in vari alloggi, cagionando mancanza di disciplina e disordini morali. Per porvi rimedio furono istituiti collegi per studenti laici, sul modello di quelli religiosi. Così sorsero nel 1249 l's University College s, ca. il 1262 il "Balliol"; nel 1264 il "Merton", trasferito da Surrey a O. nel 1274; questo è il primo vero collegio e servì da modello agli altri che seguirono, cioè l's Exeter " nel 1314, l' "Oriel" nel 1326,
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il "Queen's n nel 1340, il "New College * nel 1379, il "Lincoln * nel 1427 per combattere l'eresia di Wicleff; l's All Souls * nel 1437; il a Magdalen * nel 1458; il a Brasenose * nel 1509; il a Corpus Christi * nel 1516; il a Christ Church * nel 1525 ; vi erano anche molte "public halls * di cui resta solo quella di a St. Edmund's ( 1269 ). Sotto la devota regina Maria furono rifondati il Collegio cistercense di St. Bernard, con il nome di a St. John's College (1555), e il a Durham College * benedettino con il nome di "Trinity College" (1554). Dopo l'apostasia della regina Elisabetta furono fondati il a Jesus College * nel 1571, principalmente per i Gallesi; il a Wadham * nel 1613; il "Keble * nel 1870, sempre esclusivamente anglicano. L'antica aBroadgates Hall * divenne il *Pembroke College* (1624); il a Gloucester College * benedettino si mutò in *Worcester College* (1714); «a Hart Hall* (1284), chiamato "Hertford * nel 1740, venne soppresso nel 1818 e riaperto nel 1840 . Le donne vennero ammesse ai gradi nel 1920.
L'Università fu incorporata nel 1571 (atto del Parlamento) e rimase esclusivamente anglicana fino al 1870, quando venne abolito l'esame di religione. I cattolici rientrarono così nel 1896, con l'approvazione dei vescovi inglesi, ma si fondò allora a Campion Hall s; seguito nel 1897 dal a St. Benets' Hall * per gli studenti benedettini.
Nel secc. xili-xiv O. ebbe il suo splendore per professori e alunni quali Roberto Grossatesta, Adam Maesh, Alexandro di Hales, Ruggero Bacone, John Pekcham (arcivescovo di Canterbury), Duns Scoto, William of Wokeham e nei secc. xv-xvi William Waynflete, Wolsey, Lily Liniacre, Groeyn, Colet, Norton, Warham, s. Tommaso Moro, il card. Reginaldo Polo e molti altri. Il periodo $1222-70$ è considerato da molti quale età aurea di O. come pure è illustre il periodo $1485-1525$. Funesta per O. fu l'apostasia di Enrico VIII, il quale proibì lo studio del diritto canonico e sotto Edoardo V (1547-53) alcuni pretensiosi zelatori del a New Learning s saccheggiarono le biblioteche. La regina Maria (1553-58) fece il possibile per restaurare ogni cosa; ma la persecuzione elisabettiana equise i migliori alunni, come ammettono anche alcuni protestanti sia antichi, quali Pietro Martire (Vermigli), Jewel e Pilkington, sia moderni, quali Brodrick (1886), Gladstone (1892), ecc. Tra gli esuli per la fede si ricorderanno William Allen (poi cardinale), Robert Parsons, Gregory Martin, Richard Bristow, Thomas Harding, Thomas Stapleton e molti altri che si rifugiarono a Lovania, Douai e Reims, confutando gli scrittori polemisti anglicani. Durante la persecuzione anglicana (1534-1681), l'Università dette alla Chiesa 63 martiri tra i quali s. Tommaso Moro, i bb. Edmondo Campion, John Storey, Cuthbert Mayne, Ralph Sherwin, John Roberts.
La Biblioteca dell'Università, istituita nel sec. xiri, fu rifondata dal grande raccoglitore di libri Thomas Bodley nel 1603 e perciò nota dovunque come a The Bodleian s.
L'Università si mantenne leale sotto il re Carlo I, ma soffrì molto durante le guerre civili (1641-49) e sotto la Commonwealth (1649-60). Sotto il re cattolico Gia-

(fot. British Council)
Oxford. Università di - Veduta aerea di O. e dei vari - Colleges * dell'Università.
1909; S. Gibson. Statuta nat. Univers. Oxon., ivi 1931; J. B. Milburn. The Church and the Universities, in Dublin Review, 124 (1899), pp. 314-41; 129 (1901), pp. 73-97; id., O., in Cath. Enc., XI, pp. 365-70; The University of O. and the Reformation, in Month, 110 (1909), pp. 12-26; 161-73; C. B. Dawson, The Mirror of O., Oxford 1910; C. Mallet, A Hist. of the Univers. of O., 3 voll., Londra 1924-27; H. Rashdall, F. M. Powicke, A. B. Emden, The Univ. of Europe in the Middle Ages, Oxford 1936; C. H. Haskins, The Univer. of O. and the "jus vobisue docendi", in English Histor. Rev., 56 (1941), pp. 281-92; Ch. Oman, Memories of Victorian O. and some early years, Londra 1941; le collezioni dell'O. Histor. Society o quelle degli O. Colleges Histor. Series.
Enrico G. Rope
Movimento di O. - E così chiamato il tentativo fatto nel sec. xix di una rinascita cattolica in seno all'anglicanesimo. Verso la fine del sec. xvir, l'aristocrazia sociale e intellettuale di Inghilterra, eccettuati pochissimi casi, non nutriva che disprezzo verso la religione cattolica. In tale ambiente, la Chiesa romana d'oltre Manica veniva chiamata a la piccola missione italiana * o a la piccola missione irlandese $*$. Il grido "no popery" (niente Papa) era comune tra gli Inglesi di allora; ancora nel 1770, bande armate, fanatizzate da quel grido, avevano saccheggiato e bruciato cappelle cattoliche. Pochi villaggi, nel Sussex e lungo la costa, e alcuni castelli conservavano ancora intatta la fede del periodo anteriore alla cosiddetta riforma.
Nel 1792 alcuni vescovi, 800 sacerdoti francesi e 600 suore abbandonarono la propria terra, in cui si era scatenata la Rivoluzione, e cercarono ospitalità in Inghilterra. Inattesa fu l'accoglienza: pastori anglicani e popolo diedero ai profughi prove di squisita carità e fecero anche stampare per loro uso breviari e Bibbie cattoliche. I preti francesi si diffusero in tutta l'Isola e si diedero ai lavori più disparati: divennero precettori, aprirono scuole, fondarono missioni. I preti cattolici inglesi e irlandesi colsero l'occasione per allargare il raggio della loro azione apostolica. L'esempio del clero francese immi-
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grato contribui a far crollare molti pregiudizi. Dopo il Concordato, la maggior parte di essi fecero ritorno in patris, ma alcuni rimasero in Inghilterra. Nel 1811, quando J. H. Newman, raggeso londinese di appena 10 anni, arrivò alla scuola di Ealing, c'era ancora un prete francese tra gli insegnanti. L'influsso del clero immigrato, il ritorno della parte intellettuale del clero inglese allo studio dei Padri della Chiesa nonché all'esegesi scientifica, il disgusto, inoltre, che lo stesso clero anglicano cominciò a nutrire per l'intromissione del governo nelle cose spirituali, per l'incipiente critica tedesca e il progressivo indebolirsi della vita religiosa, contribuirono a preparare il movimento di O., il rinascimento cattolico in seno all'anglicanesimo.
