t, Berlino 1922; Chr. Lange, Hist. de la doctrine pacifique, in Rec. des cours de l'Ac. de droit intera., 13 (1926, 11), pp. 173-426; J. Moor, Zum ewigen Frieden, Lipsia 1930; G. Volpe, P. e storia, Roma 1934.
Antonio Messineo
PACIO e GIOVANNI da Firenze. - Scultori fiorentini, che si trovano attivi a Napoli, nel 1343, intenti al mausoleo di Roberto I d'Angiò il Savio, nella chiesa di S. Chiara.
Il mausoleo, di impareggiabile solennità, consta di un ampio padiglione gotico, poggiato su pilastri a fascio, divisi da anelli poligonali, dove tra pilastrini e cuspidine sta tutta una serie di patriarchi, profeti e santi. L'urna, poggiata su pilastri, cui sono addossate le statue di sei
Virtù, reca di fronte e ai lati figure del Re e dei suoi familiari; su di essa, entro la camera mortuaria, di cui due angeli tengono sollevate le cortine, sta la statua giacente del Re, vestito del saio francescano, e vigilata dalle 7 Arti del trivio e del quadrivio. Al di sopra, sotto il padiglione, il Re, seduto in faldistorio, riflettente in volto la maschera mortuaria, con figure affrescate di prelati e di baroni, più in alto ancora la Vergine con s. Francesco e s. Chiara, e ai piedi di questa il Re.
L'insieme grandioso segue il tipo fissato da Tino di Camaino, arricchito, però, plasticamente, secondo la maniera di Nino Pisano.
A P. e G. si deve pure l'arca di Ludovico da Durazzo, nella stessa chiesa, e probabilmente l'antico altare della chiesa di S. Chiara; mentre non sono opera loro i rilievi della leggenda di s. Caterina.
Bibl.: Venturi.IV. pp. 304-12; ThiemeBecker, XIV, pp. 117 118 (con bibl.).
PACIOLI, LUCA. - Francescano, matematico, n. a Borgo S. Sepolcro tra il 1445 e il 1450 , m. a Roma dopo il 1514. Ebbe vita molto movimentata: giovanissimo è a Venezia, istruttore dei figli d'un ricco mercante per i quali scrive un suo primo trattatello di algebra, ca. il 1470 . Nello stesso anno è a Roma accanto a Leon Battista Alberti; poco dopo, forse in patria, prende l'abito francescano. Dal 1475 fu professore di matematica a Perugia, dove compose un trattato che è forse quello contenuto nel cod. Vat. 3129. Nel 148 r è a Zara, poi nuovamente a Perugia, a Napoli, a Roma. Nel 1494 a Venezia pubblica l'opera sua capitale: Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalità, forse di poca originalità, ma di grande importanza nella storia della matematica, perché è il primo trattato del genere dato alla stampa, servendo assai alla divulgazione della scienza.
Opera assai interessante fu la Divina proportione, composta nel 1496, illustrata da Leonardo da Vinci, suo amico, con cui fu in relazione particolarmente da quell'anno, da quando cioè Ludovico il Moro l'aveva chiamato a Milano per l'insegnamento istituendo per lui la cattedra di matematica. Alla caduta del Moro, vagò qualche tempo con Leonardo: fu a Firenze, poi insegnò a Pisa (1500), a Bologna (1501-1502), nuovamente a Firenze (1502-1503) e nel 1508 spiegava Euclide a Venezia. Per un Libellus corporum regularium fu accusato di plagio, come usurpato all'amico Piero della Francesca, che del P. dipinse un magnifico ritratto, scomparso dopo aver servito da modello all'altro che ci resta, attribuito a Jacopo de' Barbari (Pinacoteca di Napoli: v. riprod. alla voce matematica, vol. VIII, coll. 341-42).
Bibl.: P. Cassoli, Scritti inediti, a cura di B. Boncompagni, Roma 1897 (elogio di fra L. P.: estratto della Summa di fra' L. P.); E. Narducci, Intorno a due edizioni della Summa de arithmetica di fra' L. P., Roma 1863; V. Vianello, L. P. nella storia della ragioneria, Messina 1896; G. Mancini, L'opera De corporibus regularibus di Pietro Franceschi, detto Della Francesca, usurpata da fra'L. P., in Memorie della classe di sr. mor. e fil. della R. Arcad. dei Lincei, $2^{\circ}$ serie. 14 (1915), pp. 446-77; A. Agostini, Il De viribus quantitatis di L. P., in Period. di matematica, 4 (1924),
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pp. 163-92; I. Ricci, Pra L. P. L'uomo e lo scienziato, Sansepolcro 1940; R. E. Taylor, No royal road L. P. and his times, Chapell Hill 1942.
Alberto Ghinato
PACOMIO, santo. - I. Vita. - Istitutore del cenobitismo, n. nella Tebaide Superiore da genitori pagani verso il 290-92. Soldato ad Esneh, vi conobbe i cristiani e risolse di imitarli. Licenziato poco appresso, si diresse verso il sud, fermandosi a Senesit per eseguire il suo proposito. Qui prese alloggio in un piccolo tempio abbandonato, chiamato dagli antichi tempio di Serapide. Intanto veniva istruendosi nelle verità della fede, ricevendo, poco dopo, il Battesimo; e proprio la notte appresso avrebbe avuto una visione, che gli svelava la sua futura missione.
Cominciò a condurre vita ritirata, di preghiera e di carità, ma avvedutosi presto che nel villaggio non poteva condurre vita solitaria, risolse di abbracciare la vita anacoretica, andandosi a mettere sotto la direzione di un monaco famoso in quei dintorni, di nome Palamone. Questi dirigeva una colonia di anacoreti, ai quali imponeva il suo genere di vita : digiuno quotidiano nella estate, a giorni alternati nell'inverno; mangiare solo pane e sale e un po' di legumi, niente olio o vino; far lavori manuali, dandone il ricavato ai poveri; passare la metà od anche l'intera notte in preghiera. P. visse alcuni anni nell'intimità di Palamone ed ebbe tutto l'agio di osservare le deficenze della vita anacoretica non soggetta ad una vera regola e all'obbedienza stretta ad un superiore. Si maturò così in P. la persuasione che per essere d'aiuto ad un più grande numero di anime bisognava introdurre la vita comune, in un monastero, sotto la dipendenza diretta di un superiore.
Per attuare il suo disegno si separò da Palamone andando a stabilirsi a Tabennisi, villaggio abbandonato situato sulla riva destra del Nilo. Poco appresso cominciò a costruire un monastero attorniato da una cinta per ricevere altri monaci, ma sembra che le prime esperienze non siano state lusinghiere, poiché non riusci a sottomettere alla vita comune i primi venuti. Presto però vennero altri disposti ad accettare il genere di vita stabilito e poi altri ancora, sicché in breve tempo il monastero di Tabennisi radunò un centinaio di monaci. Fu questo il momento che P. impose la sua Regola e fece la distribuzione degli uffici e dei lavori e costruì nel monastero una chiesa.
