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 a questa caverna, lo supplicano di non far loro del male. Le p. che si sono riferite (soprattutto quelle che K. Langloh Parker riporta nella sua monografia sugli Euahlayi) sono state contestate dagli etnologi evoluzionisti e soprattutto da R. R. Marett. Ma A. Lang le ha validamente difese come autentiche e anche il p. Schmidt è dello stesso parere (vedi la discussione in Man, Londra, 7 [1907], nn. 2, 28, 42, 61, 62, 72 e voce God di A. Lang, in Enc. of Rel. and Eth., VI, pp. 243-47). Giustamente osserva la Parker che le p. da lei riferite non possono esser dovute all'influenza delle missioni protestanti (in questo territorio non ci sono missioni cattoliche) perché le sue osservazioni sugli Euahlayi sono anteriori alla fondazione della missione e la sua fonte era un vecchio. Si aggiunga ancora che generalmente i protestanti non ammettono il purgatorio e non fanno p. per i defunti. Perciò difficilmente si potrebbero attribuire ai missionari insegnamenti su questo aspetto particolare della p. L'opposizione a questi dati di fatto è invece radicata nel preconcetto evoluzionista che le popolazioni dell'Australia fossero le più rosee nella scala dell'evoluzione religiosa e perciò senza p. Questo preconcetto ha influito purtroppo anche su ottimi esploratori e missionari onde è possibile chiedersi se indagini fatte obiettivamente non avrebbero messo in luce un numero maggiore di p. di queste popolazioni ora in gran parte estinte.

Molto più numerose sono le p. sia isolate sia unite ai sacrifici, raccolte tra le popolazioni primitive delle altre parti del mondo. Le p. isolate sono pronunziate o concepite anche solo mentalmente. La p. è in relazione con le circostanze liete o tristi della vita e può essere rivolta: 1) all'Essere Supremo; 2) a personificazioni di determinate qualità dell'Essere Supremo: p. es., allo spirito del tuono e dell'arcobaleno oppure a figure piuttosto vaghe che personificano la creazione, la conservazione dell'uomo, il potere di mandare la morte ecc.; 3) a spiriti di vario genere che popolano la natura, creati dall'animismo; 4) ai defunti divinizzati (soprattutto al capostipite); 5) alle divinità terrestri e, in culture più recenti, anche ai feticci.

L'Essere Supremo è sempre concepito come buono; le altre figure religiose possono essere bene-
fiche o malefiche. Le malefiche, più che pregate, sono placate con sacrifici: "Giok (nome dello spirito malefico), ti ho fatto un sacrificio, e perché tu mi uccidi!", oppure: "Giok ieri ti ho fatto un sacrificio e tu mi hai ucciso un'altra volta! ". "Abita ( $=$ defunti) mi hai detto per bocca dello stregone che mi avresti ucciso; ti ho fatto il sacrificio e perché tu mi uccidi?" (lamenti degli Acioli dell'Uganda per la morte dei figli). Dove la figura dell'Essere Supremo è ancora viva e riceve un culto le p. alle divinità inferiori sono poche. Queste sono invocate soprattutto come intermediarie presso l'Essere Supremo: "Le cose che gli uomini desiderano Giok le chiede a Lubanga e le dà agli uomini; Giok chiede a Lubanga come il figlio chiede al padre". "L'anima di chi è stato ucciso... prega Lubanga di sotto terra: Lubanga, desidero che mi sia fatta vendetta!" (Acioli dell'Uganda). Le popolazioni che hanno sviluppato molto l'animismo e il manismo rivolgono più frequentemente p. agli spiriti inferiori e molto di meno all'Essere Supremo. Questo cambiamento avviene soprattutto nei popoli agricoltori ma ci sono popolazioni appartenenti ancora alle culture originarie le quali pregano già gli spiriti inferiori. Così fanno gli Ainu del Giappone, durante una cerimonia nella quale offrono la feccia del vino mescolata con altre sostanze: "A voi, nostri antenati, che siete ora nel mondo sotterraneo offriamo... la feccia del vino; accettate (queste offerte) e rallegratevi. I vostri discendenti si sono radunati qui appositamente per fare ciò. Rallegratevi! Vigilate su di noi e preservateci dalle malattie, dateci una lunga vita, affinché possiamo continuare a farvi quest'offerta ".

Talvolta nella stessa p. invocano contemporaneamente tutti gli esseri che ricevono un culto. Quando i Dinka (Sudan Anglo-Egiziano) hanno un buon raccolto fanno un sacrificio di ringraziamento all'Essere Supremo Nhialic che ha dato la pioggia. Il sacrificio è accompagnato da questa p.: "Nhialic, ascolta i tuoi figli e senti le loro parole, noi siamo come insetti davanti a Te, e voi totem e voi spiriti unitevi tutti con Nhialic (e ascoltate con lui le nostre parole) ".

Le p. più frequenti si riferiscono alla necessità della vita quotidiana ed esprimono un bisogno concreto ed immediato di chi prega per sé, per la famiglia, per la parentela, per l'amico, per il villaggio: situazioni difficili, liberazione da malattie, epidemie e disgrazie, desiderio di prole, di bestiame, di un buon raccolto, abbondante bottino di caccia e di pesca, protezione nei pericoli, vittoria in guerra. Queste p. sono generalmente brevi, spontanee, non vincolate a una formula fissa, spesso accompagnate da un gesto o da un movimento del corpo che esprime generalmente lo stato d'animo dell'orante : lamente, supplica, emozione, dolore, sdegno, gioia, riconoscenza, ira, passione. Gli Acioli dicono: "In tutti i loro bisogni invocano Lubanga o pensano a lui; però non ci sono formule fisse né insegnamenti sulla p.;... ciascuno domanda ciò che desidera; ... ciascuno dice ciò che gli viene in bocca. La p. viene da sé spontaneamente, nessuno la insegna ai bambini; se batti un bambino subito si mette a piangere senza che nessuno gli abbia insegnato».

