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omune, ma ciò fu impedito dall'opposizione del governo turco. Così nel 1936 la Chiesa rumena invitò a Bucarest una delegazione anglicana e questa venne ad un accordo con i delegati rumeni su una formola comprendente "la successione apostolica, l'Ordine sacro, i Sacramenti in genere, la Tradizione e la Giustificazione ", la quale, accettata in seguito dal S. Si-
nodo di Rumenia e da ambedue le convocazioni inglesi (quale "una interpretazione legittima della fede anglicana "), quantunque non senza opposizione in tutti e due i paesi, figurò in un riconoscimento rumeno degli Ordini anglicani. Nel 1938 la Chiesa greca, per quanto con ampia riserva, ammise che "la Chiesa, dopo esame delle circostanze speciali, può amministrativamente riconoscere gli Ordini di un anglicano che entra nella Chiesa "ortodossa,".

In tutto questo tempo vi furono molti contatti amichevoli e scambi di visite. Le Chiese "ortodosse" (tranne la Chiesa russa) presero parte a vari congressi ecumenici (v. ecumenismo), nonostante che a Losanna (1927) e a Edimburgo (1937) si allontanassero dalle comunicazioni conclusive. Ad Amsterdam (1948) soltanto Costantinopoli e la Grecia furono rappresentate al completo e la maggioranza dei delegati volle di nuovo fare una dichiarazione speciale, ma venne frustrata dalla minoranza. Nella Chiesa greca, dopo Amsterdam, vi è una forte divergenza di opinioni sull'opportunità di partecipare ancora a tutti gli argomenti di queste conferenze. La Chiesa russa e con essa tutte le altre Chiese "ortodosse" slave, con una deliberazione approvata alle celebrazioni del centenario del 1948, rifiutarono di cooperare e condannarono tali movimenti, e al tempo stesso espressero la loro avversione a riconoscere gli Ordini anglicani. Nei comitati centrale e permanenti del Concilio mondiale delle Chiese e dei Movimenti, che ne risultò, gli "ortodossi " furono regolarmente rappresentati da membri, fra i quali sono degni di nota l'arcivescovo Germano apocrisario di Costantinopoli a Canterbury, il prof. Alivisatos di Grecia e Fr. Florovsky dei russi esiliati, ma pare che vi siano sempre maggiori dubbi circa quell'opportunità, e si fa strada il desiderio di limitare la cooperazione alle questioni pratiche, omettendo ogni discussione dottrinale.

Bib.: W. Palmer, Notes of a visit to a Russian Church, Londra 1917; J. A. Douglas, The relations of the Anglican Church with the Eastern Orthodox, ivi 1921; G. K. A. Bell, Documents on Christian Unity, I Londra 1924, II ivi 1930, III ivi 1948; G. J. Slosser, Christian Unity: its History and Challenge, Londra 1929; I. N. Karmiri, "Upōnōdija vol "2972070707922, Atene 1937; id., The Lambeth conferences, nn. 1-6, ed. R. T. Davidson, 1929, 1930 e 1948. Oltre ai frequenti articoli del The Christian East (1920-38) e di Echos d'Orient, cf. J. Gill, The Church of England and Reunion, in Unitas, 2 (1947), pp. 145-56, 267-86; id., The Dissident Oriental Church and Amsterdam, ibid., 3 (1950), pp. 117-28; id., La Chiesa ortodossa e il movimento ecumenico, in La scuola cattolica, 77 (1949), pp. 320-27.

Giuseppe Gill
IV. Divergenze dogmatiche. - 1. Carattere generale delle divergenze tra cattolici ed orientali dissidenti. - Già da un secolo si avverte la tendenza a far quasi scomparire le divergenze dogmatiche tra cattolici ed orientali separati.

Nel 1858 A. Ritschl, seguito da numerosi autori protestanti e da alcuni cattolici, riduceva il contrasto a semplici differenze liturgiche. Non si nega l'importanza che ad esse annettono gli orientali, sia nelle dispute interne tra loro (serva da esempio il trattato di Dionisi Bar Salīb! contro gli Armeni), sia nei riguardi della Chiesa latina. Ma è innegabile che la lotta principale si svolse nel campo delle verità dogmatiche. Così attesta la storia dei rapporti cattolici ed orientali; benché modernamente si attenda, più che alle singole verità, alla mentalità diversa dell'Oriente e dell'Occidente, tanto che al dire del metropolita di Leopoli, A. Sceptyckyj, gli Orientali differiscono dagli occidentali anche quando sono concordi nell'affermare una dottrina. Anzi, A. Harnack nel 1913 insisté sul diverso spirito del cristianesimo orientale, che lo allontana dal cristianesimo occidentale. A ragione A. de Ivanka nell'articolo Orient et Occident (in Irünihon, 9 [1932], pp. 409-21) mette in guardia contro l'esagerazione di questo contrasto.

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È un fatto che le divergenze dottrinali si sono cristallizzate in formole dogmatiche ben precise, intorno alle quali si è lungamente disputato e si disputa tuttora. Di esse si tratterà brevemente, restringendo l'attenzione alle Chiese dell'Oriente bi-zantino-slavico e prescindendo dalle Chiese nestoriane e monofisite, per le cui dottrine v. armenia; COPII; ETOPIA; GIACOBITI; MONOFISITI; NESTORIO E nestorianesimo, V. La Chiesa nestoriana.
2. Primi elenchi.

Nella seconda metà del sec. IX si trova un primo elenco di divergenze fra Latini e Bizantini nella epistola enciclica di Fozio agli Orientali scritte nell'807 (PG 102, 721-41), dove accanto al digiuno del sabato, al celibato del clero latino, e ad altri usi disciplinari e liturgici, si denunzia la dottrina dei Latini sulla processione dello Spirito Santo del Padre e dal Figliuolo. Ne in questo documento ne in altri suoi scritti (scartato l'opuscolo Contro quelli che dicono essere Roma il primo
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(tot. Publiusio)
Oriente cnetiano - Conferenza ecumenica di Palazzo Lambeth (luglio 1948): da sinistra a destra: il parroco Timiades, il metropolita di Edessa, il professore Alivisatos dell'Uriversita di Atene, l'arcivescovo Germanos del patriarcato ecumenico di Costantinopoli - Londra.
pocu abbastanza posteriore) si parla apertamente contro il primato. Tuttavia è certo che Fozio lo prese di mira, come risulta dalla lettera di s. Nicolao I ad Ilincmaro da Reims (PL 119, 1152-61), dalla quale prendono l'elenco delle accuse bizantine Ratramno Corbeiense e gli altri polemisti latini contro Fozio.

