rsonale e quella della patria; in Konrad Wallenrod il damma della vendetta contro l'oppressore, in Pan Tadeusz, capolavoro della letteratura polacca, il poema della Lituania stessa, con la sua affascinante natura, la sua gente, i suoi usi. Le Ballate e romanze, i sonetti e le liriche sono pervasi da un alto senso religioso e patriottico. Juljusz Słowacki ebbe rare attitudini drammatiche: autore di numerosi drammi, poemi, liriche, è fra i tre maggiori romantici quello che meglio possedette la magia del verso. Zygmunt Krasiński fu pensatore e poeta; i suoi drammi (Iridione; La non divina commedia) al pari dei suoi poemi sono improntati al dolore che adombrò la sua vita e fu confortato da un'alta fede. Altri romantici furono Antoni Malczewski, autore del poema Marja; Seweryn Goszczwiski (Zamek Kaniotcski); Bohadan Zaleski, che cantò le bellezze delle terre orientali; Trolli Lenartowicz (182a1893) che visse lunghi anni a Firenze, e altri. Novellatori romantici furono Michał Czaykowski, bizzarro avventuriero che scrisse fantasiosi romanzi cosacchi; il conte Henryk Rzewuski, delizioso raccontatore di episodi della vita dell'antica P., e il fecondissimo romanziere Józef Ignacy Kraszewski, che fece rivivere la storia polacca. La commedia fiorì con il maggiore dei commedlografi della P., Aleksander Fredro. La storia ebbe un ottimo cultore in Joachim Lelewel. Si rannoda infine al romanti-
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cismo e precorre le tendenze simboliste il profondo e a volte oscuro Cyprian Norwid (1821-77).
5. Il positivismo. - La reazione al romanticismo fu determinata non solo da correnti dilaganti in tutta Europa, ma essenzialmente da quelle stesse condizioni della patria che avevano dato si forte impulso alla corrente romantica. La fede nella resurrezione della patria, i vaticinu dei suoi ispirati poeti erano dileguati con la sanguinosa repressione dell'insurrezione del 1863. Parve agli spiriti stanchi e doloranti che la salvezza dovesse giungere dalla visione della muda realtà, affrontata per risolvere i problemi che asciolavano la nazione. La cultura polacca s'improntò dunque, come tutta quella europea, alle nuove dottrine. Il poeta Adam Asnyk (1838-97) cantava: «Formati alla scuola dell'aspro sventura, abbiamo respinto la dolcezza dei sogni; assetati di verità, lei sola cerchiamo ". L'Asnyk fu uno dei più eminenti lirici del tempo; da ricordare con lui Marja Konopnicka (1842-1910), sensibilissima alla bellezza della natura e dell'arte (e all'Italia si ispira una delle sue migliori raccolte di liriche), come fu sensibilissima al dolore del popolo che lavorava in patria e sulle vie del mondo (Pan Balcer al Brasile). Fra i romanzieri del tempo emergono Bolesław Prus (Aleksander Głowacki, 1847-1912), che diede con Lalko ("Bambole") un quadro della vita polacca in cui i caratteri sono finemente disegnati; con Il Faraone ricreò l'ambiente dell'antico Egitto; e scrisse anche ottime novelle.
Eliza Orzeszkowa (1841-1910), il cui più bel romanzo è Nad Niemen (s Sul Niemen») è autrice pure di romanzi ebraici (Metr); Adolf Dygasiński (1839-1902) è un fine osservatore della vita della natura (Gody zycza, "Le feste della vita"); Adam Szymański (1832-1916), esiliato politico in Siberia, trasse dalle sue esperienze la materia viva per i suoi Szkice (sSchizzi») e per i suoi racconti in cui si ritrovano la bontà, il dolore, la durissima vita degli esiliati. Józef Weyssenhof (1860-1932) è romanziere sobrio ed elegante. Ma il maggiore fra tutti gli scrittori del tempo fu Henryk Sienkiewicz (1846-1916), che appartenne, agli inizi, alla corrente positivistica, da cui si staccò con i suoi grandiosi romanzi storici (la Trilogia, I Crociati, ecc.) e acquistò fama mondiale per il romanzo Quo nadis? che si svolge nella Roma neremiana, nel contrasto fra l'ambiente pagano e quello dei primi cristiani, e ha pagine di calda fede. Altre sue opere di argomento moderno sono Bea dogmatu ("Senza dogma "), Rodzina Polanieckich ("La famiglia Polaniecki "); molte novelle, fra cui Hania e Latarnik (" Il guardiano del faro "), sono a giusto titolo reputati capolavori. Scrisse inoltre corrispondenze di viaggio, anche dall'Italia.
6. La letteratura polacca dagl'inizi del presente secolo all'innazione tedesca. - La reazione alle tendenze positiviste avvenne in P. per l'influenza dei poeti francesi (Mallarmé, Verlaine, Baudelaire) e del D'Annunzio; ma prevalentemente per l'impulso ad una liberazione interiore dopo il fallimento del programma di ricostruzione sociale e culturale bandito dal positivismo. I Polacchi inoltre già avevano nel loro passato i migliori maestri, precursori delle moderne tendenze: lo Slowacki e il Norwik, di cui scoprivano allora soltanto il pieno valore. Le riviste Życie ("Vita") e Chimera raggrupparono le individualità più notevoli: Stanisław Przybyszewski (1868-1923), autore di drammi, saggi e romanzi legati al simbolismo nordico; Stanisław Wyspiański (1869-1907), pittore, poeta, musicista, rinnovatore dell'arte tipografica, drammaturgo, che richiama per la sua formazione intellettuale certe grandi figure del Rinascimento. Il suo tormento d'artista, la passione patria, l'alto senso religioso della vita informano la sua vasta produzione in ogni campo. Alla "Giovane P.", scuola poetica del principio del secolo, appartengono Jan Kasprowicz (1860-1926), la cui ispirazione rivela profonda religiosità, larga umanità, amore per la natura; Kazimierz Tetmajer (1865-1940), lirico delicato della bellezza e dell'amore; e Leopold Staff (vivente), che è considerato uno dei massimi poeti polacchi. Eminenti prosatori di questo periodo: Stefan Żeromski (1864-1928), nella cui opera prevale la passione patriottica; Popioly ("Ceneri") è l'epopea della P. ai tempi napoleonici; novelle e drammi riflettono l'intimo
tormento della ricerca della libertà nazionale. Władysław Reymont (1868-1925) si distingue per una umana, pacata considerazione di motivi sociali. Chtopy (s I contadini "), premio Nobel 1924, rappresenta il poema della terra nel volgere delle stagioni; gli uomini vi sono rappresentati nelle fatiche della vita quotidiana, con i loro errori e le loro qualità. Ziemia obiecana ("Terra promessa") mostra il sorgere della potenza industriale in ciò che essa ha di più disforme dalla vita semplice e spontanea dello spirito, ingoiato anch'esso dalla macchina che assorbe tutte le attività dell'uomo. Prosatori eminenti sono Waclaw Berent (n. nel 1872) e Waclaw Sieroszewski (1860-1940), che, esiliato giovanissimo in Estremo Oriente, trasse come già lo Szymański ispirazione dai suoi ricordi nei romanzi di soggetto esotico; Juljusz Kadon Bandrowski (1885-1944, fucilato dai Tedeschi) fu nobilissima tempra di scrittore.
