0 (o 361), la Chiesa di Francia condannava la formola della fede accettata a Rimini, ritenendo le posizioni del Concilio generale di Nicea, 557 ca., e furono fatti 10 canoni riguardo al matrimonio, elezione dei vescovi, ecc. Il Concilio dell'825 fu adunato a motivo della controversia i-
conoclasta d'Occidente. Quello dell'829 è importante per le ordinazioni riguardanti il clero, la potestà civile (i doveri del re verso i sudditi e viceversali, i laici, ecc. Nel 1051 venivano condannati gli errori di Berengario e di Scoto Eriugena sopra l'Eucaristia; 1147: papa Eugenio IV presiedette il Concilio che esaminò la dottrina di Gilberto de la Porrée sulla S.ma Trinità; 1185, 1188: Concili convocati per la Crociate; 1212 (o 1213): riforme del clero secolare, religiosi, religiose, vescovi, feste, ecc.; 1224 e 1226 : contro gli Albigesi; 1310 : causa dell'Ordine dei Templari; 1395, 1408: Sinodi per facilitare la fine dello scisma di Occidente; 1528 : condannati gli errori di Lutero. Nel 1811 Napoleone adunò il cosiddetto Concilio nazionale per esercitare pressione sopra Pio VII, ma il Concilio si proclamò incompetente a trattare le questioni proposte. Nel 1849: Sinodo importante per le sue vedute lungimiranti; e quelli del principio del sec. xx per la posizione presa circa le leggi contro la libertà della Chiesa.
Bibl.: J. Sirmond, Concilia autiqua Galliae, 3 voll., Parigi 1629; con suppl. di P. de la Lande, ivi 1666; L. Odospun de la Moschinière, Concilia novissima Galliae (dopo il Conc. Trid.), ivi 1646; Dom Labat, Conciliorum Galliae tam editorum quam ineditorum, t. I, ivi 1789; C. Vogel, Les souctions infligées aux taïcs et aux clercs par les Conciles gallo-romains et mérovingiens, in Rev. de droit canonigue (Strassbourg 1952), pp. 5-29 in continuazione. V. pure Hofele-Leclercq. Michele Brlek
IV. Il centro di studi. - P. è uno dei maggiori centri culturali nel mondo, per la quantità e varictà delle sue scuole, accademie, società, biblioteche, librerie, musei, collezioni scientifiche e artistiche.
1. L'antica Università. - Nel medioevo furono a P. 3 scuole : quella cattedrale di Notre-Dame, ove da secoli si insegnavano le "arti liberali» secondo l'antico metodo; quella di S. Vittore, ove insegnarono Guglielmo di Champeaux, Ugo e Riccardo; e quella di S. Genuveffa, resa famosa da Abelardo. Oggi si ritiene che l'Università sia stata non la fusione delle tre scuole, ma lo
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(per cortesia dei Services ofeciels du Tourisme frangais)

(per cortesia dei Services officiels du Tourisme frangais)

(per cortesia dei Services officiels du Tourisme frangais' In alto a sinistra: IL LUSSEMBURGO (iniziato nel 1615). In alto a destra: CORTILE DELL' INSTITUT CATHOLIQUE. In basso a sinistra: LA CHIESA DEL VAL-DE-GRĀCE (1645-65), arch. F. Mansard. In basso a destra: HOTEL DE SENS (iniziato nel 1475).
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In alto a sinistra: VEDUTA DI PARIGI CON NOTRE-DAME. In alto a destra: PIAZZA DELLA CONCORDIA. In basso a sinistra: COB. TILE DELLA SORBONNE, rifatto tra il $1883-89$ dall'architetto H.-P. Nenot. In basso a destra: L'OPERA, arch. Charles Garnier (1862-75).
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sviluppo di quella di Notre-Dame (detta anche insulana, perché nell's isola n), illustrata dal "magister Sententiarum s, Pietro Lombardo: i suoi documenti risalgono all'anno 1200; e subito dopo compare come Universitas magistrorum et scholarium. Presto vi si svilupparono, accanto a quella delle arti (o filosofia), le Facoltà di teologia, diritto canonico, diritto civile e mediciou, alle quali presiedevano i «decan». Capo generale era il a cancelliere * di Notre-Dame, dalla cui giurisdizione l'Università cercherà poi di rendersi indipendente. Grande il numero degli scolari, in prevalenza ecclesiastici, che si divisero, secondo la provenienza, in quattro "nazioni»: Gallicani, Normandi, Picardi, Angli o Alcmanni. Ogni associazione nazionale aveva come capo un "procuratore"; i * procuratori s eleggevano il * rettore s, loro rappresentante generale e capo della facoltà delle arti, che più tardi accentrò anche i poteri del a cancelliere s. Come alloggio degli alunni più poveri, ed anche di maestri, furono esetti collegia, detti anche studia dotata, divenuti in seguito anche istituti di insegnamento, tra cui famoso quello fondato, nel 1257, da Roberto de Sorbon, cappellano del re s. Luigi (donde il nome della Sorbonne s). Vari Ordini religiosi fondarono anch'essi case per i loro studenti; sorsero essi gli Studia generalia dei Domenicani e dei Francescani. Da principio i professori erano solo del clero secolare: con l'affermarsi degli Ordini mendicanti, anche i religiosi conquistarono progressivamente delle cattedre; ne sores una reazione, che degenerò in "lotta", capitanata da Guglielmo di St-Amour, ch'ebbe per avversari Alberto Magno, Bonaventura e Tommaso. Nel 1256 il papa Alessandro IV si pronunciò in favore dei religiosi. I numerosi privilegi accordati dai Papi e dai Re concorsero a fare dell'Università una corporazione indipendente, una specie di terza potenza, dopo il Papato e l'Impero, specialmente durante il grande scisma d'Occidente (onde lo Studium era considerato, per la Francia, come una contropartita all'Imperium germanico e al Sacerdotium italiano).
Dal xirı al xiv sec. l'Università di P. fu il centro maggiore della scienza teologica per tutto l'Occidente, e la Scolastica vi raggiunse il massimo splendore. Poi cominciò la sua decadenza, per la quale influirono vari fattori (guerre, scisma, concorrenza di altre scuole, crescente dipendenza dalla corona francese). Conduittè il giansenismo, ma favorì il gallicanismo. Poiché intorno al 1700 inclinava verso i giansenisti, si vide diminuire dal Papa i suoi privilegi, e lentamente perdette il primato scientifico. Con la Rivoluzione Francese fu sospesa (1793). Con Napoleone s'inizia il suo nuovo periodo di vita nel quadro generale dell's Università imperiale s; nel 1896 riprende, con la personalità giuridica, il nome di a Universite de Paris s.
