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atore indipendente, soprattutto nei contrasti con altri illustri confratelli (B. Carranza, D. Soto) presential Concilio o nella Curia Romana (B. Spina). Nominato il 27 ag. 1546 vescovo di Minori (Regno di Napoli), nel 1552 fu trasferito all'arcivescovato di Conza, e morì mentre si recava a Roma.

Durante il periodo tridentino pubblicò altre opere attinenti ai problemi ivi agitati : Tractatus quaestionis quo iure episcoporum residentia habeatur (Venezia 1547) : contro Carranza; Defensio catholicorum pro paesibili certitudine Gratiae (Bologna 1547) : contra Soto; De consideratione et iudicio praesentium temporum a supersatis sizaniis in agro Domini (Venezia 1547) : contra Lutero; Defensio contra schedulum a B. Spina Summo Pontifici oblatum (ivi 1547) : autodifesa contro il maestro del S. Palazzo, che aveva presentato al Papa una raccolta di 50 proposizioni ritenute condannabili; Interpretatio noni capitis decreti de iustificatione (ivi 1547) : importante per comprendere la sess. VI del Concilio di Trento; ecc. Nei Tractatus theologici plures (Roma 1552) svolge la dottrina sul Matrimonio, sul Battesimo dei fanciulli giudei (sponte venientibus ad Baptismum), sull'intenzione del ministro nel conferimento dei Sacramenti, difendendo la nota tesi dell'intenzione esterna; sul valore indicativo delle parole Hoc est corpus meum, ritiene che la consacrazione avvenga per l's epiclesi antecedente $*$ Quam oblationem della Messa romana (fit ergo Corpus Christi propter orationem praemissam et ex vi pacti et sic defenditur mos Graecorum). L'opuscolo fu messo all'Indice.

Affrontò con scarsa preparazione tecnica (era autodidatta) i più gravi problemi teologici dell'agitato periodo tridentino, dandone soluzioni talora di tendenza scotista (Immacolata Concezione, motivi primari dell'Incarnazione, identità della Grazia con la Carità), molte volte personali, p. es., sulla predestinazione, sul peccato originale (teoria del patto), sull'intenzione del ministro, sull'epiclesi. L'orientamento nuovo da lui impresso a certi settori della teologia (il catarinismo) riscosse per un secolo molti consensi; ma fu poi definitivamente eliminato. Dell'opera sua rimane l'accentuazione dell'importanza del magistero ecclesiastico nella costruzione teologica, il

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ritorno costante alle fonti della Rivelazione, l'agilità e l'eleganza del suo dettato teologico.

Bun.: F. Lauchert, Die Polemik des A. Catherinus gegen B. Oehine, Innsbruck 1907; id., Die italien. literar. Gegner Luthers, Friburgo i. Br. 1910, pp. 30-133; J. Schweizer, A. Catherinus Politur. Seic Leben und seine Schriften, Münster 1916; D. Scaramuzzi, Le idee scatiste di un grande teal. domenicano del ${ }^{\circ} 300$, in Studi francesi., $3^{\circ}$ serie, 4 (1932), pp. 297-319; 5 (1933), pp. 197-217; S. Salaville, Epistles, in DTNC, V. col. 274; P. Mindonnet, Frères Préchours, ibid., VI, coll. 863-924; M. M. Gorce, s. v., ibid., XII, coll. 1418-34; G. Rambaldi, L'oggetto dell'intuizione sacramentale nei teologi dei soci XVI e XVII, Roma 1944, pp. 63-83; L. Scarinci, Glustizia primitiva e peccato originale sec. A. Catarino (Studia Anacloniana, 17), Roma 1947; G. Bosco, L'Imm. Concez. nel pensiero del Gaetano e del Catarino, Firenze 1950.

Antonio Piolanti
POLITICA. - L'etimologia, dal gr. $\pi \dot{\alpha} \lambda \varsigma=$ città, suggerisce il primo e più generale significato del termine, in quanto ne pone in evidenza l'oggetto cui si riferisce. La p. riguarda la vita pubblica della città o dello Stato. Questa sua relazione non ne manifesta però da sola la natura specifica, giacché molte altre attività umane e costruzioni teoriche hanno il medesimo punto di riferimento e tuttavia non si possono far rientrare nel suo ambito, donde poi la difficoltà di passare dalla definizione nominale a quella sostanziale. Come punto di partenza si può nondimeno accogliere la definizione comune, che la descrive come arte e scienza del governo e ha il merito, per lo meno, di metterne in rilievo due aspetti principali. Nel primo la p. è un'attività pratica, che ha come scopo il promuovere gli affari pubblici, e in questo senso, sebbene meno sovente, si trova già presso Aristotele e presso la gran parte dei teorici successivi.

Occorre tuttavia porre l'attenzione sul fatto che il sostantivo «arte» non ne esprime esattamente l'essenza. Esso si riferisce soltanto a un elemento certamente non trascurabile, ossia che nell'esercizio dell'attività politica è necessaria l'intuizione e la genialità, per cogliere le direttive della storia, indovinarne gli sviluppi e prendere i provvedimenti tempestivi in favore del bene pubblico presente e futuro, e ciò l'avvicina all'arte, dalla quale nondimeno la distinguono le leggi di carattere normativo che la guidano, mentre quelle dell'arte sono esclusivamente indicative. Inoltre deve essere osservato che l'elemento che specifica l'arte e la scienza politica, nella definizione riferita, si manifesta alla prima analisi troppo ristretto per esprimere il significato ampio che si suole attribuire alla p. Poiché non solo chi governa esercita un'attività politica ma, particolarmente nei regimi democratici, i cittadini, il popolo e i partiti, cosicché è più esatto dire che la p., in questo suo primo aspetto, comprende qualsiasi attività volta all'incremento degli affari pubblici, con speciale riguardo al governo e all'organizzazione dello Stato.

Nel suo secondo aspetto la p. è una scienza, e questo è il senso in cui più di frequente il termine viene adoperato presso Aristotele, s. Tommaso e i teorici posteriori. Le incertezze, tuttavia, che tuttora sussistono riguardo al concetto, si riflettono sulla speculazione scientifica, rendendo evanescenti i contorni di questa scienza e poco determinato l'oggetto proprio. Alcuni la identificano con la sociologia, altri con la teoria generale dello Stato o con la filosofia politica, altri ancora con l'economia o con la morale, altri infine confondono l'aspetto pratico e l'aspetto teorico, dissolvendo il secondo nel primo. Tutti questi svariati atteggiamenti o vuotano la scienza politica di ogni contenuto specifico e la negano, pur mantenendone il nome, o l'annullano nell'empirismo amorale.

