono il più interessante ciclo iconografico finora conosciuto in Francia. Nel portico sono i principali episodi dell'Apocalisse; nella nave centrale il ciclo biblico occupa ca. 412 mq .; esso è disposto su due registri per ogni lato; dal nord comincia con la creazione del mondo, di Adamo ed Eva, tutta la loro storia, Caino e Abele, Enoch, la storia di Noè, l'esodo degli Ebrei. La tribuna è decorata con scene consacrate alla passione di Cristo, mentre nella cripta sono episodi relativi al martirio dei ss. Savino e Cipriano. La tecnica, lo stile e le iscrizioni concordano nella datazione proposta delle pitture alla fine del sec. xi, fin dal 1905 da E. Mâle (in A. Michel, Hist. de l'art, I, Parigi 1906, p. 758; Cottineau, II, coll. 2881-82; E. Maillard, L'eglise de St-Savin sur Gartempe, Parigi 1926; P. Deschamps - M. Thibout - A. Grabar, Observations sur les fresques de St-Savin, in Cahiers archéol., 4 [1949], pp. 135-47; P. Deschamps - M. Thibout, La peinture murale en France, le haut moyen-âge et l'époque romane, Parigi 1951, pp. 71-86; figg. 21-27, tavv. 23-32 e 37,1).
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(da P. Deschamps - M. Thibout, La Peinture murale en France, Parig1 1521, tav. 87) Poitiers, diocesi di - Affrouchi nel portico della chiesa abbaziale di St-Savin de Gartempe, ca. 1100.

Il ven. Coudrin (v.) fondò nel 1800 a P. nella via di Picpus la Congregazione dei SS. Cuori detta anche di Picpus; nella diocesi di P. nacquero anche i missionari Ch. Cornay, n. a Londra, martirizzato in Cina nel 1839, e il b. Th. Venard, n. a St Loup-sur-Thouct, martirizzato nel Tonchino nel 1861. Nella regione di P. si rinvennero i cimiteri d'età merovingica di Antigny, di Béruges, di Civaux con sarcofagi in pietra; per un sarcofago cristiano v. Wilpert, Sarcofagi, p. 290.

Bull.: Eubel. I, p. 799; II, p. 216; III, p. 201; IV, p. 280; L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, 2a ed., Parigi 1910, pp. 75-87: notevoli studi in Mim. de la Soc. des antio. de l'Ouest dal 1833 e in Arch. histor. du Poitou dal 1872; E. Maillard, Les sculptures de la catbèdr. St-Pierre de P., Poitiers 1921; E. Audoin, Record des darem. concernant la ville et le comté de P., ivi 1923; H. Gaillard, Guide du Musée des Augustins P., ivi 1923; H. Gunot, Le baptistère de P. et son Musée lapidaire, ivi s. d.; M. Deloche, La christian. en Poitou au IIe siècle, in Rev. des quest. hist., 1927, 1, pp. 127-304 e contro M. Bernier, ibid., 1927, II, pp. 5-12; Cottineau, II, pp. 2307-13; J. Salvini, La diocèse de P. à la fin du moyen-âge (1346-1360), Parigi 1946; F. Eygun, La topograpb. de P. et ses paroisses au XVIIe siècle, Poitiers 1947; Guide de la France chrét. et mission., 1947-49, Parigi [1948], pp. 378, 697-701, 1080-83; R. Grozet, Les vitraux du XIIIe siècle de la cuik. de P., in Bull. de la Soc. des antio, de l'Ouest, 1949; M. Garaud, Note sur la cité de P. à l'époque mé rovingienne, in Mélanges Louis Halphen, Parigi 1951, pp. 271-79.

Enrico Jori
POLA, diocesi di : v. parenzo, diocesi di.
POLANCO, JUAN Alonso. - Gesuita, storico, n. a Burgos nel 1516, m. a Roma il 21 dic. 1576.

- Magister artium - a Parigi, segretario apostolico a Roma, entrò nella Compagnia di Gesù nel 1541 e dopo un breve periodo per compiere gli studi a Padova e per ministeri a Firenze, fu nel 1547 chiamato da s. Ignazio a Roma, come suo segretario. La carica, che il P. conservò fino alla morte di s. Francesco Borgia, gli diede occasione di essere il braccio destro del fondatore nel lavoro di stesura delle Costituzioni e nella corrispondenza con le varie case dell'Ordine; e anche di sfruttare una quantità straordinaria di notizie e relazioni per una vita di s. Ignazio e una cronaca della storia della Compagnia : Vita Ignatii Laiolae et rerum Societatis Jesu historia (Monum. Historica S. 7., 6 voll. [Madrid 1894-97] con 2 voll. di Polanesi Complementa [ivi 1916-17]); da ritenersi come il più e meglio di incorrotto e sincero che possa mai desiderarsi (cf. Tacchi Venturi, v. bibl., p. xxxvi). A quest'opera sono da aggiungere : Summarium de origine et progressu Societatis Jesu, in due redazioni : spagnola e italiana, edite la prima volta in Fontes narrativi de s. Ignatio Loyolae, I (Roma 1943, pp. 146-298); Breve directorium ad confessarii et poenitentis munus rite obeundum (ivi

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1554); Methodus ad eos adiuvandos qui moriuntur (Macerata 1575 ).

BibL.: Sommervogel, VI, coll. 539-48; P. Tacchi Venturi, Storia della C.d. G. in Italia, II, i e II, Roma 1950-51, passim. Celestino Testore

POLDING, John Bede. - Arcivescovo di Sydney, n. il 18 nov. 1794 a Liverpool, m. il 16 marzo 1877 a Sydney. Rimasto orfano, fu adottato dallo zio J. Bede Brewer, presidente-generale dei Benedettini inglesi. Entrato nell'Ordine benedettino il 15 luglio 1810 ed emessi i voti l'anno successivo, fu ordinato sacerdote il 4 marzo 1819 , vivendo nel monastero di Acton fino al 1834 .

