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con un sistema di rappresentanza proporzionale, operante, tuttavia, nel solo ambito regionale (legge 6 febbr. 1948).

Quanto alle reciproche citriburioni, se il bicameralismo classico imponeva una piena parità fra le due assemblee, spesso in pratica (specie se una delle medesime non era elettiva, come era il caso, ad es., dell'Italia statutaria) si venne a profilare una sensibile diversità nel loro rispettivo peso in ordine alla vita politica (diversità non di rado, poi, riconosciuta formalmente anche dalla legge: v., ad. es., in Inghilterra, i Parliament acts del 1911 e del 1949 a favore della Camera dei Comuni). In Italia, peraltro, nel 1947 si riaffermò la piena parità di attribuzioni fra le due assemblee.
2. Struttura e funzionamento interno delle Camere. - Le Camere sono, giuridicamente, organi collegiali e costituzionali dello Stato, privi di una propria distinta personalità giuridica (con la sola eccezione dell'Inghilterra), ma con piena indipendenza, organizzativa e funzionale (estesa pure nell'ambito finanziario), e dotati di particolari prerogative parlamentari a tutela dei loro componenti (irresponsabilità per i voti e le opinioni espresse durante le sedute; necessità di una autorizzazione a procedere delle rispettive assemblee per poter addivenire al loro arresto od alla loro traduzione in giudizio; ecc.).

Ogni Camera regola poi la propria organizzazione interna con appositi regolamenti parlamentari e si giova di un proprio ruolo di funzionari, che fanno capo ad un segretario generale (Clerk nelle Camere anglosassoni). Ognuna elegge degli «Uffici di presidenza» (Cost. ital., art. 63), formati da un presidente (spenker nelle Camere anglosassoni) e da vari vicepresidenti, questori e segretari. Spesso inoltre si suddividono in molteplici «gruppi parlamentari» in corrispondenza, per lo più, ai diversi portiti politici, che assumono una notevole importanza nel quotidiano svolgersi della vita parlamentare (formazione su base proporzionale di tutte le commissioni elette dalle assemblee; Cost. ital., artt. 72 e 82 ; ecc.).

In aderenza alle opinioni dominanti nel corpo elettorale si esige per le Camere rappresentative una frequente rinnovazione: le legislatur: (e cioè gli accennati periodi di vita delle assemblee) sono, perciò, sempre brevi (oggidì, in Italia, di 6 anni per il Senato e di 5 per la Camera). Inoltre, il capo dello Stato può sciogliere in anticipo le Camere, quando lo ritenga opportuno (in Italia, peraltro, per l'art. 88 della Costituzione, solo dopo averne sentito i presidenti e non durante gli ultimi 6 mesi del suo ufficio). Le sessioni, invece, costituiscono i periodi continuativi di lavoro parlamentare: e sono ordinarie quando la convocazione delle assemblee è automaticamente fissata in determinati tempi dell'anno (in

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Italia, per l'art. 62 della Costituzione, ale Camere si riuniscono di diritto il primo giorno non festivo di febbr. e di ott. v); straordinarie, se la sezzione viene indetta eccezionalmente dal capo dello Stato, o dal loro presidente, o da un determinato numero di membri (in Italia i 2/3).

Le sedute delle Camere sono normalmente pubbliche, ed i cittadini possono rivolgers ad esse potizioni (v. reTIZIONE), ma solo per scritto; le loro deliberazioni sono, peraltro, valide soltanto se è presente il prescritto numero legale di componenti (in Italia, la maggioranza assoluta); speciali poteri disciplinari spettano al presidente per dirigere le discussioni, ed apposite norme regolamentari consentono, fra l'altro, di ridurre entro i dovuti limiti l'eventuale ostruzionismo da parte della minoranza dissenziente. Ma il regolare svolgimento dei lavori delle Camere si ottiene, in genere, più ancora che dalle norme giuridiche, con la coscienziosa osservanza di quelle regole di correttezza costituzionale, che costituiscono il cosiddetto galateo parlamentare (tanto rigidamente rispettato, ad es., nel P. britannico).

2. Funzioni del P. - Sono di natura legislativa; ma gli sono usualmente conferite anche altre funzioni, di natura materialmente esecutiva, e, talora, pure giurisdizionale (v. poteri pubblici).

Mentre nelle monarchie contemporanee la legge formale è un atto complesso dovuto alla concorde volontà del re (cosiddetta senzione) e delle Camere, nei governi repubblicani, invece, essa si presenta come la volontà delle solo Camere. Il presidente della Repubblica ha, infatti, soltanto un vero sospensivo, potendo rinviare alle Camere per una nuova votazione la legge pervenutagli per la promulgazione (ch'egli compie esercitando una funzione permanente esecutiva); ma se le Camere rinnovano il loro voto (s maggioranza semplice, per l'art. 74 della Cost. it.; a maggioranza dei $2 / 3$ per la Cost. nordamericana; ecc.), l'entrata in vigore della legge non potrà, di regola, venir ritardata.

L'esame e l'approvazione dei disegni di legge (d'iniziativa parlamentare, governativa, popolare, ecc.) nell'interno delle singole Camere possono aver luogo seguendo sistemi assai diversi; ma il più diffuso (Cost. ital., art. 72) risulta oggid quello delle cosiddette Commissioni legislative, competenti ognuna per una diversa materia, le quali svolgono tutto il necessario lavoro preparatorio, accompagnando, poi, dinanzi all'assemblea il disegno di legge con una propria relazione, talvolta accomunata con un'altro di minoranza. Per i provvedimenti legislativi di minore rilievo la Costituzione italiana si accontenta talora della semplice approvazione da parte della Commissione, riunita, allora, in sede deliberante, per alleggerire così un poco l'assemblea dal crescente peso del lavoro legislativo.

Il controllo politico si esercita di per sé con le interrogazioni, le interpellanze e le inchieste parlamentari, sfociando nel voto di mozioni che, se di sfiducia, determinano le dimissioni del ministro competente o (se del esso) dell'intero Gabinetto: e quando tale gesto viene ripetuto con irriflessivo arbitrio dalle Camere, dà luogo ad un dannoso ed irresponsabile prepotere, che prende il nome di parlamentarismo. Nelle forme di governo presidenziali (come quella degli Stati Uniti), ove i ministri sono politicamente responsabili solo verso il presidente e non verso il Congresso, è sembrato allora necessario attribuire dettagliatamente alla seconda Camera alcune specifiche funzioni di controllo sull'operato del capo dello Stato (ad es.; il Senato nordamericano deve approvare, con la maggioranza dei $2 / 3$, i trattati stipulati dal presidente, le nomine da lui compiute dei più alti funzionari, ecc.).