Le due nozioni accennate, la pratica e la speculativa,
non sono tra esse indipendenti. La p. pratica, infatti, suppone necessariamente la p. come scienza, giacché è proprio dell'uomo passare all'azione, dopo aver acquistato una conoscenza più o meno adeguata dei fini particolari o universali, cui deve essere diretta, e dei mezzi idonei a conseguirli, in una parola delle regole, che devono guidarne lo svolgimento. Questa previa cognizione viene data dalla scienza politica, alla quale poi segue la pratica, mediante l'applicazione ai casi concreti delle norme e delle direttive da quella stabilite. In virtù di tale intima e necessaria connessione, la p. appartiene al numero delle scienze pratiche, le quali hanno come fine di guidare l'azione umana. In ogni scienza pratica teoria e azione sono correlative, in quanto la conoscenza speculativa delle leggi domina e dirige la condotta umana, in modo tuttavia che il giudizio ultimo sulla via da seguire nei casi concreti dipende cosi dai principi teorici come dalla valutazione delle condizioni di fatto, nelle quali il soggetto agente viene di volta in volta a trovarsi. Nel processo che guida all'azione s'inserisce cosi un elemento variabile, dalla cui considerazione può scaturire una diversa soluzione pratica, senza che mutino le norme superiori dell'agire. Su questo elemento variabile si appoggia quell'elettricità da tutti riconosciuta alla p., spesso scambiata a torto con la discrezionalità, ma che, in una sana concezione, non è altro se non l'effetto della prudenza, la quale suggerisce diversità di comportamento pratico e pieghevolezza di adattamento alle circostanze storiche, entro i limiti segnati dai principi più universali. La p., come arte accompagnata dall'intuizione geniale, si esercita particolarmente in questo campo.

Per conseguire un concetto più adeguato, agli elementi accennati occorre aggiungere quello specificante del fine. Ogni scienza pratica e ogni comportamento umano, che cade entro il suo ambito, hanno uno scopo particolare, che li determina e ne permette la classificazione. Così, ad es., la medicina tende o alla prevenzione o alla cura della malattia, l'architettura alla costruzione, l'economia alla produzione e circolazione della ricchezza, la pedagogia all'educazione. Lo stesso deve dirsi della p. Sia come scienza pratica sia come azione, essa ha quale fine specifico il benessere della collettività, che è suo ufficio promuovere, scegliendo i mezzi adatti al tempo e alle circostanze. E, dunque, essenzialmente scienza dei fini e dei mezzi. La più comune corrente di pensiero stenta ad ammettere questo concetto, osservando che i fini della p. cambiano incessantemente nel divenire della storia, o, se ne ammette uno fisso e permanente, lo assegna nell'affermazione della potenza. E facile avvertire però come essa scambi i fini provvisori e contingenti, che non mancano mai né possono mancare nella vita degli Stati, con il fine universale, al quale sono subordinati. Come nella vita individuale sopra i molteplici scopi temporanei ne esiste uno universale e comprensivo, al quale quelli rimangono subordinati come scalini intermedi, cosi nella vita sociale esiste uno scopo universale e comprensivo, il quale, secondo che rivela lo studio obiettivo delle più profonde aspirazioni umane, consiste nel benessere della comunità (v. BENE COMUNE). Coloro poi che, ispirandosi alla concezione del Machiavelli, assegnano alla p. come fine l'affermazione della potenza, la identificano con la forza e con il suo uso, negandole il carattere di scienza normativa e riducendola a un ingranaggio di mezzi costrittivi, diretto a stritolare la persona umana, abbandonata al capriccio dei poteri dello Stato.

La p. nasce dall'uomo e si rivolge, come suo ultimo termine, all'uomo. Il suo vero concetto è, dunque, quello di un'attività e di una scienza che hanno come fine rispettivamente il bene temporale e umano della collettività. Non sembra però che tale fine le sia specifico, giacché è facile osservare come altre scienze pratiche e altre attività sociali vi si riferiscano egualmente. La difficoltà ha un fondamento obiettivo, e tuttavia basterà spingere l'analisi un poco più a fondo per superarla e fare emergere più chiaramente il carattere essenziale della p.

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Alcune delle scienze pratiche, che concorrono a promuovere il bene comune, quali, ad es., l'economia, il diritto, la pedagogia, la scienza agricola e finanziaria e cosí via, sono limitate a un settore ristretto e ben delimitato della vita pubblica e hanno perciò stesso una finalità particolare, che le specifica. La p., invece, tende all'attuazione di un bene più universale, comprensivo dei beni, al cui conseguimento mirano tutte le altre, sulle quali esercita un potere superiore di coordinazione e di subordinazione, considerando i fini di ciascuna come fini intermedi e mezzi ordinati al retto funzionamento dello Stato e alla sua prosperità. La p. è scienza e attività architettonica, che inserisce i singoli elementi, dai quali risulta il bene sociale, in un disegno generale, e per questo suo ufficio si distingue essenzialmente da ogni altra attività e scienza particolare, che vi concorre in modo solamente parziale.

Essa si distingue ancora da una delle scienze pratiche più importanti, la morale, la quale ha uno scopo più alto e più universale della p.; giacché non ordina soltanto la condotta pubblica e la vita civile, per il conseguimento del bene onesto, ma si riferisce innanzi tutto alla vita privata dell'uomo, per orientarla mediante i suoi precetti verso il fine della vita, da conseguirsi fuor dei limiti del tempo. Sebbene la morale entri in parte nel campo riservato alla p., non è possibile identificarla con questa, in virtù del fine suo proprio, che trascende il temporale, e della maggiore ampiezza della sua applicazione. Bisogna, pertanto, riconoscere alla scienza politica una sua inconfondibile fisionomia e una relativa autonomia. Essa non è economia, né diritto, né filosofia sociale, né teoria generale dello Stato, né alcun'altra scienza pratica, sebbene di tutte si serva per conseguire il proprio scopo specifico, la migliore organizzazione della vita pubblica, il bene umano e temporale in tutti i suoi aspetti.

Il concetto di p. ha seguito progressivamente i mutamenti avveratisi nel suo oggetto materiale. Alla sua origine si trovò legato alla polis greca e alla sua organizzazione, donde i teorici della filosofia ellenica presero l'ispirazione immediata. Essendosi però dilatato il moto di associazione, in modo da far confluire i piccoli nuclei umani indipendenti in aggregati più complessi, esso è stato riferito a questa nuova realtà sociale e, pur mantenendo il suo significato fondamentale, ha esteso il suo raggio, seguendo l'ampiezza e la complessità della vita pubblica. Il movimento di unificazione, che ha condotto alla formazione degli Stati, non si è arrestato a questo gradino, ma, sospinto dalle forze associative innestate nella natura umana, ha collegato i popoli e le nazioni in una società superiore, internazionale, ampliando estesamente gli orizzonti della p .

