Bessarione, 19 (1913), pp. 42-70, 246-89. Per la dinastia dei Lancaridi di Nicea (1204-61) : A. Gardner, The Lancarides of Nicea, The story of an Empire in exile, Londra 1912. Per la dinastia dei Palcologi (1261-1433) : G. Schlumberger, Le siège, la prise et le sac le Constantinople par les Turcs en 1453 , Parigi 1918; C. Chapman, Michel Paléologue, restaurateur de l'Empire byzantin (1161-82); ivi 1926; L. Petit, Manuel II Paléologue, in DThC, IX, II, coll. 1923-32. Nicola Turchi
II. Impero latino d'O. - La IV Crociata, bandita da Innocenzo III ed organizzata da un gruppo di principi franco-fiamminghi con l'appoggio della Repubblica di Venezia, anziché dirigersi alle coste della Siria e dell'Egitto, subendo l'influsso di vari interessi si diresse a Costantinopoli per ristabilire sul trono l'imperatore legittimo Isacco II Angelo; ma il dissidio successivamente sorto tra Cro-
ciati e Bizantini portò a guerra aperta. I Latini conquistarono Costantinopoli il 12 apr. 1204. Già in precedenza i capi avevano deciso la partizione della conquista : un collegio di elettori (sei veneziani e sei francesi) avrebbe designato il nuovo imperatore che avrebbe avuto però solo un quarto dei territori bizantini; degli altri tre quarti, metà sarebbe toccata ai Veneziani e metà ai principi crociati.
Nel maggio 1204 si procedette alla nomina dell'imperatore: scartato Bonifacio di Monferrato che aveva

(dot. Alinari)
Oriente, Impero d' - I Crociati conquistano la seconda volta Costantinopoli con il concorso dei Veneziani. Dipinto di Domenico Tintoretto (sec. xvi). Venezia, Palazzo ducale, sala del Maggior Consiglio.
e Modone e poi molte isole che diede in feudo a vari suoi cittadini: così si ebbe il ducato di Nasso, il marchesato di Cerigo, il granducato di Lamno, il ducato di Creta che veramente avrebbe dovuto spettare al marchese di Monferrato; questi ebbe Tessalonica con la Tessaglia e la Macedonia ed il titolo di re, come vassallo dell'imperatore; così Baldovino diede vari territori in feudo a suoi cavalieri fedeli : uno fu fatto duca di Nicea, un altro di Filippopoli, uno signore di Demotihón. Per interessare il maggior numero di Crociati all'organizzazione dell'Impero, Baldovino creò seicento cavalieri e diede loro feudi.
Solo apparentemente fedeli, Goffredo di Villehardouin, nipote dello storico della Crociata, fondò il principato di Acaia e Ottone de la Roche il ducato di Atene.
Ma se la Crociata era riuscita a dislocare i territori bizantini, l'imperatore Baldovino ed i suoi alleati non riuscirono ad impedire che alla periferia si formassero alcuni Stati greci e pretendessero di continuare la tradizione bizantina. Teodoro Lascaris, genero di Alessio III Angelo, riuscì subito dopo la caduta di Costantinopoli a creare un governo in Nicea, raccogliendo attorno a sé il clero e l'aristocrazia bizantina superstite e nel 1206 si fece incoronare imperatore; a Trebisonda Alessio e Davide Comneni, nipoti di Andronico I, crearono un impero bizantino; in Epiro Michele Angelo Comneno creò un governo ed assunse il titolo di despotes; a Rodi, ad Argo, a Sparta grandi signori bizantini crearono signorie particolari.
L'imperatore Baldovino nell'autunno del 1204 iniziò la conquista di tutti i territori riconosciutigli nella
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spartizione. Con l'appoggio di Enrico di Hainault occupò Tzurulon, Didymóteikhon, Adrianopoli, Filippopoli e Mosinopoli, mettendo in fuga Alessio III Angelo, ma provocò l'opposizione del marchese di Monferrato che pretendeva per sé Adrianopoli. Bonifacio si recò ad assediare queste città ed il contrasto tra i due rivali fu sopito solo dall'accorrere del doge di Venezia e degli altri principi crociati. Ma il possesso della Tracia determinò un altro grave conflitto tra l'Imperatore latino e lo zar dei Bulgari che solo nel nov. 1204 era stato incoronato da un legato di Innocenzo III. Lo zar aspirava a creare un impero greco-bulgaro, mentre Baldovino pretendeva la restituzione di tutti i territori che avevano fatto parte dell'Impero bizantino. La guerra scoppio nella primavera del 1205 : il 14 apr. Baldovino fu sconfitto e fatto prigioniero e mori poco dopo in prigionia.
La scomparsa dell'Imperatore latino parve segnare la fine dell'Impero. I bulgari arrivarono sino al mar di Marmara; in Asia Minore i Greci di Nicea ricuperarono i territori occupati dai Latini nei mesi precedenti.
Assunse la reggenza dell'Impero l'energico Enrico di Hainault che con grande abilità salvò la situazione, ricacciando Greci e Bulgari. Nell'ag. 1206 si ebbe notizia della morte di Baldovino ed allora Enrico di Hainault fu fatto imperatore. I nemici però insistevano: nel 1207 lo zar bulgaro ed il basileus di Nicea mossero concordi contro i Latini. L'Imperatore riusci a ricacciare i Bulgari dall'assedio di Adrianopoli, Joannitza fu ucciso nel tentativo di conquistare Tessalonica, ed ora Enrico di Hainault sconfisse a Filippopoli il nuovo zar Boris ( $1^{\circ}$ ag. 1208). In Asia ristabili la pace lasciando a Teodoro Lascaris Nicodemia e Cizico.
L'Imperatore ebbe allora un po' di riposo per provvedere ai bisogni dell'Impero. Recatosi a Tessalonica dopo la morte di Bonifacio, organizzò il governo del nuovo re Demetrio di Monferrato ancora minorenne (1209). A Ravennika (nella Ptiotide) riunì un parlamento solenne dove ricevette l'omaggio dei baroni latini Ottone de la Roche, di Atene, e Goffredo di Villehardouin, di Acaia; anche il despota bizantino di Epiro gli rese omaggio. Nel 1211 la pace fu rotta da una ripresa della guerra con l'Imperatore di Nicea, che fu sconfitto. I Latini riuscirono cosi ad allargare la loro occupazione in Anatolia.
Per l'organizzazione interna dell'Impero i problemi più importanti erano quelli religiosi: in prima linea era la questione della convivenza greco-latina. Innocenzo III, se dapprima aveva protestato per la deviazione della IV Crociata, dopo la presa di Costantinopoli si inchinò al fatto compiuto celebrando il trionfo latino come un miracolo compiuto dalla Divinità.
