o ad un'improvvisa vocazione religiosa, si consacrò alla cura degli infermi presso l'ospedale della corte a Madrid, riunendo in breve tempo intorno a sé numerosi imitatori. Con questi, fondò nel 1568 una congregazione approvata dal nunzio apostolico e detta dei Fratelli Minimi, o anche degli Obregoniani. Essi assunsero l'amministrazione dell'ospedale generale di Madrid, e si diffusero rapidamente anche in altre zone; nel 1589 pronunciarono i voti di povertà, castità, ospitalità ed obbedienza e si diedero la Regola e l'abito dei Terziari.
L'O. fu anche a Lisbona nel 1592, dove fondò un ricovero infantile e riorganizzò i servizi ospedalieri; nel 1549 redasse lo Statuto della Congregazione e nel 1598 prestò assistenza a Filippo II moribondo.
Bibl.: F. Herrera y Maldonado, Vida del b. B. de O., Madrid 1633. Luciano Gulli
OBREPTIO: v. BESCRITTI.
ObROGAZIONE. - L'o. (ob-rogare, cioè contra rogare) è una mutazione della legge già esistente fatta in modo che, aggiuntane una parte, se ne detrae un'altra.
Il concetto dell'o. è fissato da Ulpiano: "Lex ... obrogatur id est mutatur aliquid e prima lege" (D. 50 , 16, 102); e tale fu il concetto presso i decretisti. In seguito i canonisti più recenti, come Maroto, Cheiodi, Vermeersch-Creusen e i civilisti ritennero l'o. una revocazione implicita della legge, che si effettua, cioè, mediante una legge contraria alla prima e si distingue dall'abrogazione, che è una revocazione esplicita.
Nel CIC si parla di o. in tre canoni: nel can. 3: obrogant, nel can. 22 : obrogat, nel can. 2226 : obroget. Non sempre però nello stesso significato: infatti, nel can. 3 il verbo ha il significato di semplice modificazione; nel can. 2226 di abrogazione; nel can. 22 viene usato il termine di o. in senso generale, per indicare l'abrogazione esplicita ed implicita.
Dell'o. deve constare chiaramente, essendo, in definitiva, una correzione del diritto e, in quanto tale, odiosa. Nel dubbio perciò non si presume.
La cessazione della legge che avviene per o., cioè per l'introduzione di una legge contraria, richiede la promulgazione, senza della quale non si può imporre un nuovo obbligo.
Bibl.: S. D'Angelo, Annotatinnculue in modos, quibus leges cessant ab extrinseco, in Apollinaris, I (1928), pp. 238-45; G. Michiels, Normae generales iuris canonici. I, Lublino 1929, p. 23 sgg., 494; A. Van Hove, De legibus ecclesiasticis, Malines-Roma 1933, pp. 14-15, 331-32, 338-99; A. Laver, Index Verborum CIC, Roma 1941, v. indice; M. Cicognani-D. Staffa, Commentarium ad librum primum CIC, I, ivi 1949.
## OBSEQUIALE: v. RITUALE.
O'CALLAGHAN, Edmund Bailey. - Uomo politico e storico, n. il 28 febbr. 1797 a Mallow (contea di Cork, in Irlanda), m. il 29 maggio 1880 a Nuova York. Emigrò nel 1823 nel Canadá, a Québec, dove completò i suoi studi di medicina, poi a Montréal. Cominciò presto a partecipare alla vita politica canadese e vi organizzò la Società degli Amici dell'Irlanda, tenendo comizi e scrivendo articoli politici.
Era quello il momento in cui la parte francese della popolazione, per il timore di un eccessivo predominio dell'elemento inglese, e grazie al progressivo crescere della coscienza nazionale dovuto anche alle vicende europee del 1830-31, mal tollerava di essere governata da un'amministrazione quasi esclusivamente inglese e reclamava una più diretta partecipazione al governo della cosa pubblica col diritto di sottoporre a controllo i governanti. A capo di questo movimento era il presidente dell'Assemblea Legislativa del Basso Canadá, Papineau, e tra i suoi seguaci, i cosiddetti patrioti, vi fu anche O'C. Essi esigevano l'istituzione di un'assemblea legislativa, sul tipo di quella costituita in Francia in seguito alla Rivoluzione ed un ordinamento federale simile a quello degli Stati Uniti. Il loro atteggiamento non era tuttavia privo di un certo spirito anticlericale, che alienò ad essi le simpatie di parte dei cattolici. O'C. divenne presto insieme a Papineau una delle figure rappresentative di questo movimento. Direttore, nel 1834, del Vindicator, giornale dei patrioti, fu eletto l'anno successivo deputato all'Assemblea del Basso Canadá. Il chiaro rifiuto delle autorità statali di accordare qualsiasi riforma fece scoppiare la crisi. Nel nov. 1837 la partenza di O'C. e di Papineau da Montréal fu interpretata come preludio ad un'insurrezione e contro di essi ed altri patrioti furono spiccati mandati d'arresto. Per sottrarsi alla forza pubblica alcuni patrioti fecero uso delle armi; vi furono scaramuccie senza risultato; O'C. e Papineau, che invano si erano opposti al ricorso alle armi, dovettero cercare asilo negli Stati Uniti dove O'C. rimase anche dopo concessa l'amnistia. Si stabilì ad Albany, nello Stato di Nuova York, quale medico giornalista. Iniziò anche una notevole attività nel campo degli studi storici e pubblicò diverse opere : tra esse una storia di Nuova York sotto gli Olandesi (History of New Netherland, or New York under the Dutch, Nuova York 1846). La sua Documentary History of the State of New York, in 4 voll., editi dal 1849 al 1851 , costituisce la prima vera storia dello Stato, che spinse il governo a raccogliere i relativi documenti giacenti in archivi anche stranieri. Della traduzione delle carte francesi ed olandesi, come della visione generale della pubblicazione, fu incaricato l'O'C. Ne uscirono gli undici volumi dei Documents relative to the Colonial History of the State of New York (Albany 1855-61). Cattolico praticante, O'C. fu a Nuova York membro dell'Unione Cattolica locale.
