volume-09

Back to Volumes
alogo di scrittori cristiani riconosciuti come P. della C.

Tenendo conto delle varie determinazioni a cui andò soggetto questo appellativo, quattro elementi entrano a formarne il concetto : a) dottrina ortodossa : quali custodi infatti della tradizione ricevuta dai maggiori, debbono trasmetterla inalterata alle generazioni successive; tale ortodossia si intende nel senso di una fedele comunione di dottrina con la Chiesa, non già come immunità totale da errori anche materiali : per tutti vale l'esempio di s. Cipriano; b) san. tità di vita: come maestri, occorre che i P. della C. presentino in grado elevato le virtù cristiane, non solo predicate, ma praticate; tale nota costituisce una garanzia e una sublimazione della ortodossia stessa; c) approvazione della Chiesa: solo la Chiesa, come può definire il canone delle Scritture, cosi può determinare i testimoni autentici della Tradizione; non occorre tuttavia un'approvazione esplicita, è sufficiente l'implicita, quale potrebbe aversi, ad es., nella citazione di un Padre fatta da un concilio ecumenico; d) antichità : su questo punto si è alquanto oscillato e, per vario tempo, vennero classificati tra i P. della C. anche scrittori medievali dell'epoca precedente alla scolastica. Poi prevalse una maggiore severità, ed ora l'evo patristico si fa comunemente concludere, in Occidente, con la morte di s. Isidoro di Siviglia (636), in Oriente con quella di s. Giovanni Damasceno (ca. 750).

Praticamente il nome di Padri si estende talvolta, in senso largo, ad alcuni scrittori della prima età che non furono santi, o che, in qualche momento della loro produzione, non furono ortodossi, come, p. es., Tertulliano, Origene, Eusebio di Cesarea. Gli eminenti servigi resi da tali uomini, per altri motivi, spiegano le eccezioni: a costoro più propriamente si addice il titolo di "scrittori ecclesiastici». La categoria dei P. della C. si identifica solo in parte con quella dei Dottori della Chiesa (v.), per i quali, se non è necessaria la nota dell'antichità, è però richiesta una eminens eruditio e il riconoscimento esplicito da parte della Chiesa.
II. Autorità. - L'importanza dei P. della C. non è soltanto di ordine letterario o storico, ma soprattutto si fonda sulla loro dottrina, desunta dalla Tradizione come fonte di fede. Ciò deriva dalla connessione strettissima che essi ebbero con il magistero infallibile della Chiesa. Furono in gran parte vescovi e la loro azione intellettuale fu come il respiro della Chiesa stessa. Ai loro tempi costituivano di fatto il magistero o almeno la parte principale di esso, in quanto tutta la Chiesa discente e discente mirava ad essi, delegava loro la propria difesa, ne accoglieva gli scritti e li circondava di approvazione e di lode. Questo complesso di circostanze li costituiva voce autorevole nella Chiesa e legava il loro operato alla responsabilità del suo magistero. Se avessero errato, l'organo stesso dell'infallibilità sarebbe stato com-

## Page 333

promesso. Da ció si deduce che i P. della C. hanno tutti i requisiti per essere considerati testimoni garantiti e qualificati della inalterata tradizione divina.

Tale concezione, naturalmente, esula dalla dottrina dei protestanti, i quali, rigettando il concetto cattolico di Tradizione, nel campo della fede non ammettono altra guida che la S. Scrittura: non possono quindi attribuire ai Padri altra autorità che l'umana.

D'altra parte, non in tutto i P. della C. sono strumenti sicuri delle verità rivelate. Prescindendo dalle dottrine che rientrano nel dominio della ragione, pure in ciò che riguarda la fede e la morale molte espressioni e detti loro valgono solo come punti di passaggio, non già come formulazione definitiva della dottrina. Più di una volta infatti hanno corretto se stessi, e, non di rado, solo dopo un severo esame e vivaci dispute sono giunti a una più esatte esposizione della dottrina tramandata. Occorre inoltre tener presente che i loro talenti intellettuali sono assai diversi; che sono anelli nella trasmissione della dottrina, non il termine; che non sono ispirati ed esenti da errori; che i loro scritti sono per lo più occasionali, di circostanza e non esposizioni sistematiche delle verità di fede; che prima delle controversie parlano spesso senza precessioni. Quindi, secondo il detto di s. Agostino, «bisogna pesare le loro voci e non contarle» (Contra Inf., 2, 35). Ciò fa distinguere in essi un duplice aspetto: quello di teste della Tradizione, su cui si estende la garanzia della Chiesa, e quello di dottore privato, che non ha quella garanzia, ma tanto è attendibile quanto sono la sua eccellenza intellettuale, la santità, e, soprattutto, le ragioni che adduce.

