emporale, dal sovrano medesimo. Ancora, mentre nell'oratorio privato si svolgevano solo alcune pratiche religiose, in quello del sovrano si poteva celebrare qualsiasi cerimonia e funzione sacra, senza bisogno di alcuna speciale autorizzazione da parte delle autorità ecclesiastiche e, massimo fra i privilegi, la cappella regia fungeva anche da parrocchia personale del sovrano, della sua famiglia e della corte.
In seguito, accanto alle cappelle p. propriamente dette, altre se ne vennero differenziando con struttura profondamente diversa. In questi casi, in conseguenza delle successive donazioni da parte del principe, la cappella regia finì con l'avere un proprio patrimonio completamente distaccato da quello del sovrano, in modo che, abbandonata la sua originaria figura di temporale officium et ministerium, si venne trasformando in un ente a se stante, con figura giuridica non dissimile, nella maggior parte dei casi, dalla collegiata ecclesiastica, avente un proprio ordinamento e regolarmente eretta nelle forme canoniche; il suo clero, fino allora considerato come stipendiare dalla casa del sovrano, acquistava un carattere beneficiario e, una volta investito dal sovrano della sua prebenda, la conseguente inamovibilità canonica.
Da questa trasformazione derivava: 1) che il sovrano cessava di essere il proprietario della cappella e dei beni ecclesiastici, sicché il suo diritto veniva limitato a quel complesso di poteri che costituiscono il giuspatronato, con l'unica sostanziale differenza che, mentre al patrono spetta solo il diritto di presentare il candidato all'autorità ecclesiastica, il sovrano procedeva da se stesso alla plena callatio del beneficio; 2) che il carattere parrocchiale cessava di essere un privilegio, in quanto la chiesa p. veniva regolarmente eretta in parrocchia.
Infine, accanto alle sopraddette cappelle o chiese regie, vanno ricordate quelle chiese (p. improprie o ad honorem) che, sorte come luoghi sacri aperti al culto di tutti i fedeli, con ricche donazioni, con ordinaria cura d'anime e giurisdizione ecclesiastica, vennero più tardi dal sovrano in: signite del carattere della palatinità, talvolta perché esse stesse si posero sotto la sua protezione, ma più spesso per fini politici, quando divennero il centro dell'organizzazione ghibellina fedele al principe in contrapposizione alla cattedrale, centro della parte guelfa, ligia al pontefice.
II. Natura e caratteri della palatinita. - Le caratteristiche della palatinità rispondono alla finalità essenzialmente politica dell'istituto, consistente nella garanzia, per il sovrano, di poter adempiere ai doveri religiosi senza la minaccia dell'interdetto vescovile.
Essi sono, in linea di massima, i seguenti : 1) la destinazione della cappella o chiesa all'esercizio del culto
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privato del Capo dello Stato; 2) la funzione di parrocchia personale per il Capo dello Stato e per la sua casa; 3) il diritto di proprietà del Capo dello Stato sulla cappella, se questa ha mantenuto il suo carattere originario di oratorio privato; il diritto di patronato, se è un ente autonomo; 4) il diritto del sovrano di procedere alla nomina degli ecclesiastici preposti alla chiesa o cappella, con facoltà, qualora questa sia un oratorio privato, di revocarli ad nutum; 5) l'esenzione della chiesa o cappella e del suo clero dalla giurisdizione vescovile; 6) particolari privilegi liturgici e rituali nelle cerimonie e funzioni religiose.
III. Le chiese e le capfelle p. in Italia prima del Concordato. - In Italia l'istituto della palatinità ebbe un'effettiva importanza nel Regno delle Due Sicilie, dove trovò la sua regolamentazione nella bolla di Benedetto XIV Convenit del 27 luglio 1741; esso acquistò poi particolare valore con le leggi eversive del 1866 , poiché, per sfuggire alla soppressione, alcune chiese invocarono ed ottennero la qualifica di p., sopravvalutando il significato ed il contenuto degli antichi documenti e diplomi regi a favore di esse.
Prima del Concordato si potevano distinguere :
a) chiese e cappelle annesse ai palazzi regi : dipendevano dal Ministero della real casa, il quale era competente nell'amministrazione ordinaria e straordinaria e provvedeva alle spese per l'officiatura, la manutenzione e la riparazione dell'edificio qualora l'ente mancasse di mezzi propri; i cappellani, nominati dal sovrano, non come privato ma come organo dello Stato, dipendevano dal Ministero della real casa e venivano considerati impiegati regi; 8) enti dipendenti dal Ministero di grazia e giustizia : di questi, quelli privi di un proprio patrimonio gravavano, per le spese e gli onorari, sul bilancio del Ministero; e quelli con patrimonio proprio erano amministrati dagli economi generali per i benefici vacanti quali regi delegati, sotto la tutela e vigilanza del ministro di Grazia e Giustizia che ne approvava i bilanci e gli atti eccedenti l'ordinaria amministrazione; c) enti dipendenti dall'Opera nazionale dei Combattenti : oratori annessi a ville e palazzi reali che, con il decreto legge 3 ott. 1919, n. 1792, erano passati dalla Corona allo Stato e quindi trasferiti all'Opera nazionale dei Combattenti che ne era divenuta proprietaria con l'onere di provvedere, per quelli sprovvisti di beni, all'officiatura e manutenzione. La nomina dei cappellani, anche per questi enti, rimaneva di pertinenza del Ministero della giustizia, il quale, inoltre, amministrava i beni delle cappelle che, pur dipendendo dall'Opera nazionale dei combattenti, possedevano un loro patrimonio; d) le p. pugliesi : per queste, pur conservandosi la personalità giuridica, l'amministrazione del patrimonio era accentrata presso un ente autonomo cui era preposto un delegato, nominato dal re su proposta del ministro di Grazia e Giustizia, inteso il Ministero della real casa; i bilanci di detto ente ed i suoi atti eccedenti l'ordinaria amministrazione dovevano essere approvati dal Ministero di grazia e giustizia, mentre il clero delle chiese in parola veniva retribuito con assegni fissi.
IV. Dopo il Concordato. - Con il Concordato (art. 29 lett. g) lo Stato italiano rinunciò ai privilegi di esenzione giurisdizionale ecclesiastica del clero palatino in tutta Italia (salvo per quello addetto alle chiese della S. Sindone di Torino, di Superga, del Sudario di Roma ed alle cappelle annesse ai palazzi di dimora dei sovrani e dei principi reali). Le altre chiese e cappelle che prima del Concordato godevano di un particolare regime per la loro qualifica di p., diventarono semplici collegiate; pertanto le nomine e le provviste ad esse relative rientrarono sotto le norme generali dettate al riguardo per tutti gli altri enti ecclesiastici. Con il Concordato si stabili inoltre che un'apposita commissione mista avrebbe provveduto all'assegnazione ad ogni basilica o chiesa p. di una congrua dotazione con i criteri indicati per i beni dei santuari nell'art. 27 del Concordato stesso. Ad una tale sistemazione si è provveduto per le
chiese ex-p. pugliesi, le quali, con una propria dotazione e con una propria fabbriceria, sono state trasferite alle dipendenze dell'autorità ecclesiastica; la R. Delegazione è stata soppressa ed è stato creato in Bari l'Ente autonomo "Opere Laiche Palatine Pugliesi".
