volume-09

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l 29 sett. 1879 da tre Orsoline di Venray (Olanda), della Congregazione di Thildonck, per dirigere la scuola femminile superiore.

Poiché il loro
numero andava aumentando, fondarono tre altre filiali, due in Germania e una in Brasile. Il loro apostolato è lo stesso delle altre O.; le Costituzioni s'accostano a quelle di Thildonck. Sono rette da una superiora generale sotto la giurisdizione del vescovo di Limburgo, e contano attualmente 4 case e 130 religiose.
XVI. O. di DüsSELDORF. - Sono chiamate anche O. del Santo Salvatore, perché durante il loro esilio, a causa del Kulturkampf, si riunirono alle Suore tedesche del S. Salvatore, che si occupavano, com'esse, della educazione delle giovani.

La fusione dei due Istituti fu approvata da Leone XIII il 16 marzo 1883. La casa madre, provvisoriamente a Ruremond (Olanda), si stabilí a Düsseldorf nel 1907. Il gruppo conta 140 religiose in 7 filiali.
XVII. O. del S. Cuore di Gesù AGonizzante. Dette anche O. grigie, furono fondate nel 1920 da madre Orsola contessa Ledochowska, orsolina professa ed ex superiora del monastero di Cracovia, la quale, impressionata dalla miseria spirituale e materiale della gioventù delle campagne, sospinta da un seguito di circostanze provvidenziali, su consiglio del fratello p. Wladimiro, generale dei Gesuiti, e col consenso delle autorità ecclesiastiche, lasciò la comunità e fondò questa nuova Congregazione.

Le Costituzioni, da lei stessa redatte, furono approvate dalla S. Sede ad esperimento nel 1923 e definitivamente nel 1930. Insieme all'istruzione nelle scuole ed alla cura della gioventù povera, le O. si dedicano alla conversione degli scismatici, ed hanno pensionati per giovani nobili e per studentesse. Attualmente le O. sono oltre 600 con 25 case.

Bibl.: S. Dal Pozzo, Una donna polacca da Pietroburgo a Roma. Madre Orsola Ledochousha, Brescia 1949.
XVIII. O. di Parma, dette del S. Cuore. L'Istituto non deriva le sue origini da s. Angela Merici, ma sorse a Parma nel 1575 col nome di «Vergini di S. Orsola». Conta ca. 150 religiose e 6 case in Italia, nelle quali impartisce l'insegnamento a giovanette della società e si occupa anche di diverse opere di misericordia spirituale per le giovani e le donne del popolo. Ha pure tre case di missione nella diocesi Peng-Pu (Cina).

Maria Vianney Boschet
ORTE, diOcesi di. - Città e diocesi nel Lazio. Ha una superfice di ca. 175 kmq . con una popolazione di 21.416 ab., tutti cattolici, distribuiti in 16
parrocchie servite da 25 sacerdoti diocesani; ha 2 comunità religiose maschili e 3 femminili.
O. fu unita nel 1437 alla diocesi di Civitacastellana (v.) dal papa Eugenio IV con la bolla Sacrosancta Romana Ecclesia. O. (Horta dei Romani), è ben conosciuta per la sua organizzazione municipale fin dal principio dell'Impero romano, come è attestato da Plinio il Vecchio (Nat. Hist., 3, 52) e da alcune iscrizioni romane (CIL, VI, 2380; VIII, 4194 e 4249). Ma il primo suo vescovo non si incontra che nell'anno 502.

La Cattedrale è dedicata a Maria S.ma Assunta.

Bibl.: P. Giano, Series episcoporum, Regensburg 1873, p. 685 ; Cappelletti, VI, p. 23; L. Duchesne, Le sedi episcopali nell' antico Ducato di Roma, in Arch. della Soc. rom. di storia patria, 15 (1892), p. 491 ; Lanzoni, I, pp. 346-47.

## Enrico Josi

ORTHROS. -
Nel rito bizantino si designa con questa parola l'ora dell'Ufficio divino che corrisponde al Mattutino dell'Ufficio latino, com-
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prese anche le Lodi. Questa lunghissima ora, composta un poco diversa secondo l'Ufficio festivo, domenicale o feriale, può dividersi in quattro parti principali.

1) I sei salmi del Mattutino ( $=$ hexapsalmos) 3,37,62, 87, 102, 142, recitati dal lettore mentre il sacerdote dice a voce bassa 12 orazioni; la Grande Colletta; alcuni versetti del salmo 117 con tropari; 2) la salmodia variabile, che comprende tre cathismi o serie di salmi; l'ultima serie è il salmo 118 o i salmi 134 e 135 chiamati polyeleos; seguono un breve inno, anticamente la lettura dei Padri, antifone graduali, e il Vangelo (i giorni di festa e la domenica); 3) il salmo 50 con una preghiera diaconale, i nove cantici scritturistici (quasi dappertutto omessi) e il Canone, composto di due, tre e per lo più di 8 odi; dopo l'ode $6^{\circ}$, lettura del Sinassario; 4) i salmi delle Lodi, 148, 149 e 150, la Grande Dossologia (- il «Gloria in excelsis * della liturgia romana con la seconda parte del "Te Deum"), Colletta e il congedo.

Dagli studi frammentati fatti sulla storia dell'O. si può, con qualche serio fondamento, dedurre che l'attuale O., quasi fisso dal sec. x, è la fusione di due ore originariamente separate, congiunte prima del sec. viI: il Notturno o Vigilia e il Mattutino ad galli cantum; all'antico Mattutino appartengono il salmo 50 , lo hexapsalmos (o almeno il 62 ), i canti scritturistici (almeno il "Magnificat"), i salmi delle Lodi e la Grande Dossologia.

Bibl.: K. Nikolski, Posobie Kizučeniju ustava bogosluzenija, Pietroburgo 1907, pp. 262-327, ottima spiegazione dell'uso attuale; A. Baumstark, Festbrevier und kirchenjahr der syrischen Jakobiten, Paderborn 1910, pp. 121-50, paragona l'Ufficio dei siri con quello di altri riti; M. Shaballonovic, Talbotsi Tipikon, Kiev 1923, spiega l'uso attuale e la storia delle singole parti; E. Mercenier e F. Paris, La prière des Eglises de rite byzantin, Chevetogne 1947, pp. 90-148, trad. franc. con note.

Alfonso Ræes
ORTOGENESI. - Il termine nasce con Th. Eimer (1897) come dottrina naturalistica: evoluzione di gruppi animali secondo direzioni predeterminate, già insite nell'organismo durante lo sviluppo embrionale. La moderna o. del Pende, invece, seguendo il concetto costituzionalistico più integrale e accordandolo con la dottrina endocrina, non è soltanto una conce-

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zione clinico-biologica unitaria, ma vuole realizzare uno sviluppo regolare e armonico, fisico funzionale spirituale dell'uomo.

L'o. ha stretti rapporti con l'eugenetica e la costituzionalistica di cui può considerarsi diretta emanazione; mentre però la genetica (e l'eugenetica che da questa ha tratto origine) si occupa principalmente del problema genetico e dei fattori ereditari della specie, l'o. si applica ai problemi della vita pre-natale, infantile, della puerizia, dell'adolescenza, della giovinezza, fino al completo sviluppo della persona. Esiste anche un'o. concezionale che confina e fino a un certo punto si confonde con l'eugenetica.

