cita alla morte. I nomi delle P. negli scrittori latini che di frequente le nominano sono gli stessi delle greche moire: Clothos che tiene la conocchia, Lachesis che fila lo stame, Atropos che recide il filo, Catullo (LXIV, 306) le rappresenta come tre vecchie, Virgilio (Ecl., IV, 47) come le fissatrici del fato, Orazio (Carme secolare, 25), le invita a predire buoni fati per Roma; Apuleio (De mundo, 38) le considera come i tre simboli del passato, del presente e dell'ignoto futuro; Servio (ad Aen., I, 26) come quelle che predicono, scrivono e regolano il corso della vita.
In Roma la P. non ebbero un vero culto all'infuori del sacrificio offerto alle medesime, sotto il nome greco latinizzato di moerne, nel Tarentum in occasione dei Ludi secolari. Si trovano menzionate in iscrizioni votive dei paesi celtici: deabus Parcis (Dessau 3766, 3768); Parcis Augustis (Dessau 3765, 3767); aram Parcabus (Dessau 3769) e in iscrizioni metriche funerarie dove il nome P. sta per indicare la fatalità del destino (Dessau, $4414 ; 5213 ; 6068 ; 7759$ ).
BibL.: R. Peter, Parca, Parcae, in Roscher, Lexikon, III, coll. 1269-70; G. Wissowa, Rel. und Kultus der Römer, Monaco 1912, p. 264. Nicola Turchi
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PARDO DE TAVERA, Juan. - Uomo politico e cardinale, n. a Toro (Zamora) il 16 maggio 1472, m. a Toledo il $1^{\circ}$ ag. 1545 ; studiò a Salamanca e fu eletto, nel 1504, rettore di quell'Università; fu più tardi uditore del Consiglio dell'Inquisizione e vicario generale dell'arcivescovato di Siviglia.
Nel 1513 fu incaricato di riorganizzare la Cancelleria di Valladolid; il 14 luglio 1514 ebbe il vescovato di Ciudad Rodrigo e fu inviato per qualche tempo presso la corte di Colonna. Il 31 dic. 1523 ebbe il vescovato di Osma, poi, l'8 giugno 1524 , la sede metropolitana di Compostella. Fu inoltre presidente della Cancelleria di Valladolid e del Consiglio di Castiglia. Nel 1525 presiedette le Cortes di Toledo cui parteciparono rappresentanti di quasi tutti i sovrani d'Europa e del Pontefice; fu pure preposto alle Cortes di Madrid, nel 1528, in occasione del giuramento prestato dal futuro Filippo II, reggente di Spagna in assenza del padre. Il 22 febbr. 1531, P. fu nominato cardinale di S. Giovanni a Porta Latina ed il 27 apr. 1534 arcivescovo di Toledo; nel 1539 inquisitore generale del Regno e governatore di Castiglia e León.
BibL.: Pastor, IV, it. pp. 433, 540; V, pp. 147, 411, 683. Luciano Gulli
PARENTALIA. - Nell'antica religione romana cosi si chiamava unc serie di giorni che incominciava il 13 febbr. e terminava il 21 dello stesso mese. Mentre quest'ultimo giorno è segnato anche nel Calendario arcaico come festa pubblica (Feralio), dei P. o dies parentales la documentazione non risale a tempi molto antichi : ciò tuttavia non esclude l'antichità della celebrazione, almeno privata, del ciclo festivo, dato che il Calendario arcaico segna solo i giorni culminanti, strettamente festivi, dei cicli festivi pubblici.
Nella sfera privata la celebrazione consisteva in riti funerari dedicati ai defunti, concepiti come dèi (di parentes: gli antenati come dèi), quasi in un rinnovamento annuale dei riti di sepoltura. Ma era un atto del culto pubblico a segnare l'inizio del ciclo: nel Calendario di Filocalo (sec. iv d. C.) il 13 febbr. porta l'annotazione - Virgo Vestalis parentai -. Tale notizia è stata messa in rapporto con un'altra, più antica, secondo cui la Vestale compiva riti funerari alla tomba di Tarpeia. Nessuno dei giorni tra il 13 e il 21 appare come dies nefertus, vale a dire come giorno il cui carattere sacrale non permette attività profane: tutti, invece, sono dies religiosi, compiutando la chiusura dei templi, il divieto dei matrimoni e, per i magistrati, di portare gli insignia delle loro coriche ciò per il contatto con il mondo dei morti, nel cui segno si svolge tutto il mese di febbr., ultimo dell'arcaico Calendario romano.
BibL.: CIL, I, 309; G. Warde Fowler, Roman festivals, Londra 1899, p. 306 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, $2^{4}$ ed., Monaco 1912, p. 232 sg. Angelo Brelich
PARENTELA (presso i popoli primitivi). Anche i popoli primitivi distinguono una triplice p.: di consanguineità, di affinità e cognazione legalespirituale, fondate rispettivamente sull'origine da un comune capostipite, sul matrimonio legittimo, sull'adozione.
La p. di consanguineità e di affinità esiste presso tutti i popoli; variano la sua estensione e quindi i suoi effetti; la p. stretta è ordinariamente legata alla legge di esogamia, che obbliga a cercare la sposa fuori del proprio gruppo di parenti. Si può distinguere, inoltre, la p. di clan e grande famiglia (ted. Sippe) e di tribù.
La forma più ristretta di p. è quella che constatò il Man presso gli Andamanesi, nelle isole Andaman (Oceano Indiano). Essi non riconoscevano e non sapevano contare la p. al di là della terza generazione. Il matrimonio tra cugini di primo grado era proibito. Similmente era proibito all'uomo e alla donna di sposarsi nella famiglia del
cognato o della cognata. La p., contata in ambedue le linee, era per loro della più grande importanza nella vita quotidiana e nel contrarre matrimonio, che non veniva mai permesso tra persone anche lontanamente parenti. Non sussisteva alcuna proibizione di sposare una persona dello stesso nome, sia che fosse di un'altra tribù, sia che appartenesse alla propria comunità. Oltre alla consanguineità e all'affinità vigeva anche l'impedimento matrimoniale dell'adozione. I più vicini parenti erano ritenuti i genitori, i figli, i fratelli e le sorelle, ciò che corrisponde alla distinzione che facevano i Romani tra i consanguinei, cioè alla distinzione degli agnati. Tuttavia gli Andamanesi avevano coscienza di appartenere alla tribù e credevano di provenire per generazione da una prima coppia umana. Questo sistema di p., che è molto vicino al nostro occidentale, esiste più o meno anche presso altri popoli detti in etnologia " raccoglitori ".
