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t'Ordine, riformato da Gregorio XVI (breve Cum hominum mentes del 31 ott. 1841 : Acta Gregorii PP. XVI, III, Roma 1903, pp. 178-80). L'Ordine fu sempre rivestito di speciali privilegi, quale il titolo personale di conte palatino per l'insignito e la nobiltà ereditaria per i suoi discendenti, accordati già da Pio IV. Ma, a cominciare da Paolo III nel 1539, fu concesso ad alti dignitari della corte pontificia e a talune famiglie principesche romane il privilegio di poter conferire l'Ordine; ciò avvilil il suo prestigio e determinò soverchio affollamento nei suoi ranghi. Ne risollevò le sorti Gregorio XVI, il quale nel 1841, con il breve citato, intitolò l'Ordine a s. Silvestro papa (che secondo la tradizione l'aveva consacrato), pur lasciandogli l'antico nome di Milizia Aurata; stabili che esso fosse composto di due classi, una di commendatori e l'altra di cavalieri, ne fissò il numero, per lo Stato pontificio, rispettivamente a 150 ed a 300 ; ne stabili le esatte insegne e ne riservò la collazione esclusivamente alla S. Sede, revocando qualsiasi delegazione fatta dai predecessori.

Una sostanziale modifica fu infine apportata all'Ordine dello Speron d'Oro da Pio X con il breve del 7 febbr. 1905, per cui fu distaccato dall'Ordine di S. Silvestro (v. sotto) e ritornò a formare un Ordine a parte. Postolo

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(fol. Ene. Calt.)
In alto a sinistra: INCIPIT DELL'ORDO I (fine del sec. xi) - Biblioteca Vaticana, cod. Otto. lat. 312, f. 1377. In alto a destra: INCIPIT DELL'ORDO I (sec. xi) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1147, f. 17. In basso a sinistra: INCIPIT DELL'ORDO XVII (inizio del sec. 1x) - Biblioteca Vaticana, cod. Pal. lat. 574, f. 1527. In basso a destra: EXPLICIT DELL'ORDO XXIX E NOTA ADDIZIONALE (fine sec. Ix) - Biblioteca Vaticana, cod. Pal. lat. 487, f. $30^{7}$.

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(fol. Gab. fol. nas.)
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(fol. Alinari)
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(fol. Alinari)
(fol. Alinari)
destra: ORDINE IONICO. Tempio di Atena "Apterosa" (sec. v a. C.) - Atene. In basso a sinistra: LOGGIA DELLE CARIATIDI (fine del sec. v a. C.) - Eretteo, Acropoli di Atene. In basso a destra: ORDINE CORINZIO. L'Olimpieion (530 a. C.) - Atene.

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sotto il patrocinio della Vergine Immacolata, Pio X lo volle composto di una sola classe di cento cavalieri, in tutto il mondo cattolico, abolendo inoltre ogni privilegio di nobiltà annesso per l'instanzial medesimo.

L'Ordine viene conferito a coloro che con le armi, con gli scritti e con opere segnalate abbiano giovato alla cattolicità, ed ha per insegna una croce d'oro ottagona con smalto giallo e con lo sperone d'oro pendente, recante nella parte anteriore una piccola placca bianca con il nome di Maria, chiusa in un cerchietto d'oro, e nel rovescio l'indicazione dell'anno MDCCCCV con il motto "Pius X restituit ". Tale croce si porta pendente da un nastro rosso con lembi bianchi, aggirato al collo. Secondo l'Annunzio pontificio per l'anno 1951, gli insigniti dell'Ordine dello Speron d'Oro sono ora tredici.
III. Ordine Piano. - Destinato a premiare le virtù ed i meriti individuali, quest'Ordine fu istituito da Pio IX con il breve Romanis Pontificibus del 17 giugno 1847 (cf. Pii P. M. IX Acta, I, 1, Roma 1854, pp. 43-45); e lo chiamò Piano dal suo nome, rinnovando insieme l'antica denominazione dei cavalieri. Piani istituiti nel 1559 da Pio IV. L'Ordine comprendeva due categorie di insigniti, ossia i cavalieri di prima e di seconda classe: i primi godevano del privilegio di nobiltà trasmissibile anche ai figli ed i secondi la sola nobiltà personale. L'insegna dell'Ordine restò fissata in una stella d'oro divisa in otto raggi azzurri recante nel centro anteriore una piccola placca bianca con sopra scritto il nome del papa fondatore Pius IX, circondato dal motto Virtuti et merito, e nel rovescio : Anno MDCCCXLVII.

Dai cavalieri di prima classe, che potevano fregiarsi anche, dietro speciale autorizzazione, della placca, l'insegna veniva portata pendente dal collo raccomandata ad un nastro di acta azzurra ornato ai lembi di doppia riga rossa, mentre i cavalieri di seconda classe l'appuntavano al lato sinistro del petto. Con un successivo breve Cum hominum mentes del 17 giugno 1849 , Pio IX confermò i privilegi di nobiltà annessi a tale Ordine, accordò a tutti i cavalieri di prima classe l'uso della placca e stabili che per i medesimi l'insegna fosse portata non più pendente dal collo, ma sostenuta a tracollo, dalla spalla destra, mediante una lunga fascia di seta. Infine, con un decreto dell'11 nov. 185b, In ipso, Pio IX stabili che l'Ordine constasse di tre categorie : cavalieri di prima classe o di gran croce, cavalieri di seconda classe o commendatori e cavalieri di terza classe, stabilendo inoltre che i commendatori portassero l'insegna oppesa al collo.

