hiesa alla fine del sec. Iv, ed un'altra gli fu dedicata a Costantinopoli nel sec. v.
I Greci lo festeggiano il 9 genn., mentre nel Martirologio geronimiano è commemorato il giorno 7 e nel romano il 13 febbr. Sembra che sia perito sotto Decio. La Passio, probabilmente del sec. v, è il rimaneggiamento di un'omilia più antica, ma è infarcita di elementi leggendari.
BinL.: S. Gregorio di Tours. De gloria martyrum, 103; Tillemont, III, pp. 424-27; Acta SS. Februarii, II, Parigi 1864, pp. 650-55; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, pp. 180, 210, 392; Martyr. Hieronymianum, p. 30; Martyr. Romanum, p. 61. Agostino Amore
POLIFONIA. - Dal greco mó̀ $\lambda \varepsilon=$ molto e quvì $=$ suono, voce, è la musica basata sull'associazione simultanea di due o più parti aventi o no relazione tematica. Il grande tronco della p. si divide in due rigogliosi rami : p. vocale e p. strumentale, che a loro volta si suddividono entrambe in sacra e profana. Con altro criterio nella musica polifonica possono distinguersi lo stile detto imitativo, basato cioè sulla reciproca imitazione delle parti (imitazione tematica - " canonica " quando è prolungata), lo stile omofono, in cui prevale la verticalità, e lo stile libero, più adatto al contrappunto strumentale.
I. Origini. - Dal sec. ix al xiri sorgono le forme dell'ars antigua. Il filosofo irlandese Scoto Eriugena, Ubaldo di St-Amand, Reginone di Prúm sono i più antichi teorici alle soglie della p., prima di Guido d'Arezzo. E in seno alla cultura ecclesiastica che furono escogitate le forme iniziali della nuova èra musicale. Esse sono: l'orgasum (al canto dato, gregoriano, è aggiunta una parte in moto obliquo o in moto retto); il discanto (che inaugura il moto contrario; la sua enunciazione storica si trova nel trattato Quiconques vent deschantes, del sec. xili); il falso bordone (serie di $3^{\circ} \mathrm{e} 6^{\circ}$ : originata, pare, dal gymel inglese o cantus gemellus). Ma fin qui si restava
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nel campo della nota contro nota. Il mensuralismo non tardò a introdurre le figure proporzionali, maxima, longa, brevii, ecc., provocando la caduta dei vecchi 6 modi ritmici (serie costanti di giambi, trochei, dattili, ecc.) e permettendo l'evoluzione della p. propriamente detta. Tutto ciò confiai nella più elaborata delle antiche forme polifoniche, ossia nel mottetto, che riuniva non solo ritmi diversi ma perfino testi diversi : tanti testi quante voci. Altre forme primitive della p. furono il conductus (con il tenor di libera invenzione desunto dal canto gregoriano), le clausole (composizioni basate sull'incipit del graduali o di altre melodie liturgiche), la copula (con parti melismatiche), il rondellus (con reciproci rivolti delle varie parti). Siccome però tutto questo aveva ingererato inconvenienti per l'arte sacra, la Chiesa insorse a tutela di quest'ultima. La bolla Docta sanctarum di Giovanni XXII [Avignone 1324], senza bandire la p., deplora ed esclude dalla musica della Messa e delle Ore i ritmi accentuati e costanti, le spezzature singhiozzanti (hoquets), i testi doppi e profani, la corruzione delle melodie sfigurate da andamenti rapidi e talora perfino commentate da gesti dei cantori. L'antica p., secondo gli specialisti, era probabilmente solistica. La scuola di Notre-Dame di Parigi avrebbe adottato per prima la misura ternaria.
II. Rinnovamento. - Pur distruggendo il ritmo gregoriano, l'antica p. aveva intensificato ed estrinsecato il sentimento del testo. Un vigoroso impulso rinnovatore le venne, nel sec. xiv, dalle forme di musica su testi versificati in volgare, quali il madrigale, la ballata, la «caccia». Il madrigale ha due motivi melodici, uno per le strofe, l'altro per il ritornello. La ballata è, musicalmente, ternaria (schema a-b-a). Nella "caccia", due delle tre voci si rincorrono in canone. Nell'Ars nova italiana prevalgono le consonanze nei suoni lunghi, la snellezza dei ritmi, la freschezza dell'invenzione melodica; spesso la misura è binaria; crescono le figurazioni rapide, vivissimo è il senso descrittivo e gli strumenti (salterio, viola, organo portatile, ecc.) vi sono associati con grazia. Oberardello da Firenze, Giovanni da Cascia, Casella, ricordato da Dante, ed altri, illustrano l'Ars nova italiana; Guillaume de Machault è massimo esponente di quella francese. Questa elabora le forme del virelai e della ballada natée che ha la $1^{a}$ strofa divisa nell'ouvert e nel clos (Machault introdusse un contratexor strumentale in aggiunta al tenor, strumentale anch'esso).
III. Maturità. - Le Fiandre (Olanda, Belgio, Francia del Nord) possedevano nel sec. xv un fervore di cultura che risultava da secoli di scambi commerciali e che permise un grande sviluppo della musica. Da un lato le maitrises (una delle più illustri era quella di Cambrai), dall'altro le cappelle dei principi, fra cui emerse quella del duca di Borgogna, concorsero simultaneamente a favorire lo spiegamento dei mezzi tecnici e delle possibilità espressive giacenti nella p. Si è dato un giudizio errato sulla produzione di questi maestri, accusandola di cerebralismo e di tecnicismo arido; il giudizio dimostra semplicemente che queste musiche non sono state udite. Se alcuni casi giustificano l'accusa, come combinazioni di inversione e di retrogradazione canonica, solo per eccezione tali procedimenti furono adoperati a freddo, ed enorme è la maggioranza degli esempi in cui essi sono forme coscienti di un intenso sentimento religioso. Scaltriti a superare le più ardue difficoltà del contrappunto tematico, i Fiamminghi diedero alla p. una profondità ed una pieghevolezza ammirevoli. Un eccesso ne consegui, e non si può negarlo, riguardo ai testi che divenivano poco chiari per l'ascoltatore: e il Concilio di Trento se ne occupò. Si divide generalmente la p. fiamminga in periodi corrispondenti alle generazioni dei compositori più rappresentativi : $1^{a}$ generazione con Guillaume Dufay (1440 ?-74) e Gilles Binchois (m. nel 1460); $2^{a}$ con Antoine Busnois (m. nel 1492) e Jean Okeghem (1430 ?-95); $3^{a}$ con Jacob Obrecht (1450-1505) e Joaquin des Prés (1450-1521). La semplice lettura di questi autori (ai quali non pochi altri sarebbero da aggiungere) è feconda di gioie e si resta sorpresi non solo dalla fattura sapiente, ma anche dalla forza evocativa e dalla bellezza lineare. Come dichiarava il teorico M. de Menehou nel 1558, esigenza
fondamentale del contrappunto era il "far cantare le parti il più piacevolmente».