Il 14 luglio 6, a giudizio del Newman stesso, il giorno di nascita di tal movimento. E il giorno in cui John Keble, il più eminente dei fellows del Collegio di Oriel pronunciò nella St. Mary's di O., chiesa anglicana dell'Università, il suo discorso sull'apostasia nasionale. Fu un vero grido d'allarme che penetrò in fondo alle anime e suscitò un'eco nella parte migliore dell'Università di O. Il 9 sett. uno scritto anonimo di 3 pagine venne diffuso in mezzo al pubblico; cominciava cosi: "Ai miei fratelli nel sacro ministero, sacerdoti e diaconi della Chiesa di Cristo in Inghilterra. Lo scritto era di Newman: "Io debbo parlare perché corrono tempi tristi e nessuno alza la voce contro di essi. Questo appello alle armi è il primo dei Tracts for the Times, i quali si succederanno poi ininterrottamente per 12 anni: da essi derivò il nome di "trattariano" dato all'inizio al movimento di O. Scopo di questi scritti anonimi fu di riportare in onore i dogmi e la morale cattolica traditi dall'anglicanesimo. Prodigioso fu il loro effetto. Nel 1835 Pusey ci si dedicò con grande impegno: i Tracts divennero più lunghi e più nutriti di scienza. Il Tract 90, l'ultimo, fu pubblicato il 27 febbr. 1841. Il Newman vi dimostrava che i 39 Articoli di Elisabetta, il Credo della Chiesa anglicana, per quanto "prodotto di una epoca anticattolica, erano nel piano provvidenziale di Dio, non anticattolici del tutto, ché anzi, non contraddicevano al Concilio di Trento " e "avrebbero potuto perciò essere sottoscritti da coloro che aspiravsero al cattolicesimo ". Il 9 ott. 1845, Newman, nella solitudine di Littlemore, rientrò nella vera Chiesa per le mani del p. Domenico della Madre di Dio, passionista. Di tale conversione Disraeli disse in seguito: "Essa ha dato all'Inghilterra una tale scossa che ancora ne freme tutta quanta".
Il 29 sett. 1850 Pio IX risabili la gerarchia cattolica inglese e noninò Wiseman (v.) cardinale arcivescovo di Westminster. Al suo arrivo a Londra fu inscenata una gazzarra. Ma le qualità personali di Wiseman valsero a trasformare l'opinione ostile in proprio favore. Nel marzo 1813 si converti Manning (v.), pastore anglicano, laureato a O. e amico di vecchia data di Newman. Alla morte del Wiseman, gli succedette come arcivescovo di Westminster.
Pusey, la cui erudizione era straordinaria, diventò sempre più il centro del movimento di O.: si dimostrò contrario alle conversioni individuali, fatte cosi alla spiccoolata, ma fu favorevole alla corporate union con Roma, che era lo scopo ultimo del movimento. Il trattarianesimo diveniva il puseysmo. Nel 1856, il dr. Lee, clergyman anglicano, laureato ad O., scosso dalle idee di Pusey, lanciò un giornale con il titolo The union. Esso si propose di favorire l'unione con la S. Sede. L'anno dopo, Lee fondò l'Association for the promotion of the union of Christendom. Alcuni cattolici si unirono a tale crociata di preghiere. Vi si distinsero Lockhart e soprattutto Ambrogio Phillipps. Nonostante la simpatia dimostrata dal card. Wiseman, il 16 sett. 1864, in seguito ad alcuni incidenti, il S. Uffizio condannò l'A.P.U.C.; l'8 nov. 1865 , in risposta alla lettera inviata da 198 anglicani unionisti, un secondo rescritto del S. Uffizio ratificò la condanna. L'Associazione rimase allora composta di soli anglicani. Da essa, nel 1877, uscl l'Order of corporate reunion, fondato dal dr. F. G. Lee. Questi domandò la consacrazione episcopale a vescovi vecchi cattolici i quali posse-
devano indubbiamente la successione apostolica. Due membri dell'O. C. R., il rev. Moseman e il dr. Seccombe (alcuni aggiungono anche il nome di G. Leycester Lyne) si unirono al Lee e ricevettero ugualmente la consacrazione episcopale dagli stessi vescovi. Lee e Moseman entrarono nella Chiesa cattolica poco prima della loro morte. Nel sett. 1865 Pusey aveva fatto uscire uno scritto intitolato Direnicon, la Chiesa d'Inghilterra, parte della Chiesa una, santa, cattolica, del Cristo, e un mezzo di ristabilire l'unità visibile; nel 1869 pubblicò un secondo Eirezion e un terzo nel 1870. Disgraziatamente le definizioni del Concilio Vaticano vi sono presentate agli anglicani in maniera esagerata e non esatta. Anche Pusey dovette rinunziare a qualsiasi speranza di unione. In seguito scrisse: "La maggioranza del Concilio mi ha fiaccato; da allora non ho toccato più alcun libro di controversia romana ". Inoltre: "Il Concilio Vaticano è stato il più grande dolore della mia vita".
Dal 1870 al 1894 la ripresa cattolica continuò nel-l'oltre-Manica; ma è solo nel 1894 che si delineò un nuovo orientamento concreto verso l'unione tra Roma e Canterbury, scopo supremo del movimento di O. il quale prese di giorno in giorno il nome di movimento anglo-cattolico. Tale orientamento concreto, nato dall'incontro avvenuto nel 1890 tra un parte lazzarista francese, M. Portal, e Lord Halifax, presidente dell'English Church Union, dopo aver suscitato grandi speranze, nonostante la tenace opposizione del card. Vaughan, dovette subire una battuta d'arresto nel 1896. Il 13 sett. dello stesso anno Leone XIII emanò la bolla Apostolicae curae sull'invalidità delle ordinazioni anglicane. Il movimento di O. non venne tuttavia a cessare. In particolare il rifiorire della vita monastica e gli sviluppi dell'esegesi scientifica raggiunsero nell'anglicanesimo, nella prima metà del sec. xx , un grande sviluppo.
