ispirata composizione il poeta si rivolge alla Vergine Immacolata con i titoli più belli perché
guidi gli uomini fra gli scogli di questo mare tempestoso.
BibL.: J. K. Hefele, Beiträge zur Liturgib, Tubinga 1864, p. 313 ; C. Albin, La poésie du Bréviatre, Lione s. a., pp. 519-21; V. Terreno, Gli inni dell' Oferia divina, Mondovì 1932, p. 168; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 162-64. Silverio Mattei
PRAEDESTINATUS. - Opera anonima e onepigrafa, a cui il primo editore, J. Sirmond, dette questo titolo.
Il I i. combatte 90 eresie, la penultima è haeresis Praedestinatorum. L'autore si basa sul libro De haeresibus di s. Agostino, aggiungendo notizie false e fantastiche. Il II l. vuol essere un trattato sulla predestinazione a torto attribuito a s. Agostino, che l'autore confuta nel III I. Il trattato pseudo-agostiniano è anche un falso, fatto da un Pelagiano romano, probabilmente dalla prima metà del sec. v. Esistono affinità linguistiche e teologiche con il Commentario sui Salmi di Arnobio il Giovane. Che questo sia l'autore di P. è dubbio.
BibL.: ed. PL 30, 587 sg.; H. v. Schubert, Der sogenaante Praedestinatus (Texte und Untersuchungen, 24, 4), Lipsia 1903; A. Faure, Die Widerlegung der Häresliber im I. Buch des Praedestinatus (diss.), Gottinga 1903; E. Amann, DThC, XII, 2775-80; G. Morin, Etudes, Textes, Découverte, I, Parigi 1913, p. 310 sg.; G. Mercati, Opere minori, I (Studi e testi, 77), Città del Vaticano 1937, p. 389 sg.; G. de Plinval, Pelage, Losanna 1943, p. 377 sg.
Erik Peterson
PRAETORIUS, Michael. - Compositore e teorico della musica, n. il 15 febbr. 1571 a Kreuzburg (Turingia), m. il 15 febbr. 1621 a Wolfenbüttel (Brunswick). Fu organista (dal 1604), maestro di cappella e segretario del duca di Brunswick a Lüneburg ed ebbe il titolo di priore di Ringelheim.
Numerose le raccolte di sue composizioni stampate (da ricordare soprattutto le nove parti di Musae Sioniae, 1244 canti [Wolfenbüttel 1605-10]); ma la sua opera principale è il trattato Syntagma musicum, in 3 voll. Il primo, in 2 parti (I, Wolfenbüttel 1614; II, Wittenberg 1615), scritto in latino con interpolazioni di tedesco, contiene un excursus storico sulla musica antica, con gli strumenti profani ad essa inerenti, e sulla musica ecclesiastica. Il secondo, pure in 2 parti (I, Wolfenbüttel 1619; II, ivi 1620), scritto in tedesco, è il repertorio più importante per la storia degli strumenti musicali del suo tempo, anche perché arricchito di 42 preziose tavole riproducenti gli strumenti stessi a gruppi e famiglie (fu ristampato in facsimile con introduzione di W. Gurlitt [Kassel 1929] come vol. XIII della Gesellschaft für Musikforschung). Il terzo (Wolfenbüttel 1619), contenente teorie ed esempi di composizione musicale, preziose per la storia della salmisazione, della notazione (legature, proporzioni) sul tactus, sul basso continuo, ecc., (ristampato da E. Bernoulli nel 1916).
Bibl.: W. Gurlitt, Leben und Werke des M. P., Lipsia 1915; F. Blume, M. P., ivi 1929; P. Zimmermann, Zur Biographie des M. P., in Braunschweigis. Jahrb. 1930. Luisa Cervelli
PRAGA, ARCIDIOCESI di. - Città capitale della Cecoslovacchia e arcidiocesi situata nel centro della Boemia sulle rive della Moluavia, eretta su 7 colline. Per la sua posizione e le moltissime chiese è chiamata la "Roma del nord", per le sue numerose torri la "città dalle cento torri", per la sua bellezza naturale e quella d'arte la "città d'oro".
L'arcidiocesi conta 15.000 kmq. con una popolazione di $2.943 .868 \mathrm{ab}$. dei quali 2.052 .154 cattolici, distribuiti in 604 parrocchie, servite da 607 sacerdoti diocesani e 314 regolari; ha 43 comunità religiose maschili e 127 femminili (statistiche del 1949: Ann. Pont., 1952, p. 328).
P., eretta diocesi nel 973 da Benedetto VI, fu elevata ad arcidiocesi nel 1344 da Clemente VI. I patroni principali sono s. Venceslao e s. Giovanni Nepomuceno, Diocesi suffraganee : Hradec Králové, Budějovice e Litomĕrice. Nel 1950 i comunisti confinarono tutti i religiosi
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(per cortesia di mens. A. P. Fratus).
Praga, arcidiocesi di - Il castello di S. Venceslao e la cattedrale di S. Vito.
in conventi di concentramento. Dopo la soppressione di tutti i seminari e facoltà teologiche, nell'ag. del 1950, i comunisti istituirono a $P$. un seminario generale per la Boemia e Moravia alle proprie dipendenze. L'arcivescovo di P. gode da lungo tempo di privilegi speciali : ha il titolo di Dux et Princeps S. Romani Imperii, di - Legato nato della Sede Apostolica nelle illustri diocesi di Bamberga, Mionia e Rutisbona * (1365), cancelliere in perpetuo dell'Università Carlo IV s (1384) e godeva del diritto di incoronare il re di Boemia. Il Capitolo metropolitano di S. Vito ha il titolo di a sempre fedele e e i canonici usano abiti pontificali (1390). Illustri vescovi vi furono: s. Adalberto martire (982-97), consigliere dell'imperatore Ottone III e fondatore della prima abbazia benedettina di P. Břevnov (993); Andrea (1214-24), combattente per la libertà del clero contro l'oppressione della nobiltà. Tra gli arcivescovi si distinsero: Ernesto di Pardubice (1343-64), confondatore dell'Università di P., consigliere dell'imperatore Carlo IV e primo arcivescovo di P.; Giovanni Očko di Vlašim (1364-79), nominato primo cardinale ceco per la sua fedeltà alla S. Sede; Giovanni di Jenštejn (1379-1400), difensore dei diritti ecclesiastici del papato; card. Federico Giuseppe Schwarzenberg (1849-85), membro insigne del Concilio Vaticano; Giuseppe Beran eletto nel 1946, difensore dei diritti della Chiesa, espulso nel 1951 dalla sua diocesi ed internato. Centri di vita religiosa sono i santuari mariani di pellegrinaggio Svatá Hora presso Příbram e Stará Boleslav, con il miracoloso quadro della Madonna, chiamato Palladio delle terre ceche, e la chiesa di S. Maria della Vittoria a P. del xvir sec., dove si venera il Bambin Gesù di P.