Dopo la prima guerra mondiale, risorta a libertà, la P. ebbe larga fioritura di poeti e prosatori, fra cui è difficile scegliere. I maggiori si raggruppano intorno alla rivista Skomonder: Juljan Tuwim, Antoni Słominski, Jan Lechón, Jarosław Iwaszkiewicz, tutti viventi; Maria Pawlikowska, che cesellò le sue brevi liriche, simili a coplas spagnole. Al gruppo strapaesano Czartok appartiene Emil Zagadłewicz; i Pawlikowski, vera dinastia letteraria, fondarono una casa editrice per le loro opere e vi pubblicarono anche quelle di Maryla Wolska, poetessa luminosa per la vena serena e la fede religiosa. Infine Kazimierz Illakowicz ha un posto a parte fra i lirici moderni; notevolissimo il suo poemetto Storia del Martire di Mosca, commossa rievocazione del sacerdote polacco Rudkiewicz ucciso in Russia. Si distinguono nel romanzo: Marja Dąbrowska (Nocy i dnie, "Le notti e giorni"); Zofia Kossak, che predilige il genere storico; Andrzej Strug; Ferdynand Goetel ed altri.
7. Guerra e dopo guerra. - Il 1939 segnò l'inizio d'una catastrofe nel mondo polacco: parve che la guerra dovesse spegnere ogni manifestazione dello spirito. Gli studiosi e gli artisti deportati, chiuse le università, distrutte le biblioteche. Ma la P., avvezza per tradizioni secolari alle invasioni e alle guerre sul suo territorio, offrì un meraviglioso esempio di resistenza: sorse una università clandestina; innumerevoli i giornali e le pubblicazioni clandestine fra cui, notissima, Kamienie na szaniec ("Pietre sulla trincea") del Gorecki (paradomimo di A. Kaminski). Molti polacchi riparavano all'estero, formando centri intellettuali di una nuova emigrazione in Ungheria, Italia, Francia, Inghilterra, Persia, Palestina.
Fra le corrispondenze di guerra è da ricordare: Bitwa o Montecassino ("La battaglia di Montecassino") di Melchior Wałkowicz; le testimonianze sui campi di concentramento: $Z$ wichlani (trad. con il titolo: "Il campo della morte") di Zofia Kossak e Wspomnienie Starobielshie ("Ricordi di Starobielsk") di Józef Czapski, tutti a carattere di cronaca; mentre notevole valore letterario hanno: Droga wiodla przez Narwich ("La strada passava per Narwich") di Ksawery Pruszynski; Dymy nad Birchenau ("Fumate su Birchenau") della Szmaglewska; Listy z pod morsei ("Lettere scritte sotto al geloo") di Gustaw Morcinek.
Sono da notare due raccolte di versi di Marja Pawlikowska, pubblicate in Inghilterra; versi della Illakowicz, stampati in Ungheria; il bel poema Kwiaty polshie di Juljan Tuwim e il romanzo Srebrne Orly ("Aquila d'argento") di Teodor Parniki.
Il profondo mutamento politico e sociale iniziatosi in P. con il 1945, non mancherà di influire anche sulla sua letteratura; ma troppo vicini sono gli eventi perché si possa prevedere con esattezza quanto i Polacchi potranno salvare della tradizione culturale occidentale, a cui sono si profondamente legati.
Stat.: repertori bibliografici: E. Estreicher, Bibliografia polska, Cracovia 1870 seg. (opera in continuazione); G. Korbut, Literature polska, Varsavia 1930-31. Opere generali: A. Mickiewicz, Les Sûreas, 3 voll., Parigi 1840; St. Tarnowski, Historia literatury polshiei, 7 voll., Cracovia 1900-1907; A. Brückner, Geschichte der polstichen Literatur, Lipsia 1922; G. Mavet, Carattere patriottico e tendenza universali della letteratura polacca, Roma 1930; L. Zaleski, Attitudes et destinées, faces et profils d'écrivains
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polonais, Pariai 1932; B. Chlebowski, La littérature polonaise au XIXc siècle, ivı 1933; Doteje literatury piehuri w Polsce, in Encyclopedin polsha, $2^{\circ}$ ed., Cracovia 1935; A. Brückner, Literatura polsha od jei poczathote do chnili obecnej (- Storia della letteratura polacca dagli inizi al momento presente -), aggiornata da St. Lam al ria5, ivI s. d.: Polugue 1919-30, III: Vie intellectuelle et artistique, Neuchatel 1947. Marina Bersano Begev
VI. Arte cristiana. - Le premesse dell'arte medievale in P. sono caratterizzate da una assoluta mancanza di influssi bizantini. Avendo la P. accettato, nella seconda metà del x sec., il cristianesimo dall'Occidente, la formazione della sua civiltà venne anche interamente educata dai centri latini. Solo tracce passeggere di un lieve contatto con l'arte bizantina si notano in P., non prima dell'inizio del Quattrocento, quando con l'arrivo al potere della dinastia lituana dei Jagelloni la P. si trovò in rapporti con la civiltà rutena delle rive del Dnieper.
I primi ad importare in P. i modelli dell'arte occidentale furono i Benedettini; le loro più antiche abbazie polacche, dei secc. xi e xit, soprattutto quella di Tyniec, hanno un carattere romanico. Le abbazie cistercensi (Sulejow), molto diffuse in P. dal xiri sec., si orientano nelle loro forme verso i modelli del gotico francese; e le prime chiese dei Domenicani (Sandomir, Cracovia), che ebbero in P. un grande sviluppo in seguito all'apostolato di a. Giacinto, si ispirano al cosiddetto gotico degli Ordini mendicanti.
L'architettura gotica del xiv sec. riesce in P. a realizzare un suo carattere individuale, il cosiddetto "gotico della Vistola", in fabbricati, dove domina il mattone rosso, a volte sporgenti a ventaglio intorno a slanciate colonne. Come maggiori esempi del gotico di marcato carattere polacco locale, possono citarsi le chiese di S. Giovanni e di Maria Vergine a Torunia, la cattedrale di Gniezno, e quella di Cracovia, ambedue riedificate nel xiv sec., quella di Chelmno, la collegiata a due navate di Wialica, le chiese di Maria Vergine e di S. Caterina a Cracovia, quelle di Maria Vergine a Starograd e a Posnania, il cortile della vecchia Università di Cracovia, il Palazzo comunale di Torunia e la sala capitolare nel Castello di Malborgo. A questo ciclo stilistico apparteneva pure la grandiosa chiesa di Maria Vergine a Danzica e la chiesa di Maria Vergine di Nowe Miasto a Varsavia, ambedue distrutte durante la seconda guerra mondiale.
