lle Scuole di Algersdorf; ma nel 1851 , l'11 nov., la casa di Vöcklabruck fu dichiarata indipendente e con proprio noviziato. La separazione fu, all'inizio, osteggiata dal vescovo di Linz, il quale poi nel 1861 la riconobbe e la eresse in congregazione a voti semplici. Diffusosi presto in tutta l'Austria, l'Istituto ebbe il decreto di lode il 26 apr. 1929, e il 21 ag. 1937 l'approvazione definitiva dell'Istituto e delle Costituzioni. Attualmente le suore sono 791 distribuite in 67 case.
Bibl.: Archivio S. Congr. dei Religiosi, L. 77.
Giulio Mandelli
POVERI LOMBARDI. - Setta eretica, diffusa in Lombardia, derivata per separazione dai poveri di Lione o valdesi. Già nei primi tempi del movimento evangelico-pauperistico di Valdo, forse per opera di lui stesso, si costituirono in Lombardia gruppi di seguaci, in unione dottrinale e gerarchica con i correligionari della Francia, sotto la direzione dello stesso fondatore. Condannate da Lucio III e Federico I Barbarossa (Verona 1184) le sétte dei poveri di Lione e degli umiliati, il gruppo estremista di questi ultimi influì con le proprie forme di vita sui valdesi lombardi, i quali, a loro volta, comunicarono agli umiliati eterodossi il proprio anticlericalismo. Le due frazioni ereticali confluirono a formare la setta dei p. 1.
Ca. il 1205 l'illetterato «anziano* valdese Giovanni da Ronco (località piacentina presso Corneliano) separò la congregatio o societas dei "fratres italici *, che si chiamavano anche "pauperes spiritu *, dai fratelli "ultra" montani *, detti anche "pauperes de Lugduno * o sleonistae *. Nella scissione, invano scongiurata, influì l'au-
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mentata efficienza del gruppo lombardo, estesosi anche in Germania con il nome di Runcarii o Runcaroli (dalla suddetta località di Ronco), e soprattutto la diversità dei principi dottrinali e delle forme organizzative. Mentre i membri della comunità francese, sistemati democraticamente sotto l'autorità e le direttive di Valde, rinunciando alle ricchezze, abbandonavano moglie e casa, e lasciando affari e lavoro pellegrinavano e mendicavano, i p. 1. si diedero un capo e un governo proprio, e sotto l'influsso degli umiliati esercitarono il lavoro associato possedendo case e campi, conservando il vincolo matrimoniale, e solo per eccezione permisero la separazione dei coniugi. Come i valdesi di Francia i p. I. credettero che Gesù Cristo proibisse nel Nuovo Testamento alle autorità secolari l'esercizio del potere coercitivo, particolarmente quanto alla pena di morte per gli eretici e l'uso del giuramento; si consideravano i restauratori della vera Chiesa e accentuarono l'avversione morale e dottrinale alla Chiesa cattolica, che ritenevano deviate dal tempo di s. Silvestro e dell'imperatore Costantino; negarono al sacerdozio cattolico il potere di conferire validamente i Sacramenti, di predicare, di comandare; asserirono essere lecito ribellarsi ad esso e trasgredire i precetti ecclesiastici e attribuirono ai laici di buona condotta la facoltà di consacrare l'Eucaristie; però, durante un convegno nel territorio milanese, alcuni, che costituirono in seguito una frazione secessionista detta "de Prato", si rifiutarono al rito eucaristico compiuto da Giovanni da Ronco con un boccale di vino, riaffermando il principio cattolico che soltanto un sacerdote ordinato dalla Chiesa romana può compiere azioni sacramentali, e che solo il prelato o sacerdote esercita validamente il suo ufficio. Anche i valdesi francesi ritennero per qualche tempo questi legami sacramentali con la Chiesa cattolica.
Nel maggio del 1218 un incontro ufficiale nelle vicinanze di Bergamo, tra valdesi francesi e p. 1., per tentare un ritorno all'unità di dottrina e di organizzazione, falli e in seguito le dottrine delle due correnti si svilupparono in senso sempre più eterodosso. I p. 1. ca. il 1235 imposero l'osservanza del celibato fino al punto di costringere i mariti a separarsi dalle loro mogli anche contro la loro volontà. Tebbero per vescovo un certo Andrea "de Gruara", ai loro sacerdoti detti "sandaliati" era riservato il potere di consacrare; anche le donne potevano predicare.
Bist... cf. le fonti e la letteratura della voce valdesi; L. Zanoni, Gli umiliati nei loro rapporti con l'eresia, Milano 1911, pp. 84-93; A. De Stefano, Riformatori ed eretici del medesimo, Palermo 1938, pp. 273-97. Le opizioni dei suddetti autori sono discusse da Ilarino da Milano, Il "Liber supra Stella» del piacontino Salto Borri contro i Catari ed altre correnti ereticali, in Aesom, 17 (1943), pp. 90-121; T. Racppeli, Une somme contre les hérétiques de st Pierre martyr (?), in Archimun Fratr. Praedicatorum, 17 (1947), pp. 305. 333-34; A. Doudairo, Le manuel de l'inquisiteur, ibid., 17 (1947), pp. 183-86; id., La hiérarchie cathare en Italie, ibid., 20 (1950), pp. 317-19. Ilarino da Milano
POVERTA.-Stato di chi, privo del superfluo e del conveniente, e spesso anche del necessario alla vita, è esposto a privazioni e tribolazioni. Esso interessa, con l'economista e il sociologo, anche il teologo e l'asceta per l'opposizione che implica alle tendenze del mondo verso la ricchezza e la potenza.
La p. varia secondo i luoghi, i tempi e le persone. Oggi si suole distinguere la p., che suppone l'assenza delle comodità usuali, qualche volta le molestie ed anche l'incertezza del domani, da quella p. detta "indigenza" che suppone la privazione anche del necessario (da var lutarsi pure in relazione alla classe sociale cui appartiene l'individuo), e da quella che chiamasi "miseria" e che implica la mancanza di tutto (Breton, v. bibl., p. 33).
Nel campo morale si considera la p., che suoi dirsi di necessità, e quella volontaria; la p. affettiva e quella effettiva, per cui si vive distaccati dai beni temporali, secondo una diversa gradazione, variamente determinabile, come varia è la determinazione del necessario e del superfluo, e che va dalla rinunzia al solo superfluo sino alla privazione anche del necessario. Sul motivo che l'ispira e sui suoi gradi si fondano i diversi aspetti
della p.: morale-precettivo, morale-ascetico, morale-giuridico e morale-mistico.
1. La p. per necessita. - E quella che, né direttamente né indirettamente voluta, è imposta da fattori esterni. Se ha larga manifestazione come fenomeno sociale, si ha il pauperismo (v.). La dottrina cattolica impone a questi poveri per necessità doveri, ma riconosce anche i loro diritti e i conseguenti doveri degli altri.