Un altro tipo di p., apposto a questo, è quello dei popoli pastori nomadi, che hanno alla base della loro organizzazione sociale il principio di consanguineità. Presso i Mongoli, p. es., ogni tribù si richiama ad un capostipite. Siccome le tribù sono nove, tanto che dal differente colore di ogni tribù si chiamano con il nome di «Nove Colorati ", i Mongoli credono di provenire da nove fratelli capostipiti. Il capo della tribù è assistito da un consiglio tribale. Vi sono diverse manifestazioni, che rendono viva la p., tuttavia i Mongoli osservano l'esogamia di clan. Ma osservano anche, secondo le informazioni di alcuni autori, l'esogamia tribale, o di nome di tribù. Questo tipo di p. dei popoli pastori nomadi appartiene anche ad altre genti : Turchi, antichi Indo-Europei, Semiti, Tungusi, Manciuriani, antichi Messicani, Tibetani nomadi, tribù nobili dei Caccin, Tai, Lolo, ecc. Mentre la p. con l'esogamia di clan comprende molte generazioni, cioè finché non si presenta la necessità di formare una nuova unità sociale esogamica, la p. di affinità, invece, finisce al primo o al secondo grado, essendo permesso, e presso alcuni popoli preferito, il matrimonio tra cugini, figli di fratelli e sorelle. Tale tipo di p. esisteva pure nell'antica Cina, attribuito però ai Chou, ritenuto un popolo turco, allevatore di bestiame, il quale continuò o fondò l'Impero feudale nel sec. viI a. C. Essi osservavano, infatti, la legge di esogamia di nome di famiglia, per cui non potevano unirsi in matrimonio nemmeno dopo cento generazioni, cioè mai. Fra tutti questi popoli esiste la credenza in una comune origine di tutti gli uomini. Quindi hanno la coscienza di appartenere ad una famiglia particolare, ad un clan, ad una tribù, ad un popolo, al genere umano, credendo in una "fratellanza universale", come appunto diceva un discepolo di Confucio nel consolare un orfano.
Altro tipo di p. è quello dei popoli totemisti, caratterizzata dalla strana credenza che i singoli clan della tribù provengono da un totem, cioè da un animale o da una pianta, o, più raramente, da una cosa. Tutti i membri di un clan, che hanno lo stesso totem, sono tenuti all'esogamia. I figli appartengono al clan del padre e la p. viene contata dalla linea paterna, come nei tipi di p. precedentemente considerati. Opposto ai precedenti appare il tipo di p., in cui la tribù è divisa in due gruppi esogamici, cioè i membri di ogni gruppo devono cercare moglie nell'altro gruppo della tribù. E il matrimonio detto in etnologia di "scambio di cugini", o di "scambio di donne" tra due clan, facilitato dalla loro convivenza nello stesso luogo; sono perciò molto legati alla p. di affinità. I figli appartengono al gruppo della madre; perciò si ha la p. propria della civiltà matriarcale, in cui la donna gode di una situazione privilegiata rispetto all'uomo (v. Marbilacotto; Diritto, IX. Il d. presso i primitivi). L'esogamia è qui chiamata "esogamia di classi".
Nell'incrocio della civiltà totemista con quella matriarcale sorge un sistema di p. molto complicato; si suddivide la tribù in quattro, o sei, o anche otto classi esogamiche, chiamate in etnologia fratric. I figli non appartengono alla classe del padre o della madre, ma a quella del nonno o della nonna. La p. viene contata dalla linea materna.
Nonostante la diversità dei tipi di p., vi sono dei parenti che sono dovunque ritenuti i più stretti. Tra i con-
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sanguinei in linea diretta : i genitori e la loro prole; i nonni e le nonne e i loro nipoti e le loro nipoti, prole dei loro figli e figlie; in linea collaterale i fratelli e le sorelle, i cugini e le cugine di primo grado, cioè i figli e le figlie del fratello o della sorella del padre e della madre (eccetto tuttavia i popoli che contraggono matrimonio tra cugini incrociati); tra i parenti di affinità sono il suocero e la suocera, il genero e la nuova. Generalmente tra questi parenti le relazioni incestuose sono riguardate con il massimo orrore e punite anche di morte (v. incesto).
Presso i Bambuti dell'Ituri, in Africa, p. es., esiste l'esogamia di clan, ma ordinariamente si osserva quella di grande famiglia. Eppure il p. Schebesta ha notato che quando per qualche ragione si divide una grande famiglia (Sippe) e si formano così due gruppi esogamici, non cessa subito l'impedimento matrimoniale di consanguineità, ma si aspetta il passaggio di alcune generazioni e specialmente la separazione di luogo. I Lolo, sparsi nella Cina sud-occidentale, Indocina e Birmania, hanno parimenti l'esogamia di clan, tuttavia non contraggono matrimonio tra parenti collaterali, finché non sia completamente svanito il sentimento di consanguineità. Perché secondo i Lolo, come rilevò il p. Martin, se il capostipite comune maschile non è abbastanza remoto, allora la stessa tribù ( $=$ clan) è praticamente ancora la stessa famiglia. Finché il nome di un gruppo abbastanza numeroso di famiglie non giunge ad equivalere ad un'altra tribù, ci si stima ancora troppo parenti, e lo sposare nella stessa tribù sarebbe come se un fratello impalmasse la propria sorella.
Naturamente la p. è regolata dalla tradizione del popolo e dalle leggi degli antenati, ma è chiaro che certe leggi sono fondate nella natura delle cose e hanno una sanzione soprannaturale : p. es., fra gli abitanti delle isole Trobriand nella Melanesia il loro esploratore Malinowski rilevò che l'esogamia e l'incesto sono ritenuti tradizionali (essi dicono: "dall'antichità fu ordinato"), ma si crede inoltre che siano radicati nella natura primordiale delle cose e la trasgressione dei tabù della p. comporta una penalità soprannaturale, cioè una malattia che copre di piaghe la pelle e produce dei dolori e un malessere in tutto il corpo, castigo che si cerca di evitare con una pratica magica specifica.
Vi sono dei popoli, come i Tungusi, i Manciuriani, i Cinesi, gli Annamiti, i Tibetani meridionali, i Tai, i Coreani, i Giapporesi, che in caso di necessità formano un nuovo gruppo esogamico, o clan, fondandosi sul principio di cinque generazioni, cioè il nuovo gruppo viene costituito da tutti i discendenti patrilineari, che possono essere riportati ad un antenato comune entro i cinque gradi di p. Presso altri popoli, invece, come gli Yacuti, gli stessi Manciuriani, qualche popolo dell'antica Cina, si forma un nuovo gruppo esogamico secondo il principio di nove generazioni.
Vi sono popoli, come i Tungusi, i Buryatti, i Manciuriani, i Coryacchi, i Ciucki, gli Aleuti, gli Amorindi, gli antichi Sien-pi e Hsiung-nu, che osservano regole particolari, incidenti sulla p., quali il levirato, il sororato, l'ereditare le mogli dal padre come proprie concubine. Presso i Tungusi, p. es., trattandosi della vedova del fratello maggiore, il levirato è obbligatorio; il figlio eredita le mogli del padre, eccettuata la propria madre. Presso le tribù tunguse allevatrici di greggi di renne, un parente iuniore può ereditare le mogli di un parente senioro, cioè dei fratelli maggiori e degli ascendenti del suo clan, come fanno i Buryatti e facevano anticamente i Sien-pi ed i Hsiung-nu.