Anche nei riguardi della costituzionalistica, si deve osservare che questa coglie l'impronta statica di un soggetto in un determinato momento, mentre l'o. segue il divenire costituzionale della persona, attraverso quelle modificazioni di accrescimento e di differenziazione somatica, regolate dalle leggi ormai ben stabilite del Viola, del Godin, del Pende (v. BIOtIPOLOGIA; età DELLA VITA). Inoltre, come studio integrale biotipologico, nel concetto di Pende, l'o. si preoccupa dell'indagine funzionale e di quella psicologica (intelligenza, inclinazioni e carattere) nei vari momenti di sviluppo e nelle varie età.

L'o. è una scienza nata con finalità pratiche; essa mira a correggere i quadri abnormi di sviluppo (mediante l'emborrinoterapia, l'educazione fisica e la psicologia), intervenendo nei giovani, particolarmente in quel punto capitale dello sviluppo che è la pubertà (v. adOlescenza). Fino a pochi anni fa, invece, tale periodo era quasi inesplorato, perché negli studi biologico-medici si passava, quasi d'un balzo, dal fanciullo all'uomo, dimenticando che l'unità psico-fisica dell'uomo si perfeziona proprio durante la pubertà, dai 13 ai 18 anni.

Bibl.: N. Pende, Scienza dell'o. Bergamo 1939; M. Barbera, O. e biotipologia, Roma 1942; G. Lambertini, La biotipologia e il divenire costituzionale, Napoli 1942; v. anche bibl. alle voci citate.

Alessandro Marolla
ORTOLANO, GiOvan Battista Benvenuti, detto l'. - Pittore, n. a Ferrara da Francesco di Benvenuto verso il 1485 (nel 1512 aveva oltrepassato i 25 anni) e m. non prima del 1525 . Nella sua formazione, prettamente padana, confluirono elementi diversi, che non trovarono quasi mai una fusione perfetta, sebbene alla critica moderna sia stato possibile, negli ultimi tempi, riconoscere in un certo gruppo di opere dell'O. attributi di vigorosa individualità espressiva.

Dapprima sotto l'influsso del Boccaccino (si veda l'ingenua Natività del lascito Davis nel Museo metropolitano di Nuova York), quindi del Roberti e di Lorenzo Costa (lunetta della Pietà, con fondo di cielo unito, azzurro verdognolo, nella Pinacoteca di Ferrara, e pala del Presepe, nella romana Galleria Doria, dove la Gloria d'angeli, in alto, è una reminiscenza della S. Cecilia di Raffaello), il maestro ferrarese si accosta in seguito al Mazzolino per la esultanza dei verdi e dei vermigli (Cristo e l'adultera nella raccolta del visconte Lee of Fareham a Richmond, Surrey), ma nel periodo maturo alterna le parentele tipologiche con il Garofalo a quelle con Dosso Dossi, per cui si giustificano in parte le attribuzioni a questi due maestri di parecchie opere, ormai ritenute certe dell'O. L'arte sua, fra il purismo estetizzante del Garofalo e il romantico fervore del Dosso, inserisce nella scuola ferrarese cinquecentesca un vivo accento di rustica gravità e affabilità artigiana, sia pure in moduli di vagheggiato classicismo, ed egli si distingue dagli altri pittori coevi della valle del Po per la sodezza tornita delle masse, intensamente lumeggiare, per la profilatura acerba dei contorni e per la dovizia delle colorazioni smaltate (R. Longhi )o ha definito : +classicista d'intenzione, ma naturalista di grana e di temperamento; quasi verrebbe fatto di chiamarlo il Moretto della pittura ferrarese + ). Tra le sue opere più caratteristiche ed elevate sono da citare: la Notività del Louvre, dal devotissimo raccoglimento idillico; la pacata, intima Circoncisione
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(frr. Alinari)
Ortolano. Giovan Battista Benvenuti, detto l' - La Deposizione - Roma, Galleria Borghese.
della raccolta Patrizi, a Roma; il S. Sebastiano snello e il quasi giambellinesco; il nobilissimo S. Nicola della Pinacoteca Capitolina; la Crocifissione della Pinacoteca di Brera; la patetica, maestosa Deposizione della Galleria Borghese (ne esiste una replica nel Museo di Napoli), e soprattutto la pala con i SS. Sebastiano, Rocca e Demetrio, nella Galleria nezionale di Londra, dove l'arte dell'O. acquista un palpito epico, facendo sognare antiche e pie gesta cavalleresche in seno ai boschi cedui.

Bibl.: G. Baruffaldi, Vita di G. B. Benvenuti pittore detto O., Venezia 1830; G. Gruyer, L'art ferrarais..., Parigi 1897, passim.; Venturi, IX (1929), pp. 320-43; anon., s. v. in ThiemeBecker, XXVI (1932), pp. 67-68; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 128-30; B. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, Milano 1936, p. 347.

Alberto Neppi
ORTONA, diocesi di : v. lanciano, diocesi di.
ORURO, diOcesi di. - Città e diocesi nella Bolivia.

La diocesi si estende per 50 kmq . nella provincia civile omonima, con una popolazione di 180.000 ab. dei quali 179.500 cattolici. Conta 25 parrocchie servite da 17 sacerdoti diocesani e 11 regolari; ha un seminario, 3 comunità religiose maschili e 5 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 303). La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Praedecessoribus nostris dell'11 nov. 1924 per smembramento dell'arcidiocesi de Plata che in pari data assunse il nome di Sucre, e di cui divenne suffraganea; Pio XII con la cost. apost. Ad spirituale bonum del 18 giugno 1943 passò O. sotto la provincia ecclesiastica di La Paz.

Bibl.: AAS, 17 (1925), pp. 501-503; 35 (1943), pp. 388-90. Enrico Josi
ORVIETO, diOCESI di. - Diocesi e città in provincia di Terni.

Ha una superfice di 350 kmq., con una popolazione di 58.000 ab. tutti cattolici, divisi in 57 parrocchie con 55 sacerdoti diocesani e 15 regolari, 1 seminario, 6 comunità religiose maschili e 20 fem-