Con una convenzione fra lo Stato italiano e la S. Sede, stipulata il 13 giugno 1939, resa esecutiva con legge 30 nov. 1939, n. 1887 ed entrata in vigore il 2 febbr. 1940 allo scambio delle ratifiche, si determinò poi quali cappelle, oltre quelle espressamente indicate dall'art. 29 del Concordato, avessero ancora mantenuto le caratteristiche della palatinità; si stabili la condizione giuridica delle chiese di S. Gottardo in Milano, di S. Francesco di Paola a Napoli e della cappella di S. Pietro nel Palazzo reale di Palermo, le quali, oltre al fatto di essere annesse ai palazzi reali, avevano piena funzione parrocchiale; si precisò la procedura per la nomina del cappellano maggiore del re (ordinario palatino) e degli ufficiali ecclesiastici addetti alle chiese o cappelle p.; si costituì, infine, la "mensa" del cappellano maggiore e del suo clero.
Va peraltro da ultimo notato come la forma repubblicana di recente assunta dallo Stato italiano potrebbe far ritenere assoggettabile a trasformazione di significazione e di contenuto o, quanto meno, di funzione, lo stesso istituto della palatinità.
V. La Chiesa del Pantheon. - Oltre alla trasformazione ed all'estinzione di alcune chiese p., con il Concordato (art. 15) si provvide a crearne una nuova (quella del Pantheon: S. Maria ad Martyrs), con funzione affatto speciale e sui generis, essendo essa destinata non solo al culto privato del Capo dello Stato, ma anche alle cerimonie di culto dello Stato medesimo. Con detto articolo si stabiliva inoltre che l'arcivescovo ordinario militare

Palawan, Prefettura apostolica di - Cappella della Missione. Palawan.
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è preposto al Capitolo della chiesa del Pantheon in Roma, costituendo con esso il clero che provvederà al servizio religioso di detta Basilica ed a tutte le funzioni, anche fuori di Roma, che, in conformità delle norme canoniche, siano richieste dallo Stato o dalla casa del Capo dello Stato. A tal fine la S. Sede consentì a conferire a tutti i canonici che formano il clero del Pantheon la dignità di protonotari apostolici ad instar durante munere. La nomina di ciascuno di essi è fatta dall'autorità ecclesiastica (cardinal vicario di Roma) dietro presentazione da parte del Capo dello Stato (previa però confidenziale indicazione del presentando da parte dell'autorità ecclesiastica), come se a questi spettasse sulla chiesa il giuspatronato. Alla presentazione, che avviene per decreto del Capo dello Stato, fa seguito la institutio collatica che ha carattere concordatariamente obbligatorio.
Bibl.: P. Bianca Papa, Le chiese p., Palermo 1910; A. C. Jemolo, L'amministrazione ecclesiastica, in Prima trattato completo di dir. amm. ital., a cura di V. E. Orlando, XII, parte $2^{2}$, Milano 1216, p. 243; P. A. D'Avack, Le chiese p., Roma 1929; C. Courbini, Le c. e c. p. prima e dopo il Concordato Lateranense, in Studi in onore di Carlo Calisse, II, Milano 1939, p. 293 sgg.: id., Le c. e c. p. dopo la Conversione 13 giugno 1939 tra la S. Sede e il Governo italiano, in Il Divito ecel., 1942, p. 11. Domenico Barillaro
PALAWAN, PREFETURA APOSTOLICA di. - Situata nella parte occidentale dell'arcipelago filippino, comprende tutta la provincia civile omonima, divisa in otto municipi, e fu eretta il 10 apr. 1910 ed affidata ai Recolletti di S. Agostino. Si estende per ca. 14.500 kmq . ed ha un clima caldo e umido e un suolo molto fertile ed esuberante, ma in massima parte tuttora coperto di boscaglie. Gli abitanti sono originari della stirpe malaya. Il dialetto principale è il cuyano. La religione predominante è la cattolica. Il numero degli ab. è di 115.000 , di cui 97.369 cattolici; 16.000 sono pagani e maomettani; gli altri sono buddhisti. Il numero delle isole, di cui consta il territorio della missione, è di 750 . La residenza dell'Ordinario è Puerto Princesa, che è anche la capitale della provincia di $P$.
Questo territorio venne occupato dagli Spagnoli nel 1622. Cinque padri eremitani recolletti di S. Agostino, che seguivano la spedizione, intrapresero la evangelizzazione di quel popolo. Essi dovettero continuamente sostenere le contrarietà e l'odio dei musulmani, i quali non mancarono di arrecare gravi danni alle cristianità. Vari missionari vi trovarono la morte. 276 anni di lavoro fruttarono la conversione della maggior parte degli abitanti, organizzati in due parrocchie e dieci stazioni missionarie. Il governo spagnolo corrispondeva ai Recolletti uno stipendio per la loro congrua sostentazione. Ma nel 1898 la rivolta armata, scoppiata contro i funzionari spagnoli, segnò la distruzione delle opere missionarie, chiese e case parrocchiali. Per tre anni nessun sacerdote poté entrare in quella regione. Nel 1901, dopo la prima spedizione americana nell'isola di P., vi si poterono mandare di nuovo quattro recolletti, che via via ripristinarono l'organizzazione missionaria.
Stato spirituale della Missione: 25 sacerdoti, di cui 13 pp. recolletti, 2 gesuiti americani e to sacerdoti secolari filippini; 4 seminaristi maggiori e 17 minori; 23 suore; 161 catechisti; 31 maestri; 151 edifici sacri; 6 lebhrasari; 16 scuole elementari; 9 scuole medie; 9 scuole superiori; una scuola magistrale.
Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Relatio quinquennalis, pos. prot. n. 242/48; id., Prospectus status missionis 1930-31, pos. prot. n. 4147/21; MC, 1920, pp. 421-22. Edoardo Pecuraio
PALAZZOLO ACREIDE. - Akrai fu colonia di Siracusa fin dal sec. viI a. C.; essa era situata a 34 km . ad occidente di Siracusa, dove è oggi P .