Il controllo finanziario si esplica con il voto della legge di bilancio che, con la sua rigida ripartizione in "capitoli" della spesa consentita per ogni Ministero, viene a costituire, al riguardo, un inderogabile criterio di utilizzazione del pubblico denaro, e con la continuativa verifica dell'integrale esecuzione delle legge in parola appoggiandosi, di norma, su speciali «organi di controllo", affiancati a quelli esecutivi attivi (ad es., in Italia, giovandosi della Corte dei conti).

Più limitate, invece, sono ormai, quasi ovunque, le funzioni di natura giurisdizionale ancora attribuite al p. Esse erano state, infatti, conferite nell'Ottocento alle Camere continentali europee con una certa larghezza, ad imitazione di quanto avveniva in Inghilterra ove, ancor oggi, la Camera dei Lords funziona, in taluni casi, da suprema Corte d'appello (in base alla procedura cosiddetta d'impenchement i ministri, in materia penale, vengono accusati dai Comuni e giudicati dai Lords). Ma, in seguito, le ascension funzioni sono state per la più parte devoltute a speciali organi giurisdizionali.

Così, ad es., in Italia (prescindendo dalle autorizzazioni a procedere, concesse nei riguardi dei propri membri), il P. esplica funzioni di tal natura solo quando, in seduta comune delle due assemblee, deferisce al giudizio della Corte costituzionale, a maggioranza assoluta dei suoi membri, il presidente della Repubblica, e a maggioranza relativa, il presidente del Consiglio ed i ministri (Cost. ital., art. 96) per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni.

Bim., oltre ai principali trattati di diritto costituzionale. cf. sul bicameralismo: A. Marriot, Second Chambers, nuova ed., Oxford 1927; G. Tupini, Il Senato, Bologna 1946. Sul P. italiano: M. Mancini-U. Galeotti, Usi e norme del P. italiano, Roma 1887, con Appendice, ivi 1891; Segreteria generale della Camera dei deputati, Il centenario del P., ivi 1948; F. Mehrhoff, Trattato di diritto e procedura parlamentare, ivi 1948; id., Principi costituzionali e procedurali del regolamento del Senato, ivi 1949. Sui principali p. stranieri: E. Pierre, Traité de droit politique, électoral et parlementaire, a voll., $5^{\circ}$ ed., Parigi 1924; T. Ecklinc May, Treatise on the law, privilege, proceedings, and wages of Parliament, $14^{\circ}$ ed, a cura di T. Campion, Londra 1946; T. Campion. An introduction to the procedure of the House of Commons, $2^{\circ}$ ed., ivi 1947; H. Riddick, The U. S. Congress, organization and procedure, Washington 1949.

Paolo Biscaretti di Ruffia
PARMA, diOCESI di. - Città a 49 m . sul livello del mare attraversata dal fiume omonimo, non lungi dalla destra del Po.

Ha una superficie di 2100 kmq ., con una popolazione di 300.000 ab. di cui 299.000 cattolici distribuiti in 310 parrocchie servite da 356 sacerdoti diocesani e 125 regolari; ha 14 comunità religiose maschili e 74 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 311).

Signoreggiata prima dagli Etruschi, poi dai Celti, divenne colonia romana nel 183 a. C. ascritta alla tribù Pollia. Palude e selva, fu bonificata da M. Emilio Scauro nel 115 a. C. e fiorì per l'industria della lana; la Via Emilia la legò con le altre città della regione.

L'evangelizzazione nelle antiche leggende è attribuita a s. Apollinare, a s. Barnaba e persino a s. Luciano di Beauvais; l'unica supposizione verosimile è che sia partita da Milano. Un vescovo Urbano presente al Concilio di Rimini del 359 è forse l'omonimo vescovo di P. condannato nel 372 , che nel 378 si manteneva ancora in sede (Lanzoni, II, p. 807). Nella prima metà del sec. v, quando fu costituita come sede metropolitana Ravenna, P. entrò nella sua circoscrizione; ma era allora in periodo di decadenza. Caduta nelle lotte fra Bizantini e Longobardi al principio del sec. viI (Hist. Langob., III, 18; IV, 28) la città vescovile di Brescello (v.), P. fu ingrandita con il suo territorio. Ma il suo vescovo Grazioso non ricompare che nel Concilio di/papa Agatone del 680. Capoluogo di comitato sotto Carlomagno, passò successivamente sotto il dominio delle case Supponide, Bernardinga e Arduinica; i suoi vescovi intanto crescevano d'importanza nella sfera politica, Vighodo fu in corrispondenza con Giovanni VIII che lo incaricò di trattare col re Carlomanno, ed è designato come consiliarius in un documento di Carlo il Grosso del marzo 880; aderente a re Guido di cui fu arciospediano, lo si trova poi presso l'imperatore Lamberto nel luglio 898. Elbungo, cancelliere dei re Guido e Lamberto, fu presente ad un Concilio a Roma nel febbr. 901 sotto l'imperatore Lodovico III. Aicardo dilectus fidelis dell'imperatore Berengario-I attenne da lui conferme per sé e per i suoi canonici nel 920-21, e dal re Rodolfo, del quale fu auricularius summus fidelis, donazioni nel 922 e nel 924, dal re Ugo conferme

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(114. Eist)
per la sua chiesa nel sett. 926. Sigifredo, suo successore, cancelliere del re Ugo e suo fidelis e consiliorius nel 926 , ottenne nel 928 concessioni per Borgo S. Donnino; Adeodato, che comparve verso il 946 , fu presente il 7 ag . 952 alla Dieta d'Augusta, dove Berengario II riconobbe come signore Ottone I re di Germania. Il suo successore Uberto, prima cancelliere di Berengario II e di Adalberto (951), fu poi arricancelliere di Adalberto (961), quindi di Ottone I, col quale fu a Roma nel 962-63, e di Ottone II. Enrico fu cancelliere di Enrico II, e presente con lui a Roma nel genn. 1015.

Finalmente il $1^{\circ}$ giugno 1033 Corrado imperatore investi il vescovo Ugo suo cancelliere della città e contado di P. quantum episcopatus ipsius comitatus distenditur, concessione ripetuta il 13 febbr. 1036; cosi i vescovi di P. diventano conti. Nessuna meraviglia dopo tutto questo P. fu la roccaforte del partito imperialista; appena si profilò la lotta per la riforma e la libertà della Chiesa P. stette all'opposizione. Ciò avvenne per opera del vescovo Cadalo (v.), originario di Verona, eletto antipapa nel ro6r in opposizione ad Alessandro II col nome di Onorio II. Alla sua scuola si formò il parmigiano Guiberto (v.) che fu anch'egli antipapa col nome di Clemente III e trasse dalla sua parte Eberardo vescovo di P. Ma nemmeno P. si sottrasse allo spirito della riforma gregoriana ed all'influsso della Pataria (v.) e Pasquale II dopo il Concilio di Guastalla poté consacrare la cattedrale di P. (4 nov. 1106) e pochi giorni dopo costituire il nuovo vescovo s. Bernardo degli Uberti (v.), abate generale vallombrosano e cardinale già suo legato in Lombardia.