Due secoli più tardi, il patriarca Michele Cerulario, scrivendo a Pietro III di Antiochia (PG 120, 789-96), enumera 22 errori dei Latini, riguardanti però quasi esclusivamente la disciplina liturgica e canonica. Nel terreno del dogma, Cerulario ribadisce l'opposizione contro il Filioque (v.) e contro il primato romano, già totalmente decaduto, avendo il Papa ammesso "l'eresia del Filioque". Inoltre si scaglia contro gli azimi (v.), aprendo una nuova polemica che diede origine ad innumerevoli trattati sul pane eucaristico. Le accuse di Cerulario vengono raccolte ed aumentate di numero, per quel che riguarda gli usi latini, dal celebre Opuscolo contro i Franchi, attribuito dallo Hergentörber a Fozio, ma in realtà scritto alla fine del sec. XI e largamente diffuso nell'Oriente bizantino e slavo. I polemisti bizantini, come Matteo Angelo Paneretos e tanti altri, cercano nuovi punti di divergenze (A. Palmieri ne raccolse ben 62), per la massima parte liturgiche. Per ciò che tocca la dottrina, due nuove divergenze appaiono: la questione del Purgatorio, sollevata nel 1231 e contemplata già nell'opuscolo dei Domenicani costantinopolitani del 1250 , e quella dell'Epiclesi, che si trova per la prima volta, almeno fra i bizantini, in Nicolao Cabasilas e Simeone Tessalonicense verso la metà del sec. xir.
3. Le cinque differenze fiorentine. - Così nel 1438, all'apertura del Concilio di Ferrara-Firenze, era già comune parlare delle cinque differenze tra Greci e Latini, e cioè: 1) la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo; 2) l'inserzione del Filioque nel Simbolo niceno-costantinopolitano; 3) il Purgatorio, disputa che si allarga anche alla questione generale dei Novissimi; 4) la materia e forma della S.ma Eucariato, per la quale i Bizantini richiedevano il pane fermentato e l'invocazione dello Spirito Santo, detta Epiclesi; 5) il
primato del romano pontefice. Sono questi i cinque argomenti discussi alle assise di Ferrara e di Firenze e definiti nella bolla di unione dei Greci, che però passa in silenzio la questione della Epiclesi, sulla quale si era facilmente raggiunto un pieno accordo.

Queste cinque divergenze si ritrovano negli scritti dei fautori ed avversari del Sinedo di Firenze, come Giuseppe Metonense, il card. Bessarione, Marco Eugenicos, Giorgio Scholarios, e dopo di essi nelle opere polemiche di Gabriele Severo, Massimo Peloponnesiaco, Elia Miniates e tanti altri.
4. Nuovi punti di contrasto. - Questi ultimi scrittori parlano inoltre del Battesimo per infusione e della Comunione sotto una sola specie. La proclamazione del dogma del/ l'Immacolata Concezione nella bolla Ineffabilis dell'8 dic. 1854 e la definizione vaticana sull'infallibilità del romano pontefice diedero origine a nuove discrepanze, cosicché il patriarca di Costantinopoli Antimo VII, nella sua enciclica del 1895, presenta il seguente elenco di "errori latini ": 1) la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo; 2) l'addizione del Filioque al Sim-
bolo; 3) il Battesimo per aspersione o per infusione; 4) gli azimi; 5) l'Epiclesi; 6) la Comunione sotto una sola specie; 7) il Purgatorio, le Indulgenze e le retribuzione immediata prima dell'Ultimo Giudizio; 8) l'Immacolata Concezione della Madre di Dio; 9) il primato romano; 10) l'infallibilità pontificia.
5. Stato attuale. - E ben chiaro che attraverso i nove secoli di separazione queste dottrine sono state proposte in forme alquanto diverse, che non è dato spiegare in un brevissimo riassunto (v. azimi; battesimo; epiclesi; filioque; immacolata concezione; primato di s. Pietro; purgatorio). Soltanto si deve aggiungere che, malgrado le numerose dispute, le differenze si sono piuttosto allargate ed approfondite; prima con l'affermarsi del palamismo (v.), la cui influenza è tanto forte nella dottrina della Grazia ed in quella dei Novissimi; più tardi con l'apporto del protestantesimo antico e recente, il cui influsso si manifesta in non pochi punti della teologia sacramentaria, nel dogma della Redenzione e principalmente nel terreno dell'ecclesiologia. Se per lunghi secoli la controversia predominante fu quella del Filioque, oggi, principalmente dopo il predominio della scuola slavofila di Alessio Stepanovic Khomjakov, si può ben dire che la divergenza più grave risiede, ancor più che nella dottrina sul primato, nel concetto stesso della Chiesa e della sua unità e cattolicità.

BibL.: si occupa lungamente delle divergenze tra cattolici e bizantini-slavi A. Palmieri, Theologia dogmatica orthodoxa, II, Firenze 1913, pp. 1-168. Inoltre cf.: M. Jugie, Un théologien grec du XVIr siècle. Gabriel Sévère et les divergences entre les deux Eglises, in Echos d'Orient, 16 (1913), pp. 97-108; A. Malvy, Les divergences dogmatiques entre l'Eglise romaine et l'Eglise orthodoxe grece-slave, in Nouvelle revue théologique, 31 (1924), pp. 321 232, 400-25; M. Jugie, Theologia dogmatica christianorum orientalium ab Ecclesia catholica dissidentium, 5 voll., Parigi 1926-35; A. Scoptycskij, Deux mentalités, in Irénikon, I (1926), pp. 232-33, 261 266; A. de Iruclo, Orient et Occident. Une contribution au problème du schisme, ibid., 9 (1932), pp. 409-21; B. Schultze, Pensatori russi di fronte a Cristo, 3 voll., Firenze 1927-49; M. Gordillo, Compendium theologiae orientalis, $3^{4}$ ed., Roma 1950. Maurizio Gordillo

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(da Antioch an-ths-Granics, III, Princeton (III, v. ii, fig 2)
Oriente cristiano - Lato nord del martyrion quadrilobato di Seloucia.