I diritti dei poveri sono molteplici. Nel caso di estrema necessità si ha, anteriormente al dovere, il diritto di prendere il necessario dagli altri, né in questo caso si può parlare di furto, perché, oltre tutto, il diritto di proprietà venne introdotto appunto perché ognuno avesse il necessario, e pertanto cessa quando questo necessario manchi. Questo principio, anche se di diritto naturale e conosciuto dai pogani (per la Cina antica, v. S. Lokuang, Ricchi e poveri nel confucianesimo e nel tootono, Roma 1946, p. 29), specialmente nel mondo grecoromano, riceve nella dottrina cattolica una nuova luce. Fuori del caso di estrema necessità invece, ordinariamente si ritiene che il povero non abbia il diritto di esigere per vie giuridiche il superfluo del ricco, in quanto non è determinata giuridicamente la persona che il ricco deve soccorrere, e il ricco ha la potestas dispensandi e quindi può distribuire il suo superfluo secondo un suo prudenziale arbitrio. Altra questione è se i poveri presi collettivamente abbiano il diritto di insorgere contro il governo quando questo sia uno strumento evidente di oppressione di essi e di favoreggiamento anche economico dei ricchi, rivelando le caratteristiche di un governo tiranno. Horvath (v. bibl.) sostiene in quel caso l'esistenza di quel diritto nella classe dei poveri, anche se nega l'opportunità delattuazione.
Per elevare il tenore di vita dei poveri moralmente si ammette in essi il diritto ad un giusto salario (v.) non solo individuale, ma anche familiare (v. giustizia sociale). In secondo luogo si riconosce loro un diritto al lavoro(v. Pio XII, Messaggio Pentecoste 1941, encicl. Sertum laetitiae) ed un diritto alla proprietà (id., Messaggio Natalizio 1942). In genere può dirsi che le discordanze dottrinali circa le obbligazioni di giustizia dei ricchi verso i poveri provengono principalmente dal fatto che non si distingue la giustizia controllata solo dal fòro interno da quella controllabile anche nel fòro esterno; ed anche perché non si sa come conciliare questo diritto con una delle categorie aristoteliche della giustizia, comunemente accolte anche nei manuali di teologia morale.
Ai diritti dei poveri corrispondono i doveri verso di essi da parte dei singoli, della Chiesa, dello Stato. Prima della società, ogni uomo ha il dovere di aiutare l'altro uomo (v. elemosina). Qualunque sia la natura di questo dovere, che Pio XI chiama "gravissimo" (encicl. Quadragesimo anno), la dottrina cattolica raggiunge la perfezione più alta proponendo che, per una realtà vera, soprannaturale, anche se mistica, nel povero si nasconde lo stesso Dio, il quale essendo il vero padrone di tutto ha il diritto su tutte le nostre cose e su noi stessi. Perciò i poveri sono in Cristo nostri padron., come affermano i testi della Tradizione. Per questo nel cristianesimo tale strettissimo dovere dei singoli verso i poveri non può limitarsi al solo superfluo, troppo umanamente ed egoisticamente determinato. Tale dovere dei singoli ha enormi conseguenze nel campo della remissione dei peccati e della salvezza. Gesù nell'ultimo Giudizio parla della trasgressione di quel dovere nei singoli (Mt. 25, 41 sgg.). E il precetto di Giovanni di dare una tunica a chi non ne ha, è rivolto al singolo che ne avesse due (Lc. 3, 11 e, cosi almeno secondo una interpretazione tradizionale, ibid., 11, 41). La Chiesa ha un diritto, prima che un dovere, della cura dei poveri. Essa infatti bandì la massima ben nota "res Ecclesiae res pauperum " che entrò anche nella legislazione ecclesiastica: concili, collezioni canoniche dal Decreto di Graziano fino alle ultime legislazioni. Anche i popoli ricchi hanno precisi doveri verso i popoli poveri. Dio creò la terra e le sue ricchezze per tutti, perciò sorge un diritto nei popoli poveri quando il suolo di questi non è capace di mantenerli. "Più di una volta è inevitabile che alcune famiglie, di qua e di là, emigrando, si cerchino
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altrove una nuova patria. Allora secondo l'insegnamento della Rerum novarum va rispettato il diritto della famiglia ad uno spazio vitale» (Pio XII, Messaggio Pentecoste 1941). Di qui nasce il diritto dei popoli poveri ad emigrare, che, congiunto strettamente con il diritto ai mezzi di sussistenza, non può essere impedito, ma deve internazionalmente riconoscersi, anche se disciplinabile.
II. P. volontaria. - Si ha quando è cercata per conseguire una finalità, o semplicemente umana o soprannaturale. Se la p. fosse voluta per evitare il lavoro e costringere gli altri a dare soccorsi, allora è moralmente deprecabile prima che socialmente disastrosa; in tali poveri la stessa mendicità è illecita e può esser vietata anche dalla legge. Ordinariamente per p. volontaria si intende lo stato di coloro che si rendono volontariamente poveri per amor di Dio. Questa p. è graduale e relativa con diversi aspetti teologico-morali.
La p. volontaria è di precetto in un certo grado. Non di rado si ritorna sulla distinzione della p. affettiva da quella effettiva per affermare che quella e non questa sia propriamente di precetto. Eppure il Vangelo sembra esigere da tutti la p. effettiva, almeno in un dato grado. La prima delle beatitudini evangeliche plaude ai poveri spiritu (Mt. 5, 3); molti interpretano spiritu nel senso di distacco affettivo (L. Pirot, Beatitudes évangéliques, in Dils, I, col. 932). Ma, a prescindere che spiritu non si trova in s. Luca, non sembra esatto che solo la p. affettiva sia di precetto. Infatti vi è un grado minimo di p. moralmente necessario a ciascuno; ci si deve distaccare anche effettivamente dal superfluo, almeno dal superfluo al proprio stato, e, nel caso di estrema necessità del povero, ci si deve distaccare anche dal necessario alla persona. Anzi, oltre il caso di estrema necessita, non mancano nella tradizione cattolica i testi che affermano che si debba dare, almeno per carità, parte del necessario.
Pertanto in questi primi gradi di distacco effettivo dalle cose, molti ammettono un vero precetto per tutti, più grave per i ricchi. E che questi primi gradi di distacco effettivo appartengano ai primi gradi della p. volontaria si può dedurre da s. Alberto Magno (Moriate, q. 71, ed. Borgnet, XXXVII, p. 127 sg.) e da s. Tommaso, non solo in quanto il ricco è tenuto a spogliarsi del superfluo e del necessario alla persona nel caso di estrema necessità, ma anche per la relazione che questi precetti hanno con la p. (cf. almeno implicitamente in Sum. Theol., $3^{2}$, q. 40, a. 3, specialmente nell'ad. 1); s. Tommaso dice inoltre che quella parola spiritu si può intendere in diversi modi: a...Paupertes spiritu intelligi potest vel exinatitio inflati et superbi spiritus, ut Augustinus exponit... vel etiam abiectio temporalium rerum, quae fit spiritu, idest propria voluntate ( $=$ p. effettiva volontariat per instinctum Spiritus Sancti, ut Ambrosius, et Hieronymus exponunt» (Sum. theol., $2^{2}-2^{20}$, q. 19, a. 12).