BibL.: raccolta critica di documenti: H. Denifle - E. Chatclain, Charcolarium Univ. Parisienis, 4 voll., Parigi 1889-97, cui fanno seguito i 2 voll. dell'Austarium Chartularii Univ. Parisienis, per opera di vari, Parigi 1899-1942. Opere più celebri e fondamentali: C. E. du Boulay (Bulcans), Hist. Gumer. Parisienis, 6 voll. in-fol., Parigi 1663-73; J. B. L. Crevier, Hist. de l'Univ. de Paris, 7 voll., ivi 1761; H. Denifle, Die Univors. des Mittelalts bis 1400, I, Berlino 1883, pp. 40-132, 643-94, 745-62, 811 sg.; P. Férct, La Faculté de théol. de P. et ses docteurs les plus célèbres, I, Moyen Age, 4 voll.; II. Epoque moderne, 7 voll., Parigi 1894-1910; F. Ehrle, S. Domenico. Le origini del primo Studia gener. del suo Ordine a P. e la Somma teol. del primo maestro, Rolando da Cremona, in Misc. Dominicana, Roma 1923, pp. 85-134; H. Haskins, Studies in mediaeval Culture, Oxford 1929, pp. 36-71; St. d'Irsay, Hist. des univers., 2 voll., Parigi 1933-35 (poesion, specialm. I, 23-74); H. Rashdall, The universities of Europe in the Middle Ages, $2^{2}$ ed. a cura di F. M. Powicke e A. B. Emden, I. Oxford 1936, pp. 269-284.
2. D'Università cattolica. - L'eredità spirituale del glorioso passato è stata raccolta dall's Institut catholique s (cf. la lettera di Pio XI, Si per lui, del 28 ott. 1925, per il $50^{\circ}$ dell'Istituto, in AAS, 17 [1925], p. 573 sg.). Eretto nel 1875 , in virtù della legge 12 luglio 1875 , come a istituzione d'insegnamento superiore libero s, ebbe per sede lo storico a couvent des Carmes s. Primo rettore e suo vero fondatore fu mons. M. d'Hulst ( $[\mathrm{v}$.$] 1875-96), poi$ mons. P.-L. Péchenard (1896-1907), poi mons. A. Baudrillart ([v.] 1907-42), creato cardinale da Pio XI.
Conta le Facoltà di teologia, diritto canonico, filosofia, diritto civile, lettere e scienze. A quella di teologia, eretta da Leone XIII, con la bolla In magna del 10 dic. 1889 (Leonis XIII P. M. Acta, IX, pp. 267-70), sono annessi l's Ecole des langues orientales s e l's Institut d'études sociales et internationales s. Dal 1913 l'Istituto cattolico possiede una a Scuola superiore di scienze economiche e commerciali s (cf. lettere di Pio X, Nolumus, 8 ott. 1913, in AAS, 5 [1913], p. 489 sg.); da esso dipende anche l's Institut agricole s di Beauvar.
La circoncisione universitaria conta 29 diocesi (sei provincia ecclesiastiche: P., Rouen, Reims, Besançon, Sens, Bourges), i cui vescovi sono i a patroni * dell'Istituto, del quale formano il Consiglio superiore. Gran cancelliere è l'arcivescovo di P. Gli statuti, conformati alla cost. apost. Deus scient. Dominus, sono stati approvati con decr. 6 luglio 1936 dalla S. Congr. dei Seminari e delle Università degli Studi. Ha un Seminario universitario (a des Carmes s), per alcuni sacerdoti, affidato ai Sulpiziani.
BibL.: P.-L. Péchenard, L'Inst. cath. de P. (1873-1907), $2^{2}$ ed. Parigi 1907; Secretariat de l'Inst. Cath., Cinquante ans d'enseignement supérieur libre (Mémorial 1873-1923), Parigi 1926; A. Baudrillart, Les Univer. cath. françaises, in DFC, II, coll. 1933-35; A. Gemelli, J. Schrunen, Annuaire général des Univ. Cath., Nimega 1927, pp. 353-51; Statuta Instit. Cath. Parisienis, Parigi 1933; R. Aigrain, Les Univ. cath., ivi 1933, pp. 19-62. Igino Cecchetti
3. Altre istituzioni. - a) L'Osservatoire national, istituito da Luigi XIV nel 1667. L'edificio eretto da Cl. Perrault ( $1667-72$ ) è costruito in modo che le quattro facciate corrispondono ai punti cardinali, il parallelo della facciata meridionale dà la latitudine di $P$, e il meridiano, che divide in due la costruzione, è quello di P., oggi però regolato su Greenwich. Nel palazzo hanno sede il Bureau international de l'heure, una biblioteca e un museo di strumenti antichi; b) l'Ecole politechnique, fondata dalla Convenzione l'i i marzo 1794 e riorganizzata nel 1852; vi si entra per concorso; al termine del biennio si può passare nel corpo degli ingegneri dello Stato, dei ponti, delle strade, dell'aeronautica, del genio, ecc.; c) l'Ecole normale supérieure, creata dalla Convenzione il 30 ott. 1794 e organizzata specialmente dal decreto 17 marzo 1808, che stabiliva l'Università imperiale per formare con i più rigorosi metodi i migliori docenti. E divisa nelle due sezioni di lettere e scienze; d) l'Ecole supérieure desynes, per la formazione di ingegneri per le miniere, fondata nel 1783; occupa l'antico Hôtel Vendôme; vi sono annessi un museo di mineralogia e geologia e una biblioteca; e) l'Issititio national de l'aune, fondato il 22 ag. 1795 con la missione s di raccogliere le scoperte, perfezionare le arti e le scienze s. La legge del 25 ott. 1795 divise l'Istituto in tre classi (scienze fisiche e matematiche, scienze morali e politiche, letteratura e belle arti). Dopo altre modifiche, un decreto reale del 21 marzo 1816 lo riorganizzò in 4 Accademie e un'altra fu aggiunta per decreto reale del 26 ott. 1832 : l'Acadèmie française, che aveva avuto origine dalle riunioni tenute fin dal 1629 ca. presso il letterato V. Conrart, ma ebbe forma definitiva su proposta del card. Richelieu, da Luigi XIII nel 1635. I membri furono prima 28, poi fissati in 40 , detti a les 40 immortels s. Ebbe l'incarico di redigere un dizionario della lingua francese, una retorica, una poetica e una grammatica; l'Acadèmie des inscriptions et belles lettres discende dalla s Petite Académie s fondata nel 1663 da J. B. Colbert. Il titolo attuale le fu dato da Luigi XV nel 1716. Oggi si compone di 40 membri titulari, 15 accademici liberi, 12 associati stranieri e 70 corrispondenti, dei quali 30 francesi e 40 stranieri; l'AcadémiE des sciences, fondata anch'essa dal Colbert nel 1663 , è divisa in 11 sezioni, oggi conta 68 membri titulari, compersi 2 segretari perpetui, 10 accademici liberi, 12 membri non residenti, sei membri con le stesse prerogative degli accademici liberi, nella divisione creata il 23 genn. 1918 dal titolo: * Applications de la science à l'industrie s; 12 associati stranieri e 116 corrispondenti; l'AcadémiE des beaux-arts, che fu fondata nel 1795, comprende 41 membri titulari, otto per
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(per cesteria del a Scrvicea U\&ditio da Tautiene franceio a Parigi - Piazza del Trocadero, con la statua equestre del mare sciolio Foch e la Torre Eiffel.