Presso i Coryacchi e i Ciucki il levirato è permesso soltanto con la vedova minore, cugina minore, o con la nipote, figlia del fratello o della sorella della defunta moglie, non viceversa, eccetto tra i Coryacchi di Kamenskoye. Il levirato è considerato un diritto, ed anche non esercitandolo si diviene padri dei figli del defunto e marito della moglie di questo.
Presso gli antichi Cinesi esisteva l'uso che, quando un principe dava la sua figlia in sposa all'Imperatore o ad un altro principe feudale, si dovevano dare rispettivamente nove o dodici donne, di cui una doveva essere la sorella minore della sposa, un'altra la nipote, figlia del fratello
della sposa, e tutte le altre appartenere alla famiglia dello stesso nome, e venivano a far parte dell'harem dello sposo.
Tra i doveri particolari di p. è quello della vendetta, che nelle società inferiori supplicce la debole autorità dello Stato. Il modo di concepire questo dovere varia tra popolo e popolo; talvolta l'obbligo della vendetta dura per parecchie generazioni. Presso i Bambuti dell'Ituri la vendetta spetta al capo del gruppo e le cause che la provocano sono varie.
La nomenclatura della p. rispecchia naturalmente i diversi tipi di p. Fu data un tempo la massima importanza al cosiddetto "sistema malese di p.", che fu constatato presso gli abitanti delle isole Hawai, nella Micronesia e poi nella Melanesia, secondo il quale si chiama padre non solo il proprio padre, ma anche ogni altro uomo che potrebbe esserlo per la sua età, cioè tutti gli uomini dello stesso clan, appartenenti alla generazione immediatamente precedente, e si chiama madre non solo la propria madre, ma tutte le donne del clan, che per la loro età potrebbero esserlo. E sono chiamati fratelli e sorelle gli uomini e le donne della propria generazione: figli e figlie, le persone della generazione susseguente alla propria, e cosí fino ai gradi di p. di nonno e di nonna e di nipote: l'avo e il pronipote sono nominati come il nonno e il nipote. Tutto il sistema abbraccia cinque generazioni. Arbitrariamente l'etnologo americano Lewes Morgan dedusse da tale nomenclatura, che essa non poteva derivare che da un precedente periodo di promiscuità o agamia generale.
Per molti anni questo argomento fu ritenuto valido, insieme a quello del matriarcato, per sostenere la teoria evoluzionista, che negava per le prime epoche della umanità l'esistenza del matrimonio e della famiglia. Fu poi dimostrato che tale sistema di nomenclatura si riferiva ai rapporti di età dei membri di uno stesso clan, rapporti fondati sulle condizioni della vita sociale. Si rilevò anche che, nelle lingue malesi e nella Polinesia, le relazioni di p. sono talvolta persino più sottilmente distinte che nelle nostre. Ma si poteva, inoltre, mettere in dubbio la serietà dell'argomento riflettendo che se anche fosse stato possibile ignorare la paternità, non poteva esserlo la maternità, mentre la nomenclatura risultava la stessa per i due sessi ( $v$. anche famiglia).
Per il diritto canonico e la teologia morale, v. AFFINITÀ; OSGNAZIONE: I. c. legale, II. c. spirituale; CONSANQUIRETE.
Bull: H. L. Morgan, System of consanguinity and affinity of human family. Washington 1871 ; id., Ancient society. Londra 1877 ( $2^{\circ}$ ed. della trad. tedesca [Die Urgesellschaft], Stoccarda 1900); N. W. Thomas, Kischip nzganisations and group marriage in Australia, Cambridge 1906; J. G. Frazer, Tatenism and exogamy, 4 voll., Londra 1910; A. Gemelli, L'origine della famiglia, Milano 1921; E. Westermarck, The history of human marriage, $2^{\circ}$ ed., 3 voll., Londra 1924; W. Schmidt-W. Koppers, Völker und Kulturen. Gesellschaft und Wirtschaft der Völkere, Ratisbona 1924, p. 142 sgg. e passim; J. G. Frazer, L'homme. Dieu et l'immortalité, trad. franc. di P. Sayn, Parigi 1928, passim; V6 Semaine internat. d'eth. rel., Lussemburgo 1929 (Parigi 1931); XIV- Sem. de missionel. de Louvain. Mésirate et famille aux missions, Lovanio 1934; R. Corsa, Le istituzioni sociali, in Biasutti, Razze e popoli della terra, I, Torino 1941, pp. 420-72; 3* ed. 1949; O. Falstrol, Il tatenismo e l'minuziismo dell'anima, Napoli 1941, p. 90 sgg. (v. anche la bibl. delle voci, famiglia; incesto; monogamia); L. Vannicelli, La famiglia cinese. Studio etnologico, Milano 1943, pp. 49, 143-45 e passim; id., La p. di consanguineità e di affinità e la proibiz. dell'incesto, in Atti del XIV Congr. internaz. di sociol., Roma 1950 (Roma 1951); M. Schulien, L'unità del genere umano alla luce delle ultime rivolteuse antropoli, linguist. ed etnal., $3^{\circ}$ ed., Milano 1946; W. Koppers, Der Urmensch und sein Weltbild, Vienna 1949, pp. 35 sgg.
Luigi Vannicelli
PARENTI, GIOVANNI. - Frate minore, n., sembra, a Carmignano presso Firenze nella seconda metà del sec. XII e m. a Ornano (Corsica) nel 1250.
Dottore in giurisprudenza, esercitò dapprima l'ufficio di giudice a Civita Castellana; fattosi francescano, nel 1219 fu mandato da s. Francesco nella Spagna, dove presso Saragozza fondò un primo convento. Fu il primo ministro della provincia spagnola. Nel Capitolo d'Assisi, il 30 maggio 1227, G. fu eletto primo successore di s. Francesco.
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Pabenzo, diocesi di - Musaco della zona orientale della Basilica primitiva (fine sec. III).
La sua attività, spesso ostacolata dalle intromissioni di frate Elia, fu rivolta alla diffusione e all'organizzazione dell'Ordine. Nel 1230, con s. Antonio ed altri ministri, partecipò alla legazione presso Gregorio IX, che in quell'occasione emise la bolla Quo elongati per risolvere dissensi sorti circa l'interpretazione della Regola minoritica. Durante il suo governo avvenne la canonizzazione di s. Francesco, di s. Antonio da Padova e la traslazione nella nuova basilica d'Assisi delle spoglie del Santo fondatore. Nel 1230 Gregorio IX, da Perugia, lo mandò a Roma per sedare la rivolta provocata da Annibaldo degli Annibaldi (Anal. Franc., 3 [1897], p. 211) e poi a Firenze per trattarvi la pace tra questa città e Siena (Bull. Franc., I [a. 1230], n. 37, p. 70 sg.). Nel 1232, avendo rinunciato alla carica di ministro generale, gli fu sostituito nel Capitolo di Rieti frate Elia, e G. chiese di ritirarsi nella Corsica, dove lavorò ancora vari anni per affermare l'Ordine nell'isola.
