volume-09

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i. Max)

Orense - Particolare della porta sud della Cattedrale (secc. xil-xili).
ie, partecipò ai dibattimenti nel Parlamento sulla questione irlandese e su affari militari. Alle diffamazioni della stampa inglese e liberale sul comportamento del battaglione di S. Patrizio replicò nel 1861 con la pubblicazione The Irish Papal Brigade vindicated. Pubblicò anche biografie di martiri irlandesi (Memorials of those who suffered for the Catholic Faith in Ireland in the 16th, 17th and 18th Centuries, Londra 1868).

Bibl.: T. O'Clary, The making of Italy, Londra 1892. pp. 125-92; G. F. H. Berkeley, Gl'Irlandesi al servizio del Papa nel 1860, in Il Risorgimento italiano, 6 (1913), pp. 863-92; T. Cooper, s. v. in Dict. of Nat. Biogr., XIV (1921-22), p. 1144. con bibl.; A. Vigevano, La campagna delle Marche e dell'Umbria, Roma 1923, pp. 253-61.

Silvio Furlani
OREMUS (PREGHIAMO). - Invito generico nel rito romano dell'officiante ai fedeli prima della preghiere nella Messa (Collette, Secreta, Postcomminio, Pater noster), nell'Ufficio e in altre occasioni.

Al Venerdì Santo si aggiunge all'O. una breve allocuzione specificando l'intenzione della preghiera: «Oremus, dilectissimi nobis, pro Ecclesia.., pro Papa.., ut Deus purget., auferat... indulgeat». A questo invito, più o meno specificato, corrispondeva una preghiera del popolo ed in realtà fino al sec. Ix (cod. Vat. Ottobon. 313, in H. Lietzmann, Das Sacramentarium Gregorianum, Münster in V., 79, 2, n. 9) seguiva qualche istante di preghiera in silenzio. Fuori di Pasqua, nei giorni feriali o in quelli di penitenza, il popolo si metteva in ginocchio all'avviso del diacono Flectamus genua: poi ad un secondo avviso: Levate si rialzava. Il sacerdote, come nei giorni festivi, dopo qualche istante di preghiera, raccoglieva ad alta voce i comuni sentimenti dei fedeli in una breve orazione, chiamata poi «Colletta», cui il popolo acclamava Amen. Poco a poco accorciato questo invito e omesso il successivo intervallo della preghiera in silenzio, l'O. diviene una semplice formula introduttoria, unita e seguita immediatamente dalla formula d'orazione del sacerdote; l'antica formula rimane nei giorni feriali delle Quattro Tempora, del Venerdì Santo e della notte di Pasqua. Nella Colletta del rito ombrosiano non è mai usato l'invito dell'O. Nella liturgia gallicana la prima Colletta del giorno vien preceduta da un più o meno lungo Prefazio, talvolta
anche in forma di una piccola omelia, detta dal vescovo per invitare alla preghiera e per spiegare la festivita del giorno; delle altre orazioni non si conosce l'invito, forse si usava, come nel rito romano, l'O. (L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1925, p. 113). La liturgia mozarabica, invece, usa l'O. due volte, prima dell'Agice e del Pater noster. Nei riti orientali l'invito, detto dal diacono, è sempre seguito da una risposta del popolo Kyrie eleison o simile. L'invito, talvolta semplice come
nel rito romano, è più specificato e particolareggiato, specialmente nell'orazione cosiddetta dei fedeli. Durante la prece del diacono con il popolo, l'orazione viene recitata dal sacerdote (rito bizantino). Nell'uso pratico, la parola $O$. viene anche adoperata per significare tutta l'orazione seguente da dirsi secondo la circostanza.

Bibl.: J. A. Jungmann, Missarum iollennia, I, Vienna 1949, pp. 452-56; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, $x^{2}$ ed., Milano 1920, pp. 202203; III, ivI 1949, p. 182 .

Pietro Siffrin
ORENSE, diOcesi di. - Città e diocesi capoluogo della provincia omonima nella Spagna nord-occidentale.

Ha una superfice di 6250 kmq ., quasi identica a quella della provincia civile, con una popolazione di 578.420 ab. dei quali 578.377 cattolici distribuiti in 602 parrocchie, servite da 516 sacerdoti diocesani e 36 regolari; ha due seminari, 9 comunità religiose maschili e 24 femminili (Ann. Pont., 1932, p. 302).

Fu prima suffraganea di Braga e poi di Santiago di Compostella. Il primo vescovo di O. noto è Witimiro, presente al Sinodo di Braga del 561 . Occupata dagli Arabi (732) e riconquistata da Alfonso III (ca. 877), la diocesi risorse per essere soppressa ca. il 977 e incorporata a Lugo, a causa delle invasioni normanne. Fu ristabilita il 13 genn. 1071. Fra i vescovi illustri di O. vanno segnalati s. Ansurio nel sec. x e Giovanni di Torquemada nel sec. xv. Patrono della diocesi è s. Martino. La Cattedrale, iniziata nel sec. xir e finita nei tempi moderni, è una costruzione eterogenea in cui ogni secolo ha lasciato la sua impronta.

Bibl.: J. Muñoz de la Cueva, Noticias históricas de la S. Iglesia catedral de O., Madrid 1727; Eubel, I, 119; II, 111 ; III, 128; IV, 103 ; Enc. Eur. Am., XL, pp. 262-69.

Ignazio Ortiz de Urbina
ORESTANO, Francesco. - Filosofo, n. ad Alia il 14 apr. 1873, m. a Roma il 19 ag. 1945. Insegnò (1907-24) storia della filosofia nell'Università di Palermo; fu presidente della Società filosofica italiana.

Il suo pensiero, che tendeva alla formazione di un "superrealismo", rimase sempre frammentario, pur insistendo su particolari questioni come la teoria dei valori e il rapporto tra positivismo e filosofia. In contrasto con le sue soluzioni relativistiche e pragmatistiche, ebbe tuttavia un vivo senso della trascendenza che gli rese possibile l'accettazione del teismo cristiano. Tra le sue numerose opere, si ricordano: Nuovi principi (Roma 1925); Verità dimostrate (Napoli 1934); Il realismo, in collab. con F. Olgiati (Milano 1936); Il nuovo realismo (ivi 1939); importante l'articolo La mia filosofia, in Riv. d'Italia e d'America (1926, iv).

