ronti di tutti coloro che vi sono ammessi) e sono esercitati dal presidente, assistito dai questori, che dànno alla guardia di servizio gli ordini necessari e concertano con le autorità competenti le opportune disposizioni. La forza pubblica non può entrare nell'aula, se non per ordine del presidente (per una specie di cosiddetto diritto di casa) e dopo che sia stata sospesa o tolta la seduta. In caso di oltraggio al Senato o ad alcuno dei suoi membri (che sono da considerare pubblici ufficiali agli effetti penali) nell'esercizio delle proprie funzioni o di resistenza agli ordini del presidente, questi può ordinare l'arresto immediato del colpevole e la sua traduzione avanti l'autorità competente. Norme analoghe valgono per la Camera dei deputati ed i suoi membri.
Biel.: V. E. Orlando, Immunità parlamentari ed organi sovrani, in Diritto pubblico generale, Milano 1940, p. 461 sgg .; L. Silvestri, Osservazioni sul luogo degli atti di diritto pubblico, in Rivista di diritto pubblico, 39 (1947, 1), p. 302; L. Astraldi, Il diritto parlamentare nel regolamento delle Assemblee legislativer, in Il Contenario del Parlamento, Roma 1948; G. Mohrhoff, Trattato di diritto e procedura parlamentare, ivi 1948; Principi costituzionali e procedurali del regolamento del Senato, ivi 1949; Giurisprudenza parlamentare, dottrina e massimario, ivi 1950.
Ferruccio Pergolesi
PRESBITERIANESIMO. - I. Il sistema PRESBITERIANO. - Il p. è soprattutto una concezione della Chiesa che, a differenza dell'episcopalismo e del congregazionalismo, implica due elementi essenziali : a) l'esistenza degli anziani (da Calvino identificati con i presbiteri della S. Scrittura), i quali non sono né ministri della parola, né pastori che insegnano o dottori, né diaconi, per quanto possano avere anche quest'ultima dignità; partecipano però al governo della Chiesa, in misura più o meno larga. Essi costituiscono il presbyterium che, d'accordo con i ministri, in ciascuna comunità religiosa, costituisce l'autorità locale di governo. La parità assoluta tra i ministri della parola con l'esclusione di ogni prelatura è nota caratteristica dell'ecclesiologia presbiteriana. Una istanza superiore in ordine al presbyterium locale è formata da un sinodo (detto anche colloquio, o concistoro), al di sopra del quale può aversi l'assemblea generale delle Chiese.
Questa costituzione fu stabilita da Calvino (v.) a Ginevra dove la Chiesa fu posta sotto l'autorità di un "concistoro", presieduto da uno dei sindaci della città e composto da sei pastori, nominati dagli altri colleghi, salvo il consenso del Piccolo Consiglio e del popolo, e di dodici anziani, di cui due del Piccolo Consiglio, quattro del Consiglio dei sessanta e sei del Consiglio dei duecento tutti nominati da quest'ultimo consiglio, su presentazione del Piccolo Consiglio e dei pastori. In tale sistema c'era un posto per i laici, ma nessuno per il sistema rappresentativo o democratico. Sopra il "concistoro" della Chiesa di Ginevra non esisteva istanza maggiore.
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Il sistema presbiteriano sopra descritto nacque da particolari circostanze in Francia, presso gli ugonotti, e in Olanda, presso i Gueux. Gli ugonotti, non trovando appoggio alcuno nel potere civile, sentendosi, anzi, perseguitati da esso, si organizzarono segretamente in un Sinodo generale nel 1559. In forza della costituzione allora abboszata (che ebbe il suo perfezionamento nei sinodi successivi), gli anziani e i diaconi furono da principio eletti dai fedeli, poi sostituiti, man mano che morivano, dal "concistoro" parrocchiale, dopo però due o tre nominativi notificati ai fedeli, i quali potevano fare le loro obiezioni. L'insieme dei ministri, degli anziani e dei diaconi formava il concistoro parrocchiale, presieduto da un ministro scelto dai fedeli. A tutto questo si diede il nome di consiglio presbiteriale, cui compresva la vigilanza non solo sulla buona condotta dei fedeli, ma sulla purezza della dottrina e che poteva scomunicare. Non si ammetteva più di un "concistoro" per chiesa. Il "concistoro" localio o consiglio presbiteriale fu sottoposto a un "colloquio", che a sua volta era soggetto al sinodo provinciale. Finalmente, in cima all'edificio, c'è il sinodo nazionale, che, a principio, si riuniva una volta l'anno, formato dai delegati delle province. Tale organizzazione risultò completa fin dal Sinodo generale di Poitiers ( 1560 ). Successivamente il sistema presbiteriale attribuì all'elezione popolare un'importanza sempre maggiore.
II. I DIVERSI GRUPPI PRESbiteriani. - Si dovrebbero considerare chiese presbiteriane tutte quelle presso le quali vige il sistema presbiteriale, in pratica, tuttavia, si vuole riservare il nome di p. ai protestanti di stirpe anglo-sassone.
1. Scozia. - Il sistema presbiteriale fu introdotto nel 1560 da John Knox (v.) che, formatosi a Ginevra, aveva contribuito in Francia a organizzare la Chiesa calvinista di Dieppe. Ritornò in Scozia nello stesso mese di maggio 1559 in cui si era celebrato il primo Sinodo nazionale dei protestanti francesi. Organizzò la Chiesa calvinista di Scozia sul modello francese, ma con una manifesta indecisione quanto all'autorità superiore. Il suo First Book of Discipline del 1560 è alquanto oscuro su questo punto: vi si parla di una assemblea generale; sembra tuttavia che essa debba essere eletta non dal popolo, ma formata di tutti i nobili tempensanti. Solo lentamente il sistema presbiteriale, di tipo francese, si impiantò in Scozia: alla base c'era il presbyterium della chiesa parrocchiale (Kirk-Session); sopra di esso il sinodo provinciale; sopra il sinodo provinciale, l'assemblea nazionale. Tale organizzazione fu opera di James Melville e rivale solo al 1578 . La celebre lega Covenant, giurata nel 1580 dai presbiteriani, fu rinnovata nel 1638 e nel 1643 , al tempo delle guerre civili inglesi. Il p. scozzese era allora alleato di quello inglese, ed entrambi divennero padroni della situazione in Inghilterra; fu quella l'occasione della Conferenza di Westminster (dal 1643 al 1652) che nei suoi primi anni ( $1643-46$ ) compilò una confessione di fede calvinista e un direttorio liturgico. Nella stessa Conferenza la costituzione presbiteriana fu definitivamente elaborata con esclusione di qualsiasi ingerenza dello Stato. Le decisioni di Westminster furono il fondamento della Chiesa di Stato in Scozia. I presbiteriani scozzesi, assai intransigenti riguardo alle alette di sinistra, (p. es., i congregazionalisti e i quaccheri), si difesero con energia e successo contro Cromwell, poi contro i due ultimi Stuart, Carlo II e Giacomo II. Riportarono un totale trionfo con la rivoluzione del 1688 e il nuovo re Guglielmo III. In seguito all'Atto di unione della Scozia con l'Inghilterra (entrato in vigore nel 1707), il sistema presbiteriale puro subì un indebolimento. Il governo usurpò sempre più i diritti della Chiesa costituita, soprattutto quanto alla nomina dei ministri. Si ebbero proteste e scismi; i dissidenti si riunirono nel 1847 in una nuova Chiesa, chiamata a United Presbyterian Church ".