BibL.: per le notizie intorno a G. P. sparse nelle antiche cronache francescane cf. gli indici dei vari volumi di Anal. Franc., e specialmente del vol. III (1807), pp. 210-15; Wadding, Annales, I, pp. 123 sg., 356-40; II, pp. 184, 272, 487 sg.; Ciro (Ortolani) da Pesaro, G. P., Roma 1000; G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell'Oriente francescano, I, Quarnerhi 1906, pp. 100, 181; II, ivi 1906, pp. 214, 216, 220. 223; G. Rigoli, G. P. da Carmignano, Prato 1024; P. Della Rocca di Rostino, La province franciscaine de la Corse (1213-1717), Bastia di Corsica 1037, pp. 93-98.
Stanislao Majarelli
PARENZO, diocesi di. - Cittadina e diocesi sulla costa occidentale dell'Istria, già in provincia di Pola. Prima municipio romano, poi colonia sotto Tiberio (a Colonia Iulia Parentium ${ }^{2}$ ); comune libero intorno al 1194, datosi a Venezia nel 1267, primo fra le città istriane; sede della Dieta dell'Istria dal 1861 all'annessione all'Italia.
La diocesi di P., che comprende tuttora il territorio dell'antico agro colonico romano e in più il territorio di Rovigno, risulta suffraganza di Aquileia almeno dal 451 ; con la soppressione del Patriarcato (1715) fu soggetta a Venezia, e, nel 1892, dopo altri spostamenti, passò sotto Gorizia e le fu unita la diocesi di Pola. Presentemente (1952) è governata da un amministratore apostolico che ha sede a Pisino. Sotto il vescovo Radossi (1042-47) era stato istituito il Seminario diocesano; la diocesi contava allora 4 vicariati, 25 parrocchie, 34 sacerdoti, 8 istituti religiosi, che l'occupazione iugoslavo ha in gran parte disperso.
Primo vescovo si può ritenere senz'altro s. Mauro, il primo, anche, di cui si abbia notizia per l'Istria, probabilmente martire alla fine del sec. III, il cui corpo fu portato al Laterano da Giovanni IV. Celeberrimo il vescovo Eufrasio, della metà del sec. vi, cui si deve la costruzione
della Cattedrale, del Battistero e dell'episcopio, tuttora conservati, il quale peraltro fu tra i più animosi nello scisma "dei tre Capitoli ". Oltre s. Mauro, hanno culto a P. s. Eleuterio e i ss. Giuliano e Demetrio, che non sono però santi locali.
Archibologia e arte. - Nella pianta romana a strade incrociate, tuttora intatta, presso la cortina settentrionale delle mura, s'innesta il complesso delle costruzioni paleocristiane, che scavi iniziati nel 1888 (mons. Deperis) e restauri recenti (compiuti nel 1937) hanno esaltato. Esse dànno interessantissimo esempio di evoluzione dalla sala privata di culto alla basilica tripartita.
La costruzione più antica è un'aula rettangolare (m. 8,70:21,80), con pavimento musivo a ornati geometrici e iscrizioni, riferibile alla fine del sec. Iv, che include ad oriente un musaico quadrato, composto da un meandro a treccia che ne forma altri quattro. Questo riquadro può appartenere a un ambiente della domus romana che fu prima sede delle riunioni: si può attribuire alla fine del sec. III. Nell'aula, su un vaso fiorito che ne orna il centro, era l'altare mobile, a oriente era la sede della cattedra e dei presbiteri (nel musaico furono inclusi allora due pesci). A sud di quest'aula ne fu costruita una altra del tutto simile (aula duplicata), quando, come affermà un'iscrizione, il corpo del vescovo Mauro fu portato entro le mura urbane, probabilmente in un martyrium da ricercarsi presso la seconda aula. Su questo martyrium, verso la metà del sec. v, fu costruita una grande basilica rettangolare tripartita, detta pre-eufrasiana, con seggio presbiterale interno e cattedra, che invase parte dell'aula duplicata. A nord di essa, sui musaici più antichi, fu eretta un'altra aula più piccola, che si ritiene il catecume-neo-consignatorio. Sugli stessi limiti della pre-eufrasiana, infine, il vescovo Eufrasio, nell'undecimo anno del suo

Pabenzo, diocesi di - Musaco dell'abside con la scena dell'Annunciazione (sec. vi) - Parenzo, Basilica.
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(1st. Suprint. Opere Antichità e Arte - Trieste) Parenzo, diocesi di - Trifore del *Fondaco* (1473).
episcopato (metà del vi sec.), con colonne e capitelli del Proconneso e fulgore di musaici, superstiti ora nelle absidi, eresse l'attuale basilica nei ritmi dell'architettura ravennate. Nel catino dell'abside maggiore, poligonale all'esterno, è la Madre di Dio, fra angeli e santi su fondo d'oro (rifatto alla fine dell'800) in cui la ieraticità bizantina è temperata da un vivo senso plastico e da attente notazioni iconografiche nelle figure di Eufrasio e di Claudio arcidiacono; nel semicilindro si dispongono figure molto rigide di altri santi e due scene della vita della Vergine, vive di vibranti colori e di valori narrativi; il dossale del seggio presbiteriale è fatto di tarsie romane e ravennati.
Per tacere di altre opere d'arte della Basilica (il musaico pavimentale è perduto, il ciborio è stato rifatto nel 1277), si ricordano gli edifici annessi : il Battistero ottagonale, l'episcopio, rarissimo edificio a pianta basilicale, e il cosiddetto mausoleo di Eufrasio, trichora con atrio a forcipe, tutti del sec. vi. Notevoli in città i resti del tempio romano sul Foro, la canonica, del 1251, alcune belle case gotico-veneziane e tre torri delle mura del sec. xv. - Vedi tav. LXVI.
Bibl.: Eubel, I, p. 390; II, p. 312 ; III, p. 270; IV, p. 274; O. Marucchi, Le recenti scoperte nel duomo di P., in N. ball. di arch. crist., 2 (1898), pp. 14-16 e 122-138; H. Delehaye, Saints d'letrie et de Dalmatie, in An. Bolland, 18 (1899), pp. 369411; C. Errand, L'Art byzantin, ivi 1904; F. Babudri, I'enormi di P. e la loro patria, 25 (1905), pp. 170-284; Lanzoni, I, pp. 850854; F. Babudri, Le antiche chiese di P., Parenzo 1912; A. Pogatschnig, Guida di P., ivi 1914; A. Degrassi, Parenthon, in Inscr. Ital., X, regio X, fasc. 1, Roma 1934; B. Molaioli, La basilica eufrasiana di P., Padova 1943. Mario Mirabelle Roberti
PARENZO, PIETRO. - Di nobile famiglia romana, fu inviato da Innocenzo III, dietro richiesta dei cittadini, quale rettore o podestà di Orvieto nel febbr. 1199 con la missione di rimettere la pace nella
città e di infrenare l'audacia degli eretici catari. Nell'adempimento del suo compito fu da loro ucciso a tradimento la notte del 20 maggio 1199. Fonti coeve parlano di miracoli avvenuti al suo sepolcro; non si ebbe canonizzazione, ma solo un culto locale, confermato dalla S. Congregazione dei Riti il 16 marzo 1879 per la diocesi di Orvieto.