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(61. Reffetti Armani e Maritit)
Orvieto, diocesi di - Affresco etrusco: il mito di Persefone - Orvieto, tomba etrusca degli Escana.
minili (Ann. Pont., 1952, p. 299). La diocesi è immediatamente soggetta alla S. Sede.
I. Storia. - Verosimilmente fu il centro della federazione etrusca come attesta il gran numero di templi e di sepolcri. La prima predicazione è attribuita a s. Ansano (fine sec. III); però la tradizione narra che la sede episcopale di Bolsena sarebbe stata trasferita in O. causa l'invasione d'Alarico. Comunque, il primo vescovo conosciuto è del 590 . Presso G. fu trovata un'iscrizione mutila del vi o viI sec. che comincia con: in nomine Dni nostri Iesu C(hristi), e secondo G. B. De Rossi ricorda un vescovo che visse a ante episcopatum a 40 anni e quale vescovo 11 (Bull. di arch. crist., 6 [1881], p. 117; CIL, XI, 2899). Nel 538 Belisario conquistò la città, che Procopio descrive e denomina, alla greca, "Ourbidentes». Al 605 Paolo Diacono porta l'arrivo dei Longobardi, che è forse anteriore (fine sec. vi). Si sa poi di un conte longobardo Farolfo (sec. viII) i cui nipoti erano devoti di s. Romualdo, loro ospite. Ma nel territorio dominarono anche feudatari non longobardi : Ugo di Toscana (993) e Gerardo (1004). All'anno 975 risale forse il primo riconoscimento delle "libertates" mercantili : e ciò per intervento del vescovo. Con la donazione della Tuscia alla S. Sede (sec. xir) i papi dovettero avere un certo predominio in O. Certo è che nel 1137 si accenna a precedenti attività comunali. Del 1157 è un patto che farà testo: O. giura a ligium dominium a al Papa, e questi compra il a beneficium a d'esser ospitato e difeso personalmente o nei suoi successori o nelle persone di Curia. E della fedeltà al patto O. dette prova sostenendo vittoriosamente l'assedio di Enrico VI (1189), che voleva punire gli Orvietani di aver sottoscritto nella persona di Pepo Farnese la pace di Venezia (1177). Da allora attraverso il sec. xirı lo Stcto d'O. sottomise il contado Guinicesco (1168) e Ildibrandesco (1203) e si estese sino al mare (Orbetello : piccola O.: I. del Giglio), confinando con Siena, Perugia, Todi e il Patrimonio di S. Pietro. Ma fu proprio quest'ultima vicinanza a creare contese territoriali, che favorirono moti ereticali; patarini conscorezzesi comparvero nella seconda metà del sec. xir. Innocenzo III, a domanda degli Orvietani, inviò Pietro Parenti come rettore, ma questi fu ucciso (1199). Da allora cominciarono le persecuzioni legali contro gli eretici. Nel 1249 funzionava l'Inquisizione, domenicana e poi (1260) francescana, anche in rapporto alla politica antighibellina.

La predicazione di s. Francesco è probabile solo per il territorio periferico (1216); ma il francescanesimo prese subito piede e nel 1260 , contemporaneamente a Perugia, apparvero i Laudesi, nella cui tradizione mistica è da collocare la b. Angiolina dei conti Montemarte. I Domenicani vi eressero la prima chiesa al loro fondatore (1233),
tennero cattedra di teologia anche con s. Tommaso (1261-64 ca.), diressero una scuola e un Terz'ordine cui s'ascrisse l'umile b. Vonna. Si aggiunsero poi (1259-60) Servi di Maria ed Eremitani, fra i quali ultimi s'affermo il grande teologo e prelato Ugolino d'O. (m. nel 1371).

Intanto la città si ampliava (forse un ritorno) con grossi sobborghi al piano, e racchiudeva una popolazione di ca. 30.000 persone, fra cui le casate celebri: Medici, Monddeschi, Filippeschi, Ranieri, dedite alle attività più varie e ai commerci anche d'oltremare (trattati con Genova; missionari domenicani a Samarcanda, secc. xili-xiv). Speciali rapporti con paesi europei furono dovuti anche ai soggiorni della Curia con i relativi orrivi di ambasciatori e di sovrani (Inghilterra, Francia, Germania, ecc.). Per contro, importante fu il moto antifrancese (1282) che anticipò i Vespri.

Lo sviluppo costituzionale fu rapido. Nella seconda metà del sec. xit ai consoli si aggiunse il rettore o podestà; nel 1230 , contemporaneamente a Firenze, ecco il colpo di Stato del capitano del popolo; dal ' 56 cominciò la conquista - favorita dai papi - del potere da parte delle Arti, che nel '92 fu completa. Dello stesso 1292 e il catasto, primo o secondo in Europa. Bonifacio VIII predilesse O. dove gli furono erette statue ed accetto l'ufficio di capitano del popolo (1297-98) e di podestà (1299).

Con i primi del sec. xiv l'estromissione d'O. dal dominio del litorale e retroterra tirrenico cagiono gravi malanni e lotte interne. Lo smobilizzo economico s'aggravò verso la metà del secolo né fu riconquistato l'equilibrio con vari tentativi di signorie (1334-53). L'arrivo dell'Albornoz, che aveva a capo delle truppe l'orvietano Conte di Montemarte, diede inizio (1354) alla terza fase politica con la signoria personale del papa, restando esclusa O. dal Patrimonio di S. Pietro (1368). Nella generale confusione dello scisma non mancarono nostalgici ed effimeri ritorni a regime quasi comunale (pace di Benano, 1389), né tentativi improvvisi e brevi di signorie locali appoggiate a grossi interessi forestieri (Napoli, Roma, Perugia, antipapa, ecc.); sinché nel 1448 O. si dette a Niccolò V pressoché nella forma del 1368. Alla pace interna, benedetta dall'ospite Pio II (1460) segul il riordinamento costituzionale (1461) dividendosi il potere fra nobili, mediani e popolo, con aiuto del Papa contro gli sôusi feudali nel contado. In tale stato, pacificata e impoverita, O. resiste due volte a Carlo VIII (1494-95), ospitando invece Alessandro VI, il cui governo esercitato dal Valentino fu ottimo. Ma più famoso è l'ospitalità data a Clemente VII (1527-28), sfuggito al sacco di Roma; e di tal periodo sono, verosimilmente, alcuni privilegi di onore del vescovo d'O., cui seguirono distinzioni notevoli per il Capitolo cattedrale.

In questi secoli i rapporti con la Curia si trasformarono, grazie a moltissimi cardinali, prelati, giuristi e artisti orvietani che s'imposero a Roma. Di qualche importanza è pure la colonia di O. a Parigi (sec. xvir) con un gruppo di pittori e musicisti e con i famosi "marchands d'Orviétan" diplomati dagli stessi re di Francia. Alla corte sabauda si affermò in quel tempo Ascanio Vitozzi, come architetto militare e civile.

Gli effetti della Riforma cattolica non tardarono. Nel 1566 sorse il Seminario; nel 1588 i Duttrinari e nel 1621 i Gesuiti aprirono scuole e collegi. Nel 1794 arrivarono i Carissimi che, unici, resistettero alla bufera napoleonica. Nel 1564 fu più equamente diviso il governo fra nobili e popolani e in tale stato fu riconfermato nel 1755 , così che l'invasione giscobina nulla poté presumere d'insegnare. Anzi fece sollevare il popolo (1798). Ultimo episodio della lotta Chiesa-Stato in O. fu la persecuzione di Napoleone contro il vescovo Lambruschini (1809), in certo senso ripetuta con l'incarceramento del vescovo Vespignani durante la Repubblica Romana (1849).