Un po' prima, nel 1833, il rifiuto che il Parlamento fece della "legge del veto", per il quale la nomina di un ministro da parte di un "patrono" di parrocchia poteva
essere annullata dal veto della maggioranza delle famiglie della parrocchia, portò alla creazione, nel 1843, della "Free Church" o Chiesa libera. Finalmente, il Parlamento concesse nel 1874 alle parrocchie il diritto di nominare i loro pastori, conforme alla costituzione presbiteriana. Tutti i dissidenti presbiteriani (United Presbyterian Church e Free Church) decisero nel 1900 di formare insieme la "United Free Church ". Attualmente rimane la Chiesa costituita di Scozia e la Chiesa libera unita che contesto insieme ca. 1.300 .000 adulti. C'è, inoltre, un piccolo numero di dissidenti : a Reformed Presbyterian Church " e "United Original Seceders".
2. Inghilterra. - Il calvinismo, introdotto sotto Edoardo VI, riusci ad organizzarsi solo sotto il regno di Elisabetta. Il p. ebbe il suo primo impulso da Thomas Cartwright (1533-1603), professore a Cambridge, formatosi a Ginevra; questi combatté con tanta violenza gli usi "idolatrici" conservati nell'anglicanesimo, che fu esonerato dall'insegnamento nel 1570; dopo un nuovo soggiorno a Ginevra, ritornò in patria per fondarvi la Chiesa presbiteriana sostenendo una violenta lotta. Respinse l'episcopato come un'invenzione diabolica e proclamò che il governo degli anziani (Ruling Elders) era stato stabilito da Dio stesso. Nel 1572 fu organizzata la prima comunità presbiteriana a Wandsworth, presso Londra. Si calcola che alla morte di Elisabetta, nel 1603, ci fossero ca. 100.000 presbiteriani. Si ritiene pure che i violenti libelli, detti di a Martin Mar prelate", con i quali fu continuamente bersagliato il sistema ufficiale della religione in Inghilterra, erano ispirati da Cartwright. Sotto Giacomo I e Carlo I, il movimento presbiteriano si allargò, grazie ai partigiani della libertà parlamentare contro l'assolutismo reale. La difesa delle libertà civili si congiunse a quella delle libertà religiose. I presbiteriani però, divenuti padroni della situazione, dopo la vittoria del Parlamento sul Re, non si mostrarono davvero meno intolleranti di quanto era stato l'anglicanesimo di Laud. Uniti con quelli di Scozia, i presbiteriani di Inghilterra nelle Conferenze di Westminster segnarono il punto culminante dell'influsso presbiteriano nel paese. Alla fine, i frutti della rivoluzione contro Carlo I furono raccolti dagli indipendenti di Cromwell ed il p. fu tenuto in scacco; sotto Carlo II venne restaurata la "Chiesa alta" e il p. non riottenne la libertà del culto privato che nel 1689, sotto Guglielmo III, insieme alle altre alette (esclusi però i cattolici e i sociniani). Nel sec. xvili il p. in Inghilterra vegetò soltanto e si lasciò pervadere di razionalismo; solo nel 1820 si notò un certo risveglio, quando i tre gruppi presbiteriani di Inghilterra (Presbyterian Church of England, Welsh Presbyterians, Calvinistic Methodist Church of Wales) cominciarono a celebrare ogni tre anni un sinodo nazionale. Attualmente i presbiteriani inglesi sono ca. 100.000 adulti.
3. Irlanda del Nord. - Il p. fu introdotto in Irlanda fin dal 1594, ma vi fu sviluppato dal sistema delle Plantatione of Ulster, cioè dal trasferimento in Irlanda del Nord, a scapito dei proprietari cattolici del suolo, di vere colonie di presbiteriani scozzesi sotto Giacomo I, e poi di inglesi, sotto Cromwell. Ma il p. non ottenne vero successo che nell'Ulster. Si distinguono due gruppi : a Reformed Presbyterian Church of Ireland", e a Eastern reformed Presbyterian Church of Ireland"; il loro numero è limitato.
4. America del Nord. - Soprattutto negli Stati Uniti il p. si è potuto sviluppare su un vasto territorio e con ogni libertà; molti emigranti, dell'Inghilterra e anche dell'Irlanda e della Scozia, trasferitisi nel sec. xvir in America, erano presbiteriani. Il loro numero crebbe poi con ugonotti espulsi dalla Francia o con arminiani emigrati dall'Olanda. Questa diversità di provenienza spiega le numerose specie di p. che si sono sviluppate negli Stati Uniti.
III. Tendenze attuali. - Per la diversita dei loro gruppi, i presbiteriani di America sono stati i primi a pensare a ricostituire l'unità. Il primo gesto, in questo senso, risale al luglio 1877 per opera del professore Mac Cosh, di Belfast (Irlanda del Nord).
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Prebriterio - P. della basilica di S. Clemente con la cattedra fatta costruire dal card. Anastasio titolare della Basilica (1108). Roma.
Una conferenza generale, tenuta a Edimburgo (Scozia), diede origine all'Alleanza pan-presbiteriana (PanPresbyterian Alliance) che riuniva tutte le Chiese presbiteriane di Scozia, Inghilterra, Irlanda, Spagna, Francia, Olanda, Chiese missionarie del Belgio, Chiese libere di Svizzera, Chiese riformate di Boemia, Moravia, Ungheria, Russia, Chiese missionarie d'Africa, India, Nuova Zelanda, Australia, Formosa.
Questa Alleanza pubblicò dal 1885 la Quarterly Review, a Londra. Si convenne che l'unione si facesse unicamente sulla base della comunità propria del sistema presbiteriano, che fa posto ai laici ed è fondato sull'elezione. Non si doveva tenere alcun conto delle differenze dottrinali. Si ebbero Sinodi generali a Philadelphia (1880), Belfast (1884), Londra (1888), Toronto (1892), Glasgow (1896), Washington (1899), ecc. Per la sua stessa diversità, l'Alleanza cominciò a rivendicare il titolo di "ecumenica"; sarebbe, però, più giusto dire che essa è internazionale e interconfessionale, non essendovi in essa unità di dottrina.