Bibl.: V. Natalini, S. P. P., la leggenda scritta dal maestro Giovanui canonico di Orvieto, Roma 1936. Pio Paschini
PARETO, Vilfredo. - Economista, di famiglia genovese, n. il is luglio 1848 a Parigi, dove il padre Raffaele era esule in seguito ai moti genovesi del 1834, m. a Céligny il 20 ag. 1923. Si laureò in ingegneria al Politecnico di Torino nel 1869. Fu direttore delle miniere di S. Giovanni Valdarno, dove si trovò indotto all'esame dei problemi economici, dopo la lettura del trattato di Economia pura del Pantaleoni. Abbandonati gli affari, accettò nel 1891 la cattedra di economia politica all'Università di Losanna. Lasciato l'insegnamento nel 1907, si ritirò nella sua villa a Céligny sul lago di Ginevra.
Il suo nome è legato soprattutto alla teoria dell'equilibrio economico, già ideata dal Walras, ma che egli sviluppò in tutta la sua generalità. Nell'universo economico vi sono ostacoli, che limitano la libertà del moto dei singoli, e si raggiunge la configurazione di equilibrio, quando i movimenti che sarebbero desiderati dal soggetto - P. dice voluti dai gusti - sono impediti dagli ostacoli. La configurazione di equilibrio deriva così dal contrasto tra i gusti e gli ostacoli, e la condizione che i movimenti che sarebbero desiderati dai gusti siano impediti dagli ostacoli (o, ciò che torna allo stesso, quelli che sarebbero compatibili con gli ostacoli non sono voluti dai gusti) rappresenta la condizione generale dell'equilibrio economico. E poiché gli ostacoli rappresentano in generale la limitazione dei mezzi, cioè delle risorse umane, per cui ciò che è posseduto, consumato, impiegato, risparmiato da un soggetto o dallo stesso soggetto per un determinato scopo viene sottratto a tutti gli altri soggetti ed a tutti gli altri scopi, ne deriva che il sistema degli ostacoli lega nel suo complesso tutti i movimenti di tutte le persone presenti sul mercato. Conclusione : i fenomeni economici non sono legati da semplici relazioni di causa ed effetto, ma da relazioni di mutua dipendenza.
Questa conclusione spiega la ragione profonda delle difficoltà che si presentano nel governo economico, perché, come in generale un provvedimento attuato in un determinato settore può provocare in altri settori reazioni indirette, impreviste e non desiderate, cosi può succedere che un provvedimento, diretto ad un fine di giustizia sociale, possa in concreto, invece, divenire strumento e fonte di nuova ingiustizia. Essa costituisce la condanna del dirigismo economico. Non v'è niente umana capace di sostituirsi al mercato nel determinare le posizioni reciproche dei singoli, cioè di provocare quegli aggiustamenti che nel mercato avvengono attraverso la fluttuazione dei prezzi. Il volgo è indotto a vedere nello strumento monetario la causa determinante del fenomeno: lo schema paretiano dimostra la vanità della concezione : l'equilibrio nasce dal contrasto fra gusti ed ostacoli, cioè dagli elementi primitivi che sono in gioco: i prezzi misurano, non creano la tensione del sistema.
Il dramma economico viene cosi ridotto ai suoi fondamenti essenziali, i bisogni umani, i mezzi per soddisfarli; esso non è che un aspetto del dramma umano, in cui l'attività diretta a soddisfare i bisogni materiali interferisce con quella più alta che si esplica nei settori della politica, dell'arte, della cultura, della religione. Si comprende, allora, come giunto a questo punto P. sia stato indotto a spezzare le barriere che mantenevano la scena nel quadro degli interessi materiali, per indagare le ragioni della condotta umana nelle ipotesi più generali. La teoria dell'equilibrio economico sbocca cosi nella teoria dell'equilibrio sociale. Essa è esposta nel Trattato di sociologia, l'ultima delle grandi opere paretiane, tutta
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permesta anch'essa dal concetto delle mutue dipendenze. Il materialismo storico aveva tentato di ridurre ogni fenomeno umano al comune denominatore del fatto economico, qualificando religione, politica, arte come sovrastrutture, epifenomeni. Riconoscendo ai bisogni dello spirito la loro piena autonomia, ponendo in luce le mutue dipendenze che sussistono tra di loro e con le categorie economiche, P., pur restando fuori dal pensiero cristiano, appare come un restauratore dei valori morali, che sono a fondamento della nostra civiltà.
P. fu innovatore anche nel campo della statistica e la sua "curva dei redditi ", nella quale l'ordinata misura il numero (densità delle frequenze) dei redditi, il cui importo è pari all'ascissa, costituì la prima delle sue grandi scoperte. Con la dimostrazione della invarianza di questa curva nello spazio e nel tempo - entro i limiti dell'esperienza della civiltà occidentale - egli aprì la via alle ricerche di economia induttiva a base statistica, che ebbero in seguito larga diffusione e costituiscono oggi uno degli strumenti fondamentali dell'analisi economica.
Le opere principali di P. sono: Cours d'économie politique (Losanna 1897; trad. it., Torino 1942); Les systèmes socialistes (Parigi 1902); Manuale di economia politica (Milano 1906); Trattato di sociologia (Firenze 1917; 2* ed., ivi 1923); Fatti e teorie (ivi 1920); Trasformazione della democrazia (Milano 1921).
Bib.: per la bild. v. i fascicoli dedicati a P. nel Giornale degli economisti e Rivista di statistica, genn.-febbr. 1924 e dic. 1948.
Luigi Amoroso
PARIGI, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi, capitale della Francia nel dipartimento della Senna, che coincide col territorio ecclesiastico dell'arcidiocesi.
L'arcidiocesi conta 227 parrocchie, ripartite in quattro arcidiaconati (Notre-Dame, Ste-Geneviève, St-Denis, Sceaux). Il numero dei sacerdoti iscritti nell'Ordo del 1952 è di 2109 . Fra il piccolo e il grande Seminario si hanno 700 seminaristi. L'ultimo censimento ufficiale del 1946 indica per il dipartimento della Senna una popolazione di 4.775 .711 ab . La commissione diocesana di statistica calcola a 3.312 .000 i cattolici dell'arcidiocesi.