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Nel 'fo O., entrando a far parte dell'Umbria, divenne il punto delicato della Convenzione di sett., vinto dall'orvietano F. A. Gualterio su Napoleone III.
II. Monumenti principali. - Duomo. Sul posto dell'antica Cattedrale, già ruinosa alla fine del sec. xir, e sull'area della chiesa capitolare di S. Costanzo s'eresse il nuovo Duomo con la precedente dedicazione (S. Maria Assunta) per iniziativa del vescovo Francesco, benedicendo la prima pietra Niccolò IV (1290). Dal 1321 l'Opera del Duomo, sorta prima del 1285 , assunse la fisionomia giuridica di un ente parastatale, con i secoli arricchitosi e poi depredato (1876) dalle leggi eversive. La costruzione dell'edificio si svolse in cinque tempi. Dapprima si imitò S. Maria Maggiore di Roma, erigendosi un oratorio per il culto eucaristico, facendosi bassorilievi e due portali (12751280 ca.) in seguito riadoperati. Poi si passò alla costruzione (1290) d'una grandiosa cattedrale romanica a tre navate. Nel terzo periodo ( $1300-30$ ca.) si trasformò sul pasto goticheggiante la costruzione con il transetto a crociera, l'abside quadrata e con l'originalissima facciata. E qui domino il nome di L. Maitani, cui fecero seguito A. e N. Pisano e l'Oreagna, per tacere gli altri. La decorazione pittorica (abside, cappella del Corporale), fu data a Ugolino d'Ilario e alla sua scuola locale (metà sec. xiv). Il quarto periodo - completamento e decorazione - cominciò con la cappella del Corporale (metà sec. xiv), proseguì con la cripta (fine sec. xiv), con la Cappella Nuova affrescata dall'Angelico e Benozzo Gozzoli e dal Signorelli, con il completamento della facciata e con la decorazione (demolita nel sec. xix) dell'interno (sec. xvI). In questa quinta fase primeggio I. Scalza scultore e architetto superiore alla fama, fra il Sammicheli, S. Mosca, B. da Montelupo e altri minori. Nel Duomo si notano le celebrazioni della B. V. Assunta ( 14 ag. sera) connessa con la "Maestà della Tavola" (Madonna e Bambino, fine sec. xit), e con posteriore macchina processionale (sec. xvi) con tracce di precedente culto dell'acheropita lateranense: della Pentecoste, con dramma liturgico trasformato nei secc. xiv-xv-xix ( $=$ festa della Palombella s); del S.mo Corporale, nella speciale cappella e nella pubblica processione dei "Corpus Domini" ("festa del S.mo Corporale") in relazione con il miracolo di Bolsena. Durante il soggiorno (1262-64) di Urbano IV in O., donde emanò la bella Transiturus (1264) per estendere a tutta la Chiesa la celebrazione liegese del "Corpus Domini" (v.), avvenne che nelle mani di un sacerdote, pallagrino per Bolsena, l'Ostia consacrata stillasse sangue con figure sopra il Corporale. Si fece subito inchiesta da parte del Papa e del vescovo Giacomo. Le reliquie eucaristiche con le scritture indicative del miracolo rimasero in O. Il culto, cui fa cenno anche un documento del 1298 , si svolse in un primo oratorio (fine sec. xiri) dove dal 1338 al 1360 ca. stette il mirabile Reliquiario di Ugolino di Vieri (1338); poi, nella cappella attuale. Una sacra rappresentazione sul miracolo cominciò verso il 1325 , essendo poi ampliata (1338?) dai Domenicani. La processione eucaristica, voluta dallo Stato fin dal 1337, è la prima del genere.
S. Andrea. Sul luogo d'un centro metallurgico etrusco (forno, piano per lavaggi, ecc.) e d'un tempio restaurato in età romana, sorse (sec. vi) la seconda chiesa orvietana collegiata, restaurata varie volte (secc. x-xi, xii) arricchita d'una torre dodecagonale (secc. XI-xII; rifatta sec. xx); ampliata e restaurata (secc. xiv-xvi) cosi come ora appare. Qui Omorio III coronò Pietro d'Artois, re di Gerusalemme (1217) e vi fu coronato Martino IV (1281). Certo la chiesa nei secoli ebbe molteplici funzioni statali, essendo connessa con il culto di Cristo Re (secc. x?-xviI) venerato in un'edicola della facciata (demolita 1928) davanti alla quale si ripetevano (secc. xir-xvir) i giuramenti di fedeltà delle terre sottomosse per le "feriae Augusti" ( 14 ag. sera). La processione, ormai mariana, continua. S. Giovenale (1004?). E
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(per curtesia del dott. Lazzerini)
Orvieto, piocoss di - Il più antico atto ( 24 apr. 1298) relativo alla venerazione degli Orvietani per il Corporale: cf. Lazzerini, cit. in bibl. - Orvieto. Archivio storico comunale.
dalla voce popolare detta - il duomo antico - pur mancando ogni documento al riguardo. E un vero repertorio di pittura sacra tardomedievale (secc. xit-xv). S. Lorenzo "de Arari" (sec. xit?). Cosiddetta perché l'altare è un'ara etrusca. Restauri ben fatti (sec. xx) hanno tolto decorazioni settecentesche. S. Domenico (1233). E la prima chiesa dedicata al Santo. Demolita in parte (sec. xiv) per ragioni statiche, nel 1933 fu ridotta al solo transetto. Cose notabili: il sepolcro De Braye, di Arnolfo di Cambio (1282); il Crocifisso ligneo (sec. xili) che avrebbe elogjato s. Tommaso d'Aquino per l'Uffizio del Corpus Domini:; la cattedra, il berretto e il salterio dell'Aquinate. La porta (sec. xiv) fu qui trasportata (1933) dalla ruinosa chiesa rurale di S. Spirito degli Armeni, come attesta l'iscrizione in caratteri armeni. S. Francesco (1240). Eretta con grandiose forme gotiche e cupola-tiburio, per i Frati Minori prima residenti nel romitorio distrutto di S. Pietro in Vetere, verso il 1260 vi sorse una fraternita di laudesi che poi (1323) si ridusse a fraternita di disciplinati reatranti, i quali gareggiavano con molti altri sodalizi simili. Nel 1272 Gregorio X vi celebrò i funerali di Arrigo d'Inghilterra; nel 1297 Bonifacio VIII vi canonizzò s. Lodovico re di Francia. Ospedale di S. Maria della Stella (1179) ultimo rimasto dei molti d'un tempo; snaturato dalle leggi eversive (sec. xiv). Palazzo dei Papi o "Soliano" (dal Solium papale). Ampliato da Urbano IV (1262-64), sotto Bonifacio VIII (1297), per ammenda, lo Stato d'O. vi cominciò il grande salone del concistoro e la scala esterna. Doveva essere la residenza ufficiale dei papi che alloggiavano nel vescovado, costruzione papale anch'essa. Inutilizzato dall'esilio avignonese, con il 1330 passò in uso dell'Opera del Duomo, e solo nel 1493 con Alessandro VI adempí alla sua funzione; ma pur al tempo dei soggiorni di Paolo III la città ancora non aveva terminato i lavori assunti nel sec. xili. Tra la fine del sec. xvi e i primi del seguente, venne considerato, senza ragione, proprietà cittadina e quindi dell'Opera del Duomo. Restaurato nel sec. xix con aggiunte arbitrarie vi fu collocato il Museo dell'Opera del Duomo. Palazzo vescovile: nella sua forma attuale serba tracce dei secc. $\mathrm{IX}-\mathrm{X}$, per quanto la costruzione sia del sec. xili e dovuta alla permanenza di quasi tutti i papi di quel tempo, che diedero alla Fabbrica e denari e il titolo di Apostolico, perché doveva estendersi sino al Palazzo Soliano vero e proprio. Il governatore vi prese stanza in nome di Niccolò V. Nel 1503 l'edificio fu diviso fra governo e vescovo, pur venendo riunito in occasione dei soggiorni papali (Alessandro VI, Clemente VII, Paolo III sino a Gregorio XVI). Palazzo comunale. Ha la caratteristica d'essere unito con la chiesa di S. Andrea. Sorse (sec. xivi) sul posto d'una "corte". Restaurato e ampliato (sec. xili) divenne sede dei consoli, poi alloggio dei podestà. Fu completato da L. Maitani e decorato (sec. xiv) con affreschi pressoché scomparsi. Progettati i restauri dal Sangallo (1532) l'edificio ebbe un prospetto totalmente nuovo da I. Scalza (1573-81), che aveva ideato di raddoppiare in lunghezza la facciata. Nel pianterreno fu aperto il primo o secondo Monte di Pietà (sec. xv). Ricchissimo l'Archivio