Bibl.: C. A. Harris, $O^{\prime}$ C., in Dictionary of National Biography, XIV, Londra 1921-22, p. 790, con bibl.; C. E. Fryer, Lower Canada (1833-37), in The Cambridge History of the British Empire, VI, Cambridge 1930, pp. 247-49; J. T. Driscoll, s. v. in Cuth. Enc., XI, 194-95. Silvio Furlani
OCCAM (Ockham, Ockam, Okam, Ocham), Guglielmo da. - Francescano inglese, n. a Occam (contea del Surrey), intorno al 1290, m. probabilmente a Monaco di Baviera nel 1349-50. Studiò a Oxford, dove intorno al 1310 iniziò lo studio della teologia, e fra il 1315 e il 1319 commentò le Sentenze e la Bibbia, come baccelliere. Non pare raggiungesse mai il titolo di "magister regens", il che spiega perché continuasse ad esser chiamato con il titolo di «inexptor».
A Oxford Duns Scoto (v.) ed Enrico di Harclay avevano iniziato quel processo di revisione critica delle vecchie dottrine filosofiche e teologiche della precedente generazione di maestri e dato impulso all' 'spirirsi di quella
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(da A. Jenkins Perry, M. A. Dialogus inter militem et elericum..., Londra B65, anteporte)
Occam. Guglielmo da - Pagina del Dialogus inter militem et clericum, parte del Dialogus inter magistrum et dividiulum, nella versione inglese - Londra. British Museum, ms. Harleiam 1900. f. 16 (principio del sec. xv).
via modernorum sulla quale O. arditamente si spinse fino a diventarne il maggiore rappresentante. Questi modernisti del sec. xiv polemizzano specialmente con coloro che cercano nella metafisica aristotelica la giustificazione razionale del dogma e "qui nituntur de Aristotele heretico facere catholicum" (F. Pelster, Heinrich von Harclay, in Miscell. F. Ebrle, I, Roma 1924, p. 351). Giovanni Luttreell, un seguace della via antiqua, essendo stato destituito dalla carica di cancelliere dell'Università, interpose appello al Papa in Avignone e sul finire del 1323 denunciò una lista di errori tratti dal commento di O. al I delle Sentenze. L'accusato, recatosi l'anno seguente alla curia papale per difendersi, oppose alla copia della sua opera i suoi quaderni autografi. Tuttavia nel 1326 un'apposita commissione censurò 96 proposizioni, senza peraltro dichiararlo eretico.
Il processo non era finito, e all'O. fu ingiunto di non allontanarsi da Avignone prima che fosse concluso. Ma nel maggio 1327, giunti in curia fra Michele da Cesena (v.), generale dei Francescani, e fra Bonagrazia da Bergamo, protagonista nella "Questione della povertà", l'inglese si lasciò persuadere dai confratelli a fuggire e a far lega con essi. Con questa fuga comincia un periodo nuovo nella vita e nell'attività letteraria di lui. Il 9 giugno 1328 i tre fuggitivi raggiunsero a Pisa Ludovico il Bavaro in lotta con papa Giovanni XXIII (v.). S'attribuisce a O. d'aver detto all'Imperatore: "Tu me defendas gladio, ego te defendam calamo". Tre giorni prima il Papa con la bolla del 6 giugno aveva pronunziata contro di loro una severa condanna, rinnovata il 5 apr. successivo. Interrotto l'insegnamento della teologia, O. s'ingolfò nella lotta che Michele da Cesena aveva ingaggiato con il Papa per la questione della povertà, recando un grande aiuto alla causa imperiale, difesa da Giovanni di Janduno (v.), da Marsilio da Padova (v.), con i quali i Francescani ribelli finirono con l'allearsi. Si ritiene dettato da lui il proclama
di Francoforte dell'8 ag. 1338, con il quale si dichiaravano irrite tutte le pene canoniche fulminate dal Papa contro l'Imperatore e si sosteneva che l'autorità imperiale deriva immediatamente da Dio.
Ma dopo il 1340 volge al tramonto anche la fortuna del Bavaro che, deposto dai principi tedeschi, muore il 7 ott. 1347. Privo ormai di ogni appoggio, O. tentò di riconciliarsi con la Chiesa, rinviando al Capitolo generale dei Francescani, tenuto a Verona, il sigillo dell'Ordine che Michele da Cesena, morendo, gli aveva affidato. L'8 giugno 1349, Clemente VI autorizzava Guglielmo Farinier, generale dei Francescani, ad assolverlo a determinate condizioni non eccessivamente dure. Da questo momento non si parla più di lui nei documenti, e se ne arguisce che morisse alla fine del 1349 o nel 1350, a Monaco, se sono esatte le notizie sulla tomba di lui nella chiesa dei Francescani di quella città.