ciascuna delle 35 sezioni, più i segretario perpetuo; l'Acadèmie des sciences morales et politiques, che fu fondata nel 1795 , soppressa nel 1803 e ripristinata nel 1832; comprende 40 membri titolari ripartiti nelle 5 sezioni; ha io membri liberi, 12 associati stranieri e 60 corrispondenti. L'Institut de France con le sue 5 Accademie, risiede nel palazzo fondato dal card. Mazzarino per residenza del Collège des Quatre nations, su architettura di L. Le Vau (1662-68). Ogni Accademia si riunisce separatamente una volta la settimana; il 25 ott. ha luogo l'adunanza pubblica delle cinque Accademie. Al di fuori dell' Institut de France furono fondate : nel 1820 l'Académie de médecine, con 6 sezioni; nel 1898 l'Académie internationale d'histoire des sciences; $f$ ) il Conservatoire de musique et de béclamation, fondato da Satrette. La Convenzione nel 1795 ne fece una istituzione nazionale. Occupa l'antico Collegio dei Gesuiti in rue Madrid e contiene un museo strumentale e una biblioteca musicale; g) il Conservatoire national des arts et mÉtiers, istituito dalla Convenzione il 10 ott. 1794, occupa una parte dell'antico priorato di St-Martin-des-Champs, e vi si tengono corsi pratici e corsi pubblici gratuiti di scienze applicate all'industria e alle arti; ha una ricca biblioteca e serie di collezioni; h) il Collège de France fondato nel 1530 da Francesco I su istanza di umanisti francesi e in particolare di G. Budé ( $1468-1560$ ); ebbe allora il titolo di Collège des lecteurs royaux, mutato nel sec. xvir in Collège royal de France e dalla Rivoluzione nel nome attuale. I corsi liberi, pubblici e gratuiti, sono di perfezionamento universitario e tenuti da docenti di nomina governativa. Ha 3 sezioni : scienze matematiche, fisiche e naturali; scienze filosofiche e sociologia; scienze filologiche e archeologiche; la sede è in Piazza MarcellinBerthelot, e sulla porta d'ingresso vi si legge: aDocet omnia s; i) la Bibliotheque nationale è di origine antica; Carlo V aveva riunito al Louvre una biblioteca, poi dispersa e passata in Inghilterra; Luigi XI la ricostituì al Louvre. Luigi XII l'arricchì di un fondo preso a Napoli; Francesco I di manoscritti orientali, greci e latini; Enrico IV di 800 manoscritti ereditati da Caterina de' Medici. Grandi acquisizioni si ebbero sotto Luigi XIV e XV. Dopo varie peregrinazioni, tra il 1721 e il 1727 fu trasportata alla rue Richelieu nell'Hôtel di Nevers, dove è tuttora. Con la Rivoluzione la Biblioteca ricevette tutte le collezioni delle abbazie e degli istituti religiosi soppressi; e dal
1793 prima una copia e poi due di ogni esemplare stampato in Francia, come deposito legale. E una delle più ricche del mondo ed è divisa in quattro dipartimenti: stampati (ca. 5.000 .000 di voll.) e carte geografiche ( 300.000 ); manoscritti ( 125.000 ) e pergamene; incisioni ( 3.000 .009 ); medaglie e monete (ca. 250.000 ) e antichità; ha una sala di lettura pubblica e varie sale di studio; i) Les Archives nationales, istituiti dall'Assemblea nel 1789 e collocati nel 1808 nell'antico Hôtel Soubise, eretto dal Delamair tra il 1705-1709; dal 1927 anche nell'antico Hôtel Rohan. E un'imponente raccolta di documenti che va da un diploma di Clotario II (625) ai nostri giorni. Nel $1^{\circ}$ piano è riunito il Musée des archives con esposti i più notevoli documenti; m) la Cité Universitaire iniziata nel 1920, con la donazione di ro milioni, dei coniugi E. e L. Deutsch de la Maurthe, con 7 padiglioni in stile normanno su disegno dell'architetto L. Bechmann, per alloggiarvi studenti universitari delle varie province di Francia. Altri padiglioni si aggiunsero per gli studenti canadesi, belgi, argentini, inglesi, giapponesi, olandesi, indocinesi, cubani, armeni, danesi, svedesi. Vi sono poi le fondazioni di Monaco, della Grecia, della Svizzera, degli Stati Uniti, dell'Istituto Nazionale Agronomico; un Collegio spagnolo; una Casa internazionale e la chiesa offerta nel 1936 della sig.ra P. Lebaudy; n) la Bibliothèque de l'arsenal, occupa parte dell'antico Palazzo del Gran Maestro dell'artiglieria (1723, con modifiche del sec. xix). Fondata nel 1727 dal marchese d'Argenson de Pauliny, accresciuta dalla Rivoluzione con gli Archivi della Bastiglia e le collezioni dei conventi, nel 1797 divenne la Bibliothèque nationale de l'Arsenal. Comprende 12.000 manoscritti, un milione di stampati; ca. 120.000 stampe e la più ricca collezione di tutte le opere drammatiche dall'origine del teatro in Francia, fondo di ca. 350 documenti.