Non bastando più Tabennisi all'afflusso delle nuove reclute, P. fondò poco discosto un nuovo monastero a Pebù. Sinora la famiglia di P. si era accresciuta in modo normale con l'accogliere singoli individui. Ma ora si incrementa per accessione di intere colonie di asceti che abbracciavano la nuova istituzione, sottometendosi all'obbedienza di P. e alla sua Regola. Primo fu un gruppo di asceti di Senesit; P. vi portò alcuni monaci dei primi monasteri e vi ordinò la vita come in essi; seguì un'altra colonia vivente a poca distanza dalla prima, ma sulla riva opposta del Nilo, a Temusson; indi un terzo gruppo di anacoreti, viventi a Theblu sotto la direzione di Petronio. Quest'ultima conquista aveva un significato particolare, in quanto col dono che Petronio fece alla Congregazione di tutti i possedimenti della sua famiglia si accrebbero di molto le risorse materiali di P . I cinque monasteri erano situati relativamente vicini l'uno all'altro. Presto ne sorsero altri più distanti : tre al nord intorno a Panopolis (Ahmim), il primo dietro richiesta del vescovo del luogo, Ario, gli altri due, di Schedulnă e di Tescinè, per iniziativa di P.; uno a sud, a Phersum.
Prescindendo dalla espansione verificatasi appresso, la Congregazione contava durante la vita di P. nove monasteri di uomini e due di donne. E tale susseguirsi di fondazioni si realizzò nel breve spazio di ca. 25 anni, tra il 320 e il 346 . Mentre si effettuava tale espansione, P. trasporto, per comodità di governo, la sede centrale da Ta-
bennisi a Pebù, dove in seguito risiederà il superiore generale e l'economo generale, e dove avranno luogo le riunioni generali della Congregazione. E fu poco dopo una di queste riunioni, quella della Pasqua del 346, che a Pebù, scoppiò la peste ed in breve minè più di cento vittime, la più illustre delle quali fu proprio P., m. il 9 maggio 346 , dopo quaranta giorni di atroci sofferenze e dopo aver designato come suo successore Petronio, che però fu due mesi appresso rapito dalla peste. Gli successe Orsiesi, che, per scongiurare uno scisma, affidò il governo al discepolo prediletto di P., Teodoro, riurandosi nel frattempo a Senesit, per tornare a governare da solo dopo la morte di Teodoro (27 apr. 368).
II. Organizzazione. - L'istituzione pacomiana rappresenta un progresso, meglio il termine logico cui tendevano le varie forme di vita monastica quali si praticavano in Egitto ai suoi tempi. Dalla primitiva forma eremitica si era passati a quella anacoretica col raggrupparsi, intorno ai più famosi eremiti, di discepoli che compiono qualche atto in comune, abitano però ancora in celle separate e conservano la propria libertà di azione. Spetta a P. l'avere introdotto la vita comune, dentro un monastero, sotto la direzione d'un superiore, secondo un corpo di norme regolanti l'intera vita dei monaci. E la forma di vita religiosa che si è poi affermata e viga tuttora nella Chiesa.
1) P. è il primo che abbia scritto una regola. Questa si conserva intera nella versione latina che nel 404 ne fece s. Girolamo da un esemplare greco, che a sua volta proveniva dall'originale copto, dietro richiesta e per comodità d'un gruppo di latini di Canopo che non comprendevano né il greco né il copto. L'autenticità della traduzione geronimiana, in 194 articoli, è ora confermata dalla scoperta di frammenti copti rispondenti appieno alla versione latina. Con ciò è anche risolta la questione intorno alla recensione breve : essa è solo un estratto della Regola originale. Non che P. abbia composto sin dall'inizio e in una volta la sua Regola. Piuttosto si è andata completando man mano che le circostanze mostravano le necessita di nuove prescrizioni. Da questa Regola e da indicazioni sparse nelle Vite di P. si può delineare l'organizzazione del cenobitismo pacomiano.
2) Esso è una vera congregazione religiosa. A capo di tutti i monaci sparsi nei vari monasteri stava il superiore generale, con sede dapprima a Tabennisi, poi a Pebù. Il generale aveva la massima autorità su tutti i monasteri, su tutti i superiori che nominava direttamente e su tutti i monaci. Manteneva l'unità della famiglia dispersa visitando regolarmente i vari monasteri e mantenendo frequente commercio epistolare coi vari superiori. Per mantenere in tutti la coscienza di essere membri di un corpo, due volte l'anno, a Pasqua e in sg., li radunava tutti intorno a sé, a Pebù. In questa riunione i fratelli si edificavano a vicenda ed ascoltavano le esortazioni del padre, e questi regolava il buon andamento della comunità, confermava o cambiava i superiori dei monasteri e i prepositi delle case. La prima riunione aveva per scopo principale la celebrazione delle feste pasquali; la seconda invece l'amministrazione temporale - a Pebù risiedeva anche l'economo generale che pensava all'acquisto delle cose necessarie a tutti i conventi e alla vendita dei prodotti del lavoro dei monaci - e il ristabilimento della fraterna carità col perdono che i monaci si concedevano per i torti che potessero essersi fatti.
3) I monasteri erano attorniati da una cinta muraria, dentro le quale sorgevano varie costruzioni : le case di abitazione dei monaci (ogni monastero si divideva in varie "domus", sino a quaranta, ciascuna con $20-40$ monaci aventi ognuno la propria colla); chiesa, refettorio, cucina, dispensa, guardaroba, infermeria, biblioteca, varie officine, luogo di riunione per l'intera comunità. Ogni monastero aveva il suo superiore, nominato dal generale, assistito da un secondo. Anche le singole case del monastero avevano il proprio preposito con il secondo. Ogni tre-quattro case formavano una tribù. I
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(fat. Alinari)

(fat. Alinari)

(fat. Minari)

(fat. Minari)
In alto a sinistra: PACE IN ARGENTO ORNATA DI PERLE. Arte francese sec. xiv - Parigi, Museo del Louvre. In alto a destra: PACE IN ARGENTO E NIELLO, con l'Incoronazione della Vergine. Opera di M. Finiguerra (r452) - Firenze, Museo nazionale. In basso a sinistra: PACE DI SIENA. Particolare rappresentante la Vergine (1464) - Arezzo, Duomo. In basso a destra: PACE IN METALLO (sec. xvI) - Venezia, basilica di s. Marco, Tesoro.
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(Int. Norburg)
In alto a sinistra: LA TORRE DEL DUOMO (sec. xit) di Soest (diocesi di P.) accanto alla chiesa di S. Nicola. In alto a destra: FINESTRONE GOTICO del duomo di Minden (1275), diocesi di P. In basso a sinistra: INTERNO DEL DUOMO DI PADERBORN (1267). In basso a destra: INTERNO DEL DUOMO di Minden ( 1275 con restauri posteriori).