Il nuovo spirito di libertà che animava le rivendicazioni comunali di fronte agli ordinamenti feudali scalzava man mano anche l'autorità comitale del vescovo di P. sulla sua città che si andò progressivamente restringendo a vantaggio del Comune. Ciò non impedì che il vescovo Aicardo si mettesse col Barbarossa e col suo antipapa Vittore IV, che da lui fosse costituito podestà di P. e ne ottenesse favori; però il popolo sollevatosi lo costrinse a lasciare la sede. Il popolo naturalmente per allargare il suo potere non mancò di opporsi al suo vescovo, però sotto Innocenzo IV il partito guelfo condotto dalla famiglia Rossi riprese vigoria e, vincendo il duro assedio di Federico II, distrusse la nuova città di Vittoria che questo aveva contrapposto ( 18 febbr. 1248), con grave scacco dell'Imperatore. In seguito a questi fatti Giberto da Gente ebbe momentanea signoria della città; depositolo nel 1259 ebbero potenza i Rossi, i signori di Correggio e la società dei Crociati, nel 1346 presero a dominare i Visconti, cui successero gli Sforza. Dopo un transitorio dominio francese, nel 1521 P. passò sotto il dominio della Chiesa, e Paolo III per sottrarla al dominio straniero nel 1445 ne formò un ducato insieme con Pia-
cenza in favore di Pier Luigi Farnese. Del resto lo stesso Paolo III aveva tenuta la sede vescovile di P. sino dal 1509 e la trasmise al nipote Alessandro che la rinunciò nel 1535 al parente cardinale Guido Ascanio Sforza di Santafiora; passò nel 1560 ad Alessandro Sforza (cardinale nel 1565), quindi nel 1575 e Ferrante Farnese.

Estinti i Farnesi con Elisabetta, divenuta moglie di Filippo V re di Spagna, il dominio del Ducato passò ai Borboni; finché nel 1806 fu incorporato al Regno d'Italia e P. divenne capoluogo del dipartimento del Taro. Ricostituito il Ducato nel 1815 , in favore di Maria Luisa d'Austria, seconda moglie di Napoleone, ritornò ai Borboni dal 1847 al 1859 , quando entrò a far parte del Regno d'Italia.

Illustre vescovo nei primi dell'Ottocento fu il cappuccino Adeodato Turchi, illustre predicatore nei tempi più recenti il parmense Guido Conforti (v.).

La diocesi che nel 1583 Gregorio XIII aveva assoggettata alla metropoli, da sé eretta, di Bologna, nel 1875 passò sotto la diretta dipendenza della S. Sede.

La cattedrale di P. sorgeva entro l'antica città e già nel sec. Ix la si trova dedicata alla Vergine ed era ufficiata da un Capitolo di canonici cui il vescovo Vigbodo il 29 dic. 877 ottenne donazioni dal re Carlomanno; ricostruita nel 923 subì insieme con la città un incendio nel 1058. La completa ricostruzione in pietra da taglio, a tre navate con matronei, transetto, cripta, cupola, e dovuta al vescovo Cadalo; magnifico monumento d'arte romanica, al principio del sec. xvI il Correggio (v.) ne decorò la cupola con l'Assunzione della Vergine, ed i pennacchi con immagini di santi; tennero dietro in quello stesso secolo sulle pareti e nelle vòtte le pitzure di Girolamo Mazzola e Alessandro suo figlio, di Michel Angelo Anselmi, Orazio Sammachini, Lattanzio Gambara, Francesco Testi e Pomponio Allegri. Sulla piazza antistante sorgono la torre iniziata nel 1284, il battistero ottagonale, iniziato nel 1196 , tutto in pietra veronese con le sculture dell'Antelami (v.), il Palazzo vescovile riportato recentemente all'antico aspetto duecentesco.

Accanto alle chiese sorte nell'età medievale, sorse nel Cinquecento il sontuoso santuario di S. Maria della Steccata, a forma di croce greca surmontata da cupola, con quadri di buoni pittori; nel sotterraneo conserva i sepolcri dei Farnesi, dei Borboni che governarono P. e dei loro congiunti. Nel 1566 Ottavio Farnese iniziò la chiesa dell'Annunciata in forma ellittica che fu compiuta solo nel 1692 ; il convento adiacente fu affidato ai Frati Minori.

Per la collegiata di Borgo S. Donnino, retta da un arciprete, resasi ben presto esente v. ridenza.

Come nelle altre diocesi dell'Emila, il monachismo ebbe largo sviluppo, nella diocesi di P. Nell'immediato suburbio sorse il monastero benedettino di S. Giovanni Evangelista, fondato dal vescovo Sigisfredo II per incitamento dell'abate Maiolo nel 983 ; ottenne un diploma dell'imperatore Corrado II nel 1037 e privilegi da Pasquale II, Innocenzo II, Lucio II. Ebbe a sé soggetti i monasteri di S. Bartolomeo di Pistoia e di S. Salvatore di Fonte Taone. Il 17 luglio 1477 entrò a far parte della Congregazione di S. Giustina ed alla munificenza di quegli abati va il merito di aver chiamato il Correggio ad affrescare la cupola della loro chiesa ricostruita. Cacciati i monaci nella soppressione del 1810 e ristabiliti nel 1816 , parteciparono ai moti del 1848 , furono di nuovo espulsi nel 1849 , riammessi nel 1852 per cura dell'abate Casaretto.

Allo stesso vescovo Sigifredo è dovuta la fondazione nel 985 del monastero delle Benedettine di S. Paolo; ottenne privilegi da Ottone IV (1210) e da Federico II (1216). Il Correggio vi affrescò per commissione della badessa la celebre sala. Il monastero delle Benedettine di S. Alessandro fu fondato nel sec. Ix da Cunegonda vedova di Bernardo, lo sfortunato re d'Italia; ebbe a sé soggetti i monasteri di S. Bartolomeo a P. e di S. Tom-

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maso presso Reggio; pagava censo alla Sede Apostolica cui prestava giuramento. Innocenso VIII lo assoggetto all'abbazia di S. Giovanni Evang. il 27 maggio 1486.

A Brescello (v.), cessato il vescovado, per opera dei marchesi di Toscana sorse il monastero benedettino di S. Genesio, che pagava censo alla Chiesa romana: i monaci pretendevano essere esenti dalla giurisdizione del vescovo di P. Fu dato in commenda nel 1409. Il monastero di S. Maria a Castione de' Marchesi fu fondato nel 1033 dal marchese Adalberto e da Adelaide sua moglie e stette sotto il patronato dei marchesi Pallavicini. Nel 1143 passò sotto la Sede Apostolica cui pagava censo; dato in commenda, lo ebbero gli Olivetani nel 1487.

