volume-09

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irc}$ in 6 voll. (1709-12), con aggiunto un commento sugli Apocrypha. La Synopsis fu messa nell'Index expurgatorius il 21 apr. 1693. F. scrisse anche Annulation upon the Holy Bible (fino ad Is. 58; opera postuma ultimata dai suoi colleghi non conformisti negli anni 1683-85) ed una polemica sulla Nallity of the romish faith (Londra 1666). A cagione del terrorismo suscitato da T. Oates, fuggì ad Amsterdam. Nella sua Synopsis, P. cita autori rabbinici e cattolici; da Calvino prese pochissimo; da Lutero niente.

Bibl.: J. Montagne, s. v. in DB. V, col. 342 sg.
Enrico G. Rope
POONA, diOcesi di. - Nell'India centro-meridionale. Il territorio appartenne prima al vicariato apostolico di Bombay; l'8 marzo 1854 fu diviso nei due vicariati apostolici : settentrionale o di Bombay e meridionale o di P. : il primo affidato ai Gesuiti e l'altro ai Cappuccini.

Per la scarsità di personale da parte di questi ultimi, la missione passò nel 1858 ai Gesuiti della provincia religiosa della Germania. Il vicariato apostolico meridionale o di P. fu elevato, in data $1^{\circ}$ sett. 1886, a diocesi suffraganca di Bombay. Dopo un lungo e fruttuoso apostolato i Gesuiti tedeschi furono costretti, all'inizio della prima guerra mondiale, ad abbandonare la missione, e sostituiti dai confratelli di varie nazionalità, finché nel 1922 la diocesi fu provvisoriamente affidata alla provincia religiosa d'Aragona. Verso il 1930 i Gesuiti della provincia religiosa germanica settentrionale poterono ritornare in diocesi. Il 12 maggio 1949 venne decretato il passaggio della diocesi alla cura del clero secolare indiano.

Ha una superficie di 150.000 kmq . ed abbraccia buona parte della regione del Deccan. La popolazione ascende a ca. 10 milioni di anime, di cui 9.400 .000 pagani, 500.000 maometani, 51.000 cattolici, 25.000 protestanti e 500 ebrei. Secondo le ultime statistiche (1951) vi lavorano 52 gesuiti quasi tutti esteri, 23 prati secolari indiani per lo più di stirpe guanese o mangaiotiana, un'ottantina di suore tra indigene ed estere appartenenti a diversi istituti religiosi.

La diocesi ha 28 chiese e 31 cappelle. E divisa in 9 distretti, 28 quasi parrocchie, 4 vicariati foranei e 170 stazioni secondarie. L'istruzione viene impartita in 58 scuole elementari, 7 medie, 9 superiori. Le istituzioni caritative sono rappresentate da 6 urbanotrofi, 2 ricoveri per vecchi, 5 dispensari, una tipografia, vari opifici e laboratori. Numerose le confraternite e le associazioni pie e di Azione Cattolica. Accanto al collegio "De Nobili» dei Gesuiti in costruzione è un grande seminario
pontificio, in cui saranno ammessi seminaristi provenienti da tutte le diocesi dell'India per conseguire i gradi accademici nelle scienze filosofiche e teologiche.

Bibl.: J. B. Winiger, La mission de Sangamner, in Revue missionnaire, 1933, pp. 114-18 e 213-17; Arch. di Prop. Fide. Relazione annuale 1930, pos. prot. n. 4664 39; The Catholic directory of India, Madras 1950, pp. 214-17; anon., India and its Missions, Nuova York 1923, pp. 132, 150, 1777.

Pompeo Borgna
POPAYÁN, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi nella Repubblica di Colombia, dipartimento del Cauca.

L'arcidiocesi ha una estensione di 30.000 kmq . con una popolazione di 650.500 ab. quasi tutti cattolici, con 134 chiese e 54 parrocchie servite da 94 sacerdoti diocesani e 28 regolari; ha un seminario, 10 comunità religiose maschili e 48 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 323).

La diocesi di P. fu fondata da Paolo III il $1^{\circ}$ sett. 1546, però non fu eretta che l'8 sett. 1547, quando fu nominato il primo vescovo don Juan del Valle. Fu suffraganea di Lima fino al 1574 , anno in cui Bogotá fu elevata ad arcidiocesi e ricevette P. come suffraganea. Il 20 giugno 1900 papa Leone XIII la elevò a metropolitana, dandole quali suffraganee Cali, Garzón e Pasto. Suo primo arcivescovo fu Manuel José de Cayzedo. Altri vescovi noti sono Agustin de la Coruña ( $1509-89$ ) che fu discepolo di s. Tommaso di Villanova, e Carlos Bermúdez (1817-86) che ristabil il seminario.

Fra gli edifici religiosi di P. meritano di essere ricordati l'antico convento di S. Francesco, ora Casa del Governo; la Cattedrale, dedicata alla B. M. V. Assunta, iniziata nel 1856 e terminata nel 1906; la chiesa di S. José, costruita per i Gesuiti verso al fine del sec. xvir; le chiese di S. Francesco e di S. Domenico, ricche di artistiche statue e'ornamenti; il Palazzo arcivescovile, antica e grandiosa costruzione del sec. xvir.

Bibl.: Anuario de la Iglesia católica en Colombia, 1938, Bogotá 1938; M. A. Arbolide, s. v. in Cath. Enc., XII, p. 228; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLVI, pp. 427-30. Enrico Josi

POPE, Alessandro. - Poeta inglese, n. a Londra il 21 maggio 1688, m. a Twickenham il 30 maggio 1744. Iniziò giovanissimo la carriera poetica con le Pastorale (1709), imitando i classici che rimasero sempre i suoi modelli e lo studio dei quali propugna nell'Essay on Criticism (1711).

Tradusse, con alcuni collaboratori, i poemi omerici (dal 1715): l'imitazione di Ovidio dà il suo fiore più bello nell'Epistle of Elaine to Abelard, basata sulla nota corrispondenza dei due amanti, dove la vita claustrale è dipinta con le cupe tinte allora di moda; quella di Orazio diede le Imitations of Horace e diverse epistole ad amici. Come Orazio, P. è soprattutto "satiro ", e le opere principali sotto questo aspetto sono il Rape of the lock ( $1^{0}$ ed., poi di molto allargata, 1712) dove con sublime poesia dipinge un futile episodio dell'alta società; la Dunciad (1728), violentissima satira contro i letterati, soprattutto contro coloro che lo avevano offeso; e lo Essay on Man (1733), di carattere filosofico e morale, non privo di valore nelle indovinate scenette di vita quotidiana.

Bibl.: Works, a cura di W. Elwin e W. J. Courthope, 10 voll., Londra 1871-80; R. H. Griffith, A. P. A bibliography, Austin (Texas) 1927; E. Stovell, A. P., Londra 1930; G. Sherburn, The early career of A. P., Oxford 1934. Alberto Castelli

POPLIFUGIA. - Festa del 5 luglio nel più antico calendario romano, l'unica che precedesse le Nonae di un mese.