I suoi scritti possono dividersi in due gruppi distinti : le opere filosofico-teologiche e quelle politico-sociali. Le prime appartengono, per la massima parte, e forse tutte, come ritiene l'Iserloch contro il parere del p. F. Böhner, al periodo anteriore alla fuga da Avignone. Le seconde invece sono sicuramente posteriori. Al periodo di Oxford appartengono l'Expositio aurea super avrem veterem (Biologia 1496: trascrizione con brevi commenti dell'Isagage di Porfirio, delle Categorie e del Perihermeneias), il Tract. super. lib. Elenctorum, l'Expas. super Physicam, le Summulae in libros Physicorum (Biologia 1491), le Quaestiones in IV libros super Sent. (Lione 1495), i Quadliheta septem (Parigi 1487), la Summa tutias logicas (ivi 1488), il De sacram. altaris (ove seppone le sue particolari dottrine intorno alla sostanza e alla quantita). C'è controversia su altri scritti minori e sul Centiloquium theologicum (elenco di cento proposizioni, in parte paradossali, derivate dalle dottrine dei teologi).
Il pensiero filosofico e teologico di O. si può dire fosse completamente svolto negli scritti composti prima del viaggio ad Avignone. Tutto il sistema metafisico di O. poggia sulla nuova base gnoseologica, che la conoscenza intuitiva precede la conoscenza astrattiva, e che solo la prima coglie le proprietà individuali e infinitamente varie del reale, senza peraltro raggiungere l'intima sostanza delle cose, che resta inconoscibile. La conoscenza astrattiva ha per oggetto soltanto rappresentazioni e concetti universali, elaborati dal nostro spirito per ordinare il contenuto della conoscenza intuitiva (cf. Prol. in I Sent., Lione 1495, q. 1). L'universale non ha quindi alcun fondamento nella realtà (nominalismo [v.]) che è tutta individuale (ibid., dist. 2, q. 6; q. 8). Da siffatta dottrina gnoseologica, oltre la negazione di importanti tesi tradizionali : intelletto agente, specie conoscitive, essenze universali, principio di individuazione (v.), distinzione fra essenza ed esistenza, si deduce l'impossibilità di conoscere la struttura interna di una realtà posta fuori della nostra coscienza, e lo stesso principio di causalità ne resta infirmato (ibid., dist. 35, q. 2; q. 4). Anzi O., come altri francescani contemporanei, ritiene che Dio, almeno de potentia absoluta, potrebbe darci l'intuizione di una realta inesistente. Quindi l'esistenza stessa di Dio, la sua unicità, e gli altri attributi non possono essere rigorosamente dimostrati con gli argomenti tratti dalla fisica e dalla metafisica aristotelica (Quodl., I, q. 1; cf. ibid., VII, 17-23). Il Dio di Aristotele non è quello della Fede, la cui onnipotenza è al centro della realtà, al cui libero volere è sospesa la catena di tutti gli esseri, e che avrebbe potuto creare altri mondi diversi da quello d'Aristotele. Analogamente non è possibile una vera dimostrazione della spiritualità, libertà e immortalità dell'anima (Quodl., I, 10).
Nei corpi la quantità e l'estensione s'identificano con l'essenza stessa della cosa estesa (In IV Sent., 4 e 7; De sacr. Altaris, prol., c. 16, 26 e 28; Exp. aurea; Lib. praedic., de quantit.; Quodl., IV, 25, 30 e 32). Questa dottrina, sostenuta più tardi anche da Cartesio (Oeuvres, ed. Adam et Tannery, III, pp. 295-96; IV, pp. 165-70; IX, p. 192 sgg.), sollevi delicati problemi per ciò che concerne la transustanziazione ([v]; v. anche eucaristia).
Da questi principi O. stesso e i suoi seguaci, che talora si dissero impropriamente nominales, trassero im-
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portanti conseguenze per il rinnovamento della fisica, eliminando le qualità occulte, dando impulso all'osservazione e studiando i fenomeni naturali dal punto di vista quantitativo e matematico.
Sebbene gli scritti politici di O. traggano motivo dello scisma in seno all'Ordine francescano per la questione della povertà e del conflitto fra l'Impero e il Papato in un particolare momento storico, tuttavia egli non si limita a ripetere i soliti argomenti tratti dalla pubblicistica del tempo, ma affiorano in essi, come già nell'opera di Marsilio da Padova, motivi che vanno ben oltre gli avvenimenti contingenti dai quali traggono occasione.