## IV. L'arte cristiana.

Ben fu osservato da J. von Schlosser come la riforma politico-amministrativa dell'Impero romano compiuta da Diocleziano, con un sistema di coordinate delineate dalle sfere di influenza dei due Augusti e dei due Cesari, abbia determinato l'intelaiatura di tutto lo sviluppo dei paesi attorno al Mediterraneo; e come l'asse nord-sud, separante l'Occidente latino dall'O. greco, divenuto sempre più marcato durante il medioevo, generò quel distacco del mondo occidentale dall'orientale che sussiste tutt'oggi. Ma a levante di tale asse le condizioni non sono uniformi e, dal punto di vista archeologico, si determinano sin dai primi tempi cristiani due territori aventi caratteristiche peculiari e sotto molti aspetti discordanti. Al nord quello che ha per centro Bisanzio, che occupa tutta la penisola balcanica, che s'aggrega poi i paesi slavi e domina una frangia di territorio più o meno profonda lungo le coste settentrionali, occidentali e in parte meridionali della penisola anatolica, dove si sviluppa e vive quel neo-ellenismo che si chiama arte bizantina: a meridione e a levante di questo tutte le regioni dove l'ellenismo che già fortemente si era installato deve lottare contro il risorgere di tradizioni indigene, che hanno profonde radici storiche, le quali lo penetrano e poco a poco lo dominano. Questo è quello che veramente e solo si deve chiamare O., e tutta la sua storia archeologica dal sec. III si può dire sino all'viI sta appunto in questa lotta tra un pensamento puramente asiatico che vuole imporsi e la esistenza di una tradizione ellenistica troppo grande per morire rapidamente. Anzi essa sempre serpeggia nascosta ed ha ritorni veramente inaspettati.

Ma se la parte bizantina seppe e potè mantenere per un non breve periodo la sua unità sotto l'egemonia di un'arte della capitale (Reichkunst) che s'impose, l'O. dimostrò fin dall'inizio forze centrifughe e le grandi dispute teologiche mascherarono molte volte antiche rivalità politiche e inconciliabili divergenze economiche. Da un lato quindi una unità artistica che fu anche unità linguistica (le due cose in un certo senso sono una sola), dall'altro il sorgere di scuole artistiche a carattere territoriale ben delimitato contemporaneamente al formarsi di lingue nazionali. E queste lingue assurgono a significato letterario proprio per opera di gruppi opposti al potere centrale e che religiosamente sono classificati come eretici : il copto con gli scritti gnostici, i testi manichei, Hierakas, il siriaco con Bardesane, l'originale degli Atti
di s. 'Tomaso, ecc. Indice e nello stesso tempo effetto della forza separatista e delle tendenze nazionaliste. Percio l'arte cristiana dell'Egitto, quella della Siria, della Mesopotamia, dell'Anatolia, dell'Armenia si determinano ben presto con le loro caratteristiche peculiari ed inconfondibili, che, a ben guardare, si rivelavano già, se pur non cosi marcate, nell'antecedente ellenismo. Questo ellenismo orientale in fondo si conosce assai male (e questo è uno dei punti più deboli degli studi archeologici dell'O. nei primi secoli cristiani), in quanto la completa distruzione delle grandi città ellenistiche ci ha privato dei documenti fondamentali. Sono scomparsi i grandi monumenti architettonici di Alessandria, d'Antiochia, di Gaza e cosi via, e non se ne sa se non il poco che dicono le fonti letterarie: si è ridotti alla conoscenza dei monumenti dell'interno del paese in centri secondari, monumenti che, salvo forse alcuni casi della Siria, non sono stati i più significativi. La conoscenza si basa soprattutto su costruzioni secondarie o su opere d'arte decorativa che non dicono l'essenziale anche se fra esse sono produzioni di primissimo ordine, come i musaici pavimentali recentemente messi in luce dagli scavi di Antiochia.

L'esistenza o la mancanza di una tradizione ellenistica marca nettamente la formazione e lo sviluppo delle varie arti territoriali sopra elencate; è nettissima fra quelle sorte entro gli antichi confini dell'Impero e quella della Mesopotamia che ne fu sempre al di fuori (l'effimera conquista traianca non ha importanza) e dove l'ellenismo fu limitato a poche póleis seleucidi che se conservarono la loro struttura sotto i Parthi la perdettero certo coi Sásánidi. Esempio probante è che se in Egitto, in Siria, in Anatolia, nei primi monumenti armeni, la chiesa ha, pur con varianti e caratteristiche nuove, derivate le sue forme dalla basilica ellenistica, in Mesopotamia si modella sulle grandi sale dei palazzi orientali. E altri esempi si possono citare.

Fra le varie scuole artistiche nelle quali si è frazionata l'arte dell'O. c., una ha la predominanza assoluta per la sua forza creatrice e la sua potenza d'espansione : è l'architettura della Siria. Essa ha elaborato tutte le possibili trasformazioni della basilica che abbia concepito l'O. e le ha esportate non solo in Asia ma ancora in Egitto e in Abissinia, e, verso Occidente nell'ambiente bizantino e attraverso questo, in Italia. Ma, si tenga conto, non ha saputo oltrepassare la sfera delle variazioni sul motivo basilicale ed assurgere ad una nuova concezione dello spazio architettonico: questo sarà riservato ai Bizantini. Così l'architettura siriaca ha saputo elaborare numerosissime variazioni della planimetria degli edifici centrali, rotondi o poligonali, dalla "Grande Chiesa" costantiniana di Antiochia in poi, ma non ha saputo completare il pensamento architettonico con la soluzione perfetta della copertura, cioè la cupola raccordata con il poligono di base. Pur avendo sott'occhio degli esempi del raccordo a pennacchi (già tentato nella prima architettura egiziana) noto all'ellenismo siriaco (bagni di Gerasa, tomba di Samaria ecc.), pur conoscendo il raccordo a cuffia d'invenzione asiatica e diffuso dai sásánidi, non ha saputo andare più in là del tamburo coperto con un tetto piramidale in legno. Anche il problema della cupola segnerà un trionfo degli architetti bizantini. Ciò prova la limitazione del pensamiento degli architetti cristiani dell'O., che si svilupperà solo in Armenia, ma dopo quel sec. vir che segna il limite del periodo di cui qui ci si occupa.