IV. Apogzo. - I valori della p. vocale furono sommati, con diversi atteggiamenti ideali e diverse preferenze espressive, ma con eguale invidiabile maestria e insuperato ardore di sentimento religioso, nell'opera di Andrea Gabrieli (1510 ?-86), di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 ?-94), di Orlando di Lasso (1532-94) e di Tommaso Luigi da Victoria (1540-1613). Si è cercato, per tendenza antitaliana, di negare al Palestrina il rango e l'importanza che la tradizione storica gli attribuiva. Ma chiunque si accosti con animo sereno e senza scopi polemici alla sua immensa produzione, non può non riconoscerglieli. Egli emerge con distanza regale nella "scuola romana", su Festa, Animucsia, i due Nanino, i due Anerio, Cifra, Allegri, Soriano, Giovannelli. Analogamente A. Gabrieli emerge su Willaert, su C. Porta, su G. Croce.
Dopo questi grandi maestri la p. vocale volse rapidamente al tramonto. Ma i sintomi di decadenza della p. (l'accordo di $4^{a}$ e $6^{a}$, il diminuito interesse tematico delle parti, il rilievo della voce superiore) sono anche i sintomi della nuova età, l'età tonale e monodica.
V. P. strumentale. - Una p. strumentale con esigenze tecnico-espressive proprie, benché derivate dalla p. vocale, appare da quando, nei paesi tedeschi, l'organo s'opirò alle melodie del corale per intreccarsi poi ad esso insieme con gli archi; e cioè fin dal primo quarto del Seicento. Le musiche organistiche di Scheidt, di G. Goffredo Walther, di Pachelbel, di Buctehude, le composizioni sacre con orchestra dello stesso Buicthude, di Able, Weckman, gli oratòri di Sebastiani e di Schütz sono le premesse di quella perfetta indipendenza contrappuntistica e flessibilità melodiosa delle parti strumentali, che trova la sua affermazione integrale e gloriosa nell'arte di G. S. Bach.
Bull.: C. De Sanctis, La p. nell'arte moderna, Roma 1886; F. Ludwig, Studien über die Gesch. der mehrstimm. Musik im Mittelalter, in Sammelbände der Internat. Musikgesellsch., 5 (1902), p. 29 sgg.; M. Haller, Trattato della compiuta, music. sacra, trad. it., Torino 1908, ispirato alla rinascita della polifonia palestriniana; P. Wagner, Über die Anfänge des mehrstimm. Gesanges, in Zeitschr. für Musikwissenschaft., 3 (1920), p. 322 sgg.; G. Vara, Genesi e prime forme della p., in Riv. music. ital., 33 (1926), p. 3 sgg.; M. Schneider, Gesch. der Mehrstimmigkeit, 2 voll., Berlino 1934-35. Edgardo Carducci Agustini
POLIGAMIA : v. POLIANDRIA; POLIGINIA.
POLIGENISMO. - Dal greco $\pi \tau \dot{\alpha} \dot{\alpha} \varsigma=$ molto e yévos $=$ origine, è l'ipotesi che fa derivare il genere umano attuale da più coppie iniziali, tanto se appartenenti ad un solo ceppo già umano (D. Rosa, G. Montandon, G. Colosi, P. Teilhard de Chardin) quanto a più ceppi già umani (H. Klaatsch, G. Sergi, G. L. Sera, J. Arldt). Nel primo caso avremmo il monofiletismo, nel secondo il polifiletismo.
Le coppie sarebbero apparse simultaneamente su tutta la terra (ologenesi) o sopra una zona circoscritta o "a nidiata" o "per stirpe" (Sergi) o "a cespuglio" (A. e J. Bouyssonie). Il p. si deve a Isacco de la Peyrère (1594-1676), marrano, calvinista e in ultimo cattolico, il quale, per conciliare i contrasti tra la cronologia biblica e le fonti letterarie dei Caldei, degli Egiziani ecc. e le esigenze dell'astronomia, astrologia ecc. e per spiegare le differenze delle razze umane, specialmente americane e australiane, elaborò con uno studio indefesso di zo anni la teoria dei preadamiti. Di recente è stato seguito, sebbene inconsapevolmente, da P. Lecomte du Noüy. Altri abbracciarono il p. per ragioni scientifiche : Desmoulina, Gerdy, Morton, Nört, Gliddon; tra i moderni, Klaatsch (1910), G. Sergi (1911), Sera (1918), gli ologenisti, Teilhard de Chardin; M. Calhoum per ragioni politiche. Altri, specialmente tra i cattolici, si sforzarono di conciliare il p. con i testi della S. Scrittura (J. Guitton, R. Buigelot, H. Rondet, Dubarle, A. e J. Bouyssonie, J. Bataini). Però lo maggioranza degli scienziati e degli scrittori cattolici è contraria al p.
Isacco de la Peyrère (Praeadamitae..., s. I. 1655 ; Systema theologicum ex Praeadamitarum hypothesi, parte I, s. I. 1655) fonda la sua teoria sulla S. Scrittura e riscontra nel Genesi
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due creazioni dell'umanità. La prima, in Gen. 1, 26-31, dei preadamiti, eseguita insieme a quella delle piante e degli animali. I preadamiti sarebbero stati tratti dalla polvere "verba Dei" simultaneamente, in tutta la terra, in innumerevoli coppie, onde non sarebbero tra loro fratelli e dalla S. Scrittura sarebbero detti " filii hominum".
Dopo che i preadamiti avrebbero popolato la terra, Dio avrebbe creato Adamo "infans" e da Adamo avrebbe tratto Eva (seconda creazione: Gen. 2, 2-25). Eva, divenuta adulta, sarebbe stata condotta da Dio ad Adamo, il quale non avrebbe trovato tra le donne dei preadamiti l'ausiliare simile a sé.
La creazione di Adamo differirebbe da quella dei preadamiti perché fatta da ciò donde la terra stessa fu tratta e "monu (non verbo) Dei et lutum manibus subigendo". I discendenti di Adamo sarebbero detti filii Dei c "figli di Adamo ".
Ad essi apparterrebbero Caino, Cam, Ismaele, Esaù, i Giudei. Sarebbero discendenti di Adamo allo stesso modo che Cristo è presentato come figlio di Adamo e di Dio (Le, 3, 23-38). I discendenti dei preadamiti sarebbero i gentili, gli americani, gli australiani, i groenlandesi, i vernacoli di Abramo (Gen. 17, 22. 27). Ai preadamiti Dio avrebbe dato solo la legge naturale ma senza sanzione e relativa imputabilità; ad Adamo la legge positiva con la relativa sanzione. Egli sarebbe stato posto nel paradiso terrestre per rivestire la persona di tutti gli uomini. Onde il suo peccato sarebbe stato imputato a tutta l'umanità, compresi i preadamiti.