Nel corso di tutto il medioevo i modelli della pittura in P. vengono forniti da prototipi dell'Occidente europeo; essi arrivano attraverso la Boemia, in una versione spesso ivi riformata. Con la corte angioina l'attività artistica in P. del tardo Trecento viene ravvivata da modelli del gotico internazionale, che arrivano allora attraverso l'Ungheria.
Il Quattrocento segna in P. una maggiore dipendenza artistica dai concetti tedeschi, uniti alla cultura borghese. La pittura chiesastica e la scultura sono allora maggiormente influenzate dal tardo gotico di Norimberga, l'apogeo del quale si rivela in P. nel magnifico altare con le Storie della Vergine, scolpito in legno da Veit Stoss verso il 1490 , capolavoro che adorna l'abside della chiesa di Maria Vergine a Cracovia. D'altronde il Quattrocento ha lasciato in P. alcune tracce di pittura bizantinoggiante rutena, p. es., gli affreschi della cattedrale di Sandomir, quelli del 1415 nella cappella della S.ma Trinità nel Castello di Lublino e quelli del 1470 nella cappella di S. Croce del duomo di Cracovia; essi formano le uniche eccezioni bizantine nell'intero percorso della storia dell'arte in P. Si nota pure che l'espansione della civiltà polacca, dilagandosi sin dal xv sec. ed in modo particolare nel xvi sec. nelle terre rutene del Granducato lituano, ivi portava insieme le forme artistiche dell'Occidente europeo, e che, su queste terre di confine della P. con l'Oriente, l'arte bizantina si trovava in regresso per opera della civiltà polacca, interamente di contenuto latino. Il gusto rinascimentale italiano arriva in P. nel primissimo Cinquecento. Viene protetto dalla corte del re Sigismondo I, sposo di Bona Sforza, ed intensamente diffuso dai personaggi della corte, in modo particolare dal gran cancelliere Cristoforo Szydlowiecki. La fab-
brica della Reggia del Wawel a Cracovia, castello interamente rifatto tra il 1502-30 dagli architetti italiani Francesco Italo e Bartolomeo Berecci, diventò allora in P. il maggior centro della cultura artistica italiana; la quale, ben presto, con Gian Maria Mosca, detto il Padovano, architetto del Palazzo dei drappieri Sukiennice a Cracovia e di quello vescovile (del 1550), domina il gusto dell'architettura e della scultura cinquecentesca polacca. In seguito, tra il 1600 e il 1650 , il lungo e operosissimo soggiorno in P. del manierista veneto Tommaso Dollabella di Belluno diede anche alla pittura polacca del Seicento un aspetto stilistico italianizzante.
Lo spostamento della capitale da Cracovia a Varsavia con i re della dinastia Wasa, fece di quest'ultima città la culla del barocco in P., il quale si diffondeva avendo ivi come prototipi le chiese dei Gesuiti. Dopo alcuni fabbricati ecclesiastici barocchi, concepiti nel puro gusto italiano, p. es., la chiesa di S. Pietro a Cracovia, opera dell'architetto italiano Giovanni Trevani, eseguita tra il 1597 e il 1619 , si crea uno stile locale barocco polacco, prodotto di un compromesso tra le nuove tendenze decorative italiane con le forme strutturali di tradizione gotica, adattate ai bisogni climatici. Diverse chiese seicentesche polacche dimostrano un tale compromesso artistico, p. es., quella di Kazimierz del 1613 e quella di Radzyn del 1641. Gli esempi più ricchi di questo genere di chiese, come quel-

(per cortesia del dett. Wiskr)
Polonia - S. Stanislao vescovo e quarto risuscita il cavaliere Pietro detto Pietroimo. Pala d'altare di Taddeo Konice (1752). Roma, S. Stanislao dei Polacchi.
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(per cortesia del comm. Lione inmirabili)
Polonia - L'adultera. Dipinto di Enrico Siemiradski (1873) - Pietroburgo, già raccolta dell'Imperatore Alessandro III.
la della S. Croce a Varsavia e quella dei missionari a Vilna, hanno di solito le facciate adornate ai lati da due torri.
Il barocco fiorito alla fine del Seicento lasciò in P. alcuni bei monumenti; tra essi, la villa suburbana di Wilanow presso Varsavia, edificata per il re Giovanni III Sobieski, la chiesa dell'Antokol a Vilna e il Palazzo Krasinski a Varsavia. Al barocco, improntato maggiormente di spirito italiano, succede nella P. settecentesca il rococò, piuttosto orientato dal gusto di Dresda, dove soggiornava maggiormente la corte comune sassone e polacca di allora. Quale tipico prodotto di tale orientamento estetico si può citare il Palazzo Briihl a Varsavia. In questo periodo sono assai caratteristiche le decorazioni fantastiche di altari. Nella pittura polacca della prima metà del Settecento si manifesta però sempre l'indirizzo italianizzante, il quale si è rappresentato anzitutto da Simone Czechowicz (16891776), pittore polacco educato a Roma, ritenuto dalla tradizione ultimo allievo di Carlo Maratta e fedele imita. tore di costui nelle numerose sue pale d'altare, disseminate in diverse chiese dell'intera $P$.
Il regno del gusto neoclassico arriva in P. nel 1764, con l'avvento al trono di Stanislao Augusto Poniatowski, mecenate e protettore delle arti. Ha un suo primo brillante periodo durante tutto il regno di quest'ultimo Re dal 1764 al 1795; un suo secondo periodo fiorito sotto il Ducato di Varsavia (1807-15); ed un terzo, appesantito, dopo il Congresso di Vienna. Nel suo brillante periodo settecentesco l'architettura neoclassica in P. è guidata da Domenico Merlini (1731-97) e dal suo allievo Giovanni Kamsetzer (1753-95) ai quali si deve prima di tutto la ricostruzione interna del Castello reale Zamek a Varsavia (distrutto durante la seconda guerra mendiale) e la costruzione della graziosissima Villa Lezienki a Varsavia, gioiello architettonico di questa epoca. L'architetto polacco Lorenzo Gucewicz diede allora un aspetto neoclassico ai monumenti di Vilna: alla Cattedrale nel 1777 e al Palazzo comunale nel 1781-83. La pittura sotto il regno di Stanislao Augusto fu portata al suo notevole livello in maggior parte per opera della cultura italiana, sia per tramite di pittori polacchi educati a Roma, come Taddeo Konicz (m. a Roma nel 1796), seguace di Pompeo Batoni, e Francesco Smuglewicz (1745-1807), sia proprio da maestri italiani stabilitisi in P., tra i quali il primo fu il vedutista veneto Bernardo Bellotto detto il Canaletto, chiamato da Stanislao Augusto a Varsavia nel 1767 e poi rimasto ivi ininterrottamente fino alla morte avvenuta nel 1780. Il vero capo scuola della pittura neoclassica in P. fu però Marcello Bacciarelli (n. a Roma nel 1731, m. a
Varsavia nel 1818), pittore di scene sacre, allegoriche, mitologiche, storiche e pure ritrattista, la cui attivita in P. fu molto apprezzata dai suoi contemporanei, come mostra il fatto ch'egli fu nobilitato dalla Dicta di P., prima dell'ultima spartizione di questo Stato. Il trentino G. B. Lampl (1751-1830) e Giuseppe Grassi (1758-1838), figlio di genitori italiani all'estero, lavorarono nel tardo Settecento in P., lasciandovi alcuni ottimi esempi delle loro attività ritrottiste. Anche la cultura francese contribu! allo sforzo artistico in P., avendovi in questa epoca uno squisito rappresentante nel pittore Giovanni Pietro Norblin de La Gourdaine (1745-1830), degno seguace del Fragonard. Agli albori dell'Ottocento è da notare l'attività del ritrattista Casimiro Wojniakowski (1772-1812). In questa epoca si crea poi in P. un tipico stile del mobilio, nel quale le forme classicheggianti vengono adattate al materiale locale, specialmente al frassino. L'architettura di gusto neoclassico perdura in P. oltre il 1850; le sue forme diventano sempre più pesanti e decorate in modo esuberante. I maggiori architetti di questo tardo periodo neoclassico sono due italiani attivi a Varsavia: il toscano Antonio Corazzi (1792-1877), ideatore del Teatro dell'opera a Varsavia, e il romano Enrico Marconi (17921863), a cui si devono numerosissimi palazzi e la prima stazione ferroviaria in P., quella di Varsavia, detta «binario di Vienna», edificata tra il 1838 e il 1840.