Lanfranco vescovo di P. fondo nel 1142 l'abbazia di S. Maria di Fontevivo, affidandola ai monaci cistercensi che chiamò dall'abbazia della Colomba. Nel 1518 passo sotto la dipendenza del monastero di S. Paolo a Roma; quindi in dominio dei Farnese nel 1605 .
P., che ebbe ospite per qualche tempo ed arcidiacono della sua cattedrale Francesco Petrarca, non manco di scuole che saltuariamente ebbero anche nome di universita, Anche il duca Ranuccio I nel sec. xvir non elargi ad esse speciali privilegi. Migliore organizzazione universitaria diede il ministro Du Tillot (v.) in occasione delle sue riforme (1768). In questo momento pianto a P. la sua celebre tipografia G. B. Bodoni (v.) e sulle orme del monaco Benedetto Bacchini, il conventuale Ireneo Affo condusse i suoi studi storici. L'Università, chiusa a causa delle vicende politiche del 1831, dopo alcune controversie risorse nel 1854; ora è limitata alle Facoltà di giurisprudenza e di medicina.

L'Archivio di Stato possiede una parte delle Carte Farnesiane, mentre la parte maggiore passo a Napoli con Carlo di Borbone. La Deputazione di Storia patria si rese benemerita per buone pubblicazioni, grazie anche ad un'ottima biblioteca. - Vedi tav. LXX.

Bibl.: degli antichi storici va ricordato il Chronicon Parmente, in RIS. IX, parte $9^{2}$, a cura di G. Bonazzi; la cronaca del parmigiano los' Solimbone in MGH, Scriptores, XXXII, tanto ricca di particolari; le Carte dei re d'Italia nelle raccolte
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(fot. Alinari)
Pasma, diocesi di - Interno della Cattedrale (sec. xi) - Parma.
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(ftst. Exit)
Parma, diocesi di - Capitello dell'Antélami - Parma, Museo nazionale.
di L. Schiaparelli; J. Affo, Storia della città di P., 4 voll., Parma 1792-93, continuata da A. Pezzana in 3 voll., ivi 1837-39; G. M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di P., 2 voll., ivi 1834; M. Benazzi, Storia di P., 5 voll., ivi 1899-1906; A. Schiavi, La diocesi di P., ivi 1925; L. Testi, La cattedrale di P., ivi 1934; R. Jullien, Fragments de l'undum de Benedetto Antelami à Parme, in Mélanges d'arch. et d'hist., 46 (1929), pp. 182-214; A. Mercati-E. Nasalli Rocca-P. Sella, Rationes decimarum Italiae 106 sect. XIII-XIV. Aemilia (Studi e testi, 60), Città del Vaticano 1933, pp. 237-95; G. Del Monte, Il collegio dei teologi dell'Università di P., Parma 1948.

Guglielmo Bertuzzi
PARMENAS (" costante»). - Sesto dei sette diaconi scelti e consacrati dagli Apostoli per attendere alle vedove degli ebrei ellenisti convertiti (Act. 6, 1-6). Siccome ha un nome greco ( $\Pi \alpha \rho \mu \varepsilon \nu \tilde{\alpha} \varsigma$, abbreviazione di $\Pi \alpha \rho \mu \varepsilon \nu i \delta \eta \varsigma$ ), come gli altri diaconi, è probabile che P. sia anch'egli un ellenista. Null'altro si sa di certo sulla sua vita.

Secondo lo Pseudo Ippolito (De septuaginta Apost., 12 : PG 10, 956), P. sarebbe stato uno dei 72 discepoli scelti da Gesù e sarebbe, più tardi, divenuto vescovo di Soli. Secondo lo Pseudo Doroteo (De septuaginta Domini disc., 11 : PG 92, 1061), sarebbe morto nel suo diaconato sotto gli occhi degli Apostoli.

Il Martirologio romano lo festeggia al 23 genn. come martire di Filippi in Macedonia, sotto l'imperatore Traiano (Acta SS. Ianuarii, II, Venezia 1734, p. 453).

Pietro De Ambroggi
PARMENIANO. - Vescovo donatista di Cartagine. S. Ottato (I, 5; III, 3) lo dice "straniero" (peregrinus) e quindi non bene informato di cose africane; da un altro passo polemico (II, 7) si è pensato che P. fosse di nascita ispano o gallo. Comunque, era vescovo al tempo di Giuliano l'Apostata e si dedicò a riorganizzare la Chiesa scismatica e guadagnarle aderenti, con un'attività anche letteraria assai intensa.

Scrisse infatti, ca. il 362 , un'opera in 5 libri, o tractatus, contro i cattolici, di cui è possibile ricostruire almeno lo

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(let. Alinati)
Parmigianino, Francesco Mazzola, detto il - Circe offre da bere ai compagni di Ulisse. Disegno - Firenze, Uffizi.
schema generale attraverso la confutazione di s. Ottato. Il titolo poteva essere Adversus Ecclesiam traditorum (Monceaux) o forse (per la derivazione da s. Cipriano) De catholica Ecclesia (o De Ecclesiae unitate) adversus traditores. I cinque libri dovevano trattare : del Battesimo, di cui P. tesseva l'elogio, paragonandolo al diluvio e alla circoncisione; dell'unità della Chiesa, secondo la concezione eccessivamente rigoristica della sua setta; dei cattolici, in quanto traditores o complici o conniventi con essi; ancora dei cattolici, accusandoli di aver fatto ricorso all'autorità civile, che aveva impiegato la forza con accuse di crudeltà contro gli «operarii unitatis» Paolo e Morario; dei passi della Scrittura che suonavano condanna per i cattolici (v. donatismo). Trattando della vera Chiesa, ne enumerava le dotes, ch'essa deve avere, quale sposa di Cristo : cathedra (cioè, la successione apostolica), angelus (del Battesimo), Spiritus, fons, sigillum, altare; ma metteva insieme, senza distinguere, eretici veri e propri e scismatici, considerando ugualmente sacrilegi i loro sacrifici.

Alla confutazione di s. Ottato non risulta che P. rispondesse. Si preoccupò invece vivamente per quanto diceva e scriveva un laico della sua setta, Ticonio (v.), al quale diresse una lettera aperta ribadendo i principi ormai tradizionali della sua setta, cioè la necessità di rompere ogni rapporto con i peccatori, anche a costo di isolarsi dalla Chiesa universale. Questa lettera, scritta verso il 378 , venne dopo la morte di P. a conoscenza di s. Agostino, il quale la confutò ca. il 400 , nei tre libri Contra epistolam Parmeniani.