La città è sorta tra i castelli di Vysěhrad e di P., fondata, secondo la leggenda, nell'viri sec. d. C. dalla principessa Libuša. Il documento più antico su P. risale al 928 , quando il principe s. Venceslao, ucciso nel 929 a Boleslav dal fratello Boleslao il Crudele, vi pose la prima pietra della rotonda di S. Vito. Dopo l'unione delle tribù ceche, P. divenne nel x sec. capitale della Boemia e mista di commercianti, specialmente elevi, di pellegrini per la tomba di s. Venceslao e di studenti per le sue scuole ecclesiastiche. Nel xiri sec. il re Venceslao I (1230-53) la cinse di mura, vi eresse chiese e vi chiamò coloni tedeschi. La città raggiunse l'apice della potenza ai tempi di Carlo IV e Venceslao IV, essendo assurta a centro del. l'Impero romano-tedesco ( 1346 -1400). Carlo IV, imperatore romano, ne ottenne l'erezione ad arcidiocesi (1344), vi fu incoronato re di Boemia (1347) e fondò la città nuova con l'Università (1348), la prima dell'Europa centrale, destinata ai cechi ed a cittadini di tre nazioni straniere : Sassoni, Bavaresi e Polacchi. Sotto il suo regno fu
posta la prima pietra per la nuova cattedrale di S. Vito (1344) e furono erette molte chiese. Durante il dissidio tra Venceslao IV e l'arcivescovo Giovanni di Jenštejn nel 1393, fu annegato nella Moldavia il vicario generale s. Giovanni di Nepomuk per non aver voluto tradire al re il segreto confessionale. A P. ebbe inizio il movimento ussita con le prediche, nella cappella di Betlehem, del maestro Giovanni Hus. Dopo che Hus fu bruciato nel 1413 a Costanza, sorsero a P. agitazioni, che nel 1419 raggiunsero il massimo con l'espulsione dei consiglieri cattolici dal municipio. La popolazione ussita si lanciò quindi sui conventi e sulle chiese, che saccheggiò e bruciò, cacciando via i monaci. Nel 1421 si recò dai ribelli l'arcivescovo di P. Corrado di Vechta. Soltanto nel 1436 l'imperatore Sigismondo divenne padrone di P., ma dopo la sua morte, nel 1437, tornò a dominarvi a lungo la confusione. L'opposizione contro il cattolicesimo continuò durante il Regno di Ferdinando I d'Asburgo (1326-64). Nel 1561 fu di nuovo nominato l'arcivescovo, dopo 140 anni di sede vacante, durante i quali l'arcidiocesi era stata governata da amministratori, confermati dalla S. Sede. Ussiti e utraquisti avevano un proprio concistoro chiamato basso. I praghesi non cattolici si piegarono verso il luteranesimo e gli Asburgo passarono ad una radicale riforma cattolica. S. Ignazio inviò a P., su richiesta di questi ultimi, i Gesuiti, guidati da s. Pietro Canisio (1555), e vi convennero molti altri religiosi italiani e spagnoli. Costruttori italiani eressero nel 1573 nella "Piccola parte» di P. un ospedale italiano ed istituirono nel 1602 la "Fraternità italiana». Rodolfo II (1576-1611) rese P. di nuovo un centro artistico e commerciale, ma nel 1611 i cittadini di Passavia la saccheggiarono. Nel 1618

(per cortesia di mens. A. P. Fratus).
Praga, arcidiocesi di - Chiesa di S. Nicola (sec. xvir), arch. Kilian Ignaz Dienstenthaler.
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Praga, arcidocesi di - La Croce sul ponte di S. Carlo,
si ribellarono le classi luterane che defenestrarono i luogotenenti imperiali e nel 1619 invitarono a P., quale re, Federico del Palatinato, esiliando il clero cattolico e devastando le chiese. L's nov. 1620 furono vinti da Ferdinando II sulla Montagna Bianca presso P. e l'i1 giugno 1621, 27 di loro furono giustiziati dinanzi al municipio. Nel 1622 furono chiamati a P. i Gesuiti, ai quali fu affidata l'Università, che dal tempo delle guerre ussite era stata in mano di non cattolici. Durante la guerra dei Trent'anni ( $1618-48$ ) P. sofferse moltissimi danni da diverse occupazioni, l'ultima delle quali le costò il saccheggio da parte degli Svedesi nel 1648. Da allora non fu più sede degli imperatori e divenne città di provincia. Durante il periodo barocco vi fiori l'arte e dal 1729 , dopo la canonizzazione di Giovanni Nepomuceno, divenne mèta di grandi pellegrinaggi popolari. Durante il governo di Giuseppe II (1780-90) soffrì molto nel suo tesoro culturale con la demolizione di 20 chiese, 38 conventi e biblioteche. Dal 1918 è capitale della Repubblica Cecoslovacca, escluso il periodo dell'occupazione nazista (1939-45). Dal 18 genn. 1922 abbraccia 37 comuni sotto il titolo di P. Grande.
Altre. - P. è anche oggi molto ricca di tesori culturali ed artistici, sebbene la maggior parte di essi sia andata distrutta nel passato da continue disgrazie. L'architettura vi è rappresentata da vari stili: in stile romanico sono conservate dal xir sec. la chiesa di S. Giorgio al Castello di P., la più antica della città, ed alcune rotonde in pietra. Il fiore più bello dell'arte gotica è la cattedrale di S. Vito che insieme al monumentale castello di Hradčany, sede già dei re ed ora del presidente della Repubblica, costituisce un caratteristico e suggestivo panorama della capitale. La Cattedrale è eretta sul luogo della rotonda di S. Venceslao del 928 , sulla quale nel sec. XI era già sorta una basilica. La sua prima pietra fu posta nel 1344 e la costruzione fu eseguita da Mattia di Arras (1344-52) e dal tedesco Pietro Parler (1353-99). Essa fu terminata solo
nel 1929 da K. Hilbert ed è una delle più grandi chiese del mondo, lunga 124 m . La cappella con la tomba di s. Venceslao ne costituisce il monumento più prezioso; inoltre vi si conservano i gioielli dell'incoronazione dei re di Boemia, il monumento sepolcrale in argento di s. Giovanni Nepomuceno (1736) e la tomba, dell'età del Rinascimento, dei re di Boemia e degli arcivescovi di P. Architettonicamente importanti sono il santuario della Madonna di Karlov (1350) con l'ardita cupola gotica e l'insigne chiesa di Maria di Týn del sec. xv, che durante il periodo ussita serviva agli utraquisti. Tra le costruzioni civili merita attenzione il ponte di Carlo (1357), con le due torri gotiche, riccamente decorato di sculture, e la torre polveriera del sec. xv, con sculture del re di Boemia. Nel 1945 fu distrutto da un bombardamento il convento benedettino di Emmaus, fondato nel 1347, e fu incendiato dai nazisti il municipio di P. del 1336. Le costruzioni del Rinascimento sono opera di architetti italiani, come il Belvedere (1534) del genovese Paolo della Stella, l'esemplare più bello del Rinascimento italiano oltralpe, oppure furono ispirate all'arte meridionale. Nel secc. xvı e xvir vi si costruirono vasti palazzi, tra i quali i più importanti sono quello di Valdšicin, eretto da Giovanni Marini, il Palazzo Toscano, quello degli Schwarzenberg e quello di Cernin (1669-87). Pure lo stile barocco, che per tanta parte adorna P. con la sua bellezza, si ispira spesso alle opere fiorite sotto il sole italiano. A P. lavorarono Vincenzo Scamozzi e, tra gli architetti del luogo, Cristoforo (padre) e Kilián (figlio) Dientzenhofer (1669-1751); quest'ultimo arricchì P. della chiesa monumentale di S. Nicola, della cappella di Loreto, fedele copia del Santuario mariano italiano, dal caratteristico concerto di campane e dal Tesoro magnifico. Decorazioni barocche mostra pure l'antica chiesa premostratense di Strahov, con l'adiacente Biblioteca conventuale, che conserva preziosi manoscritti e incunaboli. Tra le costruzioni civili barocche P. annovera molte case borghesi, palazzi e giardini con piccoli castelli. Con sculture barocche è stato decorato nel xviri sec. il ponte di Carlo da embedue i lati. Nella seconda metà del xix sec. P. si arricchì di alcune grandi chiese, dal Museo e del Testro nazionale. Nel xx sec. alla periferia di P. sorsero alcune chiese di stile moderno. - Vedi tav. CXXVIII.