Per valutare convenientemente l'autorità dei P. della C., i teologi sogliono proporre le seguenti norme : a) nessun Padre per sé è infallibile, eccetto il caso che sia stato papa e abbia insegnato ev cathedra, o se ed in quanto i singoli passi dei suoi scritti siano stati convalidati da un concilio ecumenico; è stata perciò giustamente riprovata da Alessandro VII l'esagerazione dei giansenisti, che giunsero a preferire l'autorità di un solo Padre (in concreto, s. Agostino) al magistero vivente della Chiesa (Denz-U, 320); b) il consenso unanime dei Padri in materia di fede e di costumi è da considerarsi autorità irrefragabile, perché equivale alla dottrina stessa della Chiesa : questo è stato l'insegnamento dei Concili Tridentino (sess. IV) e Vaticano (sess. III, 22), che proibirono di dare alla S. Scrittura un significato contrario alla dottrina concorde dei P. della C.; tale consenso non richiede tuttavia l'unanimità numerica, è sufficiente quella morale, quale potrebbe aversi anche dalla testimonianza di pochi, purché dalle circostanze in cui fu emessa si possa arguire che essa rispecchia la fede comune della Chiesa; c) qualora manchi tale consenso, la dottrina di uno o più Padri, specialmente se contrasta con quella di altri, non è da ammettersi come certa: non per questo però deve essere trascurata. d) I Padri che, con l'approvazione della Chiesa, si sono distinti nel combattere speciali eresie, valgono come autorità classiche nei dogmi relativi. Così s. Cirillo Alessandrino nella cristologia e s. Agostino nella dottrina della Grazia.
III. Epoca dei Padri. - E delimitata entro i confini dell'antichità cristiana sopra stabiliti, e si suddivide in tre periodi d'ineguale estensione, ma sotto certi aspetti di eguale importanza.
I. Periodo delle origini. - Arriva fino al Concilio di Nicea (325) ed è quello che maggiormente interessa la critica moderna, la cui attenzione è rivolta in modo particolare alle origini cristiane. Appartengono a quest'epoca i Padri Apostolici, i cui scritti, sebbene scarsi di valore letterario o filosofico, riflettono tuttavia l'eco immediata della predicazione apostolica, ed informano come venne intesa e realizzata fin dagli inizi la costituzione impressa da Cristo alla sua Chiesa. Tale autorità è condizisa solo in parte dai Padri apologisti del sec. II, e ancor meno dai Padri controversisti del secolo successivo; in compenso questi ultimi offrono i primi saggi di sistemazione dottrinale, che ne fanno dei veri precursori dei grandi maestri del periodo aureo.
2. Periodo aureo. - E il più breve, in quanto termina con la morte di s. Agostino (431), ma è anche quello del massimo splendore della letteratura patristica. Crisi dottrinali profonde, come l'ariana e la pelagiana, travagliarono in questo tempo la Chiesa. I Padri di quest'epoca, impegnati nelle grandi dispute, seppero dare un contributo decisivo alla sistemazione della scienza teologica. Emergono tra essi le figure di s. Atanasio, s. Basilio, s. Gregorio Nazianzeno, s. Giovanni Crisostomo, considerati come i Dottori massimi della Chiesa orientale; mentre in Occidente dominano incontrastati s. Girolamo, il Dottore delle Scritture, s. Ambrogio, il Dottore dell'indipendenza della Chiesa, s. Agostino, che non è soltanto il Dottore della Grazia, ma il Dottore universale, colui che per vari secoli fu il principale, se non l'unico ispiratore del pensiero cristiano occidentale.
3. Periodo della decadenza. - Si estende dalla morte di s. Agostino fino al termine dell'evo patristico. E un periodo di lento decadimento, causato delle invasioni barbariche in Occidente, e dal dispotismo degli imperatori in Oriente. Le grandi opere vennero quasi del tutto a mancare, e quelle poche che si scrissero risentono la stanchezza e la mancanza di originalità. Ciò non impedisce che emergano ancora qua e là figure grandissime, come quelle di s. Giovanni Damasceno e di s. Gregorio Magno. Ma queste non sono che felici eccezioni, che non distruggono l'impressione dell'insieme. L'importanza dei Padri di quest'epoca consiste soprattutto nell'aver conservato i tesori dell'antico sapere teologico, cosicché, posti come anello di congiunzione tra il mondo antico che tramonta, e quello nuovo che s'inizia, ebbero il merito di porre i fondamenti della successiva civiltà medievale.
IV. Studio dei Padri. - Di queste figure di scrittori e pensatori si occupano due scienze importanti, che comunemente sogliono considerarsi come distinte : la patrologia, che studia il momento storico-letterario dei Padri, cioè direttamente gli scritti e, in relazione ad essi, la vita dei singoli autori; la patristica, che riguarda l'aspetto dottrinale, e si considera come l'esposizione sistematica delle prove dedotte dagli scritti patristici in dimostrazione del dogma (v. patrologia e patristica).
V. Lingua dei Padri. - Fino a quasi tutto il sec. it la lingua dei Padri fu il greco. Ciò non fa meraviglia, se si pensa che il cristianesimo reclutò i suoi primi seguaci fra elementi di origine prevalentemente orientale. Il greco inoltre era in quel tempo la lingua internazionale per eccellenza, compresa non solo in Oriente, ma ancora in tutte le regioni bagnate dal Mediterraneo, almeno per quanto riguarda il ceto colto. Era del resto la lingua che, per l'alto grado del suo sviluppo, meglio si prestava ad esprimere la ricchezza del pensiero cristiano.

Dopo il sec. III, nell'Oriente, pur restando sempre in onore il greco, vennero usati anche idiomi locali, specialmente l'armeno e il siriaco, mentre nell'Occidente, a partire dall'anno 180, incominciarono le prime manifestazioni letterarie in lingua latina; questa in seguito diventò la lingua esclusiva dei Padri occidentali.

I più antichi documenti patristici restano fuori dalla tradizione letteraria greca. Da principio, infatti, sull'esempio dei redattori della versione dei Settanta e degli agiografi neotestamentari, i Padri, per meglio adattarsi all'intelligenza del popolo, si servirono del greco volgare della coine, quale si era sviluppato in Alessandria, sotto l'influsso dei circoli giudeo-ellenistici. Ma già negli apologisti del sec. it si riscontra un certo avvicinamento alle norme linguistiche tradizionali. Fu Clemente Alessandrino ad operare il distacco definitivo dalle forme popolari : dopo di lui, l'utilizzazione degli autori classici rientrò nella prassi comune dei Padri greci, e il sec. Iv, che vide un vero fiorire di umanesimo cristiano, produsse capolavori tali del pensiero cristiano che, per la purezza della lingua, possono gareggiare con i più autentici modelli della letteratura greca.

Per quanto riguarda l'uso del latino, è già stata rilevata la sua tardiva comparsa tra i Padri occidentali, dovuta non solo alle cause sopra accennate, ma ancora all'indole stessa di questo idioma che, a differenza del greco, è poco malleabile per esprimere idee nuove e astratte. In

## Page 334

compenso, sotto l'influenza creatrice degli scrittori cristiani, specialmente di Tertulliano e s. Cipriano, la lingua di Roma entrò in una nuova fase di sviluppo. Il suo lessico, di cui Seneca aveva già lamentato la povertà, si arricchì sostanzialmente di elementi nuovi, derivati in parte dal tesoro linguistico greco, in parte da molti idiotismi dell'epoca e da forme in uso nella tecnica giuridica, e finalmente da neologismi. Ne risultò il latino ecclesiastico, lingua freschissima, piena di vita, strumento docile del pensiero. Per lungo tempo questo latino dei Padri venne ingiustamente disprezzato dagli eruditi, quasi che la letteratura latina avesse detto la sua ultima parola verso la fine del sec. II. I più recenti studi sulla lingua di s. Cipriano, s. Ambrogio, s. Girolamo, s. Agostino e altri hanno dimostrato che i Padri non hanno scritto in maniera indegna dei migliori rappresentanti della latinità classica, pur avendo fatto uso di termini e costruzioni inedite. Per opera loro la letteratura latina, rinnovellata dall'ideale evangelico, da romana si è fatta cristiana; ad essi anzi spetta quasi esclusivamente il merito di aver conservato alto, in tempo di decadenza letteraria, il prestigio della cultura e delle lettere di Roma.