o) Musei: Musée du Louvre, nell'antico Palazzo reale, è costituito nel 1791 con le collezioni reali; accresciuto con doni, bottini di guerra e acquisti. È diviso in più sezioni: antichità egizie, asiatiche, greco-romane, medioevo e Rinascimento, secc. xvir-xix. La più notevole è la sezione pittura per le scuole italiana e francese. Musée du LuxemSOURG, è dedicato agli artisti francesi impressionisti e viventi, e il Musée Jeu-de-Paume, alle Tuileries, alle scuole straniere. Musée des monuments françals. E situato nel Palais de Chaillot, dove è anche la «Direction des musées nationaux». E una preziosa raccolta di colchi di monumenti antichi della Francia e di riproduzioni a grandezza naturale dei cicli pittorici medievali. Musée GuIMET, dal nome del fondatore Emile Guimet (m. nel 1918), il quale aveva fondato nel 1879 a Lione un museo delle religioni, della storia e dell'arte dell'Estremo Oriente, insieme con una biblioteca specializzata. E stato trasferito a P. nel 1888. Musée Galliera o Musée Brignole-GaliERA, dall'antico nome della duchessa; serve per esposizioni temporanee. Musée EnNery dal nome del fondatore che vi raccolse oggetti d'arte dell'Estremo Oriente. Musée de la parole, contiene la storia del disco e del fonografo, con collezioni di dischi di voci celebri, dei dialetti e del folklore. Musée des Phares et Balises, contiene una collezione ottica, di fari, di lavori plastici, di gavitelli e loro applicazioni. Musée postal, con documenti della storia della posta, collezioni filateliche ed esposizioni temporanee. Musée Jacquemart-André : la pittrice Nélio Jacquemart (ved. di Edouard André) morendo nel 1912 lasciò allo Stato il Palazzo costruito da H. Parent con una superba collezione di statue, quadri, ceramiche verri, bronzi, arazzi, del Rinascimento italiano fino al sec. xviri. Musée Balzac, nella casa da lui abitata nella rue Raynouard; contiene ricordi della vita e dell'opera del romanziere. Musée Clenenceau: nell'appartamento abitato dall'uomo politico nella rue Franklin. Musée Marmottan : nel Palazzo del fondatore P. Marmottan, storico d'arte, contenente mobili, statue, quadri, tappezzerie del Rinascimento, del primo Impero e opere moderne. Musée Moreau : contiene pitture, disegni, bozzetti del pittore Gustavo Moreau (1826-98). Musée Cernuschi, del fondatore che vi istituì una collezione di arte della Cina e del Giappone. Musée des travaux publics: contiene piante, diorami, plastici delle grandi opere d'arte eseguite
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dal genio francese. Musée de l'air: raccolta di aerei storici, modelli ridotti, motori d'aviazione, aerostati, e loro documentazione. Musée Carnavalet : dal nome del Palazzo rinascimentale, contiene il Museo storico della città di P. Musée des Thèrmes et de Cluny : nell'antico edificio termale romano dove nel medioevo gli abati di Cluny adattarono la loro residenza a P., contiene una preziosa raccolta d'arte medievale. Musée des Gubelins: collezione di arazzi dal sec. xv al xix, la loro esposizione viene periodicamente rinnovata. Vi è annessa una manifattura e un laboratorio di riparazioni; $p$ ) nel Ministère de l'éducation nationale vi sono le seguenti commissioni: des sciences économiques et sociales; des travaux historiques, d'histoire et philologie, de géographie, che insieme formano un Comité; notevole è il Bulletin archéologique du Comité des travaux historiques, edito dal 1882.
Il Centre national de la Recherche promuove le pubblicazioni di un gruppo di periodici scientifici quali: la Revue archéologique, fondata nel 1844 ; la Revue de l'histoire des religions, giunta nel 1951 al t. 140; la Bibliothèque de l'Ecole des Chartes, che nel 1951 è al 109 vol.; gli Annales du Musée Guimet; la Revue des études byzantines, 9 voll. al 1951; le Archives de l'Orient chrétien; Gallia, Fouilles et monuments archéologiques en France métropolitaine, dal 1943. Sotto gli auspici della Société archéologique de France si pubblica a P. fin dal 1836 il Bulletin monumental, e dal 1834 i resoconti dei Congrès archéologiques de France. La Fondation Eugène Piot dal 1894 e editrice des Mounments et mémoires publiés par l'Académie des Inscr. et belles lettres. Il Yournal des Savants, fondato nel 1665 , fu ripreso nel 1816 dall'Académie des Inscr. et belles lettres. Questa accademia pubblica fin dal 1827 i suoi Comptes rendus, i quali furono preceduti da Mémoires et histoires de l'Académie royale des Inscr. et belles lettres e dal 1815 Mémoires de l'Académie des Inscr. et belles lettres publio par divers savants. Si devono poi ricordare le pubblicazioni scientifiche: Archives des missions scientifiques et littéraires, dal 1850 al 1891 in cui divennero Nouvelles Archives des missions scientifiques fino al 1924; la Société de l'Art français pubblicò fin dal 1851-52 Les Archives de l'art français, mutate poi in Bulletin de l'art français; la Société de l'histoire de Paris pubblicò dal 1851 i Mémoires. Dal 1859 si stampa la Gazette des beaux arts. Dal 1876 fu fondata la Bibliothèque des Ecoles françaises d'Athènes et de Rome. Nel 1951 si è iniziata la Revue des arts. - Vedi tavv. LXVII-LXIX.
## Enrico Ioni
PARINI, GIUSEPPE. - Poeta, n. a Bosisio (Brianza) il 23 maggio 1729, m. a Milano il 15 ag. 1799. Studiò a Milano nelle Scuole Arcimbolde, tenute dai Barnabiti. Nel 1752 pubblicò Alcune poesie di Ripano Eupilino (cioè Parino dell'Eupili, o lago di Pusiano), che gli meritarono di esser accolto nell'Accademia dei Trasformati. Per necessità, più che per vocazione, avviatosi alla vita ecclesiastica, fu ordinato sacerdote il 14 giugno 1734 .
Da quell'anno al 1752 fu precettore in casa del duca Gabrio Serbelloni. Vivendo in quella e frequentando altre case di nobili, il P. studiò con severità di moralista quel mondo frivolo e pomposo e si preparò a divenirne giudice. Una certa notorietà ebbe da due famose polemiche: con il servita Alessandro Bandiera e con il barnabita Paolo Onofrio Branda. Agli anni vissuti presso i Serbelloni si possono ascrivere alcuni scritti che preparavano Il giorno: poemetti con cui si addestrava a usare da maestro il verso sciolto; le tre prime odi (La vita rustica, La salubrità dell'aria, L'Impostura); le Lettere del conte N. N. ad una falsa deosia, satira della falsa devozione sotto il velo di un continuo insegnamento ironico; il Discorso sopra le caricature, cioè sopra le ridicolaggini del bel mondo; un gruppo di satire in terza rima (Il trionfo della Spilovecria, La maschera, La studio, Il teatro); il Dialogo sopra la nobiltà, tra due morti di recente, un nobile e un poeta nato plebeo, che discutono sull'origine e sui meriti della nobiltà.
Il conte Imbonati, capo dei Trasformati, gli affidò nel 1763 o 1764 il figlio Carlo, al quale il P. dedicò l'ode L'educazione, che si può considerare l'intermezzo tra Il

IJot. Exc. Catt.