Bibl.: J. F. Hammerschmied, Prodromus gloriae Pragenae, Praga 1716; W. W. Tomek, Geschichte der Stadt Prag, I, ivi 1896; Cotineau, II, coll. 3352-54; Fr. Palacky, Geschichte von Bilzmen, ivi 1864; J. Guenne, Prague ville d'art, Parigi 1930; Cibulba, Vitelezvovo rotondo iv. Vito, Praga 1934; Praha sesi let let cirheuni metropoli, ivi 1944; Catalogus cleri archidioceseos Pragenus, 1948. Jaroslav Polc
PRAGMATISMO. - Indirizzo della filosofia contemporanea, tra i più fortunati e diffusi, che ha avuto vaste e a volte profonde ripercussioni, oltre che nel campo della filosofia vera e propria, in quello della scienza, della pedagogia, della psicologia e anche della religione (v. alle singole voci). Non s'identifica con la cosiddetta "filosofia dell'azione", ma è certamente un aspetto tra i più significativi di quest'ultima, la quale ne ha altri - ad es., la dottrina della «certezza morale» di Ollé Laprune o il «realismo integrale» del Blondel (v.) - che non sono riducibili al p. vero e proprio, al pari del modernismo (v.), anche se in alcuni rappresentanti di quest'ultimo, ad es., il Le Roy, l'influenza pragmatistica sia rilevante. A parte il cosiddetto p. religioso (per il quale v. mODERNISSO) e altre forme di «filosofia dell'azione», p. es., quella di Unamuno (v.), nel p. si possono distinguere varie correnti : a) il p. logico e gnoseologico (Peirce, Vailati); b) il p. empirico-spiritualistico (James); c) il p. umanistico (Schiller); d) il p. finzionistico (Vaibinger); e) il p. strumentalista (Dewey).
Del primo (e del p. in generale) si può ritenere fondatore lo scienziato americano C. S. Peirce, il cui saggio How to make our ideas clear, del 1878 , è come il manifesto della nuova filosofia. Per il Peirce, il significato di una con-
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cezione consiste nelle sue conseguenze pratiche; cioè, per vedere quali nozioni universali siano reali, basta applicare il criterio pragmatistico di considerare quali effetti, aventi importanza pratica, abbia l'oggetto della nostra concezione. - Il significato di ogni nostra asserzione sta nel futuro e pertanto tutto il senso positivo delle nostre idee ricicde nelle loro conseguenze pratiche. Quando nuove idee non determinano differenze nei risultati pratici del pensiero, esse sono soltanto vari "modi di dire la stessa cosa».
Al metodo del p. si rifanno i pragmatisti italiani G. Vailati (v.) e M. Calderoni, che vollero, soprattutto il primo, restare dei logici, a differenza del James che dichiara a (A pluralistic universe, Nuova York 1909, p. 214) di "abbandonare la logica francamente, recisamente, irrevocabilmente». Il Vailati dà grande importanza allo studio della struttura e dello sviluppo del linguaggio (v.) e a quello della natura delle funzioni che esso adempie, convinto che precisare i termini è eliminare contrasti illusori e anche l'illusione di quanti credono "di dire qualche cosa anche quando non dicono nulla" (Scritti, Firenze 1911, p. 895 sgg.). Pertanto il migliore "canone metodico" per non incorrere negli equivoci del linguaggio e non usare parole prive di significato è "quello che consiglia di determinare il significato di ogni frase o proposizione astratta, per mezzo dell'esame delle conseguenze che se ne traggono e quello delle applicazioni che se ne sono fatte da chi le enuncia, riguardando due frasi o proposizioni come equivalenti, o come due modi di dire la stessa cosa (Peirce), ogni volta esse vengono adoperate da chi le adotta, come mezzo di giungere alle stesse conclusioni particolari" (ibid., p. 702). Sia per il Vailati che per il Calderoni la formula peirciana - il significato di una concezione consiste nelle sue conseguenze pratiche - non va intesa in senso utilitaristico né soggettivistico. Il p. è "utilitario" solo "in quanto conduce a scartare un certo numero di questioni inutili", cioè apparenti (ibid., p. 121). La sua formola non è che un invito a introdurre "lo sperimentalismo non solo nella soluzione ma anche nella scelta delle questioni da trattarsi; a versare nelle parole, che sono l'oggetto delle nostre controversie, il loro contenuto pratico e sperimentale allo scopo di evitare confusioni e sofismi" (Calderoni, Scritti, I, Firenze 1924, p. 217). L'esperienza, sia per il Vailati che per il Calderoni, è non solo mezzo di prova delle asserzioni e delle teorie, ma soprattutto criterio del loro significato, ossia criterio di scelta e di eliminazione delle questioni dalle asserzioni stesse provocate. Per Mario M. Rossi, la cui prima fase di pensiero è d'ispirazione pragmatista, la previsione è già di per se stessa, non solo criterio di significato, ma anche di verità (Saggio sul rimorso, Torino 1933, p. 4).