BibL.: per quanto riguarda le edizioni e le collezioni dei testi patristici, come pure per una bibliografia completa intorno alle opere di patrologia e patristica, v. patrologia. Intorno al concetto di Padre e alle varie questioni che introducono negli studi patristici, cf. E. Amann, Pères de l'Eglise, in DThC. XII, coll. 1192-1215; Bardenhower, I, 1902; U. Mannucci-A. Casemassa, Istituzioni di patrologia, I, $6^{\circ}$ ed., Roma 1948, pp. 1-14; B. Altaner, Patrologia, $2^{\circ}$ ed., Friburgo in Br. 1930 (vers. it. Torino 1944). In specie, per quanto riguarda l'autorità dei Padri: G. B. Franzelin, De Divina Traditione et S. Scriptura, $2^{\circ}$ ed., Roma 1879, p. 188 sgg.; M. Cano, Opera, II, ivi 1890, p. 51 sgg.; C. Mazzella, De religione et Etritici, $6^{\circ}$ ed., Prato 1905, p. 276; G. Van Noort, Tractatus de fontibus Revelationii, $7^{\circ}$ ed., Amsterdam 1920, p. 116; C. Pesch, Predictiones dogmaticae, I, Friburgo 1924, p. 413 sgg. Intorno alla lingua dei Padri: E. Norden, Die antike Kunstprosa, $2^{\circ}$ ed., LipsiaBerlino 1909, p. 316; G. Bardy, La guation des longues dans l'Eglise ancienne, I, Parigi 1948; C. Mohrmann, Les origines de la latinité chrétienne à Rome, in Vigiliae Christianae, 3 (1949), p. 67 sg.

Guglielmo Zannoni
PADRI DI SANT'EDMONDO. - Congregazione religiosa fondata a Pontigny (Francia) nel 1843 dal sac. Giovanni Battista Muard per la predicazione delle missioni al popolo.

In principio furono detti anche Pères de Pontigny, oppure Benedettini predicatori, perché Oblati benedettini. Si dedicano anche alla educazione della gioventù maschile in seminari e collegi, ed hanno la direzione di pie associazioni in parrocchie. Nel 1900 furono capulsi dalla Francia e si trasferirono ad Hitchin in Inghilterra. Il 15 maggio 1911 furono approvati dalla S. Sede. Trasferitisi negli Stati Uniti, si son dati ad una intensa vita apostolica ed hanno spento case di formazione missionaria. A Winooski Vermont ha sede la casa generalizia. Attualmente i P. di S. E. sono 102 con io case.

Bibl.: J. Bouchard, Vie de 7.-B. Muard, Amiens 1890. Silverio Mattei
PADRINI (nel Battesimo e nella Cresima). - P. (patrinus, quasi parvus pater, o sponsor o receptor) è colui il quale deve assistere il battezzando o il cresimando durante le cerimonie relative e fare per lui le promesse solenni che la Chiesa richiede.
I. Storia e nozioni generali. - L'uso dei p. risale ai primi secoli del cristianesimo (Tertulliano, De Baptismo, cap. 18) e fu fissato nella legislazione ecclesiastica (c. 77, D. IV de cons.), passando poi nel CIC. Si può fare a meno del p. solo per gravi cause, ad es., l'urgente necessità, salvo il caso di Battesimo rinnovato sotto condizione, nel quale il p. non è necessario, a meno che non disimpegni questo ufficio la stessa persona che lo assunse nella precedente cerimonia (can. 763).

Il p. deve essere unico; tuttavia per il Battesimo sono ammesse due persone: un p. e una madrina. Per la Cresima è prescritto lo stesso sesso del cresimando, salvo il caso di necessità (can. 796), mentre nel Battesimo la
diversità di sesso è consentita (can. 764). Chi è chiamato all'ufficio di p. deve essere presente alla cerimonia, almeno a mezzo di procuratore, e, all'atto dell'amministrazione del Sacramento, è tenuto, per la validità, a toccare fisicamente il cresimando, e, nel Battesimo, a sorreggere, toccare il battezzando o levarlo dal sacro fonte o riceverlo dalle mani del battezzante (can. $765,5^{\circ}$ ).

L'ufficio di p. può essere validamente esercitato soltanto da un battezzato, e, nella Cresima, da un cresimato il quale: a) sia scelto dal battezzando o cresimando, ovvero dai genitori o tutori di lui; in loro difetto dal ministro del Sacramento o dal parroco; b) abbia raggiunto l'uso della ragione e sia animato dall'intenzione di disimpegnare realmente tale ufficio; c) non sia ascritto a sétte eteriche o scismatiche, né scomunicato con sentenza, né colpito da infamia iuris, o esclusa dagli atti legittimi ecclesiastici, né chierico degradato o deposto; c) non sia padre, madre, coniuge del battezzando o cresimando (can. 765 ).

Per il lecito esercizio si richiede: a) l'età di 13 anni compiuti; b) l'immunità da scomunica per delitto notorio, dalla pena dell'esclusione dagli atti legittimi ecclesiastici, dalla infamia iuris (senza sentenza), da interdizione e da infamia di fatto.

Non può esercitare l'ufficio di p. chi sia pubblico delinquente o ignori i primi elementi della fede cattolica. I chierici in sacris hanno bisogno di espresso permesso del proprio Ordinario, e i religiosi a novizi debbono ottenere la licenza espressa del superiore locale, il quale la concederà solo nei casi di vera necessità (can. 766).

Se la Cresima non viene conferita subito dopo il Battesimo, il p. per la Cresima deve essere distinto dal p. di Battesimo, a meno che un ragionevole motivo non suggerisca di derogare alla norma (can. 796, 1).
II. Effetti dell'ufficio di p. Obblichi. - Dal Battesimo e dalla Cresima nasce una parentela spirituale, che, dopo il Concilio Tridentino (sess. XXIV, cap. 2 de ref.), si estendeva al battezzante, al battezzato, ai p. ed ai genitori del battezzato; al cresimante, al cresimato, ai p., ed ai genitori del cresimato. Oggi il vincolo spirituale nasce soltanto tra il battezzato e il battezzante; tra il battezzato e i suoi p.; tra il cresimante e il cresimato; tra il cresimato e il p. Da questa parentela spirituale ha origine un impedimento che dirime il Matrimonio (v. COGNAZIONE); nessun vincolo spirituale sorge invece nel caso di Battesimo ripetuto sotto condizione, quando il p. del secondo Battesimo fu distinto da quello del primo. I p. devono considerare come affidato alle proprie cure il figlio spirituale; quindi si occuperanno della sua educazione cristiana, specialmente quando egli resti orfano o venga trascurato dai genitori (can. 769).

Bibl.: Wernz-Vidal, IV, 1, p. 45 sgg.; V. Couke, De patrinis, in Collat. Bruges., 21 (1921), pp. 15-27, 102-110; R. J. Kearney, Sponsors at Baptism attending to the Code of Canon Law, Washington 1923; D. Mc Shane, The obligatious of baptismal sponsors, in The eccl. rev., 79 (1928), pp. 481-96; 80 (1929), 124-34, 276-87; E. I. Mahoney, Baptismal Sponsor "pro forma", in The Clergy Rev., 29 (1948), pp. 179-81. Giovanni M. Pinna

PADROADO, PATRONATO. - Il complesso di diritti ed obblighi, concessi e imposti formalmente dai pontefici, dalla metà del sec. xv, alle corone di Portogallo e di Spagna per promuovere una più efficace opera di apostolato nelle nuove terre scoperte, costituì una particolare forma di protettorato sulle missioni, che viene chiamato con parola portoghese padroado, se si tratta del Portogallo, e patronato, se si parla della Spagna.