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(fel. Raffaelli Armani e Moretti)
Osvizto, diocesi di - Interno del Duomo (1290-1310), Giovanni di Uguccione da O. e Lorenzo Maitani.
storico (secc. xir-xix). Palazzo del capitano del popolo. Uno dei più imponenti edifici pubblici dell'Italia duecentesca; divenne (1250) sede del capitano del popolo, fu quindi centro del sorgente potere delle Arti, i cui consoli alloggiavano nell'annesso Palazzetto dei Signori Sette, rovinato (secc. xiv- xv) e ricostruito alla romana (sec. xv). Mutate le condizioni politiche l'edificio fu adattato ( 1627 ) a teatro e nel pianterreno vi fu la nuova sede dello Studio generale. Questa Università orvietana (confermata nel 1378) è il focolare d'una tradizione giuridica che proviene da Graziano (sec. xir) e che dà Gozio legislatore dei re di Boemia e di Polonia (sec. xiv), Pietro Ancarani de' Farnese, cattedratico a Bologna, fondatore del Collegio omonimo (m. nel 1418), Giulivo Cartari (m. nel 1658) e l'eruditissimo suo figlio Carlo (m. nel 1697), Jacopo Cohelli, agente generale delle comunità dello Stato ecclesiastico e commentatore ufficiale della bolla De bono regimine ( 1642 ). Rimase in attività sino al 1757 . Palazzo dell'Opera del Duomo. In origine (sec. xiv) sede non solo amministrativa ma giudiziaria dell'ente. Abbellito (1623) e ampliato (sec. xix) contiene l'Archivio proprio (1320) e alcuni fondi librari d'interesse locale. Palazzo Clementini o del Cornelio. Disegnato e parzialmente costruito da I. Scalza ( 1567 ) è il suo capolavoro. Completato quasi di recente: vi ha sede con le scuole medie la Biblioteca comunale "L. Fumi", erede spirituale della Febei (sec. xviri). Pontificia Fondazione "Lazzarini». Al ritorno dall'esilio (sec. xv) i Monaldeschi della Cervara si ricostruirono un ampio palazzo restaurato totalmente da S. Mosca e I. Scalza (sec. xvi); passato poi ai Marsciano e infine (1893) alla Pontificia Fondazione "Lazzarini" eretta da Leone XIII per l'educazione cristiana della gioventù. Palazzo di Tiberio Crispo. Disegnato mirabilmente da A. Sangallo il giovane, costruito da R. da Montelupo ( 1550 ca.) completato dallo Scalza ( 1586 ) per il noto castellano di Castel S. Angelo e cardinale, passò presto (1582) ai Marsciano. Ora del Ministero delle finanze, è in completa decadenza. Palazzo Gualterio. Disegnato da S. Mosca, come rammenta il Vasari, completato con opere dello Scalza, è uno dei più imponenti edifici del
tardo e fastoso Rinascimento orvietano, di cui esempi cospicui sono pure i Palazzi Febei-Piccolomini, VitiDurazzo e Buxi, ora Collegio dei Mercedari. Il devastato Palazzo Alberi al Corso nel suo ancora evidente complesso medievale (sec. xili) dalla splendide corona di trifore, meriterebbe un restauro come esempio del palazzo-corte mercantile dei secoli di mezzo. Il famoso Pozzo di S. Patrizio fu fatto scavare da Clemente VII ( $1527-28$ ) durante il suo soggiorno. E opera ardita di A. Sangallo il giovane. La vicina Rocca albornoziana è originariamente opera del condottiero orvietano Ugolino di Montemarte (1364), distrutta (1390) rifatta ( $1450-57$ ) fu demolita e ridotta a giardino (sec. xix). Sta ricostruendosi con cura dal Bonelli. Il Teatro "Mancinelli" (1842-68). Elegantissima opera di V. Vespignani, affrescata da L. Bazzani, A. Angelini e dall' orvietano C. Francesini, cui si deve il sipario, primo lavoro della sua discussa resipiscenza post-accademica. Le tombe etrusche delle necropoli prossima alla città (p. ex., al "Crocifisso del 'Tufc") contro l'uso non sono gentilizie, ma di personalità di varie lucumonie (Chiusi, Tarquinia, ecc.). Le altre, sull'altopiano di Settecamini sono affrescate e gentilizie. Famiglie etrusche: Velusi, Hescena, Numena, e quegli Spurena da cui nacque l'aruspice che preavverti Cesare degli Idi di Marzo. Vedi tavv. XXV-XXVI.

Bibl.: C. Manente, Istoria (d'O.), Venezia 1361; M. Monaldeschi, Commentarii historici, ivi 1384; F. Marabottini, Cathalogue epistopornm Urbis Veteris, Roma 1650; P. A. Gualterio, Cronaca (sedita ccc., Torino 1846 (il II vol. è di documenti); L. Luzi, Il duomo d'O., Firenze 1866; L. Fumi, Codice diplomatico della città d'O., Firenze 1884; id., Note storiche e biografie, Città di Castello 1891; id., Il duomo d'O. e i suoi restauri, Roma 1891; id., Statuti e regesti dell'Opera del Duomo, ivi 1891; P. Perali, La cronaca del vesc. orvietano, ecc., Orvieto 1907; id., O. Note di storia e d'arte, ivi 1919; id., Memoria ccc. dell'Opera del Duomo, ivi 1922; id., O. etrusca, Roma 1928; A. Bertini Colosso, Le origini della pittura del Quattrocento ecc., in Boll. d'arte, 14 (1920); R. van Marle, La scuola pittorica orvietana del Trecento, $2^{2}$ serie, 3 (1923-24); A. Bertini Colosso, Discgni tracciati ad affresco da Luca Signorelli nel duomo di O., in Riv. d'arte, 23 (1941), p. 194 sgg.; G. Buccolini, Serie critica dei vescovi di Bolzena e di O., Perugia 1947; D. Waley, Medieval O., Cambridge 1990; A. Lazzarini, Doc. dei secc. XIII e XIV sul miracolo di Bolzena, Roma 1951.

Andrea Lazzarini
ORY, Matthieu. - Teologo e inquisitore domenicano, n. a La Canne nel 1492, m. a Parigi il 12 giugno 1527. Religioso a Dinan nel 1510 ca., studiò a Parigi e vi si addottorò nel 1527 . Fu vicario generale dell'Ordine in Francia ( $1542-45$ ) e inquisitore generale in tutto il Regno di Francia dal 1534 alla morte.