Il termine pragmatism, usato dal Peirce, fu ripreso, insieme con altre tesi, nel 1898 da W. James (v.) in un discorso all'Università di California. Ma se, da un lato, con il James il p. diventa movimento d'influenza e importanza mondiale, dall'altro si orienta in un senso em-pirico-spiritualistico, che non è più quello del Peirce. L'«empirismo radicale" (come James ha denominato la sua filosofia) è ben diverso da quello classico della tradizione inglese. L'esperienza di cui parla il filosofo americano è quella futura, prova e verificazione della conoscenza. Scegliere i mezzi in vista di un fine è la caratteristica propria del procedimento intelligente, quella che lo differenzia dal procedimento meccanico che non sceglie mezzi né persegue fini : "perseguire fini futuri e scegliere mezzi per il loro raggiungimento, ecco il contrassegno e il criterio per affermare che in un fenomeno è presente la mentalità" (The principles of psychology, I, Nuova-York 1890, p. 8). Pertanto, l'attività volitiva domina quella razionale e sensibile : la percezione (v.) e il pensiero (v.) esistono soltanto in vista della condotta. Sia la scienza che la filosofia si costruiscono in vista di fini umani, servono (ed è questo lo scopo del pensiero) all'azione, affinché l'uomo operi efficacemente nel mondo. Di qui la difesa che James fa delle "credenze" morali e religiose (quando siano di quelle che non si possono dimostrare vere né false, e siano "vive" e "importanti") in quanto utili a necessaria a un'azione efficace. Si accettano come vere e perciò si
corre il rischio di sbagliare, ma il rischio è inevitabile perché anche chi si rifiuta di credere si assume quello della decisione negativa. Conviene dunque accettare la responsabilità e il rischio, assumersi il "può essere", scegliere, voler credere (The will to believe s'intitola una celebre opera di James). Con James crede di salvare e di garantire le esigenze morali e religiose, di dare al suo p. come "volontà di credere " un carattere spiritualistico e di fondarvi la sua concezione pluralistica dell'universo, di cui Dio è uno dei tanti esseri, anch'egli finito, esistente nel tempo, "creantesi la sua storia come noi stessi " e in mezzo a noi (A pluralistic universe, Nuova-York 1909, p. 319). Come un simile Dio possa appagare le esigenze della coscienza religiosa e garantire un ordine di verità nel mondo umano e fisico, resta incomprensibile e dunque credenza inefficace, cioè priva persino di valore pragmatistico.
Non sembra esatto dire che l'inglese F. C. S. Schiller, rifacendosi più fedelmente del James al Peirce, abbia riportato il p. dentro i confini della logica e della gnoseologia; piuttosto va detto che egli intende la logica in maniera molto vicina al p. jamesiano; e dato che fa nascere ogni pensiero o procedimento logico dai bisogni, dai sentimenti, dalle credenze e dalle passioni dell'anima umana, il suo può qualificarsi p. umanistico, per il quale tutto è condizionato dalle esigenze dell'azione o dal bisogno pratico. In breve, la verità - e ogni verità - è relativa all'uomo. La sua critica della logica formale, che egli considera un puro gioco dell'intelletto e un passatempo piacevole (Formal logic, $2^{\circ}$ ed., Londra 1931, p. 388) e la riduzione di qualunque principio - che non obbedisca a un interesse pratico - a una proposizione verbale, spingono lo Schiller ad accettare come unico criterio valido quello dell'utile e a misurare con esso il grado di verità delle scienze, della matematica, della filosofia ecc. In questo senso, Schiller considera come la più grande scoperta della filosofia l'antico detto di Protagora "l'uomo è la misura di tutte le cose ", senza che ciò abbia a giustificare l'uso di finzioni, di errori e di bugie, che pur possono essere utili a qualcuno. C'è, secondo lo Schiller, una specie di principio selettivo per cui l'individuo, nel corso della sua vita, tende ad abbandonare alcuni interessi iniziali e a sceglierne altri più consistenti e più veri. Su questa scelta agisce l'azione sociale: delle varie scelte, fatte sempre in base al principio valutativo dell'utile, sopravvivono solo quelle che hanno un'utilità sociale e rispondono meglio alle aspirazioni del maggior numero di persone in una determinata condizione storica. Il p. umanistico dello Schiller è una forma di soggettivismo (v.) e sbocca in un relativismo (v.) radicale.
Le due forme di p. di James e Schiller influirono su alcuni scrittori italiani, che dal 1903 al 1907 diedero vita al movimento del Leonardo e soprattutto su G. Papini (più vicino allo James) e G. Prezzolini (più vicino allo Schiller). La rivista ebbe come collaboratori pure il Vailati e il Calderoni e in tal modo rappresentò, nelle sue pagine migliori e meno appassionatamente polemiche, le tre forme di p. del Peirce, dello James e dello Schiller, con aperti dissensi tra Vailati-Calderoni da un lato e Papini-Prezzolini dall'altro, i due scrittori che, in fondo, segnarono la fisionomia della rivista e le diedero carattere polemico, più critico che costruttivo, di svecchiamento della cultura e della filosofia. Secondo il Papini, il carattere fondamentale del p. è il "dirigidimento delle teorie e delle credenze, cioè il riconoscere il puro loro valore strumentale; il dire che esse valgono, cioè, soltanto relativamente a un fine o a un ordine di fini e che perciò sono suscettibili di essere cambiate, mutate e trasformate ove occorra" ( $P$., Firenze 1927, p. 91).
Il p. di James ha trovato in Italia ancora un'affermazione originale e filosoficamente elaborata nello "sperimentalismo" di A. Aliotta, sul cui pensiero però, passato attraverso varie fasi, sono da rilevare altre influenze. Il p. umanistico, invece, aveva avuto in Italia i suoi rappresentanti, prima ancora dello Schiller, in G. Cesce e P. R. Troiano: il primo, movendo da un punto di vista strettamente empiristico e fenomenistico, limita al mondo esterno, inteso come fenomeno (v.), l'inizio e il fine del-
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l'attività umana, la quale, creando la civiltà, al tempo stesso che si libera dall's illusione " dell'Assoluto (v.), crea il regnum hominis, prodotto incessante dell'azione trasformatrice "dell'ambiente esteriore conforme ai bisogni umani" (La filosofia dell'azione, Palermo 1908, p. 23); l'altro, che pur non vuole confuso il suo "umanesimo" con il p. né con il volontarismo (v.), accetta in fondo il principio pragmatico della conoscenza come mezzo con cui trasformare la realtà per i nostri fini pratici e il conseguente utilitarismo (v.), che si realizza nello stato di "calma" (mancanza di piacere e di dolore) o di alipia (Le basi dell'umanesimo, Torino 1907, p. 130).