Separata per il più stretto intervallo dalle Nonae Cuprotinae, sembra costituire con queste un piccolo ciclo organico: ciò trapela anche dalla leggenda etologica delle due feste, secondo cui la prima commemorrebbe la fuga dei Romani nella battaglia contro i Fidenati, la seconda invece la loro vittoria finale. Fatto più importante, le Nonae Cuprotinae sono una festa di Giunone, mentre i P. sono definiti come feriae Ioci. Un'altra leg-

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genda etiologica riporta la festa alla scomparsa di Romolo. Nulla si sa dei riti della festa : solo il nome stesso farebbe pensare a una fuga rituale.

Brill.: W. Warde Fowler, Roman festivals, Londra 1899, p. 174 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, x* ed., Monaco 1912, p. 116; C. Koch, Der römische Suppiter, Francoforte a M. 1937, p. 92 sgg.

Angelo Brolich
POPOL VUH. - Il $P . V$. ( $=$ libro nazionale) può considerarsi la Bibbia dei Maya Quiché (v. mayA, religione dei). Vi sono trattati argomenti riguardanti la cosmogonia, la religione, la mitologia, tradizioni di migrazioni e narrazioni di avvenimenti storici dei Quiché.

E scritto in caratteri latini, con l'aggiunta di qualche segno speciale. Fu trovato per la prima volta, verso la fine del sec. xviri, da Francesco Ximenea a Chichicastenango (perciò è chiamato anche «manoscritto di Chichicastenango», da non confondersi, però, con altro manoscritto omonimo). Gli indigeni lo tenevano gelosamente e segretamente custodito e avevano per esso quasi una venerazione.

La prime edizioni furono fatte da C. Scherzer (1854) e dall'abate Brasseur de Bourbourgh (1861). Fra le edizioni più recenti si citano quelle di Georges Raynaud (Les dieux, les héros et les hommes de l'ancien Guatemala, d'après le livre du Conseil-P. V., Parigi 1925); di Antonio Villacorta e Flavio Rodas (Manuscritto de Chichicastenango-Popul Buj, estudio sobre las antiguas tradiciones del pueblo Quiché, Guatemala 1927).

Nessuna edizione ne è stata fatta in italiano.
Tullio Tentori
POPOLAZIONE. - E l'insieme di tutti gli abitanti di un paese, di una regione, di una città, ecc. L'ammontare e la composizione di essa varia incessantemente per effetto delle nascite e delle morti (movimento naturale), e, nell'ambito di un dato spazio, anche per effetto delle migrazioni (movimento sociale). Perciò essa è quantitativamente e qualitativamente determinabile se circoscritta nello spazio, nel tempo e nelle sue condizioni normali. La p. può essere considerata sotto diversi aspetti e, anzitutto, nel suo ammontare assoluto o massa, nel suo ammontare relativo o densità, nel suo accrescimento.
I. L'ammontare assoluto della p. - L'ammontare assoluto della p. è determinato attraverso quel complesso di operazioni che prendono il nome di censimento: in un determinato momento di un dato giorno, l'organo dello Stato, a ciò espressamente incaricato per legge, procede alla enumerazione di tutte le persone che si trovano in tutto il territorio dello Stato stesso mediante moduli speciali, detti fogli di famiglia (per le unità familiari) e fogli di convivenza (per le unità non familiari, quali gli alberghi, le caserme, i conventi, i collegi, ecc.). L'insieme delle persone che al momento del censimento si trovano nel territorio dello Stato, costituisce la cosiddetta p. presente o di fatto. In Italia, alla data del 4 nov. 1951 (ultimo censimento generale) la p. presente o di fatto è risultata di 46.737 .704 persone. Essa però differisce dalla p. residente, essendo questa costituita dall'insieme di persone che hanno dimora in una data circoscrizione amministrativa (Comune), alcune delle quali possono anche trovarsi assenti al momento del censimento, perché in altro Comune o, addirittura, fuori del territorio dello Stato. L'ammontare della p. residente, pertanto, si ottiene aggiungendo al totale dei presenti il numero delle persone temporaneamente assenti, e sottraendo il numero delle persone temporaneamente presenti non aventi dimora nel Comune. L'ammontare della p. residente, secondo le vigenti disposizioni, è assunta in Italia come p. legale fino a tanto che non viene eseguito un altro censimento. In Italia, alla data del 4 nov. 1951, secondo i primi risultati dell'ultimo censimento, la p. residente è risultata di 47.138 .235 , di cui $23.085 .776$ maschi e 24.052 .459 femmine.

La conoscenza del numero degli abitanti ha una grande importanza non solo scientifica, costituendo il termine normale di riferimento nello studio dei fenomeni sociali, ma anche pratica poiché costituisce la base dell'organizzazione politica e amministrativa dello Stato, ai cui fini viene assunta la p. residente, come legale. In Italia, p. es., a in base al numero degli abitanti dei Comuni e delle province che è determinato il numero dei consiglieri comunali e degli assessori, le aliquote per alcuni tributi locali (imposta di famiglia, valore locativo), il numero dei notari, il numero di privative dello Stato, ecc. Anche nelle relazioni internazionali, di sovente, la conoscenza dell'ammontare della p. dei vari paesi costituisce una esigenza di indiscussa importanza. Senonché non per tutti i paesi si posseggono dati attendibili sul numero assoluto degli abitanti; in molti di essi non vengono eseguiti censimenti e il numero degli abitanti è dato da valutazioni basate su indizi statistici. A tali valutazioni hanno dovuto infatti far ricorso i demografi per determinare la p. del mondo e delle sue maggiori ripartizioni. Nel 1935 essa era valutata intorno a 2076 milioni, di cui 524 milioni nell'Europa, 261 nell'America, 10 nell'Oceania, 145 nell'Africa e 1136 nell'Asia.

Ma oltre all'ammontare assoluto della p. importa anche conoscere la sua struttura cioè la sua composizione per sesso, età, stato civile, professione o condizioni professionali, ecc. La composizione per esso è relativamente costante nel tempo e nello spazio, tranne che nei paesi a forte movimento migratorio di persone dello stesso sesso; per lo più il numero delle femmine supera lievemente quello dei maschi per effetto della più alta mortalità di questi ultimi. Così è, p. es., dei paesi europei. In America, Australia e Nuova Zelanda, si riscontra una lieve prevalenza maschile, causata plausibilmente dall'immigrazione. Variazioni in più o in meno, dovute in gran parte a movimenti migratori o ad altri fenomeni sociali, possono anche determinarsi nel corso del tempo. Cosi in Italia, al censimento del 1881 si riscontrò una lievissima prevalenza maschile ( 1005 maschi per ogni 1000 femmine), mentre nel 1936 il rapporto era di 943 maschi per 1000 femmine.