Vi si sono riconosciuti quattro ipogei, il primo detto * grotta di Senebardo *, il secondo * della cava Intagliata *, il terzo * della cava Intagliatella *, il quarto * tombe a nord dell'Intagliatella v; presentano tombe a baldacchino; nell'ipogeo della cava Intagliatella furono trovate alcune

Paleario. Aonio - Frontespizio del De Animorum immortalitate, Lione 1236 - Roma, esemplare della Biblioteca Nazionale.
iscrizioni greche del sec v, tra cui una menziona un diacono. E dubbio se sia cristiano il frammento ora nel Museo Indica (A. Ferrua, Epigrafia sicula pagana e cristiana, in Riv. arch. crist., 18 [1941], p. 205 sg. e fig. 39). Bibl.: J. Führer e V. Schultes, Die ulehristi. Grabstätten Siciliens, Berlino 1907, pp. 133 sgg. Enrico Josi
Paleario, Aonio. - Umanista eretico (Antonio Paleari o Della Paglia), n. a Veroli nel 1503 da Matteo e Chiara Jannarilli, m. il 3 luglio 1370. Perduti presto i genitori, passò a Roma verso il 1521 presso il card. Alessandro Cesarini, fu a Perugia presso il card. Ennio Filonardi, suo concittadino, poi alternativamente a Siena e Padova. Sposò Marietta Guidotti di Colle Val d'Elsa, dove pure soggiornò, e ne ebbe 5 figli.
Fu in relazione con il Bembo, con il Sadoleto, con Bernardino Maffei e forse con Marcello Cervini. Nel 1540 fu accusato dal domenicano fra Vittorio da Firenze a proposito del purgatorio e si scusò con un'apologia perduta. Per il suo comportamento esteriore fu accusato come eretico nell'apr.-maggio 1542 davanti alla Curia di Siena dove allora insegnava; si scusò con un'orazione che però non fu diffusa. Chiamato ad insegnare a Lucca nel 1546 vi si trasportò e vi rimase sino al 1555, quando dal magistrato di Milano fu invitato ad insegnare e cominciò le lezioni nell'art. ed ebbe relazioni con Basilio Amerbach di Basilea, con Celio Secondo Curione, Camillo
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Renato esuli d'Italia e con persone sospette d'eresia nella città. Accusato dinanzi l'Inquisizione milanese dallo stesso fra' Vittorio da Firenze il 13 genn. 1559, il processo terminò con l'assoluzione il 23 febbr. 1560 . In seguito alla nuova edizione delle sue opere a Basilea, che il P. avrebbe voluta anonima, fu di nuovo citato dinanzi l'Inquisizione nell'apr. 1567 ed arrestato il 20 ag. L'Inquisizione romana lo volle a Roma e nel sett. entrava a Tordinona; il processo durò sino al 30 giugno 1570 , quando il P. come eretico relapso fu consegnato al braccio secolare ed impiccato e poi arso.
Mori pentito; capi d'accusa erano stati la giustificazione per la sola fede, disprezzo del purgatorio e della vita monastica, negazione della Chiesa e del potere del pontefice.
Le sue opere, pubblicate vivente a Lione nel 1552 ed a Basilea nel 1566 , comprendono in tre libri un poema in esametri De immortalitate animorum composto nel 1532 1535 sul modello di Lucresto e su argomento vivo nella letteratura del tempo; 14 orazioni latine su modello ciceroniano, lettere, versi latini ed italiani, dialoghi italiani di argomento grammaticale e la più compromettente: la Actio in pontifices romanos et eorum asseclas, auspicante un rinnovamento del cristianesimo con il ritorno al vero Vangelo, per mezzo del concilio, l'estirpazione degli abusi del papato e del clero. In essa il P. non fa che ripetere senza originalità quanto allora si ripeteva negli ambienti favorevoli alla Riforma protestante.
Bibl.: G. Morpurgo, Un umanista martire, A. P., Città di Castello 1921; P. Paschini, Un umanista disgraziato nel Cinquecento, in Nuovo archivio veneto, nuova serie, 37 (1919), pp. 76-81 (per il soggiorno del P. a Milano); D. Contimori, Eretici italiani del Cinquecento. Firenze 1939, v. indice; V. Usami, Su due epigrafi metriche di A. P., in Rinascita, 5 (1942), pp. 631-41. Pio Paschini
PÁLEČ, Štěpán. - Teologo, n. tra il 1360 e il 1370 a Větší Páleč in Boemia, m. dopo il 1422 in Polonia.
Nell'Università di Praga prese la laurea nelle Arti (1390) ed anche quella in Teologia (1410). Nel 1400 coprì la carica di rettore dell'Università. Nel 1408 P. si recò in Italia come membro dell'ambasciata del re Venceslao IV al Concilio di Pisa. Imprigionato dal legato B. Cossa, fu rilasciato in libertà solo dopo l'intervento del Re e della Università. P. era amico di Hus (v.) e insieme con lui si interessò degli scritti di Wicklef, ma piuttosto per le sue tendenze riformatrici che per le sue dottrine dogmatiche. Quando nel 1412 Hus attaccò le bolle d'indulgenze, pubblicate dal papa Giovanni XXIII, P. le difese fermamente. Di quel periodo sono le sue opere principali: Tractatus gloriosus, Replicatio contra Quidamistas, De Ecclesia, Antihos. Nel 1414 P. si recò al Concilio di Costanza, dove fu il principale avversario di Hus, ma anche un fervido sostenitore delle riforme ecclesiastiche. Non potendo rientrare in patria per le guerre hussite, P. si recò in Polonia, dove insegnò all'Università di Cracovia e combatté le infiltrazioni del movimento hussita. L'anno e luogo della morte di P. non sono noti; l'ultima notizia di lui è del 1422. Come teologo P. difese particolarmente il culto delle immagini e dei santi, le indulgenze, l'efficacia dei Sacramenti, il valore dogmatico della tradizione
sacra, la costituzione gerarchica della Chiesa con il Papato, benché alla fine si mostrasse favorevole al conciliarismo.
BibL.: J. Sedlák, M. Tan Hus. Praga 1915, passim; L. Matyáš, M. S. P., in Cusapis hatulichého duchoventva, 1931, pp. 111 sgg.; 1932, pp. 235 sgg. Giuseppe Olär
PALEMBANG, vicariato apostolico di. - Nella parte meridionale di Sumatra (Indonesia). Il 30 giugno 1911 tutta l'isola fu distaccata dal vicariato ap. di Batavia (oggi Djakarta) ed eretta in prefettura ap. di Sumatra. Il 27

Palembang, vicariato apostolic o di - Abitazioni caratteristiche su palafitte.
dic. 1923 la medesima prefettura fu divisa nelle tre di Banka e Billiton (oggi vicariato ap. di Pangkalpinang), di Padang (oggi vicariato ap. di Medan) e di Benkulen. Quest'ultima, il 13 giugno 1939, fu elevata a vicariato con l'odierna denominazione di $P$.