L'8 ag. 1920 la stampa inglese pubblicò l'Appello di Lambeth, firmato da tutti i vescovi anglicani, per l'unione delle Chiese. Lord Halifax vide rinascere le sue più care speranze: con l'aiuto dell'instancabile M. Portal e sotto la direzione del card. Mercier organizzò le Conversazioni di Malines (v.) che si svolsero dal 9 dic. 1921 al 12 ott. 1928: nuovo tentativo di rinvincinamento tra Roma e Canterbury. Il I ott. 1932, in preparazione al centenario del movimento di O., 51 dei leaders del movimento anglocattolico contemporaneo firmarono un Manifeste. Dal febbr. 1933 più di 359 nuove adesioni di clergymen anglicani vennero ad aggiungersi alle precedenti. Scopo del Manifeste era di attrarre l'attenzione sulla deviazione dell'anglocattolicesimo e di ribattere le vera via tracciata da Keble e Pusey per ricondurvi coloro che se ne erano allontanati.
Biss.: A. Knox, Remains, 4 voll., Londra 1834: M. Ward, The Wilfrid Wards and the transition, t. I: The nineteenth century, t. II : Insurrection versus resurrection, ivi 1837: R. I. et S. Wilberforce, The life of William Wilberforce, 2 voll., ivi 1838: R. H. Froude, Remains of the late rev. R. H. F. (a cura di J. H. Newman and J. Keble), ivi 1839: A. P. Stanley, Life and correspondence of Thomas Arnold, ivi 1881: T. Mosley, Reminiscence chiefly of Oriel College and the Oxford Movement, 2 voll., ivi 1882; W. Palmer, A Narrative of events, ivi 1883: J. B. Mosley, Letters edited by his sister (Anne Mosley), ivi 1882: R. W. Church, The Oxford Movement. Twelve years (1633-45), ivi 1891: J. Williams, The autobiography of Isaac Williams, ed. G. Prevost, ivi 1892: T. W. Allies, A life's Decision, ivi 1894: S. L. Ollard, A short history of the Oxford Movement, ivi 1895: J. H. Overton, The Anglican Revival, ivi 1897: W. E. Gladstone, Correspondence in church and religion, a cura D. C. Lathbury, 2 voll., ivi 1910: K. D. Makensic, Anglo-catholic ideals, ivi 1931: C. P. S. Clarke, The Oxford Movement and after, ivi 1932: J. L. May, The Oxford Movement: its history and its future. A layman's estimate, ivi 1932: C. Dawson, The Spirit of the Oxford Movement, ivi 1933: id., The unchanging Wilsers. Some detached reflexions on the Oxford Movement and its future, ivi 1933: C. Castiglione, Il m. di G., Brescia 1935: J. G. Lockhart, Charle Lindley Viscount Halifax, part one 1839-83; part tico 1883-1934, 2 voll., Londra 1936. Giacomo de Bivort de la Saudée
OYO, prefeetrura apostolica di. - Situata nella parte meridionale della Nigeria (Africa occidentale britannica), affidata alla Società dei missionari d'Africa
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(per cortesia di mens. A. P. Frataz)
Ozanam, Antoine-Frédéric - Lettera di O. al ministro della Pubblica Istruzione che gli aveva concesso una proroga per il suo soggiorno in Italia, dovuto ad una missione letteraria - Parigi, Archivio nazionale, F. ${ }^{12} 21423$, p. 4.
che vi lavoravano fin dal 1944; è stata eretta il 3 marzo 1949 con la parte del territorio dell'allora vicariato apostolico di Lagos (ora arcidiocesi).
Ha una superficie di ca. 33.000 kmq., con ca. 1.000 .000 di ab., di cui alcune migliaia soltanto sono cattolici, con oltre 2000 catecumeni in mezzo a una stragrande maggioranza pagana e a forti nuclei musulmani e proterranti.
Vi sono una diecina di chiese e oltre 40 cappelle, 16 padri bianchi con un fratello laico e 41 catechisti. E un campo di apostolato in cui vi è moltissimo da fare, perché quanto più si sale verso il nord, tanto più il territorio è vergine.
Bial.: MC. 1920, p. 120; AAS. 41 (1949), pp. 434-35; Catholic Directory of East Africa (Supplement), Mombasa, 1950, p. 174; Arch. S. Congr. de Prop. Fide, posiz. prot. n. 159/49. Carlo Corvo
OZA (ebr. 'Uzzā'). - Figlio di Abinadab, che cadde fulminato per avere osato toccare l'Arca dell'Alleanza, mentre la trasportava da Cariathiarim in Gerusalemme (II Sam. 6, 3-8; I Par. 13, 7-11).
Portarono questo nome, inoltre: un discendente del patriarca Beniamin (I Par. 8, 7); un levita al tempo di Esdra e Neemia (Esd. 2, 49; Neh. 7, 51); un levita della stirpe di Merari (I Par. 6, 14 : ebr. 'Uzzah).
In II Reg. 21, 18.26, ove si parla del "giardino di O.", situato forse nella valle del Cedron (cf. ibid. 25, 4; Neh. 3, 15), la lezione più probabile sarebbe "Ozia" o "Azaria" (cf. ibid. 15, 1.13), re di Giuda (769-738 a. C.).
Angelo Penna
OZANAM, Antoine-Frédéric. - Storico ed apologeta, n. a Milano il 23 apr. 1813 da Giovanni Antonio, medico, e Maria Nantas di Lione, m. a Marsiglia l'8 sett. 1853.
I. Vita. - Ritornata la famiglia in Francia nel 1816, l'O. compì la sua educazione nel Collegio reale di Lione e vi conseguì il baccalaureato in lettere. Un breve periodo di dubbio generò in lui a 18 anni
il proposito di cercare la "dimostrazione della verità della religione cattolica per mezzo dell'antichità delle credenze storiche, religiose e morali", argomento che rimase, si può dire, stimolo e proposito dei suoi studi. Dopo alcuni mesi di pratica legale presso un avvocato di Lione, per volere del padre, si portò a Parigi nel nov. 1831 per gli studi giuridici e fu ospite del celebre scienziato Ampère. Ottenne il dottorato il 30 apr. 1836 e nel dic. 1839 gli fu affidato l'insegnamento del diritto commerciale a Lione. Non lasciava però gli studi prediletti per i quali a una sicura conoscenza delle lingue classiche aggiunse quella dell'ebraico e del sanscrito; conosceva il tedesco, l'inglese, lo spagnolo, ma dopo lo studio del francese fu quello dell'italiano che in modo particolare lo attrasse, e quando nel genn. 1839 prese il dottorato in lettere la sua tesi trattava della filosofia di Dante.
Sulla fine del 1840, per consiglio del Cousin, partecipò al concorso per la Sorbona e, nominato supplente di Claudio Fauriel per le letterature straniere, iniziò l'insegnamento universitario sui caratteri generali della letteratura tedesca nel medioevo; e alla morte del Fauriel, in seguito a presentazione del consiglio accademico, il 21 nov. 1844 fu nominato professore ordinario. Nel frattempo egli aveva anche insegnato retorica nel Collegio Bianislas e nel giugno 1841 aveva sposato a Lione Amalia Soulacroix dalla quale ebbe una bambina.