Durante gli ultimi 20 anni il $70 \%$ dei neonati nella diocesi hanno ricevuto il Sacramento del Battesimo. Ma tale proporzione è secondo ogni verosimiglianza inferiore alla realtà, perché molti bambini parigini vengono battezzati in campagna, dove passano i loro primi anni. La proporzione dei Battesimi in rapporto alle nascite è attualmente in aumento. Le scuole cattoliche della diocesi contano 30.000 allievi. La pratica religiosa varia molto a seconda delle zone della città. Nella stessa P. la proporzione dei praticanti è più forte di quella delle zone più proletarizzate; ma resta sempre insufficiente perché il principale ostacolo alla vita religiosa è dato dalla densità di popolazione che rende molto difficile l'opera pastorale.
Per riparare a questo grave inconveniente si sono divise le parrocchie in "quartieri». L'Azione Cattolica l'evora attivamente a P. I gruppi principali sono la Federazione nazionale d'Azione Cattolica (per gli uomini), la Lega femminile d'Azione Cattolica (per le donne),

(da V. Pareto, Sociologia generale, Firenze 1923, tss. contro il fond.) Paneto, Vilfredo - Ritratto.

(da V. Letequats, Le Bréviaire de Philippe le Bon. Bréviaire Parisiqn du XV e siècle, Bruxelles 1919, tss. 87) Parigr, arcidiccesi di - Particolare della pianta di P. al tempo di Carlo IX ( $2^{2}$ metà del sec. xvI).
i movimenti specializzati della feunesse catholique per i due sessi (Jeunesse étudiante, feunesse indépendante, feunesse ouvrière) gli Scouts e le Guide, i patronati e i Coeurs vaillants e le Ames vaillantes. In tutta l'arcidiocesi si contano ca. 200.000 membri tra tutti i gruppi d'Azione Cattolica alle dipendenze della Direction des oeuvres diocésaines.
Una delle caratteristiche di P. consiste nell'esistenza di una administration diocésaine des étrangers diretta da un vescovo ausiliario, coadiuvato da un vicario generale. Tale suddivisione della diocesi comprende 308.943 anime e conta 27 chiese, cappelle e missioni destinate ai fedeli di 33 nazioni e differenti riti; 70 sacerdoti appartenenti alle varie nazioni e riti sono adibiti a tale ministero. La più importante fra tutte le missioni è quella italiana diretta dai pp. Scalabriniani. Questa missione distribuisce più di 10.000 Comunioni pasquali ai fedeli d'origine penin saltire.
Suffraganee di P. sono le sedi vescovili di Blois, Chartres, Meaux, Orléans, Versailles. Giovanni Rupp
I. Origine e storia della diocesi. - La vecchia città gallica di Lutetia Parisiorum (Лоцкптскíа Пхртаїси) già ricordata da Cesare ( 52 a. C. : De bello Gallico, VI, 3), era compresa in una delle isole della Senna. All'epoca romana l'ambito della città si è poi esteso a sud del fiume sul pendio della collina di S. Genoveffa, e P. divenne per la sua posizione geografica un centro strategico e commerciale di primaria importanza della Lugdunensis Senonia. Il cristianesimo vi dovette comparire assai per tempo, ma fino a tutto il sec. II, P. non fu altro che una "parochia" presbiterale di Lione, unica diocesi delle Gallie. Come diocesi è stata organizzata ca. la metà del sec. III, e il suo protovescovo fu s. Dionigi, che Gregorio di Tours (Hist. Franc., I; In gloria Martyrum, 71 : ed. W. ArndtB. Krusch, in MGH, Script. rerum Meroc., I, pp. 48, 535) pone fra i sette vescovi giunti in Gallia nel 250. Di questo Santo, martirizzato probabilmente sotto Valeriano ( 258 ) e recensito nella redazione di Acastre del Martir. geronimiano al 9 ott. con il presbitero Eleuterio e il diacono Rustico (Martyr. Hieronymianum, pp. $547-48$ ), si hanno pochissime notizie e presto la
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(per sostona dei berdese appiattis da FABRIMU [DROME]
Parigi, ARCidiocesi di - Veduta aerea della citta di P.
leggenda si è impossessata della sua personalità. Prima di s. Gregorio di Tours trattarono di s. Dionigi la Passio di carattere leggendario dello pseudo Fortunato, detta dall'incipit: Gloriosae (BHL 2171) che lo fa inviare in Gallia "a successoribus Apostolorum" e la Vita Genovefae, 17 (BHL, 3335), scritta ca. il 520 , dove, nella recensione A, interpolata a quanto pare, questo successore è identificato con il papa s. Clemente. Questi due documenti, il cui valore biografico per il Santo è scarsissimo, hanno il merito di attestare l'esistenza del culto di s. Dionigi in P. alla fine del sec. v (la chiesa eretta sul suo sepolcro dai Parigini per invito di S. Genoveffa risale a ca. il 475) e all'inizio del sec. vi, culto che del resto ca. il 520 era anche conosciuto a Bordeaux, dove il vescovo Amelio costruì una basilica in onore del Santo (cf. Venanzio Fortunato, Carmina, I, II ; ed. F. Leo-B. Krusch in MHG, Auctores antiquissimi, IV, I, p. 13).
Con l'inizio del sec. Ix il protovescovo parigino venne identificato con Dionigi l'Areopagita (v.) e si aggiunse al suo martirio la notissima scena della cefaloforia (v. martirio e martire, vol. VIII, coll. 241-42). I documenti su cui si fondano queste due nuove leggende, ritenute poi fatti storici indiscussi fino al sec. xvir, sono la Passio anonyma, detta dall'incipit: Post beatam et gloriosam (BHL, 2178), scritta ca. l'825 e tradotta in greco prima dell'833 (BHG, 554), e la Passio ss. Dionysii, qui a loco Ariopagita et Sociorum (BHL, 2175) di Ilduino, abate di St-Denis (814-40), di cui una delle fonti è appunto la sopraddetta Passio anonyma.
Bibl.: L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Parigi 1910, p. 469; El. Griffe, La Gaule chrétienne à l'époque romaine. I. Des origines à la fin du IVe siècle, ParigiTolosa 1947, pp. 64-65 e passim; id., Les premières "paroisies" de la Gaule, in Bulletin de littérature ecclésiastique, 50 (1949), pp. 229-39; R.-J. Loenertz, La légende parisienne de si Donys l'Aréopagite. Sa genèse et son premier témoin, in Anal. Boll., 69 (1951), pp. 217-37; e bibl. alla voce martirio e martire (vol. VIII, coll. 222-43).