Si sperò allora che l'organizzazione dell'Impero latino d'O. servisse a realizzare l'unione delle due Chiese. Provvide quindi alle sedi arcivescovili con prelati latini, lasciando nelle sedi vescovili anche prelati greci, purché aderissero. In realtà il clero greco, pur rimanendo nelle sedi, silenziosamente considerava come capo il patriarca ortodosso stabilitosi a Nicea. Innocenso III durò a lungo nella tolleranza; permise che si continuasse ad officiare in greco, poi prese a trattare, cercando di persuadere i prelati greci alla riconciliazione per mezzo di legati pontifici. Le trattative avvenute a diverse riprese non portarono a nessun esito; anzi i Greci ripetutamente protestarono presso l'imperatore Enrico di Hainault contro i metodi rudi dei prelati latini. L'Imperatore spesso prese posizione a favore dei sudditi greci. Anche nella Chiesa latina dei vincitori c'erano contrasti. I Veneziani avevano imposto come patriarca un loro cittadino, Tommaso Morosini, sperando di creare un clero tutto veneziano: la Chiesa latina sarebbe diventata una emanazione del governo di Venezia. Di qui vivi e continui contrasti tra
clero francese e clero veneziano, come per i possessi ecclesiastici si ebbero lotte tra i vescovi ed i cavalieri. Nel 1210 l'Imperatore tenne un secondo Parlamento a Ravennika per esaminare le vertenze religiose.
Enrico di Hainault mori a Tessalonica l'11 giugno 1216. I baroni latini clessero al suo posto il cognato Pietro di Courtenay conte di Auxerre, che venne incoronato a Roma da Onorio III il 9 apr. 1217, ma nel recarsi per via di terra da Durazzo a Costantinopoli cadde nelle mani del despota Teodoro Angelo che lo fece morire in carcere. Fu chiamato dalla Francia il figlio di Pietro, Roberto di Courtenay, che fu incoronato a S. Sofia il 25 marzo 1221.
Roberto di Courtenay regnò sino al 1228 ed allora gli successe il fratello minorenne Baldovino per il quale venne a governare come reggente l'ex re di Gerusalemme Giovanni di Brienne, che fu anche proclamato collega nell'Impero.
Morto il Brienne nel 1237, Baldovino II rimase solo di fronte ad una situazione disperata. Già il Regno di Roberto era stato una sequela di casi lacrimosi. Approfittando dell'incapacità dell'Imperatore latino e delle diminuite forze della latinità in Romania, i nemici dovunque attorno si erano organizzati ed apparivano minacciosi.
Il despotato d'Epiro si era lentamente ampliato in Macedonia ed in Grecia; mentre il re di Tessalonica, Demetrio, si recava in Occidente a cercare aiuto, nel 1221 i Greci d'Epiro occupavano Tessalonica e mettevano fine al Regno latino. In Asia, morto Teodoro Lascaris nel 1222, gli succedeva nell'Impero il genero Giovanni Ducas Vatatzes, uomo di grande abilità politica. Egli infatti comprendeva il pericolo che, abbattendo l'Impero latino di Costantinopoli, la sua azione venisse sfruttata o dai Bulgari o dai Greci di Epiro. Era necessario quindi procedere con molta prudenza.
Nel 1224 attaccò i Latini, vinse Pietro di Courtenay ed occupò Cizico, la Troade, Lesbo, Chio, Samo. Poi passò i Dardanelli, occupò Madito e Gallipoli, cacciò i Latini da Adrianopoli. Ma anche il despota d'Epiro si avanzò in Macedonia e Tracia, cacciando Giovanni Vatatzes da Adrianopoli. Il conflitto tra i due capi avrebbe potuto essere sfruttato dai Latini, ma Roberto di Courtenay era un indolente e Baldovino che gli successe era minorenne. Si parlò a Costantinopoli di nominare suo reggente lo zar bulgaro Giovanni Asen, ma fu rifiutato. Lo zar ora avrebbe voluto occupare Costantinopoli, ma si oppose il despota d'Epiro. Greci e Bulgari combatterono: Teodoro Angelo fu sconfitto e fatto prigioniero (1230). Giovanni Asen pensò allora di essere padrone della situazione, ma contro di lui si rizzo il basileus di Nicea Giovanni Vatatzes. Diffidando l'uno dall'altro, si rassegnarono ad una alleanza contro Costantinopoli latina, ma i tentativi d'assedio del 1235 e 1236 fallirono. Lo zar bulgaro ebbe poi timore di fare il gioco solo dell'alleato e cercò un'intesa con i Latini.
Giovanni Vatatzes si volse allora contro il despotato greco d'Epiro-Tessalonica e dopo la morte dello zar bulgaro, riusci ad occupare Tessalonica ed a togliere la Macedonia al despotato greco (1252). Quando Giovanni Vatatzes nel 1254 venne a morte, l'Impero di Nicea circondava da tutte le parti l'I. latino d'O. ridotto a Costantinopoli ed ai grandi feudi d'Atene e di Acaia.
Suo figlio Teodoro II Lascaris regnò troppo poco (1254-58) per risolvere il problema della conquista di Costantinopoli. Egli dovette accontentarsi di rinforzare lo Stato e di ridurre i domini dei Greci d'Epiro togliendo loro Durazzo, Vodena, Ostrovo e Diavoli. Ormai l'imperatore latino Baldovino II era agli estremi: i suoi viaggi in Occidente per cercare aiuto non erano riusciti a nulla: senza mezzi finanziari, era stato costretto a vendere le reliquie delle chiese di Costantinopoli.
Morto Teodoro II Lascaris nel 1258 assunse la reggenza per il giovanissimo Giovanni IV l'abile generale Michele Paleologo che si fece proclamare im-
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peratore collega (1259). Era suonata l'ultima ora per i Latini di Costantinopoli. Nel 1259 Michele VIII assali il despotato d'Epiro e ne distrusse le forze nelle battaglie di Pelagonia. Nel 1260 decise la conquista di Costantinopoli: traversati i Dardanelli, occupò Selimbria e si avanzò sotto la capitale latina. Attaccò il quartiere di Galata, ma non riusci nel tentativo. Prima di ritornare all'attacco, cercò di procurarsi alleati stringendo con Genova il Trattato di alleanza di Ninfeo ( 13 marzo 1261): Michele VIII faceva grandi concessioni economiche ai Genovesi per averli al fianco nella lotta contro l'I. latino d'O. ed i suoi protettori, i Veneziani. Ma già nel giugno del 1261 inviò un esercito sotto Costantinopoli ed il 25 luglio, senza trovare resistenza, il generale Alessio Strategopulo entrava in Costantinopoli. Baldovino II si salvò fuggendo e conducendo con sé il patriarca latino. L'Impero latino d'O. aveva cessato di esistere dopo cinquantasette anni di miscranda esistenza.
Michele VIII entrò nella capitale bosforica il 15 ag. 1261. Baldovino II si recò in Occidente, in cerca di aiuti, ma inutili furono i nuovi tentativi per trovare alleati. Nel 1267 il papa Urbano IV e Manfredi re di Sicilia combinarono una coalizione con Michele II deposta, ma Michele VIII batteva il despozt e lo faceva prigioniero. La coalizione non poteva del resto riuscire, perché il Papa non poteva acconsentire a lasciare a re Manfredi la direzione della lotta contro l'Imperatore bizantino. Il paladino del Papa e contro Manfredi e contro Michele VIII doveva essere Carlo d'Angiò.