D'altra parte, dal paragone dei "beati pauperes" con il "sse divitibus" appare il carattere di esclusività della prima delle beatitudini (v.), condizione per entrare nel Regno di Dio : tutti debbono praticare la p., quindi anche i ricchi, non solo affettivamente ma anche effettivamente, almeno per quanto riguarda l'effettivo spogliamento delle cose temporali ad essi superflue.
Alcuni riferiscono la p. alla virtù della temperanza, seguendo s. Ambrogio (Breton, v. bibl., p. 20) mentre i Salmanticensi con altri ritengono che la p., in quanto è virtù, non debba forse differire dalla liberalità (Giuseppe, dello Spirito Santo, v. bibl., p. 48). Sembra che la p. nei suoi primi gradi, che sono di precetto, debba collegarsi alla temperanza, se la rinunzia al superfluo nel ricco si riguarda sotto il fine solo di moralità individuale, mentre poiché il precetto è collegato con quello di darlo agli altri, si può dire che la p. si collega anche con la liberalità e con quelle virtù sociali, che presiedono all'obbligo di distribuire il superfluo.
La p. volontaria è stata raccomandata da tutta la tradizione cattolica come consiglio evangelico, molto utile alla conquista della perfezione cristiana. L'esempio di Gesù e anche della prima comunità cristiana hanno dato un valore concreto e pratico alla realizzazione di una totale p. effettiva. Il primitivo comunismo d'amore visse
nella Chiesa e vive tuttora sia nelle Congregazioni religiose, sia nella pratica individuale, come mezzo di perfezione. Le anime cristiane, anche se teoricamente sappiano che non sia necessario ad salutem vendere tutto, riconoscono però che non si può arrivare ad una vera perfezione cristiana senza un crescente distacco dalle cose terrene. La vita della Chiesa in questo mondo ha bisogno della doppia simultanea realizzazione: della proprietà e della p., perché con la prima viene assicurato il sostentamento necessario di ognuno in un modo più sicuro, nello stato attuale di natura corrotta, e con la p. esercitata anche al di là del precetto i proprietari hanno gli esempi reali viventi di un distacco effettivo da tutto, per amor di Dio, se credono difficile distaccarsi almeno dal solo superfluo.
Questa p. di consiglio suppone evidentemente la p. affettiva, che è già di precetto per tutti, cioè il distacco dalle cose terrene, ed include il distacco effettivo da quelle cose che sono in qualche modo necessarie. Questa p. di consiglio così intesa ha diverse gradazioni : a) rinunziare alle cose necessarie al proprio stato, quando ciò non sia richiesto anche per precetto, almeno per modum actus. Questa rinunzia può essere totale, se ci si contenta di vivere puramente e non secondo le esigenze della condizione sociale cui si appartiene, o parziale, se si rinunzia solo a qualche cosa che comunemente dai buoni fedeli è ritenuta necessaria alla persona. Bisogna però tener presente che qualche volta questa rinunzia, come avverte Alessandro di Hales (De superflue: ms., Parigi, Bibl. noz., lat. 18406, f. 120 d) non è lecita per qualche circostanza, come quella dello scandale, in quanto gli altri potrebbero attribuire tale rinunzia ad avarizia. S. Tommaso insegna (2²-240, q. 32, a. 6) che sarebbe inordinato sottrarsi quello che è assolutamente necessario a vivere secondo la propria condizione sociale, eccetto che, fra gli altri essi, «essi sint necessaria ad convenientiam vitae, tamen de facili resarcisci possunt, ut non sequatur maximum inconveniens». b) Rinunciare a tutte le cose possedute, mutando stato per amor di Cristo, come nei religiosi. Ma anche qui è supposto che si abbia in qualche modo il necessario al proprio sostentamento, cui non è lecito rinunziare (cf. Summa fr. Alexandri de Hales, pars IV, q. 30, m. I sgg., Venezia 1575, f. 435 c-d). c) Anche nella p. dei religiosi ci sono diverse gradazioni, che vanno dalla rinunzia anche alla proprietà privata delle cose necessarie mantenendone solo la proprietà comunitaria ed un uso mediocre delle cose, fino alla rinunzia anche in comune delle proprietà, mantenendo solo l'uso delle stesse cose necessarie, come presso i Frati Minori.
Questa p. di consiglio è una via ascetica di grande efficacia. Nello stato attuale della natura corrotta dell'uomo, la p. di consiglio appartiene alla perfezione, come mezzo al fine. Il che è attestato dal Signore (Lc. 19, 21) : Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e donato ai poveri...; poi vieni e seguimi». La p. è un mezzo migliore della ricchezza per raggiungere la perfezione. I testi scritturistici non lasciano dubbio : mentre le ricchezze sono proclamate sempre un pericolo per la salvezza, la p. viene esaltata come una prima ottima disposizione per il Regno di Dio. I santi ricchi furono pochissimi (s. Bonaventura, Expositio super Regulam Fratrum Min., ed. Quaracchi, VIII, p. 423, 18).
La p. di consiglio non è indispensabile alla perfezione come quella di precetto, né è l'unico mezzo per raggiungere la perfezione. Non è l'assenza della perfezione; perciò è detta un mezzo e non un fine. Si può però discutere se una tale p. sia il mezzo principale, o meglio fondamentale, per raggiungere una vera perfezione. Questo non è da tutti inteso ed affermato egualmente. Nella spiritualità francescana, p. es., si ha la tendenza a considerarla come mezzo fondamentale: quanto più cresce la p. materiale tanto più crescerà, nella pietà francescana, il ravvicinamento e l'amore al Cristo.
La p. volontaria non di rado è intesa nel senso metaforico di distacco da tutto, anche da se stesso, dai propri giudizi, dai propri pensieri, dalle proprie inclinazioni anche legittime, per amor di Dio e per non offendere il prossimo. E si parla anche di quella p. mistica che viene infusa, con una Grazia speciale, dal Signore e che può ar-
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rivare fino all'estasi ed all'abbandono per madum actus anche della pesantezza corporale, nella contemplazione divina.
Quando la p. volontaria viene suggellata anche con una promessa votiva, entra nel campo del voto (v.) e della virtù della religione. Se il voto di p. è non solo privato, ma anche pubblico, entra sotto il controllo del foro esterno, come ogni voto riconosciuto dalla Chiesa.
III. Voto di p. - La p., scelta volontariamente come stato di vita e confermata dal voto, sta alla base della vita religiosa in senso canonico. Generalmente obbliga tutti i singoli religiosi a non avere (lecitamente o anche validamente) qualche cosa di proprio o ad usare di qualche cosa come propria. Il voto di p. è come un mezzo per ottenere le virtù della p., che è il fine.