Parini, Giuseppe - Rirratto inciso da C. Potti-Pardo da un disegno dal vero di A. Appiani - Roma, museo del Risorgimento.
mattino e Il mezzogiorno, pubblicato nell'estate del 1765 . Nel 1768 il P. accettò l'incarico di poeta del regio ducale teatro. Per tutto l'anno 1769 attese per volere del conte Carlo di Firmian, ministro plenipotenziario dell'Austria in Lombardia, alla compilazione della Gazzetta di Milano. Nel nov. dello stesso anno il Firmian lo nominò regio professore di belle lettere nelle pubbliche Scuole Palatine; e
nel luglio del 1773
gli fu riconfermata la cattedra in quelle scuole, che poco dopo si stanziarono, con il nome di R. Ginnasio, nel Palazzo di Brera. Anche fuori della scuola il P. ebbe incombenze dal governo : scrisse nel 1771, per le nozze dell'arciduca Ferdinando d'Austria con l'arciduchessa Maria Beatrice d'Este, un melodramma (Ascanio in Alba), musicato da A. W. Mozart quindicenne; preparò gli statuti dell'Accademia di belle arti e dell'Accademia di agricoltura. Ma soprattutto si occupò della scuola, in servizio della quale raccolse, prima del 1777, le sue lezioni : Dei principj generali e particolari delle belle lettere applicati alle belle arti : nella prima parte, trattato di estetica classicistica; nella seconda, rassegna storica degli scrittori italiani. Inaugurata in Brera l'Accademia di belle arti (1776), il P., restando professore di eloquenza nel R. Ginnasio, accolse nella sua scuola i giovinetti iscritti ai corsi di belle arti. Intendente di tutte le arti, unico e consigliere di Andrea Appiani e dei suoi colleghi di Brera e di altri più giovani artisti, dettò programmi per pitture e sculture, diede soggetti di balli e di rappresentazioni sceniche; fu uno dei corifei del neoclassicismo in quella Milano che, non senza merito di lui, divenne la roccaforte dell'arte neoclassica.
Nell'ott. del 1791 gli fu assegnata anche la carica di soprintendente superiore delle scuole pubbliche in Brera (in quell'anno un suo discepolo aveva curato la prima edizione delle Odi). Per il desiderio di rendersi utile alla patria, entrò nella nuova municipalità, istituita a Milano nei primi giorni dopo la venuta dei Francesi (maggio 1796). Essendosi invano adoperato per rivendicare alla municipalità il diritto di dare una costituzione alla Repubblica Cisalpina senza attendere gli ordini di Parigi, si congedò, dopo tre mesi d'ufficio, facendo segretamente dal suo parroco distribuire ai poveri il compenso che ne ebbe. Ritrovò la pace dell'anima nei pensieri dell'eterno e nella serenità degli studi. Le ultime sue meditazioni furono intorno al Cenacolo di Leonardo.
Il capolavoro del P. è Il giorno, di cui le due prime parti, Il mattino e Il mezzogiorno, furono pubblicate nel 1763 e nel 1765 ; le ultime due, Il vespro (incompiuto) e La notte, uscirono postume nel 1801. E un poema in endecasillabi sciolti, unico nel suo genere : satiricamente didattico, in quanto il poeta finge di scrivere una specie di galateo per il "giovin signore"; epicamente satirico, in quanto dà alla satira proporzioni di poenta. In esso il P. contrappone il popolo dei lavoratori a una classe che ha compiuto la sua storica missione; e vuol rivendicare l'italianità del costume, della lingua, del pensiero, della cultura, inquinati dalle importazioni straniere accolte dai nobili del suo tempo. Il poeta sa vivificare la materia, dar varietà alla rappresentazione d'un mondo che avrebbe voluto essere il mondo del Piacere ed era invece il mondo della Noia: non soltanto con i lodatissimi episodi, ma con la continua antitesi sociale, con il confronto dei nobili di allora con gli «incliti eri», con la pittura di scene naturali, con ispirazioni tratte dall'arte classica, dalla mitologia, dall'epica cavalleresca, con quadri e quadretti eso-
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tici e preromantici, con effusioni liriche, le quali talvolta interrompono gradevolmente l'ironia. Tanta varietà di motivi è unificata dalla personalità del poeta, che si fa attore, in qualità di precettore, della commedia sociale del suo tempo, e, poeta vate, si fa giudice di quella società. Il vero protagonista del Giorno è lo stesso poeta. La nobiltà dello stile pariniano è tale che dal Foscolo in poi è stata paragonata a quella di Virgilio.
Il P. scrisse alcuni eccellenti sonetti, facili e gaie canzonette, lepidì "scherzi»; lasciò poemetti, epistole, frammenti d'idilli : ma il suo maggior titolo di gloria, dopo Il giorno, sono le 19 Odi ( $1^{\text {a }}$ ed. compiuta, 1795). L'ironico "precettor d'amabil rito" diventa qui maestro di civiltà e di vita: contrappone alla corrotta vita cittadina la libertà campestre (La vita rustica); inneggia ai progressi civili (L'innesto del vaiuolo, La laurea); combatte i mali della società (La salubrità dell'aria, L'Impostura, Il bisogno, La espressione); crea un Achille cristiano nella Educazione; esprime un altissimo concetto dell'arte (La recita de' versi, In morte di A. Sacchini, Alla Musa); punge la leggerezza di chi non sa vedere nelle vesti impractiche il simbolo di corrotri costumi (A Sihsia). Tutte intime e subiettive La caduta e le tre odi galanti (Il pericolo, Il dono, Il messaggio). Il Carducci distingue due periodi nello svolgimento lirico pariniano: il primo, dal 1757 o 1758 (La vita rustica) sino al 1777 (La laurea), non manca di vigore, ma neppure d'ineguaglianze e di esitanze; il secondo, dal 1783 (La recita de' versi) al 1795 (Alla Musa), è quello della maniera oraziana, cioè più propriamente pariniana. Il P. crea l'ode neoclassica, che lascerà in retaggio al Monti e al Foscolo. Bisogna riconoscere che il mondo ideale e sentimentale dello Odi è meno vasto di quello che, attraverso il velo dell'ironia, s'intravede nel Giorno: ma si può integrare con i pensieri e con i sentimenti espressi in altre liriche del P., di minor valore artistico, ma storicamente importanti; e si viene alla conclusione che il rinnovamento italiano, conciliatore delle nuove idee con la tradizione, non privo di senso storico, rispettoso del sentimento religioso, ebbe in lui, tra i poeti, il suo maggior rappresentante.
Il sentimento religioso fu nel P. più vivo che non appaia nelle Odi. Egli combatté la falsa devozione (Lettere a una falsa devota) e considerò la religione unico freno all'impeto delle passioni, vincolo d'amore tra gli uomini, anelito al cielo (Mezzogiorno, vv. 975-79). Sono da ricordare, tra le liriche religiose, le terzine Nel di s. Bernardino sanese, la canzone Per s. Ambrogio, il sonetto Suonami in sulle labbra dedicato alla Vergine, quelli Per Girolamo Miani e Per Caterina di Pallanza, e il discorso Sopra la carità. Poiché nell'edizione delle opere pariniane (Milano 1801-1804) F. Reina sostituì nelle prose alla parola Dio "natura" e alla parola Provvidenza "le leggi" e mutò in elogio un giudizio sfavorevole sul Machiavelli (cf. l'introduzione di G. Mazzoni all'edizione di Tutte le opere edite e inedite di G. P., Firenze 1925, p. xci), il P. poté da alcuni essere ritenuto un illuminista e un giacobino. Egli respinse la filosofia del Voltaire "morbido Aristippo del secol nostro", e di Rousseau "novo Diogene"; del culto cattolico sentì, come notò il Carducci, "più simpaticamente ciò che è meglio in attinenza alla vita sociale... per virtù del suo temperamento più civile che mistico ".