De la Peyrère desume l'argomento principale da Rom. 5, 12-14 interpretato in un modo del tutto arbitrario (vedine l'esposizione e la confutazione in B. Mariani, Il P. e s. Paolo: Rom. 5, 12-14, in Euntes docete, 4 [1951] pp. 126-45). Il sistema di de la Peyrère fu condannato dall'autenttá ecclesiastica, abiurato dallo stesso autore ed osteggiato da tutti i suoi contemporanei. Anche P. Lecomte du Noüy nel Genesi distingue due creazioni. Secondo Gen. 1, 26-28 sarebbe stata creata una coppia dotata della sola forma umana e priva dell'anima e della coscienza. Infatti Dio le avrebbe dato un ordine "Crescete e moltiplicatevi" cui non poteva sottrarsi. Secondo Gen. 2, 7-25 (otravo giorno, secondo Lecomte) Dio avrebbe foggiato Adamo, gli avrebbe insufflato l'anima dalle narici e gli avrebbe comunicato la coscienza. Infatti gli avrebbe dato un ordine che era libero di trasgredire, interdicendogli, pena la morte, di mangiare il frutto proibito dell'albero della scienza del bene e del male. La Bibbia si intercsarebbe solo della discendenza di Adamo perché " egli solo in virtù della coscienza è capace, attraverso la sua lotta contro gli istinti animaleschi, di assicurare il progresso propriamente umano ".
Anche questa teoria non ha alcun fondamento biblico, perché nel Genesi non si tratta di due creazioni, ma solo di due relazioni della stessa creazione.
INé si può riservare l'infusione dell'anima e della coscienza alla seconda umanità. Al contrario, solo della prima si dice che fu creata ad immagine e somiglianza di Dio. Mentre chi cadde nel peccato fu la seconda! (cf. B. Mariani, articolo cit., pp. 132-36).
1. Gli autori cattolici che pretendono conciliare i testi della S. Scrittura con il p. e con il dogma del peccato originale sostengono: a) che in Rom. 5, 12-21 si metterebbe in evidenza principalmente "la universale ed ereditaria colpabilità dell'umanità e la pienezza della redenzione ", meno, invece, la comunità d'origine dell'umanità (A. e J. Bouyssonie). b) Nel Genesi non si tratterebbe di un peccato rigorosamente unico. Più che sull'unicità del peccato, si insisterebbe sul decadimento prodotto dal peccato (Dubarle; cf. Teilhard de Chardin, Guitton, Boigelot, Rondet, Chaine). c) Il peccato originale sarebbe stato commesso da tutta un'ipotetica umanità contemporanea di Adamo (A. e J. Bouyssonie, B. Seeberg). d) Il parallelismo Adamo-Cristo (Rom. 5) avrebbe un valore puramente illustrativo (Bataini). e) Altri tendono a minimizzare il valore storico dei primi capi del Genesi. Però tutti questi autori confessano che i loro tentativi si staccano dall'interpretazione ovvia e tradizionale dei testi in questione e che li muove il desiderio (quindi il precon-
cetto) di conciliare le fonti della Rivelazione con il presunto p. delle scienze.
Ma che l'umanità attuale discenda da un solo capostipite, da una sola coppia iniziale, dai biblici Adamo-Eva, si può dimostrare dalla S. Scrittura e dalla Tradizione. Esse insegnano decisamente il monogenismo e quindi escludono il p. [v. monogenismo e B. Mariani, articolo cit., pp. 126-132, 136-45).
Il Genesi è poligenista per gli essere inferiori : Dio li creò nelle loro specie. L'uomo invece fu creato secondo una specie perfettissima, unica, cioè secondo l'immagine e la somiglianza di Dio. La coppia Adamo-Eva si connette con l'opera creatrice di Dio e con la successione storica dell'umanità attraverso gli anelli delle genealogie dei Patriarchi (v.) ante e post-diluviani. All'infuori di Adamo - secondo il Genesi - Dio non ha creato nessun altro uomo, all'infuori di Eva non ha tratto altra donna da Adamo. Adamo è considerato "il $\pi \rho \alpha \sigma^{\prime} \sigma^{\prime} \lambda \alpha \sigma \sigma \sigma \varsigma$, il $\pi \alpha \tau \dot{\varepsilon} \rho \alpha$ xóquou, l'unico creato, l'uscito dalla terra, il seme da cui discende tutta l'umanità" (Sap. 10, 1; 7, 1; Tob. 8, 8). Da una sola donna ha inizio il peccato (Eccli. 25,24). L'umanità è un conglomerato di "béné 'Adhám" (Deut. 32, 8; Eccli. 3, 21 ecc.). I testi del Nuovo Testamento : Rom. 5, 12, 19; I Cor. 13, 21. 22. 45-49; Art. 17, 26 dipendono dal Genesi e sono più esplicitamente contrari al p. (su ciò v. B. Mariani, art. cit., pp. 137-46, 1932; F. Ceuppena, Le p. et in Biblo, in Angelicum, 24 [1947], pp. 20-32). Essi escludono l'origine collettiva dell'umanità e la riconnettono implicitamente od esplicitamente ad un solo uomo, per ragione del peccato originale e sue conseguenze e del corpo "psichico" che si eredita per discendenza carnale da Adamo.
La Pont. comm. bibl. ed il Concilio Vaticano sono contrari al p. Nella Humani generis si condanna solo quel p. secondo cui: 1) Adamo non sarebbe il capostipite per generazione di tutto il genere umano attuale; e che 2) considera Adamo non un solo individuo, ma una collettività di progenitori. E ciò perché non si può conciliare con il dogma dell'universalità del peccato originale. Se infatti l'umanità non discende per generazione da Adamo, non lo contraerebbe. Non si occupa pertanto né di preadamiti estinti prima di Adamo, né di esseri non veri uomini, anche se immessi nell'umanità attuale, né di uomini contemporanei di Adamo, se non in quanto progenitori per generazione dell'umanità attuale. Lo scienziato perciò è libero di spaziare in quel settore avendo per guida la S. Scrittura e la dottrina della Chiesa.