Lamenti: "Mi ha dato un bambino per poi riprendermelo!". "Incomincia il secondo anno che sono sola!" (lamenti di una madre e di una vedova a Wataninesua, l'Essere Supremo degli Yamana, Terra del Fuoco). Il lamento può anche essere accompagnato da un gesto di disperazione. Talvolta gli Acioli, per la morte di un figlio afferrano la lancia e la fanno vibrare con forza, come se si trovassero improvvisamente davanti un nemico, esprimendo il desiderio di colpire l'Essere Supremo, se lo

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potessero vedere. Gridano: aLubanga, sei cattivo! Perché uccidi i miei figli ?... Lubanga perché hai fatto (creato) questo bambino? Se non volevi lasciarmelo non avresti dovuto farmi vedere i suoi occhi? :

Frequenti sono le domande: gli Scilluk (Sudan Anglo-Egisiano) in tutti i bisogni della vita si rivolgono direttamente a Giuok. "Giuok aiutami!» è un espressione comune. I Mao dell'Etiopia pregano cosi il loro Essere Supremo: "Veretsi, come Tu fai crescere l'erba, cosi concedi... che i nostri figli crescano sani e i nostri raccolti non siano distrutti». Tra i Nuer (Sudan AngloEgisiano), quando una volta all'anno il bestiame deve passare attraverso il Nilo perché cambia i pascoli, lo stregone passa la notte precedente nell'esercizio delle pratiche necessarie perché tale passaggio avvenga felicemente e al mattino fa la seguente p.: «O Dio, sei stato tu a dire che io dovevo essere lo stregone, che dovevo esercitare la magia e incantare il coccodrillo. Il bestiame non ha più erba, fa' che possa passare attraverso il fiume e pascolare sull'altra riva. O Dio, tu hai creato il bestiame con cui l'uomo deve nutrirsi, lascialo passare salvo dall'altra parte». Gli Scilluk quando vanno a caccia o a pescare: "Signore, io sono qui per pregarti, perché non ci aiuti? Chi ti può comandare? Non sei stato tu a fare gli uomini? Se tu togli la vita (il che è tuo diritto) questa è cosa tua». I Dinka pregano Nhiolic perché guarisca una persona: "Salvalo, è buono e non fece mai del male a nessuno!». I Negriti durante un nubifragio: "Alchi parrà di me e fa' cessare la pioggia perché siamo veramente poveri e la nostra capanna non è solida! .

Frequenti sono pure le espressioni di ringraziamento : - Grazie, Padre mio, che sei stato oggi benevolo verso di me!». Così ringraziano gli Yamana dopo una caccia o una pesca abbondante. Parlando della gioia degli sposi che hanno avuto figli, un anziano Acioli si esprimeva in questi termini: "Quando entrano in casa il loro cuore si rallegra alla vista dei bambini che Lubanga ha dato loro.

Non mancano p. che abbracciano anche persone le quali non appartengano alla famiglia e al villaggio. Durante sacrifici all'Essere Supremo lo stregone Dinka dice e il popolo ripete: "Nhiolic nostro, noi non adiamo nessuno sulla terra, nessuno odia un altro; se qualcuno mi odia io gli voglio bene, se qualcuno mi ama io pure gli voglio bene». Questa p. è degna di particolare attenzione perché esprime le disposizioni necessarie affinché il sacrificio sia accetto, ossia il non avere odio nemmeno contro chi fa del male.

Popolazioni dell'America, dell'Africa e forse anche di altri territori pregano prima e dopo i pasti oppure solo prima. Le popolazioni che pregano regolarmente al mattino e alla sera sono molto più rare (v. in Schmidt le belle preghiere del mattino e della sera che i Galla rivolgono all'Essere Supremo).

Generalmente questa forma di p. è isolata ma talvolta è unita a una specie di sacrificio delle primizie. Così fanno alcuni gruppi di Algonchini (Montagnais) i quali, prima di incominciare a mangiare, gettano un po' di cibo nel fuoco e osservano il fumo che ne sorge.

Varie popolazioni dell'America settentrionale (Lenapè, Arapaho) ed altre celebrano periodicamente cerimonie, che durano talvolta parecchi giorni, durante le quali rivolgono ripetutamente p. all'Essere Supremo. Alcune di queste cerimonie sono sacre rappresentazioni della creazione con parti recitative e drammatiche dei miti relativi ai primi tempi.

Nella cultura totemistica la magia, fondata sull'irrazionale, sostituisce quasi completamente la religione. E però la p. muore ed è sostituita dalla formula magica con la quale si crede di poter vincere anche la divinità.

BinL: J. Batchelor, The Ainu of Japan, Londra 1892; id., Ainu (de uad love, Tokio a. d.; id., The Ainu and their folklore, Londra 1901; B. Spencer e F. J. Gillen, The native tribes of central Australia, Londra 1899; A. W. Howitt, The native tribes of south east Australia, iv. 1904; K. LanglohParker, The Enablayi tribe, ivl 1905; R. R. Merett, From spell to prayer, in Folk-Lore, 15 (1904), ristampato in Threshold of Religion, Londra 1909 [?]; A. Le Roy, La religione dei popoli
primitivi, in Storia delle religioni. Letture pubblicate sotto la direzione di C. C. Martindale, 5 voll., Firenze [1921]; F. Heiler, Das Gebet, 5 e ed., Monaco 1923; trad. francese: La prière, Parigi 1931; W. Kuppers, Unter Feuerland-Indianern, Stoccarda 1924; id., Gottesglaube und Gebete der Yamana auf Feuerland, Düsseldorf 1928 (le preghiere degli Yamana riferite dal Kuppers sono riportate da R. Boccassino, La religione dei primitivi, in P. Tacchi Venturi, Storia delle religioni, 3 e ed. Torino 1949); F. S. Maspagnotto, Dal fiume delle gazzelle, Padova 1926; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, Münster in V. 1926-30 (finora 9 voll.; opera fondamentale); id., L'importanza dei Galla per l'Etiopia e l'Africa orientale, in Atti dell'VIII Convegno Volta (Reale Accademia d'Italia), Roma 1940; R. Huffman, Nuer customs and folk-lore, Oxford 1931; I. P. Cracodara, Beiträge zur Kenntnis der Religion und Zauberei bei den Schilluk, in Anthropos, 27 (1932); R. Boccassino, Alcune notizie sui Dinka (Sudan Anglo-Egisiano), particolarmente sulla loro religione, in Annali del R. Istituto superiore orientale di Napoli, 8 (1933); id., La mitologia degli Acioli dell' Uganda sull'Essere Supremo, i primi tempi e la caduta dell'uomo (con testi), in Anthropos, 33 (1938); id., I Nilotici settentrionali, in R. Biasotti, Le razze e i popoli della terra, II, Torino 1941; id., La p. degli Acioli dell' Uganda (con testi), in Annali Lateranensi, 13 (1949), (conizze ca. 300 p. di questa popolazione, nel testo indigeno, con traduzione e commento); V. L. Grumanelli, I Mao, Roma 1940; M. Schulien, La p. presso i popoli primitivi; id., La p. presso i primitivi a colloca più antica; id., La p. presso i primitivi, in L'ostervatore romano, 5 apr. 1942, 2 e 30 dic. 1943. Varie voci dell'Hastings, in Encyclopedia of Religion and Ethics, 12 voll., Edimburgo 1908-21, trattano della p. nei vari popoli: v. E. N. Fallaise, Prayer (Introductory and Primitive), pp. 154-58. Le voci di quest'Enoticilopedia contengono una larga informazione, ma risentono spesso l'influenza dell'evoluzionismo.