La pittura romantica in P. ebbe i suoi rappresentanti in Alessandro Orlowski (1777-1832), polacco attivo pure in Russia, ed in Pietro Michalowski (1801-55), precursore del linguaggio' pittorico moderno novecentesco, maestro di alta qualità sintetica, derivata alquanto dal Goya.
La seconda metà dell'Ottocento segna un fecondo sviluppo pittorico in P.; esso si vede aperto dal grazioso ritrattista winterhalteriano Giuseppe Simmler (1832-68). Seguono eccellenti illustratori : il tragico Arturo Grottger (1837-67), ispirato dalla triste fine dell'insurrezione polacca del 1863, il battaglista Giulio Kossak (18291899) ed il lirico disegnatore Elviro Michele Andriolli (1836-93), figlio di un italiano e di una polacca, nato in P. ma educato a Lucca. Con la potente personalità di Giovanni Matejko (1838-93), Cracovia diventò il più importante centro artistico delle terre polacche della seconda metà dell'Ottocento; tra i numerosi allievi del Matejko si ricordano solo i due più notevoli : il pittore, poeta e drammaturgo Stanislao Wyspianski (1869-1907) e Giuseppe Mehoffer (1869-1940), ambedue eccellenti ideatori di vetrate per chiese; il secondo lavorò anche fuori della P., principalmente nella cattedrale di Friburgo in Sviz-
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zera. La corrente realistica della pittura polacca viene maggiormente ispirata nel tardo Ottocento dalla scuola di Monaco di Baviera, dove ha studiato una larga schiera di maestri polacchi; i più notevoli tra essi sono Giuseppe Brandt (1841-1910), Alfredo Wierusz-Kowalski (18491915), Ladislao Czachórski (1850-1912), i fratelli Massimiliano (1846-74) ed Alessandro Gierymski (1849-1901), quest'ultimo nel suo tardo periodo alquanto influenzato dai macchiaioli fiorentini. Lo squisito paesista Giuseppe Chelmonski (1850-1912), se anche allievo della scuola di Monaco, orienta la sua arte piuttosto secondo il gusto pittorico francese. Enrico Siemiradzki (1843-1902), pittore di alta cultura classica, evocatore di scene antiche, è legato all'arte italiana. Jacek Malczewski rappresenta il simbolismo, tradotto in un linguaggio di mirabile sensibilità cromatica. L'arte di Giuliano Falat (1853-1929) e di Leone Wyczółkowski (1852-1936) ha una formazione spiccatamente impressionista, di origine parigina: non di meno è espressa in modo assai individuale.
Bibl.: per la pittura: F. Kopera, Dzieje Malarstwa te Police, I. Cracovia 1925 (contiene la storia della pittura nel medioevo); II, in 1926 (contiene la storia della pittura della rinascita fino al neoclassicismo); J. Mociolski, Sto lat Malarstwa te Police, in Sztubi Pielno, in s. d. Per l'architettura: S. Loza, Sluasik Architehtive i Budowniczych Polahów, Varsavia 1917; W. Tatzkiewicz, Nowocystna Architehtura te Polsce in Sztuba te Police, Cracovia 1934. In generale: F. Kopera, Historia Sistubi te Polsce, Varsavia 1927-31; J. Langman, O polskiej sztuce religijnej, Katowice 1932.
## Winiad Wiche
VII. Ordinamento scolastico. - La scuola polacca è stata riformata e riorganizzata negli anni 1945-50. Essa si propone d'impartire alla gioventù l'istruzione puramente pratica e di educarla secondo i principi socialisti.
Il Consiglio degli affari scolastici, creato il 28 ott. 1947, veglia sull'insegnamento collaborando con i Comitati dei genitori e con il Comitato di coordinamento degli studenti, fondato il 6 nov. 1947. Agli studenti è stato conferito il diritto di prendere parte alle riunioni dei professori ogni volta che sono all'ordine del giorno questioni scolastiche. Particolare importanza assumono nella educazione generale e in quella scolastica i Comitati dei genitori, fondati il 26 febbr. 1949. Essi hanno i seguenti compiti : procurare borse di studio, libri, curare la refezione scolastica e le colonie estive, interessarsi all'istruzione socialista e vegliare sui programmi e sui metodi d'insegnamento. Dal 29 sett. 1950 sono obbligatorie le riunioni dei Comitati dei genitori dei singoli centri cittadini con gli insegnanti dei centri stessi. L'istruzione si divide in prescolastica, scolastica e postscolastica. Attraverso questa complessa organizzazione lo Stato e il Partito dominano pienamente su tutto lo sviluppo dell'istruzione. - Vedi tavv. CXIV-CXV.
Bibl.: sson., Sviluppo dell'istruzione superiore, in Boll. di legislazione scolastica comparata, Roma 1948, pp. 227-30; W. W. De Andreis, I comitati scolastici dei genitori, Roma 1921.
POLONIA SACRA. - Periodico della Facoltà teologica dell'Università Jagellonica di Cracovia, che si pubblica dal 1948. Tratta prevalentemente di storia ecclesiastica della Polonia ed è redatta esclusivamente in polacco.