Il 15 maggio 1267 a Viterbo, alla presenza di Clemente IV, Baldovino II conchiudeva un accordo con Carlo d'Angiò, cedendogli i diritti sui domini dell'Impero latino d'O., a sé riservando solo Costantinopoli. Successivamente Filippo figlio di Baldovino II sposava Beatrice figlia di Carlo d'Angiò. Questi poteva dunque considerarsi come il legittimo signore dell'Impero di Romania ed indirizzare la sua politica alla conquista di Costantinopoli. La conseguenza però di tale politica dovevano essere i Vespri Siciliani.
Biel.: G. B. Papadopoulos, Théodore II Lascaris, empereur de Nicle, Parigi 1Sog; Ch. Du Cange, Histoire de l'Empire de Constantinople sous les empereurs français, ivi 1826; Ch. Hopf, Geschichte Griechenlands im Mittelalter, Lipsia 1867-68; E. Norden, Das Papsttum und Byzanz, Berlino 1903; E. Gerland, Geschichte des lateinischen Kaiserreiches von Konstantinopel, I. Homburg v. d. Höhe 1905 (comprende solo il periodo 1204-16); per le questioni religiose: A. Luchaire, Inventari III et la question d'Orient, Parigi 1903; W. Miller, The Latins in the Levant, Londra 1908; per le relazioni con Nicea: A. Gardner, The Lascarids of Nicaea, ivi 1912; C. Chapman, Michel Paldologue restaurateur de l'Empire byzantin, Parigi 1926, un quadro generato in Histoire générale di A. Glotz, Moyen dge, IX, t. di R. Grousset, ivi 1945.
Francesco Cognasso
ORIENZIO. - Poeta della Gallia (Aquitania) della prima metà del sec. v, probabilmente identico con s. Orens, vescovo di Auch. Scrisse, poco dopo il carme De providentia, un'opera in due libri, che secondo Sigiberto di Gembloux (De vir. ill., 34: PL 160, 555) portò il titolo Commonitorium.
La stesse condizioni politiche ed economiche che avevano ispirato l'autore del carme De providentia, hanno ispirato anche $O$. Alla brutta situazione presente oppone l'ideale evangelico dell'amore di Dio e del prossimo. Virgilio, Ovidio, Cerullo, Orazio, Lucrezio tra gli antichi, Prudenzio ed il Carmen de providentia (in Commonitorium, II, 167-72 è ripreso Carm. de prov., vv. 35-38) tra i cristiani, sono stati i suoi modelli. Nella sua descrizione dell'inferno rivela la conoscenza dell'Apocalisse di Paolo (v. C. Weyman, Beiträge zur Geschichte der christlich-lateinischen Poesie, Monaco 1926, p. 139). Il codice che servi alla prima edizione del Delrio è perduto. Le edizioni moderne si basano su un codice Ashburnhamensis, che con-
tiene ancora altre poesie attribuite a $O$. di dubbia autenticità. O. non era molto noto. Gennadio non lo conosce; Venanzio Fortunato (Vita Martini, I, 140 [ed. Leo, MGH, Anct. antiquiss., IV, i, p. 295]), lo menziona una volta.
Biel.: ed. in Poésae christiani minores di R. Ellis, I, Vienna 188r (CSEL, 16), pp. 191-201; M. Manitius, Geschichte der christlich-lateinischen Poesie, Stoccarda 1891, pp. 192-201; L. Bellanger, Le poème d'O., Parigi-Tolosa 1903 (con trad. franc.); Schanz, IV, it. p. 365 sg.; P. Courcelle, Histoire littéraire des grandes invasions germaniques, Parigi 1948, p. 76 sg. Erik Peterson
ORIGENE e ORIGENISMO. - Scrittore ecclesiastico, n. ca. il 185 in Egitto, probabilmente ad Alessandria, m. il 253-54 a Tiro.
I. Vita. - Nato da famiglia cristiana (o che lo diventò poco dopo la sua nascita), perdette il padre Leonida, martire nella persecuzione di Settimio Severo (202). Per aiutare la famiglia diede lezioni di grammatica e poco dopo, a 18 anni, fu incaricato dal vescovo Demetrio dell'istruzione dei catecumeni. Allora si dette tutto allo studio della Scrittura, all'ufficio di catecheta, di visitatore e consolatore dei martiri, dedicandosi in pari tempo alla vita di perfezione ed alla pratica dei consigli evangelici con tale ardore, da infliggersi la volontaria mutilazione, prendendo troppo alla lettera la parola del Signore (Mt. 19, 12). Verso il 212 fu a Roma, «per vedere l'antichissima Chiesa dei Romani» (cf. Eusebio, Hist. eccl., VI, 14, 10), e vi conobbe il presbitero Ippolito.
Verso il 215 lasciò al discepolo Eracla l'insegnamento dei principianti e organizzò per i più provetti un didascalcio privato, dove il consueto programma di studi profani (grammatica, dialettica, retorica, musica, astronomia, aritmetica, fisica) culminanti nella filosofia, era concepito come preparazione alla scienza del cristianesimo imperniata sullo studio delle Scritture. Per rispondere alle esigenze dei suoi nuovi uditori, tra i quali gnostici e filosofi, O. seguì per un certo tempo le lezioni di Ammonio (v.; Succa (Eusebio, ibid., VI, 19, 6) e studiò assiduamente le dottrine degli gnostici (id., ibid., VI, 19, 12), le opere di Platone, Numenio, Cronio, Apollofane, Longino, Moderato, Nicostrato e di celebri pitagorici e stoici (id., ibid., VI, 19, 8). Nel 230, senza il permesso del vescovo Demetrio e sebbene irregolare in occasione di un viaggio in Palestina, venne ordinato sacerdote da vescovi Alessandro di Gerusalemme e Teoctuto di Cesarea, suoi amici. Demetrio in due sinodi lo dichiarò deposto e lo espulse dalla comunità di Alessandria.
A Cesarea di Palestina fondò una scuola sul modello di quella di Alessandria e vi ebbe discepolo tra gli altri s. Gregorio il Taumaturgo. Continuò l'opera scientifica avvicendandola con una intensa predicazione popolare sulle Scritture; fu in corrispondenza con l'imperatore Filippo l'Arabo e sua moglie Marcia Otacilia Severa, con Giulio Africano, con il papa Fabiano. Verso il 232 Giulia Mammea, madre di Settimio Severo, lo voleva ad Antiochia per ascoltarlo; verso il 244, in Arabia, ricondusse a più sane idee il vescovo Berillo di Bosra di tendenze patripassiane: in altri convegni del genere O. disputò con vescovi su questioni dottrinali.
Durante la persecuzione di Decio, a partire del 247, O., imprigionato, confessò emicamente la fede (Eusebio, ibid., VI, 39, 5). Morì poco dopo ed ebbe il soprannome di Adamanzio: uomo d'acciaio.