Renato Boccassino
IX. I VARI TIPI DI P. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. - In queste la p., oltreché con la parola, può manifestarsi anche con gesti e movimenti che mimicamente esprimono la cosa che si domanda o che si vuol deprecare: si sa che la danza è in origine una p. in azione. A questo stadio primitivo si possono trannodare quei casi di materializzazione della p. che consistono nel perpetuare materialmente l'atto o la formola dell'orante, come sarebbe, p. es., l'uso di appendere un frustolo di stoffa ad un albero o gettare una pietra presso il luogo dove si è pregato, come fanno i musulmani di Siria e d'Africa; o di far girare ad acqua, a mano, o a vento un cilindro su cui sono scritte formole sacre, come fanno i lamaisti del Tibet: ad ogni giro si ha il merito di una p. effettivamente recitata.

Dal concetto di p. va esclusa la formola magica perché questa non implora ma vuol obbligare, con la forza del gesto e della parola, le potenze a cui si dirige ed è usata da uno stregone, non dal rappresentante della comunità e per fini individuali e spesso nocivi, non per il bene sociale.

Nelle religioni non cristiane la p. si distingue secondo tre tipi principali :
a) una p. utilitaria, di tipo contrattuale secondo la formola de ut des, in cui l'orante promette doni alla divinità in cambio dei beni che chiede. Questo tipo è il più diffuso tra le popolazioni primitive ed è anche quello più in uso presso le persone di scarsa elevatezza interiore. Cosi i Negritos Inseg offrono una parte del cinghiale ucciso alla caccia dicendo : «O Signore, ti offriamo questo perché tu sia benevolo e ci dia un cignale \$. Esempio efficacissimo è quello della p. alle Parche fatta in occasione dei Ludi secolari del 17 a. C. in cui Augusto offrì alle Parche nove capre e nove agnelle chiedendo in cambio l'aumento della potenza e della gloria del popolo romano.
b) Il secondo tipo di p. è medio (Heiller le chiesta "profetico"); si presenta come una nobile evoluzione del precedente e finisce per diventare un tipo a sé, il più adatto alla media dello spirito umano. In essa l'orante concepisce la divinità come moralmente elevefissimo, non corruttibile con promesse od offerte allettatrici: si profonde pertanto in lodi sulla perfezione e misericordia di lei, sente la sua propria miseria e indegnita e dopo

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questa sincera captatio benevolentiae chiede le cose che sono necessarie alla sua vita materiale e spirituale: il Pater Noster è il tipo insuperato e insuperabile di questo secondo tipo di p.
e) La p. mistica costituisce il terzo tipo che è privilegio di pochi. In esso l'orante, dimentico di tutto ciò che può servire al sostentamento della sua vita materiale, tende alla fusione di sé con la divinità attraverso l'annichilimento della volontà e del desiderio individuale. Questo terzo tipo di p. non si riscontra nelle religioni naturali che, nei riti e nelle formole, esprimono soltanto i bisogni e le aspirazioni fondamentali del gruppo, ma nelle grandi religioni storiche sorte come una riforma o una sublimazione di schemi religiosi precedenti, perché soltanto in questo tipo si ha un concetto altissimo della divinità, un codice etico corrispondente, il dovere religioso concepito come una fedele sequela di un Dio perfettissimo ovvero come un'assimilazione a lui attraverso i carismi di un'azione sacrificale. Perciò la p. mistica si ha nelle religioni supernazionali o universali : giudaismo, islamismo, cristianesimo. Un esempio di p. mistica nel sec. II dell'Impero si ha nella p. a Iside formulata da Apuleio di Madaura nel cap. 25 dell'XI 1. delle Metamorfosi. In essa il protagonista Lucio, dalla dea Iside restituito dalla forma asinina all'umana, dopo le lodi più entusiastiche alla dea, dichiara di non sentirsi degno di cantare le sue lodi, ma che "scolpirà nel segreto del cuore il volto divino di lei e ve lo terrà custodito in perpetuo».

Forma della p. - 1. La forma tipica della p. è quella che i Latini chiamavano precatio e il cristianesimo chiama oratio, cioè una formula di lode o di richiesta, o un misto di entrambe diretta al dio, premessa l'invocazione del nome; se è fatta dal sacerdote in nome della comunità, questa risponde con una formula di adesione (amen, così sia, ecc.). Un carattere più sociale riveste la p. quando ha la forma di litania (da litugas = prego, supplico) sia che con vari titoli glorifichi la divinità, sia che enumeri le diverse necessità in cui la comunità si trova. Nell'un caso e nell'altro c'è un dirigente che propone la lode o espone la domanda, mentre la comunità risponde con una frase di consenso al concetto proposto; spesso si associa alla desmbolazione processionale (v. PROCESSIONE).

La giaculatoria (da iaculare "scagliare") è una formola breve, spesso laudativa, lanciata verso la divinità. Essa per la sua brevità, per la forma invocativa, per la facilità con cui viene ricordata e ripetuta può, più facilmente che altre forme di p., assumere un significato magico ed essere adoperata come scongiuro potente contro il malocchio e i mali spiriti. Casi tipici ne sono la formula: "Om mani padme hum-O gioiello nel loto, amen» del buddhismo tibetano; la prima sūrah del Corano e la formula di fede musulmana che viene ripetuta fino a migliaia di volte, sì da provocare, associata a movimenti ritmici del capo e del corpo, uno stato di esaltazione.
2. La salmodia. - E una p. ritmica, di carattere solenne nella quale la comunità esprime a Dio i vari sentimenti dell'animo, specialmente in occasione delle varie festività dell'anno religioso. Essa è in genere recitata alternativamente in un luogo consacrato. E la p. liturgica tipica del giudaismo, adottata in larga parte anche dal cristianesimo. Una forma salmodica hanno rivestito in Babilonia i cosiddetti salmi penitenziali.
3. L'inno. - Appartiene alla medesima categoria del salmo ma la sua struttura è più agile ed è, in origine, intimamente associata alla danza sacra. Tipico esempio di inno danzato è quello dei Cureti della religione preellenica di Creta (Palaicestro); e il carme composto da Orazio in occasione dei Ludi secolari del 17 a. C. Nella liturgia cristiana l'inno, scritto con metrica agile e modulata su una musica più vibrante, serve a riassumere le caratteristiche della festività che si celebra.
4. Il gesto della p. - Esso varia naturalmente secondo i popoli e secondo la qualità della cerimonia. In genere si può affermare che due sono i gesti più universalmente usati presso i popoli che hanno una p. liturgica costituita : a) l'elevazione delle mani verso il cielo o verso il simulacro della divinità; 5) la prosternazione a terra o almeno la
flessione delle ginocchia. Il cristianesimo conosce entrambe queste maniere di adorazione. Presso i musulmani la p. comprende un insieme un po' ginnastico di movimenti, tra i quali c'è sia la prostrazione, sia l'elevazione delle mani. Per l'orientamento nella p. v. orientazionE. Vedi tav. CXXX.

