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teca Vaticana e l'immagine del B. P. dipinta da C. Mezzana (sec. xx) in una cappella nel sopraterra del cimitero di Callisto.

Nell'epigrafia cristiana antica ricorre ancora talvolta l'idea del p. e del gregge. Cosi Damaso, esaltando l'eroismo di Sisto II, scrive a pastoris merituin numerum gregis ipse tuetur» (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 124); cosi nell'iscrizione di Spoleto che ricorda il vescovo Achille fondatore della Basilica in onore del principe degli Apostoli (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 2 [1871], p. 118). Ritorna anche in una iscrizione del vescovo Giovanni di Ravenna (378-95; CIL, XI, 301) e in Vercelli (ibid., V, 6725) l'iscrizione del vescovo di Vercelli Celso a custos gregis ovium Christi».

Bibl.: R. Grousset, Le bon Pasteur et les saines pastorales dans la sculpture fundraire, in Mélanges d'arch. et d'hist., 5 (1885), pp. 161-80; J. Quasten, Der Psalm vom Guten Hirten in altchristl. Kultmystik und Taußturgie, in Liturg. Leben, 1934, pp. 132-41; P. de Rinier, Pastor ovium. Le symbole du pasteur dans la liturgie, in Ephem. Lit., 53 (1939), pp. 273-90; Th. K. Kemf, Christus der

Hirt. Ursprung und Deubung einer altchristl. Symbolgestalt, Roma 1942; L. De Bruyne, La décoration des baptistires puléochrétiens, in Mise. liture, in honorem L. C. Mohlbarg, I. Roma 1948, pp. 189220; Wilpert, Sarcologi, I, pp. 85-100.

Enrico Josi
PASTORELLI. - Il nome di p. (pastoureaux) fu dato nel medioevo a certe bande di contadini, in mezzo ai quali si contavano numerosi pastori, che nel sollevarsi contro i loro padroni addussero pretesti religiosi, come quello della Crociata.

Si conoscono parecchie sollevazioni di p. : 1) durante il regno di Filippo Augusto, nel 1185-86, alcuni contadini espulsi dalle loro capanne a causa delle continue guerre tra i signori feudatari, si organizzarono in bande e saccheggiarono i castelli. Il giovane Re fu costretto a intraprendere personalmente una spedizione punitiva contro di essi. Si difesero fortemente, ma furono in gran parte massacrati. Questa prima rivolta dei p., come venne chiamata, fu una semplice sommossa, senza motivazione religiosa. 2) Verso la fine del regno di Filippo Augusto, nel 1214, avvenne una seconda sollevazione di p., nel Berry, ma fu rapidamente repressa. 3) Il principale movimento analogo ebbe luogo quando il re s. Luigi si trovava nella Crociata, nel 1251. Essendosi diffusa la notizia che il Re era stato fatto prigioniero, durante le feste pasquali, una violenta emozione si impadronì delle campagne. Ne diede l'esempio la Francia del nord: bande di popolani, ai quali si univano donne e bambini, cominciarono a girare di villaggio in villaggio, dicendo che occorreva andare a liberare il Re e conquistare Gerusalemme. Trovarono subito un capo, detto il "Maestro di Ungheria": era un vecchio di ca. 60 anni d'incerta origine, pallido, magro, con lunga barba, che parlava in un modo entusiasmante. Si è creduto che fosse un monaco di Cîteaux, di nome Giacomo. E certo però che il "Maestro di Ungheria" sapeva parlare in francese, in fiammingo e in latino. Dal Brabante, dal Hainaut, attraversò la Fiandra, la Piccardia; l'armata andò sempre più sviluppandosi fino a Parigi. Predicava la Crociata non ai gentiluomini né ai ricchi, dei quali Dio respingeva l'orgoglio, ma ai poveri e agli umili, ai quali Dio aveva riservato la gloria di liberare il Re e i Luoghi Santi. Sotto Parigi, i p. erano "sessantamila", numero assai rilevante per quei tempi. "Il loro capo - attesta il guardiano dei Francescani di Parigi - benedice il popolo, predica, distribuisce croci (per la Crociata); ha stabilito un nuovo Battesimo e fa falsi miracoli. Quando è giunto a Parigi, la passione popolare contro i preti fu tale che, in pochi giorni, parecchi di essi sono stati uccisi, gettati a mare, feriti» (Langlois, v. bibl., p. 8o). La reggente, Bianca di Castiglia, impressionata da tale spiegamento di forze, concesse udienza al Maestro di Ungheria, ma poco dopo i p., inebriati dei loro successi, commissero eccessi e delitti contro cose e persone religiose; pertanto la Reggente diede ordine di attaccarli. Il Maestro di Ungheria perì in combattimento presso Ville-neuve-sur-Cher. I resti della banda furono perseguitati dovunque; ne furono impiccati ad Aigues-Mortes, Bordeaux, e anche in Inghilterra. Questa specie di sommossa anticlericale non ebbe alcun seguito.
4) Un altro movimento analogo si sviluppò nel 1320 , sotto il re Filippo V il Lungo. Anche questa volta, i p. pretesero liberare la Terra Santa. Erano guidati da un monaco apostata e da un prete scomunicato; il loro furore si rivolse soprattutto contro i Giudei. Commisero molti eccessi, raggiunsero Parigi da una parte, Avignone dall'altra. Il Papa li scomunicò. Repressi, il loro movimento cessò subito.

Bibl.: Ch. V. Langlois, St Louis, Pilippe le Bel. les derniers Capétiens directs (1226-1326), in Histoire de France, direna da E. Lavisse, III, II, Parigi 1901, pp. 79-81. Leone Cristiani

PASTURA, Antonio del Massaro da Viterbo, detto il. - Pittore di cui si ha per la prima volta notizia nel 1478 , quando viene ricordato come membro dell'Accademia di S. Luca in Roma; m. fra il 1509 e il 1516.

Non rimangono opere giovanili che permettano di ricostruirne l'attività prima che entrasse nell'orbita dei due massimi pittori umbri del tempo, il Perugino (v.) e il Pinturicchio (v.), ai modi dei quali è legata tutta la

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Pastura, Antonio del Massano ba Viterbo, detio il - Spasalizio della Vergine. Affresco - Tarquinia, Duomo.
sua produzione. Risente soprattutto del Pinturicchio con il quale collabora nella decorazione dell'appartamento Borgia in Vaticano (1493-94) dove gli spettano, nella sala delle Arti Liberali, la Notorica e la Musica. Da solo lo si trova intorno al 1498 a Orvieto dove ridipinge parte del coro già affrescato da Ugolino di Prete Ilario (v.) con scolastica diligenza. Migliore, se pure sempre privo di originalità, nella decorazione terminata nel 1509 del coro della cattedrale di Tarquinia con Storie della vita di Maria. Altre sue opere sono conservate a Orvieto (Madonna in Trono, in S. Trinita; S. Sebastiano, nel Museo dell'Opera del Duomo), nel Museo civico di Viterbo (Presepe, Madonna con angeli e santi), Tuscania (Madonna), Worcester (Presepe). Gli viene anche attribuita una Pietà a fresco in S. Maria del Popolo a Roma.