Gli argomenti della scienze in favore del p. sono desunti : 1) dalla grandiosità del genere umano: "La science laissée à elle-même ne songerait jamais (c'est le moins qu'on puisse dire) à attribuer une base aussi étroite que deux individus, à l'énorme édifice du genre humaine" (Teilhard de Chardin, Que faut il penser du trasformisme?, in Revue des questions scientifiques, 97 [1930], p. 95). 2) Dall' anatomia comparata: a) somiglianze tra le specie animali e le razze umane più nette di quelle esistenti fra le razze umane; b) differenze tra le razze umane : a) morfologiche : forma della testa, naso, occhi, capelli, proporzione del tronco, degli arti, colore della pelle ecc. per cui si differenziano, ad es., i Pigmei dagli Scandinavi, gli Australiani dagli Eschimesi, i Mongoli dai Mediterranei ecc. 3) fisiologiche : a) presenza di quattro gruppi d'individui distinti in base a variazioni di sostanze (agglutinine e agglutinogeni) permettenti od ostacolanti la reciproca trasfusione del sangue. 8) Periodi puberali che s'iniziano non alla stessa età, ma oscillano da un'età minima di $9 / 10$ anni a $20 / 21$. 7) psichiche : prontezza e genere d'intelligenza, intensità, affettività, eroticità ecc. Una volta si derivava la razza bianca dallo scimpanzé, la gialla dall'orango, la nera dal gorilla. Il Klaatsch poneva alla base dell'albero genealogico un Propithecanthropus hypotheticus che si sarebbe ramificato cosi: 1') uomini australiani + razze vicine; 2') Pithecanthropus + gilbione; 3') Uomo di Neanderthal + gorilla + scimpanzé + negrilli. 4') Orango + Homo Aurignacensis (cf. H. V. Vallois, Les preuves anatomiques de l'origine monophylétique de l'homme, in L'Anthropol., 39 [1929], presso Marcozzi, Poligenesi ed evoluzione nelle origini dell'uomo, in Grego-
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rianum, 29 [1948], p. 348 ; id., La vita e l'uomo, Milano 1946, p. 360). Differenze ancora maggiori si riscontrano nell'uomo fossile, tra il tipo dell'Homo Sapiens, il Pithecanthropus, il Sinanthropus e l'uomo di Neanderthal. 5') Dall'ologenesi. La biogeografia mostrerebbe che ad no dato momento la vita umana apparisce dappertutto, quindi non da una sola coppia.
Però non è difficile rispondere a questi argomenti. Infatti: 1) oggi è comunemente ammessa l'unità di origine per tutte le razze umane attualmente viventi. Secondo le leggi Mendeliane dell'eredità una nuova stirpe (phylum) può aver origine non soltanto da pochissimi, ma addirittura da un solo individuo per via dei cromosomi (P. Leonardi, in Palestra del Clero, 28 [1949], pp. 228-30. Cf. Cuenot, J. Rostand presso Renié), 2) Le somiglianze tra razze umane e specie animali sono molto limitate (configurazione dell'osso lacrimale e delle regioni vicine della faccia, particolari del femore e dell'omero). Non sono complete e si trovano contrastanti in uno stesso individuo (cf. H. V. Vallois, op. cit.; Guy Picard, La science expérimentale est-elle favorable au polygénisme?, in Sciences ecclésiastiques, 4 [1951], pp. 68-70; Mendès Correa, ivi cit.). Le differenze morfologiche, fisiologiche e psichiche sono quantitative e non qualitative e non inducono forme o caratteri specificamente diversi, ma mostrano tutte le possibili forme di transizione non solo nelle differenti razze, ma nei differenti individui di uno stesso gruppo. Ad es., quanto al colore della pelle, i Leucodermi vanno dal bianco-rosso dei norvegesi al bruno-scuro quasi nero degli etiopi. I Xantodermi dal giallo chiaro quasi bianco, dei cinesi settentrionali, al giallo-bruno quasi cioccolato dei cinesi meridionali. Altrettanto si dica del colore dei capelli, degli occhi, della forma della testa, del naso, delle macchie pigmentarie, della capacità cranica, struttura del cervello ecc. (cf. Marcozzi, Poligenesi ed evoluzione, pp. 1015). La classificazione del ritmo della crescita, del periodo della pubertà, dei gruppi sanguigni si riscontra anche in tipi della stessa razza (cf. la classificazione dell'Ottemberg presso Marcozzi, op. cit., p. 16).
Le differenze psichiche sono meno favorevoli al p. perché è dimostrato che tutte le razze hanno una psiche sostanzialmente uguale, cioè posseggono i medesimi princìsi di causalità, di identità, medesima tendenza al bello, al busto, lo stesso linguaggio istintivo, lo stesso istinto del pudore, la stessa facoltà della parola ecc. (in senso contrario: M. Candia, Principi di psicologia razziale, Firenze 1941; ma cf. Marcozzi, La vita e l'uomo, Milano 1946, pp. 367-68). Quindi è in favore dell'unità di origine. Così anche la prova dell'interfecondabilità. Poiché tutte le unioni anche tra le razze più disparate hanno dato ibridi fecondi, ad es., i boeri, incrocio di Olandesi e Ot tentotti; i Griqua, di Europei + Boscimani ecc. Inoltre presso tutte le razze si trovano tipi con tutti o quasi tutti i caratteri di altri gruppi razziali, ad es., facce negroidi o mongoliche in popolazioni europee, facce europee a Celebes ecc.
Più difficile è pronunziarsi sulle differenze delle razze estinte perché non si possiedono sufficienti dati di controllo. Però le razze dal paleolitico in poi (Grimaldi, Cro-Magnon, Chancelade, Combe Capelle ecc.) sono sostanzialmente uguali alle attuali morfologicamente e psichicamente (sepoltura, armi, riti religiosi). E vero che la razza del Neanderthal presenta caratteri molto primitivi, ma si trovano in grado più attenuato anche nelle razze attuali (cf. K. Z. Jazuta, presso Marcozzi, op. cit., p. 21). Le loro manifestazioni psichiche sono comuni alle altre razze. Per il Pithecanthropus non è certa la sua natura umana. Il Synanthropus ha una forma più scimmiesca, però presenta caratteri psichici umani. Inoltre le forme dell'Africanthropus (lago Niarasa), dell'uomo di Ngandong (Giava) possono considerarsi intermedì tra il Synanthropus ed il tipo di Neanderthal. Così anche forme intermedie tra il Neanderthal e le razze attuali sono i tipi di Steinheim, Uzbekistan, gli scheletri del Carmelo ed il cranio di Saeço Pastore (cf. H. Weinert, W. F. F. Oppenorth, F. Berckhemer, G. T. Debetz, Th. D. Mc Cown, A. Keith-Mc Cown presso Marcozzi, p. 23).
L'argomento dell'ologenesi suppone che i viventi, apparsi indipendenti e dispersi come gocce di rugiada, sarebbero stati di un'unica specie e che per evoluzione, contemporaneamente e dovunque si sarebbero trasformati, dando origine a nuove specie. Anche la famiglia umana sarebbe comparsa con molti rappresentanti un po' dovunque. I suoi resti sarebbero i fossili più antichi, superstiti. Però dalla paleontologia risulta il contrario, cioè che l'origine della specie è circoscritta ad un luogo da cui emigra in tempo successivo (ad es., i Camelidi e i Dugongs). Molte specie non hanno mai avuto espansione notevole. Riguardo all'uomo non si può stabilire se il Synanthropus (Pechino), l'uomo di Kanam (Africa) e quello di Pòtdown (Inghilterra) siano contemporanei nel Pleistocene inferiore.
Il Quaternario abbraccia periodi di molte migliaia di anni. Né si può stabilire se il Pleistocene inferiore dell'Africa corrisponda esattamente al Pleistocene inferiore dell'Inghilterra e di Pechino e viceversa.
Al contrario è comunemente ommesso che l'umanità abbia avuto una culla d'origine ed un centro di diffusione come le altre specie.