I primi a intraprendere l'opera di evangelizzazione a Sumatra furono alcuni te atini, sul principio del sec. sviti. Ma il vero inizio delle missioni nell'Isola si può porre nel 1888, quando giunsero dall'Olan dale prime schiere di gesuiti. Essi fondarono subito una stazione missionaria nel villaggio di Tandjiang Sakti, nel distretto di Benkulen. I Gesuiti erano stati qui prevenuti dai protestanti, che, però, dopo alcuni anni di lavoro sterile, se ne erano andati. Nel 1911 la prefettura apostolica di Sumatra con le isole Banka, Billiton e l'arcipelago Riouw fu affidata ai Cappuccini. Il 23 sett. 1924 vi giunsero i sacerdoti del S. Cuore, ai quali è attualmente affidato il vicariato di $P$.
I Malesi costituiscono la parte preponderante della popolazione e abitano, di preferenza, la zona costiera. A nord di P. si trovano i Kubus, che solo di recente hanno incominciato a subire l'influsso della civiltà. Quivi pure s'incontra l'elemento giavanese, antico dominatore al tempo dell'Impero di Madjapahit (sec. XIV), lentamente distrutto dalla espansione musulmana. Non mancano i Cinesi, i quali offrono al missionario maggiore possibilità di raccogliere qualche frutto. La religione predominante in Sumatra meridionale è l'islamismo.
Stato spirituale della missione: su un territorio di 186.000 kmq., la popolazione è di ca. $3.230 .814 \mathrm{ab}$. Vi sono 5718 cattolici con 408 catecumeni, 3000 protestanti, 2.500 .000 maomettani, 700.000 pagani. Vi sono 23 sacerdoti, 17 fratelli, 82 suore tra estere e native, 1 seminariata maggiore e 11 minori, 25 catechisti, 103 maestri, 95 medici; 30 edifici sacri; 4 ospedali; 3 orfanotrof; 9 scuole elementari; 6 scuole medie; 2 scuole professionali; 12 stazioni primarie e 17 secondarie. La città di P. è la residenza dell'Ordinario.
Bibl.: AAS, 3 (1911), pp. 347-48; 16 (1924), pp. 83-84; Arch. di S. Congr. di Prop. Fide, Relatio quinquennalis. pos. prot. n. 3331/36; id., Prospectus Status Missionis, 1951, pos. prot. n. 3651/51; MC, 1950, pp. 432-33. Edoardo Pecorsio
PALENGIA, Diocesi di. - Diocesi della Castiglia, suffraganea della metropoli di Burgos; è situata nella provincia omonima, meno alcune parrocchie appartenenti alle diocesi di Santander e Valladolid. Estensione territoriale 7711 kmq., ab. 260.000 tutti cattolici, parrocchie 350 , sacerdoti secolari 430 , regolari 19.
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Questa diocesi si vorrebbe fondata nel sec. III, ma le prime notizie sicure sono del sec. vi. Distrutta la capitale e altre città vicine dai Mori nel 750, una parte del suo territorio fu aggregata dal re Alfonso III nel 903 alla diocesi di Oviedo e poi un'altra parte a quella di Burgos; nello stesso sec. xi P. però riappare di nuovo molto estesa, cioè, come dice il documento della fondazione, "dal fiume Cea fino alla sua unione con il Duero, dalla nascita del fiume Pisuerga fino al castello di Peñafiel, compreso questo distretto e quello di Portillo e le 7 chiese fino al Duero ". Nell'crezione della diocesi di Valladolid nel 1393 fu tolta buona parte del territorio di P. per formare il nuovo vescovato. Il vescovo di P. dal 1181, per privilegio del re Alfonso VIII, aveva giurisdizione civile su alcuni villaggi della valle di Pernia, i quali formarono il comitato di Pernia, titolo concesso nel sec. xv per la parte avuta dal vescovo nella conquista di Antequera; per questo, fino al presente, i prelati sono chiamati conti di Pernia. Patrono della diocesi è s. Antolin (festa 2 sett.) e i santi propri della stessa: s. Francesco di Capillas ( 16 genn.), s. Ildefonso, vescovo ( 23 genn.), s. Giuliano, vescovo ( 26 genn.), s. Pedro Gonzales Talmo (14 apr.), s. Toribio (16 apr.), s. Pietro de Dueñas (ro maggio), s. Mancio, vescovo (21 maggio), s. Zoilo (27 giugno), s. Pietro Osomense (2 ag.), s. Francesco di Gesù martire (3 sett.). La chiesa cattedrale, la cui prima pietra benedisse il card. Guglielmo di S. Sabina, legato a lettere dal papa Giovanni XXII, fu cominciata nel 1321 sotto il vescovo Giovanni II e fu finita nel 1516. Appartiene allo stile gotico assai puro, ha 3 navate e una cripta, parte del sec. viI, parte del x. Il chiostro è del sec. xv. Il Tesoro di questa chiesa e il suo Archivio sono ricchissimi. Il Seminario maggiore è del 1584 , il minore, di Carrion de los Condei, è del 1896.
Bibs.: F. Fernandez del Polgar, Historia secular eclesiástica de la ciudad de P., Madrid 1670-80; E. Florez, Españo sagrada, VIII, Madrid 1860, pp. 1-33: Anuario eclesiástico, Barcelona 1927, p. 313; 1928, p. 284.
Giuseppe M. Pou y Marti
PALEOANTROPOLOGIA (PALEONTLOGIA uMANA). - È la scienza che studia i resti scheletrici umani che si rinvengono fossili nelle stazioni preistoriche, all'aperto o nelle caverne, e nei depositi alluviosali quaternari. I primi resti fossili umani finora noti risalgono al Pleistocene antico (v. UOMO, ETA dell').
I rappresentanti fossili dell'umanità vengono divisi in vari generi e specie sistematiche, a seconda dei loro caratteri morfologici e delle loro probabili relazioni genealogiche. I più antichi e primitivi vengono chiamati protantropi e risalgono tutti al paleolitico antico; il loro scheletro presenta una mescolanza di caratteri pitecoidi ed umani, con più o meno accentuata prevalenza dei secondi.
Da ricordare tra questi i Pitecantropi (Pithecanthropus robustus, $P$. erectus) di Giava, rappresentati da 4 crani più o meno completi e forse da alcuni femori; il Sinantropo (Sinanthropus Pechinensis) di cui sono stati rinvenuti resti riferibili ad una quarantina di individui nelle caverne di Ciukutien presso Pechino; l'Uomo di Mauer (Palaeoanthropus [ ?] Heidelbergensis) rappresentato da una mandibola straordinariamente robusta rinvenuta nei dintorni di Heidelberg in Germania, e l'Africantropo (Africantropus Njarasensis) cui appartiene un cranio rinvenuto nell'Africa centro-orientale, che rappresenta uno stadio intermedio tra protantropi e paleontropi.