Nicola Turchi
PREGIUDIZIALI, QUESTIONI. - Sono le questioni che in un determinato procedimento giudiziario devono essere preliminarmente risolte, poiché la decisione di esse influisce necessariamente sull'azione principale.

E noto che formano oggetto di esame pregiudiziale i cosiddetti presupposti processuali, che "consistono in modi di essere dei soggetti del rapporto processuale e sono per sé indipendenti dalla domanda giudiziale, pur dovendo sussistere al momento in cui questa è proposta " (Della Rocca). Esempi specifici sono la capacità di essere parte in causa, quella processuale di agire, vale a dire la legitimatio standi in iudicio, la rappresentanza legale di persona incapace di stare in giudizio personalmente, e di conseguenza costituiscono materia di decisione pregiudiziale, le cause in cui sia "oggetto potenziale od implicito di controversia uno stato giuridico, un rapporto giuridico complesso, un rapporto giuridico condizionante l'azione principale" (Della Rocca).

Nel diritto della Chiesa, come del resto nelle legislazioni civili, la q. p. va distinta dagli incidenti. Difatti, secondo il can. rōzá del CIC, la questione è p. qualora dalla sua soluzione dipenda quella della questione principale, e deve essere immediatamente presa in esame dal giudice; quella incidentale invece, come prescrive il can. 1653, può essere risolta precedentemente alla principale quando la sua soluzione apra la via alla soluzione di altre questioni. Invece se fra le due questioni non c'è alcun nesso logico, esse possono essere risolte autonomamente. Mentre quindi, sempre secondo l'interpretazione del CIC e della comune dottrina, la soluzione della q. p. riveste un carattere di necessarietà, costituendo essa l'antecedente logico necessario della questione finale, tale carattere non si ravvisa nelle questioni incidentali, che debbono solo avere, onde ritenersi tali, una certa connessione con la questione principale. E di scusso nella dottrina se la proposizione di una q. p. od anche incidentale sospenda il processo principale; si ritiene però da autorevoli scrittori, ed a ragione, che tali questioni, piuttosto che sospendere il processo principale, costituiscano una fase speciale dello stesso: difatti tale accertamento, sia rispetto al rapporto di diritto sostanziale, sia rispetto a quello processuale, non v'ha dubbio che formi parte integrante del procedimento principale.

Sono applicabili nei confronti dell'azione pregiudiziale, come anche in tutte le questioni incidentali, le disposizioni ordinarie del procedimento, e cioè l'inoltro della istanza mediante libello od oralmente: la scelta dell'una e dell'altra forma ha il suo rilievo nel caso che il giudicante rigetti immediatamente la istanza, poiché puramente defatigatoria; con la prima forma infatti il giudice deve convocare le parti nella forma prescritta dal can. 1711 sgg. onde poter poi dichiarare il rigetto; con l'altra invece, essendo stata l'istanza inoltrata oralmente, e quindi in presenza delle parti, non occorre nessuna citazione. Qualora il giudice non ritenga di procedere all'immediato rigetto della istanza, egli dispone la trattazione della questione incidentale, che può essere risolta con decreto, motivato ed inappellabile, ovvero con sentenza interlocutoria, che potrà essere impugnata unitamente a quella definitiva. Il giudizio penale, a norma degli artt. 19, 20 e 21 Cod. proc. pen. italiano, deve essere sospeso fino all'esito del giudizio civile, che involge l'esame di questioni di stato personale pregiudiziali ad un giudizio penale. Come è ovvio, perché la questione civile od anche amministrativa debba essere preventivamente risoluta, è necessario che essa costituisca l'antecedente logico-giuridico del reato o di una circostanza di esso. Come anche si deve ritenere, in base all'art. 3 dello stesso Codice, qualora la cognizione di un reato influisca sulla decisione della

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controversia civile, il giudizio civile è sospeso, salvo tassativa diversa disposizione di legge, fino a che sia pronunciata sentenza istruttoria di proscioglimento non più soggetta a gravame, ovvero sentenza irrevocabile dopo il rinvio a giudizio, od anche quando sia divenuto esecutivo il decreto di condanna.

Bias, F. Roberti, De processibus, I-II, Roma 1926; M. Lega, Commentarios in indicia ecclesiastica, II, ivi 1938-41, passim; F. Della Rocca, Istituz. di dir. processuale canonica, Torino 1946, passim.

Giuseppe Spinelli

## PREISTORIA (manifestazioni religiose).

S'intendono per p. le fasi antichissime delle civiltà umana intorno alle quali mancano testimonianze scritte e che è possibile parzialmente ricostruire solo in base a relitti di scavo e, in secondo luogo, ad argomenti desunti per analogia dalla comparazione etnologica e sociologica con i primitivi attuali. La divisione in aspetti culturali della p. è fatta in base alla natura degli strumenti lasciati dall'uomo preistorico, che sono di pietra rozza (paleolitico), di pietra levigata (neolitico), di metallo (rame, bronzo, ferro). La scoperta e l'uso dei metalli ha impresso un impulso più gagliardo allo sviluppo dei vari popoli e ne ha affrettato il loro ingresso nella storia.

Le conoscenze preistoriche sono date quasi esclusivamente dagli scavi. Da essi emersero anche documenti ormai copiosi di manifestazioni religiose delle più antiche genti mediterranee ed europee. L'immenso spazio di millenni abbracciato dalla p., non calcolabile in modo sufficientemente approssimativo, risale ai primi resti oggi noti lasciati dall'uomo, alle prime fasi cioè del periodo più antico dell'èra geologica quaternaria, il Pleistocene.

Lo caratterizzano le enormi espansioni del ghiacciaio dell'Europa settentrionale, dei ghiacciai alpini, pirenaici, ecc. Fatto grandioso e complesso : le fasi di espansione furono infatti intromezzate da fasi interglaciali, di ritiro cioè dei ghiacciai stessi. Grado a grado dall'ambiente generale pleistocenico si passò a quello attuale dell'Olocene, al secondo periodo cioè della nostra èra quaternaria.