Dove invece l'O. cristiano ha sviluppato in pieno la sua intrinseca visione, le sue caratteristiche e la sua genialità, è stato nella decorazione dei monumenti e in quelle che si chiamano arti minori. Non nei musaici pavimentali di cui si dispone di una serie ricchissima, specialmente in Palestina, esattamente databili sino al sec. viII. Se si parte dalla ricca serie dei musaici pavimen-

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tali ellenistici di Antiochia (ove solo si osserva l'inclusione di qualche non abbondante motivo specificamente orientale e specialmente sāsânide) si vede che quest'arte vive e si evolve restando però sempre nella visione del pittorece ellenistico, con le architetture fantastiche e complicate, le scene di genere, le rappresentazioni di animali, al di fuori del vero spirito orientale e continua ancora nel primo secolo della dominazione musulmana, quando anzi si osserva un curioso ritorno di pretio ellenismo con i musaci (parietali ma solo decorativi) della moschea di Damasco che ci riconducono all'arte di Pompei ed Ercolano. Evidentemente sono opere di maestranze che si sono tramandate di padre in figlio la tecnica e lo spirito e, pur evolvendosi, sono rimaste al di fuori del vero spirito orientale. Dove questo si rivela in pieno è nella pittura figurata parietale e nelle miniature con le sue caratteristiche già tutte pienamente sviluppate nei dipinti di DuraEuropes. Dapprima il concetto prettamente asiatico della narrazione continua che già era stato fatto trionfare nella stessa Roma dal grande architetto di Adriano, Apollodoro di Damasco; l'amore del ritratto e della composizione storica; l'astrazione della figura umana dall'ambiente che molte volte si elimina o solo si accenna più che non si rappresenti e soprattutto l'organizzazione della scena secondo un principio di frontalita, in modo che lo spettatore viene introdotto in questa, che sviluppa il trascendente e rinvigorisce il significato dei soggetti tratti nella quasi totalità dalla storia religiosa. Nel linguaggio più propriamente delle forme, un amore intenso della policromia, un bisogno continuo del colore ricco che si rivela in ogni produzione (fino ai gioielli, oreficeria cloisounde) e un bisogno di coprire tutta la supertice (horror vocal) anche, se è necessario, da serie di scene semplicemente addossate (già alla sinagoga di Dura) o da un complesso d'ornati, come se la parete fosse rivestita da un tappeto, principio che si svilupperà sino all'assurdo nella successiva epoca islamica. Queste ultime tendenze valgono anche per la decorazione scolpita che tende a coprire ogni parte dell'edificio, sovrapponendosi a quella che dovrebbe essere l'espressione della sua funzione costruttiva: un architrave di porta siriaco è decorato come fosse una lastra da rivestimento e intrecci e meandri rivestono i fusti delle colonne dall'Egitto alla Mesopotamia (colonne riutilizzate nella corte della moschea di Dijarbekir). Pochi esempi rimangono dai quali si possa vedere il risultato dell'applicazione di tali principi : forse il migliore è dato dalle absidi della grande cella tricora del Convento Rosso presso Sohāg, con la ricca decorazione scolpita dell'inquadratura delle nicchie mentre tutto il rimanente delle pareti e le colonne erano rivestite da una decorazione dipinta.

L'O. cristiano ha fatto poco uso della scultura figurale
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(da G. Strzogowski, L'ancien art chrétien de Syrie, Parole 1523, tra pp. 111-13, fig. 13)
Oriente cristiano - Colonne di edificio cristiano (sec. v), riutilizzate nel cortile delle moschea di Dijarbekir.
sia in bassorilievo quanto in altorilievo o a tutto tondo. L'Egitto è la regione che ne ha conservato i più numerosi ed importanti esempi con una serie di sculture, che dal luogo di provenienza dei più peculiari esempi fu chiamata - scuola di Ahnās - ma che era diffusa anche in altre località del medio Egitto, specialmente a Bahnasa. L'origine del suo linguaggio scultorio va probabilmente ricercata in ambiente nabateo : si confrontino i rilievi di Hirbet at-Tannur. Essa durò certo fin al sec. vi ed un curioso ritorno delle sue forme si ha, nel sec. viII, negli stucchi figurali del Palazzo omayyade di Hirbet al-Mefgez. Ma il fatto che la massima parte dei soggetti da essa trattati sono tolti dalla mitologia ellenica e pochissimi sono quelli cristiani, fa pensare che essa fosse la creazione di uno di quei residui gruppi di paganesimo che ebbero lunga vita in Egitto sino al periodo giustinianeo. Tutto il rimanente a noi pervenuto di scultura figurale nell'O. c. non ha nulla a che fare con l'arte. Lo stesso assai tardo perseverare di motivi e di soggetti ellenici è documentato in Egitto anche nell'arte della tessitura: ma qui probabilmente si tratta, come si è osservato per i musaci pavimentali palestinesi, del tramandarsi di formule d'officine in una corporazione che era cosi fortemente organizzata come quella dei tessitori. Anche la scultura in avorio, che ha dato meravigliose opere come la cattedra di Massimiano oggi a Ravenna, mostra il perseverare di un contenuto e di un linguag. gio artistico ellenistico unito ma non fuso con forme e spiriti orientali.

Ed è in questo dualismo che l'O. c. non seppe sorpassare, fra una potente tradizione ellenistica e lo spirito nettamente orientale, che è insita la sua tragedia e l'impossibilità di assurgere a un'alta sfera d'espressione.

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Gli mancò forse il tempo, in quanto alla metà del sec. vir la conquista islamica stroncò le sue possibilità di sviluppo. Vedi tav. XX.

Ugo Monneret de Villard
ORIENTE, IMPERO d'. - I. IMPERO ROMANO D' O. - L'Impero bizantino, che storicamente si è sempre chiamato e dovrebbe chiamarsi I. romano d'O., ha avuto una storia più che millenaria la quale si può dividere in tre periodi, che corrispondono a quelli propri di ogni organismo umano o sociale: la formazione, che va dalla fondazione di Costantinopoli all'accessione di Giustiniano I al trono (326565); l'assestamento, dopo vivi contrasti interni cagionati dalla nuova divisione dell'Impero in provincie civili-militari dette themi, dall'assalto dei barbari che provenivano dal nord e dall'est in cerca di territori, dal dilagare dell'islamismo; assestamento che toccò il suo culmine glorioso con la dinastia macedone (565-1025); la dissoluzione della vita politica e sociale a causa della minaccia esterna che si aggravava ogni giorno di più, dell'intrigo interno che soffocava la sana politica e spezzava l'unità religiosa con la Chiesa latina, e dell'espanaione dell'Occidente, il quale attraverso le vie del commercio riusci per 54 anni ad assidersi sul trono di Bisanzio e dare all'I. d'O. un colpo da cui non si leverà più (1025-1453).