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monaci erano assegnati all'una o all'altra casa a seconda del mestiere esercitato, non già, come attesta Palladio, a seconda del diverso carattere, ed avevano il proprio grado dipendentemente dall'ansianità di professione.
Il vestito dei monaci consisteva in una tonaca di lino senza moniche, stretta ai reni da una cinghia. Una pelle di capra concorta scendeva dalle spalle alle ginocchia, e sopra di essa avevano una corta cocolla portante un cappuccio, sul quale era il segno del monastero e della casa cui ciascuno apparteneva.
4) La vita spirituale porta l'impronta della preoccupazione di P. di renderla possibile e facile anche agli incipienti, ed ha per nota caratteristica la moderazione. Per le pratiche di pietà, erano prescritte cinque riunioni al giorno: al mattino verso l'aurora, a mezzogiorno e a sera prima del pasto comune, prima di andare a riposo nelle singole case, con sei preghiere ed alcuni salini, quindi verso mezzanotte assemblea generale. Questa era generalmente presieduta dal superiore e constava di tre parti : salinodia, lezioni dalla S. Scrittura ed alcune preghiere. Per la celebrazione dell'Eucaristia, dapprima il sabato si recavano alla chiesa del villaggio e la domenica venivano i preti del villaggio a celebrare nella chiesa del monastero, poi, quando si ebbero preti tra i monaci, si sarà celebrato ambedue i giorni nella propria chiesa. Non consta se si celebrasse la Messa negli altri giorni. Il progresso spirituale era fomentato da istruzioni trivettimanali del superiore del monastero e bisettimanali dei prepositi delle case per i loro sudditi. A ciò si aggiungevano frequenti collazioni spirituali, frequenti colloqui del superiore con i singoli, esortazioni occasionali, lo studio a tutti imposto della S. Scrittura, per il che P. esigeva che tutti imparassero a leggere. La stessa moderazione appare negli esercizi ascetici: a tutti imposto il digiuno il mercoledì e il venerdí, mentre negli altri giorni venivano apprestati due pasti frugali sì, a base di pane, legumi, frutta, formaggio, ma sufficienti e tali da permettere ai monaci di mortificarsi volontariamente in qualche cosa. P. permetteva ad alcuni mortificazioni speciali ed anche digiuni, tali però che non impedissero loro di attendere al proprio ufficio, giacché egli aveva in tutto presenti le esigenze della vita comune.
5) Tutti i monaci, cominciando dal superiore, dovevano attendere al lavoro manuale, che al principio consisteva in tesser corde, stuoie e canestri coi giunchi del Nilo e le foglie di palma; poi nel successivo sviluppo fossero tutte quelle professioni indispensabili sia per la vita di un grande organismo, sia per procurarsi col ricavato le risorse necessarie al mantenimento di tanti monaci. Grande sviluppo prese pure col tempo la coltura dei campi fuori del monastero, e al tempo del raccolto numerosi gruppi di monaci si disperdevano nei dintorni offrendo il loro lavoro in cambio di una determinata quantità di derrate. Per tutti questi lavori, sia all'interno sia all'esterno del monastero, dettò P. regole precise e sapienti, che però non sempre si osservavano, specie all'esterno.
6) La Regola rivela inoltre, sotto molti aspetti, il genio organizzativo di P.; lo spirito di moderazione e di sano equilibrio che caratterizza tutta la sua istituzione, non è contraddetto dalla minusiosità delle prescrizioni, dalla regolamentazione di tutti gli atti da compiersi, dall'elaborazione d'un completo codice penale; giacché tutto ciò, oltre ad esser necessario per impiantare una vita di comunità, corrispondeva pienamente all'indole degli Egiziani di quel tempo.
7) E difficile tentare una statistica, sia pure approssimativa, dei monaci pacomiani; Cassiano e la prima recensione etiopica della Regola di P. compurano i monaci intorno ai 5000 , Palladio a ca. 7000 , s. Girolamo, invece, nel prologo della versione latina della Regola li fa salire a più di 30.000 , cifra che vale per la fine del sec. iv e l'inizio del v. In genere gli storici ritengono quest'ultimo numero oltremodo esagerato. Se però si considera che il monachesimo pacomiano oltre che un moto ascetico-spirituale rappresentava anche un vero moto sociale, esso dovrebbe essere molto vicino al vero, pur ammettendo un considerevole incremento dopo la morte di P .
8) Fu tutto oro di pura lega nei monasteri paco-
miani? La risposta è differente a seconda che si interroghino le Vite greche o quelle copte. Le prime presentano un quadro quanto mai luminoso con appena qualche noo e riducono le mancanze dei monaci a ben poca cosa; le seconde invece, pur convenendo con le prime quanto alla sostanza e alla figura del protagonista, riferiscono più frequenti e più gravi intuizioni alle regole, anzi trascorsi gravi anche in materia delicata. E questo il quadro che meglio sembra corrispondere alla realtà. Il che tuttavia nulla detras al merito grandissimo di P.
Bim.: fonti: oltre le brevi notizie fornite da Palladio, Historia Lausiaca, cap. 32 (ed. Butler, pp. 87-97) e da Sozomeno, Hist. eccl., III, 14: PG 67, 1069, rimangono parecchie Vite di P. in copto, greco, arabo, siríaco; inoltre la Regola di P. nella traduzione latina di s. Girolamo, in alcuni estratti greci e frammenti copti, 11 Epist. di P., 1 Epist. di Teodoro e il Toccamento spirituale di Orsiesi, sempre nella versione di s. Girolamo, infine i Paraliponema e l'Epistola Ammonis in greco. - Quanto alle Vite di P., l'edizione di quelle greche fu curata da F. Halkin, S. Pachomii vitae graecae, Bruxelles 1932; l'edizione di quelle copte da L. Th. Lefort, S. Pachomii vita bohairice scripta, e S. P. vitae sahidice scriptae (Corp. Ser. Chr. Orient.: Script. Capt., 3* serie, 7 e 8), Parigi 1923-34. Di queste vite copte e di altri frammenti editi in Mosèon, 49 (1938), pp. 419-30 ha poi il Lefort pubblicato anche la traduzione francese, Les vies captes de st Pachôme et de ses premiers successurs (Bibliothèque du Muséon, 165, Lovanio 1943; l'edizione di una Vita in arabo con traduzione francese fu curata da E.-C. Amelincau, Histoire de st Pachôone et de ses communautés (Annales du Musée Guimet, 17), Parigi 1889; il p. P. Peeters stava preparando l'edizione di tutti i documenti pacomiani arabi che manca tuttora; l'edizione di una Vita siríaca fu curata da P. Bodjan, in Acta Maergrum et Sancturom. V, Parigi 1894. Gli studi del Lefort e dell'Halkin hanno accertato che il primato spetta alla tradizione copta, mentre le vite greche sono compilazioni che non raggiungereano la tradizione primitiva, quello arabo sono versioni dal se'idico, quella siríaca dal greco. Quanto alla Regola, l'edizione di B. Albers, S. Pachomii obbatis Tabennensis regulae monasticae, Bonn 1923, è superata da quella di A. Boon, Pachamiana latina, Règle et Epleres de st Pachôme, Epître de st Théodore et "Libre" de s. Orsiesius, Lovanio 1932. - Studi : Tillemont, VII, pp. 167-232, 674-92; E.-C. Amelincau, oltre l'opera sopra citata, Etude historique sur st Pa bhôme, Cairo 1887; id., Monument pour servir à l'histoire de l'Egypte chrétienne, Parigi 1888-92; P. Ladeuze, Etude sur le rénobitisme pabhômien pendant le IVe siècle et la première moitié du Ve, Lovanio 1888; G. Grützmacher, Pachomine und das älteste Kloaterleben, Friburgo in Br. 1896; St. Schiviora, Das morgenländische Mönchtum, I, Magonza 1904, p. 119 sgg.; H. Leclercq, Conobitisme, in DACL, II, coll. 3091-98; id., Monachisme, ibid., XI, coll. 1807-17; id., s. v. ibid., XIII, coll. 409-510.