Nel 1833 gli fu offerto il vescovato di Madras, ma il P., allegando ragioni di salute, rifiutò. Consacrato vescovo titolare di Gerocesarea il 27 giugno 1834, accettò il vicariato apostólico della Nuova Galies del sud e della Tasmania e si recò in Australia. Arrivato a Sydney, displegò subito una solerte attività pastorale, tale da ottenerne positivi frutti per la prosperità della fede cattolica in quelle lontane contrade. Ritornato temporaneamente in Inghilterra nel 1841, si recò pure a Roma e propose l'istituzione della gerarchia cattolica in Australia. Infatti nel 1842 il vicariato ap. della Nuova Olande fu suddiviso in tre diocesi (Sydney, Hobart ed Adelaide) ed il 9 apr. dello stesso anno Gregorio XVI promosse il P. arcivescovo di Sidney e primate dell'Australia. Giunto a Sydney nel 1843 come arcivescovo, fu ostilmente accolto dall'opinione pubblica che, dietro istigazione della Chiesa anglicana, mal sopportava l'istituzione della gerarchia cattolica nel paese. Governò l'arcivescovato di Sydney per oltre un trentennio: a Sydney stessa fondò il Collegio universitario di S. Giovanni e ad Lyndhurst quello di S. Maria. Non partecipò al Concilio Vaticano nel 1870, perché, ammalatosi durante il viaggio, fu costretto a ritornare nella propria residenza. Tra i suoi scritti vanno segnalati: Libellus precum ad usum sodalitatis S. Gregorii Magni sub patrocinio B. M. Virginis; Instructions and devotions for the afflicted and sick; Regula SS. P. N. Benedicti cum declarationibus ad usum monachorum S. Mariae Sydneyensis.

BibL.: C. A. Harris, s. v. in Dictionary of national biography, XVI, Londra 1909, pp. 18-19; G. Roger Hudleston, s. v. in Cath. Enc., XII, p. 201; H. N. Birt, Oblt book of the english Benedictines from 1880 to 1912 compiled by Abbot Snow; revised, enlarged and continued by Dom Henry Norbert Birt, Edinburgo 1913, p. 169.

POLE, Margaret, beata. - Martire inglese, n. a Castle Farley, presso Bath, il 14 ag. 1473, da Giorgio Plantageneto, duca di Clarence, m. a Londra il 27 maggio 1541 .

Nel 1491 sposò sir Richard P., nipote di Enrico VIII, dal quale ebbe cinque figli. Rimasta vedova, ed insignita del titolo di contessa di Salisbury, fu dama di corte della regina Caterina d'Aragona e governante della principessa Maria. Il franco scritto Pro ecclesiasticae unitatis defensione del figlio card. Reginaldo e le due legazioni dello stesso irritarono contro di lei il Re, che nel 1539 la fece imprigionare. Per la sua fedeltà a Roma, languì due anni nelle carceri della Torre e, senza giudizio né difesa, il 27 maggio 1541, fu decapitata. Leone XIII la dichiarò beata (2 febbr. 1886).

BibL.: B. Camm, Lives of the english martyrs, I, Londra 1904, p. 502 sg.; G. Constant, La Réforme en Angleterre, I, Parigi 1930, pp. 161-63. Piero Sannazzaro

POLE, Reginald. - N. a Stourton Castle (Staffordshire) nel marzo 1500 da sir Richard (m. nel 1505), la cui madre era sorellastra di Margherita Beaufort, madre di Enrico VII, e da Margherita Plantageneto, figlia di Giorgio duca di Clarence. Enrico VIII nel 1513 creò la madre contessa di Salisbury (poi le affidò l'educazione della principessa Maria) e il figlio maggiore, Enrico, barone Montague; a Reginald, destinato alla Chiesa, favorì gli studi a Oxford (sotto W. Latimer), diede prebende e mezzi
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(da XII Cardinalium pictata doctrina rehragne gottis maxima illustrium imagium, Anorita 188, tiri. El Pole, Reginald - Ritratto. Incizione di Theod. Gallaeus (1598).
per studiare in Italia, dal 1521. A Padova, il P. si legò d'amicizia con dotti ed umanisti, tra cui il Bembo e Cristoforo di Longueil (Longolius); fin dal 1525 entrò in relazioni epistolari con Erasmo e, per tramite di lui, con Giovanni Laski. Fu anche a Roma, e nel 1527 tornò in Inghilterra. La questione del divorzio regio lo imbarazzava; ottenne di andare a Parigi, ove tuttavia accettò di raccogliere (secondato da sir Richard Fox) pareri favorevoli ai desideri di Enrico, che anche Francesco I appoggiava. Intanto era stato eletto decano di Exeter; tornato in Inghilterra, a Sheen, gli fu offerta la sede di York, vacante per la morte del Wolsey, purché si pronunciasse; ma, dopo un drammatico colloquio con il Re, e addolorato per lo scisma ormai manifesto, preferì ripartire. A Padova e a Venezia ritrovò vecchi amici e ne fece di nuovi: I. Sadoleto, G. Contarini, G. Cortese, M. A. Flaminio, G. M. Giberti, Alvise Priuli, L. Beccadelli, poi suo biografo, lo stesso G. P. Carafa.

T'alle due parti si premeva perché si pronunciasse sulla situazione religiosa inglese; preferì fare da solo e, sperando forse di ottenere ancora la resipiscenza, mandò al Re, manoscritto, il trattato Pro ecclesiasticae unitatis defensione, finito nel maggio 1536. Poco dopo, chiamato a Roma, fu creato cardinale diacono di S. Maria in Cosmedin, il 22 dic., con il Carafa, il Del Monte, il Sadoleto e altri, nonché membro della commissione che redasse il famoso Consilium de emendanda Ecclesia (1538). Altre prove di benevolenza e fiducia ebbe da Paolo III : legato per l'Inghilterra, si recò nelle Fiandre (ma la ribellione in cui sperava era stata soffocata sul nascere da Enrico); accompagnò il Papa al colloquio di Nizza con Carlo V e

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Francesco I, compi un'altra missione in Spagna. Intanto Enrico faceva arrestare i suoi fratelli, Goffredo (poi graziato) ed Enrico (decapitato il 4 nov. 1538) nonché la madre Margherita (v. sopra) e inviava sicari contro di lui, che dovette rifugiarsi a Carpentras; tornò tuttavia a Roma nel 1540, e, nominato legato del Patrimonio di S. Pietro, si stabili in Viterbo, dove attorno a lui e a Vittoria Colonna si radunò il gruppo degli "spirituali", che speravano nella conciliazione con i luterani (e con il P. si consigliò il Contarini, in vista della Dieta di Ratisbona), giungendo fino ad accogliere quella dottrina della "duplice giustizia", respinta poi dal Concilio di Trento. Nell'imminenza di questo, il P. era stato designato legato papale nel 1542 ; e partecipò in tale qualità ai lavori di esso dal dic. 1545 al giugno 1546, quando la salute lo costrinse a ritirarsi presso il Priuli, quindi nuovamente a Roma.

