a), ha fatto si che nel rito battesimale il catecumeno sia invitato a rinunciare alle p. (Tertulliano, De cor., 3 alla p. 1) di Satana compendiando in questa parola tutte le cerimonie e le vanità derivanti dal paganesimo.
Bibl.: S. Reinsch, Satun et ses pompes, in Revue de l'Univ. de Bruxelles, 8 (1902), pp. 97-112, ristampata in Cultes, mythes, religions, I, Parigi 1905; A. Piganiol, Recherches sur les jeux romains, ivi 1923, pp. 19-31; Nicola Turchi
POMPALLIER, Jean-Baptiste-François. - N. l'ri dic. 1801 a Lione, m. a Puteaux (Parigi) il 21 dic. 1871. Sacerdote nel 1829 , tenne cura d'anime a S.le Madeleine de T'araire fino al 1832 . Fu uno dei quattro sacerdoti della diocesi di Lione che s'adunarono nel 1830 per fondare la Socictà di Maria.
Prese parte all'elezione del primo Superiore generale, il 24 sett. 1836, ma non emise voti nella Società dei Maristi. Il 29 apr. 1836 Gregorio XVI approvò la Società di Maria e le affidò le missioni dell'Oceania occidentale; il 13 maggio 1836 i I P. fu nominato vicario apostolico dell'Oceania occidentale con l'incarico di condurre in missione il primo gruppo di Maristi. Il 30 giugno 1836 fu consacrato vescovo da Gregorio XVI, ed il 24 dic. 1836 salpò da Le Havre per il suo vicariato che comprendeva le isole Figi, Tonga, Samoa, Nuova Caledonia, Nuove Ebridi, Nuova Zelanda. Il io genn. 1838 approdò nella Nuova Zelanda con il p. Servant e il fratello Michele. Al p. Batraillon aveva affidato l'isola di Wallis, al p. Chanel quella di Futuna. In quel momento erano tese le relazioni politiche tra Francesi e Inglesi. Nel trattato di Waitangi, nel 1840, P. ottenne libertà religiosa per la Nuova Zelanda, e la missione poté svilupparsi con successo. Nel suo zelo P. non ebbe molto riguardo al fatto che i suoi missionari erano anche religiosi, e come tali soggetti ai loro Superiori. Il conflitto terminò, affidando ai Maristi il vicariato dell'Oceania centrale e nel 1848 la diocesi di Port Nicholson. Egli stesso con pochi sacerdoti secolari francesi e irlandesi assunse la diocesi di Auckland. Nel 1859 una ribellione dei Maori rovinò quasi completamente le missioni. Il 3 luglio 1860 P. divenne vescovo residenziale di Auckland. Nel 1869 rinunciò alla sede per tornare in Francia. Fu allora nominato arcivescovo titolare di Amasia.
Bibl.: J. Boesch, Bischof Johann-Baptist Franziskus P. der Apostol von Neuseeland, in Kreuz und Karitas, 46 (1958), pp. 284-86, 311-14; L. G. Keys, Bishop 1801- 1871, in Catholic Review, 3 (1948), pp. 748-69.
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(dn R. Provolstecki, Varsovie, Varsavia 1930, pp. 232-33, inr. f.i.)

(da B-biator Borut Rizbiedetui Plan mbudowa Warmey. Varsavia 1930, p. 107) In alto: FACCIATA NORD DELLA PALAZZINA di Lazienki. Architetto Domenico Merlini (ca. 1788-90) Varsavia. In basso: MONUMENTO A. MICKIEWICZ - Varsavia.
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In alto: INTERNO DELLA CHIESA ABBAZIALE (secc. IX-xII) con affreschi raffiguranti fatti del Vecchio e del Nuovo Testamento e Scene dell'Apocalisse. Scuola riminese (sec. xiv). In basso: GIUSEPPE VENDUTO DAI FRATELLI. Particolare degli affreschi di scuola riminese (sec. xiv). Interno della chiesa abbaziale di Pomposa.
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POMPEI (gr. Пoцeгiya). - Situata sulla grande strada litoranea da Napoli verso il Mezzogiorno d'Italia, fu fondata da genti osche della Campania presso la bassa valle del Sarno. Fu da principio sotto l'egemonia dei Greci, che dominavano la regione da Cuma alla Punta della Campanella e che prevalsero nell'influenza politica sulla regione.
Verso la fine del sec. v i Sanniti la sottomisero e le dettero la loro impronta di tipo italico. Durante la guerra annibalica P. si mantenne neutrale tra Roma e Cartagine, ma nella guerra sociale prese parte per gli Italici contro Roma e fu da Silla soggiogata e ridotta a colonia romana, con il titolo di Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum, senza perdere tuttavia il suo vecchio spirito regionale. Nel 63 d. C. fu gravemente danneggiata dal terremoto (Tacito, Annali, XV-XXII) e nel 79 distrutta dalla eruzione del Vesuvio descritta da Plinio il Giovane (Epist., VI, 16, 20) che narra la morte dello zio Plinio il Vecchio. La città fu seppellita da un cumulo di cenere e di lapilli per un'altezza da quattro a cinque metri. La sua funzione economica e marittima fu ereditata da Stabia e nell'età moderna da Torre Annunziata. Gli scavi archeologici, iniziati nel 1748 sotto il re Carlo di Borbone, ricevettero un grande impulso nella prima metà dell'Ottocento e una sistemazione razionale dal 1860 in poi sotto la direzione di Giuseppe Fiorelli e dei successori, all'ultimo dei quali, Amedeo Maluri, si deve l'attuale rifiorimento della fisionomia dell'antica città e la più recente e completa descrizione della medesima.
Bibl.: A. Mau, Pompeii in Leben und Kunst, $2^{2}$ ed., Lipsia 1908: A. W. van Buren, A companion to the Study of Pompeii and Herculaneum (Amer. Acad. in Rome, 1933): A. Maluri, P. (Itinerari dei Musei e Monumenti d'Italia, 3), $2^{2}$ ed., Roma 1935. Nicola Turchi
P. e i cristiani. - La questione del cristianesimo a P. è stata spesso agitata, non nel senso che vi fossero dei cristiani in essa al tempo della sua catastrofe, ma se di essi siano giunte a noi tracce monumentali. Infatti non si potrebbe dubitare ragionevolmente che già nel 79 P . ospitasse un certo numero di cristiani. S. Paolo approdò nei primi mesi del 60 a Pozzuoli e vi trovò una comunità di cristiani, con i quali si trattenne circa una settimana (Act. 28, 14). Ciò vuol dire che la nuova fede si diffuse prestissimo nelle cittadine del golfo partenopeo, e quindi anche a $P$.
Ma lo scavo della città sommersa dal Vesuvio ha reso qualche testimonianza tangibile dell'esistenza di questi cristiani? Molti indizi sono stati raccolti in questo senso, ma cosi tenui che difficilmente resistono ad una critica un po' rigorosa. Maggior valore sembra avere una scritta a carbone vista a sulla parete di una grande stanza posta nella via che costeggia le terme stabiane e e purtroppo da tempo svanita, nella quale, anche se non si ammette la lettura del De Rossi audi christianos suevos olores, è tuttavia difficile negare che ci fosse il nome dei cristiani.