BibL.: E. Steimann, Antonio da Viterbo, in ThiemeBecker, II, p. 17; G. Castelfranco, Antonio del Massaro, in Enc. Ital., III, pp. 567-68; C. Gamba, La pittura ombra del Rinascimento, Novara 1949, p. xxxix.

Maria Donati
PATAGONIA. - Dallo spagn. patagones $=$ piedi grandi, caratteristica degli Indiani-Tehuelci, autoctoni. Regione all'estremo lembo dell'America meridionale, scoperta nel 1520 dal navigatore portoghese F. Magellano (Magalhaes); appartenente alla Repubblica Argentina e in minima parte al Cile. E limitata al nord dal Rio Colorado, a sud dallo stretto di Magellano, a ovest dall'Oceano Pacifico e a est dall'Atlantico, compresa in una superficie di ca. I milione di kmq. Popolazione: ca. 210.000 ab., ha una economia essenzialmente pastorale.

Evangelizzazione. - La missione tra gli Indiani della P. cominciò nel 1880 con la fondazione da parte dei Salesiani, penetrati nella terra con l'esercito argentino nel 1879, delle residenze di Viedma e Patagones sul Rio Negro. Il governo argentino si era proposto di sottomettere quelle tribù brigantesche, che fino allora avevano reso impossibile ogni colonizzazione del sud. D. Domenico Milanesio fu mediatore di pace in modo soddisfacente per ambedue le parti e cosi aprì la via al Vangelo.

Essendo la distanza da Buenos Aires, da cui dipendeva ecclesiasticamente la missione della P., troppo grande, d. Bosco fece i passi necessari a Roma e a Buenos Aires per ottenere l'erezione di territori missionari indipendenti. Il 16 nov. 1883 furono eretti il vicariato apostolico della P. settentrionale e centrale e la prefettura apostolica della P. meridionale e Terra del Fuoco. Il primo vicario apostolico del detto vicariato fu dal 30 nov. del medesimo anno mons. Giovanni Cagliero (v.), che nel 1875 aveva condotto il primo gruppo di Sa-
lesiani verso l'Argentina. Al suo secondo viaggio in Argentina, il $1^{\circ}$ febbr. 1885, dopo la sua consacrazione, era accompagnato da 18 Salesiani e 6 Figlie di Maria Ausiliatrice. Dall'inizio mons. Cagliero aveva protetto gli indigeni dallo sfruttamento dei coloni e con speciale cura si dedicò alla governti. Durante il suo governo furono battezzati nel vicariato 47.000 uomini, di cui 15.000 indigeni. Siccome il vicariato sempre più diveniva colonia di bianchi e gli Indiani si erano convertiti quasi tutti, nel 1899 il territorio fu di nuovo riannesso all'arcidiocesi di Buenos Aires e diviso in vicarie foranee rette da Salesiani. La medesima sorte ebbe la prefettura della P. meridionale e Terra del Fuoco, soppressa nel 1916. Il prefetto mons. Giovanni Fagnano nel 1888 aveva assunto la missione delle Isole Falkland. Nel 1916 la parte argentina fu sistemata a vicaria foranea, la parte cilena fu trasformata nel vicariato apostolico di Magellano. In tre sogni profetici del 1872, 1883 e 1885 d. Bosco aveva previsto tutto lo sviluppo missionario, culturale ed economico della P. Oggi, praticamente, tutti gli Indiani sono cattolici e la maggioranza di essi vive appartata in riduzioni in condizioni economiche, intellettuali e spirituali molto misere. I Salesiani le visitano periodicamente per l'istruzione religiosa e l'amministrazione dei Socramenti. Le condizioni degli Araucani sono alquanto migliori.

Il 20 apr. 1934 per la parte argentina fu eretta la diocesi di Viedma, suffraginea di La Plata. Il vicariato apostolico di Magellano nella parte cilena fu il 21 genn. 1947 elevato a diocesi sotto il nome di Punta Arena. Però le isole Falkland, possedimento britannico, dipendono tuttora dalla S. C. di Propaganda.

BibL.: A. Fasulo, Le missioni salesiane della P., Torino 1925: E. Ceris, Annali della Società salesiana, Torino 1941, pp. $245-66,415-54,408-515,554-41,551-59,567-76$.

Nicola Kowalsky
PATARIA. - Sotto tale denominazione si intende un movimento politico-religioso svoltosi in Milano nella seconda metà del sec. xI, nell'età della riforma gregoriana ed in funzione di essa. La p. è la reazione da parte degli elementi puri della Chiesa ambrosiana contro la corruzione in essa dilagante sotto la duplice forma di simonia e di nicolaismo. Gli inizi del movimento non sono molto chiari. La Chiesa ambrosiana dopo la morte di Ariberto d'Intimiano (1045) ricevette dall'imperatore Enrico III a nuovo arcivescovo Guido da Velate; questi pare fosse proposto da un gruppo di nobili, mentre il clero aveva messo avanti altri nomi. La designazione imperiale non trovò resistenza, ma è da rilevare che il movimento riformatore ebbe poi come capi gli ecclesiastici respinti da Enrico III: Anselmo da Baggio, Landolfo Cotta, Arialdo da
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(IV. Fides)

PataGONIA - Donna della P. in lutto (indicato dalla creata di capelli tagliati)

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Carimate (v.). L'arcivescovo Guido rappresentò nella sede ambrosiana gli interessi concordi dell'aristocrazia feudale di Milano e dell'alto clero che da essa usciva; come assicura s. Pier Damiani, il clero milanese era profondamente corrotto: molti avevano moglie, molti tenevano concubine e l'accesso alle dignità ecclesiastiche avveniva regolarmente ed apertamente per denaro.

Il movimento riformatore ebbe a capo Anselmo da Baggio, sebbene nel 1056 egli avesse accompagnato l'arcivescovo Guido alla corte di Enrico III e questi gli avesse assegnato la sede episcopale di Lucca: la Chiesa romana già aveva proclamato la lotta contro le investiture laiche. Dopo la partenza di Anselmo da Milano, la pattuglia riformatrice fu capitanata da Landolfo Cotta e da Arialdo: la morte dell'Imperatore, la mancanza di un forte governo potevano permettere una vivace campagna contro il clero simoniaco e nicolaita e contro l'arcivescovo Guido che era l'indolente esponente della corruzione milanese.

Contro gli oppositori, che avevano iniziato la loro propaganda nelle chiese ed in pubblico, l'arcivescovo ricorse al papa Stefano IX e per suo invito chiamò i suoi accusatori a discolparsi al Sinodo di Fontaneto (Novara), Arialdo e Landolfo non comparvero e vennero scomunicati in contumacia.