1. Da Costantino a Giustiniano (326-565). - Durante la prima fase, di transizione, si pongono gli elementi che diverranno specifici della storia bizantina. Costantino infatti, balcanico di nascita e soldato valoroso, vide subito che la difesa dell'Impero romano stava nei Balcani, che segnano la frontiera tra l'Asia e l'Europa; da buon politico intui che il cristianesimo aveva con sé tutte le speranze dell'avvenire e volle che la nuova capitale fissata da lui a Bisanzio, piccolo municipio di Tracia, fosse orientato fin da principio verso il cristianesimo, mentre la vecchia Roma era ancora troppo piena di ricordi pagani; accettò da Diocleziano la divisione amministrativa dell'Impero in quattro grandi provincie, ma ne abolì i tetrarchi che avevano seguito una politica troppo personale e indipendente e li sostitui con quattro prefetti del pretorio che dipendevano direttamente da lui. Come Diocleziano, mantenne l'amministrazione civile distinta da quella militare e volle che l'una e l'altra mettessero capo a un consiglio di ministri di Stato (consistorium sacrum) che fu l'organo ufficiale attraverso cui l'Imperatore attuava la sua opera.

Il Senato non costituì più una diarchia con il principe: ad esso rimasero solo la prerogative di onore e quelle di reggitore municipale della nuova città, e se i suoi membri erano ammessi nel gabinetto del principe, ciò avveniva passando per la trafila della nuova burocrazia. I nuovi servitori dello Stato non erano più scelti nella vecchia aristocrazia, ma nella classe media, per la quale tuttavia vennero creati titoli di nobiltà burocratica ai quali corrispondevano altrettante funzioni nel gabinetto imperiale.

Fin da Costantino, pertanto, si scorgono gli elementi che costituiranno la specifica monarchia di Bisanzio, ma essi prenderanno la definitiva fisionomia solamente con Giustiniano.

I successori di Costantino, Costantino II (m. nel 340) cui toccò l'Occidente, Costante (340-58) cui toccarono l'Italia e l'Africa, Costanzo (350-61) cui toccò l'Oriente e dal 350 tutto l'Impero, proseguirono la politica del padre, salvo le lotte fratricide e le usurpazioni. Giuliano (361-63), figlio di un fratello di Costantino, tentò di risuscitare il paganesimo secondo la formula neoplatonica, ma mori in battaglia contro i Persiani nel 363.

Sotto i successori Gioviano (364), Valentiniano I (364-78), Graziano (375-83), Valentiniano II (375-92) l'Impero si andò sempre più burocratizzando e assunse il carattere di una vasta organizzazione. Con Teodosio I il Grande (379-95) il cristianesimo si affermò sempre più rigidamente e l'Impero rimase per sempre diviso tra le due metà, occidentale e orientale, che, pur sotto la fin-
zione giuridica dell'unità imperiale romana, vissero ciascuna la sua vita provvedendo alla propria conservazione.

Per l'Occidente, infatti, sotto Onorio (m. nel 423, figlio e successore di Teodosio) e Valentiniano III (425455) il sec. v è quello delle invasioni barbariche: Vandali, Visigoti, Svevi, di stirpe germanica, che riducono a principati barbarici le più importanti provincie d'Occidente: Britannia, Gallia, Spagna, Africa; barbari più o meno assimilati che s'infiltrano nell'esercito e nell'amministrazione del territorio dell'Impero rendendo servigi ma alterandone la fisionomia etnica, e in parte assimilandone la lingua e la religione cristiana. Dopo Valentiniano III si succedono nove imperatori sull'avvilito trono di Occidente, avviene la nuova invasione di Roma da parte di Genserico (455), finché l'erulo Odoacre, capo di milizie germaniche a servizio dell'imperatore Romolo Augustolo, al rifiuto di ottenere uno stanziamento in Italia, depone l'effimero sovrano (476) ed assume direttamente il potere; il che in teoria non significava la fine dell'Impero d'Occidente ma il passaggio dell'Italia sotto l'autorità dell'Imperatore di Oriente.

Nella sezione orientale dell'Impero invece le cose procedettero pacificamente dal punto di vista degli attacchi esterni, in quanto Goti e Ostrogoti furono indirizzati verso l'Italia, ma vi furono querele dal punto di vista politico e religioso derivanti dalla non mai spenta rivalita tra Costantinopoli ed Alessandria, che assumeva l'aspetto di contesa religiosa. Morto l'inerto Arcadio (393-108) gli successe il figlio Teodosio II (408-50), non più energico del padre, il quale tuttavia ha legato il suo nome al Codice teodosiano, che raccoglie le costituzioni imperiali dal 312 al 437 , valido per tutte e due le sezioni dell'Impero, ma che da quella data in poi ebbe valore soprattutto per l'Occidente, mentre in Oriente fu sostituito, un secolo dopo, dal Corpus Iuris di Giustiniano.

Teodosio II visse sotto la tutela della sorella maggiore Pulcheria che, alla morte di lui, sposò il vecchio ed energico Marciano (450-57), che seppe resistere ad Attila, il quale poi si diresse verso Occidente. Successero Leone I (457-74), Leone II (m. nel 474), Zenone (474-91), Anastasio (491-518) che sposò la vedova di Zenone. Con lui comincia la penetrazione degli Slavi nella penisola balcanica.

Dal punto di vista religioso Zenone e Anastasio inclinarono verso il monofisismo perché compresero che l'Occidente era ormai praticamente perduto per l'Impero e bisognava quindi tenersi benevole le provincie orientali: Egitto, Palestina, Siria, dove l'eresia monofisita significava contro Costantinopoli una affermazione di carattere nazionale. I successori di Anastasio abbandonarono invece la politica filo-orientale allo scopo di riacquistare in Occidente una posizione politica ormai tramontata per sempre e lasciarono sguerrite le frontiere d'Oriente donde doveva venire la finale rovina dell'Impero bizantino.