Recentemente la questione fu rinfrescata dal ritro-

(da Filcha-Martio-Frutas, I, 80 ed., Torino 1918, fig. 1, da CIL, IV, tav. 10)
Pompei - Scritte cristiane ora scomparse.
55. - Enciclopedia Cattolica. - IX.

(fot. F. Carcaralle)
vamento di tre esemplari del famoso versus recurrens o criptogramma :
## ROTAS <br> OPERA <br> TENET <br> AREPO <br> SATOR
finora ritenuta opera di cristiani. Naturalmente si cominciò a mettere in dubbio anche la cristianità di questo gioco di parole e la questione dei cristiani a P. restò sostanzialmente allo stesso punto.
Bibl.: R. Garrucci, Si è rinvenuta finora alcuna cosa di cristiana credenza in P.?, in Bull. arch. napol., $2^{2}$ serie, 2 (1833). fasc. 25, p. 8; G. B. De Rossi, Una memoria dei crist. in P., in Bull. di arch. crist., 1864, p. 69 sgg.; D. Mallardo, La quest. dei crist. a P. (estr. da Riv. di studi pompeiani, a. 1), Napoli 1935, p. 7 sgg. (negativi); M. Della Corte, Il crittogramma del "Pater noster", in Rendic. della R. Accad. di arch., lett. ed arti di Napoli, 17 (1937), p. 81 sgg.; id., I crist. a P., ibid., 19 (1939), p. 3 sgg.; G. de Jernbanion, Du nouveau sur la formule magique "Ratas opera" (et non "Sator arupe"), in Rech. de science relig., 1937, p. 326 sgg. In generale A. Ferrus, Sull'esistenza dei cristiani a P., in Civ. Catt., 1937, III, p. 127 sgg. Antonio Ferrus
POMPEI (Beata Vergine Maria del S. Rosario in Valle di P.), prelatura nullius di. Valle di P. era un luogo abitato da poco più che un centinaio di agricoltori, quando l'avvocato Bar. rolo Longo (v.) cominciò ad occuparsi della loro vita spirituale. Il 13 nov. 1873 vi fece giungere un'immagine della Madonna del Rosario raffigurata tra s. Domenico e s. Caterina da Siena.
La venerazione di quell'immagine fece sorgere un Santuario, diventato ben presto celebre, intorno al quale sorsero importanti opere di assistenza spirituale e sociale; pellegrinaggi sempre più numerosi fecero si che la cura del Santuario fosse affidata prima ai Domenicani poi ai Redentoristi, coadiuvati anche dal clero secolare. Il 13 marzo 1894 Leone XIII accettò il dono che gli veniva fatto dal Longo e dalla moglie, dell'edificio del Santuario, degli istituti e possessi che lo completavano e di quanto vi si conteneva; tolse il luogo dalla diocesi di Nola e lo assoggettò direttamente alla S. Sede, preponendosi un prelato quale delegato apostolico. Il 20 apr. 1926 per decreto della S. Congr. Concistoriale, il Santuario con tutti gli acquisti che nel frattempo vi si erano aggiunti, fu esorto in prelatura nullius diocesesis sotto il titolo della Vergine del Rosario; e con susseguente cost. apost. dell'8 maggio Beatissimos Virginis (AAS, 18 [1926], p. 493 sgg.), Pio XI attribuì al prelato giurisdizione ordinaria con obbligo di dare ogni anno relazione economica della sua gestione e di ricorrere alla S. Sede ogni qualvolta la gravità dei casi lo richiedesse. Tre ecclesiastici, uno dei quali con
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(da D.G.V. Hill, A corpus of Italian models of the Renaissance before Cellini, II, Londra 1808, v. 530)
Pomponazzi, Pietro - Medaglia incisa dal Mea.
autorità di vicario generale, designati dalla S. Congr. Concistoriale, assistono il prelato, rivestito di dignità episcopale, nell'esercizio dei suoi doveri. Primo prelato fu mona. Carlo Cremonesi, elemosiniere pontificio, poi cardinale. La cura della basilica fu affidata in principio ai Domenicani, quindi dal 1934 si Redentoristi con l'aiuto del clero secolare che recentemente ne ha preso la direzione, rimanendo i Redentoristi quali Penitenziari.
Enrico Josi
POMPILIO MARIA PIRROTTI, santo. - Scolopio, n. a Montecalvo Irpino (Avellino) il 29 sett. 1710, m. a Campi Salentina (Lecee) il 15 luglio 1766. Insegnò in varie case delle provincie di Napoli e Puglia.
Dovunque si distinse soprattutto per la sua attività di apostolo e di missionario, che esercitò largamente e con ammirazione universale in Napoli, in varie città degli Abruzzi, in Ancona, nella Romagna, in ultimo a Campi Salentina, dove fu Superiore, modello della casa religiosa. La sua predicazione piana e semplice, accompagnata talvolta da miracoli, esercitava gran fascino tra le popolazioni. Fu un grande propagatore della devozione al S. Cuore di Gesù. Fu beatificato da Leone XIII nel 1890 e canonizzato da Pio XI nel 1934. Festa il 15 luglio.
Bibl.: F. Rolletta, Vita del beato P., Roma 1890; M. Monti, Vita del beato P., in 1890 ; A. Clemente, Vida del B. P., Barcellona 1913; F. Grillo e G. Tasca, Vita di s. P., Novara 1934; L. Picanyol, Lettere scelte di s. P., Roma 1934.
Leodegario Picanyol
POMPONAZZI (Pompacius, de Pomponaciis), maestro Pietro. - Filosofo aristotelico, n. a Mantova il 16 sett. 1462 , figlio di Gian Niccolò, m. a Bologna il 18 maggio 1525 , e per la sua piccola statura detto comunemente il "Peretto mantovano». A Padova, prima del 1487 aveva studiato la filosofia naturale sotto Nicoletto Vernia (v.) e Pietro Trapolino, la metafisica sotto Francesco Securo da Nardò, domenicano, e la medicina sotto Pietro Roccabonella.