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Bibl.: edizione delle opere, rimasta incompiuta, in 18 voll., Milano 1939-45. Studi : M. F. Sciacca, Il sec. XX, II, Milano 1947, pp. 834-35 (elenco opere e bibl.); L. Caboara, F. O. (necrologio), in Riv. intern. di filos. del diritto, 24 (1947), pp. 231-34. Desiderio Gatti
ORESTE, patriarca di Gerusalemme. - Monaco greco, n. probabilmente in Calabria verso la metà del sec. IX, quando già la Sicilia era stata espugnata dagli Arabi ed in conseguenza i monaci greci basiliani di là erano fuggiti nella Calabria. Le circostanze della sua fine non sono chiare: mentre alcuni parlano della sua morte nell'esilio di Babilonia nel iorz, altri, forse con più probabilità, assegnano come data della sua morte il 1005 e come luogo Costantinopoli.
O. scrisse tre biografie greche di monaci calabresi, di Saba il Giuniore, del padre di lui Cristoforo e del suo fratello Macario. Scrisse anche inni, come risulta dal Codice corsiniano 366 . Divenuto patriarca greco di Gerusalemme verso il 984 , godette della fiducia dell'imperatore greco Basilio II e del califfo al-'Aziz, che aveva preso in moglie una sua sorella. Fu scelto come mediatore di pace fra i Bizantini e gli Arabi ed ebbe successo (roooroor). A Costantinopoli, dove si trovava in occasione delle trattative di pace, rimase probabilmente alcuni anni, mentre suo fratello Arsenio amministrava il patriarcato di Gerusalemme.

Bibl.: M. Le Quien, Oriens christianus, III, Parigi 1740, pp. 474-82; J. Cozza-Luzi, O. patriarcha Hierosolymitanus de historia et iandibus. Sabae et Macarii Siculorum, in Studi e documenti di storia e diritto, 12 (1891), pp. 35-36, 133-68, 312-23; id., O. patriarche Hierosol. Vita et conversatio sanctorum patrum nativorum Christophari et Macarii, ibid., 13 (1892), pp. 372-400; Krumbacher, pp. 193-98; C. Papadopulos, 'Ioropía тĕs 'Eзxkŋoias 'Iepopokóunv, Gerusalemme-Aleasantria 1910, pp. $212-58$; Giorgio Hofmann
ORFANOTROFIO. - Istituto di carità e beneficenza, creato per la cura e l'educazione degli orfani poveri.

Degli orfani poco si era curato il paganesimo; lodevoli eccezioni gli Ateniesi, che avevano ordinato che i figli dei caduti in guerra fossero allevati fino ai 18 anni a spese dello Stato; e la prescrizione di Platone: «Gli orfani devono essere affidati alle cure di pubblici custodi. Si deve temere la solitudine dell'orfano e le anime dei genitori defunti. Ciascuno deve amare l'orfano sfortunato, di cui è custode, come se fosse suo proprio figlio, e deve essere così premuroso e diligente nell'amministrarne i beni, come se fossero i propri; anzi, di più (cf. Leyes, 926-28).

Agli Ebrei, invece, la cura della vedova e dell'orfano era insistentemente raccomandata; per loro, infatti, erano riservati gli avanzi del raccolto del grano, delle olive e dell'uva (Deut., 24, 21) : e Dio era proclamato il a Padre degli orfani» (Ps. 67, 6).

Con l'avvento del cristianesimo la beneficenza, animata dalla parola e dall'esempio di Gesù, prese a fiorire in maniera rigogliosa (v. carita, storia della), e tra le varie esplicazioni di essa ci fu anche quella rivolta agli orfani, tanto più che numerosi erano quelli rimasti tali per il martirio dei genitori. La loro cura era affidata in modo particolare ai vescovi, che se ne occupavano per mezzo dei discorsi e li consegnavano generalmente alle varie famiglie, secondo le testimonianze che si possono raccogliere dai Padri e dagli Atti dei martiri. "Gli orfani e le vedove sono sempre raccomandati all'amore dei cristiani. Il vescovo deve allevarli a spese della Chiesa, e aver cura che le fanciulle, giunte all'età del matrimonio, siano unite a mariti cristiani, e i fanciulli imparino o un arte o un mestiere e siano forniti degli strumenti necessari e posti in grado di guadagnarsi da vivere, affinché non gravino più del necessario sulle spalle della Chiesa * (cf. Contiri. Apoci., IV, 2: PG 1, 867). Questa cura della Chiesa è messa in particolare rilievo da s. Agostino nelle sue lettere (cf. Ep., 252-55: PL 33, 1068-70). Gli im-
peratori cristiani, a cominciare da Costantino Magno, in modo particolare Giustiniano, concessero notevoli privilegi agli o. I quali erano sotto la giurisdizione del vescovo, che li governava per mezzo di direttori chiamati orfanotrofí (Cod. di Giustiniano, I, I, tit. III, 32).

Nel medioevo il fiorire delle istituzioni monastiche allargò sempre più il campo della beneficenza verso gli orfani, che, educati prima in locali aggiunti agli ospedali, ebbero poi case proprie; e i monasteri, inoltre, molti ne raccoglievano, si quali insegnavano lettere e commercio.

Mariti singolari raccolsero, poi, nell'educazione degli orfani e nella fondazione di speciali istituti per essi, gli Ordini e le congregazioni religiose, maschili e femminili, sorti da per tutto nei secc. xvI e xvII : ad es., s. Girolamo Emiliani, il "padre degli orfani" con i suoi Somaschi, s. Giuseppe Calasanzio con i suoi Scolopi, s. Vincenzo de' Paoli con le sue Figlie della Carità, ecc. stimolando anche il sorgere di altri istituzioni e fondazioni pubbliche e private. Prima e dopo di essi, i papi ebbero a cuore di raccogliere gli orfani e offrire loro il modo di farsi una posizione nella vita: basti citare Paolo III che istituì la "Compagnia degli orfani" con bolla del 7 febbr. 1540; Innocenzo XII che prese nel 1693 l'o. istituito da Tommaso Odescalchi nel 1684, ampliandolo, aggregandolo poi all'«Ospizio dei poveri » di Sisto V e soccorrendolo ampiamente con i suoi redditi.

Dalla Rivoluzione Francese in poi, la laicizzazione delle opere di beneficenza imposta dagli Stati moderni, mostratisi poi impari all'impresa di sostituire gli Ordini religiosi soppressi, fu di nuovo rifiorente impulso all'attività di novelle numerosissime Congregazioni di religiosi e religiose (basta citarne tra i fondatori, fra di noi : s. Giuseppe Cottolengo, s. Giovanni Bosco, il Murialdo, d. Orione, d. Guanella) che quasi tutte comprendono tra i loro campi di azione benefica la cura e l'educazione degli orfani sia negli o. privati, sia in quelli di beneficenza pubblica. A cui si aggiunsero organizzazioni caritative di vari generi e nomi, con lo scopo di ricercare, raccogliere e amministrare i fondi necessari al mantenimento e al funzionamento degli istituti.