Assai più variabili, tuttavia, sia nel tempo che nello spazio, sono gli altri caratteri (età, stato civile, professione o condizione). Variabilissima è da paese a paese e, nello stesso paese, da un periodo all'altro, la distribuzione per età della p. Si valuta che nel 1940 la p. in età inferiore ai 15 anni era in Italia il $29,6 \%$, in Francia il $23,7 \%$, in Germania il $21,6 \%$, nell'U.R.S.S. il $36,2 \%$. Differenze alquanto notevoli si riscontrano anche nei riguardi dello stato civile. La proporzione dei celibi, coniugati, vedovi, separati e divorziati, varia notevolmente da paese a paese; laddove è ammesso l'istituto del divorzio, le proporzione dei divorziati (anche escludendo quelli passati a nuovo nozze) risulta assai diversa e seconda della maggiore o minore facilità con la quale la legge ammette lo scioglimento del matrimonio. Ancora più profonde sono le differenze da paese a paese nei riguardi della professione o condizione e, nello stesso paese, da una regione all'altra. Secondo i risultati di una indagine, nelle provincie della Sicilia, le persone in condizioni non professionali costituivano il $67 \%$ del totale, mentre nella provincia di Milano il $52 \%$. La stessa proporzione delle varie professioni risulta legata alle condizioni economico-sociali del paese e della regione: laddove prevale l'agricoltura, prevalgono le professioni agricole e cosi via.
II. La densita della p. - Oltre all'ammontare assoluto della p., importa conoscere anche l'ammontare relativo o densità. Esso è ottenuto dal rapporto fra l'ammontare assoluto e la superficie, ed il quosiente esprime il numero degli abitanti per ogni chilometro quadrato. Al riguardo però, nel fare i confronti fra Stati, o anche fra circoscrizioni minori, occorre tener conto che la parte abitabile del territorio, o ecumene, è estremamente variabile. In Italia, la densità della p., che alla data del 1936 era di 139,6 , è salita secondo il censimento del 4 nov. 1951 a 154,3 . Essa è però assai diversa da regione a regione; più alta nella Campania (314), in Liguria (282), in Lombardia (263), nel Veneto (210), nel Lazio

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![img-26.jpeg](img-26.jpeg)
(fot. Ahlwari)
In alto a sinistra: PORTA DETTA *DEL GIUDIZIO* (sec. xiv) - Tudela (Navarra), Cattedrale. In alto a destra: PORTA DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO (sec. xiv) - Ascoli Piceno. In basso a sinistra: PORTA DELLA CHIESA DI S. PIETRO MARTIRE (sec. xvir) - Ascoli Piceno. In basso a destra: PORTA DEL CORTILE DI PALAZZO BARBERINI (sec. xvir) - Roma.

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In alto a sinistra: TERREIRO DO PAÇO - Liabona. In alto a destra: CASTELLO di Braganza.
In basso a sinistra: MONASTERO DI S. MARIA DELLA VITTORIA a Batalha. In basso a destra: TEMPIO DI DIANA - Evora.

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(200); più bassa in Sardegna (50), Basilicata (62), Umbria (94). Secondo le valutazioni fatte dai demografi, la densità della p. nei vari continenti, intorno al 1933, risultava come segue: Europa 45, 9; America 6,4, Occanta 1,2, Africa 4,8, Asia 27, I. Nell'ambito delle circoscrizioni minori si fa distinzione fra p. accentrata, cioè residente nei centri, e p. sparsa; fra p. urbana, cioè residente nelle città, e p. rurale.
III. Accrescimento della p. - Come si è accennato in principio, l'ammontare e la composizione della p. varia incessantemente da un istante all'altro, per effetto delle nascite e delle morti (movimento naturale) e delle migrazioni (movimento sociale). Ha perciò particolare importanza lo studio di tali movimenti, poiché è dall'intensità e dal senso di essi che dipendono le variazioni nella composizione e nell'ammontare della p. Tali movimenti vengono rilevati, per le nascite e le morti, dalle registrazioni anagrafiche. La differenza tra il numero delle nascite e il numero delle morti in un dato intervallo di tempo costituisce l'incremento naturale in quel dato intervallo. Ad esso va aggiunto o sottratto l'incremento o decremento sociale o differenza fra emigrati ed immigrati. L'accrescimento della p. è determinato, ad intervalli più lunghi, mediante i censimenti. Di tale incremento si può dare sia la misura assoluta che quella relativa. Una misura relativa è data dal saggio medio annuo di accrescimento che i demografi assimilano a quello di una somma impiegata all'interesse composto, ove la p. all'istante iniziale costituisce il capitale e quella alla fine del periodo considerato il montante. E bene evidente che all'accrescimento della p., sia in senso assoluto che relativo, contribuiscono i vari fattori dianzi accennati, in proporzioni affatto diverse da paese a paese e, nello stesso paese, da un periodo all'altro. Tale analisi costituisce oggetto di particolare competenza della demografia (v.).

IV. Teorie sulla p. - Lo studio dei fattori determinanti l'aumento della p. ha appassionato da lungo tempo demografi e sociologi. Lo stesso fondatore della demografia, J. Graunt, accenna (1662) ad una tendenza all'accrescimento della p. Più tardi A. Petty (1682) tratta di proposito l'interessante argomento, e affaccia l'ipotesi che la p. abbia tendenza a raddoppiarsi nel giro di ca. 200 anni. Più tardi il pastore tedesco protestante G. P. Süssmilch (1707-67) nella sua opera intitolata L'ordine divino nei mutamenti del genere umano (1741) rileva che la p. tende a moltiplicarsi per effetto della eccedenza delle nascite sulle morti ed essa raddoppirebbe ad intervalli uguali se all'aumento degli abitanti si accompagnasse un aumento proporzionale dei mezzi di sussistenza. La questione è ripresa da G. Ortes (1775) sostenendo che la p. tenderebbe a moltiplicarsi geometricamente ogni 30 anni, se l'azione di vari fattori economici e sociali non arrestassero tale tendenza. Si giunge così al 1798, quando Tommaso Roberto Malthus (v.) con l'opera dal titolo Saggio sul principio della p. formulò quella teoria che doveva avere tanta risonanza ed alla quale ha legato la sua fama. Dalla teoria di Malthus è certo successivamente il cosiddetto movimento neo-malthusiano (v. NEO-MALTHUSIANESIMO).

Bibl.: C. Gini, Gli indici di concentrazione e di dipendenza (Biblioi, degli economisti, $3^{2}$ serie, 20). Torino 1922; id., Le basi scientifiche della politica della p., Catania 1931; L. Livi, Lezioni di demografia, Padova 1934; id., a. v. in Nuovo Diparti Ital., IX, pp. 1263-69; M. Boldrini, Demografia, Milano 1946; v. anche demografia. Carmelo D'Agata

POPPE, Edward. - Sacerdote, propagatore della Crociata eucaristica, n. a Temsche sulla Schelda il 18 dic. 1890, m. a Moerzeke (Vlaanderen) il 10 giugno 1924.