Ad Anastasio I successe Giustino I ( $518-27$ ) e a questo il nipote Giustiniano I ( $[527-65]$ ), il quale ebbe care soprattutto due idee: l'idea romana, per cui volle riunire all'Impero l'Occidente ormai occupato per l'Italia dai Goti, per l'Africa dai Vandali, per la Tracia dai Bulgari, e unificare in un sol corpo (Corpus Iuris Civilis) la legislazione anteriore; e la idea cristiana che egli conio derava come il simbolo della tutela dell'unità politica.
2. Da Giustiniano alla dinastia macedone (565-1025). Il periodo che va da Giustiniano ad Eraclio (e questo dimostra quanto fosse poco illuminato politicamente l'occidentalismo di Giustiniano) fu tra i più desolati della storia di Bisanzio. Guerra contro Slavi ed Avari penetrati nella penisola balcanica; conquista longobarda dell'Italia; guerra contro la Persia di Cosroe II alla quale Giustino II (565-78)) aveva negato il pattuito tributo; trattato di pace con la medesima da parte dell'imperatore Tiberio II (378-82) che visse per le armi del suo generale Maurizio, il quale gli successe sul trono ( 568 -602) e mori assassinato in una sommossa militare in seguito alla quale divenne imperatore il centurione Foca (602-10). Ma Cosroe II di Persia, con cui un tempo Maurizio aveva trattato, si mosse per vendicarlo, e sebbene Eraclio (610-41) uccidesse

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l'esoso tiranno e gli succedease nell'Impero, invase la Siria, occupando Gerusalemme (614) e asportandone il legno della vera Croce, quindi l'Egitto e l'Asia Minore mentre gli Avari battevano alle porte della capitale. Eraclio, incerto da principio se trasportare a Cartagine la capitale, si gettò poi sulla Persia penetrandovi attraverso l'Armenia e dopo una campagna durata cinque anni riusci a fiaccare l'esercito persiano riconquistando l'Armenia e la Siria e ricuperando il legno della vera Croce e le insegne dell'Impero. E poiché durante la sua critica situazione aveva compreso l'opportunità di tenersi amiche le popolazioni monofisite della Siria e dell'Egitto, escogitò, per suggerimento del patriarca bizantino Sergio, la formula conciliativa dell'unica volontà di Cristo che impose con apposito documento l'Ebthevis ( $=$ esposizione [della fede]) del 638 , suscitando le proteste dell'Occidente e iniziando la contesa monotelitica che, non sopita da un ulteriore decreto, il Typos ( $=$ l'esemplare, la norma), di Costantino II figlio di Eraclio, si chiuse con il Concilio VI di Costantinopoli (681) che diede causa vinta alla protesta occidentale.

Ma intanto si era mossa dall'Arabia l'invasione reli-gioso-politica degli Arabi che ritolgono a Bisanzio la Siria con le battaglie di Agnâdajin (633) e Jarmûk (636) e procedono alla conquista della Persia con le battaglie di Qâdisiçieh (636) e di Fihâwand (642).

La storia dei discendenti di Eraclio presenta una lacrimevole successione di insipienza e di eccidi; fa eccezione Costantino IV Pogonato (668-85), il quale con l'aiuto del fuoco greco respinse gli Arabi che assediavano Costantinopoli; cedette ai Bulgari le sedi da loro già occupate e per sradicare l'eresia monotelita, che ormai non aveva più motivo di essere sostenuta data la perdita della Siria e dell'Egitto, convocò il VI Concilio ecumenico, cui si è sopra accennato, che ratificò la dottrina di Roma.

Gli imperatori che successero a Costantino IV furono inetti e crudeli. Giustiniano II (685-95), Leonzio (695-98), Tiberio III (698-705), Giustiniano II di nuovo (705-11), Filippico Bardane (711-13), Anastasio II (713716), Teodosio III (716), sotto il quale gli Arabi avanzando nel Bosforo si impadronirono di Costantinopoli.

A salvare l'Impero stretto tra Slavi ad Occidente e Barbari a Oriente e ormai prossimo a rovina sorse Leone III (717-41) di Germanicia in Siria, detto anche Isaurico. Egli unitamente a suo figlio Costantino si preoccupò di migliorare le condizioni interne dell'Impero promulgando (726) l"Ex $\lambda 0 \gamma \dot{\eta}$, cioè una raccolta o estratto di leggi desunte dalla compilazione giustinianea allo scopo di render questa più praticamente agile e " filantropica", conformandola alle mutate condizioni dell' Impero. L'Eclago rimase in vigore fino alla legislazione dei Basilici (v. sotto). Dopo aver scongiurato l'assalto degli Arabi a averne distrutto la flotta, risollevò con apposite leggi l'esercito (vóuos $\sigma \tau \rho \alpha \tau \omega \tau \iota \alpha \dot{\varsigma} \alpha$ codice militare $\alpha$ ) il commercio marittimo (vóuos $\pi \alpha \nu \tau \iota \alpha \dot{\varsigma} \alpha$ codice nautico $\varepsilon$ ) e l'agricoltura (vóuos $\gamma \varepsilon \sigma \rho \gamma \iota \alpha \dot{\varsigma} \alpha$ codice rurale $\alpha$ ) afflitta dal gravissimo male del latifondo. Egli intese ovviarvi emanando misure a favore della piccola proprietà e colpendo i grandi latifondisti sfruttatori del colonato specialmente anatolico, ridotto a condizioni miserrime; tra i maggiori latifondisti vanno collocati i monaci le cui possessioni erano esenti da ogni gravame nei riguardi del fisco. Non è da escludere che la lotta contro le sacre immagini (iconoclastia), da lui iniziata, abbia per motivo essenziale la lotta contro il monachesimo detentore di tanta parte della proprietà terriera dell'Impero e che delle immagini sacre era il pittore, della loro venerazione il devono propagatore e fu delle medesime il più strenuo difensore.