H. Vaihinger (v.) elabora una sua forma personale di p. sotto l'influenza diretta di Kant (v.), di Lange (v.), dell'empiriocriticismo di Mach (v.) e di Avenarius (v.), oltre che del Nietzsche (v.). Anche il Vaihinger subordina il pensiero all'azione, ma non identifica la verità con l'utilità: anche credenze contraddittorie ed erronee possono essere utili. Solo l'esperienza pura è vera ma l'uomo non si appaga di essa e dunque si crea delle finzioni (immortalità dell'anima, libertà, Dio ecc.,), utili per la vita pratica: esse gli dànno l'«illusione» di soddisfare le sue esigenze più profonde. Vaihinger esaspera l'agnosticismo kantiano delle "idee" della ragione pura, alle quali è negato ogni valore conoscitivo e ne è riconosciuto solo uno regolativo. Con una differenza : per Kant l'uomo deve agire come se Dio esistesse, l'anima fosse immortale ecc.; per il Vaihinger questa credenza sono "finzioni" e l'uomo agisce come se le finzioni da lui create fossero realtà. Secondo questa filosofia del "come se" (Philosophie des Als-Ob è il titolo dell'opera più significativa del Vaihinger), le finzioni non sono verità né ipotesi; acquistare una sempre maggiore consapevolezza di ciò è il progresso della filosofia: aver coscienza che le finzioni sono finzioni e tuttavia servirsene ugualmente ai fini della vita. Prestea, in fondo, assurda poiché una finzione o un mito o un'illusione non possono avere alcuna forza attrattiva e stimolante dal momento che sono riconosciute tali. La finzione come finzione non ha valore conoscitivo e neppure pragmatico.
Prima del Vaihinger, ma sotto una più diretta influenza del positivismo (v.) e con più aderenza alla posizione kantiana, l'italiano G. Marchesini aveva sostenuto che gli ideali morali e religiosi non sono che "finzioni". Il Marchesini ne accentua l'importanza sociale: "Opera come se ciò che è vero socialmente ed è socialmente imposto come assoluto, fosse vero e assoluto anche per te" (Le finzioni dell'anima, Bari 1905, p. 197; l'up. cit. del Vaihinger è del 1911). Il Marchesini attribuisce alla finzione una forza psicologica di efficacia indispensabile nella condotta morale, ma, con più coerenza del Vaihinger, gliela riconosce solo in quanto è creduta come se fosse una verità a cui corrisponde una realtà.
Lo "strumentalismo" (v.) dell'americano J. Dewey è la forma di p. oggi più influente e discussa. Anche per Dewey punto di partenza è l'esperienza, ma quella primitiva e integrale, che è anche errore e perversità, ignoranza e rischio. Tra la natura e l'uomo vi è stretta indissolubile connessione: l'uomo è parte della natura e in essa si sente radicato, ma egli è quella parte che della natura stessa è destinata a modificare la struttura e a realizzarne il significato. Perciò le idee e il pensiero in generale sono strumento di organizzazione dell'esperienza futura e "la ragione ha necessariamente una funzione costruttiva" (Philosophy and civilization, Nucva-York 1931, p. 25). Convincersi che l'errore, il male, il disordine, l'irrazionale, la morte sono realtà (invece che illudersi chiamandoli apparenze) e lottare per ridurre i loro effetti e limitarne la portata, questo il compito dell'uomo e dell'umana società, gradualmente (ma mai compiutamente) realizzato dall'opera attiva dell'intelligenza umana, "valida nei limiti del suo successo". Ogni teoria o dottrina o costruzione mentale è un modo efficace (quando lo è), da parte dell'uomo, di trasformare la realtà per garantirsi l'uso e il godimento dei beni che gli sono necessari. Gli uomini pensano quando sono stimolati dal bisogno e dall'inquietudine, quando hanno perturbazioni da sedare, difficoltà da superare. Una vita di riposo, di successo senza sforzo, sa-
rebbe una vita senza pensiero" (Ricostruzione filosofica, trad. it., Bari 1930, p. 138).
Con il Dewey il p. manifesta uno dei suoi aspetti più pericolosi : non si tratta più soltanto di subordinare il pensiero all'azione, ma: a) di eliminare qualunque traccia di spiritualismo; b) di limitare la funzione dell'intelligenza alla sua efficacia trasformatrice della realtà (e di qualunque realta) e perciò di negare che esistano essenze o sostanze o principi immutabili; c) con lo scopo di soddisfare i bisogni dell'uomo e con essi le sue inquietudini stimolanti, che sono effettive ed efficaci quando sono appagabili nell'ambito dell'ordine naturale e storico. Il p. del Dewey non differisce gran che dalle tesi fondamentali del Marx e del marxismo (v.); è la forma, può dirsi, "americana", di quest'ultimo, ma le conseguenze, dal punto di vista morale, religioso e filosofico, sono identiche. Ciò spiega le simpatie che il Dewey riscuote presso alcuni teorici o seguaci europei del marxismo. Constatazione grave se si tiene presente che gli Stati Uniti d'America, in politica e in economia antimarxisti, considerano oggi il Dewey come loro filosofo ufficiale e gloria nazionale.
Ma tutto il p., tranne qualche contributo apportato ai problemi della scienza, del linguaggio, della psicologia empirica e pedagogica e a parte il merito di un energico richiamo al senso del concreto, è un orientamento di pensiero pericoloso, erroneo e filosoficamente nullo, logorato da un'invincibile contraddizione interna : ogni verità morale, religiosa, scientifica, ecc. è provvisoria e contingente e tuttavia bisogna credere che sia vera e necessaria. Cosi, da un lato si riconosce che la verità, se non è creduta tale, perde ogni valore pragmatico e, dall'altro, che è valida solo per il suo valore pragmatico. Una delle due : o la verità ha efficacia nell'azione solo in quanto è e si crede che sia verità, e in tal caso si viene a riconoscere che non la si accetta per vera per le sue conseguenze pratiche ma in quanto la si crede ed è verità; o si sa che un principio non è verità e si pretende che, pur sapendolo, abbia efficacia pratica e allora si dice cosa senza senso, in quanto un principio che si sa non esser vero non può esercitare alcuno stimolo ed avere alcuna efficacia. Il p. viene così a riconoscere che il criterio pragmatico non ha alcun valore come criterio di verità; e con ciò nega se stesso.