Sacerdote nel 1916, fu prima viceparroco a Gand nella parrocchia di S. Coletta, quartiere comunista, dove si prodigò all'estremo come difensore e amico dei poveri; organizzò associazioni eucaristiche per educare i fanciulli mediante l'Eucaristia e un'opera di catechisti per occuparsi dei figli di famiglie indifferenti e prepararli alla prima Comunione. Trasferito per salute a Moerzeke, vi fu l'anima e il pioniere della Crociata eucaristica, lanciata dai Nisbertini di Averhode, a cui cooperò con arti-
coli e opuscoli. Espose i suoi principi pedagogici eucaristici in: La méthode eucharistique, L'ami des petits, Manuel de la catechiste (vers. it., Milano 1947); Direction spirituelle des enfants (vers. it., ivi 1939). Consigliere di tutti, amò specialmente occuparsi di formare sacerdoti santi; la fiamma accesa in un congresso di sacerdoti tenuto a Levano (27 apr. 1919) provocò nuove riunioni, di cui l'ultima del 1923 segnò il suo testamento. Nel 1922 fu direttore spirituale del CIBI (e Centre d'Instruction des Braccardiers et Infirmiers 1), che raggruppava in Belgio tutti i giovani ecclesiastici. La sua direzione spirituale e le sue conferenze pedagogiche e i piccoli sermoni della sera furono pubblicati a parte: Entretiens sacerdotaux (Parigi 1933). Una buona raccolta di discorsi, ritiri, ecc. è contenuta in vers. it. di M. A. Mandrini, nel volume Vita sacerdotale, $2^{2}$ ed., Milano 1949.

Bibl.: Br. Van Havers, Een apostel, Amsterdam 1924; O. Jacobs, E. P., ivi 1933; breve nouzua biografica in E. P., Vita sacerdotale, cit., pp. 7-19. Celestino Testore

POPPEA (Poppuea Sabina). - Favorita di Nerone, figlia di T. Ollio, di straordinaria bellezza ed intelligenza, ma dissoluta e senza pudore, andò sposa a Rufino Crispino dal quale ebbe un figlio.

Divorzio e fu sposata da Salvio Ottone, il quale per tornaconto o per impudenza la presentò a Nerone che se ne invaghì perdutamente e la fece sua amante, allontanando Ottone da Roma con il nominarlo governatore di Lusitanio. Nel 62, dopo aver ripudiata la moglie Ottavia, accusata di sterilità, Nerone sposò P. da cui ebbe una figlia che morì poco dopo. P. morì nel 65 per un calcio datale da Nerone in un accesso di collera.

Secondo la testimonianza di Giuseppe Flavio (Antiq. Iud., 20, 8), pare che P. fosse proselita giudea e come tale si sarebbe probabilmente adoperata in favore degli Ebrei per stornare dal loro capo l'accusa dell'incendio di Roma e riversarla contro i cristiani.

Bibl.: Tacito, Annales, XIII, 45 sgg.; XIV, 1, 60-65; id., Historiae, I, 13; A. Profumo, Le fonti e i tempi dell'incendio neroniano, Roma 1905, p. 666 sg.; P. Allard, Storia critica delle persecuzioni, trad. it., I, Firenze 1923, p. 36. Agostino Amore

POPPONE, santo. - Abate benedettino, n. nel 978 da nobile famiglia fiamminga, m. a Marchiennes il 25 genn. 1048. Fu uno dei più validi collaboratori di Riccardo di St-Vanne nella restaurazione dei monasteri della regione renana e dei Paesi Bassi.

Dopo due pellegrinaggi (in Terra Santa ca. il 1000 e a Roma nel 1005), rinunciò d'un tratto a un disegno di matrimonio e alla vita militare, alla quale lo destinava la sua nobile origine, per abbracciare la vita benedettina nel monastero di St-Thierry a Reims (ca. il 1008), diretto da Gilberto, fratello del vescovo di Cambrai, Gerardo I. Riccardo di St-Vanne ne riconobbe i meriti e lo inviò come priore nel monastero di St-Vaast d'Arras (1012), di cui poté, con l'aiuto del conte di Fiandra, ricuperare i beni usurpati dai signori laici. P. è conosciuto soprattutto come abate di Stavelot-Malmédy, donde prese e irradiare il suo influsso. Gli imperatori Enrico II, Corrado II ed Enrico III gli affidarono inoltre l'abbazia di S. Massimiano di Trèves e la cura di restaurare la vita monastica nei monasteri di St-Vincent di Mera, di Limburg, Hersfeld, S. Gallo, St-Gislain, St-Trond e Marchiennes. In cambio della protezione e della generosità imperiali, P. si prestò come negoziatore tra i sovrani tedeschi e la corte di Francia. Egli fu senza dubbio un tipo di abate imperiale, ma contribuì, anche con la sua vita religiosa intima e profonda, a preparare il terreno, da cui prese a fiorire la riforma di Cluny. Festa il 25 o il 28 genn.

Bibl.: Vita Popponis, in MGH, Scriptores, XI, pp. 293316; F. Ladewig, Poppa e. Stalin u. die Klosterreform unter den ersten Saliern, Berlino 1885; E. Sackur, Die Cluniacenser bis zur Mitte des 11. 20bch., II, Halle 1894, pp. 240-61, 290-96; A. Heuck, Kirchengeschichte, Deutschland, III, Lipsia 1906, pp. 499-508; Manitius, II, 361-64; E. de Moresu, Hist. de l'Eglise en Belgique, II, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1945, pp. 169-77.

Guglielmo Molise
POPULONIA. - Antica città etrusca (Pugliese) e antica diocesi sul promontorio di Ptombino presso

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Porto Baratti; fu municipio romano ma già in decadenza alla fine della repubblica e quasi abbandonata secondo Rutilio Namaziano.

Fu occupata dai Longobardi e donata da CarloMagno ad Adriano I, ma venne distrutta nel sec. IX e la sede trasferita a Cornia, ai tempi di Niccolò I e di Stefano V (886). I suoi vescovi furono prima direttamente soggetti alla S. Sede, poi Innocenzo II nel 1133 unì la sede di P. alla chiesa di Pisa; in seguito fu costituita la sede di Massa Marittima (v.). Tra i suoi vescovi si ricordano: Atello, presente al Sinodo del 501 ; Cerbone, ricordato nel 591 da s. Gregorio (Diol., III, 11); Paolo, che fu legato di Niccolò I in Bulgaria; Alessandro II nel 1072 concede privilegi, Gregorio VII nel 1074 dà in giurisdizione l'isola d'Elha e invia quale suo legato in Sardegna il vescovo Guglielmo.

Bibl.: Jaffé, 1083; Lanzoni, I, p. 554; P. F. Kehr, Italia Pontificio, III, Berlino 1908, pp. 268-71. Enrico Josi
PORCACCI (Porcatius), Filippo. - Filosofo e teologo scotista dei Minori Conventuali, n. a Bagnacavallo (Ravenna), m. a Roma, ai SS. Apostoli dove è sepolto, il 13 sett. 1511.