Alcuni autori considerano come protantropi anche i Gigantopitecini (Gigantopithecus blacki, Meyanthropus paleojavanicus), esseri giganteschi i cui denti, scoperti recentemente nella Cina meridionale e a Giava, mostrano insieme caratteri pitecoidi e umani. Questi protantropi, ancora assai mal conosciuti, presentano da un lato affinità con i pitecantropi e dall'altro con gli australopitecini (Australopithecus Africanus, Plesianthropus Transvaalensis, Paranthropus robustus e P. crassidens), curioso gruppo di scimmie antropomerfe sudafricane che presentano alcuni caratteri spiccatamente umani specialmente per quanto riguarda la dentatura e il bacino. Al Paleolitico medio

(fot. Mas)
Palencia, diocesi di - Interno della chiesa fondata da Recesvinto e consacrata nel 661 - Baños de Cerrato.
vanno attribuiti in maggioranza i Paleantropi, in cui persistono notevoli caratteri pitecoidi, ma si affermano decisamente quelli umani. Il più tipico rappresentante di questo gruppo è l'Uomo di Neandertal (Palaeanthropus Neandertalensis) cui appartengono i resti di una ottantina di individui, tra cui quelli italiani di Saccopastore e del Circeo. Pure a questo gruppo appartengono l'Uomo del Solo (Palaeanthropus Soloensis) del Paleolitico superiore di Ngandong (Giava) e l'Uomo della Rhodesia (Palaeanthropus Rhodesiensis) di età incerta, ma abbastanza recente. E incerto se sia riferibile all'Uomo del Solo un cranio infantile, rivenuto a Modjokerto (Giava) negli strati corrispondenti al Paleolitico antico, cranio che alcuni autori attribuiscono invece ai pitecantropi. Una posizione un po' particolare occupano alcuni paleontropi come l'Uomo di Steinheim (Palaeanthropus [?] Steinheimensis) e l'uomo del Carmelo (Palaeanthropus [?] Palestinus) che presentano una curiosa mescolanza di caratteri propri del gruppo neandertaliano e dell'Homo sapiens.
Contemporaneamente ai paleontropi vissero in Europa anche uomini che presentano più o meno strette affinità con l'Homo sapiens e vengono chiamati Protofanerantropi. Si ricorderanno fra questi l'Eoantropo di Piltdown (Eoanthropus Dancsoni) un tempo riferito al paleolitico antico, ma ora, in base al "metodo della fluorina", ritenuto di età più recente; l'uomo di Swanscombe, accompagnato da industria acheuleana e quindi riferibile alla parte più alta del Paleolitico inferiore; l'uomo di Fontechevade (Francia), che l'industria accompagnante, tayaziana, fa riferire al limite tra Paleolitico antico e medio; l'Uomo dell'Olmo, rappresentato da un cranio rinvenuto in Umbria assieme a una punta mustieriana (Paleolitico medio) e infine l'uomo di Quinzano (Verona), anch'esso probabilmente al Paleolitico medio. Alcuni autori attribuiscono al Paleolitico antico e medio anche altri reperti, come il cranio di Galley Hill e quello dei Lloyds di Londra, ma ormai quasi tutti i paleoantropologi concordano nel ritenere infondata questa attribuzione. Incerta è la posizione cronologica dei resti fossili della Denise in Francia.
All'inizio del Paleolitico superiore, ossia durante la
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ultima glaciazione (Würmiano) si estinsero in Europa i paleontropi e si diffusero su tutto il continente antico razze umane di tipo attuale (Homo sapiens), ma non cosi differenziate tra loro come le razze odierne, in quanto uno stesso individuo presenta talora riuniti caratteri che attualmente sono distribuiti in razze diverse.
Tra le razze europee del Paleolitico superiore si ricorderanno quelle di Brunn, di Perdmost e della Berma, che possiedono arcate sopraorbitarie assai pronunciate : i negroidi di Grimaldi; la razza di Cro-Magnon dalla elevata statura (fino a m. 1.89), che secondo qualche autore sarebbe ancora rappresentata in qualche popolazione attuale; e la razza di Combe Capelle, variamente interpretata (eschimoide, australoide, protomediterranea, ecc.). Tutte queste razze appartengono all'Aurignaziano. Alquanto più recenti sono l'Uomo di Chancellade, interpretato come eschimoide, e quello di Oberkassel, maddeleniani. Gli scheletri della caverna di S. Teodoro (Messina) e forse quello della Maiella rappresentano i primi mediterranei, riferibili al Paleolitico superiore. Al mesolitico sono riferibili i crani di Ofnet (Baviera), tra i quali figurano i più antichi brachicefali finora conosciuti, e gli scheletri di Téviec (Bretagna), Mugem (Portogallo) e della caverna delle Arene Candide in Liguria. In Asia i più antichi rappresentanti dell'Homo sapiens sono gli scheletri di Sukbah e 'Atilt (Palestina) accompagnati da industria natufiana (Paleolitico superiore o Mesolitico) e i crani di Wadjak (Giava) considerati come protoaustraliani e riferiti, con riserva, al Paleolitico superiore. Pure protoaustraliani sono considerati i crani e scheletri di Talgai e Cobuna in Australia. L'Africa ha fornito numerosi resti scheletrici riferibili con maggiore o minore certezza al Paleolitico superiore. Grande scalpore produsse tempo fa la scoperta di alcuni scheletri a Oldoway, Kanam e Kanjera nell'Africa orientale (Kenia e Tanganika). Secondo i loro scopritori questi resti di Homo sapiens risalirebbero al Paleolitico medio o addirittura all'inferiore e apparterrebbero ai più antichi rappresentanti della umanità. Ma ormai quasi tutti gli autori li ritengono riferibili al Paleolitico superiore o addirittura al Neolitico e inumati in depositi preesistenti. Al Paleolitico superiore vengono riferiti i resti scheletrici di Homo sapiens scoperti ad Asselar (Sahara meridionale), Mechta-el-Arbi e Afalu-bu-Rummel (Algeria). Incerta è l'età degli scheletri di Elmenneita, Gamble, Beskop, Springbok, Florisbad e Cape Flats, tutte località dell'Africa Australe, che vengono attribuite al Paleolitico superiore o a età più recenti. Tutti appartengono a Homo sapiens e spesso presentano già i caratteri di razze africane attuali.
In America l'uomo è comparso relativamente tardi, e le più antiche testimonianze umane (Industria di Falson) sono riferibili al Paleolitico superiore. I resti scheletrici veramente fossili sono finora assai rari e tutti riferibili a Homo sapiens. Da ricordare il cranio australoide di Punin (Equatore) e il complesso eterogeneo della cosiddetta razza di Lagaa Santa (Brasile). Il paleontologo argentino F. Ameghino credette di aver scoperto nelle formazioni alluvionali delle Pampas una serie di fossili umani (Tetraprothomo, Triprothomo, Diprothomo, Prothomo) che avrebbero dimostrato l'origine evolutiva dell'Uomo da un gruppo di piccole scimmie americane (Homunculidae) terziarie. Ma ai constatò poi che i resti scheletrici in questione in parte erano semplicemente scimmieschi, in parte umani con caratteri anormali dovuti a deformazioni artificiali del cranio, che anche attualmente vengono praticate da popolazioni indigene audamericane.