Concludendo, gli argomenti in favore del p. servono come ipotesi di studio per le scienze. Nel piano puramente umano non vi sono per ora mezzi per determinare se l'umanità ha avuto origine poligenista o monogenista. La scienza non può opporre nulla all'origine monogenistico. La quasi totalità degli scienziati è per il monogenismo. Anzi P. C. J. Carles (L'unité de l'espèce humaine, in Archives de philos., 18 [1948], 88 sgg.) arriva a stabilire una sola coppia. Però dove non arriva la scienza umana è intervenuta la guida della Rivelazione : la S. Scrittura ed il Magistero infallibile della Chiesa (cf. Guy Picard, op. cit., p. 88 sgg.; Marcozzi, op. cit., p. 25).
BibL.: oltre le opere già citate : R. Seeberg, Christl. Dogmatik, II, Lipsia 1923, p. 49 sgg.; D. Poulet, Tous les hommes sont-ils fils de Noé?, Ottawa 1941; U. Schulien, L'unité del genere umano alla luce delle ultime risultanze antropolog., linguist. ed etrolog., Milano 1943; E. Amann, Préndamites, in DThC, XII coll. 2793-2800; A. e J. Bourassonis, s. v. in DThC, XII, coll. 1920-36; A. M. Du. barle, Les sages d'Yraël, Parigi 1946, pp. 19-23 (v. ivi J. Guitton, R. Boigelot, H. Rondet); E. Ruffini, La teoria della evoluz. sec. le scienze e la fede, Roma 1948, pp. 123-42; R. Reverteri, Le orig. dell'uomo sec. le ultime ricerche, in Ecclesia, 7 (1948), pp. 183-88; H. Lonnera, Quid ideologic diiendum de P. f. in Gregorianum, 29 (1948), pp. 417-34; P. Lecomte du Noiy, L'avvenire dello spirito, trad. it., Torino 1948, pp. 221-22; id., L'uomo e il suo destino, trad. it., Milano-Roma 1949, pp. 122-30; R. Garrigou-Lagrange, s. v. Monogenismo, in Enc. Catt., VIII, 1305 sg.; J. Chaine, Le livre de la Genèse, in Lectio divina, 3, Parigi 1948, pp. 44-55; R. Short, Modern discovery and the Bible, Londra 1949, p. 114; P. Leonardi, L'esaluz. biolog. e l'orig. dell'uomo, Brescia 1943, pp. 134-39; id., in Palestra del Clero, 28 (1949), pp. 86-89, 228-90, 332-33; J. Basaini, Monogénisme et P., in Diens Thomas (Piacenza), 52 (1949), pp. 187-201; id., ibid., 53 (1950), pp. 363-89; vari articoli in Palestra del Clero, 27-28 (1948-40); c. indice; cf. anche A. Filacalo, ibid., pp. 101-103 e F. Spadafora, ibid., 28 (1949), pp. 38, 52-57, 178-187; 27 (1948), pp. 458-62, 513-13; 29 (1950), pp. 377-86; J. Renié, Les origines de l'humanité d'après la Bible, Lione-Parigi 1950, pp. 90-121; A. Bea, Il problema antrepal, in Gen. 1-s. Il trasformismo, in Quest. bibl., II, Roma 1950, p. 32; P. Heinisch, Problemi di storia primordiale, trad. it., Brescia 1950, pp. 64-65; C. Hauret, Origine de l'univers et de l'homme d'après la Bible, Luçon 1950; E. P. Arbcz, Genesis I-XI and prehistory, in The American eccles. review, 123 (1950), pp. 81-92, 202-13, 284-94; F. Ceuppens, Quaest. selectae ex epist. s. Pauli, TorinoRoma 1951, pp. 50-59; V. Marcozzi, Trasformaz. progress. e regress. nella famiglia umana?, in La Scuola cati., 79 (1951), pp. 21-30, 201-22. Comment. alla «Humani generis», in Theolog. studies, 12 (1951), pp. 543-47 (G. Weigel); G. VandebroekL. Rameert, Humani generis et les sciences naturels., in Hum. revue theol., 83 (1951), pp. 357-51; G. Lambert, ibid., pp. 229-43; J. Havet, in Rev. disc. Numar, 6 (1951), pp. 114 127; M. J. Gruenthaeer, Evolution and the Scriptures, in The catbal. bibl. quarterly, 13 (1951), p. 27; P. De Ambroggi, La storia primordiale bibl. (taneigna delle ultime pubblicazioni), in La Scuola cattal., 79 (1951), pp. 245-56.
Bonaventura Mariani
POLIGINIA. - Dal gr. $\pi \alpha \lambda \alpha^{\prime} \alpha=$ molto e $\gamma \nu \nu \dot{\eta}=$ moglie, è la convivenza matrimoniale simultanea di un uomo con più donne.
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I. Teologia morale e diritto canonico. - La p. è anzitutto contraria al diritto divino-positivo, proclamato da Dio ai progenitori Adamo ed Eva (Gen. 2, 23) e poi richiamato e confermato da Gesù Cristo (Mt. 5, 31 sg . 19, 4-9; cf. anche s. Paolo: I Cor. 10, 11). Perciò il Concilio di Trento, raccogliendo anche le tradizioni dei ss. Padri e dei teologi, dichiarò anatema chi asserisse che la p. non è proibita da alcuna legge divina (sess. XXIV, Cinesesi de sacramento Matrimonii, 2: Denz-U, n. 972); e il CIC ancorera l'unità quale dote essenziale del matrimonio (can. 1013 § 2 e le fonti ivi citate).
Quanto al diritto naturale si deve dire che la p. non è contraria al fine primario del matrimonio (procreazione ed educazione della prole), come la poliandria, e quindi non attenta all'ordine stabilito, né lo perverte sostanzialmente; ma è contraria al fine secondario, tanto da rendere difficile lo stesso conseguimento del fine primario. Contraddice, infatti, all'uguaglianza tra marito e moglie (mentre la donna in questo caso si dà completamente ed esclusivamente ad un uomo solo per la comunanza coniugale, l'uomo si dà a più donne, donde l'impedimento del pieno dono di sé, almeno da parte del marito, con il conseguente indebolimento del mutuum adlestarium, che è dovere dei coniugi); si oppone alla dignità della moglie, che cessa facilmente di essere con-sorte per divenire schiava; rende inevitabili le preferenze del marito per l'una o per l'altra, donde gelosie, invidie e litigi; il che può avvenire anche tra i fratellastri, con ostacoli non lievi all'educazione di tutta la famiglia.