Un secondo passo per il collegamento dei gruppi è stato fatto recentemente. Un numero speciale del Christian Century, del 13 dic. 1950, annunziava la creazione del Consiglio nazionale della Chiesa del Cristo negli Stati Uniti. Vi hanno aderito i presbiteriani degli Stati Uniti d'America (ca. 3.400 .000 di adulti), i battisti (ca. 8.000.000 di adulti), i luterani (ca. 1.700 .000 di adulti), i metodisti (ca. 10.000 .000 di adulti), gli episcopaliani ( 1.671 .000 di adulti), parecchie denominazioni congregazionaliste: discepoli del Cristo, quaccheri, ecc. (complessivamente 6.000 .000 di adulti). Questa federazione aderisce in blocco al movimento ecumenico delle Chiese, il quale non ha cessato di svilupparsi dal 1919 in poi (v. protestantesimo).
IV. Conclusione. - Dal punto di vista dottrinale attualmente nel p. si notano tre tendenze : a) coloro che sono rimasti fedeli alla Confessione di fede di Westminster (del 1643-46), strettamente calvinista e congregazionalista, ma con una certa elasticità nelle
formole e una grande libertà individuale per quanto riguarda la Predestinazione; b) coloro che si rifiutano di sottoscrivere la Confessione di Westminster (nonsuscribing Presbyterians) soprattutto in Inghilterra e in Irlanda; c) coloro che si mostrano ancora più larghi, con dottrine imbevute di razionalismo moderno, quanto ai dogmi della S.ma Trinità e dell'Incarnazione.
Dal punto di vista liturgico, tutte le denominazioni presbiteriane conservano una grande affinità : il culto ha carattere austero, indifferente all'arte, nemico di ogni mistica, senza altari, battistero, ceri, immagini, eccetto qualcuna nelle vetrate. Manca quasi sempre l'organo, il pastore si limita a indossare una veste nera; il sermone, che ha assorbito tutto, spesso è letto. Si cantano salmi rimati, le preghiere sono lasciate all'iniziativa del pastore, i fedeli le ascoltano, conservando ognuno l'atteggiamento che gli piace (chi in ginocchio, chi in piedi, chi seduto). Quella che si chiama "la lunga preghiera" dura in media da 10 a 15 minuti, là dove ancora si fa.
Uno degli elementi più notevoli del p., soprattutto in Scozia e in Inghilterra, è il rigore dell'osservanza del riposo domenicale, chiamato anche il "sabato del Signore". Gli avversari del p. lo accusano di dare a questa osservanza un'importanza eccessiva: sembra quasi non esservi altro peccato che quello della violazione sabbatica. Lettori assidui della Bibbia, austeri puritani nei loro costumi, i presbiteriani nella storia si presentano come gente che pratica con ostentazione le più belle virtù fomigliari e manifesta un grande zelo religioso. Lo storico protestante A. de Mestral osserva che essi amano la loro Chiesa, non come una madre, ma come una figlia, cioè, non per quello che da essa ricevono, ma per quello che essi le danno.
Bib.: G. V. Lechler, Gesch. der Presbyt. und Synodatverfassung, Leida 1854; A. Gce e W. J. Hardy, Documents illus. ctrotive of English Church history, Londra 1896; J. V. Stephano, The Presbyterians Churches, Divisions and unions in Scotland, Ireland, Canada and America, Philadelphia 1910; J. N. Ogilvie, The Presbyterian Churches of Christendom, Londra 1923; G. M. Trevelyan, England under the Stnarts, Londra 1928; L. Cristiani, s. v. in D'INC, XIII, coll. 111-16; I. Idan, The history of the Presbyterian or Protestant Disceoting Chapel, in Tounnet, of the Unitarian Histor. Soc., 7 (1940), pp. 139-62; C. Algermissen, La Chiesa e le Chiese, trad. it., $2^{\circ}$ ed., Brescia 1944, passim; C. M. Hilton, Whitehaven Presbyterian Church, in Tourm. of the Presbyterian Histor. Society, 8 (1942), pp. 42-56. Leone Cristiani
PRESBITERIO (sacrarinm, santuario). - Lo spazio destinato al vescovo ed ai sacerdoti nelle funzioni sacre.
Si trovava di fronte all'entrata, un po' elevato con uno o più gradini, corrispondente cosi alla parte detta "pretorio" dell'antica basilica pagana, e terminava di regola con un'abside semicircolare, rettangolare o poligonale. In fondo all'abside si metteva la cattedra del vescovo, a destra e a sinistra semplici banchi di pietra per i sacerdoti (i diaconi non si sedevano mai, ma assistevano in piedi). L'altare si innalzava dinanzi alla cattedra sotto l'arco detto "trionfale" della basilica. Dal medioevo, quando l'altare maggiore si avvicinò al muro tenendo cosi il posto della cattedra, il luogo immediatamente prima dell'altare, lo spazio cioè dove si svolgevano i servizi sacri, si chiamò p. Alla sinistra, detta in cornu Evangelii,

(let. Pont. cornu. arch. sacra)
Prebritero, presbiterato - Iscrizione dannniana in ricordo del p. Timoteo (sec. IV) - Roma, cimitero di S. Ippolito.
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nelle cattedrali si mette la cattedra o il trono del vescovo; di fronte, alla parte dell'epistola, si trovano i banchi o i sedili per i ministri sacri parati. Verso il popolo un basso parapetto divisorio, detto "pergola ", lettorio, iconostasi (oggi balaustra), serviva a separare il p. dalla navata, riservata ai fedeli, onde assicurare all'altare una sufficiente zona di rispetto, entro la quale nessun laico doveva entrare, specialmente durante la celebrazione delle funzioni sacre; alle donne era vietato l'accesso al santuario.
Bibl.: Moroni, LV, coll. 160-70; I. Sauer, P., in LTbK. VIII, p. 452; G. Perardi, La dottrina cattolica. Il culto, I. Torino 1038, pp. 223-26; M. Richetti, Manuale di storia liturgica, 1. Milano 1950, pp. 351-62. 438-39.
Pietro Siffrin
## PRESBITERO, PRESBITERATO. - Ter-
mine greco (πρ $\rho \alpha \beta$ ó $\tau \varepsilon \rho \circ$; anziano) con cui si indica il secondo grado (sacerdote) della gerarchia di Ordine (v.).