Godeva di grande prestigio, si che nel Conclave del 1549 gli mancava un solo voto per essere eletto, ma nulla fece per ottenerlo. L'avvento al trono di Maria gli offerse l'occasione di riconduire l'Inghilterra al cattolicesimo. Ma il suo ritorno come legato papale fu ostacolato da Carlo V, che lo temeva avverso al matrimonio di Maria con Filippo II, fino al nov. 1554; ordinato sacerdote e consacrato arcivescovo di Canterbury il 22 marzo 1556 fu il principale consigliere della Regina. Storici inglesi osservano che, già poco abile o fortunato nelle missioni diplomatiche, il P. dimostrò scarse doti di statista in quanto non si sarebbe mostrato abbastanza arrendevole nella questione dei beni ecclesiastici - con cui la potente classe media s'era arricchita - sì da conciliarsene il favore, né avrebbe saputo frenare la severità della repressione, che provocava rancori. Interessante per molte misure - tra cui l'istituzione dei semineri - è la sua opera di riformatore.

A Roma, invece, era ormai sospetto : da tempo circolavano voci sulla sua condotta politica, e, più gravi, sull'eccessiva longanimità di lui verso i protestanti. Inoltre, il conflitto tra Filippo II e Paolo IV, coinvolgendo anche l'Inghilterra, lo mise in una situazione delicatissima. Privato della legasía, venne accusato innanzi all'Inquisizione, insieme con il card. Morone; stava giustificandosi per scritto, quando si ammalò e il 17 nov. 1558 mori.

Opere: del Pro defensione si hanno edizioni (diverse dal ms.) di Roma (s. a., ma 1553 o 1554), Strasburgo (1555), Ingolstadt? (1587); del De Concilio, Venezia (1562); del De Summo Pontifice, Ingolstadt ([?] 1569). La corrispondenza, e la Vita del Beccatelli, in G. Quirini, Collectio epistolarum Regisaldi Poli ( 5 voll., Brescia 1744-57); inoltre : compendio dei processi del S. Uffizio di Roma da Paolo III a Paolo IV, in Arch. soc. rom. di st. p., 3 (1879), p. 283 sgg.

Biol.: J. G[airdner], s. v. in Dictionary of national biography, XVI, Londra 1929, pp. 35-46 (ivi anche Margaret, Geoffrey e Henry); K. B. Macfarlane, Card. P., Londra 1924; F. A. Guapuct, Card. P. and. his early friends, ivi 1927; Pastor, IV-VI (v. indice); H. Jedin, Il card. P. e Vittoria Colonna, in Vittoria Colonna marchese di Pescara, Roma 1947, pp. 14-90; H. M. Smith, Henry VIII and the Reformation, Londra 1948, v. indice; W. Schenk, R. P., cardinal of England, ivi 1950.

Alberto Pincherle
POLEMIO SILVIO. - Scrittore gallo. Visse nel sec. v e fu amico di s. Ilario e del vescovo Eucherio di Lione. Sembra che abbia avuto uffici a corte e che poi sia passato allo stato ecclesiastico.

Scrisse parecchie opere, tutte perdute, eccetto il Latercolo tramandato da un solo manoscritto del sec. xit, che si conserva nella Biblioteca reale di Bruxelles. L'operetta fu composta nel 448-49, come chiaramente è affermato in due luoghi di esso, e fu dedicata ad Eucherio come tutti gli altri scritti di P. Si tratta di un calendario simile al cosiddetto Cronografo del 354, in cui sono riportati i mesi dell'anno con varie indicazioni ai singoli giorni; tra un mese e l'altro sono intercalate notizie sui consoli e gli imperatori romani, sulle province dell'Impero, i nomi degli animali, il computo pasquale, un elenco degli edifici romani, favole poetiche ed una breve cronaca della storia romana.

Biol.: Tillemont, XV, p. 134; Acta SS. Janii, VI, Parigi 1866, pp. 823-42; T. Mommsen, P. S. Laterculus, in MGH,
53. - Enciclopedia Cattolica. - IX.

## DE CONCILIO

L I B E R
REGINALDI POLI
CARDINALIS.
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ROMAE, M. D. LXII.
Apud Paulum Manutiana Aldi F.

## (fot. Ene. Catt.)

Pole. Reginald - Frontespizio del De Concilio - Roma, P. Manuzio, 1562.

Auct. Antiquiss., IX (1891), pp. 511-51; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topogr. della città di Roma, I, ivi 1940, pp. 305-10. Agostino Amore

POLETTI, Lugi. - Architetto, n. a Modena il 28 ott. 1792, m. a Milano il 2 ag. 1869. Da giovane studiò a Bologna all'Accademia Clementina, quindi, dal 1818 , si stabili a Roma presso Raffaello Stern negli anni in cui questi era intento ai lavori del Braccio nuovo dei Musei Vaticani.

Cresciuto nella considerazione presso i competenti uffici della Camera Apostolica, nel 1833 il P. veniva incaricato di proseguire la ricostruzione della basilica di S. Paolo già iniziata da Pasquale Belli. E questo, che rimase il suo maggior lavoro, da lui proseguito fino alla morte, egli condusse apportando qualche modifica ai disegni originari ed elevando accanto all'abside uno strano campanile a forma di faro. Nel 1833 il P. lavorava anche al restauro del Palazzo Lateranense e quindi progettava e costruiva i due prospetti di intonazione classicheggiante alle testate dei Borghi, verso Castel S. Angelo, che sono stati demoliti nelle moderne sistemazioni della zona. Nominato accademico di S. Luca e dei Virtuosi al Pantheon, considerato il corifeo del purismo (v.) architettonico romano, il P. veniva incaricato di dirigere vari lavori nella basilica di S. Maria degli Angeli ad Assisi ed elevava a Roma ( $1854-58$ ) la colonna dedicata alla Immacolata Concezione che è in Piazza di Spagna. Fuori Roma intanto costruiva i teatri di Fano (1845-63), di Terni (1849) e di Rimini (1857). Costruzione, quest'ultima, specie nell'interno, purtroppo danneggiatissimo nella seconda guerra mondiale, indubbiamente solenne e grandiosa. Altre sue costruzioni sono il Collegio Scozzese in Via Quattro Fontane a Roma, la chiesa di S. Filippo a Nocera Umbra e la ricostruita basilica di S. Venanzio a Camerino. Nel quale ultimo edificio usò forme imitate dal gotico borgognone.

Tipico esponente del purismo architettonico nell'usare forme sintattiche vignolesche per esprimere concetti nuovi il P., avanzando negli anni, inclinò a certo

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eclettismo di intonazione romantica di cui è riprova il S. Filippo di Nocera Umbra in forme neo-gotiche e lo stesso Collegio Canadese di impronta quattrocentesca.