Dopo Dionigi la Chiesa di P. conosce un periodo di oscurità. Tuttavia nel 360 sulle rive della Senna viene tenuto un Concilio presieduto da s. Ilario in persona. Clodoveo e s. Clotilde, che convertirono la Francia al cattolicesimo, avranno a P. la loro sepoltura. All'epoca merovingica, grandi vescovi come s. Germano di P. e s. Lan-
derico, e grandi personaggi, come s. Andoeno e s. Eligio, manterranno il prestigio religioso di P. L'éra carolingia segnerà una certa decadenza della Castedrale e solo meritano di essere ricordati l'influsso intellettuale dell'abbazia di St-Denis e poi, al momento delle invasioni normanne, l'attitudine eroica del vescovo Guzlino ( $88_{4}-86$ ), defensor civitatis.
All'inizio del secondo millennio nasce l'Università di P. (v. sotto, n. IV), dove terranno cattedra i più grandi dottori del medioevo. Basti citare s. Alberto Magno, s. Tommaso d'Aquino, s. Bonaventura, Alessandro di Hales, Duns Scoto. Tra i loro allievi le scuole parigine annoverano parecchi papi, tra i quali Innocenzo III. Tra i vescovi di P. furono eminenti teologi Pietro Lombardo (1157-60), Maurizio di Sully, il costruttore di Notre-Dame (1160-96), Guglielmo d'Alvernia (1228-49), Stefano Tempier (1268-79). Oddone di Sully (1196-1208) fu uno stimato canonufo, autore dei primi Statuti sinodali che verranno imitati in parecchie diocesi.
Nei secc. xiv-xv, pur con le loro idee erronee circa i rapporti tra i papi c i concili, il card. Pietro d'Ailly e il cancelliere G. Gerson illustrano ancora l'Università di P. Nel sec. xv: si manifesta la decadenza. Ma P. conta tra i suoi allievi s. Francesco di Sales e s. Ignazio e tra i suoi professori s. Francesco Saverio. Il livello spirituale del popolo è abbassato dalle guerre di religione. Vescovi illustri come i cardd. Stefano de Poncher, Giovanni du Bellay, Pietro de Gondi sono più notevoli per le loro doti letterarie, politiche e diplomatiche che per lo zelo pastorale. Invece il sec.

(da V. Leroquois, Les pontificaux manuscrits..., Parigi 1557, tav. 127; Parigi, arcidiocesi di - Facciata di Notre-Dame. Miniatura di un Pontificale romano (princ. sec. xvI) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 1226, t. II, f. I'.
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(fot. Alinari)
Parigi, arcidocesi di - La Vergine e due angeli. Particolare del rosone della facciata della cattedrale di Notre-Dame. Scultura del sec. xili - Parigi.
xvir segna a $P$. un rinnovamento del cattolicesimo. Bérulle fonda l'oratorio di Francia e il primo Carmelo parigino, coadiuvato dalla b. Maria dell'Incarnazione; Gian Giacomo Olicr istituisce S. Sulpizio; s. Vincenzo de' Paoli, coadiuvato da s. Luisa de Marillac, fonda i Lazzaristi e le Figlie della Carità. Gregorio XV, il 30 ott. 1622, eleva P. a metropolitana. Verso la fine dello stesso secolo la voce di Bossuet (v.) si levò spesso dai pergami della diocesi, ma il giansenismo e il gallicanismo e soprattutto l'incredulità produssero grandi danni. Nel sec. xvili P. ebbe il grande arcivescovo Cristoforo de Beaumont, che lottò coraggiosamente contro il gallicanismo, difese i Gesuiti, condannò Voltaire e confutò Rousseau. Ma in qual secolo le più autentiche glorie di P. furono i numerosi martiri vittime della Rivoluzione (1792-93), parecchi dei quali furono beatificati da Pio XI. Dopo la firma del Concordato tra la S. Sede e la Francia e il viaggio di Pio VII a P. la vita cattolica riprese su nuove basi. Ma l'incredulità rivoluzionaria aveva lasciato grandi tracce nelle folle. Il numero della parrocchie e delle chiese risperte era molto insufficiente.
Gli uomini di Stato (generalmente volte. riani) applicarono il Concordato in maniera poco favorevole al cattolicesimo. Tuttavia il sec. xix fu un periodo di rinnovamento : s. Caterina Labouré nel 1830 fa conoscere al mondo le sue visioni mariane; Lacordaire dal pulpito di Notre-Dame risapprende alle classi colte parigine le grandi verità della fede; riappaiono tutti gli Ordini religiosi soppressi dalla Rivoluzione; un bello sforzo è compiuto dall'insegnamento libero, primario e secondario e poi anche superiore. Sorgono nuove grandi chiese (la Madeleine, St-Augustin, la Trinité, ecc.), nei sobborghi si aprono cappelle. Il sec. xix terminerà senza però aver adempiuto tutte le sue promesse. La più bella opera della fine del secolo è la basilica del S . Cuore a Montmartre, la cui crezione sarà decretata dall'Assemblea nazionale nel 1871.
Nel sec. xx P. e tutta la Francia hanno conosciuto la persecuzione religiosa scatenata dal combismo. Il card. Richard, difensore coraggioso dei diritti della Chiesa, venne espulso manu militari dal suo episcopio. Ma tra le due guerre (1918-39) a P. si è
manifestato un vero rinnovamento religioso. Prosperano le opere per la gioventù; l'Università si ricristianizza parzialmente; grandi scrittori cattolici risollevano il prestigio intellettuale della Chiesa. Il card. Verdier (1929-40) fonda un centinaio di nuovi centri di culto.
La seconda guerra mondiale, l'occupazione tedesca e la liberazione fanno sentire la loro ripercussione sulla vita religiosa parigina. Ma le conquiste del periodo precedente vengono conservate. Nel sett. 1951 il voto dell'Assemblea nazionale, che rende meno precaria la situazione dell'insegnamento libero, prova la vitalità cattolica di P. e della Francia.
II. Abbazie, sANTUARI E MONUMENTI RELIGIOSI. - La diocesi di P. ha avuto molte abbazie maschili e femminili, alcune delle quali di notevole importanza nella storia della Chiesa. La più antica di tutte è l'abbazia di St-Denis a due leghe da Parigi. La sua Basilica, eretta a cura di s. Genoveffa (sec. v), fu ricostruita da Dagoberto (sec. vir). I Benedettini vi entrarono nel 636 e vi restarono fino alla Rivoluzione (1789). Nel sec. ix St-Denis fu il centro della rinascenza carolingia, con Ilduino, Abbone e Incmaro; nel sec. xir raggiunse il suo apogeo di floridezza con l'abate Sugero, reggente del Regno; egli fece costruire l'attuale Basilica, compiuta da s. Luigi. Vi furono sepolti la maggior parte dei re di Francia. L'abbazia di St-Germain-des-Prés, fondata nel 558 da Childeberto e dedicata al martire spagnolo s. Vincenzo, prese poi il nome del vescovo parigino che l'aveva consacrata e vi fu sepolto per molto tempo. L'abbazia fu più volte distrutta ed ebbe la sua forma definitiva nel sec. xi; è uno dei monumenti più antichi di P. e al suo monastero appartennero i più dotti benedettini del sec. xvi, cioè Mabillon (v.), Montfaucon (v.) e i loro confratelli.