II. Opere. - La fecondità letteraria di O. fu straordinaria. E noto che il suo discepolo Ambrogio (da lui convertito dallo gnosticismo), aveva messo a sua disposizione più di sette stenografi, che scrivevano sotto sua dettatura e si alternavano a ora fissa, altrettanti copisti e alcune calligrafe (Eusebio, ibid., VI, 23, 2). Perciò l'opera di O. è podissa nello stile e abbondante di ripetizioni. Eusebio, a testimonianza di s. Girolamo (Adv. Rufinum, II, 22), in un elenco non conservato, enumerò più di mille opere di O.; s. Girolamo a sua volta ne ha dato un elenco, incom-
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pleto, di più di ottocento numeri ( $E p ., 33$, ed. Hilberg, in CSEL, 54, pp. 255-59) e sebbene non si tratti, talora, che di semplici prediche o conferenze occasionali, la produzione di O. rimane tuttavia sbalorditiva. Ma non ne rimane che una minima parte e solo parzialmente in greco, il resto è di traduzioni latine di diversi autori e valore.
1. L'Esapla. - Immensa opera di critica testuale intesa a stabilire il testo dei Settanta. Ne rimangono frammenti.
2. Opere esegetiche. - Si estendono a quasi tutti i libri della Scrittura e, per lo più, in tre forme letterarie diverse : a) Scolii, ossia brevi annotazioni a parole o passi difficili. b) Omelie o prediche al popolo. c) Commentari o spiegazioni ampie e scientifiche. Ne rimane solo una piccola parte.
3. De Principiis (IIzpl 'AoxGv). - Il primo grande saggio di sintesi teologica generale. O. lo compose ancor giovane (220-30) e lo concepì probabilmente come una raccolta di appunti di dogmatica da usare nell'insegnamento al didascaleio. E conservato solo nella traduzione di Rufino.
4. De oratione (IIzpl Eúy $\xi$ ). - Parla della preghiera in genere e spiega il Pater noster.
5. L'esortazione al martirio (Elc $\mu \alpha \rho \tau \dot{\rho} \rho \omega \nu$ $\pi \rho \circ \tau \rho \varepsilon-$ $\pi \tau \iota \alpha \dot{\varsigma}$ ) fu indirizzata (ca. il 235) all'amico Ambrogio e al prete Protocteto, che già soffrivano per la persecuzione di Massimino il Trace.
6. Contra Celsum (K $\alpha \tau \dot{\alpha}$ Ké $\lambda \sigma \circ \nu$ ). - E la più poderosa apologia preniocna, scritta (ca. il 248) per confutare l'opera 'A $\lambda \eta \theta \xi \varsigma$ $\lambda \dot{\alpha} \gamma \circ \varsigma$ composta ca. il 170-85 dal filosofo platonico eclertico Celso. O. ne segue passo passo il testo.
7. Nei papiri sono stati ritrovati recentemente alcuni scritti di O. (v. E. Klostermann, in Theol. Literaturzeitung, 1948, p. 47-50 e J. Scherer, Dialektos, Cairo 1949).
8. Lettere. - Una a Gregorio Taumaturgo, la seconda a Giulio Africano; sono tutto quel che rimane dell'enorme corrispondenza di O. (v. Eusebio, Hist. eccl., VI, 36, 3 sg; s. Girolamo, Ep., 33, ed. Hilberg, p. 258 sg.).
## III. Posizione dottrinale. - Secondo alcuni,
anche antichi, il pensiero di O. è quello d'un filosofo ellenista del suo tempo, vestito solo superficialmente dell'abito cristiano (ultimi : E. de Faye, H. Koch); ma trovarono non meno decisi contradittori (ultimi : Voelker, A. Lieske, Daniélou, de Lubac). Per risolvere la questione si deve insistere, più di quanto si è fatto finora, sulle dichiarazioni programmatiche di $O$.
Egli fa una distinzione fondamentale tra fede e ulteriori ricerche personali intorno alla fede (exercitium, exercitatio, γuμvazús). Per O. il lavoro teologico consta dell'uno e dell'altro momento; in modo che il primo rimane sempre la base e la regola di assoluta certezza, mentre il secondo ha una parte solo «ancillare», penetrativa, illustrativa e complotiva, che egli propone come ipotesi per arrivare a una visione del mondo completa sulla base della fede e di un certo suo umano prolungamento, organizzati ambedue in un corpo di dottrine sistematico generale (cf. De princ., tutta la prefazione). La fede di O. è quella che esigeva dai fedeli la Chiesa del suo tempo. Egli ha fortemente insistito sul punto che la suprema regola della fede è l'insegnamento della Chiesa, il quale non fa altro che trasmettere inalterato l'insegnamento delle Scritture e degli Apostoli (De princ., praef. 2; IV, 2, 2; In Mt. Comm. ser., 39; 46; In Io. Comm., 13, 16). Il contenuto di questa fede è esplicitamente e chiaramente proposto dalla Chiesa ( $v$ quae per praedicationem apostolicam manifeste traduntur: definitum in ecclesiastica praedicatione*: [De princ. praef., 5]). L'idea fondamentale è il dogma cristiano: la storia del Vecchio Testamento è una preparazione e come un primo abbozzo dell'economia del Nuovo Testamento incentrata su Cristo e la Chiesa, economia che sfocia a sua volta nella vita divina di ogni fedele e che ha il suo ultimo compimento nella vita futura.
O. conclude : al di là del senso letterale della Scrittura (non mai negato, ma sempre presupposto; quando in qualche caso [De princ., IV, 3, 5] sembra negarlo, egli nega in realtà solo il cosiddetto senso letterale proprio
di alcuni testi), bisogna ricercare il senso più profondo (spirituale, mistico, anagogico, allegorico: terminologia varia) che si riferisce alle realtà superiori spirituali, spesso invisibili: Cristo, la Chiesa, la vita spirituale di ogni anima, le minorlose realtà della vita futura. Cogliere questo senso è proprio dei più perfetti tra i cristiani, di quelli che hanno la gnosi, mentre i più semplici stanno allo nuda lettera. O. insiste specialmente nella ricerca delle realtà della vita spirituale di ogni anima, con la manifesta tendenza a passare rapidamente sul senso letterale o addirittura a supporto o anche a deprecizarlo. L'abuso di questo atteggiamento in cui $O$., da figlio del suo tempo, è frequentemente caduto, comincia quando nei singoli particolari della lettera, per una vaga analogia di parole o di cose egli vuole ritrovare i singoli particolari della realtà. E cosi che O. ritrova nella Scrittura tutto il suo sistema.
Altro strumento essenziale nelle ricerche di O. sulla fede sono le idee filosofiche attinte a quella tendenza medio platonica (Antioco d'Ascalona, Plutarco, Numenio, Massimo di Tiro, Albino) iniziatasi con Posidonio di Apamea che storia per sfociare, al tempo stesso di O., nel neoplatonismo di Ammonio Sacca e di Plotino. A questo ambiente, O., oltre al suo accentuato intellettualismo di tradizione spiccatamente greca, deve anzitutto la sua problematica filosofica: la questione essenziale che lo preoccupa è quella del divenire degli esseri, della provvidenza e della libertà; poi un certo numero di teorie specifiche : forte accento sulla trascendenza di Dio, teoria del secondo e terzo dio, eternità della creazione, i mondi successivi, necessità degli intermediari tra Dio e il mondo, idee sui demoni (angeli), natura puramente medicinale del castigo e altre idee minori. Si nota da ultimo l'enorme importanza, non solo negativa ma anche positiva, che ha in O. la polemica antignostica.