Chiunque emette il voto solenne di p. perde per ciò stesso in perpetuo e indipendentemente da qualsiasi rinunzia: 1) ogni diritto di proprietà ed ogni altro diritto reale sulle cose temporali esterne (beni di fortuna) che prima della professione erano in sua proprietà e possesso; 2) la capacità di acquistare per sé nuovi beni temporali, sia quanto al dominio, sia quanto all'usufrutto od uso, indipendentemente dalla volontà del legittimo Superiore (cam. 579, 581, 582). Molte discussioni si fanno sulla disponibilità dei beni, di cui si prevede l'acquisto per eredità.
Chi emette il voto semplice di p. non perde la proprietà o dominio radicale dei beni che aveva al tempo della professione (v.) e neppure perde la capacità all'acquisto di nuovi beni, ma solo la libera disposizione delle cose e la libertà di uso, indipendentemente dalla licenza dei Superiori, espressa o almeno presunta.
Il voto solenne di p. esclude dai singoli religiosi solennemente professi la proprietà, ma non impedisce la proprietà e il possesso, da parte della comunità, dei beni che sono proporzionati al fine della stessa società. Ma può darsi che il voto di proprietà escluda dalla comunità stessa il diritto di proprietà in diversi gradi. Il Concilio Tridentino (sess. XXV, cap. 3 de regul.) concesse la capacità di possedere in comune a tutti i monasteri e case religiose di uomini e donne, anche mendicanti, eccetto i Cappuccini e i Minori dell'Ordine francescano. I Carmelitani Scalzi e la Compagnia di Gesù rinunziarono a questa facoltà, sia pure con alcune restrizioni. Per dare quindi un giudizio sul duplice grado di p., per quanto riguarda le comunità, occorre attendere alle costituzioni ed ai temperamenti introdotti dalla S. Sede. In pratica poi occorre attendere anche alla legislazione civile, che spesso non riconosce il diritto canonico e quindi sono necessari certi atti che di per sé sarebbero in contrasto con il voto di p .
Il voto di p. si estende a tutti i beni esterni stimabili in valore pecuniario (beni di fortuna). Le cose quindi non stimabili in valore pecuniario, come la buona fama, ecc., non sono oggetto di voto. Sono oggetto di voto (le opinioni in materia sono però molte e contrastanti) i manoscritti atti per la stampa, almeno quando il religioso sia stato incaricato di fare il lavoro, oppure la religione abbia sostenuto delle spese a tale scopo. Il voto di p. per sé si estende solo agli atti esterni; ma la violazione può avvenire anche con atti interni, attinenti materia proibita per voto. Il voto di p. viene violato con il disporre arbitrariamente, ritenere, consumare, accettare cose all'insaputa dei Superiori; con il domarle, alienarle, prestarle, usarle oltre il tempo concesso dai superiori; con il devolverle ad altri scopi, che non siano quelli intesi dai Superiori; con il trascurare le cose che siano state affidate al religioso per la conservazione e l'uso; con l'avarizia o sciupio nella distribuzione delle cose affidate ai religiosi. La violazione costituisce peccato grave, quando la materia sarebbe grave in caso di furto, oppure, in caso di violazione nell'uso delle cose, quando il valore dell'uso è di notevole importanza e gravità. Se un professo di voti semplici dispone ancora di cose di sua proprietà, per avere materia grave nella violazione del voto si richiede un valore quattro o cinque volte superiore.
Esiste l'obbligo di riparazione in caso di violazione del voto: l'obbligo di riparazione non esige però che il religioso ai privi delle cose necessarie al suo conveniente
sostentamento, ma solo che eviti spese che lecitamente potrebbe fare, oltre al suo conveniente sostentamento, con i beni della casa religiosa. Spesso si può presumere la rinunzia alla riparazione da parte del legittimo Superiore. La concessione fatta al religioso di beni di fortuna o del loro uso per le proprie necessità personali si chiama peculio (v.) e può essere indipendente o dipendente dal Superiore. Per quanto riguarda il periodo di noviziato, v. la relativa voce. - Vedi tav. CXXVI.
BibL.: cf. i testi di diritto canonico, ad es., Wernz-Vidal, II. n. 339 sgg. Per la dottrina biblica e patristica, oltre le opere citate alla voce maritipini evangeli, che, v. O. Schilling, Reichtum und Eigentum in der alichristi. Liter., Friburgo in Br. 1908; E. Troeltsch, Die Soziallehren der christl. Kirchen und Gruppen, Tubinga 1912: trad. it. Firenze 1941; M. Preisker, Tureltrik's Darstellung der sozialen Lehre des Evangeliums, in Theol. Stud. und Krit., 94 (1912), pp. 1-54; J. Leopoldo, Jesus und die Armen, in Neue kirchl. Zeitschr., 28 (1917), pp. 784-810; L. Tondelli, P. e ricchezza nel Vangelo, in La scuola cult., 1921, pp. 26-42; J. Pirot, Jésus et la richesse. Parabole de l'intendent astucieux, Marsiglia 1944; A. Gschossmann, Reich und Arm im Neuen Testament. Ein Beitrag zur neutestament. Soziologic. Bonn 1945; I. Giordani, Il messaggio sociale di G. C., degli Apostoli, dei primi Padri della Chiesa, dei grandi Padri della Chiesa, 4 voll., Milano 1943-47; S. Giet, La doctrine de l'appropriation des biens chez quelquesuns des Pères, in Rech. de science relig., 35 (1948), pp. 55-91. Scolastici : Simon. Theol., 27-27, n. 19, 2, 12; 37, 9, 35, 2, 7; 37, 9. 40, 2, 3; 2. Bonaventura, Apologia pauperum (ed. Quaracchi, VIII, pp. 233-330); Quaestiones disputatae : De perfectione evangeliia, q. II, de paupertate (ibid., V, pp. 124-85); B. Lupinski, Drei Thomas de uta divitiarum doctrina, Friburgo 1910; A. Horvath, Das Eigentumsrecht nach dem heiligen Thomas von Aasin, Grau 1929; A. Fanfani, Le soluzioni tomistiche e l'attegnoimento degli uomini dei secc. XIII e XIV di fronte ai problemi della ricchezza, in Riv. intermaz. di scienze sociali, 39 (1931), pp. 153-81. Per l'aspetto ascetico mistico: Giuseppe dello Spirito Santo, Cursus theol. mistico-scholasticae, III, Roma-Bruges 1928, pp. 46 47; A. Rodriguez, Esercizio di perfezione e di virtù cristiana, parte $3^{2}$, trattato xix. - Studi recenti su problemi attuali; C. Journer, Propriété chrét. et pauvreté chrét., Parigi (1942), A. Fanfani, La miseria e i cultori di scienze sociali, in Riv. intermaz. di scienze sociali, 40 (1941), pp. 133-39; id., Colloqui sui poveri, $5^{\circ}$ ed., Milano 1950; C. Dacò, Chi sono e come stromo i - senza tetto - milanesi, in Giorn. degli economisti, nov. 1940; V. Breton, La pauvreté vertu fondamentale de la pitié franciscaine, Parigi 1945.