Nel 1488 cominciò a insegnare come "magister artium" nella seconda scuola di filosofia straordinaria, per passare poi alla prima, e nel 1492 alla seconda scuola ordinaria. Appartiene a questo periodo l'inizio del commento al De anima che dovette interrompere dopo poche lezioni, perché quell'anno doveva leggere la Physica. Dopo un triennio passò alla prima scuola ordinaria, mentre alla seconda era promosso Agostino Nifo (v.), che veniva ad essere così suo concorrente e con il quale cominciarono le prime dispute. Ma appena un anno dopo diede le dimissioni per recarsi quasi sicuramente, come ha dimostrato l'Oliva, alla corte di Alberto Pio da Carpi ch'egli seguì nell'esilio a Ferrara. Con il Pio discusse le dottrine dei calculatores venute di moda. Nell'ott. 1499, dopo la morte del Vernia, fu chiamato a succedergli a Padova e nel 1500 dettò il commento al De anima conservato alla Bibl. naz. di Napoli, cod. VIII. D. 81, di mano di Antonio Surian, nipote del patriarca di Venezia, già segnalato dal Kristeller. Di questi anni dev'essere anche il tratta-
tello De maximo et minimo (Bibl. Ambrosiana, cod. R. 96 sup.), riguardante la nota dottrina dello Heytesbury. Del 1504 è il secondo commento al De anima di cui nello stesso codice napoletano è conservato solo la parte concernente il I libro insieme con una quaestio sull'immortalità dell'anima (v.), un'altra sull'unità dell'intelletto, un'altra sull'atto dell'intendere sulla dottrina averroistica e un'altra ancora proveniente da un commento al I. VIII della Physica del 1500. In questi anni ebbe per alunno Gaspare Contarini, il quale ha perfettamente ragione quando più tardi ricorda al maestro d'aver mutato opinione sull'argomento dell'immortalità, come su altri argomenti. Nel 1507 commentò il De subst. orbis di Averroè (cod. Vat. Reg. lat. 1279). Nel 1509, a cagione dell'assedio di Padova e in seguito alla chiusura di quello Studio, accettò l'invito di recarsi a Ferrara ove lesse filosofia appena un anno, e quindi a Bologna ove rimase ininterrottamente fino alla morte.
Al periodo padovano, oltre agli scritti accennati, appartengono anche i frammenti di un commento alla Physica di mano dell'alunno e poi fedele amico e collega Lazaro Bonamico (cod. Ambros., J. 220 inf., ff. 89-149). Tutti gli altri scritti editi e inediti finora conosciuti appartengono al periodo bolognese in quest'ordine: 1) Il commento ai primi 22 testi del I. XII della Metapl. (conservato in due riportazioni distinte: una nel cod. della Bibl. naz. di Parigi, lat. 6537 e nel cod. Ambros. A. 52 inf., e un'altra nel cod. della Frat. de' Laici d'Arezzo, 390, e nello stesso cod. Ambros. ove sono stati mal cuciti insieme fogli di due diversi mss.), porta la data del 1511-12. 2) Il commento alla Physica del cod. porigino, lat. 6533, per i primi 5 ll., e del cod. Aretino 389 per il I l. e parte del II, e 390 per il III, è del 1513-14. Dell'estate 1514 è una accusa per eresia che però non ebbe seguito. 3) Del 1514 è anche la Quaestio de intens. et remiss. formarum. 4) Nel De reactione del 1515 , dedicato a Gaspare Contarini, si discutono di nuovo le dottrine del Suisset, Heytesbury, Giovanni Marliani, Giocomo da Forli, ecc. 5) Fra il 1511 e il 1515 fu dettato il commento al De Anima (maz. lat. 6448-49 della Bibl. naz. di Parigi; il cod. dell'Angelica di Roma 1317 è un estratto di quaestiones da questo commento, e da altri posteriori; altrettanto va detto del cod. Magliabechiano XII, 16). Il problema dell'immortalità dell'anima vi è trattato diffusamente pro e contro; alla fine pare che il P. ritenga ancora possibile una dimostrazione razionale dell'immortalità. 6) Del 1515 sono le Quaestiones breves XXIV (cod. Ambros. R. 96 inf.). 7) Del 1515 è anche la Quaestio an actio realis immediate fieri passit per species spirituales. 8) Del 1515-16 è il commento al I l. del De caelo (ms. lat. 6534 della Bibl. naz. di Parigi). 9) De immortalitate, con dedica a M. A. Flaminio Contarini, sett. 1516. 10) Apologia, finita il 21 dic. 1517 e pubblicata insieme al Tractatus contradictoris nel febbr. 1518. Nel giugno dello stesso anno Leone X minacciò di far perseguire il P. ove non avesse ritrattato, ma il card. Bembo stento lo tempesta. 11) Nel nov. 1517 il P. cominciò il commento al VII della Physica (cod. d'Arezzo, 389, ms. lat. 6533 della Bibl. naz. di Parigi e ms. n. 45 della collez. Campana di Osimo). 12) Del 1518-19 parrebbe il commento all'VIII della Physica (nei predetti manoscritti di Arezzo e di Parigi i quali contengono anche un importante frammento d'un commento anteriore [1514]). 13) Nel maggio 1519 uscì il Defensorium contro il Nifo. 14) Fra il 1519 e il 1520 , il P. commentò gli ultimi 3 ll. del De caelo (cod. lat. 6534 Bibl. naz. di Parigi, 15) Del 1520 sono le Quaestiones sul De anima (cod. Angelico 1317, ff. 248-67; di quelle che precedono, ff. 1937$247^{r}$, è incerta la data. 16) Nel 1520 uscì il De fato ecc. 17) Nello stesso anno, era compiuto il De incontationibus (Basilea 1556). 18) Nel sett. 1521 fu terminato il De nutrit. et augment. dedicato al card. Domenico Grimani. 19) Il commento al De generat. et corrupt., cominciato nel 1519, ripreso dall'apr. 1521 al maggio 1522 (Vat. Regin. lat. 1279 e, per il I lib., cod. Campana di Osimo). 20) Nel nov. 1521 P. iniziò il commento al De partibus animo. lium lasciato poi incompiuto (ms. lat. 6537 di Parigi, per il I e II l.; ms. Ambros. D. 417 inf. per tutti e tre i libri, ma in riportazione più breve). 21) Al maggio 1522 risale
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il commento delle Meteore protratto verosimilmente al dic. 1523 e forse oltre (ms. lat. 6535 di Parigi, per i primi tre libri; ms. lat. 6448 per il IV; altra riportazione del II e III l. nel cod. Ambros. R. 96 sup. Excerpta nel cod. di Osimo). Alle lezioni sulle Meteore assisté anche il giovane figlio del marchese di Mantova, il futuro card. Ercole Gonzaga. 22) Le Dubitationes in quartum Meteor. (Venezia 1563) sono altra cosa; la data di composizione è incerta, ma sembrano del periodo bolognese. 23) Ultima fatica del P. pare il commento al De sensu et sensato terminato per Pasqua 1525 (ms. lat. 6536 di Parigi; identico con quello di Osimo, Bibl. colles. Campana, n. 45 ; Arezzo, ms. 390, incompleto e in riportazione diversa). Poco prima della morte, egli poté vedere riuniti in un solo volume il De intens. et remiss., il De reacl., la $Q$. an actio realis, il De immort., l'Apol., il Defens. e il De nutr. et augn. (Venezia 1525). Altri scritti ricordati dal Tomasini (Bibl. patav., Udine 1639, p. 97 sgg.) restano sconosciuti.