Insegnò teologia a Venezia, metafisica ( $1506-10$ ) e filosofia morale ( 1507 -ro) nell'Università di Bologna che fin dal 9 apr. 1488 lo ammise nel suo Collegio dei teologi ( 1488, 1504, 1507). Fu ministro provinciale della sua provincia bolognese ( $1500-1504,1508-10$ ); nel Capitolo generale di Terni ( 1500 ) fu uno dei provinciali deputati alla redazione delle nuove costituzioni dell'Ordine (le \&Alessandrine s). Divenne procuratore generale ( 1506 1509) e nel Capitolo di Roma del 1510 fu eletto $42^{\circ}$ ministro generale dell'Ordine dopo s. Francesco. Governò per un anno e tre mesi, assai stimato dal papa Giulio II che lo aveva voluto in Roma per importanti affari della Chiesa.

Ai suoi studi filosofici e teologici si devono le edizioni dell'Opus Oxoniense e delle Quaestiones quodlibetales di Scoto (Venezia 1497, 1503, 1505). In fondo al I I. delle Sentenze dell'Opus Oxoniense raccolse le Addictiones prologi primique Sententiarum libri, che in altre edizioni si ritrovano sparse qua e là; al II libro fece seguito l'Opusculum in II Librum Sent. Scoti del confratello B. Bellati (v.); all'intera opera, che ha le Quaestiones quodlibetales come un V libro, aggiunse (v. ed. 1505) la Tabula Generalis ac mare magnum scoticae subtilitatis di Antonio de Fantis. Il testo è illustrato con annotazioni di sentenze e opinioni di diversi dottori e testi dei commenti di Aristotele. Di qui forse i commentari aristotelici attribuitigli dal Wadding. Altri scritti e conciones gli sono attribuiti dallo Sbaralea.

Bibl.: Wadding, Annales, 1510, 9; 1511, 7; Scriptores, p. 196: Sbaralea, II, pp. 383-84; S. Rinaldi, Supplem. bibliogr. al Wadding e allo Sbaraglia, in Misc. Franc., 27 (1927), p. 49; S. Mazzetti, Repert. dei maestri dell'Univ. di Bologna, Bologna 1847, p. 251; G. Picconi, Serie cronolog. biograf. dei Min. Prov. di Bologna, Parma 1908, pp. 121-22, 125-26; D. Sparacio, Series Min. Prov. Bononiensis Provinciae, in Commentarium O.F.M. Conv., 14 (1924), pp. 223-24; F. Ehrle, I più antichi statuti della Facoltà teol. dell'Univ. di Bologna, Bologna 1932, p. 124; U. Smorts, Lineamenta bibliographiae scotisticae, Roma 1942, pp. 1-3, 5-6, 72, pp. 436, 78-79, 473.

PORCARI, Stefano. - Nato sul principio del sec. xv a Roma, m. a Roma il 9 genn. 1453. Lo si trova nel 1427 a Firenze, capitano del popolo: cultore entusiasta dell'antichità, in quella città strinse rapporti di amicizia con gli umanisti, e specialmente con il Traversari. Viaggiò poi in Francia e in Germania. Nel 1431 tornò a Roma e l'anno seguente Eugenio IV lo mandò podestà a Bologna, dove riuscì a ristabilire la pace turbata dalle fazioni. Nel 1434 fu podestà a Siena, nel 1435 a Orvieto. Passato al servizio del card. Vitelleschi ebbe da lui il governo di Trani.

Nulla si sa con sicurezza sulle circostanze che influirono sull'animo del P. per indurlo ad atteggiarsi a liberatore dell'Urbe dal dominio pontificio; in fondo egli non faceva che obbedire alle tradizionali rivendicazioni dei suoi concittadini di fronte alla Curia, che portarono
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(let. Geb. fol. ma.) Porcellana - Piatto in sp. dei Medici (sec. xvi) - Arcezo, Museo civico.
nel 1142 alla ricostituzione del Senato, diedero luogo durante l'esilio avignonese alla creazione dei tribuni, e risorsero durante lo scisma d'Occidente. Lo stesso richiamo alla libertà dell'antica Roma, non era una novità del P. ma trovò in lui un sostenitore più dotto e più facondo. Ad ogni modo nel 1447, durante l'ultima malattia di Eugenio IV e il successivo conclave, il P. incitò pubblicamente i Romani a ribellarsi per restaurare l'antica repubblica. Niccolò V tuttavia gli perdonò e poiché il P. non ristava dai suoi maneggi sediziosi lo inviò in Germania e infine lo confinò a Bologna, sotto la sorveglianza del card. Bessarione. Da Bologna il P. si mantenne in relazione con gli amici che seguivano le sue idee, finché, rotto ogni indugio, alv. fine di dic. del 1452 fuggì dalla città e il 2 genn. 1453, giunto a Roma, si nascose in casa del cognato dove completò il piano della rivolta, arruolando mercenari e fissando l'azione per l'Epifania. Si doveva assalire il Vaticano, impadronirsi di Castel S. Angelo, prendere e in caso di resistenza uccidere Papa e cardinali, e proclamare la repubblica, assumendo il P. la carica di tribuno. Informato in tempo il Papa della cosa e superato il primo sgomento, il camerlengo radunò armati e nulla notte sul 6 genn. assali i ribelli nella casa dov'erano radunati; alcuni di essi si batterono energicamente, il P. cercò rifugio altrove. Scoperto e arrestato, il 7 genn. fece ampia confessione, e il 9 fu impiccato con alcuni compagni, senza che il popolo si movesse. Altri congiurati furono condannati i giorni seguenti.

Si conoscono del P. 16 discorsi tramandati in buon numero di codici a Roma e fuori; alcuni di essi furono anche stampati.

Bibl.: Pastor, I, pp. 365-85; la confessione del P., ibid., pp. 833-38. Quanto ai discorsi, ibid., p. 832 ; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940, pp. 178-83. Roberto Palmarocchi
PORCELLANA. - E una delle grandi classi in cui si dividono i prodotti della ceramica (v.). E a pasta artificialmente composta a freddo sulla base ternaria : caolino, feldspato, quarzo; si consolida ad alta temperatura (da $1350^{\circ}$ a $1420^{\circ}$ ) in un corpo ad incipiente vetrificazione (frattura concoide); bianco, traslucido, non attaccabile dall'acciaio né dalla maggior parte dei reattivi chimici. Richiede, come rivestimento, una coperta feldspatica; senza rivestimento, "a grana di marmo", si chiama alla francese biscuit, e serve a scopi ornamentali. La p. tipica (caolinica) detta anche p. dura, è di origine cinese ma se ne conoscono delle imitazioni quali la p. tenera a base di fritte vetrose (italiana, del sec. xvi,

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poi specialmente francese del sec. xvili); la fosfatica (o inglese, a base di cenere di ossa, ottenuta in Ingliilterra verso la metà del 1700); la magnesiaca (o italiana, composta fra il sec. xvili e il xix in Vinovo [Piemonte] da G. A. Gioanetti).