Bibl.: O. Andreucci, Gli o. Cenni storici, Firenze 1856; I. Uhlborn, Christian Charity in the ancient Church, Edimburgo 1885; J. Baart, Orphans and Orphan Asylums, Buffalo 1883; R. G. Peters, Um die Seele des Waisenkindes, Friburgo in Br. 1920. Cf. anche l'abbondanza bibl. sulle opere di carità, citata alla voce : Carita, storla della, in Enc. Catt., III. coll. 833-34: e le Storie della Chiesa o del Papato del Pastor, di J. Schmidlin, di A. Fliche-V.Martin, ricche di notizie sulle varie istituzioni caritative nei diversi tempi e luoghi.

Celestino Testore
ORFICI, MISTERI. - L'orfismo è il più grande fenomeno religioso, di carattere mistico, che si affacci alla storia della Grecia del sec. vi a. C. Esso si può considerare come la trasposizione teologica dei misteri di Dioniso (v.), dio di origine tracia, dai Greci fatto proprio grazie alla loro psiche sapientemente recettiva e agilmente creatrice. Egli è un dio della natura selvaggia, dominatore di una regione ricca di montagne boscose e vallate profonde dove il sibilo del vento che urla tra le gole dei monti appare come la presenza viva del dio che si compiace della corsa sfrenata ed ama essere adorato nella stessa forma esaltata con la quale si rende presente.

Adepte del suo culto sono soprattutto le donne ( $\mu$ xivá $\delta \varepsilon \varsigma$ ) che costituiscono il corteggio del dio. Vestite di una pelle di cerbiatto e talora di volpe, coronate di edera, impugnando il tirso, durante le grandi feste, che avevano luogo ogni due anni, correvano per le montagne stringendo al seno un cerbiatto o un capretto, incorporazione del dio, al suono assordante di cembali, timpani e flauti. Questa fragorosa corsa notturna eccitava sino al parossismo le menadi che finivano per addentare crude le carni dell'animale che stringevano al seno (omofagia da $\dot{\alpha} \mu \dot{\varsigma}$ $=$ crudo e $\varphi \alpha \gamma \varepsilon i v=$ mangiare). Questo rito, nonostante

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(fot. Alikari)
Orfici, Misteri - Orfeo ed Euridice. Rilievo d'arte greca postfidilaca - Napoli, Musco nazionale.
la sua apparenza selvaggia, era suscettibile di una elevazione religiosa, parallela allo sviluppo dell'ambiente sociale perché nell'incorporazione omofagica del dio era chiusa in germel'unione mistica con lui attraverso il sacrificio dell'animale sacro; e nel carattere originalmente vegetale del dio, con il suo duplice aspetto di morte e risurrezione, conforme alla perenne vicenda della natura, era contenuta la prospettiva di una consimile risurrezione per il fedele qualora questo si fosse assimilato a lui mediante il rito iniziatico. Questa sublimazione religiosa del culto di Dioniso fu compiuta nel sec. vi dall'orfismo.

Il sec. vi è per la Grecia un'epoca di profonda trasformazione sociale. Esso segna la fine del cosiddetto medioevo greco, che sta tra il crollo delle antiche monarchie rispecchiate dai poemi di Omero, e il sorgere degli Stati democratici di cui Atene è l'esempio più illustre. In quest'epoca agitata l'orfismo rappresenta l'anelito alla liberazione da un regime di oppressione e di violenza, il rifugio degli spiriti migliori dove è promesso agli adepti conforto nel presente, libertà nel futuro. Per ciò presso gli orfici si trova vivo l'orrore del sangue, possente il desiderio della giustizia ( $\Delta(\varkappa \pi)$ e della legge (Nóuos). Perciò a dio centrale dell'orfismo viene assunto Dioniso, il dio caratteristico per i suoi patimenti e la sua morte ingiusta, il dio straniero e popolare venuto di Tracia, invece degli dèi olimpici che avevano fatto la gloria delle vecchie aristocrazie guerriere cantate da Omero.

1. Orfeo. - E il leggendario cantore tracio capace di attirare non pur gli animali ma tutta la natura al suono della sua lira (Euripide, Bacch., 560).

La sua figura mitica ha in sé tanti elementi, riflesso del sistema religioso a lui ascritto, che non è più possibile delinearne la figura originale. Egli infatti è oriundo di Tracia come Dioniso, muore di morte dionisiaca perché sbranato dalle baccanti (Eschilo, Bassarai, in Trag. Graec. Fragm., Fr. 113 Nauck); la sua testa e la lira sono trasportate dal mare a Lesbo, isola dei cantori; è messo in relazione con l'Ade dove va per riprendere la morta sposa Euridice, concessagli da Persefone in compenso
del suo canto, ma da cui deve separarsi per aver trasgredito il comando della dea che gli aveva imposto di non rivolgersi indietro prima di essere uscito dagli Inferi (Virgilio, Geovs., IV, 434 ; Ovidio, Met., x, 10); partecipa all'impresa degli Argonauti; è l'inventore dell'alfabeto; è il presunto autore di inni, oracoli, formole catartiche, bagaglio dell'orfismo e neoplatonismo seriore. E incerta anche la etimologia del suo nome che verrebbe da ópqavós nel senso di solitario (Kern); dalla radice ópo nel senso di oscuro, quale abitatore dell'Ade (G. Curtius); dal pesce óposo nel senso di pescatore (Eisler). Qualunque cosa si debba pensare della sua figura storica è certo che alle origini del movimento orfico ci deve essere stato un Orfeo, cioè un uomo di profondo ingegno teologico e di profonda ispirazione religiosa che ha sublimato il pressistente mistero dionisiaco inquadrandolo in una cosmogonia filosofica (mito di Zagreo) e sviluppandone le prescrizioni morali in vista del destino superiore riservato agli iniziati.
II. Il mito di zagreo. - Dioniso, figlio di Zeus e di Persefone, l'ultima figura delle generazioni divine, riceve nell'orfismo il nome particolare di Zagreo ( $\mathrm{Za}+\dot{\mathrm{e}} \gamma \mathrm{ps}$ ós) nel senso di gran cacciatore (di anime), con il quale si riannoda in modo tutto speciale al mondo infero.