Pietro Nober
POLVARA, Giuseppe. - Pittore e architetto, n. a Pescarenico (Lecco) il 23 nov. 1884, m. a Milano il 20 febbr. 1950. Ordinato sacerdote nel 1909, assunse nel 1918 la direzione della rivista Arte cristiana; nel 1920 si laureò in architettura a Bologna; nel 1921 con pochi compagni coraggiosi diede inizio alla Scuola superiore d'arte cristiana «Beato Angelico" (v.), cui si affiancarono per suo volere altre opere (saisitenza agli artisti, alle modelle, scuola di musica sacra, casa editrice); nel 1934 stese il primo statuto della famiglia religiosa «Beato Angelico».
Delle molte sue opere vanno ricordate: Domus Dei, Milano 1929; Architettura razionale, ivi 1933; Manuale di disegno, ivi 1936-42; Trattazione teorico-pratica di principi estetici, ivi 1936-42. Inoltre cooperò attivamente alle riviste da lui dirette : Arte Cristiana, Theatrica, Marta
Maria, L' amico dell'arte cristiana, facendosi apprezzare come critico d'arte e critico teatrale. Sono su2 la decorazione della chiesa di Angers e quella della cappella delle suore del collegio di Sarosmo. Edifici costruiti ex novo: la sede della scuola "Beato Angelico", le chiese di S. Maria Beltrade, SS. Naborre e Felice, S. Vito, Gratoseglio a Milano; S. Edoardo a Busto; S. Carlo e Cederna a Monza, ecc.
BibL.: Arte cristiana, 22 (1943), fasc. unico su mons. P.: necrologi, ibid., 37 (1950),
fasc. unico, commemorazioni, ibid., 39 (1922). Gaetano Banfi
POLYERI, CONGLURA delle. - Cospirazione per far saltare in aria, il 5 nov. 1605 , il Parlamento inglese e con i membri di esso anche il re Giacomo I. Motivo: le lunghe e insopportabili angherie e persecuzioni subito dai cattolici da Enrico VIII in poi, che avevano ripreso sotto Giacomo I, contrariamente alla promessa fatta, salendo al trono, di farle cessare.
Vi parteciparono vari nobili inglesi sotto la guida di Roberto Catesby, in unione, prima, con Giovanni Wright, e Roberto Winter, a cui si aggiunsero in seguito Guy Fawkes, Tommaso Winter, Francesco Tresham, Tommaso Percy, Everardo Digby, Ambrogio Rookword, Roberto Keyes e Giovanni Grant. L'11 dic. 1604, presa prima a pigione una casa vicina al Palazzo di Westminster, si cominciò a costruire una galleria fino ad una muraglia maestra del Parlamento, perforandola per metà; poi, interrotti questi lavori per approfittare di una cantina proprio sotto un'aula del Palazzo, vi si introdussero 36 barili di polvere, nascondendoli sotto un mucchio di legna e di carbone. Compiuta l'opera, i congiurati si separarono in attesa dell'apertura del Parlamento, che fu protratta fino al 5 nov. 1605.
Il 28 ott. Lord Montesglè è avvertito da uno dei congiurati, certo il Tresham, suo parente, di non recarsi al 5 nov. in Parlamento per evitare seri pericoli. Probabilmente il Tresham voleva, con questo, evitare la condanna per sé e dar tempo ai congiurati di salvarsi fuggendo. Il governo, messo al corrente, non si mosse, né ordinò la perquisizione fino al 4 nov. Nella notte sul 5 il Fawkes fu arrestato vicino alla cantina con in tasca la miccia; i complici fecero in tempo a fuggire a Halberine, dove però vennero inseguiti; l'8 nov. caddero uccisi sul campo Catesby, Percy e Wright; gli altri, presi, condotti a Londra e giudicati, furono giustiziati parte il 30 e parte il 31 genn. 1606.
Della scoperta congiura non si ebbero le prime notizie ufficiali che il 7 nov., da una relazione di Robert Cecil, che riveduta e accresciuta, ricomparve due giorni dopo con il titolo : A True and Perfect Relation of Whole Proceedings against the late and Barbarous Trattors. Questa, con l'aggiunta del discorso del re al Parlamento, di alcune testimonianze dei congiurati e alcune nuove modificazioni, uscì in $3^{2}$ ed. il marzo seguente con il titolo di King's Book. La "veridica e perfetta relazione" governativa contiene però stridenti contraddizioni e falsità, e, a giudizio anche di colti protestanti fuori di ogni sospetto (cf. Enc. Britannica, XII, 11 ed., 1910, p. 729) è piena di inverosimiglianze (p. ex., il trasporto del materiale proveniente dallo scavo e dei 36 barili di polvere senza che nessuno si accorgesse; la mancanza di ogni traccia della
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mina condotta sotto terra, ecc.). Ormai può considerarsi dimostrato che il governo fosse da parecchio tempo a giorno della congiura e fingesse di non accorgersene, lasciando procedere le cose fino al punto da rendere più sensazionale la scoperta e renderne più facile lo sfruttamento per le sue mire persecutrici. La relazione, infatti, con la sua tendenziosità, con le abili falsificazioni di particolari e di firme, con aggiunte e modificazioni arbitrarie, finisce con far apparire responsabile della congiura il Papato, dichiarato "mysterium iniquitatis" e le sue "maledette dottrine». Esecutori dei desideri di Roma e istigatori della congiura sarebbero stati, secondo il documento di accusa del 26 genn. 1606, i tre gesuiti : Enrico Garnet, provinciale, Osvaldo Greenway, Giovanni Gerard. I nomi erano stati fatti nel corso del giudizio dal solo Tommaso Bates, che però non aveva esposto nessun fatto che avesse parvenza di un'accusa; tuttavia il governo parlò poi sempre di partecipazione di preti e del Papa come di cosa da lungo tempo meditata. L'ordine di arresto dei tre gesuiti si ebbe il 15 genn. 1606; ma non si riuscì a prendere che il Garnet il 30 genn.; gli altri due avevano potuto fuggire in continente. L'accusa contro di essi è contraria ad ogni verità storica. Il Gerard, infatti, aveva semplicemente celebrata la Messa e distribuita la comunione ai congiurati, che prima, in altra stanza, da soli, avevano giurato di mantenerne il segreto; il p. Greenway aveva, a un certo punto del procedimento della congiura, saputo chiaramente le intenzioni dei esspiratori dal Catesby, ma in confessione, ed era ricorso per spiegazioni al p. Garnet, con il permesso del penitente, ma sempre sotto il sigillo sacramentale. Il Garnet, poi, inquieto, fin da molto prima, sull'andamento delle cose riguardo alla pazienza di sopportazione dei cattolici, aveva più volte avvisato Roma, domandando schiarimenti, aveva cercato sempre di mettere pace e provocato da Roma una lettera a lui e all'arciprete Blackwell, in cui il Papa li scongiurava di impedire con ogni mezzo una rivolta dei cattolici. Il Catesby, avvertito di questo, si mostrò da prima contrariato, osservando che se il Papa avesse saputo le cose come stavano avrebbe parlato altrimenti; si arrese però a promettere di non far nulla fino a che il Papa, informato da un messo di fiducia, non avesse deciso sulla via da tenere per far cessare la persecuzione. Ma il messo, un certo Baihnam, tardò ad arrivare e nel frattempo le cose precipitarono. L'unica mancanza che si può rimproverare al p. Garnet è che egli avrebbe potuto e, nonostante le promesse del Catesby, dovuto avvertire, sulla base di quanto egli e altri pur sapevano ed era completamente all'infuori di ogni segreto sacramentale, il governo in linea generale e metterlo in guardia di fronte al pericolo di un'impresa violenta. Il Garnet stesso, infatti, pochi giorni innanzi alla sua morte (fu impiocato come reo di alto tradimento al Tyburn di Londra il 3 maggio 1606) capi che avrebbe dovuto mostrarsi più deciso e in questo senso scrisse una lettera al re, nella quale gli domanda perdono di questa sua unica mancanza.