Suo figlio Costantino V Copronimo (741-75) continuò nella lotta iconoclasta, perseguitando fino al martirio i difensori delle sacre immagini; tenne a bada gli Arabi, vinse dopo lunga campagna i Bulgari, si preoccupò dell'agricoltura mandando colonie di Slavi in Bitinia e di Siri in Tracia per migliorare le terre. Leone IV il Kazaro (775-80), suo figlio, che gli successe, continuò la lotta iconoclasta ma in forma mitigata e si associò presto al-
l'Impero il figlio Costantino VI (780-97). Questi fu assistito dalla madre Irene reggente nel periodo della minore età di lui, durante la quale ebbe una sosta la lotta inococlasta condannata nel Concilio ecumenico di Nicea (787) al quale il papa Adriano I inviò i sui legati.

Costantino VI, che aveva vittoriosamente contenuto i Bulgari, vide Hārûn ar-Rašīd attraversare l'Asia Minore fino a Scutari; vide l'Impero perdere ogni vestigio di autorità sull'Occidente a causa della creazione del S. Romano Impero (800) conservando solo i possessi dell'Italia meridionale, della Sicilia e dell'Illirico, che già Leone III aveva sottratto all'obbedienza gerarchica del papa, e finì accecato dalla madre alla cui tutela aveva voluto sottrarsi. Ma Irene fu punita della sua crudeltà perché Niceforo (807-11), ministro delle Finanze, s'impadronì dell'Impero (802) che governò secondo la linea, segnata dagli Isaurici, di protezione dell'agricoltura, imponendo ai monasteri un tributo ( $\alpha \alpha \tau \nu \iota \alpha \dot{v}$ ) e abolendo ogni esenzione fiscale. Fu assassinato durante una campagna contro i Bulgari. Gli successe, dopo Staurace, il genero Michele Rangabé (811), che seguì una politica incoraggiata dall'iconofilo s. Teodoro Studita, ma per la sua imperizia amministrativa, per la sua incapacità militare nella lotta contro i Bulgari che devastavano Tracia e Macedonia, scontentò l'esercito che elevò sugli scudi Leone V l'Armeno ( $8 \mathrm{I} 3-20$ ), stratega del thema anatolico con il quale risale al trono la corrente asiatica preoccupata dell'agricoltura e dell'amministrazione, avversa all'ingerenza del clero nella cosa pubblica e perciò di programma iconoclasta, che applicò tuttavia senza infierire contro gli iconofili. Cadde vittima di una congiura di palazzo e gli successe Michele II (820-29), sotto il quale gli Arabi occuparono la Sicilia e Creta, e poi Teofilo (829-42), iconoclasta fervente, morto il quale l'imperatrice Teodora governò come reggente durante l'infanzia del figlio Michele III l'Ubriaco (842-67) e restaurò definitivamente, previo un concilio (i cui atti ora perduti confermavano pienamente quelli di Nicea), il culto delle immagini; tale restaurazione è consacrata da una liturgia solenne detta dell'Ortodossia che la Chiesa bizantina celebra nella prima domenica di Quaresima. La lotta che rappresenta etnograficamente la contesa dell'elemento greco contro quello orientale dell'Impero (orientali sono gli Imperatori iconoclasti, siri prima e frigi poi, orientali gli elementi di cui si componeva il loro esercito), e socialmente la difesa della piccola proprietà contro la grande posseduta dai nobili e dai monasteri, si chiuse, dopo ca. un secolo di lotta, lasciando il buon seme della protezione agricola con lo sviluppo della piccola proprietà agricola e della riforma amministrativa, seme che doveva fruttificare al tempo della dinastia macedone sotto la quale l'Impero bizantino toccò l'apogeo della forza e dell'estensione.
3. La dinastia macedone; lo scisma greco (8671025). - Basilio I (867-88), di provenienza tracia e di lontana origine armena, è il fondatore della dinastia macedone. Anch'egli si preoccupò del miglioramento dell'agricoltura, strinse nelle sue mani la somma delle cose e preparò una riforma della legislazione ( $\pi \rho \varepsilon \dot{\rho} \rho \varepsilon \rho \circ \varsigma=$ Manuale, "E $\tau \alpha-$ $\alpha \gamma \sigma \gamma \dot{\eta}=$ Introduzione) che culminerà nei Baoi $\lambda \iota \alpha \dot{\alpha}=$ Leggi imperiali. I Basilici contengono in LX II. tutto il diritto giustinianeo ancora in vigore nel sec. IX, raccogliendo sotto i vari titoli la materia che nella compilazione di Giustiniano è distribuita nel Codice, nel Digesto e nelle Novelle e aggiungendo tutto quanto corrispondova alle nuove condizioni della vita economica e sociale.

Durante il suo regno scoppiò lo scisma di Fozio, che, composto in un primo tempo, produrrà poi la scissione definitiva tra la Chiesa greca e quella latina.

Suo figlio Leone VI detto il Savio (886-912) fu il vero compilatore dei Basilici voluti da suo padre, ma alla sua dottrina non fu pari la sua bravura militare perché subì da Simeone, zar dei Bulgari, una grave sconfitta. Anche il figlio Costantino VII, detto Porfirogenito (912959), fu un grande studioso che attese a compilazioni erudite (De thematibus, De administrando imperio, Biografia di Basilio I); il suocero Romano I Lecapeno (959-63),

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(fot. Enc. Cati.)
Oriente. Impero d' - Incoronazione di Giovanni e Alessio. Comneno. Miniatura (secc. xI-xII) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. grec. 2 B, f. $10^{6}$.
da lui associato all'Impero, si opponeva intanto con poca fortuna ai Bulgari che urgevano di nuovo alle porte di Costantinopoli, mentre, con migliore fortuna, assicurava all'Impero i suoi possedimenti dell'Italia meridionale: il thema di Longobardia (terra d'Otranto, Lucania meridionale e Puglia) e il thema di Calabria, che poi furono riuniti da Niceforo Foca nel 965 in un unico thema d'Italia il cui governatore risiedette a Bari con titolo di catapano.