Fino dai suoi anni di studente l'O. prese parte all'attività spirituale e scientifica che ferveva a Parigi. Oltre a Chateaubriand ed a Lamartine, con i quali ebbe occasionali contatti, ed al Fauriel, l'O. si trovò nella corrente del migliore Lamennais e del conte di Montalembert ed ebbe particolare amicizia con l'abate poi p. Lacordaire; tra i convinti assertori della libertà della scuola e dell'autorità della Chiesa di fronte al potere civile e per rialzare il prestigio della religione di fronte allo spirito pubblico, fu tra i più convinti sollecitatori presso l'arcivescovo di Parigi dell'Opera delle conferenze a Notre-Dame che ebbero principio nel 1835 col Lacordaire. Convinto credente e professante non smontì mai uno spirito di tolleranza, sia nel tratto che negli scritti, che lo fece incorrere perfino, presso i più accesi, nell'accusa di eterodossia; disapprovò perciò la politica stretta e violenta di alcuni giornali cattolici. Nel 1848 prese parte viva alle agitazioni del tempo, schierandosi in favore delle pubbliche libertà, convinto della possibilità d'una democrazia cristiana, quale termine del progresso politico, convinto che Dio vi conducesse il mondo. Cosi egli che aveva collaborato al Correspondent fu attivo nell'Ere nouvelle, preoccupato che la demagogia non avesse a prendere il sopravvento.
II. Opere. - La salute delicata e le malattie che lo afflissero non distolsero l'O. dallo studio e dall'insegnamento, che egli riteneva la sua missione. Esordì nella sua attività di pubblicata sino dal 1831 con le Réflexions sur la doctrine de Saint-Simon per controbattere la propaganda dei sansimoniani; scrisse poi occasionalmente sui beni della Chiesa, sul buddhismo, sulle origini del socialismo e lasciò note di diritto commerciale. Ma il campo specifico entro il quale si svolse soprattutto l'attività scientifica dell'O. fu il medioevo. Temperando lo spirito romantico proprio del suo tempo con un costante e minuto lavoro sulle fonti, oppose al facile volterianismo, che infestava l'ambiente scientifico, un'indagine acuta nella quale l'ardore apologetico che l'accompagnava illuminava e riscaldava la verità senza tradirla. Con un primo gruppo di scritti l'O. illustrò il trapasso dall'età romana a quella barbarica con La civilisation au cinquième siècle ( 21 lezioni alla Sorbona pubblicate postume dall'Ampère); La civilisation chrétienne chez les Francs; Les Germains avant le christianisme. Un secondo gruppo di scritti è dedicato al Duecento italiano; Les poètes franciscains en Italie au XIIe siècle; Des sources poétiques de la Divine Comédie; Dante et la philosophie catholique au XIIIe siècle. Di minor male: Un pèlerinage au pays du Cid; Les deux chanceliers d'Angleterre (un parallelo fra s. Tommaso
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Becket e Bacone di Verulamio).
L'O. viaggiò molto e con particolare passione visitò l'Italia; nel 1853 fu aggregato all'Accademia della Crusca con Cesare Balbo, in grazia specialmente dei suoi studi danteschi e di quelli sul francescanesimo, dei quali fu un iniziatore.
III. Le CONFERENZE. - Nel 1833 l'O. si iscrisse a quelle conferenze di storia e filosofia che il Bailly aveva fondate l'anno prima come convegno di studi e discussioni. Da quelle con-

(per cortesia di mons. A. F. Frater) OeANAM, ANTOINE-FRÉGÉRIC-Riviano di F. O. a vent'anni, da un disegno di Jamnot.
ferenze, nel maggio 1833, ebbero inizio le Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli per opera dell'O. e di altri sette compagni, come strumento efficace di propaganda cristiana, nell'occasione di una agitata discussione con giovani increduli, i quali ammettendo che per il passato la fede cristiana s'era acquistata larghe benemerenze nell'attività caritativa, al presente tutto era morto, perché quelli che si professavano cristiani nulla facevano che dimostrasse una fede operante. Gli otto compagni con la loro Conferenza di carità si prefissero di visitare i poveri nella loro abitazione, e nelle loro sedute, dopo la prighiera e la lettura spirituale, rendevano conto delle visite, assegnavano i buoni da distribuire per terminare con una modesta questua. Era il modo migliore per creare un contatto con le classi più misere e provvedere ai loro bisogni immediati. Infatti ognuno dei membri aveva la sua famiglia povera da visitare e da soccorrere. Sul finire del 1834 i membri erano un centinaio e questa prima unica Conferenza dovette suddividersi; altre se ne formarono in tutta la Francia e ve n'erano 415 nel 1851 ; altre intanto se ne erano fondate in Europa e sino in Amotica e sempre per iniziativa laica col motto costantemente osservato dagli ascritti «non farsi vedere, ma lasciarsi vedere». L'O. ne fu instancabile propagatore dovunque si trovasse nei suoi viaggi sino alla vigilia della morte e come vicepresidente fece parte del consiglio centrale istituito per coordinare l'attività e mantenerne lo spirito. Le Conferenze sono tuttora attivissime alla testa delle opere di assistenza e a fianco delle iniziative sociali, che l'O. avrebbe auspicato.
Le opere dell'O. furono raccolte in otto volumi a Parigi nel 1856, preceduti da una biografia del Lacordaire; un altro volume uscì nel 1862 e contiene la traduzione del Purgatorio di Dante col Commentaire général des huit derniers chants; seguirono due volumi di lettere nel 1869, ripetutamente stampati. Si ebbero traduzioni in italiano: Dante e la filosofia cattolica, di P. Usbinelli (Napoli 1842) ed una trad. precedente del 1841 ; I poeti francescani di P. Fanfani (Prato 1854); La civiltà nel V sec. di A. Fabre (Torino 1891) e di A. Coiazzi (ivi 1933); quasi tutte le opere furono tradotte da A. Carraresi (Firenze fra il 1857 ed il 1874); Lettere scelte (Treviglio 1920).
Bist.: C. A. Ozanam (fratello dell'O.), Vita di F. O., Milano 1913; M. Humbert, F. O. d'après sa correspondance, Parigi 1880; G. Salvadori, La giovinezza di F. O., Roma 1907; A. Baunard, F. O. d'apriora correspondance, Parigi 1913; autori vari, Livre du centenaire, iv; 1913; A. Coiazzi, F. O. L'uomo e l'apaingeta, Vicenza 1914; C. Omenigo, F. O., $2^{\circ}$ ed., Milano 1923; G. Goyau, F. O., Parigi 1923; F. Méjococo, F. O. et l'Eglise catholique, Lione-Parigi 1932; G. Dore, Il pensiero politico di F. O., in Civitas, 1 (1930), pp. 3-16. Altra bibl. in E. Galopin. Essai de bibliographie chronologique sur A.F.O., Parigi 1933 e in J. B. Duroselle, Les débuts du catholicisme social en France (1822-70), ivi 1951. Pio Paschini
OZIA (Azaria; ebr. 'Uzzijjäh). - Decimo re di Giuda dopo la scisma delle tribù settentrionali. Successe sedicenne ad Amasia (v.) suo padre, e regnò poco più di 30 anni (presumibilmente $769-738$ o 737 a. C.). In II Reg. 14, 21; 15, 1-7 è chiamato anche Azaria; ma è più frequente il nome O. (ibid. 15, 13. 30-34; II Par. 26; Is. 6, i e altri profeti; Mt. 1, 8).