Dall'evoluzione sociale descritta sono nati successivamente i tre rami della p., che riguardano la vita della comunità, dello Stato e della società delle genti. I due ultimi prendono usualmente il nome di p. interna e di p. internazionale. L'interna a sua volta è stata divisa in tanti settori quante sono le branche di attività dello Stato moderno, in sociale, economica, scolastica, finanziaria, del lavoro e cosí via. Le divisioni tendono a crescere man mano che aumenta l'esigenza di un più attivo intervento dello Stato nei vari aspetti della vita pubblica. Impropria è l'applicazione del concetto all'attività della Chiesa. Indubbiamente questa è una società visibile, ma sia il principio d'unione, sia i fini, alla cui attuazione è essenzialmente ordinata, trascendono la sfera dell'umano e del temporale, e quindi l'uso del termine, per indicare l'attività svolta per il suo governo e per il suo bene, non può avere se non un valore analogico, mentre conserva la sua proprietà, se denota l'atteggiamento dello Stato
riguardo alla religione. Come si ha una p. economica, cosi si ha una p. religiosa.

Da quanto è stato esposto può apparire quale debba essere la soluzione della questione tanto dibattuta circa le relazioni tra p. e morale, ma conviene dedicarvi un accenno particolare. A suo riguardo le teorie si dividono in una triplice corrente: le une le identificano, le altre le separano con un vallo incolmabile, altre infine tengono una posizione intermedia. Fautore della prima corrente è stato Platone, che, nel De repoldica, sostenne la piena convertibilità tra p. e morale, sino ad assorbire totalmente questa in quella. Ad un'eguale identificazione riesce l'immanentismo idealista, che configura lo Stato come la concreta realtà dell'idea etica, eticità esso stesso, nel quale si dissolve la morale. Sull'altare della p. viene ancora sacrificata la morale da parte dell'ideologia comunista, secondo la quale i concetti di giustizia, di onestà e di virtù, come proiezione del regime capitalista, sarebbero destinati a scomparire in un nuovo ordinamento della ricchezza. Intanto l'ideale politico della lotta di classe deve essere ritenuto come la misura suprema del bene e del male. Le cosiddette mistiche moderne della classe, della razza o della nazione si fondano sulla medesima confusione ideologica, manifestata dal tentativo di infondere agli ideali politici un afflato religioso, sollevandoli al grado di surrogato della religione. Allo seconda corrente sopra sominata appartengono tutti quei teorici o politici realistici, i quali, seguendo le orme del Machiavelli, concepiscono la p. come cognizione esclusivamente empirica, che trae i suoi precetti dallo studio della storia e insegna con quali mezzi debba essere mantenuto il potere. La p. non si occuperebbe del dover essere o dell'ordine migliore da costituire nella società, ma dello stato di fatto o dell'ordine già costituito, al cui mantenimento e rafforzamento adopera i mezzi che più le sembrano idonei, senza remora alcuna di legge superiore. Se mai la sua legge deriva da una super-morale, la quale permette all'uomo di Stato di superare i pregiudizi moralistici ordinari per l'affermazione della sua potenza. La critica di queste teorie scaturisce spontanea dalla tirannia, che esse rendono legittima. La persona umana non entra a far parte dell'aggregato sociale per essere assorbita e annullata nel suo seno, ma per conseguire dei propri fini trascendenti, ai quali la vita in comune resta subordinata come mezzo necessario, e, conseguentemente, non solo conserva un'insopprimibile sfera di autonomia, che non può essere sacrificata a nessun fine temporale, ma anche la propria sostanziale dignità, che vieta di abbassarla al grado di mezzo o di strumento. La corrente empiristica poi, dopo aver deformato il concetto di scienza con un relativismo senza confini contrario alle esigenze della ragione, sacrifica alla ragion di Stato i diritti della persona, avvolgendo di una coltre funerea la vita sociale, abbandonata al capriccio della forza.

La vera soluzione del problema può essere raggiunta, se si tengono presenti i due aspetti della p., il pratico e il teorico. In quello pratico la p., pur non identificandosi con la morale, le resta subordinata. La morale ha, infatti, per suo obiettivo specifico la libera attività protesa necessariamente verso il bene; ossia deve guidare la condotta umana al conseguimento del fine ultimo. Dovunque si esplichi questa condotta, nell'ambito della vita privata o della vita pubblica, nei confini dello Stato o fuori di esse, nell'ampio giro internazionale, la morale trova il suo posto di comando. La p. anch'essa ha per oggetto un bene, e precisamente il bene sociale, e come tale, essendo inclusa nell'ordine morale, non sfugge all'imperativo etico. Alla medesima conclusione si arriva per altra via. La finalità dell'organismo politico non potrà essere che un bene umano, e non può esser tale se non sia diretto o si opponga al fine proprio dell'uomo. Il fine particolare, cui tende l'azione politica, non può ragionevolmente dissentire dal fine supremo dell'uomo, che viene perseguito dalla morale. Tutti i fini speciali sono intermediari,

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ossia mezzi di fronte al fine generale e ultimo dell'uomo. Come, dunque, le peculiari finalità delle azioni tattiche non possono prescindere dalle generali finalità strategiche, cosi i fini della p. vanno coordinati in conformità con il fine dell'etica. Nell'aspetto teorico la p. si distingue dalla morale. Come scienza essa ha un proprio obiettivo e una propria finalità. Questa distinzione tuttavia non è adeguata, giacché tra i principi sommi, che essa deve porre necessariamente a suo fondamento, figurano norme di morale e di giustizia, che emanano dall'ordine obiettivo dei valori sociali e sono immanenti ad ogni associazione umana.