A partire dal Neolitico la terra è completamente popolata dalle razze umane ancora attualmente viventi (ad eccezione della razza tasmaniana, estinta sul finire del sec. xix) e si esce quindi dal campo della paleontologia umana.
Per quanto riguarda il problema delle origini e della evoluzione umana, si veda la voce uomo, origine dell'.
Bibl.: W. Gieseler, Abstammung und Rassenkunde des Menschen, I. Oehringen 1936; M. Weinert, L'Homme prehistorique, Parigi 1929; M. F. Canella, Razze umane estinte e viventi, Firenze 1940; R. Biasutti, Le razze e i popoli della terra,
Torino 1941; C. Arambourg, La genèse de l'humanité, Parigi 1943; V. Marcozzi, La vita e l'uomo, Milano 1946; M. Boule, Les Hommes fossiles, $2^{\mathrm{a}}$ ed. a cura di H. Vallois, Masson - Parigi 1946; P. Leonardi, L'evoluzione dei viventi, Brescia 1920; W. E. Les Gros Clark, History of the primates, Londra 1930.
Pietro Leonardi
PALEOGRAFIA. - Con questo vocabolo, coniato impropriamente da B. Montfaucon per un trattato sulle scritture greche (Palaeographia graeca, Parigi 1708) e ormai consacrato dall'uso, si designa "lo studio critico delle antiche scritture", con lo scopo di leggerle esattamente, di localizzarne e datarne i prodotti, di trarre dal fatto grafico in sé (indipendentemente dal contenuto dello scritto) elementi storici che spesso nessuna fonte tramanda. Il campo vastissimo e molteplice delle scritture non è stato però ugualmente indagato, anzi in moltissimi casi l'esame ad esse rivolto non ha superato lo stadio empirico della retta interpretazione dei segni (siano essi ideografici, simbolici o alfabetici); sicché praticamente il termine p. si riferisce ai due soli rami in cui essa si è affermata come disciplina autonoma: le scritture greche e quelle latine. Queste ultime soprattutto hanno offerto all'indagine scientifica un terreno fertile di risultati, che hanno modificato nel giro di pochi anni l'indirizzo stesso degli studi.
I. CZONI STORICI. - Se la p. greca nacque come disciplina ausiliare degli studi fisiologici (soprattutto bizantini), quella latina ebbe origine invece in funzione della diplomatica (v.). L'una e l'altra, tuttavia, sorsero quasi contemporaneamente, tra la fine del sec. xvir e gli inizi del xviri, per un'esigenza "sistematica": i primi trattati, infatti (del Mabillon [v.] per la p. latina, del Montfaucon per la greca), rappresentano essenzialmente una classificazione delle scritture. Già nel 1727 però la p. latina compiva un passo avanti per opera di Scipione Maffei (v.) il quale, affermando l'unità di origine dei vari tipi classificati dal Mabillon, trasferiva la critica storicistica nello studio del fenomeno grafico. Per altro su questi confini la scienza paleografica rimase ancorata a lungo, limitandosi a perfezionare e moltiplicare l'incasellamento delle scritture (espressione tipica rimane l'imponente opera dei maurini R. P. Tassin e C. Toustain, Nouveau traité de diplomatique, Parigi 1730-65): soltanto nella seconda metà del sec. xix W. Wattenbach (Auleitung zur lateinischen Paläographie, Lipsia 1866) e L. Delisle (Notice sur un manuscrit mérovingien contenant des fragments d'Élogippins, Parigi 1875) misero in luce l'importanza dello studio delle forme grafiche nel loro sviluppo e il Delisle particolarmente dischiuse la via alle fondamentali indagini sui singoli centri scrittori. Tra la fine del sec. xix e il principio del xx i perfezionati mezzi tecnici e gli studi di L. Traube e L. Schiaparelli determinarono l'orientamento decisamente storico della p., con risultati della massima importanza, cui contribuirono studiosi di ogni paese. Ultimamente ha recato nuovo impulso alle ricerche paleografiche la scuola francese, rivolgendo particolare attenzione all'elemento fisiologico, come determinante dell'evoluzione grafica.
II. Oggetto della P. - In senso stretto la p. ha per oggetto la storia della scrittura (greca, latina, ecc.) nel suo evolversi, dalle origini (presupponendo per altro già formato il suo alfabeto) fino all'ultimo stadio criticamente indagabile (fino al loro estinguersi per le scritture ormai tramontate, fino ai giorni nostri per quelle tuttora in vita); praticamente, per la p. greca e per quella latina, l'indagine si arresta al sec. xvi, quando la stampa determinò il graduale tramonto della scrittura libraria. E vero che non cessò per questo la scrittura, ma il suo studio non presenta quell'interesse che ha nell'età precedenti, né d'altra parte esso potrebbe svolgersi secondo gli stessi principi (il concetto di "centro scrittorio" non ha più alcun significato; sopravvive ancora per qualche tempo solo la tradizione cancelleresca; la scrittura, non legata a una "scuola", si fa sempre più personale ed è profondamente
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In alto a sinistra: PANORAMA DELLA CITTÀ VECCHIA - Multau. In alto a destra: STAZIONE FERROVIARIA - Multau, In basso a sinistra: OSPEDALE DELLE SUORE FRANCESCANE MISSIONARIE DI MARIA - Lyallpur. In basso a destra: OSPEDALE CATTOLICO fondato e diretto dalle "Medical Missionaries Sisters» di Filadelfia (U.S.A.) - Rawalpindi.
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(da P. Aubry, Cenl Motets du XIII* siècle, I, Parigi 1908)

(da J. II. Baster, Au old St. Audrean nuvie book, Lnodro-Pariqj 1931)

(per cortesia della sig.na L. Cerrelli)

(per cuetria della sig.an L. Cerrelli)
In alto a sinistra: NOTAZIONE PREFRANCONIANA (sec. xili) - Bamberga, Biblioteca, ms. Ed. IV 6, f. $64^{\text {T }}$. In alto a destra: NOTAZIONE QUADRATA. Roma gaudens iubila». Conductus per Natale - Wolfenbüttel, Biblioteca, ms. 677, f. 116r (ca. 1250). In basso sinistra: NOTAZIONE ITALIANA. Madrigale «La bella stella» Biblioteca Vaticana, cod. Rossiano 215, f. 230 (ca. 1350). In basso a destra: NOTAZIONE FRANCESE. Sanctus da una messa - Inghilterra, Old Hall, ms. del Collegio S. Edmund ( $1^{\text {a }}$ metà sec. xv).