L'intero capitolo II Par. 26 descrive il regno di O. come uno dei più floridi e fortunati della storia di Giuda.
Riconquistò e ricostruì il porto di Elath, importante centro commerciale sul Golfo Elanitico (II Reg. 14, 22; II Par. 26, 2), dopo aver ricondotto alla sudditanza gli Idumei, ribelli sotto il regno di Amasia ([v.] II Reg. 14, 7). Altre fortunate imprese condusse contro Maoniti, Filizni, Arabi ed Ammoniti (II Par. 26, 6-8). Contemporaneo del re Ieroboam II (v.), mantenne amichevoli relazioni con il Regno d'Israele. Rafforzò Gerusalemme con munitiesimo mura, e fortificò altri centri del paese. Organizzò un forte esercito, agli ordini di abili capitani quali Maasia e Hanania (II Par. 26, 9-15).
Promosse l'agricoltura con importanti lavori di bonifica, soprattutto nei settori della pastorizia e viticultura, si da meritare l'elogio del cronista : « egli amava la terra» (ibid. 26, 10). Per tal modo, grazie anche al riattivato commercio con il Mar Rosso per la riconquista del porto di Elath, il regno di Giuda raggiunse un alto grado di floridezza al quale sembra alludere Is. 2, 7 sgg .
I suoi successi, all'interno e all'estero, furono il premio del suo zelo per il culto di Jahweh, a cui era stato educato dalla madre Iecholia e da un profeta per nome Zaccaria, che gli fu fido consigliere per molti anni (II Por. 29, 3-5). «Finché egli ricercò Jahweh, Dio lo fece prosperare» (ibid. 26, 5). Il culto sulle alture (bämöth), però, non fu estirpato (II Reg. 15, 3-4).
Negli ultimi anni, inorgoglitosi della sua potenza, volle intromettersi nelle funzioni di stretta competenza sacerdotale e penetrare nell'interno del santuario per abbracciare l'incenso sull'altare dei profumi; fu sull'istante colpito da lebbra, che lo costrinse negli ultimi anni a segregarsi dalla corte e dagli affari (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., IX, 10, 4, amplifica e drammatizza notevolmente il racconto di II Por. 26, 16 sgg.). Per questo motivo prese l'amministrazione il figlio Ioatham, che fu associato al padre nel regno per i rimanenti 11 (o 15) anni, e regnò da solo, dopo la morte di O., altri 5 (o 3) anni (II Reg. 15, 5).
Furono contemporanei di questo Re i profeti : Isaia $(6,1)$, Osea $(1,1)$ e Amos $(1,1)$ : il primo iniziò il ministero profetico l'anno stesso della morte di O. (Is. 6, 1) : molto probabilmente nei primi capitoli (ibid. 2-5) allude alle condizioni sociali della nazione sotto questo Re (prosperità materiale di alcuni, miseria degli altri, decadenza morale). Amos ( 1,1 ) e Zaccaria ( 14,5 ) fanno menzione di un famoso terremoto avvenuto al tempo di O , re di Giuda e di Ieroboam II re d'Israele, del quale però non si hanno altre notizie.
Non sembra che O. (o Azaria) re di Giuda sia da identificarsi (come si ammetteva in un primo tempo anche da alcuni cattolici, p. es., A. Deime), O. Hellmann, ecc.) con un certo Azrijahu di Ya'hudi, che ricorre negli annali di Theglathphalasar III, da questo re assiro sconfitto e reso tributario insieme a Manahem di Samaria e Rasin di Damasco : si ritiene dai più che si tratti di un omonimo re di uno staterello della Siria settentrionale, menzionato nelle iscrizioni cuneiformi di Zeng̃̃rill scoperte nel 1902.
Bist.: F. Vigeuroux, La Bible et les découvertes modernes, IV, Parigi 1896, pp. 97-109; H. Leebre, s. v. in DB, IV, coll. 1942 1946; H. Winckler, Keilinschriftliches Textbuch z. Alt. Tert., Lipsia 1909, pp. 67-79; A. Deime), Veteris Testamenti chronologia monumentis Babylonico-Ascettis illustrata, I, Roma 1912, p. 108 sgg.; O. Hellmann, Chronologie libri dogme, ivi 1914, pp. 278-87, 306-32, 341 sgg., 327-27; H. Gressmann, Allorienstatische Texte z. Alt. Tert., $2^{\circ}$ ed., Lipsia-Berlino 1927, p. 345 ; A. Pohl, Historia populi Iroafi, I, Torino 1934, p. 437 sgg.; G. Plessis, Babylone et la Bible, in DBs, I, col. 783; V. Coucke, Chronologie biblique, ibid., I, col. 1262 sg. Gaetano Stano
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Ozio - L'ozioso, dipinto di M. Cammarano (fine sec. xix) - Napoli, Pinscoteca di Capodimonte.
OZIA. - Figlio di Micha, della tribù di Simeone, il principale dei tre reggitori di Bethulia (v.) al tempo dell'assedio e liberazione di quella città (Iudt. 6, 15 sgg.). Accolse benevolmente Achior, duce degli Ammoniti, dimesso dall'esercito di Oloferne, e da lui apprese le decisioni del comandante assiro nei confronti di Bethulia. Cedendo alle pressioni del popolo, $\Theta$. già era sul punto di aprire le porte al nemico; ma attese altri 5 giorni : il coraggioso intervento di Giuditta (v.) salvò la situazione (ibid. 8-13).
O., dopo l'uccisione di Oloferne, andò incontro alla eroica donna, alla quale rivolse, a nome di tutto il popolo, fervide parole di gratitudine e di benedizione, rimaste celebri (ibid. 13, 18-20: il brano, molto bene appropriato alla Madonna, si legge quasi testualmente al luogo della Epistola nella Messa delle due feste dei Sette Dolori e nella nuova Messa dell'Assunta). Infine incitò gli Israeliti all'inseguimento del nemico in fuga (ibid. 15, 4 sgg .).
Gaetano Stano
OZIEL (ebr. 'Uzzifël). - Nome di alcuni personaggi del Vecchio Testamento.
1. Figlio di Caath levita (Ex. 6, 18.22; Num. 3, 19).
2. Terzogenito di Hebron, nipote del precedente (I Par. 23, 19.20; 24, 23).
3. Figlio di Iesi della tribù di Simeon (I Par. 4, 42).
4. Figlio di Bela della tribù di Beniamin (I Par. 7, 7).
5. Figlio di Heman, uno dei cantori nella divisione in 24 classi istituite da David (I Par. 25, 4).
6. Altro discendente di Heman al tempo del re Ezechia (II Par. 29, 14).
7. Orefice, figlio di Araia, che collaborò alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme sotto Neemia (Neh. 3,8).