Vincenzo Monachino
PADELOUP (PAsdeloup). - Famiglia di legatori francesi vissuti fra i secc. XVII-XVIII, di cui si ricordano almeno 12 membri operanti fra gli anni 1633-1770. Emerge fra essi ANTOINE-MICHEL e le jeune" ( $1685-1758$ ), dal 1712 capo della bottega.
Ebbe ai suoi tempi larghissima fama, fu "relieur du Roy" (Luigi XV) e di numerosi bibliofili fra cui il conte Henry d'Haym, ambasciatore di Sassonia a Parigi.
Le legature P. discendono per molti aspetti dalle «Grolier» (v.) con maggiore sovrabbondanza di applicazioni ornamentali ottenuta con la lavorazione a piccoli ferri nel tipo detto "à la destelle», del quale A.-M. P. è ritenuto l'iniziatore. Successivamente passò al tipo detto "a mosaico " o "a ripetizione ", con scomparsi regolari ripetentisi, formati da filetti lineari e curvi di vario disegno e colorazione ottenuti applicando sui piatti liste sottilissime di pelli di vario colore, specie di minuzioso lavoro d'intarsio ricco di effetto.
Bin.: E. Thoiman, Les relieurs franfais, Parigi 1893; E. Dacier, Sur un groupe de reliures des premières années de Louis XV, in Réblo, 8 (1929), pp. 142-49; H. Fürstenberg, Das französische Buch im 16. Bahrh., Weimar 1929, p. 169 sgg.; E. Deville, La reliure francaise, II: Le XVIIP et le XIXV siècle, Parigi 1931; M. J. Husung, P. des Jüngers (1083-1738), in Archiv für Buchbinderei, 31 (1931), pp. 20-31.
Giannetto Avanzi
PADERBORN, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi nella Germania. Ha una superfice di 39.228 kmq . con una popolazione di $9.382 .323 \mathrm{ab}$. dei quali 2.345 .344 cattolici, distribuiti in 605 parrocchie, servite da 1454 sacerdoti diocesani e 464 regolari; conta
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(fol. Eshiz)
Paderborn, arcidiocesi di - Piazza del mercato e Duomo.
34 comunità religiose maschili e 501 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 307).
La fondazione della Chiesa di P. risale all'anno 772, allorché Carlomagno fece distruggere la colonna di Irmes (Irmenssäule) ed il cristianesimo fu portato nei dintorni di P. dal santo abate Sturmi. La fondazione ebbe luogo durante il Sinodo di Maifeld nel 777. Il territorio di P. dipendeva allora dalla diocesi di Würzburg. Il primo vescovo di P. è s. Hathumar (775-815) di nobile stirpe sassone. Egli costruì la cattedrale di S. Maria e S. Kilian. Il territorio della diocesi fu circoscritto dal Sinodo di Salz (804) e confinava con le diocesi di Magonza, Colonia, Osnabrück e Hildesheim. All'est essa sorpassava la Weser, al sud la Diemel ed era suffraganea dell'arcidiocesi di Magonza. Se la diocesi di P. nella storia della Germania non ebbe compiti speciali, essa, però, ha visto spesso, dentro le sue mura, re ed imperatori, carolingi, sassoni e franchi. D'importanza storica è l'incontro del papa Leone III con Carlomagno nel Natale del 790 .
S. Baduardo (815-52) finì la Cattedrale e ne fondò il collegio per il clero, istituendovi la vita comune. Nell'856 egli ottenne da Ludovico il Pio il corpo di s. Liborio, vescovo di Le Mans, diventato il principale patrono. Durante il suo governo furono fondate le badie di Corvey e di Herford; insieme con i monasteri di Boddeken, NeuenHerse e Geseke, esse contribuirono per la conversione al cristianesimo della regione. Enrico II di Werl (ro901127) consacrò sugli "Externsteine" (luogo sacro pagano) una cappella cristiana. Amico di s. Bernardo di Chiaravalle fu Bernardo I di Oesede (1127-60). Costui fondò il monastero dei Cistercensi di Hardehausen, e ottenne, durante un suo viaggio a Roma, da Innocenzo II, il permesso di usare il cosiddetto "razionale" che portano gli arcivescovi di P. ancora oggi. Ritornato nella sua sede trovò distrutta da un incendio gran parte della Cattedrale. La ricostruzione da lui ordinata fu fatta secondo i disegni del duomo di Poitiers e divenne il più importante monumento di tutta la Vestfalia. La storia della diocesi nel sec. xiri è piena di guerriglie con la vicina arcidiocesi di Colonia, il cui arciv. Dietrich von Mörs (m. nel 1463) uni le due diocesi (1429-44), chiedendone l'approvazione a Martino V, ma il Capitolo del Duomo, che aveva grande ingerenza nell'amministrazione della diocesi, riuscì ad impedire che tale unione si rendesse effettiva. Sotto Erich von Braunschweig (1508-32) la dottrina protestante entrò nella diocesi di P. e si estese, nonostante lo zelo apostolico del vescovo Giovanni di Hoya (1568-74). Nel 1580 il Capitolo chiamò i Gesuiti, un anno dopo che il vescovo Enrico di Lauenburg ( $1577-85$ ) aveva aderito alla "Confessione di Augusta ". Seguì Teodoro di Fürstenberg ( $1585-1618$ ), uno dei più celebri vescovi della diocesi, fondatore di una biblioteca e di un seminario che portano il suo nome. Durante il congresso per
la Pace di Vestfalia (1648), il Langravio di Assia, luterano, tentò di far secolarizzare e di annettersi la diocesi di P. Ma vi si opposero Luigi XIV ed anche la diocesi di Le Mans, che si considerava quasi turrice di P. per via del suo Patrono s. Liborio. La bolla De salute animarum del 16 luglio 1821 ingrandì la diocesi di P. con l'annessione delle diocesi di Corvey, Magdeburgo, Halberstadt, Merseburgo, parte di Naumburg, Colonia, Magonza, Osnabrück, Minden, Verden, Havelberg e Brandeburgo. Dopo Breslavia P. diventò la più grande diocesi della Germania. Alla diocesi di P., nel 1851, fu sottoposto il Ducato di Gotha e nel 1868 il vicariato apostolico di Anhalt, il quale nel 1921 venne incorporato nella stessa diocesi, e nel 1869 i Principati di Schwarzburg-Rudolstadt e Sonderhausen. Il papa Pio XI con la cost. apost. Pectoralis officii del 13 ag. 1930 elevo ad arcidiocesi la diocesi di P. dandole come suffraganee Fulda e Hildesheim. I vescovi di questo periodo furono Friedrich Clement von Ledebur (18251841), R. Dammers (1841-44), F. Drepper (1845-55), K. Martin (1856-79), F. C. Drobe (1882-91), H. Simar (1891-1900), W. Schneider (1900-1909), K. J. Schulte (1910-20), C. Klein (1920-40) e dal 1940 ad oggi Lorenzo Jäger. - Vedi tav. XXXIV.