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modificata dall'uso alternato di strumenti scrittori diversi). Un'ulteriore restrizionc si verificò con l'affermarsi della papirologia e dell'epigrafia, che avocarono a sé anche lo studio della scrittura in quanto tale, se tracciata su materie oggetto della loro indagine : oggi tuttavia la necessità di intendere il fenomeno grafico in senso unitario si va affermando sempre più, sicché la p., pur tenendo conto delle trasformazioni imposte dalla materia scrittoria, riguarda come oggetto di sua competenza anche le scritture su papiro e su materiale epigrafico.
La p. rivolge inoltre il suo esame anche ad altri oggetti, e particolarmente al sistema abbreviativo (v. ABBREVIAZIONI), ai segni diacritici e di interpunzione, alle cifre numerali, alle scritture tachigrafiche e segrete, agli strumenti e alle materie scrittorie nonché ai processi con cui queste vengono preparate per ricevere la scrittura.
III. Svoloimento della scrittura. - La p. greca distingue, sostanzialmente, tre soli tipi di scrittura, l'onciale (v.) di forma maiuscola, la corsiva (v.), in origine di forma maiuscola e poi trasformatasi in minuscola; la minuscola (v.), derivata da un processo di calligraficizzazione della corsiva. La p. latina presenta invece un quadro assai più complesso, che viene tradizionalmente schematizzato in questi termini: la capitale arcaica dà origine alle scritture capitali (v.), sia epigrafiche che librarie, e alla corsiva antica (da alcuni chiamata anche "capitale corsiva "); da quest'ultima si evolve una nuova corsiva (v.), che raggiunge forme minuscole, mentre in campo librario, per un processo non ancora chiarito, si formano l'onciale (v.), e la semionciale. Minuscola corsiva e semionciale, influenzandosi reciprocamente, dànno vita, per cause varie, alle scritture nazionali (visigotica [v.], merovingica [v.], beneventana [v.] : diversa è la storia delle insulari [v.]) e alle precaroline, finché si afferma definitivamente la carolina (v.). Da questa nasce la gotica (v.) nelle sue varie forme; infine l'umanistica (v.) rappresenta nella forma libraria un ritorno alla carolina e nella forma corsiva un'evoluzione della gotica corsiva. Bisogna però tener presente che la classificazione su esposta obbedisce a criteri empirici e di praticità didattica, sottoposti dagli studi più recenti a una completa revisione.
IV. Problem: e orientamenti. - La terminologia corrente ha rivelato, col progredire degli studi paleografici, la sua inadeguatezza a designare una scrittura che, per trovarsi nella fase crescente o decrescente del suo sviluppo, o per l'infiltriarsi di forme diverse da quelle sancite dalla canonizzazione di un tipo, non presenta tutte e soltanto le caratteristiche proprie di esso. Di qui si è venuta sviluppando una nuova tendenza che mira a fissare entro limiti estremi, rappresentati da determinati codici o carte, le forme oscillanti suscettibili di essere catalogate sotto uno stesso nome. Andrebbero separati dai nomi "propri" delle scritture i termini che si riferiscono ad un'altra classificazione, per cui le scritture alfabetiche si dividono, in base a un rapporto di dimensione e di reciproce proporzione tra le lettere, in maiuscole (v.) e minuscole (v.), e, in base al ductus, in posate (o dritte) e corsive. La problematica è qui diversa; la possibilità che tali forme cossistano nel tempo, o addirittura in una stessa scrittura (mista), non esclude che ci sia dall'una all'altra una evoluzione: scritture che si presentano nei monumenti superstiti sia nel ductus posato che in quello corsivo possono aver avuto origine da due scritture diverse (come nel caso dell'umanistica), ma possono anche essersi formato come scritture calligrafiche e poi degenerate in corsive (come, sostanzialmente, in molte scritture notarili) oppure essere nate come corsive ed essersi poi stabilizzate in forme posate (come nel caso della beneventana). Più evidente ancora è l'evoluzione dalla maiuscola (costante fino al sec. III d. C.) alla minuscola. Nel passaggio da una forma corsiva a una dritta, o viceversa, il fenomeno è quindi localizzato nell'ambito di una sola scrittura; si hanno perciò vari problemi etaccati, oggi in gran parte risolti (incertezze perdurano ancora a proposito della corsiva antica [maiuscola] in rapporto alla capitale). Nell'evoluzione dalla maiuscola alla minuscola si assiste invece a un fenomeno di carattere generale, e il problema relativo (che investe anche la p. greca, sebbene
esso abbia avuto un'impostazione soddisfacente solo in rapporto a quella latina) rimane ancora sub iudice. Se infatti l'indirizzo tradizionale tende a spiegare il fenomeno come una trasformazione avvenuta nell'àmbito della corsiva e poi esteso alla scrittura calligrafica (corsiva antica - minuscola corsiva - minuscola dritta), la scuola paleografica francese lo ha spiegato invece di recente (non però assolutamente dimostrato) come processo spontaneo determinato da una mutata posizione dello scrivente rispetto alla materia scrittoria, svoltosi parallelamente e indipendentemente nel campo della scrittura libraria e in quello della corsiva.
Il tentativo di schematizzare in un unico paradigma il processo formativo di ciascuna scrittura ha dato origine al concetto di "scrittura usuale", quella cioè di cui l'uomo si serve per l'uso quotidiano, a carattere essenzialmente individuale, di tipo assai vario ma quasi sempre corsivo. Su di essa possono praticamente agire tutte le tendenze, ma sono soprattutto quelle che trovano un substrato comune presso più scriventi che la modificano secondo alcune caratteristiche costanti, finché la scrittura "usuale" non si trasforma in scrittura "canonizzata" (cancelleresca o libraria), che può a sua volta essere assunta come usuale, lasciando aperto l'adito a nuove modifiche. Si tratta naturalmente di una formulazione astratta che ha il solo scopo di fissare uno schema.
Numeroassimi sono i problemi particolari ancora insoluti, né è possibile richiamarli tutti. A titolo di esempio si accenna a uno tra i più dibatturi, quello relativo all'origine della scrittura carolina (v.), che è in relazione a quello non meno discusso delle cosiddette precaroline. Il fenomeno di una scrittura che, in concomitanza con l'affermarsi.dell'Impero carolingio, ritorna ad avere quel carattere di "universalità " che si riscontra nelle scritture dell'età classica, coinvolge fattori extrapsieografici e riporta lo studioso nel vivo della storia: di qui l'interesse del problema e le diverse soluzioni prospettate. L'elemento unitario della scrittura, perdutosi con le precaroline e le scritture nazionali (e cioè successivamente alla formazione della minuscola), riacquista sulla fine del sec. viII una consistenza reale che si conserva, nelle sue grandi linee, anche nello sviluppo successivo della p. latina : sicché la minuscola da una parte e la carolina dall'altra costituiscono i fulcri (e perciò anche i problemi fondamentali) nella storia della scrittura latina, a differenza di quella greca che ha conservato invece il suo carattere unitario. In questa differenza risiede pure la ragione del maggiore sviluppo conseguito dagli studi di p. latina in confronto di quella greca, e l'indirizzo analitico (indagini su singoli centri scrittori, su fasi isolate di una stessa scrittura ecc.) dei primi in confronto dei secondi.