BibL.: P. Monceaux, Hist. littér. de l'Afrique chrétienne, V. Parigi 1920, pp. 221-40. V. anche : ottato. Alberto Pincherle

PARMIGIANINO, Francesco Mazzola, detto il. - Pittore e incisore, n. a Parma, da Filippo, pittore belliniano, l'ri genn. 1503, m. a Casalmaggiore il 24 ag. 1540 .

Dei suoi primordi rimane tipica testimonianza, nella chiesa arcipretale di Bardi (Parma), uno Sposalizio di s. Caterina (verso il 1522), un po' gonfio e impacciato, ma di gentile espressione. Dal 1522 al 1524 , egli eseguiva, sulle orme del Correggio, importanti affreschi in rette cappelle della chiesa di S. Giovanni Evangelista, a Parma, indi passava a Roma, Bologna (ritratto dell'imperatore Carlo V), ancora a Parma (vi decorò la vòlta e il catino della cappella maggiore in S. Maria della Steccata) e poco dopo

Fontanellato, nella rocca dei conti Sanvitale, in cui si conservano i suoi mirabili affreschi con episodi del mito di Diana e finalmente, dopo vario pellegrinare, a Casalmaggiore, dove chiudeva immaturamente la luminosa carriera e la vita. Oltre alle decorazioni in affresco, alle numerose pale d'altare e ai ritratti, che ornano le principali gallerie italiane e straniere, il P. ha lasciato una serie di disegni, dal tocco delicatissimo, e una quindicina di acqueforti, dai tratti reticolati e leggeri. Senza plagiare affatto il Correggio, egli seppe continuarne la grazia gioiosa in opere come gli affreschi di Fontanellato e lo squisitissimo Presepe della Galleria Cook a Richmond, nonché in taluni particolari indimenticabili, quali l'abbraccio del S. Giovannino al fommineo Gesù fanciullo nella manieristica Madonna con s. Zaccaria, agli Uffizi. Ma ciò che ne caratterizza l'indole raziocinante e insieme voluttuaria è il raffinato estetismo, espresso con il predominio del prestigio lineare e volumetrico (solonne affusolate, anfore dalle curve morbide, accessorii ambientali o di costume). Basterà citare, oltre alla notissima Madonna con il Bambino e mageli della Galleria Pitti, detta "dal collo lungo", l'altra preziosa Madonna della Finacoteca di Bologna, con la s. Margherita bionda dal mento giallo dorato, e il venusto e statuario Cupido che tende l'arco nella Galleria di Vienna. Ciò non toglie che il P. abbia manifestato talvolta, nei soggetti religiosi, se non una genuina spiritualità mistica, un senso schietto di poesia. Lo dimostrano, ad es., la piccola Natività della Galleria Doria, a Roma, e la intima scena dello Sposalizio di s. Caterina nella Galleria di Parma. Ma all'attivo del P. rimangono soprattutto i vitalissimi ritratti, nei quali egli è riuscito a risolvere i problemi di stile in senso unitario, pure adeguandosi, volta a volta, all'indole del personaggio: autentiche creazioni e celebrazioni di stati d'asimo, che non temono i confronti con quelle dovute ai più celebri maestri d'ogni scuola.

BibL.: A. Bartsch, Le peintre graveur, Würzburg 1920, v. indice; L. Frölich-Bum, P. und der Manierismus, Vienna 1921; id., s. v. in Thieme-Becker, XXIV (1930), pp. 309-11; M. Tinti, P., in Dedalo, 4 (1923), p. 304 sgg.; Venturi, IX (1926), pp. 623 6o1; M. Pittaluga, L'incisione italiana del Congresso, Milano 1930, passim; H. Voss, Zeichnungen der ital. Spätrenaiss., Monaco 1930, passim; G. Copertini, Il P., Parma 1932; id., Nuosi contributi di studi... sul P., ivi 1949; R. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, Milano 1936, pp. 372-73; A. O. Quintavalle Nuosi affreschi del P. in S. Giovanni Evangelista..., in Le arti, 2 (1940), fasc. v-vi, pp. 308-18; id., Il P., Milano 1948; id., Falsi e veri nel P. giovane, in Emparium, 10 (1948), pp. 184-97. Alberto Neggi

PARNAIBA, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Piauí nel Brasile.

Ha una superficie di $25.679 \mathrm{~kmq}$. con una popolazione di 275.214 ab. dei quali 275.000 cattolici. Conta 13 parrocchie, con 9 sacerdoti diocesani e 6 regolari, i comunità religiose maschile e 4 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 307).

La diocesi fu creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Ad Dominici gregis del 16 dic. 1944, per smembramento dalla diocesi di Piauí, elevata in pari tempo a dignità di metropolitana e col mutato nome di Teresina di cui P. è suffraganea. La chiesa parrocchiale dedicata a N. Signore della Vittoria divenne la Cartedrale della nuova diocesi. Primo vescovo è mons. Filippo Condurò Pacheco.

BibL.: AAS, 37 (1945), pp. 123-35; J. B. Lehmann, O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 268-70.

Virginio Battezzati
PARNASSIANESIMO. - Movimento letterario della seconda metà dell'Ottocento. I poeti, che più o meno meritano il nome di parnassiani, cominciarono a raggrupparsi verso il 1860.

Il primo tentativo di documentarne l'attività fu fatto da Catulle Mendès, nel 1861, con la rivista Revue fantaisiste, durata solo nove mesi. Vi apparvero poesie di Gautier, Banville, Baudelaire, Villiers de l'Isle-Adam e di Mendès stesso, allora giovanissimo. Successivamente Lecomte de Lisle appoggiò il movimento con numerosi arti-

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coli critici, che ne precisavano le finalità ancora oscure. Nel 1865, L'Art diretta da Xavier de Ricard definiva la poetica del gruppo nella necessità, per i nuovi poemi, di una fattura impeccabile, in opposizione ai sussulti "epilettici" del romanticismo, in nome di un'ispirazione più ferma e serena. Al posto de L'Art, che cessava le pubblicazioni, l'editore Lemerre nel 1866 raccoglie in un primo volume, dal titolo Le Parnasse contemporain, il meglio della produzione lirica di tale tendenza. Accanto ai maestri, già nominati, si raggrupparono i giovani poeti: Louis Matard, Héredia, Coppée, Mendès, L. Diers, Sully Prudhomme, Verlaine e Mallarmé. Alla prima serie del Parnasse, accolta con successo, segul nel 1871 un nuovo volume, dove figurano ancora dei giovani principianti, come France, Mêrat, Plessis, Ch. Cros, e altri non sempre fedeli allo spirito "parnassiano". Quest'ultimo man mano si rese più teorico, come un corpo di precetti stabiliti : purezza della forma, impassibilità dell'anima del pocto, al cui travaglio creatore l'arte deve associarsi in maniera viva ma non tumultuosa e disgregatrice, e infine culto della parola, che finirà poi in Mallarmé per essere divinizzata.