Bial.: G. J. Bessen, Geschichte des Bistums P., 2 voll., Paderborn 1820; S. A. Ch. Holwher, Die altere Diogene P., ivi 1866; J. Freisen, Die Universität, ivi 1868; J. Ohlberger, Gesch. des Paderbener Domkapitels im M. A., ivi 1911; J. Schäfert, Gesch. des bischäßl. Priesterseminars, 2 voll., ivi 1927; AAN, 73 (1931), pp. 34-41; A. Herte, s. v. in DThK, VII, coll. 866-70; Cottincau, II, col. 2166 .
Bruno Wüstenberg
PADILLA, JUAN de. - Poeta spagnolo, n. a Si-

(fol. Theo Gockel)
Paderborn, arcidiocesi di - Cassa reliquisrio di s. Liborio (sec. xvir), preceduta dalla ruota del pavone, simbolo del Santo dal sec. xviri.
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(fot. Ene. Celt.)
Padova, diocesi di - P. e il suo leggendarin fondatore Antenore. Miniatura della Cronaca del Villani - Biblioteca Vaticana, cod. Chigi, L. VIII, 296, c. $2^{2}$ (sec. xiv).
viglia nel 1468 , m. probabilmente nel 1522 . Professò nella patria certosa di S. Maria de las Cuevas; donde l'epiteto di «el Cartujo ", con cui P. è anche conosciuto.
Il suo poema Retablo sobre la vida de Nuestro Redentor Tesucristo (Siviglia 1516) è stato accostato alle coeve espressioni spagnole della pittura e della scultura. L'altro: Los doce triunfos de los doce Apóstoles (ivi 1521) si muove sulla scia della Commedia di Dante ( $P$. sopportenne alla scuola allegorico-dantesca sorta in Spagna per opera di Francisco Imperial), dei Trionfi del Petrarca e del Laberinto di J. de Mena; torbidezza di fantasia e delicatezza di sentimento, aspirazioni classiche e fondamentale spirito medievale vi coesistono stranamente, dominati da tre temi essenziali : timore della morte, sgomento dell'inferno, nostalgia dell'infanzia. Perduto è il giovanile poema Laberinto del Marqués de Cádiz, sulla conquista di Granada.
Bibl.: ed. dei due poemi a cura di R. Foulehé-Delbosc in Nuevo bibl. de ant. esp., XIX. Madrid 1912. Studi: B. Sansiventi, I primi influssi di Dante, del Petrarco e del Boccaccio sulla letteratura spagnola, Milano 1902, p. 224 sgg.; A. Farinelli, Dante in Spagna nell'età media, in Giorn. st. lett. it., 1905, suppl. n. 8, pp. 1+105; A. Valbuena-Prat, Historia de la literatura española, I. Barcelona 1946, p. 347 sgg.
Enzo Navarra
PADOVA, diocesi di. - Città e diocesi del Veneto, suffraganea del patriarcato di Venezia. Ha una superfice di 2929 kmq . con una popolazione di 839.024 ab. dei quali 837.015 cattolici; conta 406 parrocchie servite da 916 sacerdoti diocesani e 190 regolari; 30 comunità religiose maschili e 328 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 302).
Città bagnata dal Brenta e dal Bacchiglione e dai canali intersecantisi che dànno feracità al suolo e, nel passato specialmente, facilità di comunicazioni e difesa. Secondo la leggenda l'avrebbero fondata i Veneti Illirici sotto la guida di Antenore dopo distrutta Troia; in ogni modo non si può negare la sua grande antichità. Gli Illirici sottomisero gli Euganei, costretti a riparare fra i monti, e portarono la città a ricchezza grazie al commercio sull'Adriatico, tanto che Mela poté annoverare P. fra le urbes opulentissimae; aiutò Roma nella lotta contro i Celti e nel 49 a. C. divenne municipio, ascritto alla tribù Fabia. Il suo territorio che ad oriente raggiungeva il mare si protendeva alle colline di Este (Montes Euganei), al Monte Venda (territorio di Lonigo e Teolo), al territorio di Vicenza (sino a dieci miglia); incerit sono i confini verso Altino. Nel 69 d. C. appare ancora nel suo splendore, ma poi per due secoli si trova appena nominata. Di monumenti classici, oltre numerose iscrizioni, restano soltanto i ruderi dell'Arena (Pauly-Wissowa, XVIII, iv, col. 2114 sgg.). Spetta a P. la gloria di avere dato a Roma il suo più grande storico, Tito Livio.
La storia del cristianesimo a P. si apre con la martire a. Giustina, venerata il 7 ott. e sepolta nell'immediato suburbio della città; fu onorata sino dall'antichità, ma la Passin che la riguarda non è attendibile; come nulla si può ricavare dalla leggenda di a. Prosdocimo (v.), che sarebbe stato il primo vescovo di P. Il primo vescovo sicuro è un Crispino ricordato da s. Atanasio nel 356 come operante ancor prima del 345 . Venanzio Fortunato (MGH, Script. antiquisc., IV, 1, p. 369) ricorda a P. l'amico Giovanni che con i suoi figli si dilettava di poesia; ma dei vescovi è ricordato un Bergullo al Sinodo di Grado del 579, poi un Ursiniano nel 680 a proposito dei monoteliti. Un Tricidio è ricordato in un epitaffio di età incerta, forse del sec. viII; un Domenico nel Sinodo di Mantova dell'827. Come si vede le notizie sicure sono per la Chiesa di P. assai scarse in questi secoli. Ciò si deve certamente alla profonda decadenza in cui, come le altre città contermini, cadde anche $P$. in seguito all'invasione longobarda. Fu assa e rasa al suolo da Agilullo nel 601 dopo tenace resistenza (Paolo Diacono, Hist. Langob., IV, 23) e gli abitanti cercarono, forse, temporaneo rifugio a Malamocco; tuttavia lentamente si riprese, specialmente a partire dai favori elargiti dai sovrani carolingi. Un atto di donazione di Lodovico II nell'855 al vescovo Rorigo ricorda concessioni precedenti di Carlomagno e Lotario. Maggiore fu l'incremento sotto i sovrani italici : Berengario I donò alla sede padovana la corte di Sacco «de camera palatii nostri» nel comitato di Treviso il 5 maggio 897 ; dopo le invasioni ungare, il 25 marzo 912, confermò al vescovo Silicone i privilegi perduti per gli incendi e gli concesse di erigere castelli; del 915 è la concessione di Sobbia sul Brenta; il 20 apr. 918 altra conferma e disposizioni a proposito dei canonici. Nuova conferma di Rodolfo II nel 924; nel 926-31 altra del re Ugo; il 25 maggio 942 quella dei re Ugo e Lotario. I sovrani sassoni, seguendo la loro politica, non furono da meno: Ottone I col vescovo Gauslino nel 964 e Ottone III col vescovo Orso nel 998; poi Corrado II nel 1027. Privilegi con-

(fot. Biblioteca Capitolare)
Padova, diocesi di - Steiuti del Comune rurale di Pernamio (cod. fine sec. xiv: il dott. P. Sambin ne ha pronta l'ed.) - Padova, Biblioteca Capitolare.