Ermessagitio. Lio
POWELL, Edward, beato. - Teologo, n. ca. il 1478 nel Galles, subì il martirio il 30 luglio 1540 a Londra. Membro dell'Oriel College di Oxford, ebbe vari benefici ecclesiastici; come predicatore fu molto apprezzato da Enrico VIII, ma quando difese la validità del matrimonio con Caterina d'Aragona e attaccò Anna Bolena, fu dal Re privato di tutti i suoi uffici e imprigionato nella Torre di Londra (1534). Fu beatificato il 29 dic. 1886.
Scrisse : Propugnasulum summi sacerdotii evangelici ac septemurii Sacramentorum odiversa Lutherum (Londra 1523); De non dissolvendo Henrici regis cum Catharina matrimonio (ivi s. d.): opera perduta, perché tutte le copie furono distrutte.
BibL.: J. Gillow, Bibliographical dictionary of the English Catholics, V, Londra 1902, pp. 355-56; J. Spillmann, Gesch. der Katholikenverfolgungen in England, $3^{2}$ ed., Friburgo in Br. 1910, p. 245.
Hermine Kühn-Steinhausen
POZZETTI, Pompilio. - N. a Mirandola il 17 genn. 1760; scolopio il 17 sett. 1775, m. a Bologna il 18 apr. 1815.
Storico e poligrafo illustre, fu uno degli Scolopi più in vista nell'ultimo scorcio del Settecento. Successore del celebre Tiraboschi nella Biblioteca Estense di Modena, passò poi alla cattedra di storia e diplomatica nella Università di Bologna, essendo stato anche per molti anni segretario della Società italiana dei Quaranta. Ebbe relazioni con i maggiori letterati e scienziati dal suo tempo. Forbito scrittore e celebre polemista, collaborò in diversi giornali letterari. Notevoli le sue Lettere mirandolesi ed altri opuscoli con elogi di uomini celebri.
BibL.: F. Tognetti, Cenno biografico di P. P., Bologna 1820; A. Charcucci, Commentario alla vita ed opere del p. P. P., Firenze 1858.
Leodegario Picanyol
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(per cartirla del prof. V. Mariani)
Pozzo, Andrea - Autoritratto - Firenze, Uffizi.
POZZO, Andrea. - N. a Trento nel 1642, dopo una prima educazione pittorica ivi e a Como si trasferì a Milano, ove entrò nel 1665 nella Compagnia di Gesù come "fratello coadiutore" e non come "padre". Fu a Genova, forse a Venezia, a Mondovì, a Torino, a Roma - chiamato nel 1681 dal padre generale G. P. Oliva - e ovunque lasciò larga traccia della sua attività di architetto, scultore e pittore (affreschi nelle chiese dei Gesuiti a Genova, Mondovì e Torino); chiamato a Vienna nel 1702 dall'imperatore Leopoldo, ivi mori nel 1709.
Teorico della prospettiva (a lui si deve un celebre trattato intorno alla Perspectiva pàraven et architectorum pubblicato in latino ed in italiano dal 1693 al 1702, in 2 voll., dedicati all'imperatore Leopoldo II e corredato di 220 parole incise) egli applica le norme geometriche proprie della prospettiva lineare del Rinascimento a creare il più audace "illusionismo" spaziale. Da buon prospettico, egli si serve di finte architetture abilmente degradanti secondo le regole dell'ottica a fingere spazi enormi già nella cupola della chiesa dei Gesuiti a Mondovì (1679) o negli altari della chiesa del Gesù a Frascati; e una serrata struttura di finte architetture in prospettiva è mezzo fondamentale ad ottenere la illusoria vastità della prestigiosa volta (dopo il 1685 ; bozzetto alla Galleria naz. d'arte antica di Roma) nella chiesa di S. Ignazio a Roma, indubbiamente il suo capolavoro: nello spazio vastissimo, cosi abilmente suggerito, egli getta innumeri figure scorciate che precipitano verso la terra o si innalzano verso il cielo luminoso al centro della composizione, ov'è s. Ignazio in gloria in un volo di angeli.
La macchina illusionistica, che muove dal precedente immediato del soffitto Barberini di Pietro da Cortona per moltiplicare motivi e "trovate" prospettiche, tende a trasportare agevolmente, con l'aiuto di questa "finta" realtà, fa mente e l'animo dello spettatore verso l'Altissimo, di cui si intende esaltare la potenza attraverso la graduale contemplazione del trionfo della fede cattolica
sul male nel mondo. Tale intento programmatico è chiaramente espresso nelle parole con cui il pittore commenta la fig. 100 del I vol. del suo trattato: "La mia idea in questa pittura fu di rappresentare le opere di s. Ignazio e della Compagnia di Gesù in dilatare per il mondo la fede christiana ". Nella stessa chiesa di S. Ignazio si debbono al P. anche gli affreschi nella tribuna, nei peducci e nella vòlta della cappella destra del transetto, oltre alla finta cupola che, danneggiata nel 1891 , fu poi coperta in attesa di restauro. Tra i primi lavori del periodo romano sono gli affreschi (1681-85) nel soffitto e nelle pareti del vestibolo delle camere di s. Ignazio. Il P. operò a Roma anche come architetto : fornì infatti il disegno per la cappella di S. Luigi in S. Ignazio e progettò (ca. $1603-1700$ ) la splendida cappella di S. Ignazio nel transetto sinistro del Gesù; altri altari egli poi progettò per S. Sebastiano a Verona e per S. Maria delle Grazie presso Arco, mentre sopra suo disegno venne rinnovato l'interno della chiesa del Gesù a Montepulciano. Tra le opere decorative vanno ancora ricordate, con le finte cupole della chiesa di S. Ignazio a Roma e del Gesù a Frascati, quella della badia di Arezzo (1703), fa Chiesa dell'Univ. a Vienna (1703-1705) e le ricche prospettive architettoniche del Palazzo Liechtenstein a Vienna. In Austria, l'arte del P. valse a diffondere i modi dei nostri più fantasiosi architetti del '600, quali il Borromini e il Guarini, mentre il giuoco del suo prospettico illusionismo era destinato a caratterizzare la grande decorazione pittorica del Settecento austriaco.
Assai più limitata fu l'attività del P. quale pittore di "cavalletto": sarà sufficiente ricordare la pala con s. Francesco Borgia nel primo altare a sinistra nel Gesù a Roma e l'Autoritratto agli Uffizi, che è la sua tela più nota, ove il colore piuttosto smorzato e privo di calde tonalità sembra contrastare con l'opinione di quanti vorrebbero il P. educato su esemplari veneti. - Vedi tav. CXXVII.