Come si vede, l'attività del P. abbraccia tutta la filosofia aristotelica della natura, sebbene egli ami insistere particolarmente intorno ad alcuni problemi allora più discussi, come quello dell'eternità del mondo, dell'immortalità dell'anima, dell'unità dell'intelletto (v.), della libertà del volere, ed altri non meno importanti, come quello dei diluvi periodici e del "grande anno cosmico " o quello della copulatio averroistica dell'intelletto possibile con l'intelletto agente. Ma l'attenzione degli storici s'è fermata soprattutto sul problema dell'immortalità dell'anima (v. AlessandRismo) e sulla violenta polemica che ne scaturì, quasi che il P. avesse negato l'immortalità e non piuttosto l'impossibilità di dimostrarla con argomenti aristotelici : "Dico Aristotelem errasse, et tu plus erras dicendo Aristotelem omnia scivisse" (In VII Phys., Arezzo, ms. 389, f. $228^{\circ}$ ). Obbligato dagli statuti accademici a spiegare a Bologna il testo aristotelico e il commento averroistico, al Nifo, che s'adoprava per indurre Leone X a condannarlo, rispondeva (Defens., 29) : «Ex mandato D. n. Leonis decimi et Senatus Bononiensis teneor legere et interpretari et secundum iudicium meum sententiare quid senserit Aristoteles quod per principia naturalia haberi potest : et de hoc quassito et de aliis adstrictus sum ex iuramento fideliter mentem Aristotelis aperire...». E il Papa lo lasciò tranquillo.
Aristotelico, non ha la cocciutaggine dell'averroista, anzi mantiene di fronte ad Aristotele una certa sua indipendenza, che spesso gli fa dichiarare di non capirlo, al che una volta, a proposito dell'abitabilità della zona australe, esclama: "Ea quae hic dicuntur ab Aristotele sunt foruitates" (In $7^{\text {mo }}$ Meteor., ms. Ambros. R. 96 sup., f. $69^{\circ}$ ). Ignaro di greco, eccelle sugli altri aristotelici per un suo particolare acume nell'interpretazione del testo; spregia la "lectio fucata" degli umanisti e non sdegna d'esser ritenuto un "Bergomensis subtilis ingenio, grossus verbis" (Parigi, ms. lat. 6533, f. $426^{\circ}$ ), qual egli veramente fu. Nelle lezioni del P. si avverte qualcosa che ci dice che l'aristotelismo sta ormai per dissolversi; un problema grave s'affaccia: quando c'è conflitto fra il ragionamento e l'esperienza, "cui standum ?? E già il problema del metodo. E il P. lo sente, o per lo meno lo presente.
Bibl.: F. Fiorentino, P. P., Firenze 1868; L. Ferri, Intorno alle dottr. psicologiche di P. P., in Atti e mem. d. R. Accad. dei Lincei, classe di Sc. mor. stor. e filol., $2^{4}$ serio, 3 (1876), pp. 333-548; A. H. Douglas, The philos. and psycbal. of P. P., Cambridge 1910; F. Fiorentino, Studi e ritratti della Rinascenza, Bari 1911, pp. 207-16; C. Olive, Note sull'insegnamento di P. P., in Giorn. crit. filos. ital., 7 (1926), pp. 83-103, 179-90, 254-75; A. Corsano, Il pens. relig. del P., in Il pensiero relig. ital. dall'umanes. al giusnaturalismo, Bari 1937, pp. 65-94; E. Garin, La filosofia, in Gineri letter., II, Milano 1947, pp. 9-32; B. Nardi, Gli scritti del P., in Giorn. crit. filos. ital., 29 (1950), pp. 207-18; id., Le opere inedite del P., ibid., 29 (1950), pp. 427-42; 30 (1951),

(fot. Biblioteca Ambrosiana)
Pomponazzi, Pietro - Ritratto con l'iscrizione Perettus, Mantuanus. Probabile copia di quello posseduto dal card. Ercole Gonzaga, suo alunno a Bologna - Milano, Biblioteca Ambrosiana, Sala Fede-
pp. 103-18, 363-81; id., Il P. e la... ciecgina dell'intelletto, ibid., 31 (1952), pp. 267-69; P. O. Kristeller, A new manuscript source for P.'s theory of the soul from his Paduan period, in Rev. interna. tion. de philos., 16 (1951), pp. 144-57. Bruno Nardi
POMPONIA GREGINA. - Nobildonna romana, moglie di Aulo Plauzio. Secondo la testimonianza di Tacito (Annul., XIII, 32), verso il 58 d. C., "superstitionis externae rea", fu rimessa al giudizio del marito, il quale, secondo l'antica usanza, la giudicò dinanzi ai parenti sulla vita e sulla fama e la dichiarò innocente.
Da questo passo di Tacito, in connessione con le successive affermazioni in cui è detto che per 40 anni P. visse in continua tristezza e non indossò che vesti di lutto, si è comunemente concluso che P. fosse cristiana. Se l'opinione, che sembrò avvalorata dalla scoperta di alcune iscrizioni cristiane di congiunti o discendenti di P. (De Rossi, La Roma sotter. crist., II, Roma 1867, pp. 281-362), non può avere un diretto fondamento nelle parole di Tacito, può tuttavia accettarsi per deduzione.
La superstizione straniera di cui fu accusata P. poteva essere solo la religione ebraica o la cristiana, perché ogni altra non era incompatibile per un romano. Quanto all'ebraismo, oltre al fatto che godeva dei favori presso la corte imperiale, dove la stessa Poppea, favorita di Ne rone, era proselita (Giuseppe Flavio, Antiq. Iud., XX, 8), non si capirebbe chi mai avesse potuto accusare P. e farla giudicare. Supponendola invece cristiana, accusatori poterono essere gli stessi Ebrei, che già fin dall'inizio avevano in odio i cristiani ed erano interessati a colpire la propaganda cristiana, facendo sopprimere una delle sue più nobili conquiste.
Bibl.: U. Benigni, Storia sociale della Chiesa, I, Milano 1906, pp. 84-86; P. Allard, Storia critica delle persecuzioni, trad. it., I, Firenze 1931, pp. 21-24. Agostino Amore
POMPOSA. - E un piccolo centro del comune di Codigoro (Ferrara) appartenente alla diocesi di
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Pomposa - Scene dell'Apocalisse. Particolare degli affreschi di scuola riminese (sec. xiv) nell'interno della chiesa abbaziale.
Comacchio (v.). Situato sull'antica Via Romea, deve la sua rinomanza al nucleo di edifici costituenti il millenario monastero di S. Maria in P.
Un'epigrafe frammentaria permette di datare l'esistenza della chiesa primitiva al sec. vir, mentre le notizie storiche risalgono solo al sec. IX; infatti una lettera di papa Giovanni VIII ( 874 ) attesta che il monastero di P. dipendeva direttamente dalla Sede Apostolica. In seguito fu sottoposto a varie giurisdizioni tra cui la sede ravennate, metropoli della regione; al tempo degli Ottoni era 4 monasterium in Italia principa quod Pomposia dicitur ". L'abate era principe dell'Impero e mediante le ricchezze e i privilegi papali (cf. Leone IX [1052]: PL 143, 683) ed imperiali poteva dare incremento alle arti ed alla musica. Guido di Arezzo (v.) vi compose la scala musicale; s. Pier Damiani vi dimorò ed ai monaci pomposiani indirizzò alcuni suoi scritti (PL 144, 386 e 145, 291); l'abate s. Guido degli Strambiati (roio-46) è ricordato come ricostruttore del monastero; un codice del ro93 dà notizie della Biblioteca del monastero fondata dall'abate Girolamo (1078-1107); dell'Archivio, disperso con la Biblioteca durante la bufera napoleonica, furono riciperate ca. 3000 pergamene, donate a Montecassino dal card. di Fürstenberg. Gli Estensi, che già nel sec. xi largirono vasti possessi, nel 1269 ricevettero sotto la loro protezione il monastero che, ridotto in seguito a commenda gentilizia, fu oggetto di preoccupazioni e di studi da parte dello storico estense L. A. Muratori (cf. Antiquitates Italicae medii aevi, V, Milano 1742, p. 337).