1. Origine. - Nel Nuovo Testamento più volte sono ricordati i $\pi \rho \varepsilon \sigma \beta$ ó $\tau \varepsilon \rho o$ : delle diverse Chiese: a Gerusalemme prendono parte attiva nell'amministrazione della Chiesa, a fianco di s. Giacomo, fratello del Signore (Act. 11,30; 15, 2. 4. 6. 22. 23; 16, 4; 21, 18). Nelle Chiese fondate da s. Paolo viene regolarmente costituito dallo stesso Apostolo un collegio di p. per il governo spirituale della comunità cristiana (Act. 14, 22; 20, 17; I Tim. 5, 17; Tit. 1, 5). Poiché s. Paolo dà ad essi anche il nome di $\varepsilon \sigma \delta \varepsilon \sigma \varepsilon \sigma \alpha$ (Act. 20, 28; Tit. 1, 7) fin dai primi secoli si è vivamente discusso sulla distinzione, per l'età apostolica, dei due gradi (cf. L. Marchal, Evêque, in DBs, II, coll. 1298-1318). Qualunque sia il giudizio che si voglia dare della difficile questione, è fuori dubbio che all'inizio del sec. II, nelle Chiese in Asia Minore, sotto l'influsso dell' apostolo s. Giovanni, i p. uniti quasi in un corpo solo (presbyterium), appaiono come sacerdotes secundi ordinis, subordinati al vescovo, che è l'unico a tenere la suprema direzione della Chiesa, cui è preposto (episcopato monarchico). Numerose e precise sono le testimonianze di s. Igrazio martire per le Chiese di Efeso (2, 2; 4, 1; 20, 2), di Magnesia (3, 1-2; 6, 1; 13, 2), di Tralle (2, 1-3), di Filippi (4; 7, 1-2), di Smirne (8, 1-2; 9, 1; cf. A. Casamassa, I Padri Apostolici, Roma 1938, pp. 185-89). Lo stesso Ignazio fa inoltre esplicite affermazioni (Smirn. 8, 1; Eph. 6, 1; Magu. 6, 1; Trall. 3, 1; Phil. 7, 19) sull'origine divina del presbyterium come del diaconato e dell'episcopato monarchico (i tre gradi della gerarchia di Ordine). Tale persuasione, in un discepolo diretto degli Apostoli, suppone una comunicazione orale di quanto Gesù Cristo aveva stabilito, sulla costituzione della Chiesa, nei quaranta giorni, in cui parlò con gli Apostoli "de regno Dei" (Act. 1, 3). A buon diritto pertanto il Concilio di Trento definì: «Si quis diserit in Ecclesia Catholica non esse hierarchiam, divina ordinatione institutan, quae constat ex episcopis, presbyteris et ministris, anathema sit" (sess. XXIII, can. 6; cf. cap. 4; Denz-II, 966 e 960 ).
II. Funzioni. - I presbiteri, fin da principio, assistono e coadiuvano il vescovo: sono il sinedrio di Dio e l'adunanza degli Apostoli» (s. Ignazio, Trall., 3, 1), che circondano Gesù Cristo, rappresentato dal vescovo (ibid.); essi siano usurati come gli Apostoli; i consiglieri del vescovo e la corona della Chiesa" (Didascalia, 2, 28, 4). Liturgicamente, celebrano insieme con il vescovo e consacrano l'Eucaristia (Canones Hippolyzi, 20; Constitutiones Apostolicae, VIII, 12, 4); insieme con lui impongono le mani nell'ordinazione degli altri presbiteri (s. Ippolito, Traditio apostolica, 8) e nella riconciliazione dei penitenti (s. Cipriano, Epist. 16, 2; Epist., 17, 2). Autorizzati dal vescovo conferiscono anche il Battesimo da soli (Tertulliano, De Baptismo, 17); amministrano inoltre il Sacramento dell'Estrema Unzione (Iac. 5, 12-15). Esercitano pure la funzione di catecheti e di maestri : s. Paolo allude (I Tim. 5, 17) a presbiteri, probabilmente sacerdotes secundi gradus, che " lavorano con la parola e l'istruzione"; nella Passio sanctae Perpetuae, 13, si ricorda un presbyter doctor; del resto è noto che Tertulliano, Ippolito e Origene insegnarono come veri $\delta$ : $\delta \dot{\alpha} \sigma \kappa \alpha \lambda 0$; essendo semplici presbiteri.

(da F. Hendrichs, La voce delle chiese antichissime di Roma, Roma 1923)
Presbitero, presbiterato - Iscrizione sepolcrale del p. Gaudenzio (389) - Roma, Monastero di S. Paolo.
Con l'organizzazione dei titoli (o parrocchie), all'inizio del sec. II, i presbiteri acquistarono particolare importanza e la loro figura giuridica si delinea più chiaramente. Al sec. IV nelle grandi metropoli di Roma, Cartagine, Milano i presbiteri esercitano già tutte le funzioni (cf. V. Murachino, La cura pastorale a Milano, Cartagine, Roma nel sec. IV, Roma 1947, pp. 20, 158, 199, 328, 329,330 ) che sono loro attribuite nel Pontificale romano. Per l'indole sacramentale: v. ordine; per il rito dell'Ordinazione: v. sacerdozzio.
Bibl.: E. Ruffini, La gerarchia della Chiesa negli Atti degli Apostoli e nelle lettere di s. Paolo, Roma 1921, pp. 67-90; P. De Punier, Le Pontifical Romain. Hist. et comment., I, Parigi 1930, pp. 262-81; J. Tiseront, L'Ordine e le Ordinaz., trad. it., Brescia 1939, pp. 72-77; B. Kurtscheid, Hist. Zur. Can. Hist. Institutionum, I, Roma 1941, pp. 56-59; A. Michel, Ordre, in ITTbC. XI, coll. 1212-16; J. Colson, L'évêque dans les communautés primitives, Parigi 1951, pp. 18-21, 39, 106-108, 117-22. Antonio Piolanti
III. Liturgia dell'ordinazione. - A Roma l'Ordinazione dei p. si faceva in pubblico nei sabati delle Quattro Tempora, specialmente dell'Avvento.
Il rito era semplice : giuramento (lunedì), presentazione al popolo (mercoledì o venerdì). L'Ordinazione si faceva prima del canto Alleluia. Deposta la delusatica, il candidato riceveva dall'arcidiacono la pianeta; seguivano i riti dell'invito, delle litanie, dell'imposizione delle mani di tutti i sacerdoti e la formola consacratoria. Il bacio di pace chiudeva il rito. All'Opertorio, i neo-p. offrivano prima degli altri.
A Roma si tennero questi riti semplici fino al sec. x. Nella Gallia, invece, i riti e le preghiere erano molto più sviluppati (Statuta Ecclesiae antiqua [sec. vi], Missale Francorum, Gelasiano antico). Le principali aggiunte sono: a) l'apposita istruzione sui poteri e doveri correlativi; b) la consegna degli oggetti sacri con parole imperative: Accipe (per il diacono il libro del Vangelo, per il sacerdote il calice con vino e la patena con l'ostia, per il vescovo le insegne); forse ad imitazione e in conseguenza dell'amministrazione degli Ordini minori nella Chiesa gallicana. Quivi venne specialmente in uso: i) l'unzione (dal sec. viII per la Gallia, Inghilterra, Germania); 2) la consegna degli strumenti sacri e l'investitura solenne, propria di ciascun Ordine, che si faceva sotto l'influsso del feudalismo germanico, pervaso di cerimonie indicanti le investiture feudali. Con queste successive accessioni i riti divennero più grandiosi. Nei secc. x e xi s'introdussero, per influsso degli Ottoni e dei papi tedeschi, anche a Roma e finirono per diventare i riti odierni.