Egli ha ricevuto da suo padre lo scettro del mondo. Ma i Titani, figli della Terra, aizzati dalla gelosa Era, ne insidiano l'esistenza e mentre Zagreo, ingenuo fanciullo, si diverte nei campi, lo traggono in inganno con vari oggetti (che corrispondono agli strumenti secondari del rituale orfico) tra cui più importante uno specchio (Clemente Alessandrino, Protr., 2, 17, 2; Arnobio, 5, 19; Nonno, Dionys., 6, 197-210). Egli cerca di sfuggire alla presa cambiando forma, ma i Titani riescono a catturarlo proprio quando ha assunto quella di toro, lo fanno a brani e lo divorano crudo. Ma Athena salva il cuore di Dioniso e lo porta a Zeus, il quale lo trangugia e genera poi da Sernale un nuovo Dioniso, gloriosa risurrezione dell'antico (Nonno, Dionys., 6, 163 e sg.; Macrobio, In somn. Scip., I, 12, 12). I Titani per la loro empietà sono colpiti dalla folgore di Zeus e dalle loro ceneri si forma il genere umano, nel quale perciò si trovano riuniti i due elementi, il male e il bene, il titanico e il dionisiaco, fusi insieme fin da quando i Titani divorarono il corpo divino di Zagreo. Tutta la disciplina orfica consiste appunto nella liberazione dell'elemento luminoso, celeste, dionisiaco, che è l'anima, dall'elemento oscuro, materiale, titanico che è il corpo. In questa ricostruzione del mito di Zagreo, laboriosamente, ma in maniera definitiva operata dall'eruditissimo Lobeck, si ritrovano tutti gli elementi fondamentali dell'antico sacrificio dionisiaco: Dioniso sotto il nome di Zagreo, il toro sacrificale, lo sbranamento ( $\pi \tau \alpha \rho \alpha \gamma \mu \circ \varsigma$ ) della vittima, il pasto delle carni crude (omofagie). Questi elementi producono ritualmente ancora tutta la loro virtù religiosa perché il rito trae sempre dalle sue proprie viscere l'efficacia dalla sua azione, indipendentemente dalle orientazioni del mito. Ma mentre nel concetto dionisiaco il sacrificio aveva il valore di una comunione estatica con il dio, volta per volta rinnovata, nella teologia orfica il sacrificio è il memoriale di una primeva immolazione che è un misfatto, un deicidio, da cui deriva la triste posizione dell'uomo sulla terra, la sua oscura prigionia, dalla quale è lunga e difficile la liberazione.
III. Escatologia. - Sul destino dell'anima e sui mezzi per raggiungerlo riposano la morale e l'escatologia orfiche : morale ed escatologia di altissimo significato, che hanno offerto alla speculazione posteriore le più ricche fonti d'ispirazione e alle anime pie le ebbrezze più dolci e le certezze più consolatrici. L'anima adunque per gli orfici è di origine divina ed il corpo è una tomba ( $\sigma \dot{\omega} \mu \alpha$, $\sigma^{2} \mu \alpha$ ) in cui essa è precipitata in seguito a una colpa primordiale. E la distanza che separa la prigione oscura del corpo dalla sede beata a cui l'anima anela di risalire, si può abbreviare e sopprimere soltanto a prezzo di una espiazione purificatrice, di una catarsi ( $\kappa \dot{\alpha} \theta \alpha \rho \sigma(\varsigma)$.

Questa espiazione si può compiere battendo due

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strade. La prima è quella delle rinascite poiché non basta una sola vita a compiere l'espiazione e l'anima è condannata a trasmigrare di corpo in corpo, in una successione di vite che ritorna in se stessa come un circolo : il cerchio della generazione ( 6 xóvàos $\tau \tilde{\eta} \varsigma \tau \varepsilon v \varepsilon \sigma \varepsilon \varepsilon \varsigma$ ) che gira inesorabilmente come una ruota, la ruota del destino ( 6 тñs uoípas $\tau \rho \circ \chi o ́ s$ ). La seconda strada è quella della purificazione nell'Ade, luogo di terrori e di delizie, dove l'anima scende dopo la morte, ma dove non trova ad ogni modo la sua gioia, anche nella più gaudiosa delle situazioni, perché il suo unico gaudio è dirinunirsial suo principio che è Zagreo.

Per raggiungere lo scopo suo finale, che è di riunirsi alla divinità, l'orfici si impone una vita di purità, di ascetismo, di purificazioni cerimoniali, i cui meriti erano applicabili anche ai defunti, e le cui prescrizioni erano contenute in appositi rituali e venivano da sacerdoti orfici eseguite a beneficio di privati e di città. Anche segni esteriori contraddistinguono chi mena una vita siffatta : una
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(do D. Comparetti, Laminette orfiche, Firenze 1918, ter. 21
Orfici, Mistori - Laminetta di Thurii. Contiene l'affermazione dell'origine divina dell'anima - Napoli, Musee.
veste bianca; orrore di tutto ciò che implica un contatto mortuario, come : a) la vicinanza delle tombe; b) il mangiare i legumi che sono l'offerta precipua che si fa ai defunti; c) vestir di lana, anche nella tomba, perché la lana fu il mantello di un animale; d) il gustare uova e carne, perché anch'esse in contatto con le anime peregrinanti nei cieli vari della metempsicon; fuggire la generazione dei mortali ( $\gamma \dot{\varepsilon} v \varepsilon \sigma \iota \varsigma$ ( $\rho \circ \tau \tilde{\omega} v$ ) nel senso assai diffuso di evitar la polluzione connessa con il parto (cf. Euripide, Cret., fragm. 145 Nauck).