Il termine di Paleolitico designa le industrie e le civiltà umane sviluppatesi durante il Pleistocene: le armi e gli utensili erano quasi esclusivamente litici. Mancava ancora lo stesso vasellame fittile. Da quei remotissimi tempi la p. scende al primo sviluppo delle civiltà e degli aspetti culturali protostorici, all'alba dei tempi classici. Non è facile porre un limite preciso fra aspetti culturali preistorici e protostorici, anche perché genti lontane dai grandi centri di precoce sviluppo culturale (i paesi del Mediterraneo orientale) si attardarono, conservando spesso a lungo usi e costumi arcaici.

Dipendeva dall'ambiente asperrimo la vita dell'uomo pleistocenico, il quale sarebbe rimasto soccombente se nella dura lotta per l'esistenza non avesse posseduto, oltre ad attitudini fisiche eccezionali, particolari disposizioni spirituali, le quali lo condussero anche, fin da allora, ad un perfezionamento graduale della industria litica, ad un primo sviluppo sociale, a manifestazioni religiose ed artistiche. Si ha, p. es., probabile documento di un culto di crani fin da fasi paleolitiche inferiori. In grandi asfratti naturali esistenti a Clu-chu-tien presso Pechino, accanto a focolari ed a resti di una industria litica molto rude, giacevano crani di un essere umano estremamente primitivo. Si ritengono offerte di primizie ad una divinità, crani di orso speleo, specie estinta, ed ossa lunghe scelte della medesima fiera, collocate con cura in speciali cassette litiche entro i depositi antropici di due caverne site a grande altezza nel cuore di valli alpine di S. Gallo in Svizzera, il Wildermann'sloch (m. 1628 s. i. m.) ed il Drachenloch (m. 2445 s. 1. m.). In queste caverne avevano avuto temporanee dimore, durante la fase interglaciale recente, arditi cacciatori appunto di orso speleo.

Della pratica del cannibalismo si è creduto di aver trovato indizi fin dei tempi dell'ultima grande espan-
![img-16.jpeg](img-16.jpeg)
(da calco in gress, Roma, Musce Preistorica - Piquem 2)
Preistoria - Roccia figurata di Val Meraviglie. Si notino il bovide schematizzato, il pugnaletto. Faccetta d'arme e la figuretta umana - Monte Bego (Alpi Marittime).
sione glaciale, in una delle grotte del Monte Circeo, la grotta Guattàri. Nel fondo di essa, entro una specie di cerchio di pietra, giaceva un cranio isolato, privo della mandibola inferiore, cui era stata demolita sè antiguo la parte posteriore della base. E noto che popolazioni primitive moderne usavano appunto, per riti di cannibalismo, estrarre il cervello dalla parte inferiore del cranio. Non si può tuttavia escludere che si sia trattato di sacrificio umano. Le sepolture più antiche oggi note, venute in luce in giacimenti francesi dei tempi dell'ultima grande espansione glaciale, attestano già la generale diffusione del concetto di un prolungamento della vita terrena in un mondo invisibile e misterioso in cui l'individuo conserva una sua personalità. Tale concetto, che emerse sempre più evidente nelle sepolture dei tempi preistorici successivi, fu ampiamente dichiarato dai testi scritti dell'Egitto storico (Libro dei Morti, Libro dei Funerali, ecc.). Man mano che dal Paleolitico inferiore si scende alle civiltà preistoriche più recenti, si avverte una diffusione sempre più larga degli usi e dei riti funerari. Le tombe del Paleolitico superiore vennero in luce assai più numerose di quelle accennate del Paleolitico inferiore. Dei tempi più recenti neolitici, eneolitici, di civiltà del bronzo e del ferro, oltre a grandissimo numero di tombe isolate, si hanno, pure numerosi, anche sepolture di centinaia di tombe. Si ebbe in genere una continuazione di usi funerari già antichi, pur con molteplici varietà. L'uso della cremazione del cadavere, in luogo della primitiva inumazione, cominciò a diffondersi soltanto durante la civiltà del bronzo; ma non soppresse mai la inumazione sempre larghissimamente usata e dominante in molte regioni.

Al defunto si offrivano cibi. Lo stesso corredo funebre (utensili, armi, vasellame) attesta l'intenzione di provvedere il defunto del viatico indispensabile alla vita ultraterrena. Non pochi concetti già preistorici rimasero anche in tempi storici. Le numerose e varie manifestazioni di vita spirituale e religiosa delle genti paleolitiche superiori attestano ormai l'esistenza di un più alto grado di civilta.

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In giacimenti paleolitici superiori europei (francesi, austriaci, ecc.) furono raccolte statuette femminili a tutto tondo, di pietra e di avorio : idoli o simboli della fecondità. La donna è rappresentata nuda, quasi sempre steatopigica. L'idolo femminile appare in seguito larghissimamente diffuso, specie nei tempi eneolitici, e poi durante la civiltà del bronzo, dalla valle dell'Indo, dalla Mesopotamia all'Egitto, a Creta, alle Cicladi, all'Asia Minore, alla Grecia, alla Penisola balcanica ed in tutto l'Occidente europeo. Non improbabilmente al primitivo concetto della fecondità si aggiunse quello più o meno vago di Tellus Mater.