Ora nel presbiterato il rito, più complesso di quello diaconale, si svolge nella parte preparatoria come quello diaconale. Nella parte principale s'impongono tutte e due le mani del consacrante e di tutti i preti presenti; si aggiunge, come rito proprio, dopo la consegna delle vesti, l'unzione delle mani con l'olio dei catecumeni, preceduta dal canto Veni Creator. Nella consegna delle vesti sacre si aggiusta la stola al modo sacerdotale; della pianeta si tiene la parte posteriore ripiegata sulle spalle; segue l'unzione delle mani, poi nelle mani unte vengono consegnati il calice con il vino e la patena con l'ostia. Dal
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(da V. Leroquois, Les Poutificuxa mis. des Bibl. publ. de France, Parisi 1557, inv. 181)
Presbitero, presbiterato - Il vescovo unge le mani agli ordinandi. Ministura di un Pontificale romano (sec. xv) - Lione, Bibl. munic. ms. 5144, f. 133.
sec. xili i neosacerdoti concelebrano con il vescovo. Dopo la Comunione ha luogo una seconda imposizione delle mani per conferire simbolicamente la potestà assolutoria (la parte posteriore della pianeta si dispiega); il rito finisce con l'omaggio dell'obbedienza.
BibL.: L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1925, pp. 360-98; P. De Puniet, Le Pontifical romain. Hist. et commentaire, I e II, Parigi 1930; L. Eisenhofer, Handb. der hath. Liturgib, II, Friburgo in Br. 1933, pp. 362-87; P. Albrigi, Sacra liturgia, I, Sacramenti e i Sacramentali, Vicenza 1940, pp. 271 333; M. Averz, The relation of the Casanatense Pontifical (Ms. Casanat. 124 B. I. 13) to tenth century changes in the Ordination rites at Rome, in Misc. G. Mercati, VI (Studi e testi, 126), Città del Vaticano 1946, pp. 258-71; M. Andrieu, Les "Ordines Romani" du haut moyen dge, III, Lovanio 1951, pp. 533-619.
Pietro Siffrin
IV. Archeologia. - Numerose sono le antiche iscrizioni di p. nella Chiesa primitiva. A Roma, dove alla metà del sec. III i p. erano 46 (lettera del papa Cornelio a Fabio di Antiochia [Eusebio, Hist. eccl., 6, 43, 11]), iscrizioni antiche di p. sono state trovate da G. B. de Rossi nel cimitero di Callisto, come quelle in greco di MALEIMOC $\pi \rho i \varepsilon \varepsilon \beta$ óspos) e di un Dionisio medico (G. B. de Rossi, Roma sotterranea, I, Roma 1864, tavv. 19, 5 e 21, 9); di un Fl. Tolomeo in Domitilla. Ricorrono pure in altri cimiteri come in Pretestato, S. Lorenzo, S. Agnese, ecc. senza l'indicazione però del titolo, che appare assai più tardi in iscrizioni non datate e in quelle datate solo nel 491, pochi anni prima delle sottoscrizioni dei p. titolari al Sirodo del 499. Alla prima metà del sec. VI (521-25) si distingue nei tituli il presbiter prior dal secundus, tertius e quartus, come nella nota epigrafe di S. Pancrazio (A. Silvagni, Inscriptiones christianae, nova series, II, Roma 1935, n. 4279). Notevole è la serie di p. che hanno graffito i loro nomi presso i santuari dei martiri (G. B. De Rossi, op. cit., I, pp. 285-86; II, Roma 1867, p. 387; O. Marucchi, La cripta storica dei SS. Pietro e Marcai-
lino recentemente scoperto sulla via Labicana, in Nuova bull. di arch. crist., 4 [1898], pp. 164-66; E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. di arch. crist., 1 [1924], pp. 79-81; 93-96; B. Bagatti, Il cimitero di Commodillo, Città del Vaticano 1936, p. 115 sgg.), abbreviando la loro dignità con PRB o PBR e solo più tardi con PRNT come in S. Sebastiano (M. Colagrossi, Di un monumento recentemente scoperto presso il monumento apostolico dell' $A p p i n$, in Nuovo bull. di arch. christ., 15 [1909], p. 53).
Fuori Roma sono note iscrizioni di p. di Ficulea, Velletri, Veroli, Amiterno, Capua, Nola, Mirabella Eclano, Tropea, Ravenna, Veghera, Como, Bielia, Vercelli, Milano, Tortona, delle Gallie, di Salona, della Spagna, dell'Africa Romana, di Filippi, ecc. Caratteristiche sono le espressioni per indicare la durata del presbiterato: "sedit presbyterio" (G. B. De Rossi, Inscrip. chr., I, Roma 1857-61, n. 879); "cuius anni fuerunt in presbyterio" (loc. cit., n. 1351); "ministravit in presbyterio", in epigrafi della Spagna (E. Diehl, Inccip. lat. christ. veteres, Berlino 1924-31, nn. 1175, 3265, 3274); "vixit in presbyterio", in epitafi africani (CIL, VIII, 23563-64); per umiltà un p. si dice "indignus" (CIL, XI, 326); mentre ad altri si dà il titolo di "vir venerabilis" (Notizie degli Scavi, 1918, p. 169; CIL, V, 5204, 5219, 5405, 5426; XIII, 11211). Si trova anche usata talvolta l'espressione "famulus Dei" (E. Diehl, op. cit., nn. 1175 a e b, nella Spagna; 1175 d, nel Portogallo); un p. di Como è detto "Sanctae Comensis Ecclesiae", (CIL, V, 5219), come uno di Roma morto in Spagna (E. Diehl, op. cit., n. 1176).
BibL.: E. Diehl, Inscript. lat. christ. veteres, Berlino 1924-31, v. indice; H. Leclercq, Presbyter, in DACL. XIV, II, coll. 1717-21.
Enrico Joni
## PRESCITI : v. PREDESTINAZIONE.
PRESCRIZIONE. - E un mezzo con cui, per il decorso del tempo e il concorrere di determinate condizioni e circostanze, taluno acquista o perde un diritto o è liberato da un'obbligazione. Si distingue in p. acquisitiva (usucapio) e p. estintiva.
I. Cenni storici. - Il principio che il tempo possa, con il concorso di altri elementi, funzionare come causa d'acquisto o di perdita dei diritti fu introdotto dal diritto romano nell'interesse sociale, affinché, dopo un determinato periodo di anni, fosse eliminata ogni incertezza nei rapporti giuridici. Si deve ricordare, peraltro, che Giustiniano (Nov. 9), definiva la p. impium praesidium, evidentemente per la preoccupazione che non fosse lecito, dal punto di vista morale, al possessore di respingere la rei vindicatio ed al debitore di non adempire l'obbligazione, solo perché i titolari dei relativi diritti erano rimasti inerti per un lungo periodo di tempo. Il diritto della Chiesa, naturalmente, fu molto sensibile alle accennate esigenze di carattere morale e, di conseguenza, pur accogliendo e disciplinando l'istituto, ne trasformò l'essenza ponendo a base di esso, anziché l'invocato interesse sociale, la presunzione di proprietà o di adempimento, e pertanto richiese nel prescribente il requisito della bona fides continua.