Nel p. convergono istanze kantiane (depotenziate del loro significato speculativo), positivistiche ed empiristiche (ma di un positivismo e di un empirismo ora più critici ed ora più ingenui), oltre ad altre suggerite dalla teoria dell'evoluzione (v.) nei suoi vari sviluppi, da alcune posizioni recenti della filosofia della scienza e da influenze di scoperte scientifiche, di cui arbitrariamente e grossolatamente si fa subito applicazione ai problemi filosofici; il tutto convogliato a sostegno del dogma pragmatico che la verità di un principio (v.) o di un processo conoscitivo è data dalla sua efficacia pratica, cioè dal successo, che è come assumere a criterio di verità il contingente e l'empirico, il temporaneo o il relativo. Si tratta del capovolgimento del criterio (v.) classico di verità, della negazione della filosofia (G. Papini, op. cit., p. 81 scrive che il p. "piuttosto che una filosofia, è un metodo per fare a meno della filosofia"), di una forma, a volte esasperata, di fare della verità una specie di candidato "democratico" in una lista di tante presunte verità, in attesa di ottenere la maggioranza dei suffragi per proclamarsi vere o non vere; e l'esito dipende dall'efficacia della messa in scena e della pubblicità. Il p. nega, in fondo, ogni verità e si risolve in una forma di storicismo empirico e, da ultimo, di autentico materialismo (v.); e,
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(Int. Alineri)

(Int. Alineri)
In alto: GLORIA DI S. IGNAZIO. Affresco nell'abside della chiesa di S. Ignazio - Roma. In basso: ASSUNZIONE DELLA VERGINE. Affresco della crociera della chiesa di S. Ignazio - Roma.
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A sinistra: IL PONTE DELL'IMPERATORE CARLO IV (costruito nel 1357-78, ornato poi di statue rappresentanti i diversi Ordini religiosi). A destra: MONUMENTO ALL'IMMACOLATA.
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quando si chiama religioso e spiritualista, in un fideismo (v.) non meno rovinoso, in una specie di mistica dell'azione e della volontà, che, non sorretta da un saldo principio razionale né da un concetto ben fondato della trascendenza, si orienta verso l'immanentismo (v.) più radicale e perciò verso una mistica dell'efficacia trasformatrice ed operativa dell'uomo, in vista della instaurazione di una società futura, sempre più idonea ad appagare i suoi bisogni e a godersi i beni del mondo; cioè s'incontra con il marxismo.
Birl.: per le opere degli e sugli autori citati v. le voci corrispondenti. J. B. Pratt, What is pragmatism, Nuova York 1909; H. H. Bawden, Pragmatism, ivi 1902; G. Jacobi, Der Pragmatismus, Lipsia 1902; A. W. Moore, Pragmatism and its critics, Chicago 1910; U. Spirito, Il p. nella filos. contemporanea, Firenze 1920; E. Leroux, Le pragmatisme américain et anglais, Parigi 1923; E. Chiocchetti, Il p., Milano 1926; G. De Ruggiero, La filos. contemp., II, parte $3^{4}, 4^{4}$ ed., Bari 1947, cap. 1. Per ulteriori indicazioni cf. il Journal of Philosophy e Psychology and scientific methods, ed. da F. I. E. Woodridge (annate varie); e Uberweg, V. p. 413.
Michele Federico Sciacca
PRAMMATICA SANZIONE. - I. Pragmatica sanctio è il nome applicato nel basso Impero Romano ad un tipo di costituzione imperiale, la cui natura è controversa e non riducibile a un concetto unitario. Talvolta la p. s. reca disposizioni di carattere generale, altra volta norme particolari; comunemente si ritiene che essa sia un che di intermedio tra la lex generalis e il rescriptum; di recente la si è avvicinata ad un'ordinanza di necessità.
In taluni casi essa serve a trasmettere documenti legislativi, come la p. s. che, secondo le disposizioni di Teodosio II, doveva accompagnare le costituzioni emesse dall'imperatore di una delle partes imperii perché le costituzioni stesse avessero vigore nel territorio sottoposto al potere del collega. Una celebre p. s. è quella detta pro petitiane Vigilii del 14 ag. 554, con la quale Giustiniano inviò in Occidente, su richiesta appunto del papa Vigilio, un gruppo di sue costituzioni e confermò il vigore delle parti della sua codificazione precedentemente promulgate, in Italia.
Birl.: B. Nübler, Gesch. des röm. Rechts, Lipsia 1925, p. 380; P. de Francieci, Storia del diritto romano. III, 1, Milano 1936, p. 187 sgg.; A. Dell'Oro, Sul concetto di pragmatica sanctio, in Studio et Docum. bittoriae et iuris, II (1945), p. 314 sgg.; G. Scherillo-A. Dell'Oro, Manuale di storia del diritto romano, Milano 1950, pp. 416 sgg., 427-72.
Rodolfo Danieli

(Int. Sansone)
Prassede, santa - Tvea del capo di s. P. (sec. xI) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.

(fol. Alinari)
Prassede, santa - S. P. che spreme la spugna con cui ha raccolto il sangue dei martiri. Dipinto di B. Luini (primi del sec. xvI). Napoli, Museo Filangieri.
II. P. s. di Bourges. - Costituzione promulgata da Carlo VII re di Francia, per regolare i rapporti della Chiesa francese, nel momento più acuto dei contrasti del Concilio di Basilea con Eugenio IV. Il Re convocò a Bourges nel giugno 1438 un'assemblea del clero, cui furono presenti anche i laici; egli rifiutò di prendere partito fra le due parti avverse, disposto però a promuovere l'unione. Promulgò la p. s. il 7 luglio imponendo l'osservanza nel regno dei canoni disciplinari decretati sino allora a Basilea e ritoccati dall'Assemblea. Il Concilio approvò la p. s. il 17 ott. 1439. In essa si proclamava la superiorità del Concilio sul Papa e se ne sanzionava la periodicità, si limitava l'intervento del Pontefice nelle nomine ecclesiastiche, nella collazione dei benefici, nei giudizi e negli appelli, si regolavano le annate, si davano anche utili prescrizioni quanto all'ufficiatura divina, alla moralità del clero, all'osservanza delle censure. Essa diede al gallicanesimo (v.) la sua espressione più perfetta e costituì la sostanza delle libertà gallicane nella pretesa di temperare nel limite dei canoni l'autorità papale. Non fu perciò accettata dai pontefici che tentarono di ottenerne l'abrogazione; cessò di avere valore con il Concordato del 1516 , ma nei secoli seguenti il Parlamento di Parigi pretese di rimetterla in vigore, senza rassegnarsi alla sua decadenza.
Birl.: Hefele-Lecierca, VII, II, p. 1053 sgg.; V. Martin, Les origines du gallicanisme, II, Parigi 1939, p. 2950 sgg.
III. P. s. di Carlo VI. - Atto solenne emanato da questo imperatore di Germania a Vienna il 19 apr. 1713, allo scopo di regolare la successione negli altri Stati asburgici in difetto di discendenti maschi, ammettendovi anche le femmine, per mantenerne l'indivisibilità e la unità. Esso diede origine alle guerre di successione sino alla Pace di Aquisgrana del 1748.
Birl.: H. Hantsch, Die Geschichte Österreich, II, Graa 1930, pp. 107-117 (con bibl.). Pio Paschini
PRASSEDE, santa. - E commemorata nel Martirologio geronimiano il 21 luglio; gli Itinerari del sec. vir la ricordano sepolta nel cimitero di Priscilla sulla Via Salaria nuova.