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(for. Abnari)
Padova, diocesi di - Funerali della Vergine. Affresco di Giotto e collaboratori - Padova, cappella degli Scroviemi.
cessero Enrico III (1049) e ripetutamente Enrico IV sino al 1079. Non fa meraviglia perciò se il vescovo Milo seguisse le parti di quest'ultimo sino a sottoscrivere nel ro8o a Bressanone la deposizione di Gregorio VII. Anche Pietro suo successore stette con l'antipapa Clemente III; fu perciò deposto da Pasquale II a Guastalla nell'ott. 1106, e sostituito dal cattolico Sinibaldo. 'Trionfava così la riforma gregoriana; però non tutte le difficoltà erano superate, se il vescovo Bellino cadeva ucciso nel Polesine il 26 nov. 1147 in difesa dei diritti della sua Chiesa, venerato poi come santo. Giovanni de Cacio che gli successe fu presente a Pavia nel 1160 presso il Barbarossa dal quale ebbe anche un diploma e riconobbe l'antipapa Vittore IV; ma per poco, perché P. già nel 1163 entra nella Lega veneto-veronese e poi in quella del 1167 contro il Barbarossa. Da lui il vescovo Gerardo ottenne nel 1177 un diploma, e la città largo favore alla Dieta di Costanza nel 1183. Ciò non le impedì nel 1195 di partecipare un'altra volta alla Lega lombarda e poi di nuovo nel 1226 quando fu messa al bando dall'Impero, da Federico II. Il Comune s'era ormai affermato sull'effimere governo vescovile; nel 1138 esso aveva i suoi consoli ed è in grado d'influire sulle vicine città di Vicenza, Bassano, Feltre, di mettersi in lotta con Venezia (1214) e di aver parte importante nelle controversie con Treviso, il Principato di Aquileia, Verona e gli Estensi.
Fu perciò in un momento di grande floridezza economica che si svolse la predicazione di s. Antonio (m. nel 1231), con immensa risonanza nella vita spirituale del tempo, e quella di Giovanni da Vicenza (o da Schio), domenicano, diretta a mettere pace nelle discordie sempre risorgenti nella regione, nelle quali P. aveva la sua parte di responsabilità. Tale movimento culminò nella grande adunanza di Paquara presso Verona (28 ag. 1233); la quale però non diede risultati duraturi.
Col soverchiare della politica di Federico II nella Venezia si affermò anche la potenza di Ezzelino III da Romano che, impadronitosi di P. il 25 febbr. 1237, tenne la città sotto durissimo dominio, prendendo di mira in modo particolare il clero secolare e regolare, sino al giugno 1256 quando fu cacciato. Ebbero ben presto parte importante nel governo del Comune i signori di Carrara, specialmente nel fronteggiare le ambizioni degli Scaligeri che da Verona miravano ad assoggettare P.; infatti Can Grande riusci a farsene signore nel sett. 1328
e poi solo nell'ag. 1337 P. si liberò dalla signoria scaligera. Risorse così la potenza dei Carraresi con la ripresa dei tentativi di profittare delle discordie della Venczia e del Friuli per allargare il dominio, contrastato ben presto dall'astuta politica di Gian Galeazzo Visconti e di Venezia stessa. Morto il Visconti (1402), Francesco II di Carrara riusci a farsi signore anche di Verona (1404-1405), ma non potè resistere contro Venezia che, avutolo prigione con i figli Francesco e Giacomo, li mandò tutti e tre a morte (genn. 1406). P. entrò cosi sotto il dominio di Venezia, e, meno un breve periodo durante la guerra del 1509-11, vi rimase sino alla caduta della Repubblica. Quanto al vescovato esso fu conferito in questa età quasi esclusivamente a membri delle più illustri casate veneziane; si ricorderà fra essi Pietro Burocci (1481-1507) per le sue virtù e per essersi opposto all'averroismo imperante nell'Università; Nicolò Ormaneto veronese ( 1570 1577) vero spirito di riformatore che aprì il Seminario nel 1571 e morì nunzio in Spagna; il b. Gregorio Barbarigo (v.); il card. Carlo Rezzonico (1743-67) che ricostruì quasi del tutto il Seminario e fu quindi papa col nome di Clemente XIII; Francesco Scipione Dondi dell'Orologio (1807-6 ott. 1819), critico illustratore delle memorie del vescovato padovano; il card. Giuseppe Callegari (v.).
La Cattedrale dedicata a s. Maria e s. Giustina entro la città, distrutta dal terremoto nel 1117 , fu ufficiata da un Capitolo, dotato di ampi beni e privilegi vescovili, papali o sovrani e che vi osservò la vita comune sino verso la fine del sec. xiri. Il card. Francesco Pisani ne intraprese nel 1524 la ricostruzione; sicché d'antico non vi rimase che il battistero. Delle più antiche chiese di P. non rimane che quella in stile romanico di S. Sofia, che fu persino ritenuta, a torto, come la primitiva Cattedrale e fu sede di una collegiata. Sotto la protezione papale vissero le collegate dei due più illustri centri diocesani, S. Giustina di Monselice e S. 'Tocla di Este.