La p., per il fatto che non si oppone al fine primario del matrimonio, può esistere per esplicita dispensa divina come è avvenuto nel Vecchio Testamento (cf. Gen. 16, 2; 21, 12; Deut. 21, 15). Intorno al tempo, in cui questa dispensa ha avuto inizio, non si hanno nella Bibbia dati definiti e sicuri; l'opinione comune è che fino al diluvio ebbe vigore, almeno di diritto, la monogamia, e che la concessione sia stata fatta dopo il diluvio per un più rapido ripopolamento della terra. Così pure non si può dalla Bibbia stabilire se la concessione riguardasse il solo popolo ebraico o anche i gentili, che è l'opinione più probabile. Ad ogni modo la dispensa fu revocata da Gesù Cristo, che volle ricondurre l'istituto del matrimonio alla situazione primitiva (Mt. 19, 9; Mc. 10, 11; Lc. 16, 18) e dichiarò che la dispensa era stata concessa "propter duritiam cordis", mentre da principio non era così (Mt. 9, 8); la revoca vale anche per i pagani (cf. Collectanea S. Congr. de Prop. Fide, Roma 1907, n. 1354).
Per le pene comminate ai bigami, v. bigamia.
Bibi.: v. polianbria. Vincenzo Fagiolo
II. Etnologia. - L'etnologia moderna ha dimostrato che la p. non esiste, se non come eccezione, presso i popoli etnologicamente più antichi detti raccoglitori (v. matrimonio, II. Matrimonio presso i primitivi; monogamia), né è possibile presso i popoli prettamente matriarcali, giacché nell'incrocio di questi con quelli strettamente patriarcali è sorta la poliandria (v.), né è di regola presso i popoli pastori nomadi, che prendono una seconda moglie, quando la prima è sterile, oppure quando si tratta di levirato o di eredità. Presso altri popoli, anche se di cultura mista, risultante dall'incontro di due popoli, la p. esiste di fatto solo per i capi.
Il missionario C. Salerio lo rilevava nel secolo scorso (1853) presso gli abitanti delle isole Woodlark (ad est della Nuova Guinea), di cultura mista (totemista-agricolamatriarcale), dicendo che la p. non vi era in voga; solo i capi e gli aspiranti capi avevano due mogli. Altrove però, aggiungere egli, non vi è un limite; il capo di Trobriant, che fu pure a Muju (una delle isole Woodlark), ne aveva 17 a suo abituale servizio e un serraglio di ragazze a sua futura disposizione. A proposito degli stessi abitanti delle isole Trobriant, il Malinowski, un loro moderno esploratore, ha scritto che la p. (eslayawa) è permessa dal costume a gente di alto rango, ai capi o a persone di grande
importanza, come, ad es., a maghi famosi, per avere maggiori ricchezze grazie al lavoro delle donne. Ma egli ha anche scritto, dei Trobriantesi, che la monogamia è tanto di regola presso di loro, da essere costretto a trattare degli usi e costumi matrimoniali come si trattasse di una sola moglie. Lo stesso si può dire di altri popoli primitivi di civiltà etnologicamente secondarie delle altre parti del mondo, specialmente in Africa, dovunque si pratica il matrimonio di compra, per cui la donna è ridotta a strumento di piacere, e bestia da lavoro redditizio.
La p. è molto praticata, in quanto lo permettono le ricchezze, presso i popoli di civiltà dette in etnologia terziarie : i Medi, i Persiani, gli Indiani, i Cinesi, i Giapponesi, i Coreani, gli Egiziani, gli antichi Messicani, ecc. Presso questi ultimi si faceva distinzione di moglie principale, secondaria e concubina. Le cerimonie maziali erano compiute solo con la sposa principale, con la secondaria si compiva la sola cerimonia del legamento delle vesti degli sposi. Le concubine stavano in relazione di fatto con l'uomo, ma non vi era al riguardo uno statuto giuridico. I figli delle mogli secondarie erano giuridicamente in uno stato d'inferiorità. La moglie principale aveva una posizione speciale rispetto alle mogli secondarie ed alle concubine. Fra i Cinesi è proibita la p., ma è ammesso il concubinato senza alcuna limitazione, eccetto quella di dare alla concubina il posto di sposa legittima, perché proibito dalla legge sotto pena di bastonatura. La concubina è ritenuta un essere vile : vive con la moglie del suo padrone, la serve come domestica, o l'assiste nell'amministrazione della casa. I figli delle concubine sono considerati come figli della sposa. I figli chiamano mamma la sposa e zia la concubina. Questa è paragonata alla stella e la sposa alla luna.
Dallo studio etnologico la p. risulta come un fenomeno disturbatore della vera vita matrimoniale e distruttore dell'armonia famigliare. Il marito spesso manifesta le sue preferenze per l'una o per l'altra delle sue mogli, per cui nasce la gelosia tra le donne della casa. Nell'antica letteratura cinese si legge che all'Imperatrice si consigliava di non essere gelosa, dato che l'Imperatore aveva parecchi ordini di concubine. Il padre poligamo, anche per l'influsso della sua donna preferita, predilige certi figli rispetto agli altri. Ciò avviene specialmente quando si tratta di ereditare l'autorità del padre come capo del clan o della tribù, perché è facile in questo caso la preferenza del padre per il figlio della donna prediletta, mettendo così in pericolo anche il diritto del maggioresco del primogenito. Avvergonso anche scandali in famiglia. Il suddetto Malinowski constatò, ad es., che delle numerose mogli, divise in tre classi, di un capo delle isole Trobriant, erano le più giovani'quelle che mancavano di fedeltà al loro signore. Egli racconta, inoltre, che gli uomini che commettevano adulterio con le mogli del capo erano i suoi stessi figli. Non parliamo poi degli effetti deleteri che la p. ha sul carattere dell'uomo e l'avvilimento che ne consegue della donna. E chiaro poi che questi effetti acquistano un significato più ampio, perché coinvolgono la vita politica di tutto un popolo, nella p. dell'harem dei Sovrani e dei Principi, come appare, ad es., nelle storie dinastiche della Cina. Con l'harem è congiunto il costume degli eunuchi, gente infelice, che spesso hanno influenzato sinistramente le corti.
Una grande importanza è stata data in etnologia all'uso del pirraará dei Dieti e degli Arabana (Urabunna) dell'Australia e di certi popoli dell'estremo nord-est dell'Asia, uso che è una specie di p. connessa con la polianbria. Il Vlunde nella sua Psicologia dei popoli l'ha considerata come un effetto del matrimonio di ratto. Presso i detti Australiani la donna rapita sarebbe divenuta la donna regolare (tippa-malcu) del rapitore e la donna secondaria (pirraurú) dei compagni che aiutarono il rapitore. Questi, per il fatto che presta ai compagni lo stesso aiuto, avrebbe acquistato il diritto di avere come donne secondarie le donne regolari dei suoi compagni.