Biel.: edizioni: oltre alle citate di F. Reina e G. Mazzoni, cf. l'ed. di E. Bellorini, Prose, 2 voll., Bari 1913-15; Poesie, 2 voll., ivi 1929. Studi: per le opere fino al 1929 cf. G. Bustico, Bibliografia pariniana, Firenze 1929. Delle posteriori si segnalano: D. Perrot, La poesia e l'arte di G. P., Bari 1930; G. Natali, G. P., Firenze 1931; G. Citanna, Il romanticismo e la poesia italiana dal P. al Carducci, Bari 1935, pp. 27-68; A. Momigliano, P. discusso, in Studi di poesie, ivi 1938, pp. 105-11; A. Chiari, Sulle Odi di G. P., Milano 1943; R. Spongano, La poetica del senzimo e la poesia del P., nuova ed., Milano 1946; M. Fubini, Dal Muratori al Buratti, Bari 1946, pp. 122-32.
PariS, François de. - Diacono giansenista, n. a Parigi il 30 giugno 1690, m. ivi il $1^{\circ}$ maggio 1727. Primogenito di un ricco consigliere al Parlamento di Parigi, preferì alla magistratura, alla quale voleva avviarlo la famiglia, la vita ecclesiastica, senza però ricevere il presbiterato.
Catechista e conferenziere sacro, particolarmente versato in S. Scrittura, scrisse varie opere, di cui alcune furono pubblicate postume (spiegazione morale delle epistole paoline) altre sono rimaste manoscritte. Si dedicò a penitenze austere, giungendo col suo rigorismo a non comunicarsi per due anni, finché il suo direttore non lo dissuase. Caritatevole, esercitò un umile mestiere per poter aiutare i poveri. Sepolto nel cimitero di St-Médard, sua parrocchia, sulla sua tomba s'iniziò il movimento dei convulsionari (v.) giansenisti.
Biel.: P. F. Mathieu, Histoires des miraculés et des convulsionnaires de St-Médard, Parigi 1864; P. Guagnol, Le fanteinisme consulsionnaire, Parigi 1911; A. Gazier, Histoire générale du mouvement jansiniste, I, Parigi 1922, p. 278 sgg.; Pastor, XV, p. 746 sgg.; J. Carreyre, s. v. in DThC, XI, coll. 2032-34.
Renvenuto Matteucci
PARISOT, Pierre Curbel (padre Norberto, abbé Platel). - Scrittore, n. a Bar-le-Duc (Lorena) nel 1697, m. a Commercy (Lorena) il 7 luglio 1769. Cappuccino nel 1716, nel 1736 fu nominato procuratore generale delle Missioni Estere francesi.
Urtatosi con i Gesuiti per la questione dei riti malabarici, da Pondichéry tornò a Roma (1741). Pubblicò Memorie istoriche intorno alle missioni dell'India orientale, (2 voll., Lucca 1744 : messo all'Indice da Benedetto XIV, il $1^{\circ}$ apr. 1745), che rifuse in seguito in Mémoires historiques sur les affaires des Jésuites avec le St-Siège (7 voll., Lisbona 1766). Inquiero, si diede a girare per l'Olanda, l'Inghilterra, la Germania, il Portogallo, dove appoggiò la politica antigesuitica del Pombal. Nel 1759 ottenne il decreto di secolarizzazione e assunse gli pseudonimi ricordati. Nel 1763 tornò in Francia. Scrisse inoltre: Diurnal chrétien (Marsiglia 1742); Lettres apologétiques (Lucca 1746); Histoires du passage du p. Norbert à l'état de prêtre séculaire (s. 1. 1759); La foi des catholiques (Lisbona 1761).
Biel.: P. A. Kirsch, Zur Geschichte des P. Norbert, in Theologische Quarialschrift, 86 (1904), pp. 364-78; Pastor, XVI, pp. 349-54; E. Amann, s. v. in DThC, XI, coll. 2040-43; K. Hofmann, s. v. in LThK, VII, col. 980.
PARKER, MAttew. - Arcivescovo anglicano di Canterbury, n. a Norwich il 6 ag. 1504, m. nel maggio 1575; divenne cappellano di Anna Bolena nel 1535, e vicecancelliere dell'Università di Cambridge nel 1545 .
Fu portato a seguire le tendenze anglicane, e nel 1547, appena legittimato il matrimonio del clero, sposò la figlia dello zelante riformatore Harleston, il che non gli impedì di mantenere una posizione ostile alla vendita delle proprietà ecclesiastiche. La regina Elisabetta lo nominò arcivescovo di Canterbury nel 1559 e P. contribuì efficacemente ad organizzare e disciplinare la Chiesa anglicana, venendo a contrasto ( 1565 ) con i puritani, specie per ciò che si riferiva al modo di vestire durante la celebrazione dell'Eucarietia : la controversia si trascinò a lungo, con grande disappunto del P. che sentiva di non potere vivere abbastanza per risolvere un problema così importante per l'assestamento della riforma in Inghilterra. Nel 1572 scrisse il De antiquitate Britannicae Ecclesiae.
Biel.: W. M. Kennedy, Archbishop P., Londra 1908.
Luciano Gulli
PARLAMENTO. - I. Storia. - Il termine parlamentum fu usato nell'età di mezzo per indicare istituzioni fra loro diverse, cioè da un lato le assemblee generali del popolo dei Comuni italiani, dall'altro alte magistrature, come avvenne in Francia, e infine gli "stati" generali e provinciali, riunioni, queste ultime, dei tre ordini privilegiati : clero, nobiltà feudale, città.
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Taluna di queste assemblee aveva le sue radici in età molto remota, come l'assemblea del Regno d'Italia dei secc. xI-xIII che si ricollegava a quella carolingia e, per mezzo di queste, a quella formata da duchi, gastaldi, fedeli del Re, e da una parte del popolo: l'exercitor del Regno longobardo. In generale, però, tali assemblee si formarono nei secc. xili-xiv, cioè verso la fine dell'età feudale propriamente detta. Fu l'appartenenza alle classi ed enti privilegiati propri dell'età feudale, che determi$n \overline{0}$ chi avesse il diritto di prender parte alle assemblee generali e influì sulla formazione di quelle provinciali. Queste ultime pare si costituissero per la fusione di riunioni che avevano luogo nei grandi territori, ducati o marche, per la tutela della pace e per fiancheggiare i messi regi nell'amministrazione della giustizia, riunioni che eran formate dai maiores terrae, con altre riunioni che il duca o marchese faceva per aver consiglio dai suoi vassalli. Quando, nel sec. xili, i duchi o marchesi vollero riprendere nelle loro mani, con maggior vigore, il potere sui loro territori, queste varie assemblee provinciali si fusero e presero una figura più distinta. Uno dei loro scopi precipui fu quello di difendere i privilegi degli "stati " contro gli abusi dei principi e dei loro funzionari. Si efclecro così numerose assemblee in Europa dette "stati ", benché questa parola indicasse più propriamente i vari ordini dai quali l'assemblea era formata. Così si parlò in Francia di "stati generali " per indicare l'assemblea generale del Regno. La denominazione di "stati provinciali " fu introdotta dagli storici per indicare quelli che si riunivano nelle grandi provincie del Regno, come il Dalfinato, la Savoia, la Normandia, ecc. I documenti parlano soltanto di états de Normandie, oppure de Savaye. Il termine p. ebbe il sopravvento soprattutto in Inghilterra ed in Italia.