Angelo Penna
OZIERI, diOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Sassari, meno un comune in provincia di Nuoro.
Ha una superficie di 4000 kmq . con una popolazione di 62.637 ab. tutti cattolici, distribuiti in 27 parrocchie, servite da 85 sacerdoti diocesani; un seminario minore;
vi sono 14 comunità religiose femminili (Ann. Pont., 1951, p. 302).
La diocesi fu creata nel sec. xili con residenza a Bisarchio, quale suffraganea di Sassari; venne soppressa nel 1503 ed unita ad Alghero; ristabilita il 5 marzo 1803 con la denominazione di Bisarchio; con decreto della S. Congr. Concistoriale del 12 febbr. 1915 la diocesi mutò il titolo in quella di O. (AAS, 7 [1915], pp. 121-22).
La Cattedrale è dedicata alla B. M. V. Immacolata; protettore della diocesi è s. Antioco.
Bibl.: P. Sella, Rationes decimarum Italiae nei secc. XIIIXIV (Studi e testi, 113), Città del Vaticano 1945, nn. 259, 901, 1745 .
Enrico Josi
OZIO. - Dal lat. otium, in senso generico è astensione dal lavoro (per i Romani astensione dagli affari pubblici o dalla famiglia, unici lavori degni di un libero cittadino). E atto lecito se rientra nei limiti di un necessario ed utile risposo. Quanto più si estende nel tempo e diventa abitudine, costituisce un pericolo più o meno grave, in quanto è terreno favorevole al pullulare di tentazioni e all'insorgere di vizi. L'Eccli. dà infatti questo avvertimento: «Mettillo al lavoro (il servo) perché non stia ozioso, poiché molto male fa la disoccupazione" ( 33,28 : vers. A. Vaccari, La S. Bibbia, V, I Libri poetici, Firenze 1950, p. 247). Diventa vizio e peccato quando il lavoro da cui ci si astiene rientra nel numero dei propri doveri personali. La gravità è commensurata dal rilievo dei doveri che vengono trascurati.
Una specie di o. può ancora vedersi in quella operosità faccendiera che consiste nel dedicarsi da un lavoro all'altro senza scopo e convinzione, con grande e inutile sperpero di quelle energie da Dio date all'uomo per raggiungere il suo fine naturale e soprannaturale. Per evitare le tristi conseguenze dell'o., non è però giusto cadere nel difetto opposto. Gli uomini cioè non debbono dedicarsi alle attività temporali cosi totalmente ed esclusivamente da trascurare la contemplazione dei fini e dei beni soprannaturali ( $L c .14,16 \mathrm{sgg}$.). Il lavoro, insieme al riposo e alla meditazione, deve essere uno dei mezzi di santificazione e non impedirla.
Biel.: oltre i manuali di teologia morale, cf. A. Tanquerce, Compendio di teologia ascetica e mistica, Roma 1927, n. 833 sgg.; F. T'limann, Il maestro chiama, Brescia 1945, p. 284. V. anche la bibl. della voce lavoro.
Ercolani Francesco
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PACCA, Bartolomeo. - Cardinale, n. a Benevento il 25 dic. 1756, m. a Roma il 19 apr. 1844.
Di antica famiglia patrizia (il padre, Orazio, era marchese di Matrice e la madre, Cristina Malaspina, discendeva dai marchesi della Lunigiana), fu educato nel Collegio dei Gesuiti in Napoli e nel Collegio Clementino di Roma. La passione per le lettere e per la storia gli valse, ancora giovanissimo, l'immissione nell'Arcadia. Nel 1788 entrò nell'Accademia dei nobili ecclesiastici, da poco istituita, dedicandosi allo studio del diritto. Avviatosi nella carriera della prelatura, seppe conquistare la fiducia di Pio VI, che lo volle nel 1785 nunzio a Colonia. Ordinato sacerdote e consacrato vescovo di Damiata in portibus, raggiunse la sua residenza mentre durava la lotta degli elettori ecclesiastic contro la S. Sede, occasionata dall'erezione della nunziatura di Monaco (v. ems, puntuazione di). La sua missione si svolse, perciò, tra notevoli difficoltà ed opposizioni, che il P. fronteggiò con fermezza ed abilità e che si attenuarono solo dopo lo scoppio della Rivoluzione Francese. L'infelice esito della fuga di Varennes impedil al P. di espletare l'incarico di nunzio straordinario presso Luigi XVI, che Pio VI gli aveva affidato sperando nella riuscita di quel tentativo. Nunzio a Lisbona dal 1793, vi ricevette nel 1801 la berretta di cardinale, con il titolo di S. Silvestro in Capite.
Entrati i Francesi a Roma nel 1808, e perdurando le forzate dimissioni del Consalvi, fu chiamato a sostituire, nella carica di pro-segretario di Stato, il card. Gabrielli, espulso dagli occupanti. Inaspritosi il conflitto, nonostante gli sforzi di pacificazione del P., i Francesi, che lo accusavano di essere l'ispiratore della resistenza di Pio VII, tentarono invano di allontanarlo da Roma. Arrestato con il Pontefice, dopo l'assalto al Quirinale del 6 luglio 1809 , subil dura prigionia nel forte di Fenestrelle (Finerolo). Nel febbr. del 1813 poté riunirsi al Papa ed insieme al Consalvi e ad altri cardinali indurre Pio VII a ritrattare il cosiddetto "Concordato di Fontainebleau". Deportato nuovamente a Uxès, nella Francia meridionale, poté rientrare in Italia dopo l'ingresso degli alleati a Parigi; Pio VII lo volle al suo fianco nel giorno del suo ritorno trionfale in Roma ( 24 maggio 1814). Il P., ripreso temporaneamente il suo incarico di pro-segretario, si dedicò all'opera di restaurazione dello Stato, con molta passione ed energia, ma con una visione politica che lo mise in contrasto con le idee più aperte del Consalvi, il quale da Vienna gli scriveva che, se cra stato difficile recuperare i territori della S. Sede, più difficile impress sarebbe stata quella di mantenerli, volendo ripristinare in tutto il vecchio ordine di cose e resocurando "quelle vedute, che la saviezza, la prudenza, l'esperienza, la natura dei tempi e delle circostanze"consigliavano.
Il ritorno di Napoleone in Francia e l'invasione dello Stato pontificio ad opera del Murat (marzo 1815) determinarono Pio VII ad allontanarsi da Roma; il P. gli fu compagno nel nuovo esilio a Genova. Passata la tempesta, Pio VII, che lo aveva già nominato camerlengo ( 26 sett. 1814), lo propose successivamente ai vescovati di Frascati (1818) e di Porto e S. Rufina (1821). Tenne sotto i pontefici Leone XII, Pio VIII e Gregorio XVI l'ufficio di pro-datario; fece parte delle principali congregazioni cardinalizie; fu segretario di quella del S. Uffizio e prefetto di quella del Cerimoniale. Fu anche presidente del Consiglio supremo della Camera Apostolica. Dal 1829, divenuto decano del S. Collegio, resse la dio-

(fot. Enc. Catt.)