Fra gli scritti politici vanno ricordati l'Opus nonagista dierum (composto in tre mesi nel corso del 1333; discute alcune belle di Giovanni XXII e difende la dottrina di Michele da Cesena sulla povertà di Cristo); gli altri scritti polemici: De dogmatibus papae Johannis XXII (1334); Contra Johannem XXII (1335); Compendium errorum Papae (1338); Breviloguium de potestate papae (ed. L. Baudry, Parigi 1937); e principalmente il Dialogus inter magistrum et discipulum de imperatorum et pontificum potestate (composto tra il 1333-34, giustifica la deposizione di Giovanni XXII da parte di Ludovico il Bavaro e discute l'infallibilità della Chiesa, le relazioni fra Papa e Concilio, l'autoritá del Papa e dell'Impero ecc.); Allegationss de potestate imperiali (1338); Octo quaestiones super dignitate et potestate papali (1340-42; entrambi contro la dottrina dell'autorità del Papa sull'Imperatore). Le istituzioni ecclesiastiche come le istituzioni politiche, munite le une e le altre dalle decretali e dalle leggi civili, secondo O., hanno nella vita pratica lo stesso valore che nella vita speculativa hanno i concetti universali. E come questi servono a unificare e a ordinare l'esperienza sempre nuova nella sua inesauribilità, così gli istituti ecclesiastici non hanno altra funzione che quella di raccogliere in unità visibile i credenti e di istruirli e avvicinarli alle fonti della Rivelazione e della Grazia (Sacramenti). Ma la vita religiosa del cristianesimo sgorga dal fervore del credente nello sforzo di attuare in sé il regno di Dio, ossia dall'assistenza promessa da Cristo alla "communitas fidelium" (Dial. inter mag. et disc., I, I. 5, capp. 4-5; III, tr. 1, I. 1, cap. 17, tr. 2, l. 1, cap. 23, 1. 3, cap. 7; Breuil. de pot. papae, II, capp. 17-19).
Da questo punto di vista, facendo sue le dottrine degli «spirituali» con i quali O. si era incontrato ad Avignone, egli combatte la duplice tesi della supremazia del Papato sull'Impero e della pienezza della potestà del capo della Chiesa che, a suo avviso, avrebbe trasformato la legge evangelica, che è legge di libertà, in legge di servitù, qual era, secondo s. Paolo, la legge antica (Dial., III, tr. 1, 1, 5-7, e 12). Con quest'ultima teoria il suo dissenso dalla dottrina della Chiesa si approfondiva e rischiava di diventare irreparabile, quale diventò più tardi quando i riformatori del sec. xvi ebbero tratto dalle teorie occamistiche le estreme conseguenze da O. forse non previste.
Biss., per le edd. antiche e moderne degli scritti di O. e la loro tradizione manoscritta, cf. N. Abbagnano, G. di O., Lanciano 1931, pp. 367-72; e meglio ancora L. B. Baudry, G. d'O. Sa vie, ses sources, ses idées sociales et politiques, I, Parigi 1949, pp. 273-94. Va ricordata l'ed. critica del De Sacramento Altaris, di 'T. Bruce Birch, Burlington 1930, e della Quaestio prima principalis Prologi in primum librum Sententiarum, di F. Böhner, Zurigo 1939. Le più importanti opere politiche, dopo l'ed. di Lions del 1493, in M. Goldast, Monarchia Romani Imperii, Amsterdam 1630 e Francoforte 1668; le opere minori in R. Scholz, Unbekannte kirchoupolitische Streitschriften, Roma 1911 e 1914. Le proposizioni esaminate ad Avignone in A. Pelzer, Les 51 articles de G. d'O. censurés en Avignon en 1323, in Rev. d'hist. ecclés., 18 (1922), pp. 240-70; E. Iserloch, Um die Echtheit des "Contiloquium", Ein Beitr. z. Wertung Gebhann u. z. Chronologie seiner Werke, in Gregorianum, 30 (1949), pp. 78-103, 308-46. Fra le numerose monografie: G. Casella, Il nominalismo e G. d'O., Firenze 1907; Fr. Brückmüller, Die Gotteslehre W.s v. O., Monaco 1911; L. Kugler, Der Begriff der Erkenntnis bei W. v. O., Breslavia 1913; E. Hochsantor, Studien zur Metaphysik und Erkenntnislehre des W. v. O., Berlino 1917; S. Moser, Grundbegriffe der Naturphilosophie bei W.
v. O., Innsbruck 1932; E. Moody, The logic of W. of O., Londra 1935. Per ulteriore bibl., cf. op. cit. del Baudry, pp. 295-306; G. A. De Brie, Bibl. philosophica, 1934-43, I, Bruxelles 1950, pp. 218-19. In particolare: per l'interpretazione del pensiero di O., cf. Abbagnano, op. cit.; C. Giscon, G. d'O., a voll., Milano 1941; R. Guilluz, Philos. et théol. chez G. d'O., LovanioPatigi 1947 (molto notevole); G. N. Buescher, The eucharistic teaching of W. O., Washington 1950; B. Nardi, G. di O., in Annuario dei Centenari, Milano 1950, pp. 249-56; id., Il problema della verità, Roma 1951, p. 37 sgg. Per il pensiero scientifico, fondamentali: A. Maier, An der Grenze von Scholastik u. Naturwissenschaften, Essen 1943; id., Die Vorläufer Galileis im 14. Jahrh., Roma 1949; id., Zwei Grundprobleme der scholast. Naturphilos., ivi 1951. Le predette opere non concernono solo O. ma altresi l'influsso esercitato da lui sul pensiero posteriore. Bruno Nardi
OCCASIONALISMO. - Corrente filosofica, che sviluppa la filosofia cartesiana, risolvendone il dualismo (v.) con l'attribuire soltanto a Dio la causalità efficiente, e agli esseri finiti una causalità puramente "occasionale".