Lo stesso uso è stato considerato dagli evoluzionisti come un residuo o un esempio di matrimonio di gruppo, uno dei soliti stadi di evoluzione del matrimonio umano. Ora, dalle indagini del Thomas in Australia risulta chia-
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ramente che l'uso del pirraurú non può essere considerato un matrimonio di gruppo. Perché 1) non è tutto un gruppo di uomini, che ha accesso a tutte le donne di un altro gruppo, ma soltanto di alcuni uomini e di alcune donne; 2) questo libero accesso è condizionato del consenso del marito e può essere esercitato soltanto in assenza di lui; 3) esiste la distinzione tra donne naritate e nubili, sicché una donna non può essere pirraurú, se prima non è unita in matrimonio con un uomo, cioè se non è già tippa-malcu. Per questa ultima ragione l'uso del pirraurú non può nemmeno essere considerato come un residuo del matrimonio di gruppo dei tempi passati. Questo uso è nato dall'incrocio di una cultura monogamica con una poligamica, che ha prevalso, imponendo l'uso strano di avere nel clan anche mogli secondaric con le suddette limitazioni.
L'origine della p. - Secondo il Wundt, il primo motivo determinante è evidentemente l'istinto materiale dell'uomo svolto a soddisfarsi più appieno che non nella monogamia. Ma non è il solo e di regola intervengono altre circostanze sussidiarie. Il diritto di proprietà e il fattore dell'autorità costituiscono specialmente due momenti essenziali. La p. fiorisce in particolar modo là dove l'idea di proprietà e di autorità e, rispetto a quest'ultima, l'idea di autorità nella famiglia sono predominanti. Per l'azione complessiva di questi motivi la donna diventa assoluta proprietà dell'uomo e perciò nei popoli barbari, in cui domina la p., la donna può essere anche regalata o scambiata. Ne risulta che nei ceti più elevati l'uomo ricco e ragguardevole possiede più donne. Siccome la concubina ordinariamente si deve comprare e poi sostentare, perciò può averla solo il ricco. Cosi il concubinato diventa anche segno di prestigio. Sono sufficienti questi motivi per spiegare l'origine della p.? Storicamente bisogna distinguere tra popolo e popolo. Presso i popoli in cui si è sviluppato il culto dei morti, che non può essere reso dalla donna, ma solo dall'uomo, si sente la necessità di prendere una seconda moglie, quando la prima è sterile, o non ha figli maschi. Qui la p. proviene da ragioni d'indole religiosa. Presso i popoli pastori nomadi di grandi greggi si sente la necessità di avere molti figli, specialmente figli maschi, per pascolare ed incrementare il gregge. Perciò, se la moglie è sterile, se ne prende un'altra: la p. deriva qui da una ragione d'indole economica. Presso quei popoli, in cui si pratica il levirato e si ereditano le mogli del padre, la p. è generata dal dovere, imposto dal clan o dalla tribù, di aiutare e proteggere un parente e la sua famiglia, ovvero dal dovere di sostenere le mogli del padre di cui si eredita l'autorità. Ancora diversa è l'origine della p. proveniente dall'attribuzione delle donne dei vinti ai guerrieri vincitori. Una ragione molto più particolare, benché ora difficile a trovarsi, è all'origine della p. del sororato nel matrimonio di un principe o dell'imperatore in Cina, ai quali si dovevano dare rispettivamente 12 , o 9 donne, di cui una doveva essere la sorella minore della sposa, un'altra la nipote, figlia del fratello della sposa, tutte le altre, del medesimo nome di famiglia : esse venivano automaticamente a far parte dell'harem dell'imperatore o del principe. Alle cause particolari della p. possono aggiungersi naturalmente le cause generali indicate dal Wundt, le quali si riducono al pensiero elementare di Bastian. Si rifletta però che queste cause generali potrebbero agire anche presso quei popoli che non ammettono la p. Sembra perciò che la causa ultima della p. debba ricercarsi più che altro in un abbassamento o statutimento del sentimento religioso e morale di un popolo.
Bibl.: N. W. Thomas, Kinship organizations and group marriage in Australia, Cambridge 1906; I. Wintzer, Das Recht Almanzics, in Zeitschrift f. vergl. Rechtswisswur6., 45 (1930), pp. 389398; L. Vannicelli, La famiglia cinese. Studio etnologico, Milano 1945, p. 48 sgg.; id., La donna nella luce dell' etnologia, in Problema sociale femminile? Milano 1945, pp. 23-58; v. anche la bibl. delle voci famiglia e monogamia.
Luigi Vannicelli
## POLIGLOTTE, BIBBIE : v. bibbia.
POlignAC, Melchior de. - Cardinale, diplomatico e apologista, n. a Puy-en-Velay l'ir ott. i66i, m. a Parigi il 20 nov. 1741. Studiò a Parigi, ap- passionandosi per la filosofia di Cartesio. A Roma nel 1689 , componendo la questione dei 4 articoli gallicani del 1682 , scongiurò uno scisma.
Nel 1693 era ambasciatore in Polonia. Caduto in disgrazia, fu confinato nell'abbazia di Bonport (1698-1702). Nel 1704 successe a Bossuet all'Accademia di Francia; nel 1706, nominato uditore di Roto, si trasferì a Roma. Nel 1710 prese parte alla Conferenza di Gertruydenberg e nel 1713 alla Pace di Utrecht. L'8 maggio 1712 fu creato cardinale e nel 1726 divenne arcivescovo di Auch. Avendo preso parte alla cospirazione di Cellamare, fu relegato nell'abbazia di Auchin.
Amante d'arte e di lettere, si distinse come oratore, filosofo e poeta. Nell'esilio di Bonport compose il celebrato poema Anti-Lucretius sive de Deo et natura (2 voll., Parigi 1747; 1749) in 9 libri di ca. 1000 versi ciascuno. Fu tradotto in italiano da F. Ricci ( 3 voll., Verona 1767). L'autore si propone di confutare il materialismo antico di Lucrezio e quello contemporaneo di P. Bayle e dimostrare l'esistenza di Dio e del mondo soprannaturale e la spiritualità e immortalità dell'anima.
Bibl.: C. Fsucher, Histoire du card. de P., 2 voll., Parigj 1777; A. Jacotin, Previces de la nation de P., III, ivi 1899, p. 290 sgg.; IV, ivl 1905, p. 231 sgg.; J. Corryre, v. v. in DThC, XII, II, coll. 2416-18.
Vito Zollini
POLINESIANI, RELIGIONE deI : v. PRIMITIVI, RELIGIONE DEI.
POLITEISMO. - Dal gr. $\pi \alpha \lambda \dot{\alpha} \boldsymbol{\alpha}=$ molto e $\delta \varepsilon \dot{\varepsilon} \boldsymbol{\varepsilon}$ $=$ dio, è la credenza e il culto di più divinità indipendenti l'una dall'altra, al contrario del monoteismo. Si noti però che la credenza in molti esseri soprannaturali, che dipendono da un unico Essere Supremo, è una credenza conciliabile per sé con il monoteismo. Il p. è chiamato anche paganesimo e, meno rettamente, idolatria; questa significa il culto di oggetti materiali che spesso, ma non necessariamente, è congiunto con il p. Nel Vecchio Testamento la contrapposizione religiosa tra gli adoratori del vero Dio e i politeisti era anche contrapposizione nazionale del popolo d'Israele rispetto ai popoli stranieri. Nel Nuovo Testamento gli adoratori del vero Dio, a seconda della rivelazione di Gesù Cristo, sono contrapposti a tutte le altre comunità religiose, considerate come pagane, eccettuati i Giudei. L'accentuazione di questa distinzione di massima e l'ignoranza delle altre religioni nel medioevo portò a considerare pagani anche i seguaci dell'Islâm, ritenuti quindi politeisti.