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Prassede, santa - Interno della chiesa di S. P. (sec. IX con rifacimenti dei secc. XV e XVII) - Roma.
Secondo la Passio, leggendaria, del sec. v, P. era figlia di Pudente (v.) e sorella di Pudenziana (v.). Passata a miglior vita, il presbitero Pastore, autore dello scritto, ne curò la sepoltura nel cimitero di Priscilla accanto al padre e alla sorella. E evidente lo scopo dell'autore di volere illustrare le origini dei due titoli romani di P. e di Pudente o Pudenziana, confondendo uomini e cose.
Sulla origine del "titulus Praxedis ", non si hanno notizie sicure; esisteva già nel sec. v: lo attestano il Sinodo romano del 499 e un'iscrizione del 489 nel cimitero di S. Ippolito sulla Via Tiburtina. Nel sec. vi, la fondatrice, secondo il costume, è detta s. P. L'unione di P., Pudente e Pudenziana, ebbe senza dubbio origine dal fatto che il cimitero di S. Ippolito dipendeva dai due titoli e forse dal fatto anche della vicinanza. La chiesa di S. P., già restaurata da Adriano I (772-95), fu completamente rifatta da Pasquale I (817-24) però « in alio non longe demutans loco ". La nuova costruzione, nonostante i vari lavori posteriori, conserva tuttora la struttura del sec. I2, fu arricchita di molti corpi di martiri, tra i quali quello di Zenone tolto dal cimitero di Pretestato. In suo onore fu edificato un oratorio distinto, ornato di ricchi musaici che rappresentano l'opera più insigne e caratteristica di Roma in quel periodo. Altri musaici furono eseguiti nell'abside e sull'arco trionfale, rappresentanti rispettivamente il Redentore con santi e la celeste Gerusalemme.
Bibl.: Lib. Pont., I, p. 133, nota 8; II, p. 54; Acta SS. Maii, IV, Parigi 1866, pp. 295-300; J. P. Kirsch, Die röm. Titelbirchen im Altertum, Paderborn 1918, pp. 149-51; F. Lanzoni, I titoli presbiterali di Roma antica..., in Riv. di arch. crist., 2 (1925), pp. 224-28; Martyr. Hieronymianum, p. 388 sg.; H. Delehaye, Etude sur le légendier romain, Bruxelles 1936, pp. 137-39; Martyr. Romanum, p. 299; M. Armellini, Le chiese di Roma dal sec. IV al XIX (ed. C. Cecchelli), Roma 1942, pp. 296-303, 1418-20; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topogr. della città di Roma, ivi 1942, pp. 77, 308-10. Agostino Amore
PRAT, Ferdinand. - Esegeta, n. a La Préterie (Aveyron, Francia) il io febbr. 1857, m. a Tolosa il 4 ag. 1938. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1876, studiò lingue orientali e teologia a Beirut (Libano), a Roma nell'Università Gregoriana, dove ebbe maestri E. Gismondi e R. Cornely, in Inghilterra e a Parigi.
Dal 1893 insegnò S. Scrittura negli scolasticali del suo Ordine, finché nel genn. 1903 Leone XII lo chiamò a Roma come uno dei quaranta primi consultori della - Commissione cardinalizia per promuovere gli studi biblici ", intendendo servirsi di lui anche per preparare la creazione di un Istituto biblico. Ivi restò fino al 1907,
quando fu nominato professore d'esegesi del Nuovo Testamento alla Facoltà Orientale fondata a Beirut (1907-1909); poi si dedicò alla pubblicazione delle sue opere, salvo l'interruzione della guerra 1914-18 in cui fu cappellano militare e cinque anni d'insegnamento biblico nello scolasticato di Enghien (Belgio, 1919-25).
Esegeta solidissimo, di vastissima erudizione, di vedute saggiamente progressiste, ebbe parte importante nelle controversie intorno alla "Questione biblica"; resta però principalmente uno dei pionieri della teologia biblica nel campo cattolico e come tale esercito grandissima influenza. Oltre moltissimi articoli in varie riviste e enciclopedie (Etudes, Recherches de science religieuse, Dictionnaire de la Bible e suo Supplément), scrisse: La Bible et l'histoire, 1904 (trad. it., La Bibbia e la storia, Roma 1906, e tedesca); Le Code du Sinaï. Sa genèse et son évolution (Parigi 1904); Origène. Le théologien et l'exégèse (ivi 1907); La théologie de st Paul (2 voll., Parigi 1908 e 1912; $8^{a}$ ed. rifusa 1924; trad. it. Torino 1922, e inglese); St Paul (Parigi 1922); Jésus-Christ. So Vie, so doctrine, son oeuvre(2 voll.,ivi 1933; trad. it. Firenze 1945).
Bibl.: J. Calès, Un maître de l'exégèse contemporaine, Le p. F. P., S. 3., Parigi 1942. Stanislau Lyonnet
PRATI, Giovanni. - Poeta, n. il 27 genn. 1814 a Campomaggiore presso Dasindo (Trento), m. a Roma il 9 maggio 1884.
La sua attività poetica si può dividere in tre periodi. Il primo ( $1841-52$ ca.), con l'eccezione della novella Ednenegarda, comprende un gruppo di raccolte liriche tipicamente romantiche (Conti lirici, Centi per il popolo e Bollate, 1843; Memorie e lacrime, 1844; Passeggiate solitarie,

(da P. Jean Calès, Le p. F., Parigi 1812, p. 111) Prat, Ferdinand - Ritratto.
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(da P. G., Edmundgardo e Liricta, Torino 1859)
Prati, Giovanni - Ritetto.
il P. concentra l'ispirazione attorno ai suoi più originali motivi, che si esprimono in un descrittivismo musicale della natura sentita nella sua totalità attraverso le piccole creature (Psiche, 1876; Iside, 1878).
L'intervento frequente della religione nell'opera del P. è uno dei mezzi per l'innalzamento dei fatti a quell'v iduale e che vuol essere soggetto e toto perpetuo della sua poesia. Così Dio può essere eguagliato a un nebuloso ineluttabile destino, e come tale divenire persuasore di passione e di male, mentre altre volte la religione si identifica con la morale comune e con gli affetti gentili e familiari del poeta; altrove religione e amore sono mischiati in un modo che lontanamente preannuncia il Fogazzaro; caduta e cristiana redenzione sono prediletti come elementi patetici e di effetto; la preghiera diviene motivo musicale e scenografico.