Il sistema a cui O. arrivò nella sua ricerche personali intorno alla fede riguarda essenzialmente la questione dell'inizio e della fine delle creature e la Trinità. In questo schema generale, in cui suppliace mediante le sue exercitationes a quello che la fede di allora non proponeva esplicitamente intorno all'origine e alla fine delle cose, O. inserisce anche, e si sforza di spiegare, tutti i punti della sua fede cristiana. Si noti in particolare come vi fa entrare la S.ma Trinità : Dio essendo assolutamente trascendente (C. Celsum, VII, 38), non crea direttamente gli spiriti, ma per mezzo di un intermediario : il Logos, eternamente generato (De princ., IV, 4, 1) perché eternamente prodotto come primo «rioua (ibid., I, 2, 2), per mezzo del quale crea tutte le altre cose, prima tra tutte lo Spirito (In Jo. Comm., II, 10). Il Logos è bensì Dio e realmente distinto dal Padre, come esige la fede (Dialektos, ed. Scherer, p. 129), ma, per evitare il pericolo del midalismo e l'errore che consiste a negare la divinità del Figlio, l'exercitatio spiega che egli non è $\dot{\delta}$ Ө $\varepsilon \dot{\varepsilon} \varsigma$ e aó $\sigma \dot{\sigma} \theta \varepsilon \circ \varsigma$ come il Padre, bensì solo $\theta \varepsilon \dot{\varepsilon} \varsigma$, "secondo Dio". Dio per partecipazione (In Io. Comm., II, 2; Contra Cels., V, 39; De princ., I, 2, 13), non assolutamente semplice come il Padre, ma avente già una certa molteplicità (In Jo. Comm., I, 20). Il subordinazionismo, che presenta le tre persone della Trinità in gerarchia di natura discendente, è certo nelle exercitationes di O. (In Jo. Comm., XIII, 25; De princ., I, 3, 5; In Mt. Comm., XV, 10). L'unità fisica di natura tra il Padre e il Figlio, che la fede obbliga O. a ritenere, egli la spiega come derivante della contemplazione continua che il Figlio ha del Padre (C. Celsum, VIII, 12; In Jo. Comm., II, 2).
Gli altri punti della fede cristiana come era proposta dalla Chiesa del sec. III vengono solo incidentalmente toccati dalle exercitationes di O. Per la preesistenza delle anime e la restaurazione finale v. apocritaitari; reincarnazione.
Nel suo sforzo sintetico, O. fece un gran numero di scoperte definitive o di progressi essenziali decisivi per tutta la suscepente teologia. Anzitutto l'idea stessa di sistema generale, concepito come visione generale del mondo sotto la luce della fede e nel suo prolungamento; quindi l'uso sistematico, a questo scopo, di una filosofia tecnica generale e il trattamento dei concetti della fede anche sotto la luce filosofica; poi il senso dell'unità del
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lavoro teologico, che ha il suo compimento naturale nella vita spirituale delle anime: fanno di O. il primo grande trattatista della dottrina spirituale propriamente detta, che egli non concepi naturalmente come distaccata dalla dogmatica; anche il monachismo susseguente gli deve molto. L'influsso di O. sulla teologia posteriore è stato decisivo a tal punto che la teologia greca fino ai secc. v-vi e quella latina fino a s. Agostino, sfruttarono la sua eredità, correg-
gendola e sviluppandola. Egli è in voto modo il maestro della teologia alessandrina (Dionigi Alessandrino, Atanasio, Didimo), di Eusebio di Cesarea; dei tre cappadoci : s. Basilio, il Nazianzeno, il Nisseno (antropologia e mistica); è all'origine del criticismo biblico antiocheno; è maestro di Evagrio Pontico (mistica); di s. Ilario di Poitiers, di s. Ambrogio di Milano, di Rufino, di s. Girolamo, che spesso in copia, anche dopo il suo voltafaccia del 395.
Non è men certo però che O., nel suo sforzo di sintesi generale, ha spesso proposto teorie che la teologia posteriore dimostri errate. Infatti fin dal sec. Iv si spesse la leggenda di un O. condannato ancor vivente dalla Chiesa, anzi apostata dalla fede; di fatto diverse delle predette sue dottrine furono poi condannate da sinodi particolari e, nel V Concilio ecumenico ( 553 ), il suo nome fu messo nel catalogo degli eretici (Denz-U, 223).
BISL.: per le opere non ancora edate nel CB, cf. PG 11-17. Un'ampia bibl. si trova in Bardenhower, II, 96-194; G. Bardy, s. v. in DThC, XI, coll. 1489-1565; B. Altaner, Patrologie, 2* ed., Erburge s. Br. 1930, pp. 170 sg. 173, sg. La Reo, det scione, philosoph, et théolog., nel suo Bull. d'hist. des doctrin. chrét. e nella sua Ritenziou des renses, segnala i lavori su O., facilmente ritrovabili grazie all'indice analitico alla fine di ogni volume. Si noti in particolare: D. Huct. Origeniana, 2 voll., Rouen 1668 (riprodono in PG 17, 632-1284, E ancora molto utile); E. R. Redepening, Origenes, 2 voll., Bonn 1841-46; A. v. Harnack, Der Kirchengeschichtl. Eetrag der exeget. Arbeiten des O. (Tract und Untersuchungen, 42, nn. 3-4), Lipnis 1918-19; E. de Faye, O., sa vie, son oeuvre, sa pensée, 3 voll., Parigi 1923-28; G. Bardy, Recherches sur l'hist. du texte et des versions latines du s De Principiis - d'O., 113 1923; J. Lebreton, Le désaccord de la foi populaire et de la théologie savante dans l'Eglise chré. tienne du IIIe siècle, in Reu d'hist. eccl., 19 (1923), pp. 481-506; 20 (1924), pp. 5-27; A. Miura-Stange, Celsus und O., Giessen 1926; W. Voelker, Das Vollkommenheitsideal aus O., Tubinga 1931; R. Cadinu, Introd. au système d'O., Parigi 1932; id., La jeunesse d'O., ivi 1935; H. Koch, Pronaiu und Paideutis. Studien über O. und sein Verhältnis zum Platonismus, Berlino-Lipnis 1934; G. Rossi, Saggi sulla metafisica di O., Milano 1936; H. U. von Balthasar, Le mysterion d'O., in Rech. de sc. rel., 26 (1936), 513 sgg.; 27 (1937), 38 sgg.; A. Lireke, Die Theologie der Logosmystik des O., Münster 1938; G. Mercati, Nuove note di letter. biblica e cristiana (Studi e testi, 99), Città del Vaticano 1941, 1-48; C. Vagaggini, Maria nelle opere di O., Roma 1942; S. Berencourt, Doctrina ascetica O., seu quid docuerit de ratione animae humanae cum duemonibus, Roma 1945; J. Danielou, O., Parigi 1948; J. Fr. Bonnefoy, O., théoricien de la méthode théol., in Mél. long. Canallero, Tolosa 1948, pp. 87-143; H. de Lubac, Hist. et esprit. L'intelligence des écritures d'après O., Parigi 1950; K. Rahner, La doctrine d'O. sur la pénitence, in Rech. de sc. rel., 37 (1930), pp. 47 sgg., 252 sgg., 422 sgg.; F. Bertrand, La mystique de Jésus chez O., Parigi 1951.