Successe a Costantino il figlio Romano II (959-65) la cui vedova Teofano (madre dei due minorenni Basilio, il futuro Bulgaroctono, e Costantino) sposò Niceforo Foca (963-69) che scacciò gli Arabi da Creta, Anatolia e Siria, e morì assassinato in una congiura di palazzo. Sali sul trono Giovanni Zmisce (969-76), ottimo generale, anch'egli imparentato con i Macedoni avendo sposato Teodora sorella di Romano II. Penetrò vittoriosamente in Mesopotamia, e in Siria ricominciò la lotta contro i Bulgari che il suo successore Basilio II (976-1025) sconfisse sanguinosamente meritandosi il titolo di "sterminatore dei Bulgari ". Ebbe anche la soddisfazione di vedere la Russia di Vladimiro accettare in massa il Battesimo (988), entrando cosi nell'orbita dell'influenza bizantina.
4. La decadenza. I Comneni, gli Angeli e i Paleologi. - Con la morte di Basilio II comincia la parabola discendente dell'Impero che coincide con la sparizione dei piccoli proprietari ritornati sotto il giogo economico dei grandi feudatari e dei monaci: le eresie paulicianà e bagomila sono un aspetto di questa antinomia politicosociale ed etnica (slava); Costantino VIII, fratello di Basilio, fu un inetto (1025-28). Con le due figlie di costui Zoe, che sposò successivamente Romano III Argiro (10281034), Michele il Paflagone (1034-41) e Costantino IX Monomaco (1042-54); e Teodora, che nominò imperatore Michele VI Stratiotico (1056-57), si estingue la dinastia macedone.

Estinta questa dinastia, che oltre alla gloria guerriera ebbe anche l'aureola della legittima successione dinastica, i grandi signori dell'Anatolia proclamarono imperatore uno di loro, Isacco Comneno (1057-59) che dopo due anni dovette cedere il posto a Costantino X (1059-67) cui seguirono Romano IV Diogene (1067-71), Michele VII Duca (1071-78), Niceforo Botaniate (1078-81) finché l'Impero venne di nuovo nelle mani di un uomo capace di guidarlo a migliori destini, Alessio Comneno (1081-1118), nipote di Isacco, la cui famiglia governò l'Impero per quasi tutto il sec. xir. Alessio sappe abilmente destreggiarsi tra i vari nemici che opprimevano l'Impero ponendo Petceneghi contro Cumani, Normanni contro Veneziani, crociati della I Crociata contro i Turchi. Suo figlio Giovanni (1118-43) entrò quindi in possesso di una eredità meno gravosa e poté dedicarsi al miglioramento delle finanze dello Stato che lasciò in buone condizioni al figlio Manuele (1143-80).

Questi fu cavalleresco soldato, ebbe simpatia per i Latini e fu l'ultimo sovrano che facesse onore al trono di Bisanzio. Suo figlio Alessio II (1180-83) ebbe il trono usurpato da Andronico I (1183-85) e questi pagò con la vita la sua mala azione cui aveva dato colore di riscossa nazionale contro l'invadenza latina favorita da Manuele e da Alessio II. Sotto la seguente perfida dinastia degli Angeli : Isacco II (1185-95), Alessio III (1195-1203) e poi di nuovo Isacco II (1203-1204), Costantinopoli cade in potere dei Latini della IV Crociata mentre la dinastia di Bisanzio si perpetua nella sede di Nicea (v. sotto).

La riconquista della capitale sotto Michele Paleologo (1259-61) non rimediò alla sorte dell'Impero bizantino ormai condannato, con i Turchi padroni dell'Anatolia, Slavi e Franchi in possesso del Balcani, Venezia padrona delle isole dell'Egeo e dei migliori scali del Levante. Neppure il ravvicinamento ecclesiastico con Roma, tentato da Michele VIII (1261-82) al Concilio di Lione, per procacciarsi aiuti latini, portò alcun frutto. Sotto suo figlio Andronico II (1282-1328) i Turchi si insediarono stabilmente a Brussa; suo nipote Andronico III (1328-41) assiste all'ingrandimento dei Serbi guidati da Stefano Duscian; l'usurpatore Giovanni Cantacuzeno lascia che i Turchi si stabiliscano a Gallipoli e nella Tracia, Giovanni V Paleologo, figlio di Andronico III (1341, 1354-76, 1379-91), vede i Turchi farsi paladini delle sua legittimità e riporlo sul trono contro la nuova usurpazione del proprio figlio Andronico IV. Manuele II (1391-1425) si reca in Europa a invocare aiuto contro i Turchi di Bijazid che assediano Costantinopoli; il medesimo fa Giovanni VIII (1425-48), che firma nel Concilio di Firenze l'unione dottrinale con i latini, rotta dai Greci, a causa del loro odio antilatino, appena firmata.

Ultimo della dinastia dei Paleologi e dei sovrani di Bisanzio è Costantino XI (1448-53) che muore da imperatore, sulla braccia praticata dalle artiglierie di Maometto II. L'eredità politica di Bisanzio è raccolta dai Turchi Osmanli, quella religiosa - preparata dalla istituzione del patriarcato di Mosca concessa dal patriarca di Costantinopoli Geremia II (1589), giunto nella capitale moscovita in cerca di aiuti - sarà a suo tempo assorbita di fatto dalla Russia, con la sua monarchia teocratica fondata sul potere imperiale e sulla gerarchia "ortodossa ", - Vedi tav. XXI.

Bibl.: si citano qui soltanto le opere principali relative alla storia dell'I. romano d'O. disposte secondo la successione delle dinastic che hanno occupato il trono di Bisanzio. Per le controversie religiose v. bizantina, letteratura; per la produzione profana v. greca. Tre riviste: Byzantinische Zeitschrift (dal 1891 a Monaco), Byzantion (dal 1925 a Liegi), Vizantijskiy Vremennik (dal 1894 a Pietroburgo). Opere generali sulla storia e civiltà bizantina: G. F. Herzaberg. Geschichte der Byzantiner und des Osmanischen Reiches, Berlino 1883; ve ne è una trad. it.; H. Gelzer, Abriss der byzantinischen Kaisergeschichte, Monaco 1897; P. Grenier, L'Empire byzantin: son évolution sociale et politique, Parigi 1904; D. C. Hessling, Byzantion, Haarlem 1902; trad. francese, Parigi 1907; Cambridge medieval history, I. The Christian Roman Empire, Cambridge 1911; $2^{2}$ ed. 1936; II, The rise of Saracens and the foundation of the Western Empire, ivi 1913 (da Anastasio agli iconoclasti); $2^{2}$ ed. 1936; IV. The Eastern Rom. Empire, ivi 1936 (dagli iconoclasti alla caduta di Costanti-

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