Bibl.: B. Magni, Storia dell'arte, III, Roma 1902, p. 686; E. Lavagnino, La basilica di S. Paolo, ivi 1925; N. Tarchiani, L'architzi, ital. dell' 200 , Firenze 1937, p. 17. Emilio Levagnino

POLIANDER (Graumann) Johann. - Riformatare luterano, n. a Neustadt sul Meno nel 1487, m. a Königsberg nel 1541. Studiò a Lipsia e vi divenne rettore della scuola di S. Tommaso e durante la disputa di Lipsia tra Lutero ed Eck (1519) fu amanuense di quest'ultimo. Frequentò l'Università di Wittenberga dove aderì alle idee di Lutero, che cautamente diffuse come predicatore del duomo a Würzburg nel 1522 -24.

Costretto ad abbandonare l'ufficio, dopo un breve soggiorno a Norimberga come cappellano di un monastero di Clarisse, fu chiamato dal duca Alberto di Prussia a Königsberg. La Prussia divenne così il campo d'azione della sua intensa attività di riformatore che esplod con la predicazione e l'insegnamento (commenti al Vecchio e al Nuovo Testamento) scrivendo inni religiosi, divenuti popolari nella Chiesa luterana. Curò, con altri, la prima raccolta di inni religiosi pubblicata a Königsberg, promosse tanto il nuovo ordinamento della chiesa (visitazioni dal 1531), quanto il riordinamento delle scuole (1530). Fedele a Lutero, combatté le tendenze settorie, contribuendo in modo decisivo a reprimere in Prussia i seguaci del mistico Schwenckfeld (v.).
Bibl.: A. Seider, s. v. in LThK, VIII, coll. 350-51. Mario Bendiscioli
POLIANDRIA. - Dal greco $\pi \alpha \lambda \delta \varsigma=$ molto e $\dot{\alpha} v \hat{\rho} \rho=$ uomo, è la convivenza matrimoniale simultanea di una donna con più uomini.
I. Teologia morale e diritto canonico. - La p. si oppone direttamente : 1) al precetto divino-positivo, promulgato all'inizio stesso dell'umanità (Gen. 2, 23) e solennemente confermato da Gesù Cristo (Mt. 19, 4-6). Donde si deduce che se è vero che la volontà umana condiziona il costituirsi di una nuova famiglia, non può affatto condizionarne l'intima struttura e le finalità, che hanno un'origine divina; 2) al diritto naturale primario, in quanto si oppone al fine primario del matrimonio, che è la procreazione (la donna in questa condizione diventa generalmente infeconda) e di conseguenza alla educazione dei figli (di quelli che nascessero rimarrebbe incerta la paternità e quindi più difficile il provvedere alla loro formazione). Inoltre se la p. fosse legittima si finirebbe [facilmente col non riconoscere più la prole quale fine primario del matrimonio e non considerare più l'istituto matrimoniale a servizio della vita, ma solo a servizio di esperienze senza oneri personali, né responsabilità sociali; 3) la p. si oppone anche al diritto naturale in quanto nuove si fini secondari del matrimonio, che sono il mutuo aiuto e perfezionamento dei coniugi, il sedamento della concupiscenza, la pace e l'armonia della famiglia. Non è cosa naturale che il padre ignori il proprio figlio e il figlio il proprio padre; né, causa la gelosia e la passione radicate nella natura umana, si può supporre possibile di impedire il fruttificare dei germi della discordia e del disordine, che possono sfociare anche nel delitto. Perciò la Chiesa ha sempre affermato quale una delle proprietà essenziali del vincolo coniugale l'unità e ha condannato la poligamia sotto ogni forma di p. e di poligenia (cf. Cfr., can. 1013 § 2, con le fonti ivi citate) e comminato ai bigami, i quali, nonostante il perdurare del vincolo coniugale già contratto, attentassero un nuovo matrimonio anche solocivile, la pena dell'infamia, che in certi casi può salire alla scomunica e all'interdetto personale (can. 2356).

Bibl..: oltre a tutti i trattatisti De matrimonio in teologia morale e diritto canonico, cf.: J. Hoverd, Die monogame Ehe im Lichte der Moralstatistik, in Arch. für Kirchenrecht, 92 (1912), p. 536 sgg.; V. Cathrein, Filosofia morale, II, vers. it., $2^{\circ}$ ed., Firenze 1920, pp. 441-45; E. Westermarck, History of human marriage, $5^{\circ}$ ed., 3 voll., Londra 1924, vers. fr. Parigi 1934-35. Vincenzo Fagiolo
II. Etnologia. - La p. è stata considerata dagli etnologi evoluzionisti, come dal Mc Lennan, uno degli stadi dell'evoluzione del matrimonio e della famiglia umana; altri, come il Corso, l'hanno ritenuta una derivazione del matrimonio collettivo o di gruppo. Per comprendere la p. nel suo vero significato e darne una giusta spiegazione, è necessario esaminarne le forme e la diffusione nel mondo.

1. Forme della p. - Si deve distinguere la p. sporadica da quella che è sistematica, divenuta come la forma comune di matrimonio di un popolo, un'istituzione regolare. La p. sistematica è duplice : matriarcale e patriarcale. La p. matriarcale si presenta nel Tibet così : due o più giovani, dopo aver pagato una determinata somma di denaro, divengono mariti della stessa donna ed abitone nella sua casa. I figli appartengono alla moglie. Quando però uno dei mariti vuole avere la donna comune solo per sé, allora i figli sono divisi fra tutti i mariti. Questi, lasciando la moglie comune e uscendo dalla casa, ricevono quella somma di denaro che essi pagarono entrando nella casa della moglie. La situazione della donna non è rosea, perché i mariti, come osservò il Bonvolot, che constatò questa forma di p. durante il suo viaggio di esplorazione nel Tibet insieme al principe di Orléans, la fanno lavorare a più non posso e ne tirano il maggior profitto possibile.
2. La p. patriarcale è la p. fraterna, in cui è il fratello maggiore che sposa l'unica donna per sé e per i suoi fratelli. Infatti, nello sposalizio, ad es., presso i Tibetani, è il fratello maggiore che compie tutte le cerimonie nuziali. Il matrimonio è provvisorio e non diviene stabile se non dopo avere avuto il primo figlio. Infatti, dopo le feste nuziali, e al massimo dopo una ventina di giorni, la sposa torna alla sua casa e visita il marito solo per alcuni giorni durante certe feste dell'anno. Constatata in seguito la sua gravidanza, si fa nuovamente festa, venendo la sposa a risiedere stabilmente nella casa dei mariti e portando la sua dote. Lo sposo legale, come rileva il p. Desideri, missionario gesuita che fu a Lhasa dal 1712 al 1727 , è ritenuto il fratello maggiore, ma la sposa è riconosciuta, ed essa stessa si ritiene, sposa legittima di tutti i fratelli dello sposo. I figli e le figlie sono chiamati figli e figlie dello sposo e nipoti dei suoi fratelli conmariti, benché alcuni di loro, osservava lo stesso missionario, non siano certamente figli e figlie del medesimo. Esiste il diritto del maggiorasco e l'esogamia per tutte le generazioni di conseguinei.