Pio X, con il breve Multum ad excitandos, citato, confermò l'uso invalso presso alcuni commendatori di fregiarsi di una placca di minori dimensioni, per cui si venne a costituire un grado intermedio, detto dei commendatori con placca. Finalmente Pio XII, per adeguare il "Piano" agli altri Ordini pontifici, con breve Litteris suis dell'11 nov. 1939 (cf. AAS, 32 [1940], p. 41), abolì il privilegio di nobiltà ereditaria e personale annesso rispettivamente ai primi due gradi di quest'Ordine, che resta tuttavia il terzo per importanza tra le decorazioni conferite dai pontefici.
IV. Ordine di S. Gregorio Magno. - Nel 1831, Gregorio XVI volle dimostrare immediatamente la propria riconoscenza ai suoi sudditi, fedeli nelle precedenti turbolenze, con l'istituire un nuovo Ordine cavalleresco, che intitolò a s. Gregorio il Grande. Le relative insegne dell'Ordine furono stabilite con il breve Quod summis quibusque del $1^{\circ}$ sett. 1831, in una croce lavorata in oro a forma ottagona ed in smalto rosso sulla superficie, nel cui mezzo come in una piccola placca si vedesse finemente cesellata l'immagine di s. Gregorio Magno con la colomba d'oro, circondata dalla scritta S. Gregorius Magnus; al rovescio su fondo azzurro scuro si legge il motto pro Deo et prosipe ed in un cerchio d'oro la scritta Gregorius XVI P. M. Anno I. L'Ordine venne diviso in quattro categorie, ossia cavalieri «gran croce» di prima e di seconda classe, commendatori e semplici cavalieri. I cavalieri «gran croce» dovevano portare l'insegna sorretta da una gran fascia di seta rossa, orlata di giallo, a tracollo dalla spalla destra al fianco sinistro; costoro avrebbero potuto fregiarsi anche il petto con un'altra croce di mag-
gior misura ornata di raggi e gemme. I cavalieri di seconda classe invece appendevano l'insegna al collo e portavano la gran croce a guisa di placca sul petto; i commendatori pure oppesa al collo, ma senza la placca; i semplici cavalieri portavano soltanto una piccola croce pendente sul lato sinistro del petto. Con un successivo breve del 30 maggio 1854 Cum amplissima honorem, lo stesso Gregorio XVI ridusse a tre le categorie, per cui si ebbero soltanto cavalieri gran croce, commendatori e cavalieri, e stabili che per lo Stato pontificio i primi non superassero i 30 , i secondi i 70 ed i terzi i 300 . L'Ordine comprendeva due classi, una civile ed una militare che si distinguevano rispettivamente per la corona d'alloro in smalto verde legata in basso da un nastrino d'oro e da un trofeo d'armi in oro sovrastanti la croce. Pio IX provvide a dare un'uniforme agli insigniti, e Pio X, con il breve già citato, confermò le disposizioni precedenti.
V. Ordine di S. Silvestro papa. - Sotto questo titolo aggiuntivo Gregorio XVI aveva fatto rivivere nel 1841 il vetusto Ordine dello Speron d'Oro (v. n. II), decaduto dall'antico splendore, facendone quasi un Ordine nuovo, composto di due sole classi. Pio X, con il breve Multum ad excitandos del 7 febbr. 1905, distaccò dalla Milizia Aurata l'Ordine di S. Silvestro che restò diviso, alla stregua dell'Ordine Piano e di quello di S. Gregorio Magno, in tre gradi: cavalieri gran croce, commendatori e cavalieri. La forma dell'insegna rimase tuttavia la medesima, soltanto che per l'Ordine di S. Silvestro papa, messo all'ultimo posto tra le decorazioni pontificie, essa fu privata dello sperone d'oro pendente al disotto, venendo altresi smaltata di bianco e presentando nel centro, dalla parte anteriore l'immagine, con il nome scritto attorno, di papa s. Silvestro, e dalla posteriore lo stemma papale, e stampate in oro entro un cerchietto azzurro le due date della restaurazione Gregoriana e della riforma Piana, MDCCCXLl-MDCCCCV.

Tale insegna viene portata dai cavalieri gran croce sul fianco sinistro sostenuta da una lunga fascia di seta rossa e nera con i bordi rossi, dai commendatori pendente da un nastro degli stessi colori aggirato al collo, e dai semplici cavalieri pendente invece al lato sinistro del petto. La placca dell'Ordine, formata dalla croce stessa sovrapposta ai raggi di una stella d'argento, è esclusiva della prima classe, potendo tuttavia venir concessa una simile, ma di proporzioni minori, eccezionalmente a quei commendatori che si siano distinti per particolari benemerenze.

L'uso delle onorificenze pontificie è autorizzato in Italia, mediante registrazione del breve di nomina, che si effettua su presentazione del breve stesso e domanda scritta dell'interessato (art. 42 del Concordato e R. D. 10 luglio 1930, n. 974).

Bibl.: P. Giacchieri, Comment. degli O. e. esistenti negli Stati di Santa Chiesa, Roma 1823; F. de Barghon de FortRion, Hist. de l'Ordre de St-Sylvestre ou de l'Eperon d'or, Vimoutiers 1827; E. Gaddi Hercolani, Storia degli O. e. romani, Roma 1860; F. Raffaelli, Dell'O. della Milizia aurata o dell'O. pont. di S. Silvestro, in Giorn. araldico di Pisa. 1873-74, p. 247 sgg. anon. Calles. litter. apostolic. aliorumque document. equestres pontificios ordines spectantium, Roma 1880; C. Padiglione, O. del Cristo di Roma, in Giorn. araldico di Pisa, 1881-82, p. 79 sgg.; O. de Poli, Litre d'or du Comité international des Ordres équestres pontificaux, Parigi 1889; F. Guigue de Champvans de Fuxémont, Hist. et législation des Ordres de chevalerie, margues d'honneur et médailles du Saint-Siège, ivi 1932; R. Padovani, Nell'O. di Cristo e dello Speron d'Oro, in L'Illustr. Vaticana, 3 (1932), pp. 62-63; M. Gorino, Causa, titoli nobiliori e O. e. p., Torino 1933; E. Nassili Rocca, Le distinzioni nobiliori e cavalleresehe della S. Sede, in Cnaviriana, 7 (1935), pp. 292-97; S. Feliu y Quadreze, Ordenes de saballeria pontif., Minorca 1950.

Niccolò Del Re
ORDONEZ, Bartolomé. - Scultore castigliano, n. a Burgos verso gli ultimi decenni del sec. XI, m. ancor giovane a Carrara il 10 dic. 1520. Sono assai scarse le notizie biografiche.

Nel 1517 ebbe lavori a Carrara, ma fin dall'anno precedente, insieme al socio Diego de Siloe, era a Napoli ove lavorò per la cappella Caracciolo di Vico in S. Giovanni a Carbonara. Nel 1518 gli fu allogato il monumento

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sepolcrale al card. Ximenes nella chiesa di S. Idelfonso a Toledo: nello stesso anno l'O. si impegnò a costruire le tombe di re Ferdinando, della regina Isabella e del vescovo di Burgos. Il 5 dic. 1520 fece testamento in favore del figlio Diego, minore di ventun anni. Da questa circostanza si deduce come non sia possibile assegnare al giovane Diego la vasta produzione napoletana finora attribuitagli, da riferirsi invece al già citato Diego de Siloe.

Il breve passaggio dell'O. a Napoli fu denso di importantissimi sviluppi per la scultura locale. La pala marmorea dell'Adorazione dei Magi sull'altare della cappella Caracciolo, che l'O. scolpì certo dopo un viaggio in Toscana, mostra una palese influenza dell'incompiuta Adorazione dei Magi leonardesca ed altre generiche derivazioni fiorentine. Delle opere eseguite in Spagna si ricordano: il monumento funebre del card. Cisneros nella cattedrale di Alcalà e quello di Antonio Fonseca, ambedue lasciati incompiuti, e quello di re Filippo e di Giovanna la Pazza nella cattedrale di Granata. Gli sono anche attribuiti gli stalli del coro della cattedrale di Barcellona, eseguiti nel 1517.