BibL.: P. Martino, Parnasse et symbolisme (1830-1900), $3^{\circ}$ ed., Parigi 1930; M. Raymond, De Baudelaire au surréalisme, ivi 1953 (trad. it., Torino 1048); G. Michaud, Message poétique du symbolisme, 4 voll., ivi 1047.

Giacinto Spagnoletti
PAROCCHI, Lucido Maria. - Cardinale, n. a Mantova il 13 ag. 1833 , m. a Roma il 15 genn. 1903. Sacerdote nel 1856, fu a Mantova professore di teologia morale, storia ecclesiastica e diritto canonico nel Seminario; nel 1863 arciprete della parrocchia dei SS. Gervasio e Protasio.

Nel 1871 fondò la rivista La Scuola cattolica, cui collaborarono fin dalla fondazione il patriarca Paolo Ballerini, i mores. Federico Sala e Agostino Riboldi, e, più tardi, Achille Ratti (il futuro Pio XI), Pietro Maffi, Dalmazio Minoretti, Giuseppe Toniolo. Il 27 ott. 1871 fu eletto da Pio IX vescovo di Pavia e poi nel Concistoro del 22 giugno 1877 creato cardinale del titolo di S. Sisto, ed arcivescovo di Bologna. Nella nuova sede, che in quel momento era si può dire all'avanguardia del movimento cattolico italiano, il P. ebbe ad incontrare non poche difficoltà per la mancata concessione dell'exequatur da parte del Governo italiano. Nel 1882 Leone XIII lo chiamò a Roma e due anni più tardi lo volle vicario generale per la città di Roma e suo distretto.

In tale ufficio svolse opera efficace con la parola e gli scritti; dedicò ogni attività allo sviluppo dell'Azione Cattolica, rendendone più rigogliose le varie associazioni e creandone di nuove.

Opio nel 1889 per la sede suburbicaria di Albano e nel 1896 per quella di Porto e S. Rufina. Nominato, nel 1896, segretario della S. Congregazione del S. Uffizio; nel 1899 lasciò il vicariato di Roma, per l'ufficio di vice cancelliere di S. Romana Chiesa. Fu, inoltre, presidente della Commissione cardinalizia "de eligendis Italiae episcopis" e, nell'Anno Santo 1900, legato a latere di Leone XIII per la chiusura della Porta Santa di S. Paolo fuori la mura. Delle sue pubblicazioni, ragguardevoli per eleganza di stile, profondità di pensiero e vigore polemico, meritano particolare menzione: Protestantesimo e vaticanalsmo (Mantova 1868), S. Tommaso d'Aquino scrittore (Pavia 1874), Omelie, panegirici e discorsi (Prato 1882).

Bibl.: G. de Felice, in L'Italia, 31 ag. 1929; M. de Camilla, in L'Opera, rom., 2 giugno 1942. Cf. inoltre: A. Marchesan, Papa Pio X nella sua vita e nella sua parola. Einsiedeln 1904, p. 230 sg., di grande interesse per i rapporti intercorsi fra il P. e il futuro pontefice; F. Vistalli, Il card. Fe. di Paolo Cassetta, Bergamo 1933, p. 98, passim. Mario de Camillis

PARRAVICINI, Luigi Alessandro. - Pedagogista, n. a Milano nel 1800 , m. a Venezia il 4 ag. 1880.

Direttore per 16 anni delle scuole elementari di Como, passò tre autunni (1837-39) nel Canton Ticino, chiamatovi da quel governo, per lezioni di metodica,
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(da A. Marchesan, Papa Pio X nella sua vita e nella sua parola. Einsiedeln 1904, p. 522)
Parocchi, Lucido Maria - Ritratto.
indi nel 1842 fu trasferito a Venezia, direttore della scuola tecnica. Ebbe certo una parte importante nel movimento educativo del Risorgimento, quantunque senza intonazioni particolarmente politiche. Frutto del suo insegnamento è il Manuale di pedagogia e metodica generale ( 2 voll., Locarno 1842-45), dove porta l'eco delle dottrine recenti del Girard, del Pestalozzi e del Milde; e in forma puramente empirica, ma con assai buon senso ed esperienza, traccia, la prima volta, un quadro sistematico della dottrina dell'educazione e dà norme minute per una educazione totale di tutte le disposizioni dell'alunno, entro lo schema ordinario di educazione fisica, intellettuale, estetica e morale. Maggior fama gli procurò il Giannetto (Como 1837), vincitore del concorso bandito nel 1833 dalla Società Fiorentina per l'istruzione elementare, per un libro che servisse "di lettura e mezzo d'istruzione morale». Cerca, infatti, con figure reali e ricordi vivi, tratti dalla nostra storia, d'insinuare nei fanciulli il desiderio di perfezionarsi, superare le difficoltà, seguire le scoperte nuove. Però lo scopo morale troppo si sovrappone, senza fondersi, allo scopo istruttivo. Fra italiane e straniere il libro superò le 65 edd., restando il testo più diffuso ed efficacemente formativo della gioventù nelle scuole fino alla comparsa e alla propaganda del Cuore di E. De Amicis.

Bibl.: E. De Marchi, s. v. in A. Martinazzoli e L. Credaro, Dic. ill. di pedagog., III, Milano s. a., pp. 146-67; G. Allievo, La pedagog. ital. antica e contempor., Torino 1900, pp. 121-22; G. D. Gerini, Scrittori pedagogici italiani del sec. XIX, ivi 1910, pp. 416-24; G. Vidari, L'educazione in Italia dall'Umanesimo al Risorgimento, ivi 1930, pp. 278-79; O. Giacobbe, Letterat. infantile, $3^{\circ}$ ed., Roma 1947, pp. 33-57. Celestino Testore

PARRICIDIO. - Nel linguaggio comune indica l'uccisione del padre o anche l'uccisione del figlio da parte del padre. In campo penalistico si intende per p. l'uccisione di un parente (nonché di un affine in linea retta) e si distingue tra p. proprio e improprio (o quasi-p.), a seconda che l'ucciso sia un parente in linea retta o meno. Nel Codice penale italiano non vi è traccia del termine.