Presso i Toda (sono oggi in grande crisi di natalità, secondo informazioni del missionario gesuita spagnolo p. H. Heras, che li ha visitati) vige questo uso caratteristico : riconoscono come padre legale, in ogni affare sociale o legale, solo colui che ha consegnato un arco e una freccia alla donna durante il settimo mese della sua gravidanza. Se i conmariti sono fratelli, questa cerimonia è compiuta dal più anziano, benché anche gli altri fratelli siano ritenuti come padri. Se i conmariti non sono fratelli, ma parenti più remoti, allora colui che ha consegnato l'arco e la freccia è ritenuto padre non solo di un figlio, ma anche di tutti gli altri figli della medesima donna, finché un altro conmarito non compia la stessa cerimonia. Ciò vale anche quando colui che compi la cerimonia è morto già da lungo tempo, purché nessun altro dopo di lui l'abbia compiuta con la stessa donna. Ai tempi feudali dell'antica Cina l'Imperatore osservava un rito simile, dopo il sacrificio primaverile alla Kao Mei, dea protettrice dei matrimoni e delle nascite, con ogni donna incinta del suo harem.
2. Diffusione della p. - Seguono la p. le tribù tibetobirmane del Buthia nel Nepal. Si pratica nel Kascemir, nell'India anteriore (i Toda dei Monti Nilgiri, i Kurumba, i Munduvar, i Naiar, specialmente presso i Dravida, ma anche presso i Munda), nell'Arabia meridionale (il matrimonio Mot'a) e presso alcune tribù cismite, i Bahima o Bancayole dell'Uganda. Esiste anche nella provincia cinese del Fukien, in due distretti. Esisté presso i Jephthaliti (detti anche Hoa e Hunni Bianchi) prima

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ritenuti 'Turchi, ora Mongoli e originari della Mongolia che, dopo l'invasione della Persia, ebbero i centri principali di Bamiyan e Badahishan; presso i Tocari, popolo indo-curopeo dell'Asia centrale, e nel Zabulistan; fu supposta presso i Casaki al nord-ovest della regione dell'Ili e presso i Bolor ad occidente di Yarcand. Sporadicamente è stata constatata nello Shonsi (Cina), tra gl'In diani dell'America (Orenoco), nelle regioni artiche (Aleuti) e presso alcuni popoli dell'Oceania (Neozelandesi).
3. Spiegazione della p. - La p., data la sua diffusione ristretta, non può essere considerata come uno stadio evolutivo, per cui sono passati tutti i popoli del mondo come hanno ritenuto gli evoluzionisti. Anche il Frazer, in un secondo tempo, dovette riconoscere che la p. è rara ed eccezionale, adducendone anche una ragione biologica, cioè che la p. potrebbe esistere allo stato permanente solo nel caso che esistesse una preponderanza numerica degli uomini sulle donne, ciò che invece non si verifica in alcun popolo del mondo.

Come è stata spiegata la p.? Secondo l'Eberhard, la p. è originariamente in connessione con il matriarcato. Ciò è vero. Ma la p. non è provenuta dal matriarcato in sé, come ha giustamente osservato il p. Schmidt, ma piuttosto dall'incrocio di popoli spiccatamente matriarcali con popoli strettamente patriarcali aventi il diritto di maggiorasco. Difatti, cosi è avvenuto nell'India meridionale, ad es., presso i Naiar, che hanno adottata poi la p. Questi erano matriarcali, quando furono soggiogati dai Bramini Nambutiri, emigrati dal nord dell'India, che erano patriarcali con diritto di maggiorasco. I Nambutiri adottarono prima la p. successiva, poi quella simultanea e fraterna, infine quella libera o non fraterna. Presso di essi, volendosi conservare unito il patrimonio familiare, si sposava solo il fratello maggiore con una o più bramane, con cui era impossibile la p. fraterna e di fatto era anche severamente proibita. I fratelli minori, rimanendo nella casa del fratello maggiore, fecero con le donne Naiar ciò che non potevano fare con le donne del proprio popolo, cioè imposere ad esse di darsi a loro, concludendo cosi con esse unioni libere, che potevano sciogliersi ad ogni momento. La donna si diede allora ad un altro uomo e si ebbe prima una p. successiva e poi quella simultanea. Da questa si passò a quella libera, quando in seguito ogni fratello minore dei Nambutiri prese successivamente diverse donne Naiar, che ebbero cosi relazioni con fratelli di parecchie famiglie, per cui si ebbe la p. non fraterna o libera. Questa poi fu adottata anche dai Naiar. La p. del Tibet, paese classico della p., è stata spiegata dagli autori (P. Desideri, P. Della Penna, Williams, Grenard) con ragioni molto diverse : per la povertà del suolo o per l'insufficiente numero delle donne rispetto agli uomini nella proporzione di sette donne a otto uomini; o per il diritto del maggiorasco, per l'unità della linea genealogica che non ammette la linea collaterale e per l'indivisione del patrimonio familiare. Tutte queste ragioni sono insufficienti a spiegare la p. tibetana, senza ammettere, come per l'India, l'incrocio di una cultura patriarcale con una matriarcale, delle quali ancora oggi esistono residui nel Tibet, quantunque il processo può essere stato differente. La stessa spiegazione etnologica può valere per la p. presso gli altri popoli, mentre se ne richiedono delle particolari per la p. sporadica.

Da quanto si è detto è chiaro che la p. è un fenomeno relativamente recente, essendo le culture, da cui proviene, culture etnologicamente non arcaiche ma primarie, quindi si ha un'altra ragione per dire che la p. non può essere considerata come uno stadio generale o la base dell'evoluzione del matrimonio umano.

BibL.: H. Bonvalot, Le Tibet inconnu, Parigi 1892, p. 354 sgg.; W. H. R. Rivers, The Today, Londra 1906; Soulif-Tchang, Les barbares soumis du Tounon, in Bull. de l'Ecole franc. E. O., Hanoi 1908, p. 380; Ananta Krishna Iyer, The Cochin tribes and castes, Madras 1909, p. 47; E. Thurston, Castes and tribes of southern India, 7 voll., Madras 1909-10; S. R. Kawaguchi, Three years in Tibet, Londra-Madras 1909, p. 353; I. Desideri, An account of Tibet, Travel of I.D.S.T. (1711-14), a cura di Filippo de Filippi, Londra 1932, pp. 192 sgg.; L. Vannicelli, La famiglia cinese, Studio etno., Milano 1943, pp. 161-68. Luigi Vannicelli

POLIANDRO. - Dal greco $\pi \alpha \lambda \dot{\alpha} \varsigma=$ molto e $\dot{\alpha} v \dot{\alpha} \rho=$ uomo, è un termine adoperato dal p. G. Marchi per indicare un sepolcro contenente più corpi umani (Monomenti delle arti cristiane primitive, Roma 1844, p. 118).