Movimenti tellurici e la deviazione del Po resero vano lo sforzo che i monaci compirono per parecchi secoli nella bonifica delle terre pomposiane; perciò i monaci nel sec. xv pensarono di ritirarsi a Ferrara, dove la munificenza del duca Ercole I d'Este aveva offerto il terreno per un vasto monastero che costituisce uno dei complessi monumentali più imponenti del Rinascimento emiliano (v. Ferrara).
Biel.: P. Federici, Rerum Pomposianarum historia, I, Roma 1781 (il II, di M. Campitelli, si trova inedito a Montecassino ed in copia nella Bibl. Ariostea di Ferrara): riporta numerosi documenti scomparsi all'inizio del sec. xix; G. Mercati, Il catalogo della bibl. di P., in Studi e docum. di storia e diritto, 16 (1896), pp. 143-77; G. Agnelli, Ferrara e P., Bergamo 1902; M. Roberti, P., Ferrara 1906; P. F. Kehr, Italia pontif., V, Berlino 1911, pp. 277-87; G. Medri, Il tempio di S. Benedetto in Ferrara, Ferrara 1927; M. Salmi, L'abbazia di P., Roma 1932; id., L'abbazia di P. nella storia e nell'arte, in Atti della terza ssttica, di arte sacra per il clero, Ferrara 13-20 ott. 1935, Città del Vaticano 1936, pp. 182-86.
S. Maria di P. - Il monumento più antico, nel gruppo edilizio costruito dai Benedettini di P., è la chiesa, la cui presente struttura in laterizio, derivata da quelle delle basiliche di Ravenna dei secc. v-vi, risale al tardo sec. viII. Essa presenta tre navate, divise da sette campate lateralmente, con capitelli e pulvini di varie età : romani, bizantini, preromanici. L'abside ampia ha uno sviluppo poligonale all'esterno e semicircolare all'interno. Devanti alla fronte fu costruito, nel sec. x, un secondo atrio, a tre arcate, dove gli elementi ornamentali, dovuti al lapicida Mazulo, costituiscono un meraviglioso complesso plastico e cromatico con i fregi geometrici e vegetali ricorrenti, in cotto, sulla cortina di mattoni rossi e giallo ocra, gli oculi a transenne marmoree, le aculture vigorose con animali simbolici e le fulgide maioliche di provenienza orientale. Nell'interno della chiesa si ammira anzitutto l'ornamentazione dell'impiantito o lastricato, in cui si distinguono tre zone: la prima, ravennate, a opera tessellata, fra il sec. vir e il sec. ix; la seconda (sec. xi) a opera settile e tessellata; la terza (sec. xir) a opera alessandrina con ricchi effetti policromi. Tra le pitture a fresco che ornano le pareti emergono, nella calotta dell'abside, il Cristo in maestà, gli angeli e i santi, con il committente abate Andrea (1351), dipinti su schemi bizantino-romanici, forse dal bolognese Vitale delle Madonne, mentre nella zona sottostante sono effigiati Evangelisti e Dottori e storie di s. Eustachio, fra le quali assai vivace quella del martirio. Sulle pareti della navata maggiore altri pittori bolognesi meno esperti, del medesimo periodo, hanno raffigurato, con una certa eloquenza popolaresca, fatti del Vecchio e del Nuovo Testamento con episodi dell'Apocalisse. Sulla parete interna di facciata si svolgono le ammonitrici scene del Giudizio finale. Accanto alla chiesa sorge la maestosa torre campanaria, alta ca. 50 metri, simile ad un faro di civiltà monastica, dominante le attigue valli lagunari. Il suo autore Deusdedit (ro63) vi ha impiegato gli schemi dell'edilizia lombarda nelle lesene sottili, nei sovrapposti ordini di finestre con colonnine marmoree e nella slanciata cuspide a cono, né ha tralasciato di utilizzare taluni dei motivi del predecessore Mazulo, come i fregi in cotto e le ceramiche. Del vasto monastero aderente alla chiesa rimangono, con vestigia d'arte, l'aula capitolare, il dormitorio sovrastante e il refettorio, trasformato ora in piccolo museo dell'abbazia. L'aula del Capitolo si orna, all'esterno, di un bel portale e di due bifore ad ogiva, in cotto, duecenteschi, e, nell'interno, di una robusta scena a fresco della Crocifissione (probabilmente bolo-
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gnese) e di una serie di Profeti e santi, appaiati, dipinti a chiaroscuro da un rude pennello romagnolo (opere tutte del sec. xiv). Le gemme pittoriche di P. si trovano, però, nel refettorio e sono gli affreschi che vi eseguì un valoroso maestro della scuola di Rimini, molto probabilmente Pietro, fra il 1316 e il 1320 , accordando in maniera suasiva finezze bizantine e salde definizioni giottesche della realtà. Lo scomparso centrale raffigura il Redentore, fra la Vergine, il Battista, s. Benedetto e s. Guido, e le scene laterali rappresentano l'Ultima Cena, con la tavola circolare, e il miracolo del santo abate pomposiano Guido degli Strambiati, che, cenando con il suo ospite Gebeardo, arcivescovo di Ravenna ( 1026 ), trasmuta l'acqua in vino. Una singolare nota di vita civile, nell'insieme edificio di P., è data, infine, dal Palazzo della Ragione, dove gli abati amministravano la giustizia; massiccia costruzione in laterizio, di tipo veneto (sec. xi), a sviluppo orizzontale, con due ordini di loggiati a colonnine marmoree, interrotto l'inferiore, nel centro, dall'arcata d'accesso. Attorno a questa fabbrica, come alle altre dell'eremo benedettino, fatiscenti o deturpate dai posteri inconsapevoli, si esercitarono, negli ultimi decenni, le provvidenze dei restauratori, con risultati che si possono ritenere tra i più felici e meritori, per cautela di criteri estetici e provata perizia tecnica. - Vedi tav. CXVI.
Bibl.: v. sopra.
Alberto Neppi
PONCE, diOCESI di. - Città e diocesi dell'America centrale nell'Isola di Porto Rico; immediatamente soggetta alla S. Sede.
Ha una superfice di 1200 kmq , con una popolazione di 1.000 .000 ab , di cui 900.000 cattolici; 157 chiese e 38 parrocchie con 25 sacerdoti diocesani e 88 regolari; 20 comunità religiose maschili e 24 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 322).