Bias.: A. Rosmini, Filosofia della p., Milano 1837; L. Teparelli D'Aseglio, Esame critico degli ordini rappresentativi, Roma 1854; P. Janet, Histoire de la science politique dans ses rapports avec la morale, Parigi 1872; F. von Holtzendorff, Die Principien der Politik, Berlino 1879; F. Pollok, Introduction to the history of the science of politics, Londra 1890; F. Steiner, Politik als Wissenschaft, Zurigo 1917; E. Treitacke, La p., Bari 1918; F. W. Forster, Politische Ethih und Pädagogik, Monaco 1919; A. Vermeersch, Religion, morale et politique, in Gregorianum, 5 (1924), pp. 389-90; B. Croce, Elementi di p., Bari 1925; J. P. Steffes, Religion und Politik, Friburgo i. Br. 1929; P. Tiberghien, La doctrine catholique et la politique, Parigi 1929; G. De Broglie, Science politique et doctrine chrétienne, in Recherches de science religieuse, 18 (1929), pp. 553-92; 19 (1929), pp. 3-12; J. Vialatoux, Morale et politique, Parigi 1931; L. Storzo, Politica and morality, Londra 1938; G. Maggiore, La p., Bologna 1941; A. Brucculeri, Meditazioni politiche, Roma 1946; B. Brunello, Introduzione alla p., Bologna 1948. Antonio Messineo
POLITICA ECONOMICA. - Rappresenta il settore forse più importante, oggi, e il compito più ambito della politica pratica; il suo scopo è di dare un indirizzo coordinato al ritmo spontaneo delle economiche attività, onde prevenire e rimediare il pregiudizio che può derivarne alle classi meno abbienti, a taluni rami d'industria, al commercio, o all'economia nazionale in genere. Oggi tali scopi vengono fissi e -rganicamente riassunti nelle pianificazioni, totali o parziali, sistematiche o tendenziali.

Per adempiere a questo compito i governi politici non dispongono che di armi anti-economiche le quali si configurano essenzialmente nei regimi fiscale e doganale, nella politica dei trattati commerciali con i paesi esteri, nel controllo dei prezzi, dei finanziamenti industriali, delle banche, della produzione, degli scambi e dei consumi, infine nella manovra di alcuni speciali congegni finanziari : il tasso di sconto, il governo della circolazione monetaria e simili, raggiungendo le espressioni più acute conil risparmio forzoso e la confisca del capitale. La somma di questi espedienti (ché di questo in fondo si tratta, anche se consacrati da un uso secolare) e le relative complesse manovre nel tempo, nei vari settori dell'economia e nelle relazioni internazionali, costituiscono la p. e.: scambiata da molti, per affinità di argomenti o assonanza di termini, con l'economia politica che si insegna nelle scuole come scienza economica. Avviene in realtà che, sia per la crescente gravità e complicatezza dei problemi, sia per la suggestiva facilità di manovra per chi detenga il potere politico, sia per la relativa prontezza dei risultati e le sempre grandi e urgenti necessità finanziarie dei governi, la p. e. va nettamente soverchiando l'economia politica, la quale ne resta mortificata come scienza e screditata come speranza in un ordine economico razionale. Cosi la p. e. si è guadagnata il rango e il prestigio di scienza a scapito della scienza economica propriamente detta : ed è verso di essa che si appuntano principalmente le attese e le pretese dei singoli, delle classi, delle aziende e dei popoli, invece che verso il progresso scientifico e morale; per tacita involuzione, l'economia politica si occupa prevalentemente di p. e., e ne propugna l'ulteriore rafforzamento, suggerendo di chiedere ad essa le soluzioni dei problemi economici (v. keyNES). Con ciò l'economia si avvia ad essere riconosciuta praticamente come una funzione ordinaria delle politiche nazionali : il che distrugge evidentemente il concetto di scienza.

Tale situazione è piena di pericoli : sia perché allontana dalla via maestra, anteponendo l'empirismo alla razionalità; sia perché le varie p. e. nazionali, forzatamente diverse e spesso contrastanti, non favoriscono un ordinamento razionale dell'economia, che è fenomeno mondiale e unitario; sia perché l'economia nelle mani della politica, e di una democrazia che pieghi a consigli meno saggi, rappresenta un pericoloso strumento di dominio e di appressione, oltre che di inimicizia tra gli Stati; e invita a tutte le esperienze i governi espressi da partiti abili e temerari nella manovra di espedienti, ma sempre meno preparati e disposti a governare secondo le leggi naturali dell'economia.

I limiti di una sana p. e. sono segnati dal diritto e dal dovere che ha lo Stato di sostenere, coordinare e disciplinare le singole attività economiche, sostituendo l'autogoverno ancora lontano dall'economia e contenendo gli errori e gli eccessi; sempre con lo scopo non già di correggere le leggi naturali, ma di assicurarne il libero giuoco, evitando soltanto gli urti eccessivi e tenendo nel dovuto conto le situazioni reali. Soltanto una scienza economica progredita, affiancata da una valida scienza applicata, in clima di migliorata moralità e cultura, potrà contenere la p. e. entro i suoi giusti limiti : valorizzando il suo prezioso intervento nelle attività economiche come espressione di saggezza e non come violenza sistematica ad una verità economica alla cui chiarezza non è interessata.

Bias.: V. Torri, Principi di p. e. internazionale, Torino 1934: E. Insabato, P. e. e politica dei valori morali, in Idea, 7 (1951), pp. 384-87. Mario Baronei

## POLITTICO. - Termine generalmente adottato

per indicare un complesso di più di tre tavole dipinte, raccordate insieme da una incorniciatura di carattere architettonico.

Dittico infatti si dice un complesso di due pitture riunite insieme, le cui composizioni si completino a vicenda o pur no, e trittico un complesso di tre dipinti di cui i laterali si chiamano ali o sportelli. Ai termini di $t e$ trartico, pentittico, ecc. si preferisce in genere quello di p., anche perché nella maggior parte dei cosi, fra il xiv e il xv sec., allorché i p. ebbero la maggior diffusione, oltre le composizioni di importanza maggiore, nelle complesse cornici trovarano spazio tavole di minori dimensioni ma ugualmente dipinte, specie nella cimosa, nei pilastri, nella predella. Caratteristici esempi se ne colgono nella pittura senese, nella pittura umbra, in quella veneziana, ecc. specialmente nelle regioni ove il gusto per l'architettura gotica ebbe maggiore diffusione.

In un p. generalmente si distingue alla base la predella divisa in più scomparti; su di essa impostano pilastrini che culminano in pinnacoli o guglie ed inquadrano tavole quasi sempre centinate. Al di sopra di queste è spesso un secondo ordine di tavole dipinte di minori dimensioni delle precedenti ed a loro volta sormontate da tavolette quasi sempre polilobate. Tipico il p. di Nicola Alunno, che è nella Pinacoteca di Gualdo Tadino, e quelli con vari elementi figurati in scultura policroma dei maestri della scuola di Murano.