Prudenzio narra di aver veduto nei cimiteri cristiani di Roma sepolcri chiusi da marmi su cui non erano incisi i nomi, ma solo un numero, e di avere appreso che in un luogo sotto la stessa pietra erano sepolte le reliquie di sessanta martiri, dei quali solo Cristo conosce i nomi ( $P e$ ristephanon, XI, 9-16). Forse si tratta del sepolcro dei sessantadue martiri deposti sulla Via Salaria e ai quali Damaso dedicò un carme (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 184-86). Gli itinerari dei pellegrini del vii sec. ricordano sepolcri di 30 , $40,80,260,365$ e 800 martiri, le cui cifre possono essere state esagerate dai mansionari o dalle guide che accompagnavano ai santuari. Nei cimiteri sotterranei si trovano sepolcri per più persone, che talvolta furono impiegati per veri ossari, come si verifica, ad es., nei cimiteri inter duas lauras, di Ponziano e di Pretestato, e soprattutto nel grande ossario sotto la cripta dei Papi e la cappella di S. Cecilia in Callisto; ivi, per riadoperare i loculi in prossimità dei detti due santuari, gli scheletri tolti dai sepolcri primitivi furono disposti in più strati, separati tra loro da terra, fino a raggiungere un'altezza di ca. 4 metri. G. Marangoni attesta di aver veduto in un cimitero più corpi dentro singoli sepolcri (Acta s. Victoriol, Roma 1740, p. 114). Anche i sepolcri a pozzo in Commodilla possono considerarsi veri p .

Bibl.: G. Wilpert, La cripta dei Papi e la cappella di S. Ce. cilia, Roma 1910, pp. 40, 76-80; R Bagatti, Il cimitero di Commo. dilla, Città del Vaticano 1936, pp. 33 sgg.

Enrico Iosi
POLICARPO, santo. - Discepolo dell'apostolo s. Giovanni (Eusebio, Hist. eccl., V, 20, 5 sg.) e da lui ordinato vescovo di Smirne (Tertulliano, De praescr., 32, 2), venne verso il 155 a Roma per discutere con papa Aniceto la questione quartodecimana, senza però raggiungere un accordo. Durante il suo soggiorno romano converti aderenti delle sètte di Marcione e di Valentino. Non si sa se il suo incontro con Marcione, da lui qualificato come "primogenito di Satana" (Ireneo, Haer., 3, 3, 4), avvenne a Roma o ad Efeso. Morì martire l'anno seguente (156).

Secondo Ireneo (presso Eusebio, op. cit., V, 20, 8) scrisse parecchie lettere a singole comunità e persone. Le Chiese che hanno ricevuto lettere si trovano in vicinanza di Smirne. P. vi godeva di una grande autorità [il Martirio di P. (16, 2] lo chiama: "uomo apostolico e profetico") il che spiega una tale attività in Asia Minore. Sorprende però sotto questo aspetto che l'unica sua lettera conservata sia indirizzata a una Chiesa fuori dell'Asia e che questa epistola si sia conservata male, in quanto il testo greco di questa lettera ai Filippesi esiste nei codici greci solo in parte (c. 1-9, 2), mentre la traduzione latina l'ha conservata interamente (v. Alb. Siegmund, Die Uberlieferung der griechischen christlichen Literatur in der lateinischen Kirche, Monaco 1909, p. 130). Non si può mettere in dubbio l'autenticità di questa epistola, dato che è stata menzionata già da Ireneo, Haer., 30, 3, 4 e che Eusebio, op. cit., III, 36, 14-16 ne dà citazioni. Se però Girolamo, De vir. illustr., 17, dice che la lettera ai Filippesi era letta "usque hodie in conventu Asiae", la sua affermazione sorprende, perché ci si aspetterebbe piuttosto in un ambiente asiatico la lettura pubblica di lettere, indirizzate a Chiese dell'Asia Minore. Pare che la lettera ai Filippesi facesse parte di una collezione delle epistole ignaziane e un tale collegamento è anche suggerito dal fatto che l'epistola ai Filippesi si presenta nel c. 13 come lettera d'accompagnamento all'invio di una collezione delle lettere di s. Ignazio ai Filippesi. Ma mentre in c. 13, 2 Ignazio è ancora in vita, in 9, i è presupposta la sua morte. Questa contraddizione ha suggerito ad Harrison l'ipotesi che l'odierna epistola sia la fusione di due lettere distinte di P. La fusione deve essere peró antica, perché Eusebio conosce sia c. 9, sia c. 13. Generalmente

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si dice che nella lettera di P. si rivela la conoscenza della I epistola di Clemente, ma questa affermazione non è sicura, perché la coincidenza fra P. e I Clem. si potrebbe spiegare anche con l'ipotesi che i due scrittori dipendano da tradizioni anteriori comuni, specialmente nella parte morale. Una tale ipotesi farebbe comprensibile anche l'uso di frasi giudaiche (primogenito di Satana: 7, 1; debitore del peccato: 6, 1; cf. Enoch, 6, 3) presso P. E forse ingiusto paragonare stile e contenuto presso P. con Ignazio a svantaggio del primo (p. es., ed. Nordon, Die antike Kunstprosa, II, Lipsia 1898, p. 512), perché - concessa la più grande originalità di Ignazio - lo stile letterario è condizionato anche dal diverso genere letterario.

Bibs.: l'ed. del testo nelle edizioni dei Padri ecclesiastici con i relativi commentari. Frammenti probabilmente apocrifi nella ed. Funk-Dickamp, II, Tubinga 1913, p. 397 sg.; v. anche P. N. Harrison, Polycarp's two epistles to the Philippians, Cambridge 1936; G. Graf, Geschichte der christlich-arabischen Literatur, I (Studc e testi, 118), Città del Vaticano 1944, p. 302.

Il martirio di P. - Una delle più famose e più antiche tra le Passioni dei martiri. Scritta sotto la forma di una lettera cattolica (enciclica) della comunità di Smirne, poco dopo la morte di P. (data imprecisa ca. 156; 177 invece secondo H. Grégoire-P. Orgels, La véritable date du martyre de Polycarpe (23 février 177) etle "corpus Polycarpianum", in Anal. Bol$\operatorname{land} ., 69$ [1951], pp. 1-38). Caratteristico per il Martirio di P. il tentativo di rilevare la rassomiglianza della passione di P. con quella di Gesù. Sorprendenti sono le molte coincidenze stilistiche con il IV libro dei Maccabei. Importante la preghiera di P. con i suoi accenni liturgici.