Bibl.: B. Croce, Di alcuni artisti spagnoli che lavorarono in Napoli, in Napoli nobilissima, 4 (1895), p. 12 sgg .: M. Gomez-Moreno, La escultura del Renacimiento en España, Barcellona 1931, pp. 53 sgg.: L. S., s. v. in Thieme-Becker, XXV, pp. 41-42; Venturi, X. I. pp. 93-103; O. Morisani, Saggi sulla scultura napoletana del Cinquecento, Napoli 1941, pp. 21-28; H. E. Wether, The early works of B. O. and Diego de Siloe, in Art Bulletin, 25 (1945), pp. 226-38, 325-45; F. Bologna, Problemi della scultura del Cinquecento a Napoli, in Catal. delle sculture lignee nella Campania, Napoli 1950, pp. 153-73 (con bibl.). Giovanni Carandente

OREB e ZEB. - Nomi totemici ('ôrëbh "corvo"; $z e ̀ e ̀ b h$ "lupo ") di due capi medianiti, catturati dagli Israeliti del tempo di Gedeone (v.) a ovest del Giordano (Iudc. 7,25; 8,3; cf. Ps. 82,12), uccisi con molti dei loro in località presso il fiume (probabilmente nel territorio di Ephraim), denominate in seguito, a ricordo del fatto, rispettivamente "rupe di O." (Iudc. 7,25 e Is. 10,26) e "torchio di Z." (Iudc. 7,25). Questo secondo nome si riferisce forse ad una roccia a fior di terra che ricordava per la forma il torchio: due cavità, di cui una grande e una più piccola (il "pozzetto") in comunicazione.

Bibl.: E. Kalt, Archeologia biblica, trad. it., Torino 1927. p. 63 .

Giovanni Rinaldi

ORE CANONICHE : v. Ufficio divino.
OREFICERIA. - I. O. paleocristiana. - Nelle biografie dei papi, nel Liber Pontificalis si trovano elenchi di oggetti preziosi o rivestimenti di metalli rari donati alle antiche chiese romane, ma si devono accettare con riserva le donazioni anteriori al sec. vi. L'antichità usava spesso dorare il bronzo (v. la statua di Marco Aurelio, ovvero i fusti di colonne della Basilica Lateranense, oggi applicati all'altare del S.mo Sacramento). Nel campo propriamente dell'o. si rileva che l'argento o il rame ricevettero dorature e si conosce pure l'esistenza di una lega d'oro e d'argento che aveva il colore dell'ambra, e perciò si chiamava electrum. Quando due metalli non erano mescolati con la fusione, ma inseriti l'uno nell'altro; si aveva quel che ora si dice agemina, cioè un lavoro d'intarsio (v., p. es., le crocelline argentee inserite in una porta di bronzo del sec. v nel Battistero Lateranense). I metalli erano anche decorati con incisioni (piastra casellata). Se, per il debito risalto, si inseriva nei tagli una pasta nera, si aveva il lavoro di niello (da nigellus). Ma più vivaci effetti erano offerti dall'inclusione di paste vitree (smalti) di cui la tecnica più antica è il versamento della materia vitrea nell'incavo (tecnica dello champlevé, cioè del taglio risparmiato) e poi viene quella degli alveoli con lastrine di riporto (tecnica del cloisonné). S'in-
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(fot. Gab. fot. nac.)
Oreficeria - Croce gemmata detta di s. Gregorio (fine sec. viinizio viI) - Monza, Tesoro della Cattedrale.
serivano anche pietre rare (specie granati); o si aggiungevano gemme e cammei sostenendoli con delicate impalcature a lamelle semplici, o traforate. Le lastre d'oro o d'argento (oppure d'altro metallo) erano ridotte a foglia del lavoro di battitura e non di rado si calcavano su matrici per ottenere le figurazioni a sbalzo (ma i rilievi in bronzo erano ottenuti con la fusione).

In verità l'o. aveva grandi tradizioni, e perciò tutta una tecnica squisita. I vescovi facevano a gara per corredare di preziosità la casa di Dio. I fedeli offrivano ad essa anche gli oggetti privati con figurazioni anche profane, e questo spiega che se ne siano trovati nei tesori delle basiliche. Talvolta i sovrani donavano perfino le loro corone. Una notizia della Chronographia di Teofane (ad a. 593) informa che l'imperatore Maurizio ricevette da Sofia, vedova di Giustino II, e dalla moglie Costantina una splendida corona. Il sovrano, dopo averla ammirata, la mandò alla chiesa e la fece sospendere sopra l'altare a mezzo di tre catene d'oro disseminate di pietre preziose. Ciò dispiacque molto alle due donatrici. Un famoso documento di donazione ad una chiesa è la Charta Cornutiana (a. 471), relativa alle liberalità del goto cattolico Fl. Valila. Ivi si parla tra l'altro di una copiosa suppellettile argentea in vasi e lampade e se ne indica il peso complessivo accertato alla pesa pubblica (ad stateram urbicam).

Le scoperte di o. (senza tener conto degli oggetti più dichiaratamente profani) sono state parecchie. Tuttavia non rappresentano che una minima parte di quanto i documenti fanno supporre, giacché l'antichità e il medioevo si compiacquero molto delle preziose suppellettili. Invasioni, furti vari, appropriazioni che provocarono la distruzione degli oggetti per fonderne i metalli, od

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utilizzare le pietre rare (così nella Rivoluzione Francese e nel periodo napoleonico) ed anche fusioni o vendite per sopperire a particolari necessità, ridussero gli ingenti patrimoni delle basiliche e dei monasteri a pochi e spesso mutili esemplari. Talvolta un oggetto è stato integrato in epoca assai posteriore.

Una celebre scoperta di suppellettili fu quella compiuta dal Grizer sotto l'altare della cappella privata dei Papi nel Patriarchio Lateranense (Soneta Sanctorum). Omettendo le o. d'epoca più recente, si ricordino la croce gemmata del sec. vi-viI, che conteneva un frammento della vera Croce immerso nel balsamo (ora, come tutti gli altri cimeli, nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana). E un lavoro in oro massiccio con incastri di pietre rosse, incastonature di gemme ed orli di quei fili sottilissimi a perline chiamati «filigrane». Tale «stauroteca» (reliquiario della S. Croce) deve sicuramente identificarsi con quella che Stefano II (752-57) portò in processione attraverso Roma quando il longobardo re Astolfo minacciò l'Urbe. Essa è tuttora cosparsa del balsamo con cui veniva unta dai Papi nel mediocvo. Un altro reliquiario a croce dello stesso tesoro è, viceversa, tutto a smalti e contiene figurazioni del ciclo della Infantia Salvatoris. Un'epigrafe sulla costa dà il nome di Pasquale I (817-24). Il «cloisonnage» di smalti ha qui uno dei più antichi esempi di questa tecnica giacché non è a ripartizioni sottili, ma in crustae più larghe, che si direbbero imitazione dell'epas sectile marmoreum, ove non si notasse l'orlo delle incasellature. Tanto la stauroteca che questo reliquiario erano conservati in scatole d'argento con figurazioni a sbalzo dei primi decenni del sec. Ix. L'unico residuo dei più antichi donatii alla Basilica Vaticana (ora nel tesoro di S. Pietro) è la croce dell'imperatore Giustino II e della consorte Sofia (565-78). L'oggetto consta di una lamina d'argento dorata con immagini a sbalzo e con aggiunte di pietre preziose o perle, talune montate in capsule sugli orli, altre pendenti. Negli sbalzi si affacciano i volti della coppia imperiale. Una epigrafe (che può essere versione di un'originaria in greco) dichiara: - Ligno quo Christus humanum subdidit hostem - dat Romae Iustinus opem et socia decorem». Per doni in altre chiese di Roma si ricordino: fra le reliquie dei SS. Quattro Coronati una stupenda teca rotonda, a vaso, adoperata per il capo di S. Sebastiano. Gregorio IV (827-44) la effri alla Basilica (iscrizione), ma la teca è più antica di questo Papa perché sul fondo è il monogramma di una matrona forse del sec. v: Anatole. L'oggetto è di arte ellenistica. La chiesa dei SS. Silvestro e Martino ai Monti ha un eccezionale esempio di lampada argentea (tipo della gabata) ad intrecciatura transennale con la dedica: «Sancto Silvestrio ancilla sua votum solvit».