Ma l'esposizione fatta dal governo non badò a nulla pur di arrivare alla meta di opprimere i cattolici e sopprimere la Chiesa romana; quindi la persecuzione si fece più violenta e la legislazione più draconiana; aumentando così il numero dei martiri.
In conclusione si deve ritenere che i tratti essenziali della "veridica relazione" sono certi (cf. O. Pfülf, Die Controverse über die Pulververschroörung, in Stimmen aus Maria Laach, 36 [1899], pp. 41-57, 142-57, 286-99) e che quindi il pensiero da parte di alcuni cattolici di far saltare in aria il Parlamento ci fu e che si cercò anche di attuarlo; fino a qual punto, però, della loro impresa i congiurati siano arrivati, rimarrà forse per sempre un mistero.
BibL.: per la controversia : v. J. Gerard, What was the Gunpowder Plot?, Londra 1897; R. S. Gardiner, What the Gunpowder Plot was, ivi 1897 (risposta); J. Gerard, The Gunpowder Plot and the Gunpowder Plotters. In reply to prof. Gardiner, ivi 1897; id., Thomas Winter's Confession and the Gunpowder Plot, ivi 1898 (con faccicoli di documenti); H. H. Spink, The Gunpowder Plot and Monteagle's Letter, York 1902; Pastor, XII, 417 sgg.;
J. Spillmann, Die Blutzengco unter Jacob I, ... Friburgo in Br. 1905, pp. 18-81; J. Brodrich, The Life and Warb of Blessed R. card. Bellarmino, II, Londra 1928, pp. 144-86.
Celestino Testore
POLYBIBLION. - Allo scopo di informare sul contenuto e il valore della principale produzione letteraria contemporanea sia francese che estera, $P$. apparve per la prima volta a Parigi con il sottotitolo Revue bibliographique universelle, a cura della Société bibliographique, il 12 febbr. 1868, con periodicità mensile.
Ogni fascicolo è diviso in due parti. La prima, "littéraire ", contiene ampie recensioni di opere, specialmente francesi, divise per materia, e alcune pagine di varietà, come cronache e informazioni bibliografiche. La seconda parte, "bibliographie", dà invece l'elenco puro e semplice dei libri apparsi e lo spoglio di varie riviste francesi e straniere e degli articoli letterari dei principali giornali francesi. Ognuna delle due parti ha paginazione propria continuata per semestre. Il tutto è corredato da indici metodici. Nell'ag. 1870 ( $6^{\circ}$ vol.) $P$. interruppe la pubblicazione per riapparire nel marzo dell'anno seguente.
Nel 1875 comincia la $2^{\text {a }}$ serie (vol. 130) più ricca e nutrita della prima e formata non già di uno ma di due fascicoli mensili, uno contenente la "partie littéraire", l'altro la "partie technique". L'insieme dei fascicoli letterari forma 2 voll. all'anno, quello dei tecnici 1 vol. Nel 1931 comparve la $3^{\text {a }}$ serie (vol. 181), molto ridotta e con un solo fasc. al mese, diviso, come la prima serie, in 2 parti. Nel dic. 1937, per difficoltà finanziarie, la rivista $P$. fu costretta a cessare la pubblicazioni. Un nuovo editore la fece uscire dal luglio 1938 al giugno 1939 (vol. 195).
Renata Orazi Ausenda
POMARANGIO, Antonio Cincionani, detto il. - N. ca. il 1580 , m. ca. il 1640 (il Baumgart pone i limiti della sua vita tra il 1570 e il 1630): notizie documentarie si hanno fino al 1629. Figlio di Niccolò, di cui ereditò il soprannome.
Scarse le notizie dei biografi intorno al pittore, la cui personalità è andata confusa, fino alla critica più recente, con quella del padre Niccolò (rivendicatagli, sulla scorta delle fonti, la Crucifixione nella Galleria Estense, già in S. Bartolomeo, di Modena, commessa nel 1620). La fisionomia stilistica del pittore si è venuta conformando in aspetti diversi da quelli di un generico manierismo al modo paterno; il P. infatti mostra di aver appreso elementi caravaggeschi dei quali fa uso anche negli affreschi e nella tavola d'altare della cappella di S. Alberto nella chiesa di S. Maria in Traspontina a Roma, il che avvenne nel periodo della maturità del pittore. Lavorò, sotto il pontificato di Urbano VIII, alla decorazione della chiesa di S. Pietro in Roma, e nel 1629 gli veniva pagata la sopraporta con la Tradizione delle chiave per la stanza del Capitolo. In una sua lettera del giugno 1626 al card. Rivarola, si ha la nota delle opere da lui compiute, tra le quali figurano lavori fatti, oltre che a Roma, a Firenze (nei portici di S. Maria Nuova), Narni, Terni, Amelia, Spoleto, Assisi, Sezze, Modena e Urbino; e in più, numerosi disegni per stampe. Tra le opere note, oltre le già ricordate, sono : a Roma, gli affreschi con Storie di Maria, nell'ultima cappella a sinistra in S. Maria della Consolazione; la vòlta della prima cappella di destra in S. Andrea della Valle; una cappella nel Palazzo Altemps; a Città di Castello, una Concezione nella chiesa di S. Francesco, una Incoronazione di Maria in S. Domenico e l'altar maggiore nella chiesa di Ognissanti.
BibL. F. Baumgart, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, p. 232 (con bibl.): O. Pollak, Die Kunsthätigkeit unter Urbun VIII, II, Berlino 1931, pp. 38, 72, 74, 382-84; A. Venturi, s. v. in Eur., Ital., XXVII, p. 791; R. Longhi, Ultimi studi sul Caravaggio. in Proporzioni, 1 (1945), pp. 32, 27 nota 78, fig. 78; R. Pallucchini, I dipinti della Galleria Estense, 1942, p. 227.
Maria Vittoria Brugnoli
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POMARANCIO, Cristoforo Roncalli, detto il. - Pittore, n. a Pomarance, presso Volterra, nel 1552, m. a Roma il 14 maggio 1626.