PACCA, BARTOLOMEO - Rirratto contemporaneo - Roma, Biblioteca Angelica.

(lat. Giordan.)
PACCA, BARTOLOMEO - Domanda di ammissione alla Pont. acc. Ecclesiastica - Roma, Archivio della Pontificia accademia.
cesi di Ostia e Velletri. In ogni circostanza, diede prova di una solida pietà e di un indefettibile attaccamento alla S. Sede.
Dotato di fine cultura, scrittore piacevole e erudito, esperto delle principali lingue europee, protesse generosamente gli artisti ed i letterati ed ebbe gran parte nella riforma degli studi universitari. Il suo nome è legato al famoso Editto del 7 apr. 1820 sugli scavi e la conservazione dei monumenti. Al P. si deve anche l'inizio delle ricerche archeologiche di Ostia antica.
Lasciò le seguenti importanti memorie: Mem. stor. di mons. B. P. sul di lui soggiorno in Germania dall'anno MDCCLXXXVI al MDCCXCIV, Roma 1832; Notizie sul Portogallo con una breve relazione della nunziatura di Lisbona dall'anno 1703 fino al 1801, ivi 1833; Memorie storiche del Ministero, dei due viaggi in Francia e della prigionia nel forte di S. Carlo in Fenestrelle, ivi 1830; Relazione dei viaggio di papa Pio VII a Genova, nella primavera dell'anno 1815, e del suo ritorno a Roma, Orvieto 1833; Il mio secondo ministero, in A. Quacquarelli, La ricostituzione dello Stato Pontificio, Città di CastelloBari 1945, pp. 153-203.
BibL.: I. Rinieri, Corrispondenza inedita dei cardd. Consalvie P. nel tempo del Congresso di Vienna, Torino 1903: G. Sbornelli, Impressioni d'un contemporaneo intermod rivolgimenti surspettrala fine del sec. XVIII e i principi del sec. XIX: dalle lettere inedite del card. P. ai suoi famigliari, Benevento 1922: G. Brigante Colonna, B. P., Bologna 1931: A. Durante, Tre Papi e un cardinale, Roma 1940: A. Zazo, Un'inedita corrispondenza del card. P. al nipote Tiberio, in Sanmiano, 13 (1940), pp. 182-99; A. Gabrielli, I due cardinali di Pio VII, Consalvi e P., in Urbe, 6 (1941), pp. 4-15; A. Quacquarelli, Corrispondenza inedita del card. P. all'avy. Francesco Ferrari di Bologna, in Archiginnasio, 37 (1942), pp. 137-39. Vittorio E. Giuntella
PACCA, Tiberio. - Prelato, n. a Benevento il 31 ag. 1786, m. a Napoli il 29 giugno 1837.
Nipote del card. Bartolomeo Pacca, che gli fu affezionatissimo, lo segui nella nunziatura di Lisbona e con lui divise la prigionia nel forte di Fenestrelle. Delegato apostolico a Civitavecchia nel 1814, si mise in luce per il fortunato intercettamento della corrispondenza del card. Fesch e di Gioacchino Murat con Napoleone alla vigilia della fuga dall'Elba. La sagace abilità poliziesca ne fecero un prezioso informatore dell'attività delle sètte e dei movimenti liberali dentro e fuori i confini dello Stato pontificio. Governatore di Roma dal 1816, fu costretto nel 1820 per eccessive prodigalità e per gravi indelicatezze ad allontanarsi dall'Italia. Rifugiatosi nella Svizzera ed in Francia con l'aiuto del marchese di Montmorency, ambasciatore di Francia a Torino, gli fu possibile nel febbr. del 1835 ottenere l'incarico di intendente generale nel Ministero dell'interno del Regno di Sardegna. Alcune informazioni su pretesi complotti dei marchesi Saluzzo, da lui fornite, e il sospetto di intrighi, ai quali si sarebbe prestato, provocarono, però, dopo breve tempo il suo allontanamento e la caduta del ministro Antonio Tonduti dell'Escarena (19 apr. 1835). Ritiratosi a Napoli, vi mori di colera.
BibL.: C. Lovera e I. Rinieri, Clemente Solaro della Margherita. H. Torino 1931, capp. 7-9: N. Rodolico, Nuovi documenti sulla crisi ministeriale del 1835 del regno di Carlo Alberto, in Riv. stor. it., 18 (1931), pp. 499-511: V. A. De Rienzo, T. P., in. Sanmiano, 10 (1937), pp. 147-50; A. Zazo, Un'inedita corrispondenza del card. B. Pacca al nipote Tiberio, 1830-37, ibid., 13 (1940), pp. 182-95; id., Il card. Bernetti in alcune sue lettere inedite a T. P., 1834-37, ibid., 19 (1946), pp. 215-21. Vittorio E. Giuntella
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PAGE. - Secondo la nota definizione di s. Agostino, la p. consiste nella tranquillità dell'ordine, tranquillitas ordinis (De civ. Dei, 19, 13), e poiché l'ordine suppone un criterio razionale, con il quale gli oggetti o le persone vengono armonicamente disposti, anche la p. postula alcuni principi sociali, dai quali possa derivare la tranquilla collaborazione degli individui nelle società, entro le quali si svolge la loro vita, e delle nazioni, nella più vasta comunità che le unisce. Tali principi, essendo la materia da ordinare composta da esseri razionali, non possono essere, come è per se stesso evidente, fisici, meccanici o biologici (neppure possono invocarsi come principi l'equilibrio economico o quello degli interessi politici, o la forza), ma devono necessariamente appartenere all'ordine morale e giuridico, solo capace di esercitare il proprio influsso sulle facoltà spirituali dell'uomo.
La p. sociale può essere interna o esterna. E interna quando in una medesima società, famiglia, nazione o Stato, tutti i membri convivono in armonia d'intenti e si aiutano, con la comune collaborazione, al conseguimento del benessere collettivo, nell'osservanza delle norme naturali e positive della convivenza civile. Ad essa si oppongono la violazione continuata delle leggi, la sedizione, la rivolta, i contrasti intestini, che sogliono essere le cause di decadimento dei popoli. E esterna quando le nazioni, nell'osservanza delle regole di giustizia che dominano e guidano in modo normativo le loro relazioni, cooperano al benessere collettivo con gli scambi culturali ed economici e con l'intesa reciproca. A questa si oppongono le competizioni politiche, i dissidi per gl'interessi contrastanti, le incomprensioni, gli odi nazionali e le ostilità belliche.