Il p. dominò realmente in quasi tutte le antiche alte civiltà, in quella dei Greci, dei Romani, dei Semiti, degli Egitiani, in India, in Cina (secondo alcuni), nel Giappone, nelle alte civiltà dell'America antica, e domina attualmente anche nella maggior parte delle civiltà fuori di Europa e presso i popoli senza scrittura, aventi però una progredita cultura esterna, come i Polinesiani e i Sudanesi occidentali. Dal fatto della vasta diffusione del p. la vecchia storia delle religioni, orientata evoluzionisticamente, prese il pretesto per considerare il p. come uno stadio generale di transizione di ogni religione secondo questo processo evolutivo: polidemonismo-politeismo-monoteismo. Spesso questo processo evolutivo fu esteso all'indietro : prima del polidemonismo (animismo) si pose un altro stadio, p. es., quello in cui la religione era legata ad oggetti puramente materiali (feticismo) o congiunta con forze semplicemente impersonali. In verità presso le religioni politeiste si manifestano non di rado certe tendenze al monoteismo, come, p. es., nel sincretismo del periodo posteriore dell'Impero romano. Queste tendenze tuttavia limitano ordinariamente il loro influsso alla ristretta cerchia dei filosofi, oppure clevano per ragioni politiche una determinata divinità su tutte le altre. Ciò però dura finché non cambiano le condizioni politiche, come avvenne appunto in Egitto e in Babilonia.
Recenti indagini hanno dimostrato l'esistenza del monoteismo presso popoli molto primitivi, specialmente presso i popoli cacciatori e raccoglitori : i Pigmei, gli
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Ifti, Eut. Cait.i
P'oliti, Lancellotto - Siena protetta dalla Vargine. Silografia di L. P. premessa a La scunficta di Monte Aperto, Siena 1302. Esemplare della Biblioteca nazionale - Roma.
Australiani sud-orientali, i Fueghini, ecc., nonché presso i popoli pastori nomadi : i Turchi, i Camiti, i Camitoidi, i Niloti. In molti casi si è potuto dimostrare, con ricerche comparative, anche l'alta età etnologica di questo monoteismo.
L'origine del p. nelle religioni già monoteiste si spiega: 1) dalla separazione e dalla formazione delle ipostasi, cioè dal fatto che qualità e funzioni dell'unico Dio vengono rese indipendenti e trasformate in figure personali poste accanto a lui, p. es., il fulmine e il Juono, e talvolta anche il suo stesso dominio sopra determinati esseri naturali, come animali selvaggi, pesci; 2) dalla personificazione delle singole parti della natura, p. es., i corpi celesti; dalla sublimazione degli spiriti della natura a divinità, come quella degli spiriti dell'acqua, dell'aria, dei monti, ecc.; 3) dalla divinizzazione degli uomini defunti e delle persone mitologiche, come gli antenati, specialmente il capostipite, i re, gli eroi, nonché particolarmente gli eroi culturali o i salvatori; 4) in una cultura materialmente più progredita e specializzata, dall'origine delle divinità di spettanza o di giurisdizione per le singole attività (p. es., caccia, guerra, mestieri), e quelli che le esercitano); 5) nelle culture miste, risultanti dalla dominazione dei popoli pastori nomadi sugli agricoltori, dalla congiunzione del Dio del cielo con la Madre Terra; 6) dalla centralizzazione politica: quando cioè molte città-Stato, aventi ognuna il proprio dio locale, vengono riunite in un grande Stato, si raccolgono anche le divinità locali in un pantheon, in cui si costituiscono le relazioni genealogiche, per lo più artificiali, tra le varie divinità. In tutti questi sei processi di formazione del p. il previo Gran Dio unico si ossura e svanisce per divenire un deus utiosus, senza influsso nella vita pratica, specialmente morale. In molte religioni politeiste vi sono tracce di un Gran Dio di un tempo, che ha perduto il suo significato.
Bibl.: W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, 9 voll., Münster in V. 1926-49; id., Manuale di storia comparata delle religioni, $4^{2}$ ed., Brescia 1949; W. Keilbach, Die Problematik der Religionen, Paderborn 1936; P. Tacchi Venturi, Storia delle religioni, 2 voll., $4^{2}$ ed., Torino 1949, passim (v. indice). Giuseppe Henninger
## POLITI, LANCELLOTTO (Ambrogio Catarino). -
Teologo domenicano, n. a Siena ca. il 1484, m. a Napoli l'8 nov. 1553. Avvocato concistoriale sotto Leone X (1516), si orientò verso i problemi religiosi nell'assidua lettura delle opere del Savonarola.
Religioso a S. Marco di Firenze ( 5 apr. 1517), ingaggiò una decisa lotta contro la nascente eresia luterana: Apologia pro veritate catholicae et apostolicae fidei adversus impia et valde pettifera M. Lutheri dogmata (Firenze 1520) : Excusatio disputationis contra Lutherum ad universas Ecclesias (ivi 1521). Nel 1528 a Siena polemizzò con il suo Ordine a favore della festa dell'Immacolata Concezione da introdurre nella chiesa di S. Spirito e poco dopo si pose in contrasto dottrinale con il Gaetano; pertanto ritenne opportuno recarsi in Francia nel 1532, ove frequentò vari centri di studio e con il favore della Sorbona stampò le Annotoliones in excerpta quaedam Caietani (Parigi 1535); cui seguì poco dopo l'Oratio de officio et dignitate sacerdotum christianique gregis pastorum in cymodo Lugdunensi habita (Lione 1537). Ritornato in Italia (1538), strinse amicizia con i personaggi che a Roma frequentavano il cenacolo di Vittoria Colonna (v.). Recatosi di nuovo in Francia, stampò dodici Opuscula (Lione 1543) sopra i problemi più vivi della teologia (predestinazione, peccato originale, Immacolata Concezione, Novissimi, culto dei Santi). Al suo ritorno a Roma pubblicò due operette contro i protestanti italiani : Rimedio a la pestilente dottrina di B. Ochino (Roma 1544); Compendio d'errori ed inganni luterani contenuti in un libretto (ivi 1544). Nel 1545 fu al Concilio di Trento quale teologo del Papa e vi si manifestò spesso pensatore indipendente, soprattutto nei contrasti con altri illustri confratelli (B. Carranza, D. Soto) presential Concilio o nella Curia Romana (B. Spina). Nominato il 27 ag. 1546 vescovo di Minori (Regno di Napoli), nel 1552 fu trasferito all'arcivescovato di Conza, e morì mentre si recava a Roma.
Durante il periodo tridentino pubblicò altre opere attinenti ai problemi ivi agitati : Tract