Ai successori di Cartesio si presentava il grave problema di giustificare e spiegare il rapporto fra due sostanze (la res cogitans e la res extensa) non soltanto distinte, ma del tutto eterogenee l'una all'altra, essendo l'estensione soggetta a una rigorosa causalità meccanica e il pensiero tale da sussistere per sé, indipendentemente dal mondo corporeo. Cartesio si era limitato ad accettare la corrispondenza fra gli eventi fisici e poichici, empiricamente; i suoi successori si trovarono impegnati dall'esigenza di conferirle un fondamento filosofico. Hobbes (v.), Spinoza (v.) e Leibniz (v.) risolvono il dualismo rispettivamente in un meccanistismo naturalistico, in un monismo assoluto e in un pluralismo spiritualistico, uscendo così dall'ambito del cartesianismo. Gli occasionalisti invece si adoperarono a risolvere il problema in senso me-tafisico-religioso, tenendo ferma, anzi accentuando la distinzione cartesiana delle sostanze. Nell'opera Corporis et animae in homine coniunctio di J. Clauberg (v.) è negata ogni connessione diretta fra corpo e anima; essendo, secondo la tradizione platonica, le idee più perfette delle cose e non potendo la causa essere inferiore all'effetto, i moti del corpo sono, secondo la terminologia stoica usata dal Clauberg, causae procatarcticae, in quanto dànno solo "occasione" al manifestarsi delle idee, che lo spirito ha sempre in sé virtualmente. L. de la Forge (v.) nega non soltanto la possibilità di un influsso reciproco fra anima e corpo, ma l'azione di un corpo sull'altro, rilevando come l'idea chiara e distinta di corporeità, cioè, secondo la dottrina cartesiana, di estensione, non implichi la proprietà della forza motrice; i movimenti di un corpo e le volizioni di uno spirito individuale sono causae occasionales di altri movimenti solo perché la causa motrice principale, Dio, agisce sui corpi secondo le leggi del moto e assoconda le volontà degli spiriti, nei limiti della libertà che ha loro concesso. Analogamente per G. de Cordemoy (v.) alla natura delle sostanze finite non appartiene necessariamente il rapporto di causa ed effetto, mentre tutte dipendono dalla libera causalità divina.
La prima formulazione dottrinale dell'o. si deve ad A. Geulincx (v.); come Cartesio egli prende inizio dall'autocoscienza, rilevando come essa non implichi la conoscenza del modo come l'io pensante possa determinare i movimenti del proprio corpo o agire su corpi esterni, né del modo come si formino nella mente le rappresentazioni indipendenti dalla volontà umana. In base al principio che non si può agire se non avendo chiara coscienza della propria azione ("quod nescio quomodo fiat, id non facis"), conchiude che l'uomo è soltanto spettatore, non attore di quelle manifestazioni delle quali non conosce chiaramente l'origine. E necessario quindi attribuirne la causa a un'altra sostanza spirituale (essendo escluso l'influxus physisus) dotata di volontà cosciente; essa non può essere che Dio : i corpi divengono cosi gli strumenti della causalità divina.' In un primo tempo il Geulincx ammise, con la maggior parte degli occasionalisti, che Dio intervenisse con una serie di atti distinti a determinare i singoli rapporti fra la sostanza spirituale e la sostanza corporea. Ma, di fronte alle difficoltà che sorgevano da
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questa posizione, in particolare per ciò che riguarda il peccato, non riferibile a un intervento diretto e specifico di Dio, Geulincx attribuil la coincidenza dei fatti fisici con quelli psichici alla sapienza preordinatrice di Dio, ricorrendo al noto paragone dei due orologi, che funzionano con perfetta sincronia, senza essere in reciproco rapporto causale, ma per un accordo loro, inizialmente conferito dall'artefice. Togliendo ogni facoltà d'azione ai singoli esseri corporei e spirituali, il Geulincx tende a negarne anche la sostanzialità, considerando i corpi come modi di un'unica sostanza estesa e gli spiriti come modi dello Spirito divino. L'o. assume cosil un carattere decisamente mistico e ciò appare soprattutto evidente nell'etica di A. Geulincx: massima virtù è considerata la umiltà, alla quale si giunge attraverso la conoscenza di sé (a inspectio et despectio sui ${ }^{\text {) }}$ ); la vita morale è pura interiorità, piena dedizione a Dio, poiché ogni rapporto con il mondo esterno è illusorio e privo di valore (vubi nil vales, ibi nil velis v). Per ciò che riguarda la conoscenza, il Geulincx critica la gnoseologia del realismo aristotelicocollastico, affermando che le cose, quali sono in sé, rimangono per gli uomini inconoscibili. La gnoseologia occasionalistica viene approfondita dal massimo rappresentante dell'o., N. Malebranche (v.), nella sua opera principale De la recherche de la vérité (1675). Anche il Malebranche accentua il dualismo cartesiano, negando la possibilità di un influsso reciproco fra esseri spirituali e corporei, anzi senz'altro qualsiasi forma di attività autonoma negli esseri finiti; Dio agisce direttamente su di essi, senza valersi di alcuno