L'etimologia del vocabolo è quanto mai incerta, anche se comunemente si reputa che essa derivi da patricidium, cioè uccisione di un pater familias. La questione è stata specialmente esaminata dalla dottrina romanistica, con particolare riferimento ad un passo contenuto in una legge di Numa Pompilio (s si quis hominem liberum dolo

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sciens mortui duit, paricidas esto s). In mancanza di maggiori precisazioni, l'espressione paricidas esto, in cui si sintetizzava la sanzione della disposizione ora citata, è stata fatta oggetto di interpretazioni diverse : cosi alcuni l'hanno intesa nel senso che l'uccisore di un uomo libero venisse equiparato all'uccisore di un pater familias (e l'etimologia della parola p. resterebbe spiegata nel modo più semplice); per altri invece la formola in questione importava che l'uccisore di un uomo libero venisse par occisum cioè ucciso nello stesso modo, il che naturalmente implica una ben differente soluzione etimologica. Né sono mancate altre singolari spiegazioni. Si è detto che paricidas fosse il vendicatore, cioè colui che uccideva una persona nello stesso modo (par) con cui questa ne aveva ucciso un'altra. Infine si è fatto derivare paricidium da per cuadere. Né ha giovato alla chiarificazione del problema la figura dei quaestores paricidii, dati i molti dubbi che ineriscono alla loro istituzione. Ad ogni modo, in prosieguo di tempo, paricidium venne a significare in diritto romano l'uccisione di un congiunto. E tale rimase anche in seguito, in senso lato, l'uccezione del termine.

Le differenze tra età ed età, tra popolo e popolo, concernono essenzialmente l'estensione del concetto di congiunto e la pena comminata al parricida. Nel diritto romano dell'epoca storica costituiva p. l'uccisione di un discendente, di un ascendente, del coniuge, di un fratello, di uno zio, di un cugino, degli affini più stretti e del paterno. La pena tipica era quella del sacco (collaus) : il colpevole vi veniva introdotto insieme ad un animale e poi gettato in mare. Nel sec. I a. C. la lex Pompeia de paricidio modificò in modo notevole la regolamentazione del p.: fra l'altro, fu sostituita la pena di morte con il bando. Si ritrova però il collaus nel I sec. dell'Impero, dapprima per il solo caso di uccisione di un ascendente, poi per l'uccisione di qualsiasi prossimo congiunto. Successivamente esso venne sostituito con l'expustio ad bestias e con il rogo. Come risulta anche dalle legislazioni barbariche e da quelle dei secoli successivi, la morte divenne dunque la normale sanzione del p. Naturalmente alla morte fu sostituito l'ergastolo in quelle legislazioni che, a partire dal sec. xviri, abolirono la pena capitale. Contemporaneamente invalse la tendenza di restringere la sfera del p. all'uccisione di un ascendente o di un discendente.

Nel codice Zanardelli era appunto punita con l'ergastolo l'uccisione di un ascendente o di un discendente legittimo, nonché l'uccisione del genitore o figlio naturale, quando la filiazione naturale fosse stata legalmente riconosciuta o dichiarata (art. 566). Pure aggravata rispetto all'omicidio comune era l'uccisione del coniuge, del fratello, della sorella, dell'adottante, dell'adottato e degli affini in linea retta : in tali casi era infatti applicabile la reclusione da 22 a 24 anni (art. 565 ). In relazione a tale duplicità di trattamento, si parlò appunto, rispettivamente, di p. proprio ed improprio. Poiché il codice Rocco ha riprodotto più o meno negli stessi termini il sistema adottato in materia dal codice Zanardelli, si continua tuttora a distinguere tra p. proprio ed improprio. Si ha il primo nell'ipotesi prevista dall'art. 577 n. I, cioè uccisione di un ascendente o di un discendente (pena : ergastolo); si ha il secondo nell'ipotesi prevista dal capoverso dell'art. 577 , cioè uccisione del coniuge (e per coniuge si intende colui con cui si è uniti da un matrimonio avente effetto civile), di un fratello o di una sorella (ivi compresi i germani, i consanguinei e gli uterini), dell'adottante, dell'adottato e di un affine in linea retta (pena: reclusione da 24 a 30 anni). Come si vede, a parte la maggior gravità di quest'ultima sanzione, l'attuale legislazione differisce dalla precedente unicamente per il fatto di aver equiparato, in omaggio al principio penalistico sancito dall'art. 540, la filiazione illegittima alla filiazione legittima: l'art. 577 n. I prevede infatti l'ergastolo per l'uccisione di un ascendente o di un discendente in genere. Rientra quindi in tale previsione l'uccisione del figlio o del padre, si tratti di filiazione legittima, naturale, adulterina o incestuosa.

Un'altra importante differenza rispetto al codice Zanardelli è invece venuta meno dopo l'emanazione del
D. L. L. 8 ag. 1944 n. 244 abolitivo della pena capitale : l'art. 576 puniva infatti con la morte l'uccisione di un ascendente o di un discendente quando si fosse verificata in date situazioni; cioè per un motivo abbietto o futile o con impiego di sevizie o adoperando un mezzo venefico o altro mezzo insidioso o con premeditazione. Ora anche in questi casi si applica l'ergastolo.

Ciò che più importa notare è che il rapporto di parentela è considerato dal legislatore italiano una circostanza aggravante dell'omicidio comune e non già una forma qualificata di omicidio, come invece avviene per l'infanticidio a causa d'onore, per l'omicidio del consenziente, per l'omicidio a causa d'onore o per l'omicidio preterintenzionale. Per l'art. 60 l'aggravante non dev'essere però applicata quando l'omicida abbia agito ignorando il rapporto di parentela con la vittima: in tal caso si è infatti in presenza di un errore sulla persona.

Per quanto riguarda il diritto canonico, il p. è considerato una forma di omicidio (v.) qualificato. Cf. l'esponente citato per la qualità di delictum mixti fori e per le pene.

Bini.: Ph. Merlan, L'ćtymologie du mot parricide, Lesanna 1928; E. Altavilla, Delitti contro la persuna, in Trattato di diritto penale coordinato da Plorian, Milano 1934. p. 117; G. Pasquali, Paricidas esto, in Studi Besta, I. Milano 1938, p. 67 sgg. (v ora in Terze pazine itracaganti, Firenze 1942, p. 135 sgg.); I. Chelodi-P. Ciprotri, Ios canonicos de delictis et poenis, Vicenza-Trenio 1945, p. 115; V. Manzini, Trattato di diritto penale italiano, VIII, $2^{4}$ ed., Torino 1947, p. 29.