Dal punto di vista giuridico il padroado e il patronato possono dirsi un quasi contratto oneroso, basato su un privilegio. Vale dunque per essi, come per qualsiasi altro contratto, la clausola «rebus sic stantibus». L'uno e l'altro furono, allora, l'unico mezzo efficace per iniziare e sviluppare l'opera missionaria nelle vaste regioni dell'Africa e delle Indie orientali ed occidentali. Esso è legato al suo tempo, e deve essere giudicato secondo i criteri dell'epoca.

## Page 335

I. Padooado. - Gli inizi del padroado coincidono con la storia dell'Ordine cavalleresco della "Militia Christi". Il 2 maggio 1312 con la bolla $A d$ providam i beni del soppresso Ordine dei Templari furono aggiudicati all'Ordine del S. Ospedale (Ordine di S. Giovanni). Per evitare la sottomissione dei vasti beni dei Templari ad un Gran Maestro estero, il re Diniz fondò un ordine cavalleresco, prettamente portoghese: la "Militia Christi". Giovanni XXII con la bolla Ad ea ex quibus cultus del 15 marzo 1319 aggiudicò a quest'Ordine sia i beni sia i membri dell'Ordine soppresso dei Templari nel Portogallo. Lo scopo dell'Ordine era la lotta contro i Mori. Al principio del sec. xv il Re João fece conferire a suo figlio Henrique (o Navegador) l'amministrazione perpetua della carica di Gran Maestro della "Militia Christi" per facilitargli la conquista della Mauretania. Nel 1415 fu presa la città di Ceuta. L'infante Henrique ne era stato l'animatore e con i cavalieri e le rendite della "Militia Christi" aveva avuto efficacissima parte nell'impresa. Il 4 apr. 1418 Martino V con la bolla Romanus Pontifex eresse la diocesi di Ceuta. Nella bolla non si parla ancora di diritto di padroado della corona di Portogallo o della "Militia Christi". Di grande importanza, invece, è la bolla di Niccolò V Dum diversus del 18 giugno 1452. Siccome Alfonso V aveva intrapreso la scoperta e la conquista in Africa per l'aumento della gloria divina, ed era sua intenzione di condurre alla fede di Cristo i nemici del nome cristiano, ottenne per sé e i suoi successori il diritto di conquista sulle terre pagane e maomettane, per cui i territori sarebbero stati di proprietà del re. Nella bolla Romanus Pontifex dell's genn. 1455 Niccolò V riconfermò di nuovo alla corona portoghese il diritto di scoperta, conquista e commercio nell'Africa e nell'Asia meridionale ed orientale, più o meno riconosciuto dalle potenze marittime dell'Occidente cattolico. Dopo che Henrique con le rendite della "Militia Christi" ebbe conquistato la Guinea, Callato III con la bolla Inter coetera del 13 marzo 1456 conferì all'Ordine la giurisdizione ecclesiastica sulle terre conquistate e da conquistare dal Capo Não e dal Capo Bojador fino a tutta la Guinea e alla costa meridionale dell'India. Con la bolla Dum Fidei constantiam del 7 giugno 1514 Leone X sottopose alla giurisdizione della «Militia Christi» le conquiste degli ultimi due anni e quelle da compiersi nell'avvenire. Inoltre il re riceveva per sé e i suoi successori il diritto di patronato sulle chiese e i benefici allora esistenti o da erigersi in futuro nei detti paesi. Cinque giorni dopo, il 12 giugno 1514 con la bolla Pro excellenti praeeminentia Leone X suppresse la vicaria di Thomar della "Milizia Christi" alla quale fino allora erano state sottomesse in spiritualibus tutte le colonie porghesi, ed eresse Funchal, capitale dell'isola di Madeira, sede episcopale. Il territorio della diocesi comprendeva tutte le terre conquistate dal sud della Mauretania fino all'India posteriore e la Cina e il Brasile all'ovest. Il re ricevette il diritto di patronato sulla sede episcopale e la "Militia Christi" ritenne il diritto di presentazione alle 4 dignità e ai 12 beneficiati della Cattedrale. Così il re diveniva patrono, sebbene la dotazione della diocesi provenisse non dall'erario regio, ma da quello della "Militia Christi", e cioè da beni ecclesiastici. Il 3 nov. 1514 con la bolla Praecelsae devotionis Leone X riconfermò tutti i privilegi concessi da Niccolò V e da Sisto IV, anzi li ampliò per difendere le colonie asiatiche portoghesi oltre l'India contro le pretese spagnole. Il 3 nov. 1534 Paolo III con la bolla Aequum reputamus eresse la diocesi di Goa, suffraganea di Funchal. I confini assegnati furono il Capo di Buona Speranza all'ovest, la Cina all'est. In questa bolla i diritti e gli obblighi del Patrono furono cosi fissati, e poi applicati nell'erezione di tutte le altre diocesi del padroado: 1) il re ha il diritto di presentazione a tutti i benefici; 2) al re incombe l'obbligo di costruire e di mantenere tutte le chiese, confronti e oratori in quanto sono necessari per il ministero delle anime; 3) il re mantiene tutti gli addetti al culto dal vescovo fino al sagrestano; 4) il re sopporta tutte le spese di culto; 5) il re provvede a un numero sufficiente di sacerdoti per il servizio divino e il ministero delle anime (monopolio missionario).

E strano che né in questo documento né in altri posteriori mai si parla di propagatio fidei inter infideles forse perché le conquiste portoghesi all'inizio avevano carattere puramente religioso, dovuto alla lotta contro i maomettani. La propagazione della fede era considerata un obbligo naturale della gerarchia ecclesiastica e della corona.

Infatti, all'inizio dello sviluppo del padroado, Niccolò V nella bolla Romanus Pontifex dell's genn. 1455 aveva dichiarato che le conquiste del re portoghese avevano come scopo "animarum salutem, fidei augmentum et illius hostium depressionem, de ipsiuoque fidei et Reipublicae Universalis Ecclesiae re agi e e inoltre "eisque (agli infedeli e musulmani) incognitum sacratissimum Christi nomen praedicare et facere praedicari».