Nelle parti più interne di caverne frequentate dall'uomo paleolitico superiore nelle regioni del sud-ovest francese (Font de Gaume, Lascaux, ecc.) e, nella Penisola iberica, nei Monti Cantabrici (Altamira, ecc.) veri artisti incisero o dipinsero con perfetto stile e naturalezza le fiere che venivano cacciate o delle quali conservavasi il ricordo : il mammut, scarsamente; frequenti la renna, il bisonte, il cavallo, ecc. Queste opere d'arte erano in relazione con concetti, usi, riti teriolatrici, o, se si vuole, magico-religiosi. Si hanno infatti vari indizi di pratiche verisimilmente ritenute atte ad agevolare la cattura degli animali raffigurati, i quali fornivano parte notevole alla alimentazione. Appare improbabile trattarsi di pratiche totemistiche. Figurette degli animali stessi, scolpite a tutto tondo od incise su corno di renna o su lastrine di pietra, giacevano entro depositi paleolitici superiori di grotte delle stesse regioni. In tutto il versante mediterraneo della Penisola iberica, da Malaga e da Almeria a Lerida e Tarragona (il cosiddeto Levante spagnolo), sono strapiombi di rocce e ripari sotto rocce, evidenti sedi di un culto, o di culti aventi attinenza con la vita di quelle genti, con scene dipinte, talora grandiose, di caccia al cervo, di combattimenti e altre scene di vita vissuta. Le figure, uomini ed animali, conservano ancora tratti naturalistici. Si attribuiscono al Paleolitico superiore. Si viene sviluppando contemporaneamente sulle stesse rocce una tendenza a rappresentazioni sempre più schematiche di uomini e di animali. La rappresentazione schematica si sostituisce sulle rocce nei tempi mesolitici, e perdura fino a quelli eneolitici. All'inizio dell'Olocene, ritiratisi i ghiacciai, l'ambiente naturale (clima, fauna, flora, modellato del suolo, ecc.) si trasformò lentamente in quello attuale. Pure con lenta continuità le industrie umane e gli aspetti culturali paleolitici superiori passarono primamente a quelli detti mesolitici e poi a quelli neolitici. L'uomo neolitico nell'Eurasia e nell'Africa mediterranea si volse precipuamente alla pastorizia ed alla agricoltura. Appaiono aver avuto azione preponderante, specie nel sorgere e nel diffondersi della agricoltura, le fertili zone del prossimo Oriente. Al culmine del Neolitico si ha l'introduzione delle prime armi ed utensili di rame, primo metallo usato. La sua metallurgia, praticata nel prossimo Oriente fin dal iv millennio, si diffuse nei paesi mediterranei ed europei nel corso del in millennio. Si ebbe cosil la civiltà cui si dà nome di eneolitica o cuprolitica, la quale nell'isola di Creta, nelle Cicladi e nell'Asia Minore ebbe aspetti lussureggianti. Si svilupparono e, come si è detto, si fissarono gli usi ed i riti sepolcrali.

L'azione esercitata dai superiori aspetti culturali del prossimo Oriente ravvisasi anche nella larghissima diffusione dell'idolo femminile di cui già si fece cennn. L'idolo femminile appare anche, dipinto, insieme ad altre raffigurazioni, sulle ricordate rocce del Levante spagnolo, le quali erano sedi di culto. Talora è accompagnato dal simbolo divino dell'ascia: p. es., negli ipogei sepolcrali della valle del Petit Morin (Seine-et-Marne). Nel pieno Eneolitico già si rendeva culto ad una divinità tauriforme, la quale, p. es., in Sardegna, appare rappresentata schematicamente negli ipogei sepolcrali di Anghelu Ruju (Alghero). In un ambiente genericamente "ligure e ed eneolitico, in diverse regioni francesi, nella Lunigiana, nell'alto Adige, vennero in luce le cosiddette stele antropomorfe e le statue-menhire. Le stele antropomorfe sono grandi lastroni, la cui parte anteriore reca scolpita una figurazione umana primitiva e schematica. Le statuemenhirs sono vere statue a tutto tondo. Le stele francesi
hanno in genere carattere funerario. Ignorasi se le stele lunigianensi fossero segnali di tombe o fossero in relazione con il culto a divinità espressa antropomorficamente. Si pensò pure trattarsi di figurazioni iperantropiche.

La civiltà del bronzo, sorta dall'Eneolitico, si sviluppò nel secondo millennio a. C. Le manifestazioni di concetti religiosi e di culto attribuibili a questa civiltà, particolarmente numerose, offrono evidenza di concetti culturali larghi, talora intensi, fra le genti mediterranee ed europee. Esse risponderano a concetti, i quali permeavano profondamente le vita spirituale, dal luogo di culto alla tomba: concetti più o meno diversi nelle varie regioni, i quali vennero ad avere parte notevole nella formazione degli etlore preistorici e storici. Tali concetti ebbero infatti la continuità naturalmente insita in quanto ha attinenza a religione. La civiltà del bronzo a Creta e nei paesi egei, continuazione anch'essa e sviluppo di quella eneolitica, appare una lussureggiante protostoria. A Creta, nei tempi propriamente minoici ed in quelli immediatamente successivi, luoghi di culto erano vette di montigrotte, sacelli entro i grandi polazzi (Cronso, Festo). Uno dei simboli della divinità più frequenti era la scure bipenne, spesso raffigurata sovrapposta alle cosiddette "corma di consacrazione", alla schematicazione cioè della testa taurina. Altre volte la testa del toro, l'animale sacro per eccellenza a Creta, è riprodotta invece per intero. Altro simbolo della divinità era l'arma difensiva, il tipico scudo bilobato. Praticavasi anche un culto betilico, culto reso cioè a pietra sacra o betilo. I simboli accennati vennero rappresentati in scene sacre o religiosofunerarie, nelle quali vedesi altresì l'albero sacro. Probabili simboli religiosi erano anche il pilastro e la colonna, i quali nelle rappresentazioni appaiono spesso associati ad animali evidentemente sacri: il leone, la colomba, ecc. Alcune scene presentano la divinità femminile dominante le forze naturali, e della generazione. La maggior parte delle sue qualità passò nella mitologia greca a Rea, a Cibele, ecc. Mostri fantastici, il grifo, la sfinge, ecc. vennero ripetutamente raffigurati. Anche nel mondo miceneo della seconda metà del in millennio riappaiono le figurazioni della testa taurina con la bipenne, la dea nuda con le colombe ed altri simboli. L'azione culturale egea irradió largamente anche sulle coste dell'Jonio, in Sicilia e in Sardegna.

Le multiformi manifestazioni religiose di civiltà inea conosciute ormai in numero notevole nel nostro paese e nell'Europa occidentale, centrale e settentrionale dànno l'idea di varietà di concezioni della divinità, le quali non di rado appaiono affini od analoghe a quelle cretesi-micenee. Divinità varie avevano sede, o si impersonavano, in monti, fiumi e fonti. L'uomo, pastore ed agricoltore, rese una forma di culto non più agli animali che venivano cacciati, ma a quello che più gli era utile, il bovide. Adducasi una montagna sacra, Monte Bego (m. 2873) nelle Alpi Marittime: nella varia istoriazione delle rocce levigate, site oltre i 2000 m . s. l. m., predomina appunto la figura del bovide. L'animale è rappresentato per lo più con estremo schematismo; talora anche aggiogato all'aratro. In Sardegna il culto ad una divinità tauriforme, già documentato nei ricordati ipogei sepolcrali in Anghelu-Ruju del pieno eneolitico, continuò anche nei tempi nuragici; la protome taurina ornò la costruzione megalitica ricoprente, nel tempio di S. Anastasia di Sàrdara, la fonte di acqua salutare. La divinità tauriforme, protettrice della tomba, appare perciò collegata anche col culto delle acque salutari. Si ripete il culto dell'arma; ne sono esempio le stesse rocce incise di Monte Bego, dove accanto al bovide iurono rappresentati con grande frequenza il pugnale, la spada e l'accetta d'arme. Nel tempio nuragico di S. Vittoria di Servi (Cagliari), la vera bipenne inea cretese venne alzata su un sottile pilastro. L'agricoltore guardava il Sole come all'astro datore di luce, all'astro che fa germogliare il seme. Il culto solare fu largamente diffuso presso le genti mediterranee ed europee. Cosi sulle rocce incise della Scandinavia meridionale la ruota crucifera, immagine del carro solare, appare sollevata da figura umana o portata sulla barca. Eccezionalmente anche sulle rocce incise di Monte Bego si vede la ruota crucifera, qui strettamente collegata con il bovide. Il culto solare in Egitto fu il fon-