II. La p. nel diritto canonico. - Imponente è la dottrina antica e moderna sull'essenza e sui limiti della p. canonica. Le principali questioni che hanno formato oggetto di accurate e complesse indagini degli studiosi sono : a) se il concetto di p. divenne unico nella dottrina canonica (Ruffini); b) se il requisito della bona fides, proprio della p. acquisitiva, fu esteso anche alla p. cosiddetta estintiva; c) quale fu il significato sostanziale delle decretali Vigilanti e Quoniam e l'interpretazione prevalente datane dalla dottrina posteriore.
La decretale Vigilanti (attribuita ad Alessandro III, c. $5, \mathrm{X}, 2,26$ ) suona : "Vigilanti studio cavendum est... ne malae fidei possessores simus in praediis alienis, atque rebus (maxime) ecclesiasticis, quoniam nulla antiqua dierum possessio iuvat aliquae malae fidei possessorem, nisi resipuerit postquam se noverit aliena possidere, quum bonae fidei possessor dici non possit ". La Quoniam di Innocenzo III (c. 20, X, 2, 26) stabilisce
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in modo ancor più generale: Omne, quod non est ex fide, peccatum est, synodali iudicio diffinimus, ut nulla valeat absque bona fide praescriptio tam canonica quam civilis, quum generaliter sit omni constitutioni atque consuetudine derogandum, quae absque mortali peccato non potest observari. Unde oportet, ut qui praescribit in nulla temporis parte rei habeat conscientiam alienae. Una parte dei commentatori ritenne che tali disposizioni si riferissero solo alla p. acquisitiva e in particolare l'Ostiense scriveva che: «in personalibus non potest considerari mala fides circa rem possessam cum nulla possideatur»; Bartolo pure scriveva che: * in praescriptione in actionibus personalibus non requiritur possessio, ideo non requiritur bona fides et ex parte mea non est possessio, sed praescriba per tuam negligentiam * (Ostiense, Aurea Summa, Venezia 1603, fol. 703; Bartolo da Sassoferrato, Commentaria in primum digesti, V, ad 4I, Vencela 1615, p. 91). Il Ruffini ha desunto che le citate decretali trasformarono l'istituto della p. estintiva, per cui il diritto canonico avrebbe conosciuto solo la p. acquisitiva, e la facoltà di escludere l'azione non fu più considerata come un effetto di utilità pubblica originata unicamente dal decorso del tempo e dalla negligenza dell'attore, ma come un diritto conquistato dall'eccepente in virtù del titolo e della sua buona fede. A tale concezione è stato opposto che l'opinione espressa dal Ruffini, evidentemente ispirata a preoccupazioni romanistiche (inconcepibilità di una p. estintiva che esigeva, oltre alla negligenza dell'avente diritto, la buona fede del prescribente), non corrisponderebbe alla tesi accolta da molti decretalisti e dai canonisti e teologi posteriori. Infatti, fondandosi su alcuni passi di Innocenzo IV, di Boich, del Panormitano e di Baldu, si è ritenuto di escludere il concetto unitario della p. canonica. Nonostante non possa negarsi una connessione del concetto di acquisto con quello di perdita per cui, da un punto di vista generale, pare identica la posizione del proprietario, che non avendo curato di rivendicare la cosa sua dal possessore perde il diritto, e quella del creditore che, avendo trascurato l'esazione, perde il suo diritto di credito; da un punto di vista strettamente giuridico, la dottrina canonica prevalente si rese conto del divario fra i due tipi di p., pur esigendo che in entrambi i casi il prescribente fosse in buona fede.
Buona fede significò assenza di peccato e cioè non mera ignorantia, ma onestà, coscienziosità morale e religiosa. La conferma di tale tesi si ha dai moralisti : p. es., il Laymann (Theol. moralis, Monaco 1625, I. III, tit. I) precisa che le obbligazioni, quae suapte natura dumtaxat referuntur ad patiendum vel onus subeundum, si estinguono in seguito alla sola inerzia del creditore, anche se l'obbligato sia consapevole dell'obbligazione. In altri termini, il cit. aut., mentre da un lato riconosce l'esistenza dei due tipi di p., entrambi attuantisi con la buona fede del prescribente, ammette in via di eccezione che la consapevolezza dell'obbligato non integra la mala fede, quando si tratti di obbligazioni concretantisi in un pati per l'evidente considerazione che l'inadempimento non costituisce peccato.
Nel CIC il can. 1508 prende in considerazione sia la p. acquisitiva sia l'estintiva (acquirendi et se liberandi modum) rinviando, peraltro, alle disposizioni degli ordinamenti civili, salvo alcune deroghe espressamente previste nei cann. 1508-12. Il can. 1509 dichiara imprescrittibili le cose quae sunt iuris divini naturalis sive positivi, ovvero che possano ottenersi solo per privilegio apostolico e i diritti spiritualia dei quali i laici non sunt capaces. Sono dichiarati, altresi, imprescrittibili i confini certi et indubii delle provincie ecclesiastiche, delle diocesi, delle abbazie o delle prelature nullius ed ugualmente non possono essere acquistate per il prolungato possesso le elemosynae et onora Missarum, il beneficio ecclesiastico, lo ius visitationis et obedientiae, la solutio cathedralici. Possono, invece, essere usucapite le cose sacre che siano di proprietà privata a condizione che non ne sia mutata la destinazione, mentre le res sacrae che siano di proprietà di un ente ecclesiastico possono essere prescritte solo da un'altra persona giuridica ecclesiastica (can. 1510). Il can. 1511 conserva la p. centenaria per gli immobili,
i mobili ed i diritti spettanti alla S. Sede. Infine, il can. 1512 conferma il principio che non è valida alcuna p. nisi bona fide nitatur, non solum initio possessionis, sed tuto possessionis tempore ad praescriptionem requisito.
La p. estintiva è disciplinata dai cann. 1701: «in contentiosis actiones tum reales tum personales exstinguuntur praescriptione e e 1702: * omnis criminalis actio perimitur morte rei, condonatione legitimae potestatis et lapsu temporis utilis ad actionem criminalem proponendam $\%$. Il problema che si pone è se la buona fede sia richiesta per la p. delle azioni sia civili che penali, questione esaminata in sede di preparazione del I. IV (Schemata CIC, a cura di F. Roberti, Città del Vaticano 1940, p. 190), superata, peraltro, dal rinvio del cit. can. 1701 ai cann. 1508-12. In altri termini, i redattori del I. IV del CIC, pur ponendosi il problema se potesse considerarsi operativa la p. delle azioni, nonostante la malafede del debitore, in definitiva rinviarono espressamente alla chiara disposizione del can. 1512, accogliendo implicitamente la teoria tradizionale per cui nessuna p. può operare nisi bona fide nitatur. Per quanto riguarda le azioni criminali sembra che, in mancanza dell'esplicito rinvio al can. 1512 e in base alla comune opinione che il colpevole non sia tenuto in coscienza ad solvendam poenam prima della sentenza di condanna, debbasi ammettere che la malafede non costituisce impedimento al decorso della p. relativa.