Molto stimato da Paolo III, che lo nominò penitenziere apostolico ( 1535 ); e dai sovrani francesi, esercitò con saggezza e moderazione il suo ufficio di inquisitore generale e contribuì alla conservazione della fede e ad arrestare il diffondersi del calvinismo. Su invito di Francesco I, nel 1534 si recò a Ferrara per cercare di convertire la duchessa Renata, sorella del re, favorevole a Calvino e protottrice di protestanti. Con la sua presenza allontanò dalla città i numerosi protestanti, ma dovette lottare molto prima di ricondurre la duchessa alla fede cattolica. Dovette occuparsi anche di s. Ignazio e dei suoi primi compagni; e li difese contro gli accusatori.

Scrisse: Ad hoeresum redivivas affectiones Alexipharmacum (Parigi 1544, Venezia 1551 e 1558) : è un commento alle cinque parole di s. Paolo : gratia, iustificatio, peccatum, libertas, lex, contro le false interpretazioni dei protestanti.

Bibl.: Quétif-Echard, II. pp. 162-63; E. Rodoconacchi, Rende de France, duchesse de Ferrara, Parigi 1896, passim; Hurter, II, coll. 1454-55; A. Mortier, Histoire des maitres généraux de l'Ordre des Frères précheurs, V. Parigi 1911, pp. 412-16; M. M. Gorce, s. v. in DThC, XI, coll. 1620-24. Alfonso D'Amato
ORZECHOWSKI (ORichovius), StANISLAW. Sacerdote ed umanista polacco, n. nel 1515, m. nel 1567. O. nacque in una famiglia mista polacco-rutena e perciò amava chiamarsi "gente Ruthenus nativne Polonus ". A soli 14 anni O. era già canonico a Przemysl. Studiò a Vienna e poi a Wittemberg, dove

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subi l'influsso del protestantesimo, e finalmente a Padova e Roma, dove riacquistò le convinzioni cattoliche. Nel 1543 O. ricevette malvolentieri, sotto la pressione del padre, l'ordinazione sacerdotale.

Brillante umanista, ma carattere appassionato e turbolento, entrò nel 1546 in conflitto con l'autorità ecclesiastica a causa della sua polemica contro il celibato del clero. O. sosteneva che il celibato è contro la natura e contro le genuine tradizioni della Chiesa primitiva; appellandosi alla disciplina vigente nella Chiesa orientale (la madre di O. era figlio di un sacerdote ruteno) egli proponeva l'abolizione del celibato obbligatorio, come il migliore rimedio per riformare la vita del clero di allora. Nel 1551 O. si sposò dopo aver rinunciato a tutti i beni ecclesiastici. Da allora fino alla sua morte, malgrado le censure ecclesiastiche inflittegli, difese ostinatamente la legittimità del proprio matrimonio, dedicando a ciò numerosi opuscoli, i quali, scritti con eleganza e abilità, gli guadagnarono molte simpatie, particolarmente tra la nobiltà. Malgrado tutto ciò O. contemporaneamente e con uguale zelo scriveva contro i protestanti, specialmente contro Stancar (1502-74), allora principale propagatore del protestantesimo in Polonia.

Bibl.: per le opere di O. vedi: K. Estreicher, Bibliografia polsba, XXIII, pp. 444-60: J. Korzeniewski, Orichoniana, Cracovia 1891; J. Krzesinski, S. O. Biographische Shizzen, Poznania 1891; H. Cichowski, s. v. in DThC, II, II, coll. 1624-27. Giuseppe Olèr

OSAKA, diocesi di. - Suffraganea di Tokyo, situata nel centro di Hondo. Comprende le prefetture civili di O., Hyogo, Wakayama e parte della prefettura civile di Kyoto. Questo territorio ha avuto un'importanza di primo piano nella storia del Giappone, sia dal punto di vista degli avvenimenti che vi si svolsero, sia dal punto di vista economico e commerciale. Come Tokyo è il grande centro della regione dell'est (Kanto), così O. è il centro della regione dell'ovest (Kansai).

Prima della seconda guerra mondiale O. fu definita la "Manchester "giapponese, definizione giustificata dalle sue fiorenti industrie e officine in piena attività. Il porto di O. è tra i principali del Giappone. La guerra ha distrutto più della metà degli edifici. Malgrado tutti gli sforzi per la ricostruzione, la popolazione, che prima della guerra superava i 4 milioni di ab., è diminuita, anche a causa della scarsità degli alloggi. Il territorio dell'attuale diocesi di O. fu dapprima compreso nel vicariato apostolico del Giappone centrale eretto il 20 marzo 1888, il quale fu distaccato da quello del Giappone meridionale. La diocesi fu canonicamente eretta il 15 giugno 1891. Primi evangelizzatori della regione furono i Gesuiti, tra i quali va ricordato il p. Baldassare de Torres. Nel 1868 vi si stabilirono i padri della Società delle Missioni Estere di Parigi, ai quali la diocesi rimase affidata fino al suo passaggio al clero secolare giapponese, avvenuto il 30 nov. 1940. Con una popolazione di ca. 8.000 .000 di ab., i cattolici sono 10.110 con 3674 catecumeni. Vi sono 27 sacerdoti nazionali e 99 esteri. Il personale ausiliare è composto di alcuni sacerdoti secolari australiani, di religiosi benedettini di S. Ottilia, Trappisti, Francescani minori e conventuali, Gesuiti, Lazzaristi, delle Missioni Estere di Parigi, Redentoristi, Oblati di Maria Immacolata, Marianiati, Salesiani di s. Giovanni Bosco, Scheutisti, Società di S. Colombano.

Fratelli nazionali 3; esteri 12; suore nazionali 273 e 110 estere: catechisti 8; 2 scuole elementari; 12 scuole medie; 11 superiori; una professionale; 43 stazioni primarie; 67 edifici sacri; 3 dispensari; 4 ospedali; 5 orfanotrofi. Vi si pubblica un periodico dal titolo Koe.
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(1st. T'idei)
Osaka, diocesi di - Collegio cattolico di Notre-Dame.
Bibl.: MC. 1950, pp. 410-11; Arch. di Prop. Fide, Relatio quinquennalis, poss. prot. 3741/25; id., Prospetto statistico generale delle missioni giapponesi, 1950, poss. prot. 4351/50.

Edoardo Pecoraio
OSANNA. - Acclamazione ebraica entrata nella liturgia in seguito al suo uso nel Nuovo Testamento (Mt. 21, 9. 15; Mc. 11, 9; Io. 12, 13).

In latino si ha hosanna oppure osanna (greco $\dot{\omega} \sigma \alpha v \alpha \dot{v}$ ), riproduzione dell'ebraico hōl'́dh-nnā' "salva, di grazia" (cf. Ps. 118, 25). In pratica, come appare dall'uso liturgico, sia cristiano che ebraico, il significato originario si era attenuato in una semplice esclamazione di gioia e di augurio, simile al nostro "viva! ", come avverti già s. Agostino (In Ioannem tract., 51, 2: PL 35, 1764). S. Girolamo, dietro richiesta di papa Damaso, compose un trattatello sulla parola o. Recensiti alcuni significati impossibili, escogitati da gente digiuna di ebraico, esaminando le varie versioni greche e discutendo di filologia ebraica, diede la spiegazione esatta (Ep. 20, 1-6: CSEL, LIV, pp. 104-10).