Sulla questione dell'estensione territoriale del padroado le opinioni sono divergenti. A. Jann intenderebbe limitare il diritto di patronato alle regioni effettivamente sotto il dominio portoghese. Contro ciò è da allegarsi la Declaratia Gregorii XIII vivae vocis oraculo dell'ri ott. 1577 (J. Dindinger, Bibl. Missionum, XV, p. 560, n. 1931) secondo la quale sotto l'espressione "India orientale" si devono intendere non soltanto le conquiste e scoperte al sud e all'est della Mauretania, ma anche le regioni di interesse commerciale dei Portoghesi. La prova perentoria contro l'asserzione dello Jann è il fatto che Alessandro VIII il io apr. 1690, quasi 70 anni dopo la fondazione di Propaganda, eresse le diocesi di padroado di Pechino e Nanchino in un territorio, che mai era stato sotto dominio portoghese. Mons. Fornari (poi cardinale) nel 1857 in un suo manoriale scritto per la S. Congregazione de Propaganda Fide sul padroado (Arch. Prop., Scritture rif. nelle Congr. Generali, 1837 [953], ff. 321402) limita il padroado ai possedimenti portoghesi effettivi.

Bisogna dire che questo modo di vedere non ha nessun fondamento nelle bolle papali. Storicamente consta che i papi hanno concesso ai re del Portogallo il padroado su tutte le terre dal sud della Mauritania fino alla Cina e il Giappone, eretto in diocesi di padroado nel 1588 (Funai). Lo stesso valeva nell'altro emisfero per il Brasile. Quando Paolo IV il 4 febbr. 1588 con la bolla Pro excellenti praeminentia eresse le diocesi di Cochin e Malacca, suffraganee di Goa, la delimitazione delle diocesi fu lasciata al re. Paolo IV dichiarò, inoltre, che in perpetuo qualunque cambiamento nel diritto del padroado, senza il consenso del re, sarebbe anche senza valore e contro il diritto, anche se fatto dalla S. Sede. Con ciò lo sviluppo del padroado può considerarsi terminato; perché nell'erezione delle diocesi di padroado dei tempi susseguenti furono seguiti gli stessi principi.

Il Portogallo, anche all'apogeo della sua potenza, non fu mai in grado di adempiere pienamente i suoi impegni di padroado. Già nel 1582 si sentivano lagnanze sulla mancanza di sacerdoti nell'India portoghese. Il Portogallo, derogando al monopolio missionario, ammise estranei, politicamente non sospetti, obbligandoli però a passare per Lisbona. Con la costituzione di Clemente VIII Onerosa del 12 dic. 1600 la via Lisbona-Goa fu prescritta anche canonicamente per i missionari, che si recavano nell'Asia meridionale e orientale. Otto anni dopo Paolo V abrogò questa prescrizione per gli Ordini mendicanti; Urbano VIII nel 1633 concesse la medesima libertà a tutti i religiosi e Clemente X nel 1673 infine estese la licenza al clero secolare e ai laici.

Nel sec. xvir la potenza coloniale portoghese crollo, ed il Portogallo si vide nell'impossibilità assoluta di adempiere i grandi obblighi finanziari, risultanti dal padroado. In seguito all'unione con la corona di Spagna ( 1580 -1840) il Portogallo fu trascinato nei conflitti tra la Spagna, Olanda e Inghilterra. Le bolle pontificie per gli Olandesi

## Page 336

e più tardi per gli Inglesi protestanti non avevano alcun valore. Al Portogallo rimasero piccole porzioni delle sue colonie asiatiche ed oceaniche. Intanto Roma divenne nuovamente un centro religioso dinamico e la S. Sede pensò di prendere l'opera missionaria nelle proprie mani. Nel 1622 fu fondata la S. Congregazione di Propaganda, la quale creò l'istituto dei vicari apostolici, che non erano soggetti a nessun vescovo diocesano, ma dipendevano direttamente dalla Sede Apostolica. Erano vescovi in partibus infidelium, su cui il padroado non poteva accampare pretese. La S. Sede ebbe la precauzione di deputare questi vicari apostolici nei territori dove il padroado non esercitava un vero dominio. Nel 1637 Propaganda mandò in India Matteo de Castro (v.), senza il previo permesso del re patrono, nominandolo vicario apostolico di Bidiapore, territorio di un principe maomettano, indipendente dal Portogallo. Nelle altre missioni dell'Asia orientale fuori dell'India Alessandro VIII con il breve Super cathedram dal 9 sett. 1659 eresse i vicari apostolici di Tonchino, Cocincina e Nanchino, affidandoli ai primi membri del Seminario delle Missioni Estere di Parigi e assegnando loro varie province della Cina.

Diverso fu l'atteggiamento della S. Sede quando per la salute delle anime fu costretta a mandare vicari apostolici in territorio già di dominio effettivo del Portogallo, ma passati sotto il dominio olandese o inglese. Dai brevi di nomina dei vicari apostolici del Malabar ( 1700 e 1724) risulta che essi erano soltanto vescovi ausiliari, avendo giurisdizione unicamente nei lunghi dove il vescovo del padroado era impedito ad esercitare i suoi diritti. Conseguentemente il vicario apostolico in quei territori non aveva alcun diritto, accanto al vescovo diocesano, né gli era assegnato un territorio in maniera incondizionata (1700: Arch. Vat. Secret. Brevium, vol. 2024, f. 27; 1724: Arch. Prop. Acta S. Congr. de Prop. Fide, 1724 [94], f. 299). Questo era il parere di Propaganda ancora al 20 febbr. 1832 allorché fu decisa la questione sulla giurisdizione del vicario apostolico del Gran Mogor sul distretto di Bombay (Arch. Prop., Acta S. Congr. de Prop. Fide, 1832 [195], f. 70).

Invece nel breve di erezione del vicariato apostolico di Calcutta Latissimi terrarum tractus del 18 apr. 1834 per la prima volta la S. Sede non ebbe più riguardo alle pretese del padroado nell'India, già portoghese, e nominò un vicario apostolico, che in nome della S. Sede reggeva il suo territorio, affidatogli in maniera incondizionata. Dalla nomina del primo vicario apostolico (1637) in poi il Portogallo protestava sempre contro questa «intromissione» di Roma nei suoi diritti, basati sui precedenti documenti. Il Portogallo, dopo aver perduto i mezzi finanziari per mantenere gli obblighi del padroado, dal sec. xviri in poi perdette con il regime massonico anche lo spirito religioso, che nel passato aveva animato l'istituzione del padroado. Il padroado divenne così uno strumento di potere per mantenere l'influsso politico nelle sfere d'interesse e nelle colonie dei tempi passati. La S. Sede per parte sua conservava sempre il diritto inalienabile di prendere in mano propria il governo delle Chiese, ovunque la salute delle anime lo richiedeva. Allorché la S. Sede, usando di questo suo diritto, eresse negli anni dal 1832 al 1836 nell'India, già portoghese, 5 vicariati apostolici indipendenti con propria giurisdizione, l'opposizione del governo portoghese fu tale, che Roma per il breve Multa praeclare del 24 apr. 1838 con misura amministrativa soppresse provvisoriamente le diocesi del padroado in India ad eccezione di quella di Goa. Si ebbe così il cosiddetto scisma goanese, che Roma cercò di far cessare con il Concordato del 21 febbr. 1857 sospendendo l'esecuzione del breve Multa praeclare. Praticamente, però, nulla fu cambiato perché il Portogallo non era in grado di sostituire i vicariati apostolici con diocesi di padroado, per mancanza di mezzi finanziari. Nel Concordato del 7 ag. 1886 i diritti e gli obblighi del padroado furono di nuovo determinati. Al di fuori dei possedimenti portoghesi il Portogallo ritenne il diritto di patronato sulle diocesi di Damão, Cochin e Meliapor. Per le diocesi di Bombay, Mangalore, Quilon e Trichinopoly il Portogallo conservò il diritto di scegliere uno dei tre candidati pro-
posti dalle province ecclesiastiche. Inoltre i cristiani portoghesi delle altre diocesi dell'India erano liberi di sottoporsi alla giurisdizione di una diocesi di padroado.