strumento. Su queste basi viene prospettato il problema della conoscenza. La vera conoscenza consiste nella chiara percezione delle idee da parte dell'intelletto, indipendentemente dalle sensazioni e dalle passioni, che sono le principali fonti di errore. Il problema fondamentale riguarda perciò l'origine delle idee; esse non possono provenire dagli oggetti esterni, per la incomunicabilità fra spirito e materia, né essere prodotte dall'anima, priva di creatività, né essere innate, poiché lo spirito finito non potrebbe contenerne l'infinità. Si possono quindi concepire soltanto come presenti in Dio e la conoscenza ne è resa possibile soltanto da un rapporto diretto di partecipazione con la mente divina. Come i corpi finiti sono nello spazio, cosi gli spiriti finiti sono in Dio, che è il luogo degli spiriti. Non v'è quindi inclinazione o aspirazione dell'anima umana che non sia, in ultima analisi, amore di Dio, anche se per un errore dei sensi e un arbitrio della volontà venga fraintesa. Malebranche ammette infatti nell'uomo la libertà, ma come mistero. Anche la conoscenza di Dio e l'autocoscienza (in contrasto con il razionalismo cartesiano) hanno un carattere mistico: di Dio non si può avere un'idea chiara e distinta, sebbene Dio sia il primo oggetto del pensiero; l'autocoscienza (v.) ha un valore intuitivo e coincide con la coscienza della partecipazione alla Divinità. Soltanto le conoscenze di tipo fisicomatematico sono puramente razionali, riferendosi all'idea chiara e distinta di estensione, ma esse sono possibili soltanto perché Dio agisce nel mondo fisico seguendo le vie più semplici, secondo leggi universali, che rimangono costanti con il variare delle cause naturali (occasionali). La speculazione razionale coincide perciò ancora con la vita religiosa.
Numerosi furono i cartesiani che si fecero seguaci dell'o. di Malebranche; fra questi: F. Lamy, monaco benedettino; R. Fedè, matematico e fisico; il padre gesuita P. André, discepolo di Malebranche e strenuo difensore della dottrina di lui; in Italia M. Fardella. L'o. suscitò gravi polemiche negli ambienti filosofici e religiosi del tempo. Soprattutto i cartesiani di Port-Royal avversarono le dottrine di Malebranche, il quale dovette sostenere una lunga disputa con l'Arnauld (v.) intorno al Traité de la nature et de la grâce.
Bibl.: per indicazioni generali: Uberweg. III, pp. 261-69, 663-64 (con bibl.); Fl. De Matteis, L'o. e il suo sviluppo nel pensiero di N. Malebranche, Napoli 1936; A. Covotti, Storia della filosofia. Gli occasionalisti, Geulincx-Malebranche, ivi 1937. Per i singoli autori v. inoltre alle rispettive voci; su Malebranche
bibl. recente in G. A. De Bric, Bibl. philosophica 1934-43, I. Bruxelles 1930, pp. 363-67. M. Elena Reina
OCCASIONE DI PECCATO. - I. Nozioni. Per o. di p. propriamente si intende una circostanza di persona, cosa, luogo, esterna al soggetto, la quale alletti alcuno al peccato, rendendone facile l'esecuzione. L'o. di p. implica dunque due elementi essenziali, l'uno fuori del soggetto, ed è la circostanza allettante, la cui presenza esercita un'influenza particolare sull'individuo, l'altro nel soggetto stesso, ed è la disposizione generale o personale al peccato in oggetto. L'o. di p. differisce dal pericolo, perché quest'ultimo ha un significato più ampio ed include anche le varie inclinazioni interne (tentazioni, abitudini, passioni, naturale fragilità, ecc.), e perché il pericolo è piuttosto un effetto dell'occasione la quale crea il pericolo.
La vita moderna ha moltiplicate le o. di p.: stampa, rapporti con persone senza fede, matrimoni misti, o con persone ostili alla vita cristiana, scuole neutre o miste, moda, impieghi, e lavori promiscui, sale da ballo, cinematografo, spettacoli diversi, tutte cause che, unite ai cattivi esempi, al rispetto umano o debolezza personale, sono causa di contagio morale.
Secondo il grado di influsso che esercita sul soggetto, l'o. d. p. è remota, se crea un pericolo di peccare leggero; prossima, se crea un pericolo probabile di peccato grave, sia per tutti (occasione assoluta) sia per un individuo determinato per le sue particolari disposizioni (occasione relativa).
L'occasione prossima è presente (continua) o assente (non continua), secondo che l'occasione sia attuale e permanente presso il soggetto, o esiga un accesso (andata, incontro, ecc.). L'o. di p. prossima può essere inoltre libera (volontaria) o necessaria, secondo che il soggetto possa abbandonarla o meno senza grave danno, incomodo o scandalo. Un libro, un ritrovo, un divertimento sono occasioni libere, anche se la persona possa averne utilità; la convivenza famigliare, militare, carceraria sono occasioni necessarie. La stessa cosa può per un individuo essere occasione libera e per un altro occasione necessaria, p. es., un impiego, una relazione.
Ci si deve guardare dalle illusioni di giudizi personali, non essendo alcuno buon giudice in causa propria, specie se c'è di mezzo qualche passione o utilità (cf. le proposizioni condannate in merito in Denz-U, nn. 1141, 1211-13).