Nella liturgia ebraica o. veniva ripetuto specialmente nella festa dei Tabernacoli, il cui settimo giorno era chiamato anche "il grande o."; in quella cristiana, oltre che nel "trisagio" della Messa, il termine ritorna in modo particolare nel giorno delle Palme. Già la Didachè ( 10,6 ) testifica l'impiego liturgico di tale vocabolo. Si è perduta, invece, l'antica usanza di salutare i vescovi con tale acclamazione (cf. s. Girolamo, In Matthaeum, 21, 15: PL 26, 158 ).

Bibl.: F. Vigouroux, Hosanna, in DB. III. 729-60; M. Righetti, Man. di storia liturgica, III. Milano 1943, pp. 299-300. Angelo Penna

OSANNA da Cattaro, beata. - N. a Releza, presso Cettigne, il 25 nov. 1493 da genitori ortodossi, m. a Cattaro il 27 apr. 1565; a 14 anni andò a servizio presso una famiglia cattolica di Cattaro, dove, istruita nel cattolicesimo, si dedicò ad una vita di penitenze, quale reclusa nel monastero di S. Paolo.

Là ricevette l'abito religioso delle Terziarie domenicane e prese il nome di O. Raccolse intorno a sé numerose vergini, che dietro suo esempio condussero vita religiosa come terziarie domenicane. Il suo culto venne approvato da Pio XI il 21 dic. 1927 (AAS, 20 [1928], pp. 29-42).

Bibl.: I. Taurisano, La b. O. da Cattaro, Roma 1929. Antonio Wurster
OSBERT de Clare. - Teologo benedettino inglese del sec. xII, n. a Clare (contea di Suffolk). Divenne monaco della badia di Westminster e, ca. il 1136, priore. Fu difensore ardente, dotto ed abile, della dottrina dell'Immacolata Concezione di Maria e promosse la proclamazione della festa, alla

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quale si opposero fortemente Ruggero, vescovo di Salisbury, e Bernardo, vescovo di St. David, e molti altri, benché la festa fosse osservata in Inghilterra prima dell'invasione normanna (ro66).

Il Concilio di Londra nel 1129 decideva per la festa, e Gilberto vescovo di Londra l'adottò nella sua diocesi. Era O. amico di Anselmo (nipote del Santo), abate di Bury St. Edmund. Fu inviato a Roma ca. il 1141 dal re Stefano (1135-54) con il suo abate per chiedere al Papa la canonizzazione del re Edoardo confessore. O. merita grande onore per le Epistole ad Anselmo ed a Warino, decano di Worcester, e il sermone De Conceptione Sanctae Mariae, nel quale espose esattamente ed abilmente la teologia della Immacolata Concezione. Scrisse anche le vite dei ss. Edoardo, Edmondo ed altri. E stato confuso qualche volta con l'agiografo Osbern (che m. nel rogo ca.).

Bibl.: nella dotta ed. del Eadmeri monachi Cantuariensis Trastatus de Conceptione S. Mariae dei pp. H. Thurston e T. Sherr, Friburgo in Br. 1904, si trovano le opere suddette di O. Vedasi anche Epistoloe Osberti de Clare, ed. Anstruther, Cambridge 1846; H. Thurston, The Irish Origins of our's Lady. Conception Feast, in Menth. 103 (1904), pp. 449-65; id., Abbot Anselm of Bury and the Immac. Conception, ibid., pp. 561-73.

Enrico Rope
OSCOFORIE. - Festa ateniese della vendemmia, sacra a Dioniso e Atena Skiras, celebrata il 7 o l'8 del mese Pyanepsione (ott-nov.); erano con le O. connessi elementi della saga di Teseo, il quale l'avrebbe istituita al suo ritorno da Creta con i giovanetti salvati dal Minotauro (Plutarco, Theseus, 22 sgg.).

Le O. cominciavano con una solenne processione, il cui percorso era "dal tempio di Dioniso (in Atene), fino al santuario di Atena Skiras " al Falero, ed esattamente al cosiddetto Oschophorion (v. esichio). A tale processione (che era aperta da due giovani in venti muliebri) partecipavano: 22 giovanetti, scelti dai dieci demi, che durante il percorso portavano tralci di vite (e percio detti $\delta \varepsilon \gamma \gamma \varphi \alpha \dot{\alpha} \rho \alpha$ ); un coro di ragazzi, il quale cantava gli inni oscoferici; ed infine le deipnofore ( $\delta \varepsilon \varepsilon \gamma \gamma \sigma \varphi \alpha \dot{\alpha} \alpha$ ), donne che portavano le provviste per i ragazzi, forse in ricordo di quelle portate un tempo ai giovani compagni di Teseo. Giunti all'Oschophorion si celebrava un sacrificio e, dopo un breve riposo, aveva luogo la corsa dei 20 giovinetti (due a due); i dieci vincitori in premio bevevano la cosiddetta $\pi \varepsilon \pi \pi \varepsilon \lambda \delta \alpha$, bevanda composta dai cinque prodotti principali dell'annata (vino, miele, formaggio, farina ed olio).

Bibl.: J. Girard, Dionysos, in Daremberg-Saglio, Diction. des antiquités grecques et romaines, II, 1, coll. 234-35; L. Deubner, Attische Feste, Berlino 1932, pp. 142-47; L. Ziehen, Oschophorio, in Pauly-Wissowa, XVIII, II, coll. 1537-43.

Cessre D'Onofrio
OSEA. - Profeta israelita (Os. 7, 5), il cui libro è al primo posto tra i Profeti minori. La predicazione di O. fu l'ultimo appello della divina misericordia (hälēa' "Jahweh salva") alle dieci tribù del nord, prima del castigo, come quella di Amos aveva richiamato la divina giustizia, pochi anni prima.

Il regno felice di Ieroboam II (783-743) volgeva alla fine; già si preannunziava con Theglathphalasar III (745727) il risveglio dell'Assiria da quel torpore che, insieme al decadimento della XXII dinastia egiziana, aveva permesso alla Siria e poi a Samaria un temporaneo splendore. Intanto ricomincia (743) l'interno disordine, con il succedersi frenetico e turbinoso di re e dinastie: Zaccaria, ultimo della stirpe di Iehu, è ucciso (cf. Os. 1, 4), dopo sei mesi di regno, da Sellum, che rimane sul trono un sol mese. L'usurpatore Manabem (742-737), tributario dell'Assiria, è re per ca. 6 anni; gli altri (Phaceia, Phacse, Oase) si susseguono quasi con il ritmo della catastrofe finale che, iniziata da Salmanasar V (727-722) con l'assedio di Samaria (dal 724), fu completata da Sargon II (722-721). O. si riferisce a queste tormente dinastiche (722-721). O. si riferisce a queste tormente dinastiche (72, 3-7); probabilmente a quelle del 743, secondo A. Alt;
secondo E. Sellin alle ultime. Sente pertanto una grande pietà per il popolo, trascinato dai capi prima allo scisma e alla violazione dell'alleanza con Jahweh, quindi all'estrema rovina. I sacerdoti, per i loro interessi, sono i tutori di questo fatale disordine (cf. Am. 7, 10-17; A. Neher [v. bibl.], pp. 20-33; Os. 4, 4-10; 5).