Emilio Lavagnino
POLIZIANO, ANGIolo. - Da Montepulciano, ove nacque il 14 luglio 1454 e donde poi trasse il nome di Politianus, Agnolo Ambrogini se ne venne presto a Firenze, presso parenti un po' meno disagiati, che lo avviarono agli studi. Prestissimo trovò modo di segnalarsi nell'ambiente umanistico di Lorenzo il Magnifico. D'ingegno vivissimo e arguto, il suo straordinario potere di assimilazione e il suo gusto sempre meglio esercitato dimostrò subito con la traduzione in esametri latini, sostenuti da virgiliana eleganza, di alcuni libri dell'Iliade, a proseguimento dell'opera di "pietà " umanistica già voluta da Niccolò V, e iniziata con la versione del 1. I di Carlo Aretino.

Il P. vi seppe dare bella prova della sua capacità di cogliere le armonie e tecniche più svariate, e di aderire raffinatamente agli originali, resi, come egli stesso dirà

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![img-14.jpeg](img-14.jpeg)

Poliziano. Angiolo - Cristoforo Landino e A. P. Particolare dell'affresco Zaccaria nel Tempio, di Domenico Ghirlandaio. Firenze, Chiesa di S. Maria Novella.
poi di una sua versione da Callimaco, a non sensu modo, sed numeris etiam, quod est difficilimum, coloribusque servatis s. 'Tra la predilezione del Ficino, che lo diceva "omerico giovinetto ", e l'affettuosa protezione del Magnifico, al quale i libri tradotti ( 6 , pare; ma 4 ne ritrov8 e pubblicò il Mai nel 1839) erano a mano a mano dedicati, il P. affina il suo poetico ingegno. Nel 1473 è accolto in casa Medici ad educarvi il secondogenito di Lorenzo, Piero: anni di agi discreti, ma anche di beghe e animosita, di cui fu documento i versi latini del tempo, le lettere volgari, e anche quella curiosa silloge di esercizi in volgare e in latino, i Latini, che il P. componeva ( 1481 ) ad uso di Piero, annotandovi sentimenti genuini, considerazioni morali e avvenimenti quotidiani; il tutto con venature amarognole e un po' pettegole, che erano del resto nella tradizione dei Poggio e Filelfo e Valla. Ma ad epigrammi latini e greci e invettive (sanguinose quelle In Mabilium), il P. aggiunse anche le sue classiche poesie di delicata fattura: come la mirabile elegia in morte di Albiera degli Albizzi (1473) e gli squisiti distici In violas, dolcissimi e ravvivati da una vigile malinconia d'amore, da una struggente consapevolezza della caducita di tutto quanto è bello; o i versi a Lalage, o quelli alla sua fanciulla (De Angeli puella), un carme vivo nei numeri e nell'espressione, festivo e spigliato. La fama del P. si affermò però soprattutto per la sua opera più schiettamente cortigiana, Le stanze per la giostra (1475-78), che suggellarono definitivamente la sua devozione ai Medici : una devozione di cui vorrà dar prova anche il suo Coniurationis Pucrionne commentarium ( 1478 ), cronaco intrecciata di motivi tacitiani e sallustiani, ma senza vero sviluppo psicologico o obiettività, in una prosa latina che di rado ha accenti drammatici. Le Stanze, sul tema di un torneo fiorentino del genn. ' 75 cantano l'innamoramento di Giu-
liano de' Medici per la bella Simonetta; ma, benché interrotte a mezzo il II 1. (o per la morte del giovane amico, o per l'evidente stanchezza dell'argomento), sono tuttavia di importanza eccezionale per la storia della nostra poesia volgare. Espressione ancora giovanile dell'umanesimo del P., esse distemperano la mossa epica iniziale in un'atmosfera cavalleresca che non ha ancora nulla del sorridente distacco dell'Ariosto, e presto perde movimento e si arena nell'esaltazione della natura, ora con popolare freschezza (sulle orme del Sacchetti), ora con accenti malinconici, ora con una raffinatezza di particolari che si ispira ai poeti latini della decadenza. L'apparato mitologico vi è rivissuto con grazia, senza apparente macchinosità, in un'ottava cesellata e armoniosa e sfrecciante di reminiscenze classiche. Si che non può concepirsi l'ottava dell'Ariosto senza quella del P., né la storia della nostra lingua poetica può prescindere dalla raffinatezza polizianea. Simonetta, resta, come ben fu detto, "tra l'umano e il divino ", come nelle pure forme trasfiguratrici della botticelliana Primavera e nel commento del Magnifico ai propri sonetti : erano del resto opere concepite tutte nella stessa temperie umanistica. Nel P., è vero, i temi dell'amore e della morte si appannano in un "dolceamaro " vagheggiamento della spirituale e fisica bellezza muliebre; era poi questo il suo personale modo di inserirsi, con la sua poesia latina e volgare, nella tradizione neoplatonica filosofeggiata da Ficino: la teoria divina dell'amore. Le Stanze hanno già molto della spiritualità umanistica dell'Orfeo e delle Sifone: i loro limiti sono nell'eccesso di contemplatività e di intellettualismo e in certa loro preziosità di cesello che sa più del medievale che del classico.

Non minore importanza, come già vide il Carducci, ha la poesia popolare del P., le Nugae in vernacolo che l'autore mostra di tenere in poco conto nei Miscellanea. Queste poesie del P., rispetti continuati e spicciolati e canzoni a ballo e canzonette, che continuano del resto le tradizioni popolari toscane, serbano una loro eleganza, un loro lavorio tecnico particolare. Senza aspre malinconie, senza allegorismi difficili e scontrosi, senza spirituali contemplazioni o sofferte vicende, essi costituiscono lo svolgimento dei consueti temi di amore chiesco o negato o conquistato, tra il festoso consenso di tutta la natura. Pur nella raggiunta semplicità, la tecnica è ricca di ritmi impeccabilmente scanditi. La lingua volgare, dopo il classicismo dei grandi trecentisti, sembra venuta con il P. a quella maturità che rispondeva al desiderio e alla speranza del Magnifico, raccoglitore, fin dal 1466 , di poesia toscana e difensore della lingua volgare, "non povera, non rozza, ma abundante e pulitissima \%. Pregi ai quali solo il P. seppe aggiungere eleganza e freschezza.

Nel 1480 , allontanatosi da Firenze per dissapori pedagogici con la consorte di Lorenzo, il P. giunse a Mantova. Quivi, in occasione di festeggiamenti di casa Gonzaga, e su richiesta del card. Francesco, compose per il teatro una favola pastorale, l'Orfeo: «in stilo vulgare perché dagli spettatori meglio fusse intesa ", ciò che prova ancora come s'equivalessero alla sua esperienza d'artista la forma volgare e la latina, nella quale ultima peraltro, come universale mezzo di sapienza, umanisticamente credeva. L'Orfeo è un canovaccio di dramma lirico su sfondo bucolico; e segue le forme della ballata (l'episodio iniziale, di Aristeo e Mopso, è vera e propria egloga; quello di chiusa, il baccanale orgiastico per l'uccisione del tracio cantore, è un canto carnascialesco), intercalandovi una saffica latina cantata da Orfeo e stanze volgari di lamento e preghiera a Plutone.