Nell'accordo fra la S. Sede e il Portogallo del 15 apr. 1928 la doppia giurisdizione fu soppressa, e quindi le suddette diocesi non esercitano più nessuna giurisdizione al di fuori del loro territorio. La diocesi di Damao fu soppressa; per l'arcidiocesi di Bombay fu introdotto il sistema secondo cui ogni secondo arcivescovo doveva essere di nazionalità portoghese. Per la diocesi di Meliapor si ebbe un nuovo accordo regolativo l'11 apr. 1929. Nuove disposizioni furono stabilite con l'accordo missionario del 5 apr. 1941. Nell'India nulla fu cambiato. Due altre diocesi di padroado rimangono in Asia: Macao in Cina e Dilly nell'isola di Timor (l'ultimo residuo della diocesi di padroado di Malseca). In Africa Loanda fu elevata ad arcidiocesi con le suffraganee Nuova Lisboa, Silva, Porto e S. Thomé. Nel Mozambico Lourenço Marques divenne arcidiocesi con le suffraganee Beira e Nampula. Del ius praesentandi, è rimasto solo la convenzione che la S. Sede prima della nomina di un vescovo domanda al governo portoghese se esistano difficoltà di natura politica contro il candidato.

Avendo l'India raggiunto l'indipendenza, il Portogallo nella Convenzione con la S. Sede del 18 giugno 1950 rinunziò ai diritti di padroado sulle diocesi di Cochin, Meliapor, Bombay, Mangalore, Quilon e Trichinopoly e la S. Sede liberò il Portogallo da ogni impegno finanziario verso le dette diocesi (AAS, 42 [1950], pp. 811-14). Da notare che contro il Placet regium, per secoli da quasi tutti i Portoghesi e anche da altri considerato come parte integrante del padroado, la S. Sede ha sempre protestato.
II. Patronato. - I territori americani scoperti da Colombo il 12 ott. 1492, furono ritenuti territori dell'India e quindi secondo le bolle pontificie appartenenti alla corona portoghese. Invece il re di Spagna avocava a sé ogni diritto sulle regioni già scoperte e da scoprire. La questione fu demandata al papa Alessandro VI (v.). Il 4 maggio 1493 (un mese dopo il ritorno di Colombo in Spagna) nella bolla Inter caetera il Papa determinò la famosa linea di demarcazione, che passava 100 leghe ad ovest delle Isole Azzorre (spostata nel 1494 con il Trattato di Tordesillas altre 270 leghe più ad ovest), dividendo così la terra in due sfere d'interesse, l'una orientale portoghese, l'altra occidentale spagnola. Nella prima bolla Inter caetera del giorno precedente (3 maggio 1493) il Papa aveva assegnato generalmente alla Spagna Terras inventas et inveniendas versus Occidentem. Le ragioni allegate per questa donazione furono: 1) gli spagnoli erano stati i primi a navigare verso ovest (ius primi occupantis); 2) Fernando e Isabella avevano promesso di convertire gli abitanti delle terre scoperte e da scoprire (fundamentum morale occupationis).

Il medesimo giorno, 4 maggio 1493, con la bolla Eximiae devotionis Alessandro VI concesse ai re cattolici per le terre delle Indie occidentali tutti i diritti, privilegi e favori accordati dalla S. Sede al re di Portogallo per l'Africa e l'India orientale. Come officium onerosum impose al re e alla regina virtute sanctae oboedientiae l'obbligo di mandare missionari idonei in numero sufficiente nelle Indie occidentali. Con la bolla Eximiae devotionis del 16 nov. 1501 concesse ai re di Spagna la decima dell'India occidentale con il rinnovato impegno di procurare la propagazione della fede, di costruire e mantenere chiese e di provvederle di sacerdoti. Il 28 luglio 1508 Giulio II con la bolla Universalis Ecclesiae concesse al re di Spagna

## Page 337

formalmente il patronato su tutte le chiese fondate e da fondare nelle Indie occidentali. Con ció lo sviluppo del patronato spagnolo terminó. I diritti e obblighi si possono riassumere in 4 punti seguenti : 1) il re ha il diritto e l'obbligo di convertire gli Indiani alla vera fede (monopolio missionario e di missione). 2) Il re garantisce la manutenzione delle chiese e il vitto dei missionari e come equivalente riceve le decime. 3) Senza permesso regio nessuna chiesa può essere costruita. 4) Il re ha il ius praesentandi per tutte le ostiche ecclesiastiche.

Il monopolio missionario fu praticato in tal maniera, che soltanto i missionari approvati dal re potevano essere mandati nelle Indie occidentali. Agli estranei occorreva un permesso del governo spagnolo, il quale nel concedere questo permesso era molto più largo di quello portoghese. Cosi il 17 sett. 1754 al Generale dei Gesuiti fu concesso che un quarto dei missionari gesuiti potesse essere di provenienza germanica. In seguito alla proclamazione di indipendenza degli Stati dell'America latina sul principio del sec. xix e alla perdita delle Antille, Filippine, Caroline e Marianne verso la fine del secolo scorso, il patronato spagnolo si estinse da sé. E merito della Spagna che l'America meridionale e centrale (fuori del Brasile) siano oggi paesi cattolici e che le Filippine sia l'unico Stato cattolico dell'Asia.