La vita monastica ebbe largo incremento nella diocesi. Il monastero più illustre fu quello benedettino sorto presso la chiesa di S. Giustina, nell'immediato suburbio. Se ne ignorano le prime origini; il vescovo Rorigo, nel1'874, gli fece una donazione; distrutto dagli Ungari nell'invasione dell'899, fu instaurato dal vescovo Gauslino, che concesse un amplissimo privilegio nel 970, e fu protetto dai suoi successori; non mancarono privilegi pontifici. Era passato in commenda quando nel 1409
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l'abate Lodovico Barbo (v.) vi pose i primordi della Congregazione di S. Giustina, detta poi Cassinese. Nel 1498 fu deliberata la ricostruzione dell'antica chiesa e fu condotta innanzi attraverso tutto il sec. xvi, per opera di vari architetti, finché fu consacrata il 14 marzo 1606 (cf. R. Pepi, in La Badia di S. Giustina, cenni, Padova 1943, p. 96 sgg.). Di pari passo con la chiesa procedette anche la ricostruzione del grandioso monastero; dal quale i monaci furono espulsi una prima volta nel 1707 e poi il 31 maggio 1810; la grande chiesa divenne allora parrocchiale ed il monastero fu adibito ad uso militare. La vita monastica fu ripristinata nel 1943, con monaci partiti dall'abbazia di Praglia.
Secondo grande monastero benedettino è quello di S. Maria di Praglia, sui colli Euganei, fondato verso il ro8o dal conte Maltraverso di Montebello e dalla sua famiglia sul proprio possesso e sottoposto alla Sede apostolica col tributo di due aurei. Il vescovo Sinibaldo fu sottonnise nel 1124 all'abate di S. Benedetto in Polirone, mantenendo il censo alla S. Sede. Ridotta a commenda nel 1389 , l'abbazia fu unita alla Congregazione di S. Giustina nel 1448 . Soppressa dalle leggi italiche nel 1806 , rivisse nel 1904 per opera della Congregazione sublacense.
Anche il monastero di S. Croce di Campese, fondato dall'abate cluniscense Ponzio nel 1124, passò nel 1127 sotto il governo dell'abbazia di Polirone e pagò il censo annuo alla Sede apostolica.
Dipendente dall'abbazia di S. Zeno di Verona era il monastero dei SS. Maria e Tommaso di Sacco ricordato sino dal sec. ix. Da S. Pietro di Modena dipendeva quello di S. Michele di Candiana, fondato nel ro97 da Cono di Calzone e passato dai Benedettini ai Canonici di S. Salvatore di Bologna nel 1450.
Sotto la giurisdizione vescovile erano i monasteri benedettini di S. Daniele in Monte presso Abano (carta dell'8 marzo 1134) e di S. Maria di Saccolongo (carta del 15 nov. 1147), di S. Stefano di Carrara, fondato forse nel 1027 da Litolfo di Carrara sotto il patronato di quella famiglia, ed i due monasteri mulichri di S. Pietro in città, distrutto dagli Ungari e ricostituito dal vescovo Orso, e quello di S. Stefano fuori P. unito nel 1459 con quello di S. Maria di Festumbia, che durò sino al 1810.
I Canonici Regolari Portuensi ebbero il monastero di S. Maria delle Carceri presso Este, ricordato nel 1107 e largamente favorito dai marchesi d'Este; la chiesa fu consacrata da Godofredo, patriarca di Aquileia, il 27 marzo 1189; passò nel 1408 ai Camaldolesi, fu dato in commenda nel 1494 e soppresso nel 1690 . Canonica Regolare fu pure S. Maria di Ispida (Lispida) che però andò soggetta a varie vicende.
I Frati Minori avevano il convento di S. Maria Mater Donini quando, dopo la canonizzazione di s. Antonio (1232), spinti dalla pietà dei podovani e guidati dal b. Luca Belludi, che del Santo era stato il maggior confidente, diedero principio alla grande Basilica, nella quale, sullo schema romanico-gotico, innestarono le cupole bizantine sul modello di quelle di S. Marco ed i minareticampanile a modo orientale. Nel 1263 vi potevano solennemente riporre le reliquie del Santo; ma la chiesa andò ornandosi man mano di arche gotiche, di bronzi donatelleschi, di sculture lombardesche, di pitture di ogni età; anche il barocco vi fece splendida comparsa nella camera di custodia delle reliquia. Accanto vi crebbe il grande convento, ricco ben presto di un'importante archivio e biblioteca. L'ardore dei pellegrinaggi non fece che crescere con i secoli. In seguito ai Patti Lateranensi la basilica del Santo con il convento passò sotto la giurisdizione della S. Sede e ne hanno il governo i Frati Minori Conventuali. Sul sagrato del Santo la signoria veneziana fece erigere da Donatello il monumento al condottiero Erasmo Gattamelata da Narni, modello poi a tanti altri in Italia. I Domenicani poco dopo la morte del fondatore già tenevano la chiesa di S. Agostino; gli Eremitani di S. Agostino si stabilirono all'Arena dove Andrea Mantegna coprì di affreschi la loro chiesa, come Giotto aveva prima fatto il presso nella cappella di Enrico degli Scrovegni; gli uni e gli altri vi tornero scuola di teologia.
La prima origine dell'Università di Padova si fa ri-

(fot. Alinari)
Padova, diocesi di - Madonna, Dipinto di Giusto de' Menabuoi (sec. xiv) - Padova, Sacrestia degli Eremitani.
salire al 1222 in seguito alle turbolenze che agitavano Bologna e provocarono un esodo di maestri e di scolari. Questi furono accolti dal vescovo Giordano: ma già esistevano scuole a Padova. Si costituirono un Collegium iuristarum di dottori ed una Universitas iuristarum di studenti cisalpini e transalpini che si eleggevano i loro rettori ed anche i maestri. Si aggiunse poi l'Universitas artistarum con i suoi maestri di arti e medicina. Stava sotto la sorveglianza del vescovo che quale cancelliere conferiva il dottorato. Urbano IV il 2 genn. 1264 confermò statuti e privilegi. Urbano V il 15 apr. 1363 vi costitul anche la Facoltà di teologia con la sua Universitas, il suo decano ed un collegio di dottori. Speciali collegi vi furono fondati per gli studenti poveri. Nel 1493 l'Università ebbe la sua propria sede nell'Hospitium Bovis e si rese celebre in quegli anni come roccaforte dell'aristotelismo e dell'averroismo con Pietro Femporazzi sino a Cesare Cremonino; il Galilei vi insegnò dal 1592 al 1608. Intanto dopo i disordini del 1516 Venezia sorvegliò l'Istituto attraverso i «riformatori dello Studio», ai quali fu demandata anche l'approvazione per la stampa dei libri. Ebbe grande credito durante il sec. xvi quando vi fecero capo uomini di governo, cardinali, ecclesiastici, giuristi e filosofi di valore, italiani ed esteri; P. ebbe sino d'allora anche un orto botanico. Più che per la fioritura della commedia dialettale cinquecentesca, che ebbe il suo principale rappresentante in Giovan Francesco Beolco detto Ruzzante, P. ebbe una particolare importanza nella vita culturale del Settecento per lo sviluppo degli studi storico-filologici che ebbero il loro centro nel Seminario instaurato dal Barbarigo ed ebbe i più illustri rappresentanti in Italia: Facciolati (v.), E. Forcellini (v.), G. Costa, traduttore di Pindaro, Prosdocimo Zabeo, sino a Giuseppe Furlanetto, erudito (m. nel 1848), e Sebastiano Melan (m. nel 1847).