Ancor meglio che nelle Stanze per la Giostra si avvertono in questa favola pastorale, intessuta di motivi ovidiani, virgiliani e popolareschi, gli echi dell'allegorismo neoplatonico ficiniano, del mitico simbolismo che proprio in quegli anni il Landino interpretava sul testo della Commedia (1481) e aveva teorizzato nelle Disputationes Camaldalenses ( 1475 ca.) «nel commento all'Ancide (1478). Il P. cioè porta in ambiente mantovano e trasmuta in poesia la tendenza conciliatrice di elementi classici e cristiani che fu tradizionale dell'umanesimo, e che egli trovava e nelle ovidiane allegorie della Commedia e nelle fa-

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Pollatolo, Antonio - I ss. Vincenzo, Giscomo e Eustachio - Firenze,
vole poetiche ristudiate dal Boccaccio nelle Genealogie; nelle quali ultime, ad es. I. V, il mito di Orfeo è ancora spiegato, sulla scorta di Lattanzio e di Fulgenzio, in senso universale e cristiano; come cioè lo accolsero i neoplatonici fiorentini. Del resto, nell'Altercazione del Magnifico e nei Miscellanea del P., Orfeo è paragonato proprio al Ficino.

Il senso dell'opera del P. (se non fu lo stesso autore a preferire per la sua favola il velo del mistero) può sfuggire; ma l'ispirazione ficiniana che l'anima deve farla considerare non "materia profana" o "riscossa del libero paganesimo", ma come volgarizzata sintesi del classico e del cristiano, l'uno dall'altro anticipato e integrato.

Il P. erudito, critico, filologo e cultore di filosofia, scrittore di caldissimi Sermoni (1467-78) letti per una compagnia di dottrina (Del Sacramento dell'Eucaristia, Della Fusione di Gesù Cristo, Dell'umiltà di Gesù Cristo), in un forte e ricco volgare, e di inni sacri (giambici quaternari, In Divam Virginem, che non sfigurerebbero, benché piuttosto scolastici, in una storia dell'ispirazione biblica dal Petrarca al Manzoni), integra mirabilmente la personalità del poeta delle Stanze, dell'Orfeo e delle Odae. La sua ricchezza di cultura filologica e le sue vivaci intuizioni estetiche egli espose, sia pure un po' disordinatamente, nei Miscellanea, pubblicati in una centuria nel 1489 . Si tratta di una raccolta di saggi e osservazioni erudite : ora il P. raddrizza un passo o interpreta una parola oscura di codici, ora corregge un giudizio su scrittori e su opere, ora implicitamente polemizza (come continuerà nei XII ll. delle Epistolae, che ordinò pochi mesi prima della morte, e che altri pubblicò nel '98) con i numerosi avversari : il tutto ravvivato da una sincera fede nei valori eterni della sapienza. Nulla di più inesatto che negare al P. interessi religiosi o problemi di pensiero. La letteratura patristica egli conobbe e meditò, come ogni umanista; ciò appare evidente non solo dai suoi Sermoni e dalle sue prolusioni aristoteliche, ma ancora dalle sue lettere e dai Miscellanea; e fra le sue traduzioni dal greco in latino e le anche il Commento ai Salmi di Atanasio. E ovvio che al suo fiducioso, ottimistico umanesimo la sapienza di Dio appare già irraggiutasi alla mente di poeti e filosofi pagani; onde Omero e Aristotele, Platone e Cicerone, "prisci theologi", come insegnava Ficino, sono anche per lui profeti, primi possessori della sapienza
unica, che il cristianesimo ha poi accolto e ravvivato alla luce dell'amore divino per la salvezza degli uomini. Il suo Omero perciò, nella Pracfatio ad Homerum e nella "sylva" Ambra, è un profeta e un teologo insieme, che ha ricevuto e spiegato alle genti la nozione della divina onniscienza e provvidenza; come Cicerone, è da lui veduto con gli stessi occhi del Santo delle Confessioni, cioè vero intermediario di Dio. Per merito del ciceroniano Hortensius, egli ricorda fra l'altro, s. Agostino poté infatti chiedere a Dio "l'immortalità della sapienza, con incredibile ardore di sentimento" ", e poté "disdegnare gli affetti e le passioni d'un tempo ed ogni vana speranza, e riporre in Dio ogni pensiero".

Alla polemica su Cicerone e il ciceronismo il P. prese vivissima parte, soprattutto nelle sue Epistolae. Egli, che aveva elevato l'imitazione ad arte, e che nello stile desiderava scorgere "il lungo lievitare di una recondita erudizione, di molteplici letture, di consuetudine antica di studio", non poteva certo tollerare che altri vedesse di Cicerone lo "stylum, non pectus", e ne scimmiottasse le cadenze e le clausole metriche e il vocabolario. Perché al P. fu ben presente il problema della irrepetibilità di un dato linguaggio e della evoluzione dello stile: cosi egli considerava la latinità di Quintiliano non "corrotta" rispetto a quella di Cicerone, ma semplicemente "mutata"; non contaminata cioè da decadenza, ma diversa, secondo il variare di ingegni, di gusti e di ambienti.

A Firenze, ov'era tornato lo stesso anno 1480 , il P. riebbe, fra il rinnovato favore di Lorenzo, la sua prioría di S. Paolo, affidatagli tre anni prima, e divenne pubblico professore allo Studio fiorentino. Fu anche canonico della Metropolitana. Del suo insegnamento letterario - sempre peraltro in chiave di poeta o di filologo - rimangono le Praelectiones a Omero, a Svetonio, a Persio, a Quintiliano e a Stazio, come anche le sue Sylvae - cioè composizioni improvvise - in armoniosi esametri : Manto, in lode di Virgilio (1482), Rusticus (1483), sulla poesia georgica di Esiodo e di Virgilio, Ambra (1485), in lode di Omero, e Nutricia (1491), ove si esalta la poesia e i poeti antichi e nuovi. L'insegnamento filosofico egli svolse dal 'ga fino a quando una violenta febbre lo tolse immaturamente ai vivi (sett. '94); e son conservati i suoi corsi aristotelici sui Priora e sulla Dialettica, e le sue trattazioni generali (Lamia, Panepistemon, Dialectica), a cui lo spingeva certo il suo Pico della Mirandola. Ma vero filosofo il P. non fu; anche se poté dire di rinnovare gli studi di filosofia con la sua perizia filologica, in perpetua polemica con i maestri suoi predecessori, tutti "aridi" o "istuni": costoro avevano tanto svalutato il nome di filosofo, che egli preferirebbe forse per sé quello di "grammatico" o di "filosofastro".