III. Origenismo. - Comprende le dottrine teologiche difese dai partigiani di O. nelle liti che si svolsero intorno alla sua dottrina, specialmente dal 375 ca. al 553.
Prima del 375 i suoi principali avversari furono Metodio di Olimpo (v.), Pietro d'Alessandria, Eustazio di Antiochia (v.) e il vescovo di Arsinoe, Nepote (Refutatio allegorissorum). Gli si rimproveravano errori in materia trinitaria e cristologica, ma specialmente le dottrine dell'eternità della creazione, della preesistenza, dell'apocatastasi, il suo modo di spiegare: la risurrezione, i mille anni dell' $A$ bocaliare, la storia della jutonessa di Endor. Ma gli ammiratori, sebbene spesso con importanti riserve a proposito della Trinità, specialmente dopo la crisi ariana, furono numerosi e grandi, tra i quali : il martire Panfilo (Apologia di O.), Eusebio di Cesarea, gli alessandrini : Teognosto, Pierio, s. Dionigi il Grande, s. Atanasio, Didimo; i cappadoci: s. Basilio e s. Gregorio Nazianzeno (Psilocello), s. Gregorio Nisseno, Evagrio Pontico; i latini: s. Ilario, s. Ambrogio, s. Girolamo.
S. Epifanio di Salamina (Panarion, Haer., 64, nel 375-77 ca.) fu l'intemperante e, nonostante le sue rette intenzioni, antiorigenista che nel 395 trasse dalla sua
s. Girolamo (v.) e accese una incresciosa lite tra lui (lettere; Contra Ioannem Jerseolymitanum: PL 23, 371 sgg.; Adv. Rufinum: ibid., 415 sgg.), Giovanni di Gerusalemme e Rufino (Apol. in Hieronymum: PL 21, 541 sgg.). Già ammiratore di O., anche Teofilo di Alessandria, nel 400 , per combattere, come pare, più efficacemente certi monaci, suoi nemici e seguaci di O., non cessò con sinodi e lettere di additare e condannare errori e eresie nell'opera dell'Alessandrino. Una lettera sinodica di Teofilo in questo senso fu anche approvata dal papa Anastasio I (PL 20, 74 sgg.). Ma rimangono incerte le vere opinioni di questi origenisti.
Invece sul principio del sec. vi si ha un gruppo di monaci origenisti, dalle opinioni assai precise, nella Nuova Laura in Palestina. Contro di essi, ad istanza di Efrem, vescovo di Antiochia, e di Pietre, vescovo di Gerusalemme, l'imperatore Giustianiano nel 543 fece condannare da un Sinodo (Mansi, IX, 488-533) le dottrine degli origenisti ed O. stesso in 10 anatemi (Denz-U, 203 sgg.) approvati poi anche da papa Vigilio (cf. Mansi, IX, 272 D; Liberato, Breviarum, 23: PL 68, 1046; Cassiodoro, Institutiones: ibid., 70, 1111). Nel 533, ma non nel Concilio ecumenico, l'origenismo fu nuovamente condannato in 15 anatemi (Mansi, IX, 395 sgg., meglio Diekamp 90 sgg.), cui, pare, il papa Vigilio, presente a Costantinopoli, sottoscrisse nuovamente. Finalmente il V Concilio stesso annoverò O. tra gli eretici (Denz-U, 223). Poco dopo l'origenismo nella Chiesa cessò d'essere dottrina d'interesse attuale. E certo che la base dottrinale degli origenisti del sec. vi furono opinioni chiaramente espresse da O. (preesistenza, caduta degli spiriti, apokatastis, astri esseri animati). Altre dottrine, condannate dagli stessi sinodi e ammesse dagli origenisti del sec. vi, pare siano state solo, più o meno chiaramente, insinuate da O. (Cristo che si fa successivamente simile ad ogni ordine celeste; il Corpo di Cristo formato prima della sua unione con l'anima; Cristo in un altro mondo sarà crocifisso per i demoni; Dio ha creato tutto quello che poteva creare).
Una terza categoria di dottrine origeniste del sec. vi o non si trovano affatto in O., o non possono richiamarsi a lui che come una più o meno lontana conseguenza di certe sue affermazioni da lui né prevista né voluta il: corpi trausciteranno in forma di sfera; la Monade sarà sola alla fine come lo era al principio; non il Logos ma il Nous di Cristo si è incarnato; Dio verbo è chiamato Cristo abusivamente; tutta la creazione materiale e i corpi alla fine saranno annichilati; tutti gli spiriti alla fine saranno uniti a Dio come l'anima di Cristo e allora il Regno di Cristo avrà fine).
BISL.: F. Diekamp, Die origenist. Streitigkeiten im sechsten Jahrh. und das fünfte allgem. Concil., Münster 1899; A. d'Alès, Origénisme, in DFC, IV, coll. 1228-28; L. B. Radford, Three teachers of Alexandria: Teogossius, Pierius and Petrus. A study in the early history of origenism and antiorigenism, Cambridge 1908; F. Cevallera, St Jérôme, sa vie et son oeuvre, II, Lorenzo, Parigi 1922, pp. 51-43; K. Holl, Die Zeitfolge der ersten origenist. Streitigkeit, in Gesammelte Aufsätze, II, Tubinga 1928, pp. 310 333; A. Penna, S. Girolamo, Torino-Roma 1949, p. 256 sgg.; G. Frits, Origenisme, in DThC, X, coll. 1565-88. Cipriano Vagaggini
ORIHUELA, DIOCESt di. - Città e diocesi della provincia civile di Alicante, in Spagna.
Si estende per 3200 kmq. con 445.000 ab. dei quali 444.000 cattolici distribuiti in 81 parrocchie. Conta 176 sacerdoti diocesani e 55 regolari, un seminario, 14 comunità religiose maschili e 50 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 302).
Su nessun documento autorevole si appoggia la tradizione orale che sia stata fondata dal vescovo Indalecio nel sec. I e neppure si può dimostrare che fosse governata nel sec. III da un vescovo chiamato Eulogiano. Se questa diocesi è anteriore al medioevo, certamente fu distrutta dai Saraceni, dominatori della Spagna fin dal sec. viII, dai quali questa regione fu liberata ad opera del re Giacomo I d'Aragona nel sec. xIII. La chiesa principale d'O. ebbe il titolo di collegiata dell'antipapa Benedetto XIII, confermato nel 1418 da Martino V. Si voleva l'erezione in cattedrale nel 1440, ma date le difficoltà le fu soltanto concesso il privilegio di vicariato generale. Giulio II nel 1513 la volle cattedrale ma «sub uno pastore» con la
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(fot. Gudiol)
Orinuela, diocesi di - Particolare della volta della chiesa di S. Domingo. Decorazione pittorica di Bartolomé Albert (sec. XVII).
diocesi di Cartagena. Finalmente nel 1564 fu eretta la sede vescovile. Per ordine di Pio IV furono nominati tre cardinali, i quali dovevano informarsi, ascoltando le parti interessate, sopra la convenienza di smembrare la chiesa di O. da quella di Cartagena. Il 14 luglio di quello stesso anno fu pubblicata la bolla, cedendo cosi alle istanze del re Filippo II, il quale presento come primo vescovo il maestro Gregorio Gallo di Burgos. La Cattedrale, dedicata al S.mo Salvatore e alla Vergine Maria Assunta, presenta un insieme di stile gotico e neoclassico; nella sua costruzione intervennero le scuole castigliana e valenzana: la prima si distingue nelle navate, l'altra nelle cappelle. Notevole è pure la collegiata di Alicante costruita dal re Alfonso il Saggio, figlio di s. Ferdinando, rifatta nel sec. XVII. La diocesi ha per patrono s. Vincenzo Ferrer.