Per chi ha condotto un'esistenza pura si apre, al di là della tomba, una prospettiva che ha fatto palpitar di speranza generazioni e generazioni di orfici ed ha dettato a Pindaro un'alata descrizione ( $17 \mathrm{C}, 2,62$ ). Nell'Ade orfico regnano Eubuleo (il a ben consulto ${ }^{2}$ ), che è epitetodi Dioniso infero, Ade detto anche Eukles (il a ben nomato $e$ ) e soprattutto Persefone che predomina nella concezione orfica popolare. Vi sono due vie principali che si diramano dall'ingresso, a destra e a sinistra, a foggia di una Y, e menano ai prati fioriti dei buoni e al Tartaro punitore dei malvagi. Vi scorre il Lete o fiume dell'oblio, proprio dell'Ade ove non v'è ricordo della vita, concetto caro agli orfici che hanno abbandonato la vita oscura del mondo per attingere in Zagreo la scaturigine della vita divina. Appena entrato nell'Ade, l'orfico deve prendere non la sinistra, via infausta, degli spiriti mali, segnata da un pioppo bianco, ma la destra che lo guida alla fonte di Mnemosine, da cui appositi guardiani tengono lontano chi non ha avuto il privilegio dell'iniziazione. Dà la parola d'ordine che lo dichiara figlio di Urano e Gaia, del Cielo e della Terra, ossia partecipe del composto dionisiaco e tiranico conforme al mito cosmogonico della setta, e domanda alla regina degli Inferi, Persefone, che lo giudichi (è questo un concetto nuovo prettamente orfico) e lo destini alla dolce primavera dei suoi campi nell'attesa del finale ritorno nell'unico Zagreo.
IV. Le Laminette. - Tutta questa escatologia è esposta dall'una o dall'altra delle laminette auree trovate in tombe orfiche nella Magna Grecia, a Roma, in Creta. Queste laminette lunghe pochi centimetri, ripiegate più volte come pezzettini di carta, sono state trovate appese al
collo o a portata della mano del defunto come guida e promemoria e amuleto insieme del suo viaggio ultramondano. Contengono formole brevi (e per due di esse incomprensibili) di carmi apocalittici orfici in cui si effondeva la vita devosionale degli adepti e dove era affermata la loro fole ed esaltata la loro speranza. Si trovano ora nel Museo di Napoli (cinque), nel Museo Britannico (due) e in quello di Creta (tre). Di queste laminette, quella trovata presso l'attuale Strongoli in Calabria (antica Penitia) è la più importante per conoscere la topografia dell'Ade orfico. Delle quattro trovate a Terranova di Sibari (antica Thurii) la prima afferma la liberazione dalla legge ferrea della trasmigrazione delle anime grazie alla disciplina orfica; le altre tre sono notevoli : $1^{\circ}$ per l'affermazione della purità che contraddistingue l'orfico, il quale da se stesso si chiama il puro che vive in una schiera di puri: "Io pura fra i puri vengo a voi ecc."; $2^{\circ}$ per l'affermazione, in $b$ e $c$, di quella ingiustizia, di quella colpa iniziale (che è il deicidio di Zagreo) di cui tutte le anime hanno pagato il fio subendo la fulgurazione di Zeus nella persona dei Titani e soffrendo nel corpo che le imprigiana una sete che le inaridisce; $3^{\circ}$ per lo slancio con cui l'anima spezza i lacci della sua prigionia e se ne vola a raggiunger la bramata corona, slancio paragonato con efficace similitudine al volo ( $\lambda$ '́ $\varepsilon \varepsilon \tau \alpha v$ ) di un uccello liberato dalle reti. Altre tre laminette, tutte uguali, ora conservate nel Museo di Atene, sono state ritrovate nel 1893 presso Eleutherna in Creta, dove il culto di Zagreo aveva, come si è accennato, una larga diffusione. Gli adepti vi gridano in tre versi la sete che li consuma, il desiderio di dissetarsi alla fonte perenne e proclamano la loro origine celeste. La sete che consuma l'anima non è più l'arsura materiale che tutti i primitivi attribuiscono ai defunti e a cui provvedono fornendo al cadavere orciuoli di acqua e pregando per il suo rinfrescamento o refrigerio, ma è la sete della beata immortalità.

L'ultima laminetta (sec. II d. C.) trovata in Roma sulla Via Ostiense appartiene alla matrona Cecilia Secondina (è il solo caso in cui è menzionato il defunto) la quale dichiara la sua prerogativa di "pura fra i puri", cioè di orfica, vanta la sua stirpe divina e afferma di aver conseguito la beatitudine per aver sempre vissuto secondo la Legge.
V. La letteratura orfica. - Le laminette auree contengono la formulazione più diretta e genuina dell'escatologia orfica. Va tuttavia sotto il nome di un Orfeo, che vi appare poeta e mago, tutta una letteratura mistica avvilasi durante l'epoca alessandrina e dedicata ad argomenti di teogonia, cosmogonia, escatologia, ecc. Ebbero rilievo durante il Rinascimento gli 'Oppeios $\dot{\eta} \mu v o$ : in numero di 88 , in esametri, di contenuto liturgico, ordinati secondo l'affinità dell'argomento mitologico, opera di vari autori proveniente assai probabilmente dall'Asia Minore, come si può indurre dal nome di alcune divinità menzionate: Antala, Cibele, Hipta, Sebazio.

Questa letteratura orfica è in genere priva di una concezione unitaria perché non esisteva una scuola che controllasse e mantenesse saldo il patrimonio di credenze orfiche, le quali si reggevano soprattutto a causa della loro visione escatologica, che era quella a cui lo spirito

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Orfici, Misteri - Orfeo che ammansisce gli animali. Affresco della fine del sec. Iv - Roma, cimitero di Domitilla.
religioso del tempo anelava e che veniva rafforzata dalla tradizione filosofico-religiosa dell'Egitto, della Caldea, della Persia i cui savi ne avrebbero trasmesso all'Occidente greco-romano gli elementi che si riassumono nel concetto della gnosi salvatrice.

E invero se si considera quel fermento spesso squilibrato d'idee che all'alba del cristianesimo dilagò in Oriente sotto il nome complesso di gnosticismo, si troverà ancor li, giuntovi per mezzo della grande corrente neoplatonica, sia pur rafforzato da elementi dualisti iranici e da speculazioni astrali babilonesi, che poi culmineranno nella strana religione manichea, quello che è il pensiero centrale dell'orfismo: l'uomo è un miscuglio di bene e di male; l'anima è un raggio di luce divina immersa nelle tenebre della materia; tutto il dovere dell'uomo consiste nel procurarsi la gnosi, la dottrina che gli insegna insieme la realtà di questa sua situazione e gli addita la via della liberazione.
VI. Orfismo e cristianesimo. - Tra le varie raffigurazioni che Orfeo ha avuto nell'arte pagana : cantore accompagnantesi con la lira; assalito ed ucciso dalle menadi; vicino ad Euridice; seduto in mezzo alle belve che ammansisce con il suono della lira, quest'ultima è stata la sola che il cristianesimo ha accettato e riprodotto nelle pitture cimiteriali (cf. Wilpert, Pitture, p. 223 sgg.) : nel cimitero di Domitilla la più fedele nel riprodurre gli elementi del disegno pagano (id., ibid., tav. 229); nel cimitero di Callisto dove Orfeo è in figura del Buon Pastore con pecore e colombe (id., ibid., tav. 37); nel cimitero dei SS. Marcellino e Pietro con Orfeo e sei montoni (id., ibid., tav. 98) : nel cimitero di Priscilla con Orfeo in mezzo al gregge (cf. G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., $4^{2}$ serie, 5 [1887], tav. 6; v. anche la voce Gesù Cristo, VII. Iconografia).

Questa preferenza è dovuta non già a una dipendenza specifica del cristianesimo dai m. o. ma al simbolismo suggerito dall'efficacia divina e irresistibile dell'insegnamento di Gesù capace di trascinare tutti gli uomini alla sua sequela. Quel tanto di orfismo che si è voluto riscontrare nel cristianesimo appartiene in realta alle idee religiose correnti nell'epoca ellenistica e cioè dualismo fondamentale tra l'anima e il corpo, sanzione ultramondana delle azioni compiute in vita, anelito alla purezza morale, rispetto per la figura di un fondatore e
ossequio per la sua dottrina. Mentre è dottrina specifica del cristianesimo : la fede nella morte volontaria ed espiatrice (non per violenza altrui, come in Zagreo) di Cristo, e nella sua risurrezione, fede che non è dovuta ad elaborazione teologica di s. Paolo, ma è stata da lui trovata viva e operante all'alba della nuova religione; il rito battesimale inteso come rinnovamento dell'uomo interiore, mentre nell'orfismo seriore, o neo-orfismo, che è quello in voga nell'epoca ellenistica, la salvezza si realizza mediante riti e formole che hanno sapore di magia.