Giovanni Conso
PARROCCHIA. - E un istituto di origine ecclesiastica, sorto nell'ambito della diocesi per la diretta cura delle anime comprese in una determinata circoscrizione territoriale.
I. Origine. - Il termine, adoperato nel diritto pubblico romano nei secc. III-v a designare un gruppo di province governate da un alto funzionario (vicario), nel diritto ecclesiastico occidentale fu usato anche per il territorio governato da un vescovo, finché divenne esclusivo per la ben più modesta circoscrizione odierna. Di regola oggi ogni diocesi è divisa in p. egnuna delle quali ha una propria chiesa per il raduno del popolo e l'esercizio del culto divino, ed un proprio capo detto parroco (pievano, priore, rettore; anticamente anche parrocchiano e giuridicamente sacerdos proprius). L'origine è dovuta alle vicende storiche ed alle circostanze locali che la resero necessaria, finché le leggi canoniche che man mano ne disciplinarono lo sviluppo ne crearono l'odierna uniformità di governo. La diocesi sino dagli esordi del cristianesimo ha, in linea generale, il suo nucleo organizzatore nel centro urbano. E evidente che nelle regioni dove le città sono assai vicine l'una all'altra, veri e propri centri rurali non si formarono e per conseguenza non si costituirono piccole organizzazioni ecclesiastiche; anzi in Oriente, dove pareva stessero per sorgere, i vescovati di campagna (corepiscopati) trovarono opposizione, e persino le p. rurali si organizzarono a stento ed in età più tarda. Si preferirono invece vescovati con circoscrizioni e popolazioni limitate come nell'Asia Minore e particolarmente nell'Africa proconsolare e Numidia ed in alcune regioni dell'Italia centrale e meridionale, dove solo con lo spartre di molte città nella tormenta barbarica si formarono poi circoscrizioni a tipo parrocchiale. Nei paesi invece, dove le città erano più rare, sorsero numerosi vici, piccoli centri agricoli, ville o fattorie dei grandi proprietari, particolarmente nella Valle padana e nella Gallia centrale e meridionale; fu necessario perciò provvedere prima alla conversione di quelle popolazioni agricole (e non lo si poté fare prima di aver costituito saldamente il nucleo urbano) e poi ad una costante assistenza spirituale. Si preferì di non sminuzzare la diocesi in piccole comunità indipendenti che avrebbero avuto vita grama ed incerta, ma di organizzare queste, in misura più ridotta, sul tipo della organizzazione urbana, sotto la diretta soggezione al vescovo. Quello che nel sec. vi s'era già raggiunto, almeno nelle linee generali, nei paesi sopraricordati, servì di modello per riorganizzare nei secc. viI-viII i paesi riconquistati alla barbarie

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(Norico, paesi renani, Belgica settentrionale, Pannonia superiore) o novellamente evangelizzati a partire dal sec. IX, men mano che si ricostitul o si eresse il regime episcopale: diocesi amplissime perché gli abitanti erano pochi e dispersi e rarissimi i luoghi da costituire come centri di organizzazione; mentre il progressivo sviluppo della vita civile ed il crescere della popolazione soprattutto agricola provocò un po' alla volta l'ordinamento parrocchiale; di modo che si può ben dire che questo cammina di pari passo ed è insieme il più efficace coefficiente del progresso nazionale e sociale. La chiesa rurale è il luogo di raduno della plebe dispersa nei campi, nelle valli, nelle foreste; colà essa si sente associata e si vede guidata nella vita religiosa. Tutto questo avviene sotto la diretta sorveglianza del vescovo : spesso egli cede alla p. parte del possesso della sua chiesa o sollecita privati proprietari o benefattori a costituire la dote necessaria. Quando sotto il regime carolingio si organizza il pagamento della decina alla chiesa, essa andrà in modo particolare insieme con le obbazioni a beneficio della p. Quando poi il monachismo nel sec. VII incamincia a costituire nelle campagne patrimoni sempre più larghi ed importanti, si trova a dover provvedere anche alla vita spirituale nei suoi possessi, costruendo cappello sino ad organizzare comunità e vere p. cui prepone i suoi monaci od affida a chierici da sé dipendenti, senza rompere, almeno da principio, la dipendenza dal vescovo: il monastero stesso potrà così essere insieme anche p. o avrà p. da sé dipendenti. Si darà finalmente anche il caso, assai frequente ultralpe, di grandi signori laici che costruiscono chiese nel loro dominio a vantaggio proprio e dei loro dipendenti, e se ne sentono padroni si da volerne disporre come di cosa propria. Tutto questo ruppe quell'ordinamento organico ed uniforme che era proprio della diocesi dell'antichità cristiana, particolarmente dopo che il diritto feudale permeò anche i benefici (v) e le altre istituzioni ecclesiastiche; i patrimoni delle p., particolarmente le decime, subirono decurtazioni e stralci a profitto di altri istituti e persino di enti laicali; p. furono assoggettate a Capitoli perché questi ne avessero a goderne i redditi affidandone il governo spirituale a propri dipendenti; in seno ai benefici parrocchiali furono costituite prebende, che più nulla ebbero a che fare con la cura delle anime; si giunse nei secc. xv e xvi a conferire benefici parrocchiali a dignitari ecclesiastici e persino a chierici inferiori, accumulandoli anche sulle medesime persone. La legislazione, che era intervenuta nel sec. xit per limitare le ingerenze laicali con le disposizioni relative al diritto di patronato, ricondusse nel Concilio di Trento la disciplina parrocchiale al suo concetto originario e ne fece uno dei cardini della riforma cattolica (sess. XIV, de Reform. c. 9; sess. XXIV, de Reform., c. 13). La disciplina odierna non ne è che la continuazione aggiornata.

Una particolare attenzione merita l'ordinamento parrocchiale nelle città. Solo nelle città più vaste e popolose sino dall'antichità cristiana si dovette ricorrere ad un ordinamento particolare : a Roma sin dal sec. III si provvide con l'istituire i titoli (v.); ad Alessandria si ebbero sino da allora chiese succursali nei diversi quartieri. In altre città, più tardi, come a Milano, Verona, Lucca, santuari urbani o suburbani furono ufficiati da speciali collegi di chierici od anche da monaci. Con il sec. xili le grandi chiese degli Ordini mendicanti furono centri di vita religiosa e di speciali radunate di laici. Si tentò di mantenere almeno simbolicamente l'unità di tutta la popolazione riservando alla Cattedrale speciali onori e diritti, come quello dell'unico battistero; ma il costante crescere della popolazione urbana determinò da per tutto, sebbene con aspetti diversi in ciascuna città, il sorgere di una rete di chiese attraverso le quali si provvedeva alla cura delle anime. Anche qui la legislazione tridentina intervenne a regolare i rapporti ed a sollecitare l'istituzione di vere p. dove non si erano ancora costituite.

Pio Fisichini
II. Divisione. - Le p. possono essere: 1) indipendenti, se non hanno alcun rapporto di coesistenza giuridica con altre, o incorporate, se sono unite con un ufficio o con un istituto ecclesiastico. In tal caso la cura attuale delle anime deve essere affidata da un vicario. a) Con titolare inomo-
vibile, se questo non può essere rimosso che sotto determinate condizioni stabilite dal diritto e di solito dopo processo canonico; con titolare amovibile se la rimozione avviene con procedimento più semplice ed anche non consigliato da un vero delitto; il CIC è in favore dell'inamovibilità, perché più consona alla natura dell'istituto. 3) Sessuari se sono affidate al clero secolare, o religione se sono rette da religiosi. Quasi sempre queste p. sono incorporata pleno iure ad una famiglia