La città fu fondata nel 1680 con il nome di Nostra Signora di Guadalupe di P.; il 21 nov. 1924 fu elevata a diocesi da Pio XI per smembramento dalla diocesi di Porto Rico.
La Cattedrale è dedicata alla N. S. di Guadalupe.
Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLVI, pp. 236-38; AAS, 17 (1923), pp. $44 \mathrm{I}-43$.
Enrico Joni Enrico Joni
PONCELET, Albert. - Gesuita, agiografo, n. a Liegi il 30 ag. 1861, m. a Montpellier il 19 genn. 1912.
Entrato nell'Ordine nel 1878, venne definitivamente aggregato nel 1895 al Collegio dei Bollandisti, presso i quali già prima aveva fatto il suo tirocinio. Scrittore metodico, editore impeccabile, di rigorosa e aperta intelligenza e di operosità instancabile, cooperò al II vol. di Novembre degli Acta SS. (Bruxelles 1894) con un piccolo numero di brevi commentari : mentre nel III vol. (ivi 1910) la sua parte è assai più considerevole: degni di nota: De s. Willibrord, episcopo Trajectensi et Prisonum apostolo (pp. 414-500); De s. Leonardo confessore nobilacensi (pp. 139-200); De s. Engelberto, archiep. Coloniensi et martyre (pp. 623-84). Molto collaborò ai voll. VI-XXI (1887-1912) degli Anal. Boll., dove ogni anno pubblicò anche qualche monografia consacrata alle descrizione dei fondi agiografici latini delle biblioteche pubbliche e private dell'Austria, Francia, Germania, Italia; in volumi separati diede i cataloghi delle biblioteche di Roma (Bruxelles 1909) e della Vaticana (ivi 1910); rivide, completò e rielaborò la Biblioteca Hagiographica Latina, lasciatagli abbozzata dal p. C. De Smedt, che ne aveva concepito il disegno, aggiundendovi un primo supplemento (a voll., ivi 1901); e poi ripubblicando questo in $2^{2}$ ed. rinnovata e rifatta (ivi 1911). Aveva iniziato il viaggio attraverso l'Italia per catalogare i manoscritti agiografici delle biblioteche capitolari, quando a Montpellier lo colse la morte.
Bibl.: P. Posters, Le p. A. P., in Anal. Boll., 31 (1912), pp. 129-41 (con completa bibl.); la sola necrologia, ripubblicata in P. Posters, Figures bollandiennes contemporaines, Bruxelles 1948, pp. 29-37.
Celestino Testore
PONGIUS (PonCE), JOHN. - Teologo scotista francescano, n. a Cork (Irlanda) nel 1603, m. a Parigi ca. il 1672. Compì gli studi filosofici a Colonia e quelli teologici a Lovanio.
Chiamato a Roma nel 1625 dall'annalista francescano L. Wadding (v.), oltre all'insegnamento della teologia, che in seguito tenne pure a Lione, collaborò all'edizione waddingtiana delle opere di Scoto (Lione 1639) redigendovi il Supplementum all'esposizione di F. Licheto, i commenti alle questioni del l. I e II dello Oxoniense tralasciate dal Licheto, e nel l. III dalla quest. XXVI sino alla fine. Completò pure per la medesima edizione il commento

(da Anal. Bolland., II [DIT], p. 129)
Ponceler, Albert - Ritratto.
che A. Hickey aveva lasciato incompleto a causa della morte. Fra le opere, che in generale interpretano e difendono il pensiero scotista, sono note : Philosophiae cursus integer (Roma 1643), a cui aggiunse, dopo la critiche del Mastrius, una Appendix apologetica (ivi 1645); Cursus theologicus ad mentem Scoti (Parigi 1652); Scotus Hiberniae restitutus (ivi 1660), in cui sostiene l'origine irlandese di Scoto; Commentarii theologici in quatuor libros Sententiarum (ivi 1661), ritenuti come la produzione migliore dello scotismo del sec. XVII. Come riflesso della sua partecipazione alle lotte politico-religiose di quei tempi è da ricordare: Richardi Bellingi vindicine aversae (ivi 1653); Iudicium doctrinae 'ss. Augustini et Thomae (ivi 1657); Deplorabilis populi hibernici pro religione, rege et libertate status (ivi 1651).
Bibl.: Wadding. Scriptores, p. 149; Sbaralea, II, p. 118; A. Bertoni, Le bienheureux Jean Dans Scot, Levanto 1917, p. 312; A. Testaert, s. v. in DTbC, XII, coll. 2246-48 (bibl.); G. Cleary, s. v. in Cath. Enc., XII, p. 227 (bibl.); id., Father Luke Wadding and st. Isidore's College Rome, Roma 1922, p. 43 e passim. Gaudenzio Melani
PONDICHÉRY, ARCIDIOCESI di. - Nella colonia di P., fondata da commercianti francesi nel 1674, si fissarono nel 1677 i Cappuccini di Madras, i quali fondarono pure stazioni missionarie nel territorio coloniale francese, allargato nel corso del sec. xviri.
Nel 1686 si aggiunsero alcuni gesuiti francesi, espulsi dal Siam, che in seguito dettero origine alla fiorente missione del Carnate. Dal 1689 si stabilirono pure a P. le Missioni estere di Parigi, trasportando inoltre il loro Seminario generale, nel 1769, a Virampatnam presso P. Soppressa la Compagnia di Gesù nel 1773, la loro missione carnatica passò nel 1776 alle Missioni estere di Parigi, e simultaneamente il Superiore dei Cappuccini fu nominato prefetto ap. per gli europei e creoli della colonia francese. Per riguardo al vescovo di S. Tommaso di Meliapore non si creò un distinto vicariato ap. e il Superiore delle Missioni estere di Parigi, pur essendo vescovo, ebbe il titolo di 4 Superior missionis s. Nel 1778 la giurisdizione di questo Superiore fu estesa alle antiche missioni gesuitiche di Madura e Tanjoro, e nel 1785 anche a quelle del Mysore. L'8 luglio 1836 la missione del Seminario di Parigi fu costituita vicariato ap. con il nome di Costa di Coromandel, ad eccezione del Madura, affidato di nuovo ai Gesuiti come vicariato ap. di Madura. La prefettura dei Cappuccini per i bianchi a P. già nel 1828 era passata alla Congregazione dello Spirito Santo e fu soppressa soltanto nel 1886 con l'ovazione della gerarchia. Il 5 apr. 1850 il vicariato ap. della Costa di Coromandel fu diviso in tre vicariati : P., Coimbatore e Mysore. Nel 1884 il vicariato ap. di P. fu dichiarato esente dalla giurisdizione di Goa e il $1^{\circ}$ sett. 1886 fu
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Pondichéry, arcidiccesi di - Processione a Naugathur, in (fot. Fides) Madonna. Dalla chiesa escono i troni in stile indigeno.
elevato ad arcidiccesi e l'anno dopo a sede metropolitana. Nel 1889 con la parte meridionale del suo territorio fu formata la diocesi di Kumbakonam. Nel 1930 ne fu distaccato il distretto civile di Salem e fu cosi creata la diocesi di Salem.