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damento di quella religione, dimostrata dai templi colossali, dalle grandi iscrizioni monumentali, dai numerosi papiri. Altro simbolo solare nell'Europa centrale e settentrionale era il cigno. Aveva larga diffusione il culto già accennato delle acque salutari: vanno qui ricordate, p. es., le caverne di Pertosa e di Latronico nei monti del Salentrano. Grandi monumenti di culto furono, dal Paleolitico all'alba dei tempi storici, le figurazioni rupestri. Se ne ritrovano numerose in varie parti del mondo, anche presso le popolazioni primitive moderne. Si disse della varia figurazione delle rocce del Levante spagardo, perdurata fino all'Eneolitico. La figurazione a Monte Bego ebbe inizio, con particolare carattere, nei tempi che precedettero la civiltà ènea: continuò, con le forme sopraccennate, almeno fino al principio della civiltà del ferro. E verosimile che le rocce su cui si incideva, o meno frequentemente si dipingeva, fossero in genere considerate sede di divinità. Su rocce della Scandinavia, in prossimità di corsi d'acqua o di cascate, genti neolitiche ancora dedite alla caccia incisero figure di alce e di altri animali, che costituivano la loro alimentazione. Durante la civiltà ènea le genti agricole della Scandinavia incisero la ruota solare, l'aratro ed altre figure associate. Nell'Africa settentrionale forse dagli ultimi tempi del Paleolitico fino, si può dire, ai tempi storici, su rocce prossime a sorgenti vennero rappresentati animali vari, alcuni dei quali in seguito emigrati e scomparsi. Dai tempi più antichi si accompagnarono, o seguirono, molteplici altre figurazioni. Si può ritenere che i concetti religiosi vari, in embrione nei tempi neolitici, svoltisi e via via determinatisi durante la civiltà eneolitica e del bronzo, non siano scomparsi, ma gradatamente trasformatisi, durante la civiltà del ferro, con ritardo maggiore o minore nelle regioni più o meno lontane dai grandi centri mediterranei di civiltà. L'atoriazione di Monte Bego, p. es., continuò per vari secoli ancora durante la civiltà del ferro. Un forte sostrato mediterraneo è riconoscibile anche nelle religioni classiche, greca e latina. - Vedi tav. CXNXI.

Bial.: Ebert's Reallexikon der Vorgeichichte, Berlino ( $f$ I vol. è del 1924, l'ultimo, il XIV, del 1928; gli indici costituiscono il vol. XV-1932); Bulletino di Paletnologia italiana, Roma (dal 1879); L'anthropologie, Parigi (dal 1890); American Journal of Archaeology, Baitimora (dal 1889); U. Pestalozza, Pagina di religione mediterranea, Milano 1945; P. Barocelli, Guida allo studio della paletnologia (F.), Roma 1948 (in questo vol. è un'ampia bibl. preistorica, generale e particolare, e l'elenco dei principali periodici di p.). G. Patroni, Commenti mediterranei all'Odissea di Osorio, Milano 1950; P. Barocelli, Le manifestazione religiose nella p., in Le religioni del mondo, a cura di N. Turchi, Roma 1931. Pietro Barocelli

PRELATO (Prae-latus, antistes, praesul). - Una persona per dignità superiore agli altri. Nel diritto canonico odierno, in senso stretto, designa i membri del clero secolare o regolare, aventi giurisdizione nel fòro esterno; in senso lato, i chierici insigniti di questo titolo dalla S. Sede honoris causa (can. 110). Prelatura è la dignità di p. (praesulis dignitas) o il territorio in cui si esercita giurisdizione quasi episcopale. Si distinguono p. maggiori, cioè i cardinali (v.), i vescovi (v.) e gli altri che con la dignità prelatizia hanno parte nel governo della Chiesa universale (segretari di Congregazione, assessori, ecc.); p. minori sono: i p. nullius, con piena giurisdizione episcopale, gli abati (v.), aventi l'uso dei privilegi pontificali con giurisdizione, i Superiori generali e provinciali dei regolari, i vicari generali e capitolari e sotto un certo aspetto anche i Superiori dei conventi, in quanto esercitano giurisdizione, benché assai limitata, esterna e reale sui sudditi, che possono comandare e punire. In antico erano chiamati anche p. i capi delle collegiate e le dignità dei Capitoli; perfino le budesse (v.), in quanto presiedevano al governo delle comunità loro affidate (nell'813 dal Concilio di Reims e nell'816 da quello di Aquisgrana, sebbene le donne siano incapaci di vera giurisdizione ecclesiastica).

Quanto alle prelature romane di cui si fa qui cennn, esse seguirono le vicende e l'evoluzione della famiglia pontificia e degli uffici curiali di cui fecero parte. Si ebbero così anzitutto i p. palatini, che avevano ufficio ed abitazione nel Palazzo Apostolico, e tra essi si annoveravano anche alcuni membri del S. Collegio. Furono detti p. della Camera Apostolica, della S. Romana Rota, della Segnatura Apostolica, ecc. dalla loro appartenenza a questi dicasteri. Più volte i pontefici dovettero intervenire per regolare e limitare i privilegi e togliere abusi infiltraisti nella prelatura romana e per precisare i requisiti necessari per accedere alle prelature ed in particolare va ricordato Alessandro VII, il quale, nella cost. Inter coetoras del 13 giugno 1659 (Bullarium Romanum, XVI, Torino 1869, p. 472) enumera come requisiti necessari legittimità di natali, buona vita, fama integerrima, 25 anni di età; per la prelatura di giustizia era richiesto inoltre l'avere frequentato almeno 5 anni di studi legali in una università, o avere conseguito la laurea in utroque iure, e possedere redditi annui per una somma di scudi 1500 (cf. sullo stesso argomento la cost. di Pio VII, Post diutornas, 30 ott. 1800: Bullarium Romanum, Continuatio, VII, parte 10, Prato 1850 , p. 59 e l'allocuzione di Leone XII al S. Collegio del 13 marzo 1826 : cf. Moroni, XXVIII, p. 69).