In questo momento compare nelle fonti il termine di patari prima in Arnolfo (Gesta archiepiscoporum Mediolanensium) poi in Bonizone ed altri scrittori. Arnolfo però, dicendo "hos tales cetera vulgaritas hyronice Patarinos appellat», confessa di non conoscere l'origine della denominazione. Bonizone invece (Liber ad Amicum) dice che patarini voleva dire pannosi, straccioni. Molti sono stati i tentativi per spiegare tale termine e si è voluto metterlo in relazione con la via di Milano detta dei "pattari». La p. dové presto trasformarsi in un vero partito organizzato, grazie al giuramento che, se prima riguardava solo l'impegno di vita religiosa e morigerata, dovette presto diventare impegno di fedeltà ai capi.

Contro la scomunica di Fontaneto, i capi della p. ricorsero al Papa. Stefano IX inviò a Milano Anselmo di Lucca insieme con l'arcidiacono romano Ildebrando (dic. 1057). I due visitatori apostolici predicarono al popolo milanese confortandolo ad insistere nell'opera di purificazione ed ammonirono il clero perché collaborasse alla riforma. Ma ora non solo l'alto clero si sentì colpito, ma anche l'aristocrazia milanese. Lotte aperte si ebbero in Milano, sl che Niccolò II dopo il Concilio del 1059 inviò a Milano due nuovi commissari, Anselmo di Lucca e Pier Damiani. L'arrivo dei due legati romani fu causa di gravi tumulti: il partito antiriformista cercò di far credere al popolo che i delegati apostolici volessero attentare alle tradizionali libertà ecclesiastiche ambrosiane. Pier Damiani parlò al popolo nella Cattedrale e lo convinse della falsità delle accuse e della bontà del programma riformatore. La p. era dunque il partito di Roma e l'arcivescovo Guido si sottomise alla formola di ritrattazione ed al giuramento di obbedienza stesi da Pier Damiani; anzi acconsentì a far viaggio di penitenza a S. Giacomo di Compostella ed a presentarsi al Concilio di Roma del ro6o in cui Niccolò II, dichiarata irrita l'investitura regia, lo investi solennemente della sede arcivescovile di Milano.

La p. considero come un suo trionfo l'ascensione al trono pontificio di Anselmo da Baggio, con il nome di Alessandro II (ro6r). Però non tardò in Lombardia una impressionante reazione con la raccolta dei vescovi lombardi imperialisti attorno al loro candidato, Cadulo vescovo di Parma, che fu eletto papa a Basilea con il nome di Onorio II (ott. 106r). L'arcivescovo Guido ora ritornò al vecchio atteggiamento: l'imperialismo riunì quanti nella riforma morale della p. vedevano danneggiati i loro interessi materiali. Morto Landolfo, pare per
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(da Le Vie d'Italia e dei mondo, ott. 1515. p. 1117) Partanonia - Il Cerro Fita Roy nella cordigliera del Lago Viedma (m. 3375). Le alte cuspidi sono costituite da rocce diorriche che si sfaldano verticalmente, le ferite riportate a Piacenza, lo sostituì il fratello Erlembaldo (v.), uomo d'armi che impresse all'azione un carattere più politico. A fianco vi era sempre Arialdo. Contro la p. più vivacemente gli avversari insistevano con le accuse di eresia; il cronista Landolfo Seniore accusava i patarini di essere i continuatori dell'eresia scoperta intorno al ro3o a Monforte e che pare fosse di tipo manicheo. L'accusa partiva dal riaccostamento esteriore delle teorie della p. contro il matrimonio degli ecclesiastici con quelle degli eretici di Monforte, nettamente ostili al matrimonio ed alla procreazione. Qualche elemento ereticale può essersi infiltrato nel movimento patarino milanese, ma è fuor di dubbio che le concezioni della p. non hanno niente in comune con le dottrine ereticali manichee. Landolfo Seniore chiama i patarini di Milano pseudo profeti e falsi puri (falsis catharis). E da pensare che appunto nell'ambiente milanese sia sorto la prima volta il termine di catari per indicare i patarini, sì che poi i due termini di catari e di patarini indicarono equivocamente gli eretici di tipo manicheo per i quali non esisteva ancora nell'uso nessun termine specifico, e dire catari e dire patarini fu la stessa cosa.

Il conflitto tra Alessandro II ed Onorio II fu sentito assai a Milano, dove si venne a guerra aperta tra le due parti. Arialdo continuava la predicazione religiosa; Erlembaldo aveva organizzato un partito, messo alla testa un consiglio di trenta persone e la borghesia ed il popolo unite nella p. miravano probabilmente ad impadronirsi del governo della città. Nel ro64 Erlembaldo si recò a Roma e ricevette dalle mani di Alessandro II il vestilium sancti Petri a significare che i patarini di Milano combattevano per la Chiesa romana. La battaglia però era aspra: gli avversari della riforma tenevano testa energicamente ad Arialdo ed Erlembaldo. Nel ro6s la bolla papale che deponeva due ecclesiastici che si erano impadroniti delle abbazie di S. Celso e di S. Vincenzo servì ed Erlembaldo per destare una violenta agitazione contro l'arcivescovo; questi abbandonò Milano e venne da Alessandro II scomunicato. A sua volta Guido da Velate produsse lo scompiglio in Milano gettando l'interdetto sulla città fino a che Arialdo vi fosse rimasto. Ucciso Arialdo segretamente (ro66), Erlembaldo rimase solo a dirigere il movimento. Comparvero ora due nuovi legati apostolici atteggiandosi a pacificatori, ma Erlembaldo si recò a Roma da Alessandro II e ne ritornò con l'approvazione incondizionata per il suo operato. Di fronte alla p. trionfante, l'arcivescovo Guido si decise ad abbandonare la lotta e rinunciò alla sede (ro71), designando ad Enrico IV come suo successore il suddiacono Gotofredo; ma se l'Imperatore procedette alla investitura, il Papa la condannò e la p. ottenne il suo consenso per il proprio candidato Attone. La questione di Milano diventa uno dei punti su cui Papato ed Impero sono tra di loro in assoluta opposizione. L'appoggio imperiale permette al vecchio partito dei simoniaci di resi-

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PateNa - Calice e p. d'argento dorato, detto di S. Rosenda. Il calice è del sec. xili, la p. del sec. xv, provenienti da Celanova. Orense, Palazzo episcopale.
stere alla p.; questa inoltre con le sue violenze aveva offeso interessi, creato rancori, sì da permettere agli avversari di riprendere terreno. La morte di Erlembaldo nel 1075 segnò il crollo della p. La città ritornò all'obbedienza dell'Impero: l'aristocrazia chiese ad Enrico IV di designare un nuovo arcivescovo, che fu Tebaldo di Castiglione. Questi tenne un contegno ambiguo tra Chiesa ed Impero e nel 1078 fu scomunicato. Enrico IV entrò in Milano nel ro8I e trovò la città obbediente. Seguirono a Tebaldo due arcivescovi di parte imperiale, Anselmo da Rho ed Arnolfo, ma questi nel rog6 finì per sottomettersi ad Urbano II. La p. era scomparsa, ma aveva distrutto in Milano le tendenze imperialiste ed avviato la Chiesa ambrosiana al programma riformatore di Roma; anche l'aristocrazia aveva consumato le sue forze nella lunga lotta civile agevolando l'incipiente organizzazione comunale.