BibL.: altre alle opere generali citate sotto la voce misteri. v. : E. Mass. Orpheus, Monaco 1895; J. Harrison, Prologomena to the study of Greek Religion, $1^{2}$ ed., Oxford 1903; $2^{2}$ ed., ivi 1921, sulla liturgia orfica; D. Camparelli, Laminette orfiche, Firenze 1910; V. Macchioro, Zagreus, $1^{\circ}$ ed., Bari 1920, $2^{\circ}$ ed. aumentata, Firenze 1930; O. Kern, Orpheus, Berlino 1920; id., Orphitorum fragmenta, ivi 1922; A. Boulanger, Orphée, Parigi 1925; M.-J. Lagrange, Les mystères: l'Orphisme (Introd. à l'étude du N. Test., IV. Critique historique, I, Parigi 1937); G. Faggin, Inni orfici, Firenze 1949, sulla letteratura orfica seriore.

Nicola Turchi
ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE (Organisation des Nations Unies, O.N.U., oppure United Nations Organisation, U.N.O.). - E l'organismo internazionale creato dopo la seconda guerra mondiale in lungo della Società delle Nazioni (v.).
I. Storia. - Un primo accenno dell'intento delle grandi potenze di erigere un'organizzazione collettiva si ebbe il 14 ag. 1941, nella «Carta atlantica». Inizialmente semplice dichiarazione comune degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, essa divenne un programma accelto dalle Nazioni alleate nella guerra contro la Germania e il Giappone, con la dichiarazione del $1^{\circ}$ genn. 1942, sottoscritta dapprima da un gruppo di 22 nazioni, aumentate poi 441 per l'accettazione di altri 19 stati. Verso una maggiore determinazione di tale proposito, nei documenti precedenti rimasto vago, si addivenne con la dichiarazione del 30 ott. 1943, emanata in occasione della Conferenza di Mosca dalle quattro grandi potenze, Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e Cina. In essa per la prima volta fu fatta espressa menzione di un'originala organizzazione internazionale generale, per il mantenimento della pace e della sicurezza, che avrebbe dovuto avere come fondamento il principio della sovrana eguaglianza di tutti gli Stati.

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Il periodo della sua attuazione comincia con le riunioni degli esperti delle quattro potenze sopra nominate, le quali nell'ott. del 1944 concordarono un progetto dello Statuto, che dalla localita dove venne redatto fu chiamato "progetto di Dumbarton Oaks ". Questo a sua volta formò oggetto di discussione nella Conferenza di Yalta, conclusasi l'i i febbr. 1945, dove Stati Uniti, Inghilterra e Russia definirono la procedura del voto nel futuro Consiglio di sicurezza e stabilirono che nella successiva conferenza, la quale si sarebbe riunita a S. Francisco, avrebbero potuto partecipare soltanto le potenze che avessero preso parte alla guerra contro la Germania e il Giappone e quelle che entro il mese di febbr. avessero dichiarato guerra alla Germania. Parecchi Stati, rimasti fino allora neutraji, prima dello scadere del termine, emisero la dichiarazione richiesta (Turchia, Egitto, Cile, Columbia e altri paesi dell'America latina); alcuni invece mantennero la loro neutralità. Il criterio adottato ebbe come effetto che l'organizzazione, al suo primo costituirsi, non fu altro che un'organizzazione dei popoli vincitori. Ciò si rifletterà in parecchi articoli dello Statuto, elaborato sullo schema già redatto a Dumbarton Oaks, al quale vennero apportati alcuni emendamenti proposti dalle medesime quattro grandi potenze o in comune o singolarmente; esso venne approvato da 49 Stati il 6 giugno 1945 ed entrò in vigore il 24 ott. dello stesso anno.
I. O. delle N. U. - Le Nazioni Unite si propongono come scopo il mantenimento della pace, allo stesso modo che la Società delle Nazioni, tuttavia l'accento viene messo in modo particolare sulla sicurezza collettiva, donde il rilievo dato nel cap. I alle misure efficaci per la rimozione delle minacce alla pace, alla repressione degli atti di aggressione. Inoltre le loro attribuzioni sono molto più ampie di quanto non fossero quelle della Società delle Nazioni, preliggendosi esse, oltre la pace e la sicurezza, l'intento di provvedere alla cooperazione internazionale per la soluzione dei problemi economici, sociali e culturali e di promuovere il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Il principio, sul quale l'O. si fonda e che è rimasto soltanto formale nelle successive disposizioni dello Statuto, è quello della sovrana uguaglianza di tutti gli Stati membri, i quali si obbligano a risolvere le loro controversie con mezzi pacifici, ad astenersi dalle minacce e dall'uso della forza e a prestare assistenza all'O. in qualsiasi azione, che essa intraprenders per il conseguimento dei suoi scopi.

Una non ben chiara disposizione è contenuta nel n. 6 dell'art. 2, nel quale all'O. si attribuisce il compito di fare in modo che Stati che non siano membri delle Nazioni Unite agiscano in conformità a questi principi, per quanto possa essere necessario per il mantenimento della pace e della sicurezza generale. Da essa si potrebbe dedurre che le obbligazioni dello Statuto vengano estese anche a Stati che non lo hanno sottoscritto, derogando al principio che un trattato ha valore vincolante soltanto per le parti contraenti, e anche che l'O. abbia voluto estendere i suoi poteri nei confronti di Stati non membri per le questioni riguardanti la pace e la sicurezza. In base a questa norma essa verrebbe ad assumere il carattere di organismo superstatale, al quale resta demandato il controllo di tutta la vita internazionale, né questo suo potere verrebbe limitato dall'art. 7 (che esclude il suo intervento nelle questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno Stato, sembrerebbe confermare il principio del non intervento), giacché qualsiasi situazione interna pregiudizievole alla pace e alla sicurezza verrebbe a cadere sotto la sua competenza.