Ha una superficie di 15.000 kmq . La popolazione raggiunge i 3 milioni, dei quali 152.000 cattolici, 11.000 protestanti, 2.655 .000 pagani e 100.000 maomettani. Il territorio diocesano risulta diviso in 45 distretti o vicariati foranei, 48 parrocchie, 2 stazioni primarie e 724 secondarie. Le chiese sono 94 e le cappelle 200. I preti indiani sono 66, gli esteri (tutti della Società delle Mission) Estere di Parigi) 44. Vi lavorano altresi, come insegnanti, 17 fratelli di S. Gabriele di Monfort quasi tutti indigeni. Affiancano l'opera del missionario 328 suore. Scuole elementari 188; superiori 7; professionali 3; normali 2; catechistiche I. Numerose le opere di carità ( 13 orfanotrofi, 3 ricoveri, 2 ospedali, 4 laboratori). L'arcidiccesi possiede anche una tipografia ove si stampano alcuni periodici. Il Seminario minore ha ca. 40 alunni; nel Seminario maggiore di Bangalore 25 giovani si preparano al sacerdozio. Fiorenti sono in tutte le parrocchie dell'arcidiccesi le confraternite, le associazioni pie e di azione cattolica.
Bibl.: Relat. ann. 1951 presso l'Arch. della S. Congr. di Prop. Fide, pos. prot. n. 4246/51; Relatio quinquennalis 1949-50 plesso l'Arch. della S. Congr. di Prop. Fide, pos. prot. n. 5470/50; anon., India and its Missions, Nuova York 1923, pp. 21, 104, 118, 136, 162; The Catholic Directory of India, Pakistan, Burma and Ceylon, Madras 1950, pp. 350-55; MC, 1950, p. 241. Pompeo Borgna
PONENTE (ponens). - Denominazione data particolarmente ai prelati incaricati di riferire sulle cause o sugli affari trattati davanti ai tribunali o alle Congregazioni della Curia Romana, e ora anche in genere ai giudici aventi funzioni di relatori nei giudizi davanti ai tribunali ecclesiastici.
L'origine della voce, nel primo significato, è messa in relazione, dai vecchi autori, con le funzioni che ai prelati competevano nelle Congregazioni o dicasteri preposti agli affari temporali dei territori soggetti alla sovranità della S. Sede, e le cui varie provincie o circoscrizioni erano dette ponenze. "Siccome tra questi prelati distribuivansi le provincie dello Stato ecclesiastico, col nome e vocabolo di ponentia, cosi furono chiamati p. ognuno riferendo o proponendo i negozi e le cause di sua ponenza» (Moroni). Nel suo significato odierno, corrente nell'ordinamento giudiziario della Chiesa, p. è il magistrato relatore che fa parte del collegio giudicante. E regola generale stabilita che in ogni tribunale collegiale il presidente designi uno dei giudici come p. o relatore, con il compito di riferire sulla causa agli altri membri
giudicanti e di redigere la sentenza in scritto. Al p. spetta di proporre per primo le sue conclusioni in camera di consiglio nella discussione per la decisione della causa; alle sue funzioni sono poi naturalmente connesse le varie mansioni inerenti all'istruttoria della causa stessa. Lo stesso presidente del collegio può assumere le funzioni di p., ma per le cause matrimoniali solo se il tribunale lo consente; egli inoltre può per giusta causa sostituire altro p. a quello già nominato.
Particolari poteri e facoltà sono attribuite ai p. nelle cause dinanzi al Tribunale della S. Rota, sia in quanto ad essi è devoluta la presidenza del turno cui la causa è affidata, sia in quanto sono loro date le più ampie facoltà per il rapido e completo espletamento delle cause, fra cui quella di supplire senz'altro alle prove ed eccezioni se ai tratti del bene pubblico o della salute delle anime.
Nelle cause di beatificazione e canonizzazione dinanzi alla S. Congr. dei Riti, il p. deve essere uno dei cardinali appartenenti alla Congregazione stessa, nominato dal Pontefice. E suo compito di studiare con peculiare cura la causa decolutagli e di riferire alla Congregazione tutto ciò che sia in favore o contro la causa medesima.
Bibl.: Moroni, LIV. p. 93; Wernz-Vidal, VI, i. p. 91 sE.; F. Della Rocca, Istituto, di diritto processuale canon., Torino 1946, p. 98 . Arnaldo Bertola
PONTA GROSSA, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Paranà in Brasile. Ha una superficie di 40.000 kmq . con una popolazione di 350.000 ab. dei quali 320.000 cattolici. Conta 23 parrocchie servite da 18 sacerdoti diocesani e 64 regolari, ha un seminario, 7 comunità religiose maschili e 30 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 322).
La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Qunm in dies del 10 maggio 1926 per smembramento dalla diocesi di Curityba, in pari tempo elevata a metropolitana; la sede vescovile della nuova diocesi fu fissata nella città di P. G. dove la chiesa in onore di S. Anna fu innalzata a grado e dignità di cattedrale. La diocesi è suffraganea di Curityba.
Bibl.: AAS, 19 (1927), pp. 81-85; G. B. Lehmann, O Brasil Católico 1947, Jniz de Fora 1947, pp. 293-96.
Virginio Battezzati
PONTANO, Giovanni. - Umanista, poeta, dettosi poi Gioviano per il pianeta sotto cui era nato e per il carattere che credeva averne derivato, n. a Cerreto presso Spoleto il 7 maggio tra il 1421-29, m. a Napoli nel sett. del 1503. Compiuti a Perugia gli studi di grammatica e di retorica, passò con Alfonso d'Aragona, a Napoli, ove doveva rimanere per tutto il resto della vita come nella sua patria d'elezione. Per le trafile della Cancelleria, alla fine, dopo il tradimento di Antonello Petrucci, fu assunto alla Segreteria di Stato. E fu segretario accorto e geniale, anche se in ultimo toccò a lui di consegnare le chiavi della città a Carlo VIII. Quali che fossero le ragioni per cui al momento dell'occupazione francese non volle seguire nella fuga il re Ferdinando (gli Aragonesi ebbero da lui forse più che egli da loro, e il risentimento espresso in più luoghi, e segnatamente nel dialogo Asinus, appare nel complesso legittimo), non da questo atto può venir menomata la sua fama.