La parola p. si ritiene da taluno di origine portoghese, perché con quel nome si intende, in lingua lusitana, una conchiglia dei mari di Oriente, splendente e bianca, appunto, come la p. Ma va rilevato che i navigatori portoghesi fecero rotta per le Indie orientali soltanto alla fine del Quattrocento, mentre Marco Polo, vissuto dal 1271 al 1293 alla corte di Cambalik (Pechino), designa con tale voce quel genere di stoviglie prodotte dai ceramisti dell'Impero mongolo, soggiungendo che vengono esportate "per mi le monde». Ciò è confermato da notizie storiche e da cimeli di età assai anteriore al viaggiatore veneziano, che fanno ritenere la p. nota almeno dal sec. ix al mondo islamico, donde assai presto passò in Occidente, tramite il Cairo, lhisanio e Venezia.

I suoi rudimenti possono trovarsi in un tipo di gres porcellanico a corpo grigiastro fatto nel distretto di Tüuh (Chekiang) cs. nel sec. i d. C.,; ma la prima, vera p. translucida, ancora un poco color avorio, si ha con la dinastia T'ang ( $618-906$ ). Il prodotto si perfeziona ancor più sotto i Sung ( $960-1280$ ); e ne sono ben noti, ad es., i capi un po' pesanti, che si soglion dire celodon, a decorazione leggermente graffita o a stampo sotto una coperta di un indefinibile color glauco, altrimenti detti hansai, ed anche ghuri e martaboni; produzione che si continuò ad imitare anche sotto le dinastie successive. Con i Ming (1368-1634) e con i Mancili (dopo il 1644) accento ai pezzi a "guscio d'ovo", cosiddetti per l'estrema sottigliezza delle pareti, si ebbero paste nivee finissime che servirono anche per plastiche deliziose. La terminologia francese (conservata anche ad altre varietà di p. di Cina) chiama questo genere blanc de Chine. Ma il gusto del colore impose superbe tonalità monocrome (p. es., i famosi rossi sang de boeuf e rouge-flandés, gli smalti lucenti della famille verte e quelli neri specchiani, il delicatissimo clair de lune, il meno comune giallo imperiale, e fastose policromie, come quelle dei cosiddetti - cinque colori $\cdot$ ). Speciale ai Ming è la classe del bianco e turchino, largamente diffusa e continuata nel tempo,
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(ist. Gsh. [et. naz.).
Porcellana - Vaso cinese della dinastia Ta-Ming (sec. xvili). Roma, Museo di Palazzo Venezia.
mentre un pallido smalto rosa, introdotto dall'Europa in Cina poco prima della morte dell'imperatore K'ang-hsi (1662-1722), diede origine alla famille rose. Ammessi nel paese i Gesuiti, essi vi eccitarono la produzione di capi a soggetto religioso ( p. dei Gesuiti-), mentre quella più largamente destinata alla esportazione in Europa con motivi anche araldici occidentali, in partenza dal porto di Canton, prese il nome da quel luogo. Lo stesso Giappone era stato invaso dalla p. cinese. La produzione locale, iniziatasi forse con il Seicento, crebbe e si sviluppò nei due secoli successivi, onde furono note anche in Europa le fastose p. dette
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(da G. Morazzoni, Le p. italiane, Milano 1855, tab. II 61
Porcellana - Scatola da the di tipo cinese. Manifatture veneziane Corsi (sec. xvili).
Imari dal porto di Imari, da cui partivano i prodotti delle prossime fornaci di Arita, e quelle dette Kahiemono, dal nome di una famiglia di artefici lungamente operosa. Va appena ricordato che intorno all'anno 1700 Augusto III il Forte, elettore di Sassonia e re di Polonia, ne raccolse in numero così cospicuo da formare la celebre collezione di Dresda.

Ma già da molto tempo l'Europa avidamente ricercava gli antichi prodotti di Cina, ai quali il medioevo annetteva virtù, si potrebbe dire, miracolose; essi pertanto formarono oggetto di doni preziosi, ambitissimi anche da sovrani. La formula di fabbricazione fu lungamente ricercata dagli alchimisti e si han notizie (ma non cimeli superstiti) di speciali inutili tentativi fatti a Venezia, Urbino, Ferrara, Milano. Mancando ancora la conoscenza del caolino, elemento indispensabile a formare la vera p., i prodotti eventualmente ottenuti non potevano essere che imitazioni decorative più o meno riuscite. E invero la cosiddetta "p. dei Medici", composta nell'ultimo quarto del Cinquecento in Firenze dal granduca Francesco I e dagli artefici e ricercatori da lui assoldati, pur rappresentando una conquista della genialità del mecenate e dei suoi collaboratori, dai ca. 50 capi che ne restano risulta formata da una miscela di argilla e di fritte vetrose, alla quale non si può dare che il nome di comodo di p. "tenera". Egualmente a base di fritte vetrose fu il prodotto trovato un secolo dopo in Francia, a Parigi e a Rouen; esso prese poi assetto ed ebbe mirabile vaghezza decorativa a Sèvres con la creazione di quella celebre manifattura. Ivi la p. tenera (o vetrosa, o frittata) continuò a prodursi sino ai primi anni dell'Ottocento, quando il nuovo direttore di Sèvres A. Brongniart la sostituì con la p. caolinica vera e propria. Anche l'Olanda, la Germania e l'Inghilterra tentarono di ottenere quel prodotto. In quest'ultimo paese cs. il 1750 venne introdotta nell'impasto la cenere di ossa, a somiglianza di quanto veniva fatto da quasi un secolo in Germania per ottenere il vetro latteo; e questo prodotto inglese, a base fosfatica, si disse bone-chino, ossia p. di ossa. Alcuni decenni più tardi a Vinovo in Piemonte venivano impiegati i silicati di magnesio sotto forma di talco, ad opera di Vittorio Amedeo Gioanetti; e questo tipo di p. magnesiaca, pur nella breve durata della sua produzione, può ritenersi il prototipo dell'odierna p. cordieritica, che l'industria impiega in particolari esigenze (chimiche ed elettrotecniche).