II. Norme per l'attività morale. - L'occasione prossima libera di peccato grave, presente o assente, si deve sotto pena di peccato grave evitare o allontanare anche fisicamente. E chiaro infatti che questa occasione costituisce grave pericolo di peccato, e insieme non vi è motivo sufficiente per esporci al pericolo, che è removibile soltanto con il distacco. Quest'obbligo particolare nasce dall'obbligo generale di usare conveniente diligenza nell'assolvere il proprio dovere. Si può anche concedere che usando i mezzi atti per resistere cessi l'obbligo di allontanare l'occasione, purché però con tali mezzi l'occasione divenga remota. Soggettivamente può darsi pure che il soggetto non abbia o non possa formarsi la coscienza della gravità del pericolo; ci si trova allora di fronte ad una coscienza falsa, che occorre illuminare.
Non si è obbligati a evitare fisicamente l'occasione prossima, moralmente necessaria, di peccato, purché la si renda remota con l'uso di mezzi efficaci (preghiera, vigilanza, Sacramenti, mortificazione, meditazione, penitenza, ecc.). In tal caso non mancherà la grazia di Dio per non cadere, tenuto presente che solo il consenso costituisce di per sé colpa, non già il pericolo.
La difficoltà sta nel vagliare i casi dubbi circa la necessità morale, la prossimità dell'occasione, l'efficacia dei mezzi. In caso di incertezza non si può parlare di obbligo grave, ma di consiglio. Specialmente nell'ipotesi di occasione prossima relativa o necessaria moralmente la discrezione deve suggerire di esigere quel tanto che la persona è in grado di dare; p. es., anche una diminuzione di cadute.
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BinL: oltre alle opere di teologia morale, nel trattato De Poenitentia, cf. A. Berardi, De recidivis et occasinmariis, II, Facnza 1897: B. Merkelbach, Quaestiones de variis poenitentium categoris, Liegi 1928, pp. 44-53; P. Napholu, De vera pressione oc. ensionis peccati natione, in Periculica de re mor., can., lit., 21 (1932), pp. 1-34; 129-57; Fr. Ter Haar, De ocensionaris et recidivis, $2^{\circ}$ ed., Torino 1939: E. Thainiry, Oevasion, Occasinonaires, in DThC, XI, coll. 905-11; M. Fabregas, De obligazione vituadi probabile periculum percendi, in Periculica de re mor., can., lit., 39 (1940), pp. 20-43; E. Rauwès, S'exposer au péché, c'est pêcher, in Rev. dincés, de Namur, 3 (1948), pp. 214-22. Sisimo da Romallo
## OCCULTISMO : v. METAPSICHICA.
OCCUPAZIONE. - E uno dei modi di acquisto originario della proprietà, anzi il primo di essi anche storicamente ed il più importante alle origini della società. Consiste nell'apprensione di una cosa che non ha padrone (res nullius) con l'intenzione di ritenerla come propria (animus occupandi). In senso tecnico-giuridico questo genere di o. è la riduzione di una res nullius nel proprio potere di fatto al fine di farla propria di diritto con la conseguenza di acquistarne la proprietà. Tale fatto si rivela veramente idoneo a determinare in concreto il diritto di proprietà. Con l'o., infatti, non si viola alcun diritto di altri, in quanto si tratta di cose prive di proprietario. In essa, inoltre, è inerente l'animus di possedere la cosa per sé. Per tale ragione, sempre a presso tutti i popoli, l'o. è stata ritenuta come titolo sufficiente per l'acquisto della proprietà sulle res nullius.
Il fondamento etico della o. sta, dunque, nel principio di diritto naturale secondo cui la cosa di nessuno o anche abbandonata (vacua possessionis) cede al primo occupante.
Per i moralisti, perché l'o. sia un titolo legittimo per l'acquisto della proprietà, devono sussistere le seguenti condizioni: 1) si abbia un oggetto idoneo, che sia cioè moralmente e fisicamente suscettibile di apprensione e di esclusivo possesso e che sullo stesso non vi sia già un altro titolo di proprietà (altrimenti si perpetrerebbe un furto) e che sia in commercio, cioè che possa entrare nei rapporti giuridici patrimoniali; 2) ci sia la materiale ed effettivo presa di possesso; questa tuttavia può essere fisica o morale secondo la natura della cosa o secondo quanto dispongono gli ordinamenti giuridici positivi. Questa apprensione deve consistere quindi nella effettiva disponibilità della cosa; 3) ci sia l'intenzione (animus) di far propria la cosa; senza questa intenzione l'oggetto starebbe in mano della persona come starebbe in qualsiasi altro luogo, suscettibile di nuova apprensione da parte di chiunque.
Oggetto di o. - 1. Possono essere oggetto di o. anzitutto alcune categorie di animali. Questi si sogliono distinguere in animali selvatici (fera), inselvatichiti (offerata), mansuefatti (cicurata), domestici (mansueta).
Costituiscono oggetto di o., cioè di caccia, soltanto gli animali selvatici o inselvatichiti viventi nello stato di naturale libertà. Gli animali mansuefatti non sono oggetto di caccia, se non quando, guadagnando la libertà, tornano ad essere res nullius.