BibL.: 1. Rezzetoni: W. Weinberger, Bericht über Paläographie und Handschriftenkunde, in Bursians Jahresbericht über die Fortschritte der blass. Altertumscisenzch., 98 (1898), pp. 187-310; 108 (1900), pp. 168-233; 127 (1903), pp. 214-36; 132 (1907), pp. 13-53; 158 (1912), pp. 96-131; 172 (1912), pp. 1-30; 193 (1922), pp. 79-105; 209 (1926), pp. 1-23; 236 (1932), pp. 83-113; H. Nelis, L'écriture et les sivides, Bruxelles 1918; L. Schiaparelli, La scrittura latina nell'età romana, Como 1921, pp. 176-207; A. Hessel, Bericht über Paläographie, in Archiv für Urkundesforschung, 12 (1932), pp. 437-44 e 13 (1933-34), pp. 177-82; P. Sattler-G. von Selle, Bibliographie zur Geschichte der Schrift bis in das Jahr 1930, Linz 1935; A. Pratesi, P. latina, in Dosa, 2 (1949), pp. 167-79 e 193-218. Si vedano inoltre i resoconti bibliografici delle riviste Rev. d'hist. rrelè, ; Intemat. bibliography of hist. sciences, Scriptorium, e la rassegna periodica di A. Esdaile, The year's work in librarianship.
2. Manuali: di p. greca e latina: E. M. Thompson, Handbook of greeh andlatio palaeography, Londra 1893 ( $3^{4}$ ed., ivi 1906); id., da introduction to greeh and latin palaeography, Oxford 1912; A. Mente, Geschichte der griechisch-römischen Schrift, Lipsia 1920. Di p. greca: V. Gardthausen, Griechische Paläographie, Lipsia 1879 (2* ed., 2 voll., ivi 1911-13); W. Wattenbach, Anleitung zur griechischen Paläographie, $3^{4}$ ed., ivi 1893; W. Schobart, Griechische Paläographie, Monaco 1923; P. Mass, Griechische Paläographie, in A. Gercke e E. Norden, Einleitung in die Altertumscissenschaft, I, fasc. 12, $3^{4}$ ed., Lipsia 1927, pp. 69-81; A. Sigalas, (L'egalia т8s "Ekkynk'ig 7p23'8s. Salonicco 1934. Di p. latina: W. Wattebbach, Anleitung zur lateinischen Paläographie, $4^{4}$ ed., Lipsia 1886; C. Paoli, Programma scolastico di p. latina e di diplomatica, I : P. latina, $3^{4}$ ed., Firenze 1901; B. Brethols,
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Lateinische Paläographie, $3^{\circ}$ ed., Lipsia 1926; P. Lehmann, Lateinische Paläographie bis zum Siege der karolingischen Minuskel, in A. Gercke e E. Norden, op. cit., I, fasc. x, $3^{\circ}$ ed., ivi 1927, pp. 38-68; A. C. Floriano Cumbreno, Curso general de Paleografia y Diplomática, 2 voll., Oviedo 1946; G. Battelli, Lezioni di p., $3^{\circ}$ ed., Città del Vaticano 1949.
3. Collezioni di codici riprodotti: Codices graeci et latini photographice depinti, sotto la direzione di P. Durrieu e poi di S. de Vries, Lione 1897 sgg . (in corso : finora 20 voll.); Reproductions des manuscrits et miniatures de la Bibliothèque nationale, sotto la direzione di H. Omont, Parigi 1901 sgg . (in corso: finora 25 voll.); Codices e Vaticanis selecti phalotypice expressi, a cura della Bibl. Vaticana, Roma (poi Città del Vaticano) 1902 sgg. (in corso: finora 27 voll.); Codices ex ecclesiasticis Italine bibliothecis delecti phalotypice expressi, a cura della Bibl. Vaticana, ivi 1913 sgg . (in corso: finora 7 voll.).
4. Collezioni e raccolte generali di facsimili: greci e latini: J. B. Silvestre, Paléographie universelle, II, Parigi 1840 (ed. inglese, Londra 1850); The Palaeographical Society, Facsimiles of manuscripts and inscriptions, a cura di E. A. Bond, E.M. Thompson, G. F. Warner, 5 voll., in 2 serie, Londra 1873-94 (Indices, ivi 1901); British Museum, Catalogue of ancient manuscripts, a cura di E. M. Thompson e G. F. Warner, I: Codices graeci, ivi 1881; II : Codices latini, ivi 1884; G. Vitelli e C. Paoli, Collezione fiorentina di facsimili paleografici greci e latini, 4 voll., Firenze 1884-97; The new Palaeographical Society, Facsimiles of ancient manuscripts, a cura di E. M. Thompson, G. F. Warner, F. G. Kenyon, J. Parnell Gilson, 4 voll., in 2 serie, Londra 1903 1930 (Indices della $1^{2}$ serie, ivi 1914; della $2^{\circ}$, ivi 1932). Greci: W. Wattenbach, Scripturae graecae specimina, $3^{\circ}$ ed., Berlino 1897; S. De Vries, Album palaeographicum..., Leida 1909. Vanno pure segnalate altre raccolte di valore più circoscritto: Subas, Specimina palaeographica codicum Graecorum et Slieconicorum bibliothecae Mosquensis, 4 voll., Mosca 1863-64; W. Wattenbach, A. von Velsen, Exempla codicum graecorum litteris minuscolle scriptorum, Heidelberg 1878; Facsimiles de manuscrits grecs datés de la Bibliothèque nationale du IXe au XIVe siècle, Parigi 1890; Facsimiles des plus anciens manuscrits grecs en anciale et en minuscule de la Bibliothèque nationale du IVe au XIIe siècle, Parigi 1892; G. Zereteli e S. Sobolevski, Exempla codicum graecorum litteris minuscolle scriptorum..., 2 voll., Mosca 1911-13. Pcr i papiri: K. Wessely, Papyrorum scripturae graecae specimina, Lipsia 1900; T. Reinach, Papyros grecs et dénotiques, Parigi 1905; M. Norsa, Papiri greci delle collezioni italiane (Pubbl. della Scuola di filologia classica dell'Università di Roma, $2^{\circ}$ serie), fascc. I-III, Roma 1924-46. Latini: E. Monaci, Facsimili di antichi manuscritti..., Roma 1881-92; Archivio paleografico italiano, diretto da E. Monaci, poi da V. Federici, ora da F. Bartoloni, Roma 1882 sgg . (in corso: finora 38 fascc. in 13 voll.); E. Chatelain, Paléographie des classiques latins, Parigi 1884 1900; K. Wessely, Schrifttafels zur älteren lateinischen Paläographie, Lipsia 1898; F. Carta,