La più recente dottrina rimane peraltro perplessa circa il concetto di bona fides. Secondo una tendenza (Wernz-Vidal), la buona fede si esaurirebbe nell'errore per le obbligazioni consistenti in un fare (dare o praestare), mentre la consapevolezza non integrerebbe il concetto di malafede per le obbligazioni che consistono in un pati. Secondo un'altra opinione (Coronata) per la liceità della p. estintiva sarebbe sufficiente una bona fides negativa, che si avrebbe nell'ipotesi che il debitore sia convinto di non violare il diritto altrui attendendo fino a che il creditore debiti solutionem non petat. Il Van Hove ritiene che si abbia buona fede, nonostante la scientia rei alienae, dummodo nulla scienter proetermittatur obligatio conscientiae. Inoltre il can. 63 ammette che possano acquistarsi per p. i privilegi ed il can. 76 stabilisce che per non usum vel per usum contrarium privilegia aliis haud onerosa non cessant; quae vero in aliorum gravamen cedunt, amittuntur, si accedat legitima praescriptio. Per il can. 1446 può acquistarsi per p. da parte di un clericar il beneficio, mentre per il can. 1470 n .3 si può estinguere per p. lo ius patronatus.
V. anche: FEDE, BUONA (E CATTIVA); POSSESSO.
Bra.: O. Reich, Die Entwicklung der kanonischen Veriährungslehre von Gratian bis Johannes Andrea, Berlino 1880; F. Ruffini, La buona fede in materia di p., Torino 1892; F. Gismondi, La p. estintiva nel dir. can., Roma 1940; L. Scavo-Lombardo, Il concetto di buona fede nel dir. can., ivi 1944, e ampia bibl. ivi citata.
Pietro Gismondi
## PRESENTAZIONE DI MARIA S.MA, FESTA
della. - La festa della P. è una delle feste mariane minori della Chiesa universale ed è celebrata con rito doppio maggiore il 21 nov. L'unico testo liturgico proprio dell'Ufficio e della Messa è l'Oremus.
Oggetto diretto della festa è un avvenimento della vita della Madonna, quando, in età di soli tre anni, sarebbe stata condotta dai genitori a Gerusalemme, per essere offerta al Signore nel Tempio, dove sarebbe rimasta fino all'età di 12 anni, dedita unicamente alla pietà e al servizio del santuario. Questo fatto però non è contenuto nei Vangeli, ma è una delle tante pie invenzioni degli apocrifi. Appare per la prima volta, ancora con scarsi dettagli, nel cosiddetto Protocangelo di Giacomo (sec. II-III), sviluppato in seguito e drammatizzato in vari altri vangeli apocrifi dell'infanzia del Signore (v. G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, I, Firenze 1948, pp. 72-73 e passim). Questa narrazione trovò nel popolo un'accoglienza cordiale e vi si riscaldò la fantasia degli artisti i quali nella figurazione della scena trovarono sin dall'antichità un vasto campo di rappresentazioni (v. appresso).
La celebrazione liturgica appare tuttavia relativa-
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Presentazione di Maria S.Ma, festa della - Presentazione della Vergine al Tempio, di Tiziano - Venezia, Galleria dell'Accademia.
mente tardi. Sembra che gli inizi si debbano ricercare a Gerusalemme. La chiesa di S. Maria nuova, costruita nel centro della città da Giustiniano I nel 543 , sembra volesse localizzare l'avvenimento; dall'anniversario della dedicazione di questa chiesa, 21 nov., sarebbe nata in seguito la vera festa della P. Ai tempi dei Crociati il ricordo di questo fatto passò al Templum Domini, vale a dire alla moschea di 'Omar, sullo spiazzo del tempio, che servì da chiesa cattolica dal ro99 al 1187. Comunque sia, la festa della P. si trova in tutti i calendari orientali, sempre alla data indicata (v. Nilles, Kalendarium manuale uirivoque Ecclesiae, I, II, Innsbruck 1898, v. indici). Nel 1143 Manuele Comneno fece la P. giorno festivo.
L'Occidente conobbe la festa attraverso vari influssi orientali e per molte vie. Apparisce isolatamente sin dai secc. x e xil in due evangeliari in greco, manoscritti di Cesena (Plut. XXVII, cod. IV, sec. x; Plut. XXIX, cod. II, sec. xII; H. Leclercq, Césène, in DACI., II, 3313), in un calendario inglese del sec. xil a Winchester dove vien chiamata "oblatio s. Mariae in templo cum esset trium annorum" (R. T. Hampson, Calendaria medii aevi, Londra 1841, 432, 445), e nel calendario di un sacramentario ungherese del 1200, conservato a Budapest (Museo naz., Vyelvembekek; I) ove appare come "rappresentatio s. Mariae", e in un altro calendario ungherese (Budapest, Museo naz. F. 94), come "contestatio Mariae Virginis". Cominciò ad universalizzarsi nel 1372. In quell'anno l'ambasciatore a Cipro, Filippo de Mazières, indusse Carlo V di Francia a celebrare la festa, con l'assenso di Gregorio XI, nella chiesa dei Minori ad Avignone, ove allora resiedeva la Curia pontificia. Il Re invitò il paese a seguire l'esempio, il Papa la inserì nel calendario della Curia e di li a poco penetrò in tutta la Chiesa occidentale. Nel-1391 l'adottarono i Carmelitani, nel 1474 i Certosini, Pio II e Sisto IV ne favorirono molto la diffusione : nel 1472 fu concessa al duca Guglielmo di Sassonia, da dove passò a Magonza e Treviri. Pio IV l'introdusse nel Breviario romano; ma s. Pio V la soppresse perché apocrila. Filippo II di Spagna però ottenne da Gregorio XIII di poter continuare a celebrarla nei suoi regni, e poco dopo Sisto V, spinto anche dal p. Francesco Turriani S. I., la prescrisse di nuovo alla Chiesa universale (breve: Intemeratae Matris Dei Mariae, ${ }^{10}$ sett. 1585) con rito doppio e con il formolario della festa della Natività di Maria, sostituendo la parola "nativitas" con "præsentatio". Scomparvero così i vari formolari medievali, con testi a volte arditi, ma spesso poetici. Finalmente Clemente VIII, in occasione della revisione del Messale (1602) elevando il rito a doppio maggiore, ridusse il formolario allo stato attuale. Quando, sotto Benedetto XIV, fu discussa una riforma del Breviario e del
Messale, la festa della P. corse il pericolo di venir nuovamente eliminata; ma il Papa mori prima di poter condurre a termine i suoi disegni. Anche nei tempi recenti si sono lavate di quando in quando delle voci, che ne reclamano la soppressione perché apocrila; altri invece vorrebbero conservarla, non come celebrazione della "presentazione di Maria treenne", ma in ossequio al concetto più generale e teologicamente sicuro della "oblatio" " "consecratio" della S.ma Vergine a Dio, per cui essa, come nessun'altra creatura umana, era totalmente dedicata al Signore.