L'ordinamento normale di questi p. fu fondato sui tre "stati" già ricordati. Il primo di essi fu formato da ecclesiastici; questi dovettero essere presenti già nelle assemblee del Regno longobardo e continuarono ad intervenire in quelle carolingie e nelle posteriori come grandi dignitari del Regno, nelle cui mani stava, di frequente, l'elezione del Re. Quanto alle assemblee provinciali, il clero vi interveniva a motivo delle ampie giurisdizioni che godeva e delle estese terre da esso possedute, oltre che per la posizione eminente che aveva nella provincia. Lo "stato" o "braccio" ecclesiastico era costituito nelle assemblee provinciali da vescovi, da Capitoli, da abbazie e da monasteri. I primi intervenivano, come pure gli abati, personalmente; gli altri inviavano procuratori.
Nello "stato" dei feudali o baroni, come si chiamavano in Sicilia, si distinguevano talvolta più categorie che avevano diversa origine. Requisito essenziale era quello di dipendere direttamente dal principe. Non di rado il diritto d'intervenire spettava non ad una singola persona, ma a un casato feudale, e regole interne del casato stabilivano chi dovesse intervenire per esso al p. e come si stabilissero i turni fra gli aventi diritto. Se intervenivano più persone, avevano un unico voto. Quanto alle città, il loro diritto ad intervenire all'assemblea dipendeva o da una consuetudine affermatasi nella prima formazione del p., oppure da un particolare privilegio del principe. La dipendenza diretta da questo era pure per le città condizione essenziale : ciò dicevasi nel Regno di Sicilia aver la qualità di "demaniale", e braccio demaniale si denominò perciò il braccio delle città o di "università ". Le città erano rappresentate in p. da loro inviati che di rado avevano pieno mandato; il più delle volte dovevano riferire ed ottenere l'assenso del Consiglio del comune per le deliberazioni proposte. La costruzione del p. con tre "stati" è la normale; si deve osservare però che nelle origini l'assemblea era composta soltanto dagli ecclesiastici e dai feudali; le città vennero aggiunte successivamente; nell'assemblea del Regno d'Italia pare che ciò accadesse verso il 1130 . Più tardi ciò accadde anche nel P. siciliano ed ancor più tardi nel P. inglese (1265). Nel sec. xvi il P. delle Marche si ridusse ad un'assemblea di rappresentanti di Comuni, perché ecclesiastici e feudatari non v'intervenivano più.
Quanto poi al modo di riunirsi, si osserva che in Sicilia, originariamente, i tre "stati" o "bracci" si radunavano insieme, ma poi, per influenza delle consuetudini spagnole, ciascuno sedette per conto proprio. Nel P. inglese la Camera Alta fu costituita dal clero e dai baroni, mentre dell'altra facevano parte i nobili della campagna ed i rappresentanti dei Comuni.
Quanto alla competenza parlamentare, essa si definisce con regole fisse soltanto in epoca avanzata. Per lungo tempo, in molti p., fra i quali quello inglese, gran parte delle sedute fu occupata dalla discussione e decisione di affari giudiziari: competenza che era stata ad essi tramandata dalle assemblee più antiche alle quali erano deferiti processi di grande importanza e che, inoltre, decidevano le controversie sorte fra i propri membri. In seguito tale competenza fu ridotta a casi straordinari e principale oggetto dei dibattiti parlamentari furono gli aggravi finanziari. Questa parte della competenza ebbe la maggiore importanza per lo svolgimento dei poteri del p., perché questo approfittava delle richieste del principe per ottenere, in cambio, riforme nella legislazione, nell'amministrazione od altri provvedimenti. Ciò diede adito al formarsi della concezione delle relazioni fra "stati" e principe, come d'un rapporto di carattere contrattuale. La concessione di tali sussidi diede inoltre modo agli "stati" di controllare i funzionari del principe per vedere se il denaro accordato fosse stato speso nel modo convenuto e questo apri la via ad un controllo sulla pubblica amministrazione.
Un'altra importante funzione fu quella legislativa, che fu potere originario delle assemblee generali, mentre per quanto riguarda i p. provinciali ebbe il suo riconoscimento in una decisione del Consiglio dell'Impero del 1231, secondo la quale i principi non potevano emanare nuove costituzioni o naca inra senza il consenso dei maiores et meliores terrae. I p. ebbero poi una speciale competenza per i provvedimenti militari.
Quanto al funzionamento di queste assemblee, ci fu grande varietà ed essa dipese dall'autorità che il p. s'era acquistata. Nei territori e nei periodi nei quali esso ebbe larga ingerenza negli affari pubblici ed influì anche sulla politica estera, come accadde dei P. piemontesi nei secc. xv e xvi e del P. friulano prima della caduta del governo del patriarca d'Aquileia, le sedute parlamentari erano molto frequenti ed il consiglio, organo permanente del p., si riuniva senza interruzione. Si vede invece il P. siciliano riunirsi, durante la dominazione spagnola, in via ordinaria di tre in tre anni.
In nessuna parte d'Europa il p. prese di fronte al sovrano una posizione così indipendente come accadde in Inghilterra dopo la rivoluzione del 1688 che esecib il re Giacomo II dal trono. Da allora la Camera dei Comuni inglese iniziò quella evoluzione che la portò, per tappe successive, ad essere il modello di tutte le altre. Di una simile evoluzione non c'è esempio nel Continente. Invece, in alcuni paesi, e particolarmente in Germania, gli "stati" si posero dinanzi al principe come una potenza ad esso equivalente, così che si ebbe nel principato un vero dualismo. Ciò non avvenne nei P. italiani che andarono, invece, progressivamente decadendo nei secc. xvi-xviII, per le mire assolutistiche dei principi che guardavano con diffidenza questi corpi che limitavano il loro potere specialmente nel settore finanziario: le stesse tendenze per le quali i re di Francia non riunirono gli "stati" generali dal 1614 in poi, finché l'ondata rivoluzionaria del 1789 li costrinse a convocarli di nuovo. Alla fine del sec. xvili esistevano ancora in Italia : il P. siciliano, gli "stamenti" o stati di Sardegna, il P. delle Marche e quello del Friuli. Tutti erano ridotti a vane ombre e rappresentavano una società dominata dal privilegio che doveva presto scomparire. D'altra parte, quando i sovrani, spossessati da Napoleone dei loro Stati, riuscirono a ricuperarli, non provarono alcun desiderio di ristabilire quei vecchi p., volendo dare pieno svolgimento all'assolutismo.