Bibl.: L. M. Jordão, Bollarium patronatus Portugalizac regum in Ecclesia Africae, Asiae atque Oceaniae, 4 voll., Lisbona 1868-74; A. Jann, Die katholischen Missionen in Indien, China und Japan, Paderborn 1915, pp. 1-279; Th. Grostrup, Jus missionarium, Steyl 1922, pp. 194-253; P. Leturia, Der Heilige Stuhl und das spanische Patronat in Amerilha, in Historisches Jahrbuch, Monaco 1926, parte $26^{2}$, I, pp. 1-71; F. Montalbán, El patronato español y la conquista de Filipinas, Burgos 1930.

PADRONE: v. OCCUPAZIONE; PROPRIETÀ; SCHIAVITÙ.

PAESI BASSI. - I P. B. (Nederland), di cui l'Olanda (o Holland) è solo la parte centro-occidentale, corrispondono al margine NO della pianura germanica, dalla foce della Schelda a quella dell'Etna.

SOMMARIO: I. Geografia. - II. Storia civile ed ecclesiastica. - III. Condizione giuridica della Chiesa. - IV. Letteratura. V. Arte. - VI. Ordinamento scolastico.

1. Geografia - Il territorio è quasi tutto piano, anzi per $2 / 5$ all'incirca al di sotto del livello del mare, al quale fu e continua ad essere (Zuidavize) strappato per mezzo di grandiose opere di bonifica (idrovore, canali) e di protezione (dighe). Il clima, temperato oceanico, è umidissimo (nebbie), con inverni nidi ed estati fresche e piovose. Povero di foreste, con 1/4 ca. della sua superficie produttiva, il terreno è occupato per $2 / 5$ da pascoli, e per $1 / 3$ da arativo (le zone prossime al mare sono le più adatte all'agricoltura); nell'interno èd a NE prevalgono brughiere, acquitrini o sterili distese di sabbia. Tanto le colture, quanto l'allevamento hanno carattere intensivo e moderni metodi di conduzione. Carcali, patate e barbabietola da zucchero registrano altissimi rendimenti unitari; con il forte parcellamento fondiario è in rapporto il largo e fortunato sviluppo del giardinaggio (regione di Haarlem). Bestiame vivo (bovini), burro, formaggi, uova e latte condensato alimentano una ricca esportazione. Fiorente la pesca, soprattutto marittima (aringhe), e la cultura delle ostriche (Zelanda). Per quanto inceppata dalla mancanza di materie prime metalliche, l'industria, che può contare sul carbon fossile del Limburgo ( 11 -12 milioni di tonn. annue di antracite), è varia e diffusa: tutti i rami vi sono rappresentati, dalle tessili (Leida) alle metallurgiche (Velzen), dalle costruzioni navali (Amsterdam) alle alimentari (zuccherificio, cacao). Il commercio, specie in rapporto al territorio ed alla popolazione, è uno dei più attivi del mondo : i P. B. beneficiano della loro posizione fra Europa centrale ed Inghilterra. La marina mercantile olandese è oggi la sesta del mondo ( 2,9 mi lioni di tonn. di stazza). La navigazione interna si giova di una magnifica rete di canali ( 7750 km .). Con oltre 10 mi lioni di ab., l'Olanda è uno dei paesi più densamente popolati d'Europa ( 310 ab . a kmq .); etnicamente compatto ( $90 \%$ di Olandesi), presenta, dal punto di vista religioso,
una leggera prevalenza di protestanti ( $43 \%$ ) sui cattolici ( $39 \%$ ). Numerosi i grossi centri abitati : 5 città superano il mezzo milione di ab. (Amsterdam, la capitale, Rotterdam e L'Aja, residenza della corte e del governo), ed 8 i 100 mila (Utrecht, Haarlem, Eindhoven, Groninga, Tilburg, Nimega, Enschede e Arnhem).

L'Olanda è ordinata a monarchia costituzionale ereditaria (anche in linea femminile), nella casa di Orange Nassau ( 1848 ), con governo rappresentativo bicamerale (Stati Generali). La Seconda Camera è eletta a suffragio universale diretto, segreto e proporzionale; la Prima Camera dagli Stati provinciali, diete locali di competenza amministrativa e tributaria.

Del vastissimo Impero coloniale olandese (oltre 2 mi lioni di kmq. con 70 milioni di ab. nel 1939), la maggior parte si è costituito in uno Stato indipendente (Indonesia), legato all'Olanda da unione personale; il resto ( 560 kmq . con 600 mila ab.) comprende la Nuova Guinea, la Guyana e le Antille.

| Province | ![img-12.jpeg](img-12.jpeg) | ![img-13.jpeg](img-13.jpeg) | Capoluogo (popolazione in migliaia di ab.) | ![img-14.jpeg](img-14.jpeg) |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| I Brabante | 4905 | 1267 | s-Hertogenbosch(58) | 258 |
| 2 Drente | 2618 | 285 | Assen (24) | 109 |
| 3 Frisia | 3235 | 468 | Leeuwarden (79) | 145 |
| 4 Gheldria | 4981 | 1098 | Arnhem (106) | 220 |
| 5 Groninga | 2245 | 462 | Groninga (138) | 206 |
| 6 Limburgo | 2175 | 739 | Maastricht (79) | 340 |
| 7 Olanda sett. | 2652 | 1875 | Haarlem (164) | 712 |
| 8 - merid. | 2812 | 2425 | L'Aja (572) | 862 |
| 9 Overijssel | 3251 | 682 | Zwolle (50) | 209 |
| 10 Utrecht | 1323 | 584 | Utrecht (195) | 442 |
| 11 Zelanda | 1685 | 272 | Middelburg (21) | 161 |
| Unità varie ${ }^{1}$ | 532 | 44 | - | - |
| P. B. | 32396 | 10200 | - | 315 |

${ }^{1}$ Polder di N.; distretti di Eltern e Tüddern ceduti dalla Germania il 23 apr. 1949, e popolazione senza residenza.

Bibl.: A. Demangeon, Belgique, Pays-Bas, Luxembourg, in Géage. Universelle, II, Parigi 1927; R. Schulling ed altri, Nederland, Handboek der Aardrijkshunde, Zwolle 1934-36; A. J. Barnouw, The Making of modern Holland, Nuova York 1944; B. H. M. Viekke, Evolution of the Dutch Nation, ivi 1945; B. Landheer, The Netherlands in a changing world, ivi 1947; S. Sitwell, The Netherlands, Londra 1948; J. de Bosch Kemper, De tegenwoordige staat von Nederland, Utrecht 1950.

Giuseppe Caraci
II. Storia civile ed ecclesiastica. - Nel medioevo la storia dei territori dell'attuale Regno dei P. B. procede con quella dell'attuale Belgio. Nel sec. viI, praticamente, tutto il territorio a nord dei grandi fiumi formava la diocesi di Utrecht, i cui vescovi erano ugualmente signori temporali delle odierne provincie di Utrecht, Overijssel e Groninga.