In questi ultimi tempi fu scoperto nelle vicinanze di Città di Castello (a Canoscio) un gruppo di oggetti sacri argentei comprendenti pissidi, vassoi, cucchiai, un colatoio. La pissidi hanno la forma di quelle del tesoro di Cartagine, ora al British Museum (tesoro giudicato a ragione del sec. iv-v). Lo xenodochio di Pammachio a Porto rivelò piatti e un cucchiaio argenteo (sec. iv-v). Furono dispersi in varie collezioni. Viceversa un bel gruppo di argenterie cristiane del sec. v provenienti dalla casa celimontana dei Valerii (due cucchiai, due amolae e un'atoleretta con immagini sacre, un bicchiere) sono nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana. Si ricordi anche il celebre tesoro dell'Esquilino, oggi in gran parte al British Museum, ma esso ha rappresentazioni soltanto di carattere profano.

Da Antiochia sull'Oronte, o dalle sue vicinanze, provengono diversi esemplari a sbalzi argentei dei secc. vi-vi fra cui un calice, una croce e tre coperte di libro (più suggestiva quella con due apostoli) ed inoltre uno straordinario calice, lavoro siriaco del sec. vi. E tutto percorso da un fogliame vitioso a straforo e vi aggettano le figure del Cristo, degli Apostoli, di una pecora e di un'aquila (v. riprod. alla voce antiochia di sIRIA). Il cimelio è ora in una raccolta privata a Nuova York. L'Isola di Cipro ha ridonato due serie di oggetti (ambedue venute in luce nel distretto di Kyrenia): la prima si trova al British

Museum, la seconda è distribuita fra la raccolta Morgan (Nuova York) e il Museo di Nicosia (con quest'ultima erano monete del periodo $565-685$ e l'altra può ritenersi pure dei secc. viVII.) Interessante il gruppo della raccolta Morgan con piatti figurati con la storia di David (il Wilpert ha creduto alla falsificazione, ma senza prove sufficienti). Nel Museo del Cairo è il tesoro scoperto a Luksor, dove sono custodie di libro argentee con iscrizioni, una delle quali ricorda un "abba" Abramo (era il materiale di una diaconia dei secc. v-vi). Il tesoro di Stûmâ (distretto di Aleppo) è nel Museo di Costantinopoli : tre piatti e due Babelli (opere dei secc. vi-vi). Uno dei piatti ha la scena dell'Ultima Cena, che si trova nella patena di un altro tesoro, quello di Riba (a sud di Antiochia: v. riprod. alla voce comunione eucaristica). Qui riapparvero un calice e due patene, riferibili al sec. vi. La Comunione degli Apostoli vi assume una bellissima animazione. Altri gruppi di oggetti : quello del tesoro di Traprain Law (Scozia, ora al British Museum), che comprende, fra l'altro, un'anfora forse del sec. IV, con vigorosi sbalzi (scene del Vecchio e Nuovo Testamento); quello del tesoro di Lampsaco (candeliere, vaso a basso piede: forse calice, catino : sec. vi ?); il ricordato tesoro di Cartagine (secc. iv-v); quello di Mildenhall (con stupendi piatti, cucchiai, ecc.; nei piatti sono figurazioni pagane; sec. iv?); questi tre ultimi gruppi sono al British Museum, come pure il tesoro di Sutton Hoo. Oltre agli oggetti del Tesoro della basilica di Monza (v.) e del monastero di Bobbio (v.), una serie di capselle argentee reliquiari si trova in chiese e musei, come la cassettina cubica dei SS. Nazarie e Celso di Milano, che taluno ha voluto ritenere imitazione rinascimentale, mentre è sicuramente paleocristiana e forse dell'età di s. Ambrogio, fondatore della Basilica. Ivi, nella scena dell'Adorazione dei Magi, gli obiatori non hanno le vesti tradizionali, ma sono potenti figure seminude. Lo stile è sinceramente impressionistico (si faccia il confronto con le analoghe tendenze stilistiche manifestate dai resti della porta originaria della Basilica ambrosiana); ma si veda pure il trattamento delle figure apostoliche in altra capsella: quella di forma inconsueta - è a pisside poligonale - trovata a Pola ed ora nel Museo di Vienna, sec. Iv. Il duomo di Grado ha una capsella ovale e una tonda. La prima ha immagini piuttosto rudi (chieti con il Cristo e i ss. Pietro e Paolo; ecc.) ma tuttavia collegate alla tradizione classica, la seconda ha una trionfante Madonna in trono che regge la croce astile. Anche se diverse come fattura e come derivazione stilistica possono ritenersi ambedue del sec. v, cioè alla più antica fase delle basiliche nell'isola gradense. Di grande importanza è la cassettina ovale (pure argentea) di Henchir-Zirara presso Tebessa (Numidia), oggi nel Museo Sacro Vaticano. Vi è la rappresentazione di un giovane martire fra due candelabri; è del principio del sec. v. Circa dello stesso periodo è la cassettina trovata a Brivio (Lombardia) oggi nel Museo del Louvre (con l'Adorazione dei Magi, i Tre fanciulli nella fornace, la Resurrezione di Lazzaro). Così pure della medesima epoca
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
ida Tre Sutton Hoo Ship-Burial, Londra M.C. tui. I: Oaericeaia - Grande fibbia d'oro di stile barbarico proveniente dal Tesoro di Sutton Hoo (ser. VII) - Londra, British Museum.

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![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(fot. Gab. fot. nav.)
Oreficeria - Stauroteca con le figure di Costantino e a. Elena. Arte bizantina (sec. xili) - Urbino, Palazzo Ducale.
è una capsella del Sancta Sanctorum con l'Adorazione della Croce. Si tralasciano esemplari di cassettine reliquiari del tempo barbarico, fra cui notevolissime quella di Hertford, che ha pure un'applicazione di gemme, quelle di St-Benolt-sur-Loire, di St-Bonnet-Avalouze, della cattedrale di Coira e della chiesa di Sion, ambedue in Svizzera, del monastero di St-Maurice d'Agaune pure in Svizzera; quest'ultimo è un mirabile esemplare con transenna d'oro su fondo rosso, pietre, cammeo : opera franca del sec. viI.