Bibl.: C. Pellegrini, I ss. Arialdo ed Erlembaldo, Milano 1897; id., Ponti e memorie storiche di s. Arialdo, in Arch. stor. lombardo, 3* serio, 14 (1900, II), pp. 209-36; 16 (1901, 1), pp. 524; 17 (1902, 1), pp. 60-98; J. Gocta, Kritische Beiträge zur Geschichte der P., in Arch. für Kulturgeschichte, 17 (1914), pp. 17 sgg., 164 sgg.; G. Schwartz, Die Herkunft des Names P., ibid., 14 (1916), p. 402 sgg.; M. Brown, Movimenti politico-religiosi a Milano ai tempi della P., in Arch. stor. lombardo, 58 (1931), pp. 227-78; Ilarino da Milano, Le eresie popolari nel sec. XI, in Studi gregoriani, a cura di G. B. Borino, II, Roma 1047, pp. 73-79.

Francesco Cognasso
PATARINI. - Nella comune designazione, dal sec. XII vennero così chiamati in Italia quegli eretici che, ribelli all'autorità ecclesiastica, piegarono più o meno verso gli errori dei catari-albigesi (v.) e sètte affini e perciò vennero compresi nelle proscrizioni papali ed imperiali; essi devono quindi distinguersi dagli aderenti della precedente Pataria (v.). Pio Peschini

PATENA. - Dal greco $\pi \alpha \tau \dot{\alpha} \nu \eta=$ piatto. È un piatto rotondo di metallo, usato già anticamente
nella Messa, come complemento indispensabile del calice e fatto dello stesso metallo. Nella parte superiore è oggi priva di ornamento, ha il diametro di $15-20 \mathrm{~cm}$., ed è leggermente concava nel mezzo, secondo la larghezza degli orli del calice.

Nella Messa si pone l'Ostia sulla p. fino all'Offer. torio (su di essa è fatta l'offerta), e, dopo il Pater noster, l'Ostia consacrata spezzata vi si ricolloca fino alla S. Comunione; nel frattempo, nella Messa solenne, la p. è tenuta nascosta con un velo dal suddiacono (anticamente dall'accolito) detto patenarius; nelle Messe lette si mette invece sotto il corporale.

La p. deve essere consacrata dal vescovo ed avere la parte interna dorata. La consacrazione non si perde, qualora si debba rinnovare la doratura (CIC, can. 1305). Diventata con la consacrazione oggetto sacro, in immediato contatto con il Corpo di Gesù, la p. non può essere toccata che dai chierici o da chi l'ha in custodia (can. 1306). Simbolicamente la p. viene considerata come una nuova pietra del sepolcro, su cui giacque il corpo del Signore (cf. Rabano Mauro, De instit. cleric., I, 33 : PL 107, 324).

Bibl.: J. Braun, Das christi. Altargenit in seinem Sein und in seiner Entwicklung, Monaco 1932, pp. 197-242; L. Eisenhofer, Lehrbuch der bathal. Liturgie, I, Friburguin Br. 1932, pp. 396-401; M. Ruchetti, Man. di stor. liturgica, I, Milano 1950, pp. 468-71; H. Leclercq, s. v. in DACL, XIII, coll. 2392-2414.

Pietro Siffrin
Arte. - Nell'antichità e nel medioevo la p. ebbe notevoli dimensioni e peso, perché doveva servire a raccogliervi sopra il pane offerto dai fedeli per la consacrazione ( $p$. ministeriale), che veniva poi diviso in parte per la Comunione dei fedeli. Papi e imperatori andarono a gara nel farle confezionare, adoperandovi grande quantità di oro e ricchezza di gemme. Esemplari eccezionali possono vedervi a Città di Castello, nei piatti argentei ageminati del Tesoro di Canoscio (secc. v-vi), al Louvre (in serpentino con zaffiri, smeraldi e perle, donati da un imperatore carolingio all'abbazia di St-Denis), nella collezione Wiss a Washington, nella collezione Stoclet a Bruxelles, nel Tesoro di S. Marco a Venezia. In epoca gotica (sec. xiv) la p. vengono ornate da rilievi o da smalti translucidi, come la p. della Pinacoteca nazionale di Perugia con smalto racchiuso in un contorno ad archetti, rappresentante la scena della Crocifissione e altri sei tondi a smalto sul bordo con fatti della Passione alternati a motivi incisi, opera di Cataluzio da Todi che influenzò quella di Ciccarello di Francesco con la rappresentazione dell'Annunciazione e l'iscrizione attorno (Sulinona, cattedrale di S. Panfilo) e l'altra con smalti rappresentanti la Crocifissione, a Ravello (Duomo). Ebbero anche decorazioni incise, rappresentanti al centro la mano benedicente, che si vede aggiunta, nel sec. XII, nella p. di epoca ottoniana, nella chiesa della Collegiata dell'Assunta a Cividale, con iscrizione sul bordo, paragonata a quella, detta di s. Bernardo, nel duomo di Braunschweig e nella p. del calice, ritenuto di s. Francesco, nella basilica di Assisi, opera di Guccio del Mannaia. Notevole anche la p. del calice di Wiltener (Austria), del i 180 ca . In epoca posteriore le decorazioni si vanno facendo sempre più rare; le proporzioni diminuiscono e il rapporto tra l'orlo rialzato e il centro si stabilizza, adattandosi alle proporzioni dei calici, la cui base perde il contorno polilobato o mistilineo, diventando nel ' 500 e nel ' 600 quasi sempre circolare. - Vedi tav. LXXII.

Bibl.: V. Pasini, Il Tesoro di S. Marco in Venezia, Venezia 1886; Venturi, II, p. 213, fig. 177; IV, p. 905; A. Santangelo, La Cattedr. di Cividale, Roma 1930, p. 39; E. Zocca, La catted. di Assisi, Roma 1932, p. 79; A. Morassi, Antica orefiseria ital., Milano 1936, pp. 32-42. Maria Accascina
PATER, Walter. - Critico e romanziere inglese, caposcuola dell'estetica decadentistica, n. a Shadwell il 4 ag. 1839, m. a Oxford il 30 luglio 1894.