Ai p. erano spesso affidate nell'antico Stato pontificio cariche puramente civili, senza cessare di essere prelature ecclesiastiche. Tanto è vero che quando Pio IX con il vostio proprio del 12 giugno 1847 istituì il Consiglio dei ministri, riservò la spedizione delle nomine sovrane dei p. alla Segreteria di Stato, da cui anche oggi sono spedite le lettere e i brevi di nomina. Tra i p. vi erano allora anche l'avvocato dei poveri, l'avvocato generale del fisco, il procuratore fiscale generale, il commissario della Camera Apostolica, detti p. di mantellone, e gli avvocati concistoriali (cf. Moroni, LV, p. 146). Si ebbero inoltre nello Stato pontificio benefici costituiti come prelature, ordinariamente di patronato gentilizio e familiare, senza cura di anime, equiparabili talvolta ad un fedecommesso (v.). La legge italiana 15 sett. 1867, n. 3848 , art. 1, n. 9 le soppresse; e tale soppressione fu estesa con legge 15 giugno 1873 , n. 1402, anche a quelle esistenti in Roma (F. Scaduto, Diritto ecclesiastico vigente in Italia, II, Cortona 1929, p. 103).

L'occupazione di Roma nel 1870 portò lo scompiglio in molti collegi della prelatura, addetti, nell'amministrazione del governo pontificio, all'ordinamento della giustizia, delle finanze ed in altre attribuzioni riguardanti il governo civile. Pio IX li mantenne, sebbene ormai resi inattivi. Leone XIII, per trar profitto dagli elementi della Curia rimasti senza scopo, ripristinò in parte le attribuzioni degli uditori di Rota, riporti gli altri membri (ca. 40) tra le più importanti congregazioni cardinalizie.

La cost. Ad incrementum di Pio XI del 15 ag. 1934 (AAS, 26 [1934], p. 497 sgg .) che riondinò la prelatura romana, distingue due grandi categorie di p.: quelli che appartengono ad un collegio prelatizio e sono designati con il titolo del collegio a cui appartengono; quelli che non appartengono ad alcun collegio e sono semplicemente p. domestici.
i. P. appartenenti ad un collegio prelatizio. - a) quello degli arcivescovi e vescovi assistenti al soglio (v. assistenti al soglio); b) i p., chiamati di fiocchetto (vicecamerlengo, uditore e tesoriere della Camera Apostolica, maggiordomo: v. famiglia pontificia), che però non costituiscono collegio prelatizio in senso proprio; c) il Collegio dei protonotari apostolici di numero partecipanti (v. protonotari apostolici; d) quello dei p. uditori della S. R. Rota (v. nota a. romana); e) quello dei p. chierici della Rev. Camera Apostolica (v.); $f$ ) quello dei p. votanti di Segnatura, cui si aggiungono i p. referendari. Detta costituzione piana stabilisce anche la precedenza che deve osservarsi tra i vari collegi prelatizi; i p. di fiocchetto hanno il primo posto, seguiti subito dagli assessori e segretari delle SS. Congregazioni romane (v.). Viene poi il Collegio prelatizio dei protonotari apostolici di numero partecipanti, quello degli uditori di S. Romana Rota, quello dei chierici della Reverenda Camera Apostolica, quello dei votanti di Se-

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gnatura con i referendari. Tale precedenza non solo spetta al Collegio prelatizio, ma anche ad ogni suo membro, che precede tutti quelli del Collegio inferiore. In ogni singolo Collegio ha il primo posto il decano, che è primus inter pares.

Il titolo ordinario dei p., stabilito già da tempo, è, nella quasi totalità, quello di "illustrissimo e reverendissimo monsignore ". Nel sec. xix si era insensibilmente introdotto il titolo di «eccellenza reverendissima", per i p. di nascita principessa e per alcuni che esercitavano le principali magistrature. La citata cost. Ad incrementum stabilisce che, oltre ai p. di fiocchetto, godono del titolo di "eccellenza reverendissima" gli assessori ed i segretari delle SS. RR. Congregazioni, il decano della S. Romana Rota, il maestro di Camera e il sostituto della Segreteria di Stato, mentre tutti gli altri p. avranno solo il consueto titolo di "illustrissimo e reverendissimo monsignore ". Pio XI nella sua citata costituzione (cap. I, nn. viI a x) minutemente descrive l'abito di formalità, che deve essere usato nelle sacre funzioni, mentre l'abito piano è proprio delle cerimonie civili. Nelle funzioni collegiali, poi, e nelle cappelle papali, i p. assumono sopra il rocchetto la cotta o la cappa di lana con o senza pelli di ermellino, secondo la stagione. Durante la Sede vacante, l'abito sarà il consueto, ma di color nero e rocchetto semplice, senza merletto.

Per i privilegi di cui i p. godono nella celebrazione della Messa sia bassa che cantata, v. P. Martinucci, Monuelle sacrarum caeremoniarum (VIII, Roma 1879-80, p. 173); per i privilegi di altro genere, v. cost. Ad incrementum, nn. XLI sgg., LXXI sgg., CV sgg., CXXVII sgg., CXLII sgg.
a. P. non appartenenti ad alcun Collegio prelatizio, o p. domestici propriamente detti. - Nominati dalla Segreteria di Stato fra gli ecclesiastici particolarmente benemeriti di Roma e dei diversi paesi cristiani, hanno il diritto di portare l'abito prelatizio; alla Messa cantata e bassa possono usare la bugia. Il loro posto nelle funzioni papali solenni è in piedi accanto all'altare, in cornu epistolae.

Sono designati con il nome di antistites urbani o antistites domus pontificis maximi: sono anche chiamati p. di mantelletta, perché la mantelletta violacea è il loro segno distintivo. Sono familiari del papa con tutte le prerogative concesse a questa dignità. In virtù dell'officio stesso che coprono sono p. domestici gli arcivescovi e i vescovi assistenti al Soglio, i protonotari apostolici partecipanti, i protonotari apostolici soprannumerari e i protonotari ad instar, che prima della loro nomina a protonotari furono nominati con breve p. domestici; i p. appartenenti ai collegi della prelatura, e gli arcivescovi e vescovi che ne ottennero concessione prima della promozione; sono p. domestici ad instar, durante munere, i