In quanto a calici e patene, si ricordino il calice a due anse tutto sfaccettato da lobi nella parte inferiore, che proviene da Gourdon (oggi alla Biblioteca nazionale di Parigi). Granati e turchesi incentrano i delicati riporti in filigrana d'oro che avvolgono la parte alta della coppa : lavoro merovingio del sec. vi, quantunque trovato con monete auree bizantine. Si accompagna al calice un piatto rettangolare aureo con in mezzo una croce. Interessante il contrasto dei trafori aurei con il fondo rosso. Scomparso è l'alto calice di Chelles, che, oltre a simili trafori, aveva settori a scacchiera di smalti bianchi e verdi. Lo si credeva opera di s. Eligio, il famoso orafo merovingio. Di valore storico è il calice di Kremsmünster (Austria) con il ricordo epigrafico di Tassilone, duca di Baviera ( $=$ Tassilo dux fortis Liutpric virgo regalis * : fine sec. viII). Elegantissimo nel suo tipo slanciato, reca decorazioni ad intreccio paragonabili a quelle scandinave ovali con figure del Cristo ed evangelistiche. Viceversa è basso un calice di lavorazione celtica, quello di Ardagh (Irlanda). Di semplice lavoro e con epigrafe relativa ad un Orso diacono è il calice di Lamon (Trentino). V. ill. alla voce calice. Fra le patene: quella di Berezoff (Siberia), già nella raccolta Stro-
ganoff ed oggi di nuovo in Russia (con bella figurazione di due angeli e della Croce; l'opera è più del v che del vi sec.); quella del vescovo Paterno, trovata pure in Russia; quella di Sugero (fondo in smalto verde con emergenza di pesciolini in lamina d'oro; giro di intelaiature d'oro con pietre; l'oggetto faceva parte del tesoro dell'abbazia di St-Denis ed è stato creduto del sec. vi). Per noi può essere produzione merovingia del sec. viI. Tra i vosi si ricorda quello di Emesa (oggi al Louvre). E a foggia d'anfora ed ha clipei con il Cristo, la Madonna e Santi : opera siriaca del sec. v.

Delle corone pendenti dal ciborio sopra l'altare si sono citate le monzesi. Ma bisogna aggiungervi il gruppo copioso trovato a Guarrazar, ed ora tutto raccolto a Madrid (Museo nazionale). E un insieme stupendo di corone votive con sbalzi, trafori, gemme. Le corone hanno ancora le catenelle di sospensione anch'esse ben lavorate. Dal centro pendono le croci profusamente gemmate. Si apprende da un'epigrafe che il donatore fu = Recesvinthus Rex * (associato al padre Chidasvinto nel 649, divenne solo re nel 653 e morì nel 672). Una croce-reliquiaria copiosamente gemmata e con orfatura di perle (secc. vi-viI) è nella cattedrale di Tournai.

Come altare fisso lavorato in materie preziose si può citare soltanto per l'alto medioevo quello che si deve all'orafo Vuolvinio nella Basilica ambrosiana. È a sbalzi con le Storie di s. Ambrogio ed è riccamente decorato di smalti, gemme, cammei. Si discute circa l'epoca. Alcune parti sono venute in un secondo momento, ma certo il tratto più antico è del sec. ix.

Un reliquiario carolingio di cui si hanno solo riproduzioni era quello dell'abbazia di St-Denis. Lo si denominava l'escrato de Clorlemagne, ma doveva spettare a Carlo il Calvo. Era tutto tempestato di gemme.

Di croci processionali: le ben note di Brescia (Museo sacro), di Ravenna (Cattedrale), di Cividale (Museo), la prima (sec. viII) ornata di gemme e di vetro dorato (il più bello che si conosca) con ritratti di una famiglia del sec. Iv, la seconda con medaglioni a sbalzi argentei (busti di santi). La parte centrale con la Madonna è posteriore al sec. vi, in cui la croce dovett'essere primieramente eseguita, la terza (con un rozzo Crocifisso) è opera barbarica forse del sec. viII. Fra le croci di piccole dimensioni (ad uso individuale) vari encolpia sono di materia preziosa. Interessantissima quella d'oro trovata a S. Lorenzo fuori le mura a Roma ed ora nel Museo Sacro Vaticano. E a disegni floreali spiccanti sul fondo sacro del nielio. Vi è aggiunto un anello incastrato a vite. Un'iscrizione dice : "Nobiscum Deus Emmanuel - Crux est vita mihi. Mors, inimica tibi». L'opera è forse del sec. vi.

BibL.: E. Molinier, Hist. pón. des arts appliqués à l'industrie, IV, L'arfèererie, Parigi 1901; M. Rosenberg, Gesch. der Goldschmiedehnast auf technisch. Grundlage, Darmstadt e Francoforte s. M. 1910-23 (vari voli.); id., Der Goldschmiede Markzeichen, Francoforte s. M. 1921-22 (2 voll.); H. Leclercq, Orfèererie, in DACL, XII, II, coll. 2447-2561; v. anche in DACL le voci Calice, Patène, Guarrazar, Emésine, Monza, ecc.; W. F. Volbach, Metallarbeiten des christlichen Kultes in der Spätantike und im frühen Mittelalter (Katal. d. Röm.-Germ. Central-Mus.), Magonza 1921; J. Braun, Die Reliquiare des christlichen Kultes und ihre Entwicklung, Friburgo in Br. 1940; C. Cecchelli, La vita di Roma nel medioevo, I. Le arti minori e il costume, I: Le oreficerie, Roma 1951. Sul calice di Tassilone, v. ora G. Haschoff, Der Tassilokelch, Monaco 1951.

Carlo Cecchelli
II. Arte medievale e moderna. - Intorno al Mille appaiono opere di eccezionale bellezza: la pala d'oro della basilica di S. Marco, l'Evangeliario di Capua, la Croce di Garta, la Croce di Cosenza, l'Evangeliario del vescovo Ariberto nel Tesoro del duomo di Milano, l'altarolo della cattedrale di Agrigento l'altare d'oro della basilica di S. Ambrogio di Milano, mostrano una somma di esperienza e un gusto indiscutibile. Da allora pare di vedere in due filoni diversi incanalarsi l'o.: a settentrione nei paesi tedeschi l'o. fu allora particolarmente praticata a Hildesheim, a Essen ed a Ratisbona dalle cui officine uscì l'altare d'oro della cattedrale di Basilea oggi nel Museo di Cluny a Parigi. In Francia invece si lavorarono opere d'o. specie nella abbazia benedettina di Digione, a Parigi, a Chartres, a Limoges (v.). Quest'ultima città presto assunse una decisa preminenza sulle altre per l'uso degli