Il Museo civico, accanto ai monumenti raccoglie anche un'importante biblioteca ed un archivio nel quale sono confiniti quelli degli istituti soppressi. Di grande importanza sono inoltre le Biblioteche del Seminario, della basilica di S. Antonio, dell'Università e gli Archivi della Curia, della Mensa vescovile e del Capitolo cattedrale.
La pittura ebbe a P. un momento di potente originalità e splendore nel Quattrocento con Francesco Squar-
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cione e particolarmente con Andrea Mantegna (v.); ma alla scuola veneziana, nella pittura e scultura, fu tributaria nei secoli seguenti.
Monumento ducentesco di particolare grandezza è il Palazzo pubblico, detto della Ragione, sorto nel sec. xili. - Vedi tavv. XXXV-XXXVI.
Bibl.: chiaro e coscienzioso storico è Rolandino (RIS. VIII, parte 1*) che narra gli avvenimenti storici della patria dal 1200 al 1260, con rara perspicacia e cura della verità. (Pit illustre è Albertino Mussato ( $[\mathrm{v} .] \mathrm{m}$. nel 1329), riconosciuto come uno dei più valenti rappresentanti. Ho coloro che si possono chiamare i preumanisti. I Gatari estesero le loro cronache dal 1318 al 1407 (RIS. XVII, parte 14); e cosi fecero Guglielmo ed Alberighetto Cortusi (ibid., XII), con le loro cronache per lo stesso sec. xiv; mentre Bernardino Scardeoni, secondo il gusto del tempo, lasciò De antiquitate urbis Patacii et claris civibus Patacixis (Bacileo 1360) e più tardi Angelo Portenari, Della felicità di P., Il. 9 (Padova 1633); altri si preoccuparono di raccogliere le iscrizioni sacre e profane. Dopo le raccolte documentarie, messe insieme dall'ab. Giovanni Brunaeci e Giuseppe Gennari e rimaste manoscritte, si ebbe il Codice diplomatico padovano di A. Gloria (Venezia 1879-81) e Gli statuti del Comune di P. dal sec. XII al 1285 (Padova 1873). Inoltre: G. Gennari, Annali della città di P., 3 voll., Boscano 1804, ed altre opere complementari. Per la storia della Chiesa : Ughelli, V, p. 386 sgg.; F. S. Dondi dall'Orologio, Dissertazioni sopra l'istoria ecel. di P., 9 voll., Padova 1802-17; id., Dissertazioni sopra il riti, discipline ecc. della Chiesa di P., ivi 1816; Il Seminario di P., notizie ecc., ivi 1911; G. Brotto-G. Zonta, Acta graduum academicarum Gyvenatii Patacini, Padova 1922; id., La facoltà teologica dell'Università di P., ivi 1922; F. Kehr, Regesta Pontificum Roman., VII, 1, Berlino 1923; G. Bellini, Stor. della tipogr. del Semin. di P. 1684-1938, Padova 1938; id., Sacerdoti educati nel Semin. di P. distinti per virtù, scienza e posizione sociale, ivi 1951.
Pio Paschini
PADRI APOSTOLICI. - Da quando J.-B. Co-
telier (m. nel 1686) unì in una collezione le opere di Barnaba, Clemente di Roma, Ignazio, Policarpo ed Erma come "patres aevi apostolici" si parla di P. A. Più tardi furono aggiunti ancora Papia, i frammenti dei presbiteri presso s. Ireneo, l'Epistola a Diogneto e la Didaché.
Questa denominazione ha soltanto un valore pratico, perché cronologicamente non corrisponde in tutti i casi alle sue pretese, dogmaticamente anche non è chiara e nemmeno il diverso genere letterario di tutte queste opere risulta da questa denominazione.
Biel.: fra le edd. dei P. A. si citano: O. Gebhardt-Ad. Harnack-Th. Zahn, Lipsia 1873-77; I. B. Lightfoot, 3 voll., Londra 1889-91; F. X. Funk, I. Tubinga 1901, II, pubblicato da Fr. Diekamp, ivi 1913; S. Colombo, Torino 1934. V, anche E. I. Godspend, Indes Patristicus sive clovis Patrum Apost., Lipsia 1907. Studi : H. Reinhold, De graecitate Patrum Apostolicorum (Dissertationes philologirae Halenses, 14 [1898]); A. Cassimassa, I P. A., Roma 1938. Si vedano anche i commentari in H. Lietzmann, Handbuch zum neuen Testament. Ergänzungsband, Tubinga 1920-23.
Erik Peterson
PADRI BIANCHI : v. MISSIONARI D'AFbICA.
PADRI DELLA CHIESA. - Scrittori ecclesiastici antichi, che si sono distinti per dottrina ortodossa e santità di vita e sono riconosciuti dalla Chiesa come testimoni della tradizione divina.
I. Nozione. - Il nome di Padri è di origine orientale. Gli antichi popoli d'Oriente, infatti, onoravano con questo appellativo i maestri, considerati come autori della vita intellettuale, originata dal loro insegnamento. In tale senso i discepoli delle scuole profetiche furono denominati filii prophetarum, e il loro maestro fu detto pater (I Reg. 10, 12; I Sam. 40, 35); s. Paolo si dice "padre" dei nuovi convertiti (I Cor. 4, 15).
Nella Chiesa primitiva, con questo nome vennero designati i vescovi, i quali, appunto perché ministri dei Sacramenti e depositari del patrimonio dottrinale della Chiesa, erano ritenuti generatori di quella vita in Cristo di cui parla s. Paolo nel testo citato (cf. Martyrium Polycarpi, 12, 2; Acta Cypriani, 3, 3). A partire dal sec. iv, quando i vescovi primitivi incominciarono a essere considerati testimoni autorevoli della tradizione e giudici nelle
controversie dogmatiche, si valutò soprattutto l'autorità dottrinale, e il nome di Padri si restrinse agli assertori della fede, che avevano lasciato testimonianza scritta. Ben presto però questo titolo si estese anche ai non vescovi per opera di s. Agostino, il quale cito a testimone della dottrina cattolica circa il peccato originale il contemporaneo s. Girolamo, semplice prete (Contra Iul., I, 34; II, 36). Però non tutti gli scrittori ecclesiastici erano atti a testimoniare la fede della Chiesa, essendo taluni caduti in gravi errori. Perciò gli scrittori ecclesiastici antichi vennero distinti in due categorie; quelli riconosciuti dalla Chiesa come testimoni della fede, e quelli che non lo erano. Il primo esempio di tale distinzione si trova nella decretale De libris recipiendis et non recipiendis del sec. vi, che va sotto il nome di papa Gelscio e che, per conseguenza, costituisce il più antico catalogo di scrittori cristiani riconosciuti come P. della C.
Tenendo conto delle varie determinazioni a cui andò soggetto questo appellativo, quattro elementi entrano a formarne il concetto : a) dottrina ortodossa : quali custodi infatti della tradizione ricevuta dai maggiori, debbono trasmetterla inalterata