Bibl.: M. Labò, in Enc. Ital., XXVIII, pp. 140-41 (con bibl.); H. Voss, Malerei des Barock in Rom, Berlino 1924, pp. 308-13. 579-83: P. Della Pergola, Quattro ritratti di A. P., in Studi Trentini, 13 (1932), p. 260 sgg .: G. Rovella, A. P. e l'arte barocca, in Cte. Cult., 1942, iv, pp. 133-61, 301-308; G. Fiocco, La prospettiva di A. P., in Emporium, 1 (1943), pp. 3-9; A. Muñoz, Un capolavoro ignorato di fratel P. nel Palazzo dell'Apallinare, in Regina Apostolorum, 1943, pp. 30-34 (la tempese nella vòlta della cappellina al primo piano del Palazzo, attribuita al P., mostra per le sue qualità e per i confronti stessi portati dall'autore di appartenere invece a Ludovico Mazzanti); G. Weber, Artisti Trentini ed artisti che operavano nel Trentino, Trento 1939, p. 234 sgg.: E. Schaffran, Künstlerchichte Österreich, Vienna 1948, passim.
Maria Vittoria Brugnoli
POZZUOLI, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Napoli. Ha una superficie di 77 kmq . con una popolazione di $153.364 \mathrm{ab}$. dei quali 152.307 cattolici; conta 40 parrocchie servite da 70 sacerdoti diocesani e 25 regolari; ha un seminario, un collegio vescovile, 5 comunità religiose maschili e 25 fem-

(fti. Alimari)
Pozzo, Andrea - Vestibolo delle Camere di S. Ignazio (16811683) - Roma, Chiesa del Gesù.
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(fei. Ehit)
Pozzuoli, diocesi di - Veduta del golfo da Capo Miseno.
minili. La diocesi è suffraganea di Napoli (Ann. Pont., 1952, p. 328 ).
P., la greca Dicearchia, la romana Puteoli, situata nel golfo di Napoli tra il capo Posillipo e il capo Miseno, al centro della zona vulcanica dei Campi Flegrei, fu fondata verso il 529 a. C. da alcuni fuggiaschi politici di Samo, Soggetta a Cuma, ne segui le sorti durante le guerre degli Etruschi e dei Sanniti. Nel 194 a. C. divenne territorio romano e vi fu dedotta una colonia. Cominciò da allora l'importanza commerciale del suo porto, che andò sempre crescendo fino ad avere una completa egemonia al tempo dell'Impero. A P. facevano scalo tutte le navi provenienti dai porti del Mediterraneo e i mercanti d'ogni paese, affluendovi, prendevano dimora, si riunivano in corporazioni nazionali e importavano con le merci la loro religione. Anche gli Ebrei, venendo dalle città della diaspora e particolarmente da Alessandria, avevano a P. un loro quartiere commerciale, come attesta Giuseppe Flavio (Antiq. Ind., XVII, 12). Sotto Augusto, per la sempre crescente attività del porto, fu ricostruito il molo su 15 gigantesche pile (opus pilarum) le quali, quantunque siano quasi del tutte scomparse, restano sempre s uno dei monumenti fondamentali nella evoluzione dell'ingegneria portuale dalla antichità ad oggi s. Verso la fine del i sec., quando per la sistemazione del porto di Ostia, iniziata da Claudio nel 42 d. C., il commercio marittimo si spostò verso la foce del Tevere, l'importanza commerciale di P. declinò fino a scomparire del tutto agli albori del medioevo. Dei monumenti dell'antica città romana restano: il mercato, detto anche tempio di Serapide, famoso per il fenomeno di bradizismo; il piccolo anfiteatro; il grande anfiteatro flavio, dove nel 305 furono condannati alle belve Gennaro, vescovo di Benevento, Sosio, diacono misenate, Festo diacono, Desiderio lettore, Procolo diacono puteolano e i laici Eutichste e Acuzio, decapitati poi non lungi dalla Solfatara; i colombari e i sepolcreti della via campana; le terme e i ruderi delle ville romane sparse nei dintorni a specchio del mare.
Il cristianesimo arrivò ben presto a $P$. e fece proseliti in mezzo ai numerosi Ebrei, cosicché quando nella primavera del 61 s . Paolo vi sbarcò in catene vi trovò già una comunità cristiana che indusse l'Apostolo a restar li sette giorni, prima di proseguire per Roma (Act. 28, 14). Secondo una an-
tichissima tradizione, il primo evangelizzatore e vescovo di P. sarebbe stato quel Patroba, che s. Paolo ricorda in Rom. 15, 14; a lui successero s. Celso e un certo Giovanni. Nel Catalogo dei vescovi putcolani, che risulta interrotto tra il it e il iv sec. e tra il viI e l'xi sec., si ricorda Giuliano, che fu legato di s. Leone Magno al Concilio di Calcedonia (451) e latore della Epistola ad Flavianum.
La Cattedrale, dedicata al martire puteolano s. Procolo, sorge sull'antica acropoli, dove era il tempio di Augusto, mutato al pari delle basiliche cumane in tempio cristiano dopo la fine delle persecuzioni. L'architettura del tempio augusteo fu rispettata dal primitivo adattamento fino al sec. xI; in seguito subì varie modificazioni e rifacimenti; nel sec. xvit il vescovo Martino de León ( $1631-50$ ) ricostrui su più larghe basi la Cattedrale e dell'antico tempio lasciò lungo la facciata orientale sei colonne corinzie con fregio e l'iscrizione: Colpurnius L. F. Templum Augusto cum ornamentis D. D. S. D. Tra le chiese di P. è degna di menzione quella di S. Gennaro, detto anche dei Cappuccini, nella quale si conserva la pietra che ogni anno, al rinnovarsi del miracolo del sangue di s. Gennaro ( 19 sett.), si chiazza di macchie rossastre.
Bias.: Ughclli, VI, pp. 267-90; C. Sturnainolo, Ricerche sulla storia e i monumenti dei ss. Eutichete e Acuzio, martiri putcolani, Napoli 1874; B. Cantèrn, Memorie storiche della chiesa putcolana, ivi 1886; C. Dubius, Poezzules antique, Parigi 1907; A. Maiuri, I Campi Flegrei, Roma 1934. Gennaro Aulctta
Archeologia. - Circa la P. paleocristiana i testi hanno lasciato varie indicazioni, che oggi a fatica e non sempre sicuramente è possibile determinare. Un passo della vita del martire Artema precisa che il suo corpo fu sepolto a P., in un luogo "qui ab accolis Campania dicitur" (Acta SS. Ianuarii, III, Parigi 1863, 23, 1, 12), distante da P. ca. km. 4,5. Nella vita greca di s. Gennaro si ricorda un cimitero detto s arenaria s, sito presso la Via Campana, cioè a nord della città, nei secoli di mezzo denominato Campana e Campilione. Sarebbe questo il cimitero menzionato, senz'altre precise indicazioni, negli Acta Artemae e nel Martirologio geronimiano (BHL, I, 613-15). In verità a P. non è stata scoperta alcuna galleria cimiteriale e solo a Napoli (v.), nella catacombe di S. Severo e di S. Gennaro, vi sono affreschi con immagini di martiri puteolani.