BibL.: P. Lambertini (poi Benedetto XIV), Delle feste di G. C.... e della B. Verg. Maria, Venczia 1767, pp. 321-24; A. J. Binterim, Die voreüglicbaten Denkwürdigheiten der christ.-bath. Kirche, V. 1, Magonza 1820, pp. 508 sgg . (ivi anche il testo dell'invito di Carlo V di Francia al Regno di Navara per la celebrazione della P.); Moroni, LV, pp. 170-71; M. Zalan, Das früheste Vorkommen des Festes Praesentatio B.M.V. im Abendlande, in Ephem. liturg., 40 (1927), pp. 188-89. Giuseppe Löw
Iconografia. - Le più antiche raffigurazioni nell'arte, oggi conosciute, della P. della V. al Tempio risalgono al sec. xi. Un primissimo esemplare di esse si trova tra le miniature di gusto orientale del libro delle Omelle del monaco Jacobo, manoscritto conservato nella Biblioteca nazionale di Parigi (miniatura riprodotta da A. Venturi in La Madame [v. bibl.], p. 108).
La pittura fiorentina del Trecento contribuì ampiamente allo stabilirsi del concetto illustrativo della P. della V. in composizioni ove fra molte figure si vede Maria Vergine fanciulla, accompagnata da s. Gioacchino e da s. Anna, salire una scalza antecedente ad un tempio accolta ivi da un sacedote. Solo Maria sta sulla scala, i suoi genitori si tengono più in giù, ad una certa rispettosa distanza. Per illustrare il graduale sviluppo del crescente fasto di questa rappresentazione si notino tre insigni affreschi che appartengono a tre successive generazioni del Trecento fiorentino: cioè quello di Giotto, dipinto nel 1305 nella cappella degli Scrovegni a Padova; quello di Taddeo Gaddi, dipinto nel 1335 nella cappella Baroncelli a S. Croce di Firenze; e quello di Giovanni da Milano eseguito verso il 1345 nella cappella Rinuccini, che fa parte della sacrestia della medesima chiesa a Firenze. Secondo lo stesso concetto illustrativo, però assai abbreviato e rimpiccolito, è stata dipinta la Presentazione da Bernardo Daddi tra le Storie della Vergine che adornano il gradino del polittico degli Uffizi. Anche l'Orcagna raffigurò contemporaneamente la P. della V. in modo assai più sintetico, come mostra una formella di martro scolpito nel tabernacolo di Orsanmichele, eseguito tra il 1349 e il 1359 , dove si vedono le figure di Maria fanciulla e dei sacerdoti su una scalza nel centro, ed ai fianchi, simmetricamente dislocati, i genitori e due angeli.
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(fot. Alinari)

(fot. Alinari)
In alto a sinistra: LA NATIVITÀ. Opera di Bartolomeo Suardi (sec. xvi) - Lucerna, Museo. In alto a destra: LA NATIVITÀ, acquerello di Teresa Koseki Kimiko - Roma, Mostra Internazionale d'Arte Sacra del 1950. In basso a sinistra: LA NATIVITÀ, formella della Porta Maggiore della basilica di S. Petronio, opera di Jacopo della Quercia (1425) - Bologna. In basso a destra: LA NATIVITÀ. Particolare del paliotto d'argento di Nicola da Guardiagrele, iniziato nel 1433 - Teramo, Cattedrale. In basso: LA NATIVITÀ, opera di Gentile da Fabriano (ca. 1423) - Firenze, Galleria degli Uffizi.
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In alto: AFFRESCO NELLA VOLTA DEL CUBICOLO DELLA CORONATIO (fine sec. II) - Roma, cimitero di Pretestato. In basso: DECORAZIONE DI ARCOSOLIO (fine sec. III) nel cubicolo del Pastore che difende il gregge - Roma, cimitero di Pretestato.
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Il concetto figurativo della P. della V., cosi stabilitosi nel tardo medioevo, varia poco nel Quattrocento, come si vede nell'affresco dipinto da Domenico Ghirlandaio nella Cappella Maggiore di S. Maria Novella a Firenze.
Notevoli raffigurazioni della P. della V. ha lasciato la pittura veneta del Cinquecento; tra esse si ricordano in ordine cronologico quelle del Carpaccio (Milano, Brera) e di Cima da Conegliano (Dresda, Galleria), l'altra famosa di Tiziano, dipinta tra il 1534 e il 1538 (Venezia, Accademia) e quella poco posteriore del Tintoretto (Venezia, chiesa di S. Maria dell'Orto).
Una grandiosa raffigurazione della P. della V., concepita secondo il gusto barocco, è stata dipinta nel 1642 da Giovanni Francesco Romanelli per la Basilica Vaticana. L'originale di questa pala, poi riprodotta a musaico, fu portato alla metà del Settecento nella chiesa di S. Maria degli Angeli a Roma, dove si conserva tuttora. - Vedi tav. CXXXIII.
BibL.: A. Venturi, La Modone, repedentations de la Vierge dans l'art indien, Parigi s. d.; K. Künstle, Ihanographie der christlichen Kunst, I, I'riburgo in Br. 1928, pp. 327-28. Witold Wehs
PRESENZA DI DIO. - L'avvertenza rispettosa alla p. di Dio, o "elevazione dell'anima", costituisce l'atto fondamentale indispensabile in ogni vera preghiera, anche semplicemente vocale (Ps. 140, 2; s. Teresa, Mansioni, I, 1, 7; s. Agostino, Enarr. in Ps., 85, n. 7; s. Ig.1azio, Es. spir., n. 75). Per p. di Dio l'anima devota intende lo sguardo dalla Divinità, attento ed intelligente (Ps. 5, 2-3), soccorrevole e misericordioso (ibid. 9, 14), purificante e vivificatore (I Io. 3, 19-20), l'affetto nel quale Dio avvolge dentro di sé la sua creatura prediletta, "abbracciandola nel suo amore" (Is. 66, 12-13; s. Ignazio, Es. spir., n. 15), in una parola, la Grazia, considerata come comunicazione personale di Dio (Is. 58, 9). L'anima dedicata alla preghiera vuol rendere a Dio presenza per presenza, grazia per grazia (Ps. 118, 148), abbozzare il faccia a faccia dell'eterno trattenimento (II Cor. 5, 1-9).
L'esercizio della p. di Dio è necessario alla preghiera, e per questo la "casa della preghiera" è anche tempio di Dio, cioè il locale dove uno si trova apud Dominum, accolto dal Signore (Ps. 83, 2-5). Nell'economia di grazia (i veri adoratori adorano il Padre in spirito e verità): l'edificazione del Tempio diviene un esercizio spirituale, l'uomo, tempio vivente di Dio (II Cor. 6, 16), e Dio stesso, tempio dei suoi eletti (Apoc. 21, 22-27). La memoria assidua della p. di Dio essendo, come si vede, esercizio vivo della speranza, si ritrova in vari modi al