Il P. ebbe viva coscienza di quanto egli rappresentasse nella cultura fiorentina ed europea. Con lui i tempi son maturi per una vita più degna e consapevole : l'oscurità medievale, egli afferma, può dirsi finita; egli è orgoglioso di illuminare meglio il presente con la voce degli antichi scrittori che "vix tandem aliquando, sicut erant semilaceri atque trunci multumque a se ipsis immutati, suam hanc in patriam reverterunt". Se con la sua opera filologica egli appartiene alla tradizione umanistica che dal Valla prosegue fino ad Erasmo, le sue Stanze rimasero di modello a tutta la poesia volgare dell'ultimo Quattrocento e del Cinquecento, le sue Sylvae sono singolare esempio di misticismo umanistico, e il suo Orfeo fornì materia di imitazione al teatro di tutto il Rinascimento, dal Rucellai al Trissino. E anche nel mutarsi dei gusti del nostro volgare, la sua lingua sarà considerata un mirabile acquisto non solo dai teorici come il Bembo, ma dai poeti e critici d'ogni tempo.

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(fol. Musci e Gallerie Poutifcie)
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(fol. Alinari)
In alto: PIVIALE detto "di Pio IX", conservato nella Biblioteca Vaticana (sec. xili).
In basso: PIVIALE DI PIO II, dono di Tommaso Paleologo. Arte inglese (sec. xiv) - Pienza, Museo civico.

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(da M. Kuplicki, Stary Kraków, Cracowia 1937, p. 34)
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(da M. Kuplicki, Stary Kraków, Cracuria 1937)
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In alto a sinistra: CRACOVIA D' INVERNO. In alto a destra: CHIESA SULLA SKALKA dove s. Stanislao subl il martirio nel 1079 (sec. xvir) - Cracovia. In basso: IL CASTELLO DI WAWEL a Cracovia, fondato da Krakus principe di Croazia nel '700. Litografia del sec. xix.

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Btul.: cdd.: Angoli Politiani Opera, quae quidem extitere hactenus, unnia, Basilea 1533: Le Stanze, l'Orfeo e le Rime di monser A. A. P. a cura di G. Carducci, Firenze 1863: id., $2^{2}$ ed. con app. di G. Rossi, I sonetti attribuiti al P., Bologna 1912 (il saggio introduttivo del Carducci è ristampato in Opere di G. C., ed. nss., XII, Bologna 1956, pp. 137-375): Prae volgarj inedite e poesie latine e greche edite e inedite di A. A. P., a cura di I. Del Lungo, Firenze 1867: A. P., Gli epigrammi greci, a cura di A. Ardizzoni, ivi 1932. Studi : un ricco elenco in V. Rossi, Il Quattrocento, Milano 1945, pp. 402-403; ai vari saggi sulla vita e sulla opere del P. (Mencken, Suresu, Bonafous, Carducci, Del Lungo, Picotti, Neri, Fumagalli, Rho, Rossi, etc.). si aggiungano le interpretazioni di G. Toffanin, Storia dell'Omanesimo, $4^{2}$ ed., Bologna 1950, e id., Il Teatro del Rinascimento, in La Religione degli Umanisti, Bologna 1950, pp. 39-81. Giulio Vallese

POLLATOLO, Antonio di Jacopo Benci, detto del. - Pittore, scultore, orafo, architetto, n. a Firenze ca. il 1431 (secondo altri 1426, o 1429, o 1433), m. in Roma, ove è sepolto, in S. Pietro in Vincoli, il 4 febbr. 1498. Dai suoi contemporanei era considerato tra i maggiori artisti.

Verosimilmente la sua prima educazione si svolse presso la bottega di un orafo; il carattere orafesco riecheggià, più o meno vivamente, in tutte le sue opere. Ancora i rapporti con orafi come il Sali e il Finiguerra (cui forni spesso i disegni per i nielli), e il fatto stesso che Antonio tenne più lungamente bottega d'orafo in via Vacchereccia, lo confermano. D'altra parte sono tecnicamente opere di oreficeria la Croce d'argento per il S. Giovanni (Firenze, Museo dell'Opera del Duomo), cui il P. collaborò, insieme a Betto di Francesco Betti e Miliano Dei (1475); e, più tardi (1478), l'Altare d'argento ove egli esegui la Natività del Battista, pure per S. Giovanni (adesso nel Museo suddetto), opera suddivisa tra il Verrocchio, Antonio di Salvi, Francesco di Giovanni e Bernardo di Cenni. Tale attività e sensibilità di orafo, nella incisiva precisione del mezzo espressivo che è la linea, non contrasta, anzi contribuisce allo svolgimento del linguaggio plastico di Antonio.

Come pittore, nel 1460 eseguiva tre grandi tele raffiguranti la Fatiche d'Eresle, per Piero de' Medici, ora perdute. Contemporaneamente e dopo (1466), forniva i disegni per i paramenti del Duomo (i Ricami, famosi, ora nel Museo dell'Opera). Altre opere di oreficeria vengono ricordate nei documenti, tra il 1460 e il 1465 . La decorazione in affresco della cappella del card. di Portogallo in S. Miniato ebbe inizio nell'ott. del 1467. Accanto ad Antonio e Piero vi lavorava il Baldovinetti. All'inizio di quell'anno, insieme al Verrocchio e a Luca della Robbia, il P. fa parte della commissione incaricata di collocare la palla sulla lanterna della cupola di S. Maria del Fiore.
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(fot. Alinari)
Pollatolo, Piero - Incoronazione della Vergine (1483). S. Gimignano, Collegiata.