Dopo il sec. iv (Acta SS. Septembris, VI, Anversa 1757, pp. $784-85$ ) cominciarono le traslazioni dei loro corpi

(fol. Ehit)
Pozzuoli, diocesi di - Veduta aerea dell'anfiteatro.
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verso le città d'origine. A P. i tre martiri locali Procolo, Acuzio ed Eutiche furono posti in praetorio Falcidi, quod coniungitur basilicae S. Stephani in contrivio ipso (ibid., p. 869). Questo contrivio era il punto di biforcazione della Via Cella, proveniente da P., verso Capua a sinistra e Napoli a destra. Qui sembra sia da localizzare anche $l^{\prime}$ "arenaria" sopraddetta e, se è vero che nei secoli che vanno dalla fine dell'Impero al medioevo per praetoriam s'intese una villa suburbana, l'indicazione degli Acta si riferirebbe alla villa di un tale Falcidio, nome noto da una iscrizione trovata a Roma in S. Vitale (CIL, VI, i, 1944). Detto cimitero si suppone nell'area di proprietà di quel Falcidio, cui era annessa la chiesa di S. Stefano, della quale sono venuti in luce notevoli avanzi. La chiesa, che occuperebbe un'area di 36 mq . (G. De Criscio [v. bibl.], p. S, n. I) con la fronte ad oriente, fu la prima di P.; ne resta quasi per intero il pavimento, sostenuto da una vòlta sotterranea e due cappelle ai lati esterni. Un'altra basilica sarebbe stata riconosciuta dalle rovine esistenti poco lontano; si tratta di ruderi di un complesso monumentale di edifici che non è più possibile identificare. Ma forse sono da mettere in relazione con un convento sorto sul pretorio, ricordato da Gregorio Magno (Ep., X, 6, I: PL 77, 1113) in una lettera all'abate Adeodato, cui affida "monasterium Puteolis constitutum, quod Falcidis dicitur", lasciato dai monaci in tale abbandono, che non solo "Dei illic opus minime celebretur", ma "pene pro develuto... habeatur». Quando questo monastero fu fondato e quando del tutto abbandonato non si sa. Di un'altra basilica si ha notizia dagli Acta Vaticana (p. 86), nei quali si afferma che s. Gennaro fu sepolto in un lungo detto Marcianus ad sulphuratariam (sic) dove poi fu costruita (sec. iv?) una basilica degna del martire. Al suo posto ora è un convento di Cappuccini, ma della vecchia Basilica nessuna traccia. Di un mausoleo con le reliquie di s. Giuliano traslate da Nicomedia (Acta SS. Februarii, II, Anversa 1658, p. 870, cap. 2), dopo il 304; l'unica indicazione rimasta è che sorgeva a uno miliario a martn.
Pochissime sono le iscrizioni sicuramente cristiane di P. (CIL, X, 3300, 3303-4-5-6, 3309, 3313, 3315) e due sole datate: quella dei vescovi puteolani Teodoro e Miscon, rispettivamente del 433 e 511 (CIL, X, 3298 e 3299). Notevole è la lapide marmorea (ibid. 3310), proveniente dall'antica cattedrale di S. Stefano, in cui si dice che per l'immatura morte del piccolo C. Nonio Flaviano, fu eretta dai genitori una "basilica", o cella, edicola, od oratorio funebre nella chiesa o addossata alla chiesa.
Ancora più rari sono i frammenti di sculture cristiane : a) una pietra riadoperata con una Croce bizantina, ai cui lati sono le figure di Cristo e di s. Pietro nimbato; b) un piedistallo di m. I, 15 sulle cui facce sono scolpiti gli apostoli Pietro e Paolo con la Croce.
Bibl.: B. Capasso, Monumenta ad Neapolit. doc. histor. pertinentia, Napoli 1881; G. De Criscio, Notizie istoriche, archeologiche, topografiche dell'antica città di P., ivi 1881, p. 8 e passim; Eubel, I, 409-10; II, 219; III, 280; IV, 289. Pasquale Testini
PRADES, Jean Martin de. - Scrittore anticattolico, n. a Castelsarrazin (diocesi di Montsuban) nel 1720, m. a Glogau nel 1782. Recatosi a Parigi per laurearsi in teologia, si mise in contatto con gli enciclopedisti e ne accettò le idee, che inserì nella sua tesi di laurea, discussa il 18 nov. 1751. La novità delle dottrine, non notata dai suoi esaminatori, destò l'attenzione del mondo politico e culturale di Parigi. La Sorbona riprese in esame la tesi e dopo vivaci discussioni, il 27 genn. 1752, ne censurò dieci proposizioni.
Nello stesso mese usciva, nell'Encyclopédie, il lungo

(fol. Exil)
Pozzuoli, diocesi di - Il - Macellum e il - Tempio di Serapide s.
articolo Certitude, steso dal P., che doveva essere l'introduzione al suo Traité sur la vérité de la religion, lasciato, sembra, manoscritto. A breve scadenza seguirono le condanne di alcuni vescovi e di Benedetto XIV. Per sfuggire il carcere, decretatogli dal Parlamento, il P. fuggì in Olanda, dove iniziò la sua Apologie (Amsterdam 1752-53), terminata a Potsdam in casa di Voltaire e completata, sembra, da Diderot. Cattolici, giansenisti e protestanti reagirono prontamente con scritti polemici. Il P. frattanto era entrato nelle grazie di Federico II. Sollecitato da più parti, il 6 apr. 1754 scrisse alla Sorbona e il 27 firmò il testo della sua ritrattazione, la cui sincerità vien posta in dubbio da ciò che si legge nella prefazione, stesa da Federico II, all'ultimo scritto del P. : Abrégé de l'histoire ecclésiastique de Fleury (Berna 1767).
Bibl.: Acta S. Facultatis Purisieme circa M. 7. de P., Parigi 1794: J. Picot, Mémoires pour servir à l'histoire ecclésiastique pendant le XVIIIe siècle, II, ivi 1815-16, pp. 244-48; P. Féret, La faculté de théologie de Paris et ses docteurs les plus célèbres. Epoque moderne, VI, ivi 1909, pp. 183-93; A. Gazier, Mélanges d'histoire et littérature, ivi 1903, pp. 195-208; id., Histoire générale du mouvement jansiniste, II, ivi 1904, pp. 42-49.
Agostino Amaroli
PRADO, Giovanni de, beato. - Francescano, n. nel 1563 a Morgobcjo di León (Spagna), m. a Marrakech il 24 maggio 1631.