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Ma la romantica ricerca del modo di comporre la vera p. aveva avuto una conclusione favorevole intorno all'anno 1709. ad opera dell'alchimista tedesco J. F. Büttger. Trattenuto al lavoro da Augusto III e venuto in possesso del caolino, dopo estenuanti ricerche e prove, con il concorso dello scienziato Tschirnhaus egli poté ottenere la prima schietta p. europea. Sorse così a Meisson la giornata manifattura sassone che si valse, per i suoi prodotti, mirabili sia dal lato tecnico che da quello ornamentale, dell'opera di chimici e di artisti insigni, fra cui lo Herold, J. J. Kändler, il Marcolini ecc. Il segreto della lavorazione, nonostante le più gelose disposizioni, non poté essere mantenuto. Vienna nel 1718 ebbe una sua manifattura, Venezia nel 1720 , nel 1733 Doccia in Toscana ad opera della casa Ginori, il cui nome è ancora legato a una delle migliori produzioni italiane; nel 1740 si ebbe un'officina a Capodimonte per volontà di Carlo III di Brabone, che nel 1737 aveva sposato la figlia del l'Elettore di Sassonia. Ogni Stato volle la sua particolare produzione di p. dura; mecenati e industriali vi si dedicarono per vaghezza e per interesse, e la fabbricazione della p. divenne un fenomeno largamente europeo, che sovente assunse aspetti di una vera e propria "malattia". "Arcanisti", artisti e modellatori raffinati diedero l'opera loro alla composizione e alla plastica. Gli ornati furono dapprima condotti sul gusto delle cosiddette chinoiseres, diffuso in Europa dalle ambasciate orientali e poi ancor più volgarizzato dalle opere di viaggiatori europei (tipico esempio è quello di Johann Nieuhof, inviato dalla Compagnia delle Indie Orientali all'Imperatore di Cina, la cui relazione apparve a Leida nel 1665 e in traduzione tedesca quattro anni dopo). Le decorazioni e le figurazioni si ispirarono poi al barocco e al rousco, che dominarono l'Europa, prendendo i soggetti soprattutto dalle stampe francesi contemporanee; e non solo nelle forme dei vasi e dei ricchi servizi da tavola, dipinti a "terzo fuoco", ma, in generale, per le moda, il costume, la commedia dell'arte, le pastorellerie, il cicisbeismo, le scene alla Watteau del momento, insieme con episodi bellici, ritratti di personaggi in placchette e in mezza figura, figurine di genere, animali, fiori, candelabri, ornamenti architettonici applicati a interi "gabinetti" di residenze principesche. Anche le espressioni religiose cristiane (oltre che quelle buddistiche) ebbero notevoli rappresentanze in siffatta nobile materia. Si possono citare, oltre un raro piatto cinese con la Crocifissione, ora al Museo di Bergen (Norvegia), varie plastiche raffiguranti i salienti motivi della fede cattolica, eseguite in officine italiane, spagnole, tedesche, inglesi, quali la grandiosa Deposizione, di Doccia o di Capodimonte, di ca. il 1773, al Museo nazionale di Stoccolma, oltre scene della vita di Gesù e della Passione, figure a tutto tondo della Vergine con il Bambino, dell'Immacolata, della Mater Dolorosa ecc.; ed anche i santi (p. es., quella di s. Carlo Borromeo, modellata dal Lincà nelle officine di Frankenthal, ca. il 1770, al Museo di Monaco, e altre). - Vedi tavv. CXIX. CXX.

Bib.: A. Brongniart, Traité des Arts céramiques ou des poteries, $1^{0}$ ed., Parigi 1844; St. Julien, Histoire et fabrication de la porcelaine chinoise, ivi 1836; A. J. Jacquemart et E. F. Le Blant, Histoire artistique, industrielle et commerciale de la porcelaine, ivi 1862; Ch. Davillier, Les origines de la porcelaine en Europe, ivi 1882; G. Vogt, La porcelaine, ivi 1893; W. Rieke, Das Porzellan, Halle a. S. 1907; Ch. de Grollier, Manuel de l'amateur de porcelaines. Manufactures européennes, Parigi 1914; W. Burton, A general history of porcelain, Londra 1921; R. L. Hobson, The Catalogue of the George Eumorphopoulos Collection of chinese, corean and persigu pottery and porcelain, ivi 1923; F. H. Hoffmann, Das Porzellan, Berlino 1932; G. Morazzoni, Le p. italiano, Milano 1935; G. Liverani, Catalogo delle p. dei Medici, Fecnza 1936.

Gaetano Ballardini
porcia (de Purlileis, di Porciglia). - Famiglia feudataria del patriarcato d'Aquileia, aveva i suoi possessi fra il Tagliamento e la Livenza e teneva l'avvocazia della Chiesa di Concordia; un ramo passato olt'Alpe ebbe grado principesco con la contea di Ortenburg in Carinzia.

Un Federico fu vicedomino del patriarcato (1381) e poi ebbe il vescovato di Comacchio; Girolamo fu vescovo
di Torcello (1514-26), mentre in questa età un Giacomo fu buon cultore di studi umanistici. Un altro Girolamo, figlio di Venceslao, fu nunzio pontificio alla corte di Graz nel 1570 e nel 1573 ; nel 1593 fu nunzio straordinario in Svizzera, m. nel 1601. Più noto è Bartoiamico protonotario, n. nel 1540 , amico di s. Carlo Borromeo che gli cedette l'abbazia di Maggio nel 1567. Nel 1570 fu visitatore apostolico nel basso Friuli, Aquileia e Gorizia; il 3 giugno 1573 fu inviato come nunzio ad partes Germaniae e precisamente nella Germania sud-orientale. In quest'ufficio compì lunghi viaggi per regolare le sorti della Chiesa in questi paesi, finché morì a Praga il 12 ag. 1578. I suoi dispacci si hanno in Nuntiaturberichte aus Deutschland, III, P., pp. 1572-83; lettere sue fra quelle di s. Pietro Canisio (v. P Paschini, Un diplomatico friulano dello Controrifurma: B di P., in Memorie stor. foroglini., 30 [1934], pp. 27-74). Girolamo di Alfonso, n. verso il 1559 , fu referendario di segnatura sotto Gregorio XIV; nell'apr. 1592 fu inviato come nunzio alla corte di Graz e collaborò al ristabilimento del cattolicesimo nel paese; partecipò alla Dieta di Ratisbona nel 1594. Fu nominato vescovo di Adria il 7 ag. 1598, ma non lasciò la nunziatura che alla fine del 1606. Morì a Porcia il 23 ag. 1612 con fama di eccellente prelato. Leandro (al battesimo Egidio) di Fulvio per parte di madre nipote del card. Leandro di Colloredo, n. il 24 dic. 1673, monaco benedettino a S. Giustina di Padova, dove insegnò teologia seguendo i metodi nuovi; tenne poi questo insegnamento a S. Callisto a Roma. Abate di S. Paolo nel 1722 e consultore nelle più importanti congregazioni romane, fu eletto vescovo di Bergamo il 12 apr. 1728 e creato cardinale il 20. Lasciò il vescovato il 22 nov. 1730. Nel Conclave del 1740 fu sul punto di essere creato papa; mori il 10 giugno, prima dell'elezione del nuovo Pontefice.

BibL.: E. del Torso, Cenno storico sui conti e principi di Porcia e Brugnera, Udine 1933; P. Paschini, Storia del Friuli, II-III, ivi 1935, passim; id.. I vescovi originari della diocesi di Concordia, ivi 1948, pp. 13-22; id., Eresia e riforma cattolica al confine orientale d'Italia, Roma 1951, p. 133 sgr. Pio Paschini

PORCIO FESTO. - Procuratore della Giudea dal 60 al 61-62 d. C. (date di U. Holzmeister), di cui parlano Act. 24, 27 - 27, 1. E lodato per la sua attitudine ed abilità. Giunto a Cesarea nell'estate, dopo la deposizione del predecessore Antonio Felice (v.), vi trovò Paolo prigioniero (ibid. 24, 27).