Accanto a loro, i signori principali erano il duca di Gheldria ed il conte di Olanda. Quest'ultima contea entrò a far parte del dominio borgognone nel 1433; il vescovo di Utrecht cedette nel 1528 la temporalità dei suoi domini a Carlo V il quale, nel 1543, acquistato il Ducato di Gheldria, completò così il suo dominio sulle 117 province dei P. B. v.

Se la rivolta contro Filippo II nel primo stadio fu concentrata nel Brabante, la provincia di Olanda divenne protagonista della lotta quando, il $1^{\circ}$ apr. 1572 , i cosiddetti "Watergeuzen» (Pitocchi di mare), in gran parte calvinisti emigrati sotto il regime di terrore del duca di Alba, occuparono la cittadina costiera di Brielle (cui presto seguirono altre città della stessa provincia) e, richiamato il principe d'Orange dall'esilio, lo riconobbero di nuovo come Statholder (luogotenente del re) e lo misero a capo

## Page 338

![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

Parsi Bassi - 1) Confine di Stato; 2) confine di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
della rivolta, che ebbe esito favorevole nell'Olanda e nella vicina provincia di Zelanda. L'esercito spagnolo subito diretto a nord ottenne qualche successo provvisorio, come la ripresa di Haarlem dopo lungo assedio (1573), ma non riusci a conquistare altre città come, p. es., Alkmaar (1573) e Leida (1574). Con il richiamo del Duca di Alba in Spagna (dic. 1573) non soltanto la maggior parte dei territori a nord dei fiumi fu guadagnata alla rivolta, ma temporaneamente anche quella a sud, cosí che il principe di Orange poté tornare a Bruxelles e ad Anversa; e, grazie alla cosiddetta pacificazione di Gand, le 17 province si unirono di nuovo in difesa della causa nazionale. Purtroppo, però, contro i propositi del principe d'Orange, i calvinisti, non soltanto nel nord ma anche in alcune città
della Fiandra, identificarono la causa nazionale con la loro setta e gradualmente annientarono il culto cattolico in tutti i territori caduti in loro potere e ciò non sempre senza sevizie, come nel caso dei 19 martiri di Gorkum (v.) trucidati a Brielle, nel 1572. La pacificazione di Gand fu pertanto di poca durata.

La causa spagnola si ravvivò quando Filippo II mandò come viceré Alessandro Farnese (v.) ; le province vallone vollero tornare sotto l'ubbidienza del Re, mentre anche in Fiandra e Brabante la maggioranza mal sopportava l'intolleranza dei calvinisti. Allora le province del nord (insieme con molte città brabantine e fiamminghe) conclusero la cosiddetta Unione di Utrecht (1579), ideata dallo Statholder di Gheldria, Giovanni di Nassau, fratello

## Page 339

del principe di Orange, ma contro la volontà di questo ultimo che era avverso ad accentuare le divergenze religiose. Però contro lui si concentrò l'ira degli Spagnoli e nel 1580 fu messo al bando. Gli Stati Generali delle 7 province ribelli del nord (Gheldria, Olanda, Zelanda, Utrecht, Frisia, Overijssel, Groninga) allora con il cosiddetto "atto di abbandono" dichiararono Filippo II decaduto dalla sua sovranità, che venne offerta al duca Anjou, fratello di Enrico III di Francia. Questi venne nei P. B. con un piccolo esercito, suscitando contro di sé l'ostilità di tutte le popolazioni. Dopo il suo ritorno in Francia gli Stati della provincia di Olanda decisero di offrire la corona comitale a Guglielmo d'Orange, ma costui fu ucciso a Delft da un fanatico al servizio di Alessandro Farnese (1584).

L'offerta della dignità comitale non fu ripetuta al diciassettenne figlio Maurizio (il primogenito Filippo Guglielmo, fatto rapire da Filippo II dalla Università di Lovanio, viveva da cattolico in Spagna) ma gli Stati lo nominarono Statholder in successione del padre. La sovranità delle province ribelli fu offerta al Re di Francia e a Elisabetta d'Inghilterra, ma da ambedue fu rifiutata. Quest'ultima però mandò il suo confidente, conte di Leicester, il quale rimase nel paese fino al 1587 , guadagnandosi l'inimicizia dei dirigenti dell'Olanda per l'appoggio dato esclusivamente ai calvinisti. Dopo la sua partenza, gli Stati Generali, stanchi di cercare all'estero, assunsero loro stessi il potere sovrano ( 1588 ). In tal modo l'Unione di Utrecht, che in origine era soltanto un'alleanza di guerra, assunse il carattere di una costituzione per tutta la durata della Repubblica delle sette provincie unite dei P. B. Fu infatti quel carattere vago del sistema che lasciò ampio spazio al gioco delle forze politiche interne. P. es., non fu mai risolto la questione essenziale se la Repubblica fosse uno Stato federale oppure una federazione di Stati e in pratica prevaleva ora l'uno ora l'altro concetto. In genere la potente provincia di Olanda, la quale da sola era quotata per il $58 \%$ su tutto il preventivo federale, professava la seconda teoria, mentre le sei "piccole province", insieme con i principi d'Orange, seguivano quella dell'unione più serrata. La "costituzione" interna variava leggermente da provincia a provincia: in quella di Olanda dominava la grande borghesia mercantile concentrata nelle varie città le quali avevano ognuna un voto negli Stati Provinciali. Fra le città olandesi predominava Amsterdam, successa come emporio mondiale ad Anversa, la quale era stata ripresa dal Farnese nel 1585 , per cui si avverò un vero esodo di calvinisti ed altri mercanti verso Amsterdam. Nelle altre province prevaleva la nobiltà di campagna, strettamente dipendente dalla Casa d'Orange. All'opposto dei vari "Stati Provinciali" quelli Generali, stabiliti a L'Aja, sedevano in permanenza. Non c'era restrizione nella libertà delle province di delegare quanti deputati volevano a questo "Congresso permanente di ambasciatori"; il voto però si faceva per provincia, ed in teoria era richiesta l'unanimità per ogni decisione importante. Uno strano aspetto semimonarchico della Repubblica è dovuto al fatto che l'alto incarico di Statholder divenne virtualmente (in teoria dal 1747 in poi) ereditario nella casa d'Orange. In teoria l'incarico era provinciale, ma, ad eccezione della Frisia (almeno durante il Seicento), quasi sempre i principi di Olanda lo erano simultaneamente delle varie province e inoltre come "spitani generali" comandavano le forze armate. Dopo lo Statholder, il personaggio più importante era il "gran pensionario" della provincia dell'Olanda (esponente del particolarismo di quest'ultima contro le tendenze unificatrici degli Orange) al quale spettava la direzione degli affari esteri di tutta la Repubblica. Infatti, mentre il principe Maurizio continuava la lotta contro gli Spagnoli, il pensionario Oldenbarnevelt continuava l'opera