Tra i monasteri dei Canonici Regolari si ricordano l'abbazia di S. Vittore del sec. xil, eretta dal vescovo Galon (Ugo e Riccardo di s. Vittore, Guglielmo di Champeaux, i "Vittorini"), e l'abbazia di S. Genoveffa. Nel corso dei secoli si segnalarono i Carmelitani della Piazza Maubert, i Domenicani di St-Jacques, insediativi dallo stesso s. Domenico, i Cappuccini di St-Honore (Benedetto di Canfeld) e i Gesuiti del Faubourg St-Antoine.
Attualmente P. conta religiosi appartenenti alla maggior parte dei vari Ordini o Congregazioni. I monasteri più importanti sono quelli dei Benedettini di S. Maria "de la Source", dei Francescani e dei Domenicani. I più celebri monasteri femminili di P. furono quelli di St-Martial, fondato da s. Eligio nell'isola della città, le Francescane di Longchamp della b. Isabella, e di Port-Royal (abbazia fiorente nel sec. xvir ma caduta nel giansenismo), il Val-de-Grâce, Montmartre, il Carmelo

(da 1. Christ, Eglises particiantes, Parigi 1917, taz. 77) Parigi, arcidocesi di - Lato sud e abside della chiesa di St-Gervais (ca. 1494).
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di Notre-Dame des Champs. Tutti questi monasteri sono attualmente scomparsi, ma P. conta oggi 400 case religiose. Oltre le chiese già menzionate, P. contiene importanti santuari. Primo di essi è la cattedrale NotreDame. La posa della prima pietra fu compiuta dal papa Alessandro III nel 1163; l'edificio fu fatto sorgere dal vescovo Maurizio di Sully nella Cité, sul luogo dell'antica église de Paris più volte distrutta e ricostruita.
I parigini professano una grande devozione a molti altri santuari, quali la cappella del martirio di s. Dionigi ai piedi della salita di Montmartre, dove fu fondata la Compagnia di Gesù, la chiesa di St-Etienne du Mont, dove è sepolta s. Genuveffa, patrona di P., la cappella della medaglia miracolosa, luogo dell' apparizione del 1830; la chiesa di Notre-Dame des Victoires, sede dell'arciconfraternita del Cuore Immacolato di Marie; la cappella del Carmine, dove si venerano le reliquie dei martiri francesi beatificati da Pio XI.
Tra i più insigni monumenti di P. non ancora segnalati occorre ricordare, in età romanica, l'antica chiesa di St-Martin des Champs; nel periodo gotico le chiese di St-Severin, St-Merry, St-Gervais, St-Laurent e soprattutto la Ste Chapelle del Palais de fustice, eretta da s. Luigi per servire di reliquiario alla corona di spine portata da Costantinopoli nel 1239. Attualmente però la reliquia si trova nel Tesoro di Notre-Dame di P. La Ste Chapelle è adorna di grandissime vetrate multicolori del sec. xiri formanti un insieme mirabilmente armonioso. Nel Rinascimento vennero edificati molti notevoli edifici quali St-Eustache e St-Etienne du Mont. Anche il periodo classico conta monumenti importanti come le cappelle di Val-de-Grèce (del Mansart), la chiesa di St-Sulpice (del Servandoni), l'antica chiesa di Ste-Geneviève o Pantheon (del Soufflot), la Madeleine (di Constant d'Ivry).
Il card. Verdier (1929-40) fece costruire numerose chiese in stile moderno, gran parte delle quali tuttora incompiute. Una delle più notevoli è la chiesa du StEsprit, opera dell' architetto Tournon. Sono notevoli anche quelle di St-Pierre de Chaillot, Ste-Agnès d'Alfort, St-Rédempteur de Vanves, opera di dom Remy Belleau.
BibL.: J. Dubois, Hist. eccl. Parisiensis, 2 voll. in-fol., Parigi 1690-1710; PP. Maurini, Gallia christiana, VII-VIII, ivi 1744; J. Leboul, Hist. de la ville et de tout le diocèse de Paris, 6 voll., 3* ed., ivi 1884: Vicomte Georges d'Avenel, Les évêques et les archevêques de Paris depuis et Denis, Tournai 1816; A. Bouillet, Les églises paroisses de Paris, Lione 1899; L. de Lanzac de Laborie, Paris sous Napoléon, 8 voll., Parigi 1905-13; P. Pisani, L'Eglise de Paris et la Résolution, 4 voll., ivi 1908-11; A. Bionet, Les édifices religieux de Paris. Moyen age et Renaissance, ivi 1910; J. Beyer, Les édifices religieux de Paris, XVIIr, XVIIP, XIX* siècles, ivi 1910; C. Jullien, Paris des Romains, ivi 1924; M. Aubert, Notre-Dame de Paris. Sa place dans l'bistoire de l'architecture du XIIr au XIX* siècle, 2* ed., ivi 1999; P. Lavedan, Les transformations de Paris au XVIIe et XVIII e siècle, in Annales de l'Université de Paris, 1930; H. Leclercq, Paris, in DACL, XIII, II, coll. 1606-2160: Héron de Villefosse, Histoire de Paris, Parigi 1944; J. Rupp, Histoire de l'Eglise de Paris, ivi 1948; J. Le Rouxic, Le trésor de Notre-Dame de Paris, ivi 1951. Giovanni Rupp III. I Concili di P. - Sotto questo termine si comprendono concili nazionali, provinciali, sinodi, adunanze, consigli di vescovi, ecc. tenuti a P. o nelle vicinanze,
convocati dalle potestà ecclesiastiche (qualche volta dal papa o dal legato pontificio) ed anche, specialmente nei tempi più remoti, dalle potestà civili (i re e imperatori di Francia). Ci furono concili misti, tanto riguardo ai problemi, quanto alle persone che vi partecipavano, perché, oltre al clero, vi prendevano parte anche i laici. A causa dell'incertezza delle fonti e in mancanza di uno studio definitivo non s'è ancora riusciti a dare un elenco preciso degli anni e del numero dei Concili di P., i quali sono di massima importanza, a causa delle questioni trattate ed anche della posizione politica, religiosa e scientifica (Università) della città, non soltanto per la Francia, ma anche per l'Europa. L'influsso delle conclusioni, decreti e canoni si risentiva spesso in tutto l'Occidente cristiano.
Si accenna ad alcuni tra i principali. Nel Sinodo, che si celebrò nell'anno 360 (o 361), la Chiesa di Francia condannava la formola della fede accettata a Rimini, ritenendo le posizioni del Concilio generale di Nicea, 557 ca., e furono fatti 10 canoni riguardo al matrimonio, elezione dei vescovi, ecc. Il Concilio dell'825 fu adunato a motivo della controversia i-
conoclasta d'Occidente. Quello dell'829 è importante per le ordinazion