Nei suoi Studies in the history of the Renaissance (1873) egli sembra individuare nella malinconia il motivo dominante dell'arte rinascimentale. I suoi Imaginary portraits (1887), ritratti a metà storici e a metà fantastici,

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sono anch'essi proiezione di una contemplazione malinconica della bellezza, e il suo unico romanzo, Marius the epicurean (1883), è un pretesto per esporre i principi di un raffinato epicureismo che s'arresta alle soglie dell'esperienza cristiana, appena lambita dal protagonista, il quale tuttavia muore quasi come un martire. Tale idolatria della bellezza come esperienza essenziale di vita affascinò i discepoli di P. e in particolare Oscar Wilde, spesso degenerando in un più empirico edonismo.

Bim.: la migliore biografia sul P. è quella di A. Benson, English men of letters, Londra 1906; scelta di traduzioni a cura di M. Praz, Milano 1944. Bibl. recente in F. W. Bateson, The Cambridge bibliogr. of English liter., III, Cambridge 1940, pp. $731-32$. Augusto Guidi
PATERNALISMO. - Paternalistica è detta ogni politica diretta dall'alto (imperatore, re, signore) che tenga conto delle esigenze dei «sudditi»: sia nell'antichità classica, sia nel medioevo, sia nel Rinascimento si è delineato il mito del buon reggitore dello Stato, comprensivo e "paterno". Nell'età della Controriforma il problema ritorna in primo piano con i teorici della ragion di Stato (v.); tra gli altri, il Bellarmino detta precise formulazioni sulla necessità che i principi hanno di amare con "servente" carità "paterna" tutti i sudditi onde non siano ingiustamente aggravati (cf. De officio principis christiani, Roma 1619).

Tenendo conto delle differenze dalle precedenti teoriche e applicazioni pratiche, va stimato come paternalistico anche il movimento settecentesco dal dispotismo illuminato. Il dispotismo illuminato nasce e si irrobustisce nel più ampio clima dei "lumi", sia per un movimento dal basso determinato dal rafforzamento economico-sociale del ceto medio, sia dalla vasta schiera degli scrittori riformatori che esprimono sul piano dell'opinione pubblica le nuove esigenze ideologiche. Dispotismo e illuminismo nella loro essenza non si escludono : nel dispotismo illuminato l'elemento che prevale è ancora quello dispotico, ma esso viene "illuminato" cioè assoggettato alla legge della Raison nel campo politico-amministrativo ed econo-mico-sociale. I principi riformatori sono per la fisiocrazia, per il riformismo tributario e doganale, per il giurisdizionalismo. Naturalmente non tutte le teorie sono applicate rigorosamente o complessivamente nella pratica: Maria Teresa d'Austria sta per le riforme economiche; sue figlio Giuseppe II tiene di più al giurisdizionalismo e alla stessa riforma religiosa; Federico II di Prussia è nella pratica più "sovrano" che uomo dei "lumi" (o per lo meno è illuminista nel diritto penale, nella tolleranza religiosa, nella cultura ma non nell'assolutismo militare); Caterina II di Russia propende per il riformismo economico; Leopoldo I di Toscana per la fisiocrazia e per il giurisdizionalismo; Carlo III di Borbone per il riformismo sociale e per il giurisdizionalismo e così via. Il p. settecentesco è stato movimento così ampio che in certi settori ha investito anche la Repubblica di Venezia, quella di Genova e lo stesso Stato pontificio.

Dopo il sec. xvili la parola p. è stata talora usata "dall'alto" per mascherare o giustificare movimenti politici o attività di regnanti a sfondo sostanzialmente conservatore o reazionario o dittatoriale.

Bim.: oltre la bibl. della voce ragion di stato cf. tra le opere più recenti: A. Anzilotti, Movimenti e contrasti per l'unità italiana, Bari 1930; C. Morandi, La politica dell'assolutismo, Pavia 1930; F. Valsecchi, L'assolutismo illuminato in Austria e in Lombardia, a coll., Bologna 1931-34; E. Cassirer, La filosofia dell'illuminismo, trad. it., Firenze 1932 e per i singoli paesi e soprattutto per l'Italia, l'ampia bibl. in F. Valsecchi, Dispotismo illuminato, in Quest. di stor. del Risorgine e dell'Unità d'Italia, a cura di Z. Rota, Milano 1931, pp. 29-73. Inoltre: M. Petrocchi, Il tramonto della Repubblica di Venezia e l'assolutismo illuminato, Venezia 1930; R. Mori, Le riforme leopoldine nel pensiero degli economisti toscani del '700, Firenze 1931; G. Giacchero, Storia econom. del Settecento genovese, Genova 1931.

Massimo Petrocchi
PATERNITÀ, RICERCA della. - Mentre dal punto di vista etico la r. della p. può considerarsi in sé e per sé lecita, vari codici civili, per motivi di oppor-
tunità, non ammettono indagini sulla p. che in casi tassativamente previsti. Questo divieto trae origine dalle leggi rivoluzionarie francesi dalle quali è passato al Codice napoleonico.

L'art. 269 del Cod. civ. italiano ammetto la dichiarazione giudiziale della p.: i) quando la madre e il presunto padre hanno notoriamente convissuto come coniugi nel tempo a cui risale il concepimento; 2) quando la p. risulta indirettamente da sentenza civile o penale ovvero da non equivoca dichiarazione scritta di colui al quale la si attribuisce; 3) quando v'è stato ratto o violenza carnale nel tempo che corrisponde a quello del concepimento; 4) quando v'è possesso di stato di figlio naturale (v. PROLE).

In alcuni paesi civili il problema della ricerca della p. va assumendo nuovi aspetti (negli Stati Uniti d'America esistono società legalmente riconosciute autorizzate a chiamare in giudizio il presunto padre), e le scienze biologiche procedono nei loro studi per potere stabilire i principi su cui fondare la prova della p.; merita speciale menzione la prova biologica dei gruppi sanguigni.

Nel sangue umano esistono due agglutinogeni denominati agglutinogeno A e agglutinogeno B, legati alle emazie. Il siero di sangue, a sua volta, contiene due agglutinine $\alpha$ e $\beta$. Sono stati divisi in quattro gruppi sanguigni: I gruppo: non possiede agglutinogeni mentre possiede le due agglutinine; è il gruppo O o dei donatori universali; II gruppoi : è il gruppo A, fornito dell'agglutinogeno A e della agglutinina B oppure anti B; III gruppo: possiede l'agglutinogeno B e l'agglutinina $\alpha$ o anti A; IV gruppo: (AB) che contiene entrambi gli agglutinogeni e manca di agglutinine; è il gruppo dei ricevitori universali. Quando un sangue che contiene un determinato agglutinogeno viene messo a contatto con un altro sangue che contiene l'agglutinina corrispondente, si verifica il fenomeno dell'isoagglutinazione: i globuli rossi vengono agglutinati e al microscopio si osservano accumuli irregolari di essi. In pratica la prova dei gruppi sanguigni si esegue mediante i sieri testo. Il gruppo sanguigno individuale è un carattere costante, congenito, ereditario dai genitori secondo le leggi mendeliane. Esso non subisce durante la vita alcuna alterazione qualitativa; alla nascita si ha uno sviluppo quantitativo incompleto degli agglutinogeni, che posseggono una forza di ricezione di ca. un $2^{0}$, un $8^{\circ}$, rispetto a quella dell'adulto; tale forza aumenta fino a raggiungere il massimo verso i 15-20 anni e tale si mantiene fino all'età avanzata. Per questo motivo si possono avere errori di determinazione gruppale in neonati e lattanti.