Scolaro di Niccolò Circignani, anch'egli detto il P., C. R. appare quale tipico esponente del tardo manierismo pittorico dell'Italia centrale tra il ' 500 e il '600. Secondo il Baglione, incominciò a lavorare nelle Logge Vaticane, sotto il pontificato di Gregorio XIII. Tra il 1583 e il 1585 viene pagato per lavori nella Sala vecchia del Quirinale, insieme ad altri, tra cui Pasquale Cati. Altri pagamenti per lavori a fresco in S. Pietro in favore del P. vengono registrati tra il 1599 e il 1606 . In questo anno però, fino al 16ro, è attivo nella S. Casa di Loreto. Gli affreschi della vòtta nella sagrestia del Tesoro rimangono il suo capolavoro. Del 1618 è una sua lettera al card. Maffeo Barberini (poi Urbano VIII) a proposito di un suo quadro: la Battaglia di Giacobbe con l'angelo. Mentre nelle tavolette con Storie di v. Lorenzo a Spello (chiesa di S. Lorenzo) il P. segue il Circignani, negli affreschi di Loreto i richiami alla scuola di Raffaello e al Correggio acquistano convincente coerenza e misura pit-torico-decorativa. Da ricordare ancora: la S. Agnese (Napoli, chiesa dei Gerolomini); la Maddolena penitente (Roma, già Galleria Barberini); la Santa Polazia (Milano, Rrera); la Natività (Genova, San Siro), la Sacra Famiglia (Roma, Palazzo Spada); S. Domitilla (Roma, SS. Nereo ed Achilleo), ecc.
Bibl.: G. Baglione, Le vite de' pittori, scultori et architetti, Roma 1623, p. 188 sgg.; H. Voss, Die malerei der Spätrenaite, in Rom v. Florenz, II, Berlino 1920, p. 232 sgg.; Venturi, IX, viI, v. indice; Fr. Baumgart, Roncalli Cr., in Thieme-Becker, XXVIII, p. 367; G. Mancini, Viaggio di Roma per vedere le pitture (ca. il 1626), ed. L. Schudt, Roma 1923. Luigi Grassi
POMBA, Giuseppe. - Libraio, tipografo ed editore, n. a Torino il 4 febbr. 1795, m. ivi il 3 nov. 1876. Iniziò la sua carriera nel 1807 come apprendista libraio nel modesto negozio paterno dopo la morte del genitore; nel 18 io ne assunse direttamente la gestione all'insegna di "Vedova P. e figlio" e, dal 1814, con l'acquisto di una piccola stamperia, divenne tipografo ed editore dando in luce libri didattici e religiosi.
Tampra d'organizzatore, non tardò ad affrontare imprese editoriali di largo respiro, fra le quali vanno ricordate la "Collezione di classici latini" (1820-35, in 109 voll.), la "Biblioteca popolare" dedicata ai più noti classici italiani ( $1828-30$, in 100 volumenti), la "Storia universale" di C. Cantù ( $1838-46$ in 35 voll.), l's Enciclopedia popolare" ( $1842-49$, in 13 voll.) e non poche altre che ebbero grande divulgazione. Fin dal 1831 aveva costituito la prima società tipografica per dare maggiore impulso alla sua crescente attività editoriale, da lui diretta e consolidata fino al 1849 . Ritiratosi, l'azienda passò ai "Cugini P. n. i quali, unendosi con varie altre ditte similari, crearono nel 1855 l'attuale Unione Tipografica Editrice Torinese. G. P. va ricordato anche come fondatore della Biblioteca civica di Torino, inaugurata il 22 febbr. 1869 .
Bibl.: P. Occella, Biogr. del comm. G. P., Torino 1877; C. Rinaudo, Commens. di G. P., Torino 1892 (con un Elenco delle op. ed. da G. P.); vari autori, A G. P. nel cinquantenario della morte, Torino 1926; M. Parenti, G. P., in Nero in bianco, 2 (1936), pp. 213-14; M. De Rubris, Il P. fondatore della nostra cultura naz., in Il libro italiano, 1 (1937), parte 10, pp. 79-102; C. Verde, L'Un. tip. ed. tor., ibid., 3 (1939), parte 10, pp. 317-24. Giannetto Avanzi
POMBAL de CARVALHO e MELLO, SeBastín José, marchese di. - N. a Lisbona il 15 maggio 1699, m. a Pombal l's maggio 1782. Nel 1739 fu inviato a Londra come incaricato di affari : nel 1745 ambasciatore a Vienna.
Ministro della Guerra e degli Esteri nel 1750, lasciò poco dopo questi dicasteri per assumere quello dell'Interno, e divenne di fatto primo ministro. Giuseppe I gli conferì il titolo di conte, poi di marchese. Il P. volle risolle-
vare la depressa economia del Portogallo con riforme ispirate all'esempio inglese e alle dottrine fisiocratiche; molto fece o tentò per migliorare l'agricoltura e promuovere commercí e industrie, ma tali provvidenze non ebbero duratura efficacia, perché il P. non seppe commisurarle alle capacità del paese, e perché volle imporle con metodi dittatoriali, senza alcun rispetto degli altrui diritti e libertà. Dopo che l'attività svolta per riparare i danni del disastroso terremoto di Lisbona gli ebbe assicurato l'illuminio fiducia del Re, il P. mirò ad instaurare un regime di totale assolutismo. Ma due ostacoli doveva superare per attuare i suoi propositi : la potenza dell'alta aristocrazia e la preponderanza religiosa e intellettuale della Compagnia di Gesù. Sebbene si fosse fine allora professato amico dei Gesuiti, ai quali doveva la sua rapida ascesa, il P. mosse loro una guerra spietata, senza impacciarsi di scrupoli nella scelta dei mezzi. Sfruttando le accuse diffuse in Europa contro il cosiddetto Stato dei Gesuiti nel Paraguay, iniziò la lotta nel 1753 con numerose espulsioni individuali. A intrighi dei Padri attribuì la rivolta dei vignaioli di Oporto, nella quale essi non ebbero alcuna parte. Nel 1757 allontanò i confessori della famiglia reale e vietò ai Gesuiti l'accesso a corte. E intanto formulava a loro carico imputazioni d'ogni sorta, che da principio impressionarono anche il nunzio apostolico, ma senza mai produrre prove a sostegno di tali accuse. Benedetto XIV, che voleva evitare una rottura con il Re, nominò riformatore e visitatore dei Gesuiti portoghesi il card. Saldanha. Ma questa scelta, anziché facilitare un accordo, favorì il giuoco del P., perché il Saldanha era suo parente e gli doveva la sua elevazione e cospicui benefici ottenuti dai consanguinei. Così, durante la Sede vacante per la morte del Papa, il P. poté agire liberamente, con la presunta tacita approvazione della suprema autorità ecclesiastica; fu tra l'altro emanata un'ordinanza che vietava a tutti i Gesuiti la predicazione e la confessione. Le manovre del P. vennero facilitate dal fatto che il nuovo generale dell'Ordine, Lorenzo Ricci, era uomo di alte doti spirituali, ma privo dell'energia e dell'abilità necessarie per affrontare un simile avversario. E