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smalti ad alveoli incavati che sostituirono le filigrane e gli smalti alla bizantina. Nel mez. zodi il centro più attivo fu allora il sud d'Italia, principalmente la corte dei re normanni di Sicilia, Palermo, dove artisti arabi e bizantini lavoravano con unite esperienze. Qui si mantennero con maggiore fedeltà tecniche e forme bizantine, pur assorbendo nel repertorio decorativo qualche elemento di gusto arabo, come il palmizio stilizzato di cui un esempio appare sulla cuffia di Costanza II, in filigrana, perfe, smalti e gemme (Palermo, Cattedrale), nel reliquiario dis. Marziano (Messina, Cattedrale) o nel superbo manto di Ruggero a Vienna (Kunsthistorische Museum). Nella o. gotica è prevalente la tendenza all'imitazione dell' architettura (secc. xili-xv) con l'uso delle guglie, dei pinnacoli, degli archi ogivali, delle statuette entro le nicchie e financo della forma stessa dei reliquiari costruiti come tempietti gotici. Alcune tecniche vennero trascurate (l'uso delle gemme incastonate in piani di filigrana), altre tecniche si aggiunsero : il traforo, il bassorilievo a motivi levigati sul fondo gradinato. La pittoricità viene raggiunta non con accostamenti di gemme a colore ma con la scultura, la gradina, lo sbalzo, il traforo e massimamente con l'uso degli smalti. I quali, ora, sono traslucidi, colati cioè sul fondo decorato a rilievo e con tale varietà di colore da gareggiare con la pittura, massime a Siena, maestra della nuova tecnica dopo l'esempio dato nel 1290 da Guccio di Mannaia nel calice per Niccolò IV (Tesoro di S. Francesco in Assisi). Da Siena, orafi espertissimi si mossero per lavorare a Napoli, in Sicilia, ad Avignone, in Ungheria: maestro Toro da Siena fu ad Avignone, come pure Giovanni di Bartolo, il grande orafo senese autore dell'eccezionale busto reliquiario di s. Agata nella cattedrale di Catania. La perfezione di tecniche (reliquiario del S. Corporale eseguito da Ugolino di Vieri da Siena nel 1338 per la cattedrale di Orvieto), la gentilezza dei motivi e tutte le esperienze della scuola senese cercarono di superare le botteghe veneziane dove l'o. acquistò nel ' 300 e nel ' 400 un grande sviluppo, abbandonandosi ai più deliziosi capricci del gotico fiorito. In queste opere le superfici sono continuamente traforate, sfrongiate, ornate da strati di foglie arricciate, da filigrane esilissime intorno a coppe di cristallo, con una fantasia compositiva o ornamentale libera, ricca, felice (calice nel Vittoria and Albert Museum, Londra; condeliere nella basilica di S. Marco a Venezia; croce di S. Giorgio degli Schiavoni, ecc.). Anche nelle altre regioni d'Italia si ebbero, nel periodo gotico, scuole fiorenti : in Abruzzo si lavorarono massime nelle botteghe di Aquila, Teramo, Sulmona grandiose croci processionali, ornate di fregi e di palle traforate, con sovrapposte figure eseguite a tutto rilievo. Quando l'influenza senese mitigò un poco le asprezze locali, si ebbero, massimamente per merito di Nicola da Guardiagrele, opere di grande pregio in cui ogni particolare è visto e trattato con attente esperienza. Nella Lombardia, in seguito a contatti con la Francia e la Germania, il goticismo assunse forme assai spinte sia nella trita decorazione, sia nella linea ascensionale. Le imitazioni delle o. spagnole, grandiose, magniloquenti, si ebbero in Sicilia, in cui, massime per la cattedrale di Palermo, di Catania, di Enna, furono fatte custodie reliquiarie (Catania, Cattedrale : cassa reliquiaria di s. Agata; Enna, Cattedrale : custodia di Paolo Gili) di grandiose proporzioni sul tipo di quelle di Juan de Arphs. Il gotico prese anche accenti catalani in Sardegna (croce astile delle parrocchiali di Guspini; reliquiari nella chiesa di S. Eulalia a Cagliari) e in Sicilia (croce reliquiaria) a Mazzara, a S. Martino delle Scale, a Caltanisetta, ecc. Splendida fu durante il periodo gotico l'o. francese e di insuperata eleganza la sapiente unione che in essa si riscontra delle
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(br. Alinari)
OreFicERIA - Paliotto argenteo di S. Jacopo. Artisti toscani dei secc. xiv e xv - Pistoia, Cattedrale.
linee architettoniche con la decorazione plastica e cromatica a smalti translucidi (urna di St-Taurin a Evreux). Collegata all'arte francese quella delle Fiandre, che ha lasciato opere notevolissime fra i secc. xiv-xv nel Cavallo d'oro della parrocchiale di Altobing in Baviera, e nel Calvario di Mattia Cortino della cattedrale di Esztergom. In Germania vennero ripetuti pochi tipi che derivano dai modelli romanici anche se le loro linee assunsero l'intonazione propria dell'architettura.

L'o. inglese del sec. xv mostra un deciso orientamento verso i modelli francesi. Ricchissima fu anche la produzione dell'o. anche nella regione iberica che ebbe officine attivissime a Barcellona e a Saragozza ove vennero elaborati temi e modelli derivati dalla Francia e dalla Toscana. Tipici i busti reliquiari della cattedrale di Saragozza, la custodia della parrocchiale del Salvador de Burriana di Los Cuevas de Canart, le Croci adorne di smalti delle chiese di Cuencaburna, Linares e Parreras nell'isola di Majorca, i calici delle cattedrali di Tortosa e di Toledo.

Fu in questo periodo, inoltre, che si incominciarono a formare le corporazioni degli orafi, le quali stabiliscono gli statuti relativi alla lega dell'argento e dell'oro, alla obbligatorietà di marcare le opere e alle norme per la vidimazione. Non tutte le argenterie presentano però tale marchio e le sigle degli autori e le sigle dei consoli che dovevano vidimare; tale uso divenne generale quasi solo nei secc. xvir-xviii. In Toscana l'o. già nel periodo gotico aveva vivamente partecipato ai problemi pittorici e plastici e si era mantenuta cosi aderente alle altre arti da doverne necessariamente seguire il progresso avvenuto nella prima metà del Quattrocento. Soprattutto gli effetti derivati dal contatto Firenze-Siena e Siena-Firenze trovarono, nella o., una esplicazione cosi diretta come in nessun altra arte decorativa. Alla fine del Trecento i rapporti tra Siena e Firenze erano questi : Siena teneva il campo per una sensibilità decorativa raffinatissima che la spingeva prevalentemente a forme pittoriche: in un secolo essa aveva spinto i piccoli smalti decorativi traslucidi di Guccio da Mannaia alla pittura smaltata del reliquiario