I membri dell'O. sono originari, se hanno preso parte alla Conferenza di S. Francisco e hanno firmato la dichiarazione delle Nazioni Unite del $1^{\circ}$ genn. 1942 e ratificato lo Statuto; non originari, se sono stati ammessi dopo. La loro ammissione potrà avvenire, se a giudizio dell'O. sono Stati amanti della pace e tali da poter mantenere gli obblighi derivanti dall'accettazione dello Statuto. L'Assemblea generale deciderà su proposta del Consiglio di sicurezza : con il medesimo procedimento si potranno sospendere o espellere gli Stati ri-
tenuti indegni. L'ordinamento interno delle Nazioni Unite ricalca lo schema già adottato per la Società delle Nazioni, salvo qualche nuovo organo aggiunto per qualche funzione particolare.
2. Organi specifici dell'O.N.U. - Gli organi dell'O.N.U. sono: l'Assemblea generale, il Consiglio di sicurezza, il Consiglio economico e sociale, il Consiglio per l'Amministrazione fiduciaria, la Corte Permanente di Giustizia internazionale, la Segreteria. Tutto il sistema gravita però sul secondo, ossia sul Consiglio di sicurezza, al cui potere su tutte le questioni della vita internazionale corrisponde una soggezione totale dei membri della O. e dell'Assemblea generale, alla quale è stato attribuito una funzione soltanto consultiva. In questa subordinazione al Consiglio consiste una della maggiori innovazioni dello Statuto delle Nazioni Unite.

L'Assemblea generale è costituita da tutti i membri dell'O. Le sue funzioni sono limitate a raccomandazioni ai membri o al Consiglio di sicurezza, il quale non rimane vincolato a seguirle, dipendendo dalla sua discrezionalità assoluta il decidere sulle questioni della pace e della sicurezza. Secondo il n. 2 dell'art. 11, l'Assemblea non può prendere nessuna decisione riguardo alle questioni per cui si rende necessaria un'azione, la quale dovrà essere deferita al Consiglio di sicurezza, e dovrà ancora astenersi, aggiunge l'art. 12, dal fare delle raccomandazioni, quando il Consiglio si occupa di qualsiasi controversia o situazione, salvo che non ne sia dal medesimo richiesta. Dal Segretario generale, previo il consenso del Consiglio, le saranno notificate le questioni relative al mantenimento della pace, delle quali questo si sta occupando. Contrariamente a quanto si verificava per la Società delle Nazioni l'Assemblea decide a maggioranza qualificata dei due terzi dei membri presenti e votanti nelle questioni che riguardano la pace e la sicurezza, l'elezione dei membri non permanenti del Consiglio, l'ammissione o l'espulsione per gli inadempimenti degli obblighi assunti; a maggioranza semplice per le questioni di minore rilievo. La sostituzione del principio di unanimità con quello di maggioranza importa un mutamento interno di grande importanza rispetto al precedente organismo internazionale, in quanto conferisce al nuovo il carattere di una società organica superiore ai singoli Stati, i quali sono tenuti ad accettarne le decisioni, anche se la loro volontà è contraria, il che implica una parziale rinunzia alla loro sovranità o almeno la caduta della sua assolutezza. Tuttavia questa particolare e importante innovazione non è stata estesa alle grandi potenze, le quali, in conformità dello Statuto, conservano la sovranità secondo la vecchia concezione, non limitata cioè da alcuna norma. Il Consiglio di sicurezza risulta di undici membri, cinque permanenti (Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Francia e Cina) e sei elettivi, nominati dall'Assemblea per un periodo di due anni, con particolare riguardo al contributo prestato per il mantenimento della pace e della sicurezza e ad un'equa distribuzione geografica (art.23). Il Consiglio di sicurezza ha i più ampi poteri, che non vengono in alcun modo limitati o subordinati al controllo di altri organi o dell'Assemblea. Decide con piena discrezionalità su tutte le questioni relative alla pace e alla sicurezza e le sue decisioni diventano automaticamente vincolanti per tutti i membri dell'O.

Per il fatto poi che cinque membri del Consiglio non sono elettivi, viene messo in mora il principio dell'uguaglianza sovrana dei membri, affermato al cap. 1, e in seno all'O. si costituisce una gerarchia, la quale, se lo Statuto fosse operante, si ridurrebbe a un vero rapporto di soggezione delle piccole potenze alle grandi.

Infatti i membri s'impegnano di conferire al Consiglio di sicurezza la responsabilità principale nel mantenimento della pace e di riconoscere che esso agisce per loro conto (art. 24), e ad eseguirne le decisioni (art. 25). Il sistema del voto a sua volta distacca i cinque membri permanenti dagli altri, mettendo alla discrezione delle loro volontà l'intera vita internazionale. Per le questioni di procedura basta la semplice maggioranza di sette, ma per quelle che riguardano qualsiasi altro oggetto alla maggioranza di sette deve concorrere l'unanimità

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dei voti dei membri permanenti, eccetto che uno di essi sia parte della controversia, nel qual caso deve astenersi. Il principio maggioritario viene pertanto contaminato con l'inclusione di quello di unanimità in favore delle grandi potenze, le quali col cosiddetto diritto di veto hanno il potere di paralizzare qualsiasi iniziativa. In tutto il resto possiedono, supposta l'unanimità, la più estesa discrezionalità d'azione, come può esser veduto scorrendo i capp. 6 e 7, dove vengono elencate le attribuzioni del Consiglio di sicurezza. In sostanza si può dire che lo Statuto delle Nazioni Unite ha preteso di erigere un vero governo mondiale, posto nelle mani delle grandi potenze ed esercitato dalle medesime con assoluta autonomia. Si comprendono allora le resistenze delle piccole potenze manifestate a S. Francisco e in altre occasioni.

Il Consiglio economico e sociale è composto di 18 membri eletti dall'Assemblea ogni tre anni e ha come funzione l'adempimento degli obblighi delle Nazioni Unite in materia economica e sociale, elencati nell'art. 35.

Il Consiglio per l'Amministrazione fiduciaria, altrimenti detto «di tutela», è composto per metà da membri che amministrano territori coloniali, posti sotto il regime tutelare e per metà da membri eletti dall'Assemblea. Riguardo alla sistemazione del complesso problema coloniale, lo Statuto contiene una dichiarazione programmatica concernente i territori detti non autonomi, nella quale sono enunciati i principi, che devono guidare la politica delle potenze rispetto ai medesimi. Le funzioni del Consiglio di tutela sono di controllo sulle Amministrazioni fiduciarie e vengono esplicate sotto la direzione dell'Assemblea generale.

Il Segretario generale, infine, è nominato dall'Assemblea su proposta del Consiglio. L'art. 47 dello Statuto prevede ancora la costituzione di un Comitato degli Stati Maggiori militari, per consigliare e coadiuvare il Consiglio di sicurezza circa il mantenimento della pace, l'impiego e il comando delle forze poste a sua disposizione, la disciplina degli armamenti e le possibilità del disarmo. Di esso dovrebbero far parte soltanto i capi di Stato Maggiore dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Tale Comitato non è entrato mai in funzione.