Fu un grande letterato e un politico insigne; inoltre con il vantaggio di due generazioni, prevenne lo sdegno del Machiavelli per gli stilatori di belle lettere e forbiti discorsi; chiamò deficienza quella che a certi suoi colleghi pareva raffinatezza di humanitas; e certe parole latine in cui incise
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il suo pensiero (sQuodque maximum inter homines et pulcherrimum est reipublicae administratio-), parrà poi di ritrovarle volgari nei Discorsi sulla Prima Deca. Questo stato d'animo gli s'affinò nella lettura di s. Tommaso; infatti, pur tra eccessi e colpe e mende non poche, lo si avverte sempre, connesso all'intenzione veramente umanistica di riconsacrare, come doni di Dio, tutti i beni della vita, compresi le ricchezze e l'amore; almeno quello che egli ebbe per Adriana Sàssone e cantò nei tre libri d'elcgie De amore coningali, unico (o quasi) fra i poeti umanisti ad elevare agli onori della poesia la legittima sposa. Si può dire che la famiglia entra nella poesia moderna con quella del P.; e vi è quindi inconsapevolmente presagita la Riforma cattolica. Versatilità d'animo e versatilità d'intelletto : e ne diede prova in quel conflitto tra scienza e sapienza, fra studi scientifici e divina retorica, ch'è come connaturato alla storia dell'Umanesimo, ma ha una particolare risonanza a Napoli, dove, fino alla metà del Quattrocento, la cultura vive all'ombra dei chiostri, incentrata nella dialettica e quasi ignara della gloria, a cui la platonica Firenze aveva assunto la retorica. Infatti la venuta del Panormita prima e del P. poi rappresentò una sorpresa e suscitò una rivolta, con seguito di dispetti, insinuazioni e invettive fra i teologi che tacciavano la cultura classica di paganità, e gli umanisti che tacciavano di cresia il razionalismo scolastico e i suoi amminicoli astrologici. Gli umanisti a un certo punto furono rappresentati da un frate illustre che veniva da Firenze, Egidio da Viterbo. E dello scontro di lui con gli scolastici, e della parte di conciliatore che il P. aspirò ad avervi e v'ebbe veramente, è possibile ancora farsi una idea leggendo il dialogo di lui Aegidius, uno dei suoi più fortunati. Ancora un secolo dopo lo echeggiava nella sua Planetomachia Robert Greene. Più curioso di scienza e di filosofia che veramente scienziato e filosofo, il P. arrivò però a sentire quale valore conciliativo in questa presunta inconciliabilità fra scienza e sapienza potesse avere l'aristotclismo ripensato in s. Tommaso. Da questa speranza d'arrivare a strappare l'astrologia alle empie cabale degli indovini e riporla nelle mani dell'eterna sapienza come la chiave del libero arbitrio, gli venne il suo poema maggiore, l'Urania. E un capolavoro, quale l'aveva vagheggiato, certamente non fu. A parte la maggiore o minore fondatezza degli argomenti scientifici, ai quali dedicò anche un grosso volume di prosa, De rebus caelestibus, l'Urania come poema lucreziano è freddo, e solo si salva in qualche luminoso tratto descrittivo, quale il rapimento di Ita che lo chiude. Per la mobilità della fantasia e l'emotività grande del cuore, il P. fu soprattutto poeta del sentimento, quale che sia il motivo del suo canto (la giovane sposa o, negli Amores e nei due libri particolarmente belli Henderszelloborum seu Baiarum, le teste donne da lui conosciute, o, nei due libri di elegie, Heridanus, la ferrarese Stella, insistente e volgare passione degli ultimi anni). In due documenti, specialmente, il latino del Rinascimento si riscatta dalla caccia di libresco e di accademico: nella poesia del P. e nella prosa di Erasmo. Quando lo commuove questo sentimento romantico del classicismo, la mano gli si fa leggera come sarà appunto quella dei neoumanisti del Romanticismo; e allora gli viene spontaneo di inserire nella descrizione della natura fantasie mitologiche, degne appunto del gusto ottocentesco. Nella raccolta Lyra e nel poemetto in esametri Lepidina non dispiace che i fantasiosi seni della riviera napoletana, e Mergellina e Posillipo e Amalfi tornino popolati di driadi e di orsadi. Accademico invero il senile poemetto De Hortis Hezperidum, sive de cultu citriorum. Ispirarono il P. le culle e le tombe, il dolore e la gioia: dai lutti gli vennero i Tumuli, dalla morte del figlio gli Iondici. Eppure, almeno come documento d'uno stato d'animo umanistico, i suoi trattati in prosa (De prudentia, De fortuna, Aegidius, Actius, ecc.), sebbene non profondi, possono interessare perfino più dei suoi versi. C'è dentro quella gran fede nel valore cristiano della sapienza! Scrisse anche un arguto trattato De sermone. Nei sei libri del De bello neapolitano narrò la guerra di re Ferdinando con Giovanni d'Angiò.
BibL.: è esauriente la bibl. contenuta in V. Rossi, Il Quattrocento, Milano 1933, p. 515, n. 3 e nel Supplemento bibliografico

(ftd. Ene. Catt.)
Pontano, Gtovanni - P. seduto in cattedra. Miniatura del sec. av, da un codice contenente il De Principe, de Obedientia e frammenti del dialogo di Caronia - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 223, f. 23 .
(1932-49) a questo libro, di A. Vallone, Milano 1949, p. xvi. Posteriormente è uscito solo il saggio di J. Parr, Sources of the Astrological Prefaces in Robert Greene's Planetomachia, in Studies in Philology, 46 (1950), pp. 400-10, che conferma l'importanza del dialogo Aegidius; a proposito del quale v. G. Toffanin, G. P. fra l'uomo e la natura (in appendice il dialogo Aegidius trad. da V. Grillo), Bologna 1938. Giuseppe Toffanin
PONTECORVO, DIOCESI di : v. AQUINO, SORA, PONTECORVO, DIOCESI di.
PONTEFICE MASSIMO. - Il collegio dei pontefici, nella costituzione religiosa dell'antica Roma, era incaricato di controllare tutto l'insieme del patrimonio religioso nazionale, pubblico e privato (matrimonio, adozione, diritto funerario, ecc.; cf. Cicerone, De leg., II, 119); di adattare alle circostanze con nuove norme (decreta pontificum; cf. Gellio, II, 28) la dottrina religiosa tramandata; di illuminare con i suoi consigli i magistrati della città (Livio, I, 20; Dionisio, II, 73); di punire eventualmente i trasgressori delle norme religiose (Festo, Maximus pontifex) ecc.
Però, nonostante questa vasta gamma di poteri religiosi, almeno in età storica i pontefici non ebbero mai le attribuzioni dei magistrati (non potevano quindi emanare editti e non avevano giurisdizione religiosa tranne che sui sacerdozi loro sottoposti), la loro influenza restando legata in realtà a quell'intima connessione esistente tra le istituzioni civili e le religiose. Il pontefice (accettandone l'etimologia da pontem e facere; cf. Varrone, De lingua lat., V., 83) riporterebbe alla preistoria latina e precisamente a quelle costruzioni di villaggi di legno di cui egli avrebbe avuto cura, come è noto che in realtà faceva a Roma, in età storica, per il ponte Sublicio, costruito in legno a incastro, senza chiodi. La tradizione faceva istituire il collegio pontificale dal re Numa con un numero iniziale di 5 ( 04 ; cf. Livio, X, 6) membri, che all'età di Cesare salirono a 16. Essi erano sienti dal collegio (coaptatio) e quindi inaugurati (Dionisio, II, 2273); mentre sotto l'Impero il diritto di nomina spettava virtualmente all'imperatore che era anche p. m. Facevano parte del
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Pontianak, vicariato apostolicod di - Una suora francescana dell'Immacolat