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(1st. Alivari)
Oreficeria - Reliquiario. Arte francese o fiamminga del xv sec. Parigi, Louvre.
di Ugolino di Vieri; Firenze invece assorbiva e imitava tutte le conquiste decorative senesi ma da parte sua era proclive a trasportare, dove era possibile, nella materia assai duttile, ricerche più propriamente sculturali. L'o. senese portò al reliquiario di Ugolino da Vieri; quella fiorentina al paliotto di Pistoia. Ma Siena non riusci a sottrarsi dall'imitazione fiorentina e nella prima metà del Quattrocento il paliotto del battistero di S. Giovanni è opera di scultura alla quale parteciparono notevoli artisti come il Verrocchio, il Pollaiolo, Michelozzo e i più esperti orafi; a Firenze furono i più provetti scultori, come Lorenzo Ghiberti (v.), Antonio Pollaiolo (v.). Questi erano i maggiori ma, dice Benvenuto Cellini, "Vi sono stati infiniti di quest'arte dell'o. tutti dei nostri fiorentini". Orafo e scultore fu anche Benvenuto Cellini (v.) di cui sono noti il virtuosismo tecnico veramente eccezionale e la sensibilità acuta nel sentire le voci della materia. Lavorava tra orefici di grande fama da lui lodati od odiati, come Luca Agnolo, come Amerigo Amerighi, eccellente nel lavorare di smalto, Piero di Nino, esperto nella filigrana, Lucanio da Jesi. Rare opere sono congiunte ai nomi : la saliera di argento dorato del Museo di Vienna a Benvenuto Cellini, il cofanetto Farnese del Museo nazionale di Napoli ad Antonio Manno e Giovanni di Castel Bolognese, la Croce di argento dorato nella Basilica Vaticana ad Antonio Gentile, la pace di Pio IV nel duomo di Milano al Caradosso, la pace nel Tesoro della cattedrale di Palermo al Sansovino, l'Evangeliario del duomo di Padova all'orefice Alvise, la copertura del breviario Grimani della Biblioteca Marciana ad Alessandro Vittoria, a Pietro Lierni la Croce di Domaso, a Girolamo delle Croci, ai fratelli Rocchi a Giulio Danti, a Bartolomeo Spano moltissime altre opere, a Lodi (chiesa dell'Incoronata), a Perugia (Duomo), a Reggio Emilia (Cattedrale); ma tutti gli orafi del Rinascimento, pur lavorando in botteghe in cui restavano permanenze diverse dei secoli anteriori, finirono col servirsi delle stesse tecniche e col mettere le mani nello stesso repertorio decorativo. E ciò non solo in Italia ma quasi ovunque per tutta Europa. La tecnica del rilievo minuto, fragile, elegantissimo è comune a tutti gli orafi. Il rilievo determina piccoli piani, superfici assai mobili moltiplicate da sfaccettature con-
tinue e la luce, trovandovi curve, anfratti e piani gioca con essi, accende e spegne il tono dell'oro, lo fa trasparente ed opaco, pallido e brillante. Sulle superfici cosi cesellate si sovrappongono gli elementi plastici oppure si chiudono nelle nicchie accrescendo il movimento chiaroscurale. Nella ricerca cromatica, si valsero di tutte le esperienze: lo smalto fu sovrapposto alle sculture minuscole ornate anche da pietre dure delle quali furono studiate le infinite possibilità nel decorare e nel creare coppe, oggetti e gioielli e nell'incidere gemme studiandole nella luce del colore; nel legarle tra fragi, nel modellare le perle a formar piccole figure o mostri, nell'incidere i cristalli alternandoli con le auree superfici cesellate, gli orafi italiani furono espertissimi. Non soltanto le o. sacre ma anche i grandi piatti di argento dorato (Firenze, Palazzo Pitti; Cagliari, Cattedrale; Trapani, Museo, ecc.) le saliere (collezione Rospigliosi), le alzate da tavola, i candelieri, le cassettine, i bottoni, i gioielli, qualsiasi oggetto sacro o profano si ornava di motivi decorativi tratti dal mondo vegetale o zoomorfico, gareggiando per accoppiamenti mostruosi con le decorazioni romaniche, per varietà naturalistica con le decorazioni gotiche, per ritmi decorativi con la più mutevole ornamentazione orientale: tritoni e nercidi, centauri e sirene, delfini e cavalli, pesci alati e quadrupedi, candelabri e festoni; mostri e chimere, sogni e follie. L'ornato fiorisce uguale sulle croci, sul calice e sul gioiello, fioritura della materia modellata in forme di miracolosa armonia. Negli ultimi decenni del Cinquecento, la decorazione sulla superficie delle opere riusciva appena ad essere arginata dalla linea costruttiva, dai profili e dalle modanature aggettanti, fortemente risentiti, che scandivano la superfice. Bastava esegerare le proporzioni degli ornati plastici e diminuire il rigore della membratura architettonica, per generare la fine dell'equilibrio rinascimentale. Dall'architettura barocca, in Italia e per tutta Europa l'o. trasse alcune esperienze ma non pensò, giustamente, di volere imitare le forme stesse architettoniche anche nel rapporto tra massa e spazio come era avvenuto in periodo gotico: si ispirò alla instabilità delle superfici, ai contrasti tra curve e rette, all'innesto delle forme plastiche nel percorso stesso della linea ascendente dei fusti, al gusto della policromia. Per ottenere effetti dinamici gli orafi furono spinti a studiare la superficie della materia ad agitarla per via di sbalzi violenti, di martellature insistenti, e nel tempo stesso a interrompere le mistilinee e le ondulate linee con tagli, spezzettature, riprese e svolazzi. Di gran lunga crescendo le proporzioni degli oggetti, per quell'amore al grandioso, tipico nel secolo, si rese necessario abbandonare la minuta decorazione cara al Rinascimento per altri mezzi più facili che permettessero in rapido tempo di ottenere magnifici effetti. Le vaste superfici dei lampadari, dei candelieri, dei dosselli, dei paliotti, che formavano il sontuoso apparato chiesastico anche nelle chiese più umili, venivano sbalzate e poi ornate con ghirlande, festoni o statuette, oppure, massime nei paliotti, con vedute prospettiche. I tesori delle chiese d'Italia rigurgitano di opere barocche per le quali lavorarono oltre i nostri anche artisti stranieri, come quel Baldassarre Krigl che per l'ostensorio offerto dal principe Doria Pamphili alla chiesa di S. Agnese esegui una ricchissima incrostazione di pietre preziose e perle. Verso il primo trentennio del Settecento l'o. raggiunse ancora una volta grande nobiltà di tecnica e di forma. Dalle varie ricerche per ottenere colore solo per via di contrasti chiaroscurali ne derivò una esperienza del tutto nuova, di far scorrere sui piani preziosi delle lamine d'argento e d'oro le fluenze di luce, senza interruzioni di cornici o duri contrasti ma col naturale passaggio dalla base alla sfera o al calice come nella natura dalla radice al fiore. In questo periodo la stessa o. agisce fortemente sulla formazione del barocchetto architettonico: dalle carte-gloria in lamina d'argento ornate da penduli, festoni, alle sovrapporte dei palazzi di Filippo Juvara, dai raffinati motivi delle argenterie da tavola o dei paliotti, alle architetture del Raguzzini o degli Amato, il passo fu breve. Nel Settecento, più che dell'oro è il trionfo dell'argento e, fra tutte le gemme, della perla. L'argento (cosi dolce e morbido), fornisce agli artisti