Salito dopo tre giorni a Gerusalemme, i maggiorenti giudei gli chiesero di tradurre colà l'imputato, sperando di riuscire a sopprimerlo con un agguato lungo il tragitto. P. F. invitò gli accusatori al suo tribunale di Cesarea, dove essi moltiplicavano invano accuse che non potevano provare. Alla richiesta di P. F. a Paolo se voleva salire a Gerusalemme per essere colà giudicato dal sinedrio in sua presenza, l'Apostolo rispose: «Sto al tribunale di Cesare: qui mi si deve giudicare... Appello a Cesare». P. F., dopo aver conferito con il suo Consiglio, rispose: "Appellasti a Cesare, a Cesare andrai! » (Act. 25, 10-12).

Essendo giunti nel frattempo a Cesarea in visita di omaggio Agrippa II (v.) e Berenice (v.), P. F. li pregò di ascoltare Paolo, onde avere informazioni per l'alogium da inviare con il prigioniero a Nerone. Udendo Paolo, al termine della sua apologia, parlare di risurrezione dei morti, P. F. gli disse bonariamente: "Paolo, impazzisci! I molti libri ti fanno andare in pazzia! ". E Paolo: "Non impazzisco, eccellentissimo Festo, bensì pronuncio parole di verità e di saggezza! (Act. 26, 24-25). Nell'autunno del 60 P. F. affidò Paolo al centurione Giulio, perché lo conducesse a Roma.

Si discute sull'anno d'inizio dell'ufficio di P. F., importante per la cronologia di s. Paolo. Attualmente la maggioranza degli studiosi si accorda per l'anno 60 d. C. Anche G. Ricciotti, che nella Storia d'Israele (II, Torino 1934, § 414) fissava tale data a 62, ora, in Paolo Apostolo (Roma 1946, p. 146), preferisce il 60. P. F., nel suo breve governo, durato poco più di un anno, ristabili l'ordine pubblico turbato da bande di sicari che pugnalavano,

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saccheggiavano, incendiavano dovunque. Troneò pure la sedizione di un falso messia che attirava le turbe nel deserto, uccidendolo con i suoi adepti. Morì ancora in carica ed ebbe per successore Albino (v.).

Bibl.: U. Holzmeister, Historia aetatis Novi Testamenti, Roma 1932, pp. 117-25 (trad. it. e rimateggiamento di C. Zodda, Torino 1530, pp. 106112).

Pietro De Ambroggi
Pordenone, Giovanni Antonio Sacchi (de Lodesanis, de Sacchis), detto il. - Pittore, n. a Pordenone nel 1483 1484, m. a Ferrara il 12 genn. 1539. Figura complessa di artista, tuttavia facilmente individuabile nelle varie fasi della sua attività, a partire dalla formazione avvenuta nell'ambiente veneto di terraferma collegato al Montagna e dominato da Giovanni Francesco di Tolmezzo, e che rimarrà sempre alla base delle sue diverse esperienze.

Sono infatti legate a quell'ambiente le opere precedenti al viaggio, compiuto con Pellegrino da S. Daniele a Ferrara (1508), fra cui il trittico a fresco nella parrocchiale di Valeriano del 1506 , mentre i primi influssi giorgioneschi compaiono soltanto verso il 1511 nella Madonna e Santi proveniente da Collalto, ed ora nelle Gallerie di Venezia, per accentuarsi nelle opere successive, quali le pale di Susegana, Vallenoncello e del duomo di Pordenone (1515).
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(da G. Fiesco, Mostra del P., Udine 1688, tav. 21) Pordenone, Giovanni Antonio - Madonna delle Misericordia (1515) - Pordenone, Duomo.
![img-32.jpeg](img-32.jpeg)
(fts. Alinari)
Pordenone, Giovanni Antonio - Il mistico sposalizio di s. Caterina; ai lati i ss. Pietro e Paolo - Piacenza, chiesa della Madonna di Campagna.

Un viaggio a Roma, compiuto dal P. intorno al 1516, segna una nuova fase nella sua pittura in cui il vigoroso plasticismo di origine tolnnczina, che accanto ai veneziani aveva assunto veste cromatica, si rafforza a contatto delle opere di Raffaello e Michelangelo, con in più un nuovo senso dello spazio. Il P. si esprimerà allora in modo quasi violento, rivestendo le figure di un colore dominato dal chiaroscuro, imprimendo alle immagini un moto che prelude visioni barocche. Sono di questo periodo gli affreschi della parrocchiale di Rorai, del duomo di Treviso (1520), di quello di Cremona (scene della Passione, 1521-22), la pala di Torre (1520-21), la pala Schizzi (1522), l'opera forse più significativa di questo momento, assieme con le portelle d'organo del duomo di Spilimbergo e i due Santi nella chiesa di S. Rocco a Venezia (1528); mentre si esprime con un linguaggio più sobrio negli affreschi di S. Maria di Campagna a Piacenza (1529-31), nella pala Giustiniani in S. Lorenzo a Venezia eseguita negli stessi anni, giungendo alla sua ultima esperienza grazie ai contatti con il Parmigianino (v.). Gioverà a questo punto ricordare l'importanza che il P. ebbe nel diffondere in terra veneta il linguaggio manieristico emiliano, così ricco di conseguenze negli ulteriori sviluppi dell'arte a Venezia (v. TINTONETTO). Tutti gli influssi subiti rimangono sempre ben leggibili nella vasta e qualitativamente discorde produzione di questo maestro, che tuttavia attraverso il proprio eclettismo seppe giungere ad un linguaggio personale fatto di colori e di ritmi compositivi di grande effetto, sostenuto da una fervida fantasia che, sebbene inflacchita negli ultimi anni, gli permise di creare ancora un capolavoro nella sua ultima opera, il Noli me tangere nel duomo di Cividale.

Bibl.: W. Arslan, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, pp. 271272; C. Gamba, s. v. in Enc. ital., XXV, p. 941; G. Flocco, G. da P., Udine 1939; id., G. A. da P., Venezia 1941; R. Pallucchini, La pittura veneziana del Cinquecento, I, Novara 1944, pp. XXIIII-XXIV; P. D'Ancona, Unsancimo e Rinascimento, $2^{\circ}$ ed., Torino 1948, pp. 616-17.

Maria Donati
PORETE, Margherita. - Beghina eretica, n. nello Hainaut (diocesi di Cambrai), m. sul rogo a Parigi il $1^{\circ}$ giugno 1310 . Autrice di un dialogo mistico: Le miroser des simples dmes onianties et qui seulement demeurent en vouloir et desir d'amour, testo fondamentale del bergardismo, condannato nel Concilio di Vienne (1311). Fu tra il 1296 e il 1306 diffidata una prima volta a Valenciennes dal vescovo di Cambrai, Guido, e il suo libro arso in pubblico, come ereticale. Insistendo a diffondere libro e dottrine, fu nell'autunno del 1308 incarcerata e processata dall'Inquisizione di Parigi quale relapsa e,

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trovata colpevole, consegnata al braccio secolare, che la condannò al rogo. I documenti del processo sono in P. Fredericq, Corpus documentarum Inquisitionis haereticae pravitatis Neerlandicae, I, Gand 1899, pp. 155-60, e II, pp. 63-65.

Pot