Compiuti gli studi nell'Università di Salamanca prese l'abito dei Minori Scalzi nella provincia di S. Gabriele ( 1584 ), donde già sacerdote e superiore venne a formare parte della nuova provincia di S. Diego nell'Andalusia, anzi ne fu il primo ministro provinciale (1620). Desideroso di consacrarsi totalmente alle missioni tra gli infedeli (svanita quella di Guadalupe) ottenne la restaurazione di un'altra, ben più difficile, cioè quella del Marocco, alla quale fu destinato da papa Urbano VIII nel 1630 con il titolo di prefetto apostolico. Nel marzo 1631 cercò con i suoi compagni di ampliare l'apostolato abbandonando la città; ma vi fu ricondotto dalle guardie. Il sultano 'Abd al-Malik, benevolo verso gli spagnuoli, fu assassinato dal fratello Mūlāj al-Walid, il quale, salito al trono, fu feroce fautore di una politica del tutto contraria; G. de P. ne fu vittima per la fede. Fu beatificato da Benedetto XIII il 24 maggio 1728. La festa cade il 24 maggio.
Bibl.: M. Castellanos, Compendio biográfico del gloriam mártir B. 7 uan de Prado, Tangeri 1904; J. M. Pou y Marti, in Arch. Ibero-Ámor., 14 (1920), p. 323 sgg.; F. Fernandez, Les Franciseanos en Marrousse, Tangeri 1921, p. 39 sgg.; J. Baudot-J. Chassin, Vies des Saints et des Bienheureus, V, Parigi 1947, p. 479 sgg.
Giuseppe M. Pou y Marti
PRADO, Jerónimo de. - Gesuita, n. a Baeza (Andalusia) nel 1547, m. a Roma il 13 genn. 1595.
Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1572, fu per 16 anni professore di esegesi nel collegio di Cordova.
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e vi compose i commenti ad Isaia, Zaccaria, Malachia, alla lettera agli Ebrei (inediti) e il commento ad Ezechiele fino al cap. 26. Il p. generale C. Aquaviva lo aveva chiamato a Roma nel 1591, con il suo discepolo J. B. Villalpando, per finire questa grande opera, che però con riusci a compiere. Il Villalpando (n. a Cordova nel 1552, gesuita nel 1565 , m. a Roma il 22 maggio 1608) l'aiutò spiegando i passi di Ezechiele che trattano i pesi e le misure ebraiche; di suo aggiunse il commento ai capp. 27-42 e a passi scelti dei capp. 43-48 e i disegni del Tempio nella grande visione finale (capp. 40-48). Inoltre pubblicò con un larghissimo sussidio di Filippo II l'opera in 3 voll.: Hieronymi Prati et I. B. Villalpandi a S. I. in Ezechielem explorationes et apparatus urbis et templi Hyerosolymitani commentariis et imaginibus illustratis (Roma 1596-1604). L'opera, diligentissima, piena di erudizione antica, classica e patristica, è assai importante per la storia della esegesi. I due autori esaminano perfino catene greche e rabbiniche sul Profeta, spiegando specialmente le parole ebraiche. Ma Villalpando, eruditissimo in architettura classica, immaginò una meraviglia architettonica senza pari, nonostante i plausi dai suoi contemporanei, si deve dire fantastico il suo tentativo, data la semplicità lineare e rude del vero modello del Tempio Ezecheliano. Egli curò anche una edizione delle Explorationes epistolorum S. Pauli Aposteli (Roma 1598) di Remigio di Auxerre, attribuendole per errore a Remigio di Reims.
Bibl.: J. Pailloux, Monographie du temple de Salomon, Parigi 188s, pp. 5-9; Sommervogel, VI, coll. 1149-50; Hurter, III, coll. 235-37; J. Astrain, Hist. de la C. de 7. en la asistencia de Sipuba, IV, Madrid 1913, pp. 51-52. Pietro Nobar
PRADT, Dominique Dufour de. - Prelato francese, n. il 23 apr. 1759 ad Allanches, m. il 18 marzo 1837 a Parigi. Deputato del clero agli Stati Generali nel 1789, votò contro la Costituzione civile del clero ed abbandonò la Francia nel 1792.
Pubblicò anonimi due opuscoli contro la politica francese (Antidote au Congrès de Rastadt, del 1798, e La Presse et sa neutralité, del 1800). Postosi quindi al seguito di Napoleone, divenne nel 1805 vescovo di Poitiers ed accompagnò l'anno dopo l'Imperatore a Milano, dove l'incoronò re d'Italia. Nel 1808 negoziò a Bsiona con i ministri spagnoli e contribuì alla detronizzazione dei Borboni. Nominato nel 1809 da Napoleone arcivescovo di Malines, non fu formalmente riconosciuto dalla S. Sede, perché la bolla papale di nomina, redatta motu proprio, fu trattenuta dall'Imperatore; tuttavia amministrò l'arcivescovato di Malines fino al 1813, ad eccezione del secondo semestre del 1812 che passò a Varsavia quale ambasciatore. Nel 1812 fu tra i promotori del Concilio nazionale di Parigi e fece parte della commissione recatasi a Savona per far approvare da Pio VII i decreti del Concilio. Caduto Napoleone, fu dapprima con i Borboni per passare quindi all'opposizione liberale. Riusciti inutili i suoi tentativi di riprendere l'arcivescovato di Malines, si ritirò in una sua proprietà vicino ad Allanches ed iniziò una febbrile attività pubblicistica. Di lui sono all'Indice Les quatre concordats, suivis de considérations sur le gouvernement de l'Eglise en général et sur l'Eglise de France en particulier depuis 1515 (decr. 27 nov. 1820); Concordat de l'Amérique avec Rome (decr. 11 giugno 1827) e Congrès de Panama (decr. 18 ag. 1828).
Bibl.: F. H. Reusch, Der Index der verbotenen Bücher, II, parte 27, Bonn 1885, p. 1075; A. Robert-E. BourlotonG. Cougny, Dictionnaire des parlementaires frangais, V, Parigi 1891, pp. 40-41; E. Duchesne, s. v. in Biographie nationale de Belgique, XVIII, Bruxelles 1905, coll. 136-51, con bibl.; J. Schmidlin, Papalgeschichte der neuesten Zeit, I, Monaco di Baviera 1933, passim.
PRAECEPTA DE CHARTIS PERDITIS : v. APPENNES.
"PRAECLARA CUSTOS VIRGINUM". - Inno del Mattutino nella festa dell'Immacolata, composto nel sec. xvir e introdotto nel Breviario nel 1845. L'autore è ignoto.
In questa ispirata composizione il poeta si rivolge alla Vergine Immacolata con i titoli più belli perché
guidi gli uomini fra gli scogli di questo mare tempestoso.
BibL.: J. K. Hefele, Beiträge zur Liturgib, Tubinga 1864, p. 313 ; C. Albin, La poésie du Bréviatre, Lione s. a., pp. 519-21; V. Terreno, Gli inni dell' Oferia divina, Mondovì 1932, p. 168; A. Mirra, Gli