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possibilità continue di creare effetti di luce pacata e compiacente, aristocratiche decorazioni e, fatta filigrana, compone fragili e graziosi oggetti; la perla, unita al pallido oro, ebbe applicazioni gentilissime in gioielli veneziani. Impossibile ricordare tutti gli artisti che nel Seicento e nel Settecento lavorarono per la Chiesa e per i palazzi. Si accenna alla famiglia dei Filiberti, dei quali molte opere restano a Parma; a Giovanni Giardina, a Giuseppe Galiardi, ad Antonio Gigli; a Carlo Guarnieri; a Filippo Tofani, ad Angelo Spinazzi, a Giuseppe D'Angelo, a Pietro e Filippo Juvara. Ad interrompere questa mirabile produzione, che anche a Lisbona per gli arredi della cappella di S. Giovanni forniti da orefici romani, e nella Spagna per le argenterie siciliane mandate dai viceré, suscitava entusiasm, intervenne la moda neoclassica: solidificò i volumi, fermò e irrigidì le ondulate linee decorative, stanco le mani, intorpidì le fantasie. Penetrarono motivi decorativi tratti dall'Egitto: le foglie di loto e di palmisio sulle basi, sui fusti a forma di colonna oltre volte scanalate con capitelli ionici o corinzi; piacque l'uso dei cammei anche nei gioielli, delle gemme incise ad imitazione ellenistica ma, in generale, il periodo aureo dell'o. parve ormai tramontato soprattutto perché alla fine dell'Ottocento invalse l'uso della produzione meccanica che poté dare imitazioni dell'antico secondo tipi commutati adatti alle funzioni della Chiesa ed ai bisogni del vivere civile. L'esecuzione del pezzo unico è stata considerata come una eccezione e per opera di artisti isolati che hanno continuato a mantenere a Milano come a Firenze come a Venezia e a Palermo nobiltà di tecnica e felicità di ideazioni. - Vedi tavv. XV-XVII.

BibL.: M. Rosenberg, Der Goldschmiede Merkzeichen, Francoforte e. M. 1823; A. Darcel-E. Molinier, Musée du Louvre. Notice des émanze et de l'orféverie, Parigi 1891, p. 627, n. 1109; Venturi, II, pp. 1 sgg., 230 sgg., 897 sgg.; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi 1904; A. Michel, Hist. de l'art, II, ivi 1906, p. 917 sgg.; III, ivi 1908, p. 863 sgg.; V, ivi 1912, p. 423 sgg.; Marquet De Vasselot, Musée du Louvre. Orféverie, émaillerie et gemmes, ivi 1914; G. B. E. Bunt, The goldsmiths of Italy, Londra 1926; P. Toenca, St. dell'arte it., II, Medioevo, Torino 1927; E. Kris, Goldschmiedearbeiten, Vienna 1932; Marquet De Vasselot, Exposition de l'art italien, Parigi 1935; M.
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(Int. Alivori)
Oreficeria - Calice d'oro con emalti, Arte spagnola della fine del sec. xiv - Parigi, Louvre.
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(Int. Gob. int. naz.)
Oreficeria - Copertura di Evangeliario in argento (sec. xvI). Cristo risorto tra s. Giovanni Battista e s. Pietro - Padova, sacrestia del Duomo.

Accascina, L'o. italiana, Firenze s. d.: A. Morassi, Antica o. it., Milano 1936; M. Accascina, V. Nellia, G. Vacca, s. v. in Enc. Ital., XXV, pp. 491-99. Maria Accascina

OREGLIA DI SANTO STEFANO, Luigi. Cardinale, n. a Benevagienna (Mondovi) il 9 luglio 1828, m. a Roma il 7 dic. 1913. Sacerdote nel 1851, stette alla Segreteria di Stato sino al 1863 , quando fu inviato internunzio in Olanda. Eletto il 4 maggio 1866 arcivescovo titolare di Damiata, passò nunzio apostolico nel Belgio e di là, nel 1868, fu trasferito nel Portogallo.

Creato cardinale da Pio IX nel Concistoro del 22 dic. 1873, col titolo di S. Anastasia, optò, nel Concistoro del 24 marzo 1884, alla sede suburbicaria di Palestrina, ove restaurò la Cattedrale e varie chiese dei paesi della diocesi. Diventato decano del S. Collegio ebbe il 24 maggio 1889 il vescovato di Porto e S. Rufina e alla morte del Monaco passò alle diocesi di Ostia e Velletri ( 30 novembre 1896). Fu inoltre prefetto della Congregazione ceremoniale, abate commendatario dei SS. Vincenzo ed Anastasio alle Tre fontane. Camerlengo della S. Romana Chiesa dal 1884, ebbe grande parte nel Conclave del 1903 ed incaricò formalmente il segretario del S. Collegio, mons. R. Merry del Val, di sollecitare il card. Giuseppe Sarto ad accettare il pontificato.

Bibl.: L. Testé, Préface au Conclave, Parigi 1877; anon., Gli elettori del Papa, Roma 1903; A. Pierconti, Da Leone XIII a Pio X, Roma 1904; G. B. Bessin, Il card. L. O. di X. S., Mondovi 1914; E. Soderini, Il pontificato di Leone XIII, I, Milano 1932, p. 445 .

Mario de Camillis
OREGON CITY, DIOCESI di : v. fortiand in OREGON, DIOCESI di.

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O'REILLY, Myles William Patrick. - Uomo politico irlandese, n. il 13 marzo 1825 a Dublino, ivi m. il 6 febbr. 1880. Studiò nel St. Cuthbert's College di Ushaw ed all'Università di Londra. Capitano dei fucilieri irlandesi, entrò nel 1860 , a richiesta di Pio IX, al servizio della S. Sede con il grado di maggiore ed ebbe il comando del battaglione di S. Patrizio, forte di ca. 1300 uomini, tutto composto di Irlandesi.

Nell' imminenza dell'attacco piemontese assunse il 14 sett. 1860 il comando della rocca di Spoleto con l'ordine di difenderla fino all'estremo, senza fare affidamento alcuno sull'invio di rinforzi; ma dopo 12 ore di combattimento sottoscrisse la resa. Il valore dei reparti ai suoi ordini fu riconosciuto anche dal generale Brignone, comandante piemontese. Ritornato in patria, fu eletto nel 1862 rappresentante della contea di Longford alla Camera dei Comuni. Sostenitore del Home Ru-
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)
(fei. Max)

Orense - Particolare della porta sud della Cattedrale (secc. xil-xili).
ie, partecipò ai dibattimenti nel Parlamento sulla questione irlandese e su affari militari. Alle diffamazioni della stampa inglese e liberale sul