Si devono supporre diverse recensioni del testo. Un certo Pionio (non il martire dello stesso nome) aveva inserito il Martirio in un Corpus Polycarpianum, in cui al Martirio era aggiunta una vita di P., quest'ultima del resto senza valore storico. Inoltre Pionio aveva forse pubblicato una nuova recensione del Martirio. Eusebio aveva inserito il Martirio di P. nella sua collezione dei più antichi martiri. Nella sua Hist. eccl., IV, 15 dà un estratto dal Martirio di P. che rivela una recensione differente dal testo dei manoscritti.

Bibs.: testo nelle edd. dei Padri apostolici, v. specialmente l'ed. di J. R. Lightfoot. Sulla forma della lettera enciclica del Martirio di P., v. E. Peterson, Das Praescriptum des I. ClemensBriebs, in Pro regno, pro sanctuario (Miscellanea G. van der Leeuw), Nigherk 1950, p. 351 sg. Sull'idea dell'imitazione, cf. H. v. Campenhausen, Die Idee des Martyriums in der alten Kirche, Gottinga 1936, p. 82 sg. Sulle coincidenze con il IV libro dei Maccabei, v. O. Perler, in Rivista di archeol. crist., 25 (1949), p. 22 sg. Sull'esco liturgica nella preghiera di P., v. J. A. Robinson, in Journal of theological studies, 21 (1920), p. 97 sgg; 24 (1923), p. 141 sg. e R. H. Connolly, ibid., p. 144 sg. Sulle due edd. di Pionio, v. H. Delehaye, Les passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, p. 37 sg. Sulla collezione dei più antichi Martiri di Eusebio e l'appartenenza del Martirio di P. a questa raccolta perduta, v. A. Ehrhard, Überlieferung und Bestand der hagiographischen und homiletischen Literatur der griechischen Kirche, I (Studien u. Texte, 50, 1), Lipsia 1936, p. 1 sg.

Erik Peterson
POLICASTRO, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Salerno; ha una superficie di 1200 kmq . con una popolazione di 70.000 ab . tutti cattolici, distribuiti in 41 parrocchie servite da 70 sacerdoti diocesani e 15 regolari; ha un seminario, 4 comunità religiose maschili e 23 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 321). E suffraganea di Salerno; la Cattedrale è dedicata alla B.M.V. Assunta.

Storia. - Si ritiene che P. abbia ereditato la sede episcopale dall'antica Bussento (Buxentum), distrutta dalle invasioni e dalle scorrerie saracene; solo alcuni preferiscono identificare l'antica Buxentum con Pisciotta nella Valle di Novi. Il primo presule noto di Buxentum è Rustico, presente al Concilio romano del 501; quindi un N., per la cui morte (592) Gregorio Magno scrive a Felice, vescovo d'Acropoli, di visitare Bussento insieme a Velia e Blanda, per rimettervi un po' d'ordine,
ristabilirvi il culto e provvedere ai vuoti del clero con nuove ordinazioni (Jaffé-Wattenbach, 1195). La preoccupazione che traspare dalla lettera è indice di una situazione grave, cui forse non erano estranee incursioni e razzie di ogni specie, tanto frequenti in quel periodo. Il secondo vescovo conosciuto è Sabbazio, che si sottoscrive "episcopus buxentinus" nel 649 al Concilio Lateranense. Dopo questo presule il nome di Buxentum scompare dalla storia.

Con la conquista bizantina, il rito greco dovette introdursi tra le popolazioni di questa regione, come attestano le comunità greche di Rivello e le collegate di S. Maria del Poggio e di S. Nicolò, appartenenti alla diocesi. La nascita e lo sviluppo di P. dovettero avvenire dopo il Mille. Sin dalla sua origine, essa fu roccaforte del rito latino e cercò con ogni mezzo di sovrapporsi all'altro. La nomina di Pietro Pappacarboni al vescovato di P. nel 1079 vuol essere insieme continuità e reintegrazione della dignità bussentina e segna l'inizio della serie dei presuli della città. La vita e le virtù di questo primo vescovo, patrizio salernitano, che nello stesso anno abbandonò la sede per ritirarsi nel suo cenubio di Cava, furono tanto singolari da innalzarlo agli onori degli altari. Il successore, Arnaldo, noto da un documento del 1110, non ha lasciato altra memoria di sé, allo stesso modo di tutti gli altri presuli, fino a quel N., arciprete di Sa ponaria de' Maroi, per la sua elezione; nominato dal Capitolo e confermato nel 1211 dal papa Innocenzo III, egli sostituiva, in seguito all'annullamento papale della nomina, Giacomo, medico di Federico II. Altra elezione contrastata si ebbe alla morte di Guglielmo de Licio, eletto nel 1222, quando l'arciprete scelto dal Capitolo si vide sostituito da N., imposto nel 1237 da Gregorio IX. Con Giovanni Castellomata di Salerno si apre la serie continua dei vescovi senza ulteriori contrasti, essendo lui stesso confermato nel 1254 da Innocenzo IV. Dei successori si ricordano: Pagano, ricordato in due documenti angioini del 1294; Gabriele Attilio, latinista esperto, poeta e precettore del re Ferdinando di Napoli (1471); Girolamo Almensa (1485), domenicano di Napoli, creato ambasciatore del Regno presso Alessandro VI; Filippo Spinelli (1603-1605), patrizio napoletano, già nunzio a Vienna presso l'imperatore Rodolfo II, creato cardinale quando era ancora vescovo di P.; Filippo Giacobi di Messina (1652), restauratore dell'episcopio, e Vincenzo de Sylva, domenicano (1671), che difese strenuamente i possessi di Torre Orszia contro Fabrizio Carafa e gli lanciò perfino l'interdetto, revocato dal successore Tommaso de Rosa (1679), benemerito restauratore della Cattedrale.

Monumenti. - L'unico di rilievo è la Cattedrale, costruita nel 1177, ma rifatta in gran parte alla fine del sec. 2011, che non presenta alcun interesse. Da segnalare, nella diocesi, le due chiese antiche di S. Maria Greca e S. Maria dei Martiri a Roccagloriosa e la parrocchiale di Maratea superiore con la cappella di S. Biagio, contenente reliquie del Santo omonimo e un ciborio del 1518.

Bibs.: Ughelli, VII, pp. 542-60; Moroni, LIV, pp. 26-29; P. B. Gams, Series episcop., Ratisbona 1872, pp. 912-13; Eubel, I, 404; II, 217-18; III, 277; P. Gastani, L'antica Bussento, oggi P. Bussentino e la sua prima sede episc., in Gli studi d'Italia, V, Roma 1882, p. 29; Lanzoni, I, p. 323; O. Pasanisi, I Capitoli di Torre Orszia concessi dal vescovo di P., in Arch. stor. per la prov. di Salerno, 3 (1935), pp. 32-52.