Al 1469 risale un primo soggiorno romano dell'artista. L'impressione della permanenza a Roma si nota nel paesaggio, come nella maturità plastica che il Martirio di 2. Sebastiano ( 1475 ; Londra, Galleria nazionale) esprime. Oltre al suo giuramento per "aurifex aurario", altri documenti riguardanti la posizione e attività di orafo del P., vanno dal 1472 al 1480 . Sono gli anni dei suoi rapporti con il papa Sisto IV; della sua collaborazione (1478) all'Altare d'argento; della esecuzione del paliotto di Assisi : quando la fama dell'artista è ormai alta. Lo conferma la presenza ( 1474 ) di un cartone "cum quibusdam nudis Poleyoli" nello studio di Francesco Squarcione. Per l'attività architettonica del P. è importante la notizia che egli abbia inviato un progetto (1491) per la facciata di S. Maria del Fiore. Il monumento in bronzo al papa Sisto IV, in S. Pietro, era terminato nel 1492; e, in collaborazione con il fratello, eseguiva quello per Innocenzo VIII, compiuto poi nel 1498 . Non poté realizzare, invece, il monumento equestre a Francesco Sforza, di cui restano due disegni rispettivamente a Monaco e Nuova York. Incerta è l'attribuzione a A. d. P. dei due putti della Lupa capitolina.

Tanto le opere di oreficeria, quanto quelle di scultura e di pittura, dovute al P., manifestano unità di intenti e di significato, nel ritmo energico della linea plastica e dinamica: S. Maria Egiziaca della pieve di Staggia, i mirabili Ritratti muliebri di profilo: quello di Berlino (Museo di Stato) e l'altro nel Museo Poldi Pezzoli di Milano; Tobiolo e l'arcangelo Raffaele (Torino, Pinacoteca). In quest'opera si può ancora escludere la collaborazione del fratello Piero. Il livello pittorico si mantiene alto, p. es., nei SS. Vincenzo, Giacomo ed Eustachio (Firenze, Uffizi). Un altro affresco, in cattivo stato, tipico per il senso del movimento, è il fregio con la Danza dei nudi nella Villa Gallina ad Arcetri (Firenze), che si può attribuire ad Antonio soltanto. E
84. - Enciclopedia Cattolica. - IX.

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(Int. Enc. Catt.)
Polo, Marco - La più antica redazione veneta del Milione (prima metà del sec. XIV) - Roma, Biblioteca Casanatense, ms. 3999, f. $7^{\circ}$.
esclusivamente a lui spettano opere di schietto ed intenso valorespirituale quali il donatelliano, piccolo David di Berlino (Museo di Stato); l'Apollo e Dafne di Londra (Galleria nazionale); l'Erodo e Dejanira del Museo Jarves (Nuova Haven, U.S.A.); i due bozzetti, finiti, per le Fatiche d'Erode, già agii Uffizi (smarriti in seguito alla seconda guerra mondiale). In tali ultimi dipinti il paesaggio «aereo» rispecchia la stessa vibratile, sensitiva esaltazione lineare delle figure e vi soccorre anche il ductus del colore dell'impasto che si sgrana sulla superfice pittorica. Per quanto concerne l'attività plastica, il monumento a Sisto IV esalta pienamente lo stile di Antonio, ed è tutto un fascio nervoso di elementi plastici. Si attenuano, per il prevalere della collaborazione del fratello, tali qualità nel monumento ad Innocenzo VIII, pure in S. Pietro. Parallelo alle Fatiche d'Erode, su tela, è il bronzo di Ercole e Anteo (Firenze, Bargello), di impareggiabile effetto dinamico ed «espressionistico». E va almeno ricordato il Busto di guerriero in terracotta, anch'esso al Bargello. Molti disegni si attribuiscono ad Antonio o alla sua scuola, individuabili dal significato «funzionale» della linea di contorno. Tipici di Antonio sono: l'Adamo ed Eva (Uffizi), l'Erode e l'Idra del Museo Britannico; l'Erode e i giganti del Museo di Cambridge (U.S.A.), ecc. Da disegni di Antonio derivano i Ricami per S. Maria del Fiore (Museo dell'Opera); l'incisione della Battaglia dei nudi, ecc.

Bibl.: F. Albertini, Memoriale di molte statue et picture sono nella inclina cipia di Florentia (1310), ed. G. Milanesi, Firenze 1863 pp. 13, 14, 17; G. Vasari, Le vite, ed. G. Milanesi, III, ivi 1878, p. 285 ; G. B. Cavalcaselle e G. A. Crows, Storia della pittura in Italia, VI, ivi 1894, p. 72 ; B. Berenson, Florentine painters of the Renaissance, Londra 1896, p. 45; Venturi, VI, p. 754 ; F. Schottmueller, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, p. 210 con bibl. prec.; G. Colacicchi, A. del P., Firenze 1943; A. Sabatini, A. e P. del P., ivi 1944, con accurata bibl.; S. Ortolani, Il P., Milano 1948.

Pure pittore fu suo fratello, Piero di Jacopo Benci, n. probabilmente nel 1443, m. quasi certamente nel 1496 a Roma, sepolto con Antonio in S. Pietro in Vincoli.

Collaborò con il fratello alle Fatiche d'Erode; da solo esegui ( $1469-70$ ) le Virtù per le spalliere dei seggi del tribunale fiorentino della Mercatanzia. Anche qui, tuttavia, Antonio dovette fornire i disegni al fratello, come è provato dal cartone per la Carità. Piero esegui la Fede, la Speranza, la Temperanza, la Giustizia, la Prudenca (Firenze, Uffizi). In queste allegorie si dimostra come Piero ricalchi le orme della maniera del fratello, più o meno felicemente. L'artista manifesta una visione figurativa più calma, risolta in superfici cromatiche più levigate, preziose, nitide; talora con un senso del particolare che presuppone una conoscenza della pittura fiamminga. Ciò appare evidente specialmente nella tavola dell' Annunciazione, nel Museo di Berlino. D'altra parte, P. del P. ha anche un tipo muliebre, caratterizzato da un ovale del volto più alargato, e insieme pieno. Infliui su di lui anche il Verrocchio (van Marle) come appare dal S. Michèle del Museo Bardini, a Firenze. Altra opera in cui P. lavorò da solo, impegnandosi in una composizione complessa, è la tavola della Incoronazione della Vergine, nella Collegiata di S. Gimignano, firmata e datata «Piero del P. Florentino 1483 ". Come ritrattista si riconosce Pietro in alcuni profili femminili: un Ritratto muliebre agli Uffizi, un altro alla Galleria Pitti, un terzo alla Galleria nazionale di Londra. Probabilmente egli accompagnò il fratello Antonio a Roma nel 1483, quando cioè quest'ultimo incominciava il monumento al papa Sisto IV. Se Pietro vi collaborò, certamente il suo intervento fu di tutto materiale, data la genuina individualità dell'opera; mentre le manchevolezze del monumento al papa Innocenzo VIII riflettono il suo largo intervento.

Bibl.: v. bibl. precedente.
Luigi Grassi
POLLMANN, AnSGAR. - Scrittore benedettino tedesco, n. il 21 sett. 1871 a Hechingen (Hohenzollern), vissuto per molti anni ne