La p. è la condizione normale della vita degl'individui e dei popoli, i quali, in virtù della più profonda legge di natura, che li muove a cercare il loro benessere, tendono verso la tranquillità nell'ordine. Devono essere pertanto respinte, come contrarie alle esigenze della natura umana, tutte le teorie, che, ispirandosi a un certo darwinismo sociale e politico, sostengono essere condizione normale degli uomini e dei popoli la lotta per l'esistenza, il sopravvento del più forte sul più debole, legge universale della vita, la quale muoverebbe individui e Stati alla ricerca dell'inimicus. La p. conseguentemente non sarebbe altro se non un periodo di riposo tra un conflitto e l'altro, durante il quale si raccoglierebbero le forze per un nuovo assalto. Questa è la legge della iungla applicata all'uomo, contro la quale si solleva l'istinto di solidarietà, che lo inclina a vedere nel suo simile un compagno cui voler bene e da aiutare. La stessa guerra, come insegna va s. Agostino, ha come scopo ultimo la p., con la punizione dei malvagi e le restaurazione del diritto.
Lasciando da parte le sue facili apologie, è opportuno premettere una questione, la cui soluzione è necessaria all'integrazione della dottrina cattolica sulla guerra giusta. Le stipulazioni di p. mettono fine allo stato di belligeranza tra le nazioni e segnano l'inizio delle relazioni ordinarie, nelle quali torna ad aver vigore il diritto comune. Importa a tale riguardo determinare le condizioni della loro moralità e validità.
I cultori di diritto internazionale si trovano concordi nel sostenere la validità giuridica delle stipulazioni di p., considerandole quali negozi bilaterali, produttori di rapporti stabili, nonostante la presenza di una coazione esterna, la quale nel diritto interno suole essere ritenuta causa sufficente a viziare il consenso. Tuttavia nel determinare i motivi, sui quali si appoggerebbe l'affermato valore giuridico delle stipulazioni di p., si dividono in triplice corrente. La prima attribuisce ad esse un valore incondizionato, fondandosi sul rilievo che la guerra nell'ordinamento internazionale è sempre un procedimento lecito; da ciò deduce che anche la sua fase risolutiva con le stipulazioni di p., è sempre e fuori di ogni
condizione un negozio giuridico valido a tutti gli effetti. La seconda esclude il loro carattere contrattuale, concependole come una legge dettata dal vincitore al vinto, e ne appoggia la validità incondizionata sull'influsso della forza vittoriosa, che muterebbe una situazione di fatto in una situazione di diritto. La terza ammette soltanto una validità condizionata, cosi dalle cause che hanno condotto all'apertura delle ostilità belliche, come dal contenuto stesso delle stipulazioni.
Punto di partenza per una valutazione obiettiva delle stipulazioni di p. è la distinzione tra guerra giusta e ingiusta. Supponendo quanto fu già esposto alla voce guerra, se ne possono dedurre qui le conseguenze. Se la guerra, come forza fisica, deve sottostare al diritto e servire di sostegno alla giustizia, perché possa essere considerata lecita, la vittoria, che ne è l'esito favorevole, secondo che giustamente avverte il Le Fur (Guerre juste et juste paix, Parigi 1920), non genera per se stessa nessun diritto speciale, ma suppone già esistente il diritto, al cui appoggio venne iniziata. Quello che suole essere chiamato il diritto del vincitore deve conseguentemente venire inteso in modo proprio. Esso non significa, né può significare, che lo Stato vittorioso ha la facoltà d'imporre al vinto le condizioni di p., che possono essere suggerite dal proprio interesse egoistico. Il diritto del vincitore si identifica, invece, con quel medesimo diritto, per la cui difesa o rivendicazione impugnò le armi, indubbiamente non più nella sua purità originaria, perché accresciuto e dilatato dall'offesa nemica e dai danni sofferti nella compagna. Ne segue quindi che il titolo, in virtù del quale il vincitore acquista la facoltà d'imporre condizioni alla parte vinta, non è propriamente la vittoria, puro fatto, ma il diritto che egli eventualmente possedeva all'inizio delle ostilità.
Come, dunque, vi può essere una guerra giusta o ingiusta, cosi possono darsi imposizioni di p. giuste o ingiuste, morali o immorali, secondo che si appoggiano sopra un titolo giuridico o ne sono prive. Se la causa, che ha condotto il belligerante vittorioso all'apertura delle ostilità, era giusta, giusta anche diventa radicalmente l'imposizione di condizioni di p.: se, invece, la causa era ingiusta anche queste saranno ingiuste. E da notare, tuttavia, che, nella supposizione della guerra giusta, la facoltà del vincitore rimane sempre ben delimitata dal diritto, che è riuscito a far trionfare, di modo che il contenuto delle imposizioni deve in ogni caso corrispondere alle esigenze ugualitarie della giustizia, ossia all'ampiezza del diritto originario, che giustificò l'intervento armato, con quel più di danno sofferto nelle ostilità.
Annessi questi principi, rimane da determinare in modo più particolare quali condizioni di p. può lecitamente imporre al vinto il vincitore di una guerra giusta. Il criterio, dal quale gli autori cattolici hanno ricavato le loro conclusioni, è triplice. Il primo è derivato dalla giustizia commutativa, il secondo dalla giustizia punitiva o repressiva, il terzo si richiama allo scopo della guerra, che, essendo diretta alla conquista della p., mediante il trionfo del diritto ingiustamente violato e il ristabilimento dell'ordine, deve assicurarla quanto più a lungo possibile.
Dalla norma suprema della giustizia commutativa, unicuique suum tribuere, deriva, innanzi tutto, la facoltà del vincitore di esigere dal vinto in guerra giusta la restituzione del suo, la restaurazione totale di quel diritto, per la cui tutela o rivendicazione gli fu lecito ricorrere alle armi. La vittoria, sebbene da se stessa, come prevalenza della forza, non generi alcun diritto, permette al vincitore di conseguire il proprio scopo, facendo valere nella sua pienezza il diritto già esistente prima dell'inizio delle ostilità. Resta, dunque, in sua facoltà prendere possesso di quanto gli è dovuto. Dal medesimo principio si
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deduce anche un'eguale facoltà di domandare al vinto un certo ammontare di contribuzioni, che, in linea astratta, eguaglino i danni sofferti per la rivendicazione del proprio diritto, in modo da estinguere il nuovo debito contratto verso di lui dall'avversario con la sua illecita resistenza (v. BIPARAZIONI).
Il carattere punitivo della guerra giusta, in virtù del quale il belligerante ha la facoltà di esercitare la giustizia repressiva sull'avversario, rende legittima l'imposizione di sanzioni proporzionate al delitto commesso. Tra le condizioni di p. non sono dunque da annoverarsi solamente la restituzione e la riparazione, ma altresi un soprappiù di pena quale castigo. Per chi accetta i principi, la conseguenza è legittima; ma essa conferisce alla p. il colorito di un'azione repressiva, la quale viene a colpire sensibilmente la psicologia dei popoli vinti. Senza pertanto negare la sua logicità, è più opportuno, ai fini di un totale e reale ritorno alle condizioni ordinarie, che il vincitore si astenga dall'uso di questa facoltà, conglobando quel tanto che potrebbe imporre al vinto a titolo di san