Il solo P. siciliano ebbe una breve storia interessante nel periodo $1812-15$. Esso fu riordinato nel 1812 , prendendo a modello il P. inglese; furono create perciò una
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Camera dei Pari ed una Camera dei Comuni. L'esperimento non riusci, sia per l'inesperienza dei parlamentari, sia per la difficoltà di far allıgnare nella terra siciliana istituzioni straniere, sia, soprattutto, per l'ostilità del re Ferdinando III, il quale, il 14 maggio 1813 , sciolse il P. e non lo riconvocó più.
Bin.: C. Cdiseo, Storia del P. in Sicilia, Torino 1887; A. Marongiu, I P. di Sardegna nella storia e nel diritto pubblico comparato, Roma 1932; G. Ermini, I P. dello Stato della Chiesa dalle origini al periodo albornoziano, Bologna 1930; M. Vioro, Su un memoriale del P. piemontese, in Studi Besta, II, Milano 1938; P. S. Leich, Il P. friulano nel primo secolo della dominazione veneziana, in Bin. di si. del diritto ital., 21 (1948), p. 5 sgg.; A. Marongiu, L'istituto parlamentare in Italia dalle origini al 1300, Roma 1949.
Pier Silverio Leicht
II. Negli Stati moderni. - P. è il nome con cui si indicano genericamente le assemblee legislative (cf. Costituzione italiana, parte $2^{\text {a }}$, tit. I), le quali sono per lo più eleite da tutti i cittadini dotati del diritto di voto (v.) politico.
Negli Stati a p. bicamerale, l'espressione stessa viene non di rado usata solo per indicare la Camera elettiva, quando l'altra non lo sia; mentre in Inghilterra essa riveste un più ampio e specifico significato, abbracciando tutti e tre gli organi legislativi (e cioè : il re, le Camere dei Lords e dei Comuni); negli Stati Uniti e in quelli dell'America latina, le assemblee legislative sogliono essere, collettivamente designate piuttosto con l'espressione di Congresso.
1. Il bicameralismo. - Nella grande maggioranza degli Stati contemporanei il p. è bicamerale, costituito cioè da due diverse Camere (Camera dei deputati e Senato della Repubblica in Italia, Assemblea nazionale e Consiglio della Repubblica in Francia, Camera dei rappresentanti e Senato nel Nordamerica, ecc.). Oltre alcuni piccoli Stati (Lussemburgo, Monaco, S. Marino, ecc.), hanno, infatti, oggidì un p. unicamerale solo la Turchia, la Spagna e taluni Stati europei satelliti dell'URSS.
Il bicameralismo è sorto, tuttavia, in modo del tutto empirico, in Inghilterra, nella prima metà del sec. xiv quando l'originario unico p. si scisse in due distinti collegi : l'uno comprendente gli alti feudatari, laici ed ecclesiastici (i cosiddetti lords temporali e spirituali, convocati individualmente) e l'altro i rappresentanti dei borghi e delle contee (borghesi e cavalieri), designati dalle rispettive comunità. Invece, durante il sec. xix, quasi tutte le Costituzioni europee le adottarono con deliberato proposito, sia, in un primo tempo, per continuare a giovarci della secolare esperienza di governo della classe della nobiltà, radunandone gli esponenti in una Camera alta (Camera dei magnati in Ungheria, Camera dei signori in Prussia, ecc.), sia, dopo l'esempio nordamericano (1787), per consentire una diretta partecipazione al lavoro legislativo agli Stati-membri dei vari Stati federali, quando essi si costituirono (Svizzera 1848, Germania 1871, ecc.), ponendo accanto ad una prima Camera, composta da rappresentanti eletti proporzionalmente alla popolazione di ognuno degli Stati-membri, una seconda Camera formata, sulla base del principio dell'uguaglianza giuridica dei medesimi, da uno stesso numero di rappresentanti per ciascuno di essi. Nelle successive costituzioni di Stati unitari si finì per adottare il sistema bicamerale per motivi di opportunità politica, messi in evidenza da recenti vicende costituzionali, quali la possibilità di valersi nella seconda Camera di elementi esclusi dall'entrare nella prima, ecc.
Si tentò pertanto, generalmente, di dare differente struttura alle due assemblee. Ma, scomparso il metodo della nomina vitalizia dei membri della seconda Camera da parte del capo dello Stato (come avveniva, ad es., per il Senato statutario italiano), e mostratosi poco conveniente il sistema cosiddetto misto (in cui la nomina, l'elezione, l'ereditarietà, l'appartenenza d'ufficio tutte insieme contribuivano a costituirla: ad es., Camera dei
Pari nipponica fino al 1945), si preferi formare la seconda Camera con un procedimento elettivo, seppure diverso nelle sue modalità da quello adottato per la prima: in ordine, ad es., al numero dei membri e all'età degli elettori e degli eleggibili, alla durata del mandato, alla rinnovazione totale o parziale dell'assemblea, all'estensione ed alla natura dei collegi elettorali, ecc.
Tuttavia, ora in Italia, la differenza di composizione delle due assemblee appare assai limitata (tanto più che le leggi elettorali hanno svuotata, per buona parte, la rigida affermazione dell'art. 57 della Costituzione che «il Senato della Repubblica è eletto a base regionale»). Ad ogni modo: la Camera è più numerosa del Senato; gli elettori della prima devono avere 21 anni e gli eletti 25 , mentre per la seconda le corrispondenti età sono portate a 25 e 40 ; la durata del mandato è rispettivamente di 5 e di 6 anni; i collegi elettorali della prima sono plurinominali e si è adottato un sistema di rappresentanza proporzionale con utilizzazione dei resti in una lista nazionale uninominale (T. U. 5 febbr. 1948), per la seconda si sono configurati collegi uninominali e per ricoprire immediatamente l'unico seggio, occorre il $65 \%$ dei voti validi espressi nel singolo collegio, distribuendo, poi, i seggi residui (che sono, di consueto, la gran maggioranza) parimenti con un sistema di rappresentanza proporzionale, operante, tuttavia, nel solo ambito regionale (legge 6 febbr. 1948).
Quanto alle reciproche citriburioni, se il bicameralismo classico imponeva una piena parità fra le due assemblee, spesso in pratica (specie se una delle medesime non era elettiva, come era il caso, ad es., dell'Italia statutaria) si venne a profilare una sensibile diversità ne