Bibl.: F. Martinez Paterna. Tratado de la antiguedad de la ciudad de O., Orihuela 1612: Eubel, II, p. 281 sgg.; Anuario eclesiástico, Barcellona 1947, p. 292. Giuseppe M. Pou y Marti
ORIOL, PIETRO: v. AUREoli, PIETRO.
ORIONE, Luigi. - Sacerdote, fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, n. a Pontecurone (Alessandria) il 23 giugno 1872, m. a S. Remo il 12 marzo 1940. Entrato ragazzetto dai Frati Minori di Voghera e dimesso per poca salute, fu accolto nell'Oratorio Salesiano di Torino, dove conobbe d. Bosco e assistette alla sua santa morte. A 18 anni ritornò in diocesi : fungendo da custode del duomo di Tortona, poté completare gli studi in seminario e nel 1895 venne ordinato sacerdote.
Ancora chierico, diede vita al primo Oratorio festivo e getto le basi della «Piccola Opera della Divina Provvidenza» (v.) votandosi interamente alla causa della Chiesa, dei poveri, dei derelitti e dei bisognosi. Istituil a questo scopo i Figli della Divina Provvidenza, le Piccole Suore Missionarie della Carità, gli Eremiti della Divina Provvidenza, ciechi e veggenti, le Suore Sacramentine cieche. Nei terremoti calabro-siculo e marsicano, si prodigò eroicamente per la salvezza degli orfani. Fu due volte nell'America latina (1921 e 1934), suscitando ovunque iniziative di
bene. Confortato sempre dalla benedizione dei pontefici, ebbe le predilezioni di Pio X, che ne ricevette i voti perpetui e gli affidò missioni di fiducia, nominandolo, fra l'altro, vicario generale di Messina negli anni che seguirono il terremoto. Con un estremo messaggio di amore al Papa, chiuse la sua esistenza, tutta consacrata all'esercizio della carità. Ricevette, in morte, onoranze trionfali.
La salma riposa nel santuario della Madonna della Guardia di Tortona. E stata iniziata presso la Congregazione dei Riti la causa di beatificazione.
Bibl.: D. L. O., Venezia 1940; F. Serra, L'Amico dei poveri, Milano 1940; C. Sterpi, Lo spirito di D. O., Venezia 1941; D. Sparpaglione, D.O., Venezia 1942; E. Pucci, D. O., Firenze 1942; Lettere scelte del sec. L. O., Torino 1947; M. P. Flik, D. O. presentato ai ragazzi, Brescia 1930. Giuseppe Zambarbieri
ORISTANO, diOcesi di. - Città e diocesi in provincia di Cagliari, con 38 comuni in provincia di Cagliari e 18 in quella di Nuoro.
Ha una superficie di 4000 kmq . con una popolazione di 130.000 ab. tutti cattolici; conta 77 parrocchie servite da 116 sacerdoti diocesani e 26 regolari; ha un seminario, 3 comunità religiose maschili e 36 femminili (Ann. Pont., 1932, p. 302).
La diocesi fu creata nel sec. xi. Bonifacio VIII la elevò a metropolitana il 24 apr. 1296. Il vescovo G. Serra, creato cardinale nel 1500 , ritenne la diocesi fino al 1510 . Il 15 luglio 1515 vi si unil la diocesi di S. Giusto che ebbe per ultimo vescovo mons. G. Toreglias. L'arcivescovo ha i titoli di vescovo di S. Giusto e abate di S. Michele in Thomis. La Cattedrale è dedicata all'Assunta; protettore della diocesi è s. Archeluo.
O. fu sede dei giudici di Arborea, uno dei quattro giudicati della Sardegna nel sec. xi. O. ebbe le curatorie di Simaghis, Milis, Barbagia, Ololai e Gileiber. Con la dominazione della signoria di Aragona vi continuò l'influsso dell'arte toscana, specialmente di Pisa.
La Cattedrale fu eretta dall'arcivescovo Torgotorio e da Mariano giudice di Arborea nel 1228. Ebbe allora forma basilicale e vi furono impiegate colonne e capitelli romani presi dalla vicina Tarros; restano iscrizioni che documentano tale costruzione. D. Scano identificò due lastre con bassorilievi del sec. viII-IX forse prove-

(fot. Fotobol)
ORIONE, LUIGI - Ritratto.
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Tav. XXI
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(fot. Raffaelli)

(fot. Alinari)

(fot. Aliuari)

(fot. Gab. fat. uar.)
In alto a sinistra: L'AUTOMA DETTO "MAURIZIO" della Torretta dell'orologio. Bronzo del sec. xiv Orvieto. In alto a destra: TORRE DELL'OROLOGIO di M. Coducci (1496-99); costruzioni laterali di P. Lombardo (1506). I «morì» che battono le ore sono stati fusi da Ambrogio dell'Ancore (1497) - Venezia. In basso a sinistra: OROLOGIO DEL CONVENTO DEI FILIPPINI. Su disegno di Francesco Borromini (1649) - Roma. In basso a destra: OROLOGIO DI C. FANZAGO (sec. xvir) - Clusone (Bergamo). Torre del Palazzo comunale.
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(dat. Alinari)
Oristano, diocesi di - Fianco e campanile della Cattedrale (sec. xvir).
nienti dalla cattedrale di Tarros; in una è Daniele nimbato tra i leoni, nell'altra due leoni azzannanti due cerbiatti : al rovescio csse presentano lo scudo del Giudicato di Arborea e le scene di Gesù in trono, l'annunciazione e l'incoronazione della s.ma Vergine, s. Antonio e s. Giovanni, opera forse di Andrea Pisano per ornare l'altare e il caro; inoltre le statuine della Madonna e di un apostolo, probabili sostegni dei due pulpiti (D. Scano, Scoperte artistiche nel duomo di O., in L'arte, 4 [1901], pp.358360). Di grande pregio è il crocifisso ligneo detto di Nicodemo, datato al 1350 ca., di probabile provenienza pisana (R. Branca, Il crocifisso di Nicodemo, Milano 1935). Alla chiesa di S. Francesco fu prima annesso un monastero benedettino al quale subentrarono nel sec. xiv i Francescani. La chiesa venne trasformata nel sec. xviri dall'architetto Cunia, ma conserva opere d'arte anteriori, tra cui una statuetta di vescovo, forse s. Biagio, con tracce di policromia e l'iscrizione a Ninus magistri Andree de Pisis me fecit a (figlio di Andrea Pisano). Presso O. sorge la chiesa della Maddalena, di architettura pisana; l'incavallatura del tetto è sorretta da mensole in cui sono scolpiti i simboli degli Evangelisti a decorazione policroma (D. Scano, Notizie di Sardegna, in L'arte, 6 [1903], pp. 327-28).