anche il nuovo Papa, Clemente XIII, nel timore di uno scisma, sperò di comporre il dissidio con negoziati e si limitò a raccomandare ai Gesuiti silenzio, pazienza e preghiera. Ma i suoi tentativi di pacificazione furono resi vani dall'astuzia del P. che nel 1758, sfruttando un attentato alla vita del Re, fece giustiziare alcuni membri della più alta nobiltà e additò nei Gesuiti i mandanti del misfatto. Anche di questa accusa non dette le prove e il Saldanha non mandò mai la relazione richiestagli in proposito da Roma. Seguì il sequestro dei beni della Compagnia e il 5 ott. 1759 l'espulsione di tutti i suoi membri. Che questi provvedimenti non fossero provocati da colpe vere o presunte di Gesuiti (nel qual caso, del resto, si dovevano punire i rei senza coinvolgere nella pena anche gli innocenti), ma mirassero invece a sgombrare il terreno per una più vasta azione contro la Chiesa romana, dimostrarono gli avvenimenti successivi. Non solo vennero perseguitate altre comunità ecclesiastiche, ma, proprio mentre il Papa dava prova di una anche eccessiva condiscendenza, il P. decretò l'espulsione del nunzio Acciaioli e poi di tutti i sudditi pontifici, il divieto di comunicare con la Curia e di importare merci dallo Stato della Chiesa. Rivelava così il suo fine ultimo di rendere la Chiesa portoghese quanto più fosse possibile indipendente dalle gerarchie romane. E per un decennio i rapporti diplomatici fra lo Stato pontificio e il Portogallo rimasero interrotti. Le fortune del P. caddero con la morte del re Giuseppe. I nemici del ministro si vendicarono costringendolo a dimettersi e facendolo processare. Esiliato a Pombal, egli morì poco dopo. Nell'apologia che scrisse nei suoi ultimi giorni egli si difese dall'accusa di peculato e di irreligione, dichiarando di essere sempre stato sinceramente cattolico.
Bibl.: B. Dahr. P., Friburgo i. Br. 1891; P. de Azevedo, O processo das Tivoras, Lisbona 1921; J. L. de Azevedo, O marqués de P. e a sua epoca, ivi 1922; A. Ferrão, O marques de P. e a expulslia das Jesuitas, Coimbra 1932; Pastor, XVI, 1, passim. Per altre indicazioni bibliografiche v. portogallo.
Roberto Palmarocchi
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(par cortisia di mano. A. P. Frutuc) Pompei - Portico del Foro.
POMERIO, Giuliano. - Sacerdote, oratore, n. in Mauritania; ca. la metà del sec. v si trasferì in Gallia (Gennadio, De viris illustr., 96), prendendo residenza in Arles (Vita s. Caesarii episc. Arelatensis, 1,9 ), dove esercitò la professione di retore; uno dei suoi discepoli era Cesario.
Divenne più tardi abbas, stimato dai vescovi Ennodio di Pavia (Epist., 2, 6) e Ruricio di Limoges (Epist., 1, 17; 2, 9). Il suo scritto : De animae natura, non si è conservato; ugualmente perduti i libri De contemptu mundi e De virginibus instituendis. Si è invece conservata l'opera De vita contemplativa in 3 libri, ascritta a torto a Prospero d'Aquitania, ma citata come opera di G. P. da Isidoro di Siviglia con le parole: De futuree vitae contemplatione vel actuali conversatione necnon de vitiis et virtutibus, il che corrisponde completamente all'argomento dei tre libri dell'opera di G. P. Si tratta di una specie di regola pastorale per il clero (vescovi). L'autore ha conosciuto le opere di s. Agostino.
Bibl.: ed.: PL 29. 415-220. Per il testo cf. anche: Fr. Degenhart, Studien zu Iulianus Pomerius. Programm, Eichstätt 1903: S. C. Prendergast, The latinity of the De vita contemplativa of Iulian Pomerius (Catholic University of America, Patristic Studies, 55), Washington 1938. Trad. inglese con note di M. I. Suelzer (Ancient christian writers, 4), Westminster, Maryland 1947.
Erik Peterson
POMPA. - Dal gr. $\pi 0 \mu \pi \dot{\eta}$ "corteo" (da $\pi \dot{\varepsilon} \mu \pi \omega$ "invio", "accompagno"), è il solenne corteo che in Grecia e in Roma accompagna : 1) magistrati e simboli sacri verso un luogo consacrato, un tempio (v. ProCSSIONE) o verso una località di pubblici giuochi; 2) la sposa alla casa dello sposo; 3) il defunto alla sepoltura. Nella p. è sempre implicito un valore religioso.
Nella p. nunziale ( $p$. nuptialis) la fanciulla csce dall ${ }^{a}$ casa paterna accompagnata dal parentado e preceduta da una scorta di coetanee e di giovanetti; nei funerali ( $f$. /u. neria) precedevano il ferctro il banditore (proece) e il tibicine (siticen) che modulava la cantilena funebre, le insegne delle cariche sostenute, le immagini in cera degli antenati; nella p. trionfale ( $p$. triumphalis) il generale, vestito di porpora e coronato di alloro, avanzava su una quadriga tirata da cavalli bianchi verso il Campidoglio; di qui il solenne corteo scendeva nel circo per i giochi o votati dal vincitore o normali alla fine della campagna di guerra autunnale; e ciò spiega l'affinità tra la p. trionfale e quella circense.
Nella p. circense ( $p$. circensis) teneva il primo luogo il magistrato che procedeva su una biga, con la toga di porpora, la tunica palmata, la corona in capo e lo scettro con l'aquila in mano. Il corteo era aperto da giovinetti che avessero entrambi i genitori viventi; seguivano coloro che prendevano parte ai giochi, ministri inferiori del culto con incensieri fumiganti, sacerdoti, le immagini degli dèi portate a braccia, oppure su barelle (fercele) e i loro attributi e simboli primitivi forse a tipo di feticcio, dette con benevolo eufemismo exnviae deorum, su piccoli carri a due ruote. La p. circense, uscita dal Campidoglio, giungeva al Circo Massimo e vi girava attorno alla spina per farsi ammirare dal popolo. Giunto il corteo sotto il balcone del magistrato che presiedeva, si celebrava un sacrificio, indi si dava principio ai giochi. La più ampia descrizione della p. circense è quella di Dionigi d'Alicarnasso (VII, 70).
L'ostentata manifestazione di culto pagano propria della p., che per il cristianesimo era manifestazione diabolica (omnes di gentium daemonia), ha fatto si che nel rito battesimale il catecumeno sia invitato a rinunciare alle p. (Tertulliano, De cor., 3 alla p. 1) di Satana compendiando in questa parola tutte le cerimonie e le vanità derivanti dal paganesimo.
Bibl.: S. Reinsch, Satun et ses pompes, in Re