Da quanto esposto, appare come lo Statuto dell'O. N.U. sia scaturito dall' influsso di due idee dominanti : ovviare da una parte all'inefficienza dimostrata dalla Società delle Nazioni e alla sua incapacità di tutelare la pace e la sicurezza, e conseguentemente costituire un organismo di dominio mondiale, concentrando tutti i poteri nelle mani delle potenze maggiormente responsabili e capaci d'intervenire rapidamente e con tutto il peso della loro forza nella risoluzione delle controversie internazionali. L'intento però doveva essere frustrato dal presupposto, sul quale veniva così ad essere imperniata l'O. Questo consiste nella concorde volontà dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza, mancando la quale tutto il sistema rimane disarticolato e paralizzato nel suo funzionamento. Il Consiglio di sicurezza, nel quale si fronteggiano due blocchi opposti, è diventato, mediante il diritto di veto, un organo paralizzatore, venendo meno ai compiti assegnatigli. La grande politica delle nazioni si svolge ormai fuori dal quadro delle Nazioni Unite, in quelle intese regionali, previste dallo Statuto (cap. 8), la quali agiscono in modo autonomo, come, ad es., il Patto Atlantico. All'O.N.U. spetta pure il coordinamento dei vari istituti specializzati costituiti con accordi intergovernativi ed aventi vasti compiti internazionali nei campi economico, sociale, culturale, educativo, sanitario e simili come la FAO (Food and Agricolture Organization), l'ILO (International Labour Office), la PICAO, l'UNESCO, l'UNRRA (v. moneta; organizzazione inTERNAZIONALE DEL LAVORO; ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE PER L'AGRICOLTURA; RICOSTRUZIONE; UNESCO).

La sede dell'O.N.U., dopo qualche peregrinazione, è, dal 16 ag. 1945, ma in via provvisoria, a Lake Success di Long Island, presso Nuova York. E in preparazione la sede definitiva, fissata nella zona di Greenwich-Stamfor, al confine tra gli Stati di Nuova York e Connecticut.

BibL.: T. A. Marinucci-G. Richetti, La Conferenza di S. Francisco, Roma 1945; Statuto delle Nazioni Unite, ivi 1945: A. Basso,

Dalla Società delle Nazioni alle Nazioni Unite, in Stato moderno, 1945, fascc. xil, xili, xiv; R. Monaco, La Statuto delle N. U., Torino 1946; H. Kelsen, Limitations on the functions of the United Nations, in Yale Law Review, 1946, p. 997 sgg.; R. Ago, L'O. internazionale dalla Società delle Nazioni alle Nazioni Unite, in Comunità internazionale, I (1946), pp. 5-23; G. Balladore Pallieri, Gli emendamenti allo Statuto dell'O. N. U., ibid., pp. 193201; P. Guggenheim, Realtà e ideologia nell'O. internazionale, ibid., 2 (1947), pp. 163-73; R. Quadri, Divina interna. pubblica, Palermo 1949, pp. 243-54, 551-55; G. Vedovato, Nazioni Unite, in Enc. Ital., Appendice 1936-46, II, 391-94; T. Perossi, Lo Statuto delle Nazioni Unite, Padova 1950; R. Socini, L'apparizione all'O. N. U., Firenze 1951; F. Tagliamonte, La tutela internazionale dei diritti dell'uomo, in Civitas, 2 (1951), pp. 36-44.

Antonio Messineo
11. La Corte di giustizia internazionale. - Merita un cenno a parte la Corte di giustizia, che è il principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite. Dopo l'esperienza delle Corti permanenti di arbitrato, istituito all'Aia (Convenzioni del 1899 e del 1907), si continuò ad auspicare la creazione di una suprema Corte di Giustizia internazionale permanente e con competenza di carattere generale. Questa aspirazione fu realizzata nel quadro della Società delle Nazioni, il cui patto (art. 14) prevedeva appunto la costituzione di tale organo. Il suo ordinamento fu rapidamente elaborato ed adottato con protocollo del 16 dic. 1920, entrato in vigore nel genn. del 1922. La Corte cadde con la Società delle Nazioni, ma, sorta l'O.N.U., fu ricostituita, sempre all'Aia, con il nome di Corte di Giustizia internazionale, sopprimendo la qualifica di permanente, per distinguerla dalla precedente. Gli ordinamenti della nuova Corte appaiono un aggiornamento dei precedenti, armonizzati a quelli dell'O.N.U. La Carta dell'O.N.U. (art. 92) ha espressamente dichiarato che lo Statuto della Corte di Giustizia internazionale si "hasa" su quelle della Corte permanente. Essa è entrata in funzione il 24 ott. 1945 e cumula quindi la sua esperienza con quella della precedente.

La Corte di Giustizia internazionale non ha una funzione exclusiva né assoluta, perché i membri dell'O.N.U. sono sempre liberi di affidare le loro controversie ad altri tribunali, sia in virtù di accordi esistenti, che di accordi futuri (art. 95 Carta).

Le fonti degli ordinamenti della Corte sono costituite: a) dalla Carta dell'O.N.U. (artt. 92-96), che fissa alcuni principi fondamentali, rinviando allo Statuto della Corte, che è dichiarato (art. 92) parte integrante della Carta; b) dallo statuto della Corte di Giustizia; c) dal regolamento, preveduto dallo Statuto (art. 30); d) dalle risoluzioni dell'Assemblea dell'O.N.U. (trattamento dei giudici, pensioni, ecc.); e) dalle norme degli accordi bilaterali o collettivi, oltremodo numerosi, che deferiscono le controversie alla decisione della Corte di Giustizia.

Sebbene collegato con la Carta dell'O.N.U. lo statuto ha una sua autonomia. Esso può essere infatti emendato su iniziativa della stessa Corte o dell'O.N.U. (artt. 69 e 70 Statuto) e secondo la procedura stabilita per la revisione della Carta. Nondimeno si deve tener conto (e ciò rende necessario l'intervento degli organi dell'O.N.U.) che alla Corte possono aderire anche Stati non membri dell'O.N.U.

Assicurare la giustizia internazionale è una funzione che l'O.N.U. persegue infatti come sua finalità, indipendentemente dai suoi membri, tanto più che divergenze possono anche nascere fra Stati membri e non membri o fra Stati non membri, né vi sarebbe ragione per disinteressarsene in queste ipotesi. Per gli Stati membri l'adesione avviene automaticamente (ipso facto) come conseguenza della partecipazione all'O.N.U., mentre uno Stato non membro può aderire alla statuto della Corte, alle condizioni che, caso per caso, determina l'Assemblea su proposta del Consiglio di sicurezza (art. 93, Carta).

Fra O.N.U. e Corte intercedono necessariamente rapporti derivanti dalla natura stessa della Corte, che della prima è un organo, ma ciò non implica né dipendenza né interferenza nel funzionamento dell'organo giurisdizionale, il qu