Bibl.: Eubel, I, pp. 101-102; II, p. 92; III, p. 115; IV, p. 91 ; per S. Giusto: Eubel, I, pp. 287-88; II, p. 169; III, p. 216: Sulle carte di Arborea: W. Foerster, Sulla questione della autenticità dei Codici di Arborea, in Memorie della Acrao, reale delle scienze di Torino, $2^{\circ}$ serie, 55 (1905); A. Solmi, Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel medineo, Cagliari 1917; Cottineau, II, col. 2138; P. Sella, Rationes decimarum Italiae nei secc. XIII e XIV (Studi e testi, 113), Città del Vaticano 1945, n. 539 e passim.
ORLANDI, Nazareno. - Sacerdote, giornalista, organizzatore, n. a Siena il 7 febbr. 1871, m. ivi il 7 ag. 1945. Ancor giovane sacerdote, il 5 giugno 1897 fondò Il popolo di Siena (settimanale cattolico per la provincia di Siena), che diresse per 26 anni e nel genn. 1919 potenziò L'amico del clero trasformandolo da organo diocesano di Vicenza, dove era
sorto, in bollettino ufficiale mensile della Federazione tra le associazioni del clero in Italia, e mantenendone la direzione fino agli ultimi giorni della sua vita.
L'8 maggio 1915 fondò il primo nucleo degli Esploratori Cattolici aderenti al Corpo nazionale, con la garanzia che gli sarebbe stata lasciata piena libertà religiosa. L'opera più grande e costruttiva di mons. O. è la Federazione tra le associazioni del clero in Italia (F. A. C. I.), che egli fondò in Siena il 17 nov. 1916. Tentativi del genere erano stati fatti a Lucca, a Torino, Bologna, Lecce ed in Sicilia. Le realizzazioni più concrete di tale attività furono la Cooperativa del clero (fondata a Roma il 10 luglio 1920), con sede a Siena, l'azione svolta per le revisione delle congrue, il Segretariato internazionale, la difesa del clero contro l'enorme aggravio di tributi, le case per il clero di Massa e Montecatini, la Fraternitas, la Charitas per la costituzione di case per il clero (1931), poi assorbita dall'E. M. Istituto Fides, costituito nel 1935. Uomo dalla fiducia incrollabile nella Divina Provvidenza, inesausto ed inesauribile nelle iniziative, irremovibile di fronte agli ostacoli, tutto donò ai suoi fratelli nel Signore. Scrisse : A manual of italian reading (Siena 1907); Italian grammar (ivi 1910); Key to O.'s italian grammar (ivi 1911); Richiami all'Opera e alle istituzioni della Federazione tra le associazioni del clero in Italia nel primo ventennio della sua fondazione (sett. 1936; ivi 1936). Fece un'edizione dei Discorsi di s. Bernardino da Siena, scelti (ivi 1920; trad. inglese di H. J. Rolins, ivi 1920). Scrisse ancora un manuale di Giuochi ginnastici (ivi 1913), altri manuali per gli scouts, lavori per teatro, opuscoli e articoli su varie riviste. Le sue opere furono edite dalla Tipografia sociale, altra sua creazione, alla cui direzione rimase per molti anni.
Bibl.: anon., Irreparable lutto, in Amico del clero, 27 (1945), pp. 18-20; anon., In memoriam, ibid., pp. 21-36. Pietro Palazzini
ORLEANS, diOCESI di. - Diocesi e città sede di prefettura del dipartimento del Loiret, sulla riva destra della Loira, alla confluenza del canale d'O.

(fot. A. Ferri, Cagliari)
Oristano, diocesi di - Crocifisso in legno (ca. 1350) proveniente probabilmente da Pisa - Oristano, chiesa di S. Francesco.
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Ide M. Huttmann, La Freres, Parigi 1857, loc. 276 Orléans, diocesi di - Abside della Cattedrale (secc. xiv-xv).
Ha una superfice di 6722 kmq . con una popolazione di 348.865 ab. dei quali oltre 300.000 cattolici distribuiti in 340 parrocchie, servite da 388 sacerdoti diocesani e 31 regolari; ha 2 seminari, 5 comunità religiose maschili e 76 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 303).
a Cenabum s, conquistato da Giulio Cesare nel 52 a. C., fu centro religioso commerciale e stradale assai antico; dopo aver fatto parte della civitas Carnutum, alla fine del sec. in o all'inizio del sec. iv d. C. divenne la civitas Aurelianorum.
La lista dei vescovi di O. è tramandata dalla prima raccolta di s. Albano di Angers (cod. Vat. Reg. 465); essa termina con Raniero (ca. il 1066-82). L. Duchesne ritenne che l'elenco in origine giungesse fino ad Odolrico. Primo vescovo fu Diclopitus che firmò nel 346 l'atto di assoluzione di s. Atanasio : a lui seguirono Alitus e Desianus; poi venne Enurtius o Fortius che fu al Concilio di Valenza nel 374 (è indicato al 7 sett. nel Martirologio geronimiano; ma la sua biografia è della prima metà del sec. Ix); il suo successore Aniano salvò O. da Attila (il Geronimiano ricorda la sua deposizione al 17 nov. e al 14 giugno una traslazione; il manoscritto di Berna vi aggiunge: «et liberatio civitatis ipsius a Chunis »); quindi Prospero e Floscolo che si trovano pure nel Geronimiano al 29 giugno e al 2 febbr.; Eusebio, Leonzio, Antonino e Marco assisterono rispettivamente ai Concili di O. degli anni 511, 533, 538 e 541, in quello del 549 fu riconosciuta l'innocenza di Marco. Ricomero fu al Concilio di Parigi del 573 ; Namazio a quelli di Mâcon del 581 e 585 ; Ando a quelli del 627 a Clichy e nel 650 a Chalon-sur-Saône; Eucherio mori in esilio a St-Frond nel 739. Al tempo di Carlomagno fu vescovo Teodolfo, anche poeta, poi Giona dall'818 all'843 (J. Reviron, Les idées politico-religieuses d'un évêque du IXe siècle, fonas d'O. et son De institutione regia, Parigi 1930); poi Agius (843-67) e Valterius (868891); s. Teodorico ca. il 1016-22; più tardi i cardd. Reginaldo di Chartres (1439-49) e Giovanni d'O. (1521-
1533); A. Sanguin (1535-50), poi arcivescovo di Tolosa; P. du Cambout de Coislin (1666-1706); Merlot (1839-43), poi arcivescovo di Tours e di Parigi; P.-H. Coullié (18781893) poi arcivescovo di Lione, e A.-St. Touchet (18941926) propagatore del culto di s. Giovanna d'Arco. Clodoveo occupò O. nel 498, poi si ebbero i Regni di Clodomiro e di Gontranno; nel 612 Clotario II riuní il Regno di O. a quello di Neustria. Da allora fiorì sempre più la città, dove i re spesso furono consacrat