Tema centrale di O., come di $A m .3$, i sg., è l'alleanza, sancita al Sinai, tra Jahweh e Israele. O. la sviluppa nella modalità dell'amore, traendone tutte le conseguenze, diritti e doveri, e mostrandone l'ultima finalità, la salvezza messianica (Os. 3, 5).

L'alleanza è un'intima relazione tra Jahweh e Israele, originata dalla libera elezione del Signore e solennemente accettata dal popolo. O. (1-3) usa l'immagine del matrimonio, derivata forse da Ex. 20, 5 (gormi' "geloso", da $q n^{\prime}$, che al pi'el esprime il sentimento di gelosia proprio dello sposo), e che verrà ripresa dai profeti seguenti (Jer. 2; Ez. ib, ecc.; Cantica; ma già Am. 3, 2 jishu'ri). Essa è essenzialmente espressa nel Decalogo: monoteismo e precetti morali (Os. 4, 1 sg. 12-19; 6, 6 sgg., ecc.; cf. Am. 3, 1 sg. ; 5, 21-26; 8, 2; Mi. 6, 6 sgg.; Is. 1; 5, 1-7; Jer. 7; 11, ecc.). Da parte di Dio ogni lottura e l'affetto più grande; da parte d'Israele, l'infedeltà che ebbe inizio con i primi contatti con i Cananei (Os. 5, 10; 10, 1; 11, 1 sg.; 13, 5 sg.; cf. Jer. 2, 1-3; Ez. 20, 28), ed ora a Samaria è al culmine (Os. 2, 4-15; 4, 12 e passim). Il castigo pertanto è imminente; la salvezza è solo nel ritorno all'alleanza giurata; e O. ripete l'invito amoroso di Jahweh (11. 14).

Conseguenze del tema centrale : il Regno di Israele non può essere che teocratico. Un re che operi contro l'alleanza (come le varie dinastie del nord) non è legittimo. Perciò l'opposizione e la condanna espressa da O. $(7,3-7 ; 8,4 ; 10,15 ; 13$, ro sg.) non è contro la monarchia per un regime di libertà, ma contro l'empia politica dei re di Samaria. L'entrare nel gioco delle potenze politiche, fidando nelle proprie armi e nei regni più forti, significa non aver più fede nell'alleanza, nella fedeltà e onnipotenza di Dio; è avviarsi al sincretismo e all'idolatria (Os. 5, 13; 7, 11; 8, 9; 10, 4 sgg.; 12, 2; 14, 4).

La scuola sociologica (A. Causse, Du groupe ethn. à la commun. relig., Parigi 1937, pp. 83-90), oltre al movimento anti-monarchico, attribuisce ai profeti, e specialmente ad O., la nostalgia del deserto, l'invito alla vita nomade, con la condanna della cultura. Ma O. chiama dono di Dio i frutti dei campi, la ricchezza (2, 10 sg.), che figurano tra le note della futura restaurazione ( 2,17 a. 23 sg .). Condanna la religione popolare che attribuisce ai Baal i beni del suolo (2, 7. 10) e li venera (2, 10b. 15). Il periodo del deserto è celebrato per la fedeltà d'Israele al Patto.

Il libro di O. conserva le idee principali della predicazione del profeta. Esse si ritrovano complete nei primi tre capitoli. O., per comando divino, prende in moglie una meretrice (D. Buzy [v. bibl.]): Israele, sposa di Jahweh, è ormai un'adultera; l'idolatria domina nel Regno del nord. Se l'alleanza non può esser mantenuta nell'amore, lo sarà nella giustizia. Lo esprimono i nomi che O. impone ai suoi figli: Iezrahel (assonanza con Israel), la piana insanguinata da Iehu (II Reg. 9, 14-37), presagio di terribili castighi; Lō̄ rụbāmāh "non più pietà ", Jahweh è risoluto a non più usar misericordia; Lō' 'ammī " non più popol mio ", ché il Regno del nord ha infranta l'alleanza. Eppure Jahweh ama tuttora Israele (Os. 3); condanna e castighi sono medicinali, perché Israele purificandosi possa convertirsi e partecipare alla salvezza che verrà dalla dinastia di David (ibid. 1-3).

Per il resto del libro non è il caso di parlare di sviluppo sistematico; O. procede per sentenze senz'apparente legame. Generalmente si distinguono tre parti : 4-7; 8-11,

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11; 11, 12-14, 10, di cui ciascuna risuona dei motivi sopraccennati.

La critica wellhauseniana, troppo teorica e ristretta (K. Marti, F. Nowack, G. Hölscher, P. Volz), che considerava interpolazione ogni promessa di salvezza, ogni riferimento a Giuda, è superata. Con postulati incastenibili (A. Neher [v. bibl.], pp. 36-42), ignorava affatto l'alleanza del Sinai e rimetteva la morale ai profeti posteriori. I primi tre capitoli possono servire di pietra di paragone. Ora in $\mathrm{O}_{1}$. $3,5 \dot{e}$ detto esplicitamente che l'alleanza avrà la sua realizzazione dalla dinastia davidica. Parlando delle sorti dell'alleanza O. non può ignorare Giuda. Lo stesso cap. 3 stabilisce la connessione stretta tra minacce e promesse di perdono e di salvezza (cf. già cap. 2).

Il testo è tra i più difettosi della Bibbia; ha alterazioni antiche, dato che si ritrovano nei Settanta; perciò poco aiutano le versioni e molto vien chiesto alla semplice congettura. La forma poetica è ancor più difficile a stabilire. Ricco è il vocabolario e classica la lingua e vi si esprimono i sentimenti di un'anima fortemente penetrata d'amore per il suo Dio e il suo popolo; gli slanci di una natura profondamente sensibile e religiosa. Un tale insieme di qualità fa di O. un lirico potente non inferiore a Isaia.

Bibl.: commonti: *M. Scott, Londra 1923; B. Kutal, Olmün 1929: *L. E. Binns, Londra 1952: *S. L. Brown, ivi 1932. J. Kroeker, Giessen 1932: *J. Ridderbors, 2* ed., Kampen 1937: v. inoltre prorati minori. Studi: P. Cruvallhier, De l'interpretation historique des événements de la vie familiale du prophète Osée ( $I-3$ ), in Revue biblione, 23 (1916), pp. 342-62; D. Busy, Les symboles de l'Ancien Testament, Parigi 1923, pp. 3393; N. Peters, Omo und die Geschichte, Paderborn 1944; H. Schmidt, Die Ehe des Hosea, in Zeitschrift f. d. altisst. Wissenschaft, 42 (1924), pp. 245-72; G. Kuhl, Neue Dokumente zum Verständnis von Hosea 2, 4-13, ibid., 52 (1934), pp. 102-109; L. Dürr, Altorientalisches Recht bei den Propheten Amos und Hosea, in Biblische Zeitschrift, 23 (1935)