Importante è la conoscenza delle seguenti leggi : 1) le proprietà A e B sono caratteri dominanti rispetto ad O per cui si ritrovano nei figli soltanto quando sono presenti anche nei genitori; però, anche essendo presenti nei genitori, possono non comparire nei figli; la proprietà O invece, che è recessiva, si può ritrovare nei figli anche se non si manifesta nei genitori; 2) i genitori appartenenti al gruppo O non possono avere figli del gruppo AB ; i genitori che appartengono al gruppo AB non possono avere figli appartenenti al gruppo O. Landsteiner e Levine nel 1927 misero in evidenza nuovi agglutinogeni, oltre gli agglutinogeni A e B, a cui non corrispondono nel sangue di altri individui agglutinine preformate; essi sono i gruppi sanguigni denominati rispettivamente M, N, MN. In seguito lo trovato anche l'agglutinogeno P e nel 1940 Landsteiner e Wieser hanno ritrovato l'agglutinogeno Rh, presente per ca. $135 \%$ degli uomini, i quali vengono così ascritti al gruppo Rh positivo, mentre il $13 \%$ appartiene al gruppo Rh negativo. Da queste conoscenze sono sorte altre due leggi : 1) le proprietà M ed N sono proprietà dominanti e non possono apparire nei figli, se i genitori ne sono privi; 2) le proprietà M ed N sono proprietà allelomorfe: per questo la proprietà M (senza N) o la proprietà N (senza M) devono apparire nei figli se sono presenti isolatamente nei genitori, qualora si trovino allo stato puro. Ricercando i gruppi sanguigni presenti nel sangue della madre, del figlio e del

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presunto padre e facendo il confronto con i dati di apposite tabelle si può arrivare all'esclusione della p. In pratica alla compatibilità di gruppo non si dà valore di reale rapporto di filiazione, mentre al contrario nei casi di incompatibilità l'esclusione del presunto padre si può affermare con certezza.

In questi ultimi tempi sono state fatte ulteriori ricerche sui sistemi gruppo-specifici specialmente da parte di autori stranieri. Sono stati oggetto di studio i vari sottogruppi di A e cioè $\mathrm{A}_{1} \mathrm{~A}_{2}, \mathrm{~A}_{3}$, ecc. e si è data importanza non solo qualitativa, ma anche quantitativa ad essi, come anche importanza è stata data alla notevole rarità dei sottotipi $A_{2}, A_{4}, A_{5}, M_{2}, N_{2}, N_{3}$. Ad es., l'accertamento di un $A_{4}$ nel presunto padre e nel figlio, che si riscontra con probabilità di uno per un milione, ha fatto ritenere ad Hirsfeld ed Ansel accertata la p. Ugualmente si dica dell'importanza data alla rarità di alcuni genotipi del sistema Rh, della rarità del fattore di Leway, Cellano, ecc.

Anche in Italia sono state fatte e sono in corso ricerche, per quanto limitate dalla difficoltà di procurarsi i sieri necessari. Secondo recenti ricerche, attualmente le probabilità di escludere la p. nelle diverse combinazioni madre-figlio arrivano, per gli Italiani, fino al $90,8 \%$, per le sole proprietà principali A B O, MN, Rh. Probabilità maggiori si hanno, se si estende l'indagine al sistema $P$, all'N ed ai principali sottotipi di Rh.

Non si può pertanto disconoscere l'importanza di queste ricerche gruppo-specifiche per risolvere, dal punto di vista biologico, il tanto discusso problema della ricerca della p.

Bibl. : oltre i trattati di medicina legale, v. F. Tarsitano, Tecnica delle ricerche sulla individualità del sangue, Napoli 1948; F. Domenici, Gruppi sanguigni e ricerca della p., Milano 1948; P. L. Mollison-A. E. Mourant-R. R. Race, I gruppi sanguigni Rh e la loro importanza clinica, ivI 1948; F. Tarsitano, I recesct progressi nella conoscenza dei sistemi gruppo specifici e la ricerca della p., in Minerva medica, 1930, II, p. I sg.; Istituto Centrale di Statistica, Compendio statistico italiano, 1949-50.

Maria De Arcangelis
PATER NOSTER. - Preghiera insegnata da Gesù agli Apostoli, detta perciò Oratio dominicalis. E la preghiera per eccellenza del cristiano, modello e tipo d'ogni altra.

La formola è consegnata nella duplice redazione di Mt. 6, 9-13 e Lc. 11, 2-4. Il testo di Matteo è adottato dalla Chiesa fin dai tempi apostolici (cf. Didachè, 8, che vi aggiunge la nota dossologia, entrata anche in alcuni codici dei Vangeli : " poiché tua è la potenza e la gloria nei secoli 8). Amen è il "sigillo" (s. Girolamo), entrato nella Volgata dall'uso liturgico. La recensione di Luca è più breve: comincia con la semplice invocazione, "Padre"; manca la terza petizione ("sia fatta la tua volontà "...), e l'ultima (s liberaci dal male "), che è complemento della precedente. La recensione di Matteo, come la più completa, e, a giudizio dei critici, la più vicina a un originale semitico, riproduce nella sostanza la formula testuale di Gesù. L'Evangelista l'ha inserita nel Discorso della Montagna. Ma Luca ha meglio conservato la circostanza storica (dopo l'episodio di Betania), premettendo l'episodio che diede occasione all'insegnamento: "E avvenne che, mentre era in un certo luogo pregando, appena terminò, uno dei suoi discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a pregare, come pure Giovanni insegnò ai suoi discepoli "s.

La preghiera s'inizia con un'elevazione: "Padre nostro, che sei nei cieli». S. Agostino fa risaltare la nota sociale e fraterna: " oratio fraterna est : non dicit, Pater meus, sed... omnes videlicet una oratione complectens" (Ep., 130). Soprattutto viene rilevato il tono di filiale confidenza nel sentimento profondo della paternità divina, che nella religione cristiana domina e assorbe tutti i rapporti della creatura con il Creatore. Segue il corpo della preghiera, diviso in due parti: la prima comprende tre invocazioni o aspirazioni che hanno per oggetto la gloria di Dio
stesso; la seconda in quattro domande esponc le necessità temporali e spirituali della creatura.