Pasquale Testini
POLICRATE di Efeso. - Difese in una lettera di risposta a papa Vittore (189-99) e alla Chiesa romana la tradizione quartodecimana della Chiesa in Asia Minore. La difesa si basa sul fatto che l'osservanza asiatica è testimoniata da apostoli (Filippo, Giovanni), vescovi-martiri e carismatici (le figlievergini di Filippo e l' "eunuco" Melitone). All'elenco di questi dieci testi si aggiunge la menzione delle loro tombe.

Si può supporre che Roma avesse chiesto, in forma giuridica, un certo numero di testimoni per la veracità della tradizione apostolica in Asia Minore e un numero elevato di aderenti fra i vescovi. E chiaro che Vittore nella

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sua lettera precedente aveva parlato in rapporto con la tradizione romana delle tombe degli Apostoli a Roma. Sorprende nella risposta di P. il ripetuto accenno alla seconda venuta di Cristo. Forse si nasconde dietro questa formulazione una velata minaccia, cioè che le persone da lui indicate saranno nell'ultimo Giudizio testimoni a carico contro i rappresentanti della tradizione avversaria. Cosi si spiegherebbe l'inasprimento della discussione in seguito. Interessante inoltre è nella epistola di P. la sua affermazione che, oltre a lui, altri sette membri della sua famiglia avevano appartenuto all'episcopato ed osservato l'uso asiatico.

BibL.: gli estratti della lettera di P. in Eusebio, Hist. eccl., V, 24, 2-8. Sulla menzione delle tombe apostoliche nella lettera di Vittore, v. H. Dieckmann, in Zeitschrift für hath. Theol., 45 (1921), p. 627; A. Harnack, Ecclesia Petri propinqua, in Sitzungsber. d. Berliner Akademie, 1927, p. 141. La menzione delle tombe stava nel servizio della procedura giuridica. Il possesso dell'oggetto garantisce l'autenticità della tradizione, contro W. Köhler, Omnis Ecclesia Petri propinqua, Heidelberg 1908, passim.

Erik Peterson
POLICRONIO. - Vescovo di Apamea in Siria, m. ca. il 430 . Era fratello di Teodoro di Mopsuestia e da Teodoreto, che nel ricordo di P. appunto termina la sua Storia ecclesiastica (PG 82, 1277 B), viene lodato quale "ottimo pastore, chiaro per la grazia del dire e l'esemplarità della vita".

Altre notizie non restano di lui che dai suoi medesimi scritti, giunti a noi a frammenti in catene esegetiche, estratti da commenti a Giobbe e ai profeti Geremia, Ezechiola e Doniole. In essi P. gareggia con gli altri interpreti della scuola antiochena nell'aderenza al senso letterale e alla ragione storica, ma supera tutti nella conoscenza delle lingue e delle antichità ebraiche. Di temperamento più calmo e di giudizio ponderato, si guardò dalle intemperanze del fratello maggiore. Anche nel dogma i resti dei suoi scritti a noi giunti, e non tutti ancora pubblicati, non dànno appiglio ad alcuna censura.

BinL.: frammenti In lob nelle catene edite da P. Junius. Londra 1637, donde in PG 93, 13-468, e P. Comitolus, Venezia 1587 (latino solo); su Ezechiele in A. Mai, Nova PP. Bibl., VII, II, Roma 1827, pp. 92-127 e Script. teter. nova coll., I, II, ivi 1825, pp. 105-60, donde in PG 162 (volume di supplemento, rarissimo); per Geremia cf. M. Vauthaber, Prophetoulutenen, Friburgo in Br. 1880, p. 125; L. Dieu, s. v. in Rev. d'hist. eccl., 14 (1913), pp. 685-701; in genere O. Bardenhewer, Polychronius, Friburgo in Br. 1879.

Alberto Vaccari
POLIDORO da Caravaggio. - Pittore, n. ca. il 1500 a Caravaggio, m. a Messina (ucciso da un garzone, a scopo di rapina) nel 1543. Il Lomazzo ha tramandato il suo cognome: Caldara.

Con Maturino fiorentino esegui numerosi fregi monocromi in affresco, ad imitazione dei bassorilievi antichi, che decoravano i palazzi romani; ma non resistettero agli agenti atmosferici; rimangono tuttavia i * fregi con la storia di Ninbe e in Via della Maschera d'Oro, e la decorazione del Palazzo Ricci Parracciani in Via Giulia. Restano inoltre numerosi disegni di P. da C., in varie raccolte, e numerose incisioni tratte dai suoi graffiti o monocromi eseguiti con Maturino.

Inoltre a P. da C. e Maturino spettano i primi esempi di paesaggio classico, tramite un gusto pittoresco che risale alle esperienze pittoriche ellenistiche, negli affreschi (non più monocromi) della Cappella di Fra' Mariano, in S. Silvestro al Quirinale. A Messina fece per l'Ansalone, console di Spagna, una Audata al Calvario, ora nella Pinacoteca di Napoli, ove la tradizione raffaellesca appare interpretata attraverso impressioni fiamminghe.

BinL.: G. Vasari, Le vete, V, Firenze 1889, p. 141 sg.; G. Grilli, Le pitture a graffito di P. e Maturino nelle facciate delle chiese di Roma, in Rom. d'arte, 5 (1905), p. 97; K. Cassirer, Zeichnungen P. da C. d. Berliner Museum, in 7ohrb. der preuss. Kunstsamml., 41 (1920), p. 344 sgg.; G. S., Caldara, in ThiemeBecker, V, pp. 337-80 (con ampia bibl.); Venturi, IX, II, p. 424 sgg.; A. E. Papham e J. Wilde, Italian drawings at Windsor Castle, Londra 1949, p. 294 seg.

Luigi Grassi
POLIEMLRIONIA: v. ANIMAZIONE; REGOLAZIONE.
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(fot. Alinari)
Polidoro da Caravaggio - Cristo cade sotto la Croce - Napoli, Pinacoteca.

POLIEUTO, santo, martire. - Sul suo sepolcro, a Melitene in Armenia, esisteva già una chiesa alla fine del sec. Iv, ed un'altra gli fu dedicata a Costantinopoli nel sec. v.

I Greci lo festeggiano il 9 genn., mentre nel Martirologio geronimiano è commemorato il giorno 7 e nel romano il 13 febbr. Sembra che sia perito sotto Decio. La Passio, probabilmente del sec. v, è il rimaneggiamento di u