Politicamente, il P. passo da una entusiastica adesione agli atteggiamenti di un papato contemplato come liberatore e pacificatore (secondo ideologie che risentono di quelle del Gisberti e del Balbo) ad una distinzione tra l'opera dell'uomo e quella del pontefice nell'attività del Papa successiva al ' 48 (A Ferdinando di Borbone, in Canti politici). Essa preludeva ad un'analoga distinzione fra Stato e Chiesa, cui si attenne il P. dopo la proclamazione del Regno d'Italia. Si professò credente, come nelle altre, cosi nella fase finale della sua vita (Discorso al Senato del 7 giugno 1876). Difficilmente persuasivo appare invece il tentativo di ricondurre nell'àmbito della religione il naturalismo panico di quella stessa fase, che è d'altronde di natura specialmente artistica.
Biel.. B. Emmert, G. P. Saggio bibl.. Rovcreto 1912, integrato con un'aprond. in Atti Accademia degli Agiati (1933), $4^{\circ}$ serie, II, pp. 166-99. Per le opere: Poesie varie, 2 voll. a cura di G. Malagodi, Bari 1916. Sui rapporti fra il P. e la religione: P. Orano, Dio in G. P., Roma 1912; M. Stieco, La poesia religiosa del Risorgim., Milano 1940, pp. 222-27. In generale: G. Gabotti, G. P., ivi 1912; B. Croce, La letteratura della marea Italia, I, Bari 1929, pp. 7-22; C. De Lollis, Saggi sulla forma poetica ital. dell'Ottocento, Bari 1929, pp. 62-78 e 172-82; G. P. nel cinquanten. della morte, Trento 1934; L. Fontana, Saggio di una interpretaz. di G. P., Firenze 1947. Marcello Aurigemma
PRATO, diocesi di. - Città e diocesi in Toscana, unita a Pistoia (v.). La diocesi, istituita nel 1653 con lo smembramento di una parte del territorio della diocesi pistoiese, abbraccia la valle del Bisenzio e si estende quanto il municipio della città, in più il comune di Vaiano. Confina con le diocesi di Pistoia e di Firenze. Nel 1916 furono aggregate alla diocesi di P. 12 parrocchie dismembrate dalla diocesi di Firenze, 28 dismembrate dalla diocesi di Pistoia. Conta 83.000 ab., 49 parrocchie; 5 vicariati foranei; 4 case religiose maschili, 30 case religiose femminili. Il numero dei sacerdoti secolari ascende a 62 ; i sacerdoti regolari sono 31 . Ha un seminario fondato da mons. Gharardi nel 1682; sua prima sede fu la badia di Grignano, oggi occupa l'antica badia di S. Fabiano. Il patrono della diocesi è s. Stefano.
I. Storia civile. - Pratum è situata sulle rive del Bisenzio. In origine era un piccolo borgo, Borgo al Cornio: come altre località di quella valle rotto il dominio dei conti Alberti. Più tardi si resse a comune ed ebbe i suoi consoli. Fece parte della lega guelfa in Toscana e ne segul le vicende. Ma dalla metà del sec. xiv divenne possesso di Firenze e con essa divise e confuse la sua storia; e quando Firenze subl l'assedio delle armi imperiali, P. soffrì per opera degli Spagnoli un crudele saccheggio (1512). Oggi è una popolosa città, ricca di industrie e di opifiri, da cui attinge motivo di continua espansione.
II. Storia religiosa. - La popolazione, abitante la località che poi ebbe il nome di P., aveva la sua chiesa dedicata ai ss. Stefano e Lorenzo, almeno fino dal sec. vi, avendo nel 530 il papa Felice concesso indulgenza plenaria per le solennità dei santi titolari. Nel 1133 papa Innocenzo II prese tale chiesa sotto l'apostolica protezione: se non che clero e popolo di P. dettero frequenti segni di insubordinazione al vescovo di Pistoia, loro legittimo pastore. All'inizio del sec. xv un forte contrasto si delineava fra il proposto di P. e il vescovo di Pistoia, contestando il primo, con rogito di notaro, al secondo, il diritto di fare l'ostensione al popolo di una reliquia, venerata allora, e venerata anche oggi in P. sotto il nome di S. Cintola. A sanare tale situazione la signoria di Firenze nel 1409 chiese ad Alessandro V l'erezione della chiesa pratese a cattedrale. Non accolta la richiesta fu motivo che Pio II nel 1460 sottraesse alla giurisdizione del vescovo di Pistoia la chiesa di P. costituendola prepositura nullius dioeceseos. Essendosi poi il territorio notevolmente accresciuto, Innocenzo X con sua bolla del 22 sett. 1653 eresse a cattedrale la prepositura pratese ed eresse il borgo a città, smembrandola dalla diocesi di Pistoia ed unendola, come nuova diocesi, ad essa aeque principaliter. Da allora la storia religiosa di P. si identifica con quella di Pistoia.
III. PersonagGi illustri. - Oltre Caterina de' Ricci, fiorentina, che illustrò della sua santità il chiostro domenicano di P., sono da ricordare il card. Niccolò da P., paciere in Firenze fra Neri e Bianchi; mons. A. Martini, il noto traduttore della Bibbia e arcivescovo di Firenze; mons. Giovacchino Limberti, che da canonico della sua cattedrale divenne arcivescovo di Firenze, consacrato dallo stesso Pio IX. Fra i laici lasciò fama d'insigne pietà nello scorso secolo Cesare Guasti, nome ben noto nella nostra letteratura.
Biel.: Ughelli, III, pp. 317-40.; C. Guasti, Biblioteca pratese compilata per un di P., Prato 1844; id., Della chiesa cattedrale di P., ivi 1846; P. Papini, Notizie storiche intorno all' origine di P., Prato 1871; Cappelberti, XVII, p. 156; F. Carlesi, Origini della città e del comune di P., Prato 1904; R. Coggese, Un comune libero alle porte di Firenze, Firenze 1902; P. Echr, Italia Pontificia, III, Berlino 1908, pp. 134-43; S. Baldini, Storia del Seminario di P., Prato 1913; R. Piattoli, Consigli del comune di P., Bologna 1940.
Emilio Sanesi
IV. ARTE. - Nella cerchia poligonale delle sue mura aperte da 5 porte $P$. non presenta più l'aspetto di città turrita che ancora conservava nel ' 700 ; ma tra le costruzioni rimaneggiate e quelle moderne, erette per le esigenze della sua vita di attivo centro industriale laniero, molti sono i monumenti che testimoniano del suo passato con forme che riflettono per lo più potenti e ricche città vicine.
1. Architettura. - Scomparse o ridotte a pochi avanzi le costruzioni anteriori al 1200 (i resti della primitiva cerchia delle mura, risalenti al principio del sec. xir; la chiesa della badia di S. Fabiano, sorta intorno al 1000, la cui facciata reca uno dei primi esempi di decorazione policroma toscana; i ruderi della chiesa di S. Barnaba incorporati nell'Ospedale) i più antichi monumenti pratesi possono considerarsi il Duomo ed il castello dell'Imperatore, che risalgono entrambi al sec. xiri. Il castello dell'Imperatore, che la leggenda dice eretto