I" parte. - Le prime tre invocazioni rispecchiano in bella simmetria i sentimenti dell'amor filiale verso il celeste Padre. Vi si invoca: 1) che "il suo nome sia santificato ", cioè benedetto, venerato, stimato dappertutto come santo; che Dio sia da tutti conosciuto e amato come il Sommo Bene e le fonte d'ogni perfezione; 2) che "il suo regno venga ", si stabilisce e si dilarí dappertutto la sovranità della sua potenza, nell'ossequio delle menti e delle volontà, o del suo amore, con la larga diffusione della divina Grazia, e questo regno unisca gli uomini nella verità, nella giustizia, nella pace; 3) che "si adempia la sua volontà " - condizione e misura della dilatazione del regno - "come in cielo cosi in terra": che la giusta e santa volontà del Padre sia adempita sulla terra degli uomini con la stessa prontezza e perfezione con cui è eseguita nel cielo dagli spiriti angelici, i fedeli esecutori dei divini voleri (Ps. 102, 20). Nalla triplice progressiva invocazione è il riconoscimento della triplice prerogativa di Dio nei confronti della creatura: Padre amantissimo e benefico, Re glorioso e universale, Padrone supremo e assoluto; ed insieme è l'impegno a cooperare per l'attuazione di cosi nobili finalità.

Delle tre invocazioni la più profonda e misteriosa è la seconda (A. Vitti, in Biblica, 23 [1942], p. 204 sg.). La sua interpretazione dipende dal significato che si attribuisce al a Regno di Dio" (v.), nozione complessa, la cui realtà unica si presenta sotto molteplici aspetti, che si riducono sostanzialmente a tre: individuale o asceticomistico (il trionfo della divina Grazia nell'anima e nella vita del cristiano), ecclesiologico o anche missionariosociale (la diffusione della conoscenza di Dio e l'osservanza della sua legge nel mondo, il trionfo e l'esaltazione del Regno di Dio in terra, la Chiesa), escatologico (la finale manifestazione della gloria di Dio nel trionfo della sua giustizia e nella glorificazione degli eletti). L'interpretazione piena è quella che non esclude ma unifica i molteplici aspetti particolari nella unitaria visione spirituale: ut sit Deus omnia in omnibus (I Cor. 15, 28).
$2^{\circ}$ parte. - Seguono le domande da parte della debolezza e dell'indigenza umana.

In primo luogo si domanda al Padre il nutrimento per la vita, il pane: ma nel pane, base dell'alimentazione umana, sono inclusi i bisogni materiali d'ogni specie, tutto ciò che riguarda la vita corporale; per riflesso la domanda può estendersi alla vita spirituale che pure necessita del suo nutrimento. E di ogni giorno (o dacci oggi s) e vuol essere un perenne riconoscimento della provvidenza di Dio e del suo supremo dominio sulla vita umana, come anche dell'assoluta dipendenza della creatura da lui. "Pane nostro quotidiano" (greco $\varepsilon \pi \pi \omega \dot{\omega}$ $\sigma 10 v$ ) : epiteto che non ricorre altrove nella S. Scrittura, né è mai usato nella letteratura classica, ma solo nella lingua ellenistica koiné (sono stati trovati recentemente alcuni esempi in testi popolari). Discusso è il suo significato (F. Zorell, Lexicon graecum N. T., 2a ed., Parigi 1931, coll. 489-91), come si rileva anche dalla diversa versione della stessa parola nella Volgata: supersubstantialem (Mt. 6, II), e quotidianum (Lc. 11, 3). A questi due sensi si riducono le varie interpretazioni raccolte fin dall'antichità: a) la prima intende $\varepsilon \pi \pi \omega \dot{\omega} \sigma ı \varsigma$ quale sinonimo di $\varepsilon \varphi i \mu \varepsilon \rho \circ \varsigma$ ( ${ }^{\prime}$ quotidiano"), dal participio $\varepsilon \pi \omega \dot{\omega} \sigma \alpha$ (sott. $\dot{\eta} \mu \varepsilon \rho \alpha$ ) o $\varepsilon \pi \omega \dot{\omega} \nu$ (sott. $\gamma \mu \dot{\sigma} \sigma \varsigma$ ), che significa il giorno imminente o di domani, o anche il giorno che incomincia, quindi il pane "per la giornata"; cosi più o meno, con Atanasio, Crisostomo, Gregorio Nisseno, Cirillo Alessandrino, molti interpreti antichi e recenti e parecchie versioni (quotidianum, antica latina; "di domani" o "dell'avvenire "sahidica, Evangelo degli Ebrei; "perpetuo", virisca curetoniano-sinaitica, gotica e armena; "di ciascun giorno ", etiopica; 8) la seconda interpretazione deriva l'epiteto dal sostantivo $\varepsilon \pi \pi-\omega \omega \alpha \alpha$ (sussistenza, sostanza), cioè indispensabile per sussistere, quindi "necessario": cosi Origene, Cirillo Gerosol., Girolamo, Teofilatto, Eutimio, e molti recenti cattolici e acattolici, con la Pešitta. Quest'interpretazione sembra

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la più attendibile, tanto più che la quotidianità è già espressa nell'avverbio $\sigma \dot{\varepsilon} \mu \alpha \rho v \nu$ o oggi " (Lc. 11, 3 220' $\dot{\varepsilon} \mu \dot{\varepsilon} \rho \alpha \nu$ " per ogni giorno "): un epíteto dello stesso senso sarebbe una tautologia. Il termine latino supersubstantialem ha fatto pensare al pane soprannaturale, quindi al pane eucaristico (così, dopo s. Ireneo, molti scrittori a cetici) : ma un tale significato nel contesto non può essere che secondario.
"Rimetti a noi i nostri debiti": si scongiura il Padre misericordioso di accordarci il perdono dei "nostri peccati" (cosi $L c$. 11, 4), formidabile debito che non può essere soddisfatto se il Signore stesso non lo condona. Ma per ottenere da Dio il condono, vi è una imprescindibile condizione (cf. Mt. 6, 14-15, monito conclusivo della preghiera), il reciproco condono dei debiti, ossia delle offese, il perdono fraterno. Niente di più naturale e doveroso, in una petizione di tanta importanza, che la protesta di questo generoso perdono che Gesù richiede sincero ed esplicito nell'atto stesso dell'invocazione del perdono divino: "come anche noi rimettiamo ai nostri debitori". E una specie di patto: e se l'uomo vi manca, nullo è l'effetto della preghiera (s. Agostino). E qui espressa l'impegno formale dell'uomo di fronte al grande comandamento della carità verso il prossimo.

Le ultime due domande (in sostanza una sola, come osserva il Crisostomo) riguardano il futuro: ricordando a Dio i pericoli ai quali siamo esposti, se ne invoca la liberazione per il raggiungimento del fine, che è la santità della vita e la salvezza dell'anima. "Non c'indurre in tentazione", cioè in ogni occasione di peccato a cui l'uomo è esposto per l'innata fragilità e per varie cause esterne. "Non c'indurre" è un rude semitismo che, penetrato anche nelle versioni, va rettamente inteso: "non permettere che soccombiamo alla tentazione", cadendo nella colpa a cui la tentazione è incentivo; non chiediamo di essere esenti dalla tentazione, ma di uscirne vittoriosi (s. Agostino). "Ma liberaci dal male": movnóo (come il latino malo) può intendersi tanto al neutro (il male) quanto al maschile (il maligno per antonomasia, Satana) : è prevalso il primo significato, intendendo il male in tutta la sua estensione : male fisico e male morale, quindi anche l'autore e istigatore di ogni male, il diavolo.

In questa formola, la profondità eguaglia la sempliccitá. S. Cipriano (De Orat. Dom.: PL 4, 535) echeggia Tertulliano che lo definisce "totius Evangelii breviarium" (De Oratione: PL 1, 1255); s. Tommaso la chiama oratio perfectissima, perché assomma tutte le domande di una buona preghiera (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{ac}}$, q. 83, 2.9). Perciò ha sempre avuto un posto preminente nella pratica cristiana e nella liturgia. La Didachè (8) inculcava di recitarla tre volte al giorno; s. Cipriano attesta che era (publica subis et communis oratio) del suo tempo o, come dice Tertulliano, oratio legitima et ordinaria.

Nell'antico catecumenato vi era uno speciale rito detto traditia o spiegazione del $P$., che avveniva nella feria $4^{a}$ dopo la IV Domenica di Quaresima; e nel Battesimo, al termine del rito, lo stesso neofita recitava il $P$.: ed anche oggi il $P$. viene recitato, insieme col Credo, dal sacerdote e dal padrino, o dal battezzando stesso se è adulto. Anche nella Messa (v.) di tutti i riti ha il suo posto nel Canone, uso che risale probabilmente all'età apostolica, secondo la testimonianza di Gregorio Magno (Ep. IX ad Joh. Syrac.) e di Girolamo (Adv. Pelag., III, 15). Parimenti nell'Ufficio divino, nei Sacramentiali e in tutte le sacre funzioni il $P$. è al posto d'onore.

L'originalità del $P$. è stata contestata in tempi recenti da alcuni razionalisti e da numerosi scrittori ebrei (J.J. Wetstein, E. Stapfer, J. Nork, A. Wünsche, H. Hamburger, J. Lightfoot, G. Friedländer, G. Klein, D. De Soln, C. G. Montefiore, ecc.). Scrive Friedländer: "La preghiera del Signore è tutta giudaica... tutte le frasi e tutte le domande sono state desunte da fonti giudaiche" (The jewish sources of the Sermon of the Mount, Londra 1911, p. 165). E si allegano, oltre l'apocrifo Testamento dei XII Patriarchi (nel quale sono evidenti tracce di interpolazione cristiana), frasi slegate di rabbini dei secc. III-1v, alcune invocazioni della nota preghiera giudaica Shemoneh Eireh ("...perdonaci, Padre nostro..., liberaci per il tuo
nome..., sii re su di noi...") e del Qaddit, dossologia in uso nelle sinagoghe (testo aramaico in A. Dalman, Die Worte Jesu, trad. francese in Rev. biblique, 24 [1915], p. 557 sg.). In quest'ultimo documento (vv. 1, 2, 4) sono accenni alla santità del nome di Dio, allo stabilirsi del suo Regno e al compimento della sua volontà, che fanno pensare alle tre prime domande del $P$. (anche A. Harnack ravvisò in queste tre prime invocazioni un tono marcatamente giudaico, fino ad espungerle come additizie, insieme con l'ultima, dalla forma originale della preghiera di Gesù). Esagerando le analogie, David De Sola (The old jewish oramaic prayer the Kaddish, Lipsia 1909), concluse senz'altro per la dipendenza letteraria del $P$. dal Qaddi $\bar{\imath}$. Ma va rilevato innanzitutto che il Qaddi $\bar{\imath}$ è un centone, composto di pezzi di varie età, come è ammesso dai critici, e i vv. 1, 2 e 4, sopra citati, certamente non sono anteriori all'era cristiana (una delle principali frasi ricorre per la prima volta in R. Joseph, rannaita del sec. II). D'altra parte non fa meraviglia che nel mare magnum degli scritti rabbinici s'incontrino qua e là, dispersi e frammentari, termini ed espressioni in qualche modo analoghi con le formule del $P$. E certo però che in nessun luogo si trovano riunite così sublimi invocazioni in una formula di preghiera semplice e concettosa qual è $P$., in netto contrasto con la prolissità delle formule rabbiniche. Soprattutto è diverso lo spirito, e quindi la portata ed il significato. Il commento e l'interpretazione del $P$. sono da cercarsi nel Sermone della Montagna. Pensieri di cosi grande elevatezza morale, non trovano riscontro né nella Sèmoneh 'eirēh né nel Qaddi $\bar{\imath}$ né in altre formole giudaiche di preghiera. Anche la seconda domanda, che è apparsa a qualcuno "la più giudaica di tutte le petizioni del $P$. ", risulta, ad un attento esame, perfettamente conforme al pensiero originalissimo di Cristo sulla natura del Regno messianico, regno spirituale e trascendente, che è l'eredità dei poveri, dei mansueti, dei pacifici, dei misericordiosi (Mt. 5, 3 sgg.). Del resto per alcune domande del $P$. valgono i paralleli con il Vecchio Testamento (per il Nome di Dio: Lev. 22, 32; Is. 29, 23; Ez. 36, 23; per il Regno: Ps. 21, 29; 103, 19; Abd. 21; Tob. 13, 1, ecc.), dal quale pure discendono, frammiste a molta scoria, le rare felici espressioni dei testi rabbinici.

Il luogo dell'insegnamento del $P$. è additato da una tradizione che risale al sec. IX in un santuario presso la cima del Monte degli Olivi, ove fin dal sec. Iv una grande basilica, detta Eleona, consacrava il ricordo degli insegnamenti di Gesù agli Apostoli (con speciale riferimento al discorso escatologico pronunciato su questo monte: cf. Mt. 24, 3). Per quanto l'Evangelista abbia lasciato indeterminato il luogo (Lc. 11, I "in un certo luogo e) e la voce della tradizione non sia molto antica (G. Perrella, I Luoghi Santi, Piacenza 1936, pp. 218-28), tuttavia la circostanza storica ci porta assai vicino a quella località. Difatti, se il $P$. fu insegnato poco dopo l'episodio di Betania, che immediatamente precede ( $L c$. 10, 38 sgg.), è molto probabile che ciò avvenisse nei pressi della stessa borgata, vicino alla vetta dell'Oliveto.
Dib.: A. Harnack, Die ursprungl. Gestalt des Vaterunvers, in Sitzungsber. der bömigl. preuss. Akademie der Wiss., Berlino, 21 genn. 1904, pp. 209-208; E. Pistelli, Il P. N., in Riv. crit. e sim. promotrice della cultura religiosa in Italia. 1907, fasc. iv; G. Meloni, Per l'intelligenza del P. N., in