Nel diritto italiano per alcuni animali mansuefatti (ad es., api, conigli, pesci : art. 924 sgg .) vige una disciplina particolare. Il proprietario può inseguirli entro un certo lasso di tempo; se non li insegue o cessa dall'insc. guilli, perde la proprietà a beneficio del padrone del fondo dove essi si sono fermati, salvo che gli animali stessi vi siano stati attratti con inganno (in questo caso mancherebbe la buona fede che legittima l'acquisto degli animali). 2. Secondo il diritto naturale, sono suscettibili o. anche i cosiddetti bona vacantia, quei beni cioè che non sono appartenuti ad alcuno o che hanno perduto il vincolo con il proprietario. Il Codice civile italiano ammette l'o. solamente nei riguardi dei beni mobili (art. 923). Per gli immobili il Codice stabilisce che,
non appena restano senza titolare, si acquistano immediatamente dallo Stato, entrando a far parte del suo patrimonio (art. 827); per il Codice del 1865 l'o. era possibile anche nel caso di beni immobili. 3. Possono essere oggetto d'o. le cose che il padrone ha abbandonato (res derelictae) con l'anima di non considerarle più come sua proprietà. Nel dubbio questa intenzione non può presumersi perché è rarissima. Abitualmente si considerano come cose abbandonate le spighe, l'ura, le noci ecc. che rimangono sul campo dopo la raccolta. Non sono da considerarsi res derelictae né le cose abbandonate in occasione d'incendio, di occupazione o di incursione aerea, né le cose gettate via da chi si trova in particolari pericoli (per es., naufragi, terremoti ecc.); né i relitti dei naufraghi, finché vi è per loro speranza di ricuperarli (le legislazioni civili di alcuni paesi, Francia, Inghilterra, Stati Uniti confermano questo diritto naturale. In Italia, gli artt. 510-13 del Codice della navigazione, nel caso di ritrovamento dei relitti di mare o dal mare gettati in località del demanio marittimo, dettano una disciplina analoga a quella di cui agli artt. 927 e sgg. in merito alle cose smarrite. Per il ritrovamento di aeromobili e di relitti di aeromobile v. gli artt. 993-95 del Codice della navigazione). 4. Possono ancora formare oggetto di o. le cose smarrite (res nuper amissae). Per diritto naturale, la cosa smarrita rimane di proprietà di colui che l'ha smarrita, finché rimane la speranza di poterla ritrovare. Quindi è doveroso osservare le norme stabilite in merito dalle leggi civili. Per diritto naturale colui che trova una cosa altrui non è tenuto per giustizia a raccoglierla e conservarla; qualche volta però può esservi obbligato ex coritate. Chi l'ha presa ne diventa depositario e deve restituirla al legittimo proprietario, appena conosciuto, potendo esigere un giusto compenso. Usata la debita diligenza per individuare il proprietario e questo non comparendo, il ritrovatore-depositario può ritenere come sua la cosa; ciò si giustifica, nel diritto naturale, per il duplice principio secondo cui il dominio delle cose è stato introdotto perché si usasse di esse e nel caso in cui, avendole smarrite, ciò fosse impedito, le cose stesse diventassero, dopo un certo tempo (trascorso il quale non c'è più la speranza di ritrovarne il proprietario) cursuse possessionis per permettere ad altri di poterne godere. 5. Per il diritto naturale il tesoro, inteso come res nullius, appartiene totalmente a colui che lo ha ritrovato. Altrettanto si dica delle miniere. Tuttavia le legislazioni civili pongono alcune limitazioni in vista del bene comune (v. tesoro). 6. Per il diritto o consuetudine di pascolo e di legnazione, si deve notare : se esiste un diritto, anche in forza di consuetudine legittima, si è allora di fronte all'esercizio di un diritto, e non è il caso di parlare di o. Fuori di questa ipotesi, per diritto di natura niente si può sottrarre dalle selve o dai pascoli senza il consenso del padrone. Questo vale anche se il diritto di legnazione o di pascolo appartiene alla comunità, che ne disciplina l'esercizio per i singoli; chi agisce contro pecca o gravemente o lievemente, secondo i casi. Tuttavia gli autori notano : a) se le erbe o le piante crescono liberamente, si richiede maggior quantità del solito per costituire materia grave; b) occorre in ciò attendere alla volontà anche solo presunta del padrone ed alle consuetudini locali, che hanno creato spesso una specie di diritto in favore dei poveri per rami secchi, piante inutilizzabili, come ginepri ecc. Chi raccoglie però non deve recar danno.
L'o. trova la sua regolamentazione anche nell'ambito del diritto internazionale prevalentemente sotto le ipotesi di o. bellica (per cui v. guerra; getlletg) e coloniale (per cui v. COLONIAR, DIRITTO; COLONIZZAIzione).
Bin.: A. Vermeersch, Quaest. de iustitia, Bruges 1904: E. Escanciano, De occupatione bonorum in locis belli causa desertis, in Period. de re mor., can., lit., 27 (1938), pp. 281-95. Per la parte morale, v. poi testigli teologia morale, al trattato De iustitia, ad es., V. Heyden, Tractatus de iure et iustitia, $5^{\circ}$ ed., Malines 1950, p. 173 sgg. Per il diritto civile, v. D. Barbero, Sistema istituzionale di dir. priv. ital., I. Torino 1949, p. 681 sgg.: F. Messineo, Manuale di dir. civ. e commerciale, H. 1, Milano 1950, p. 316 sgg .
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OCEANIA - 1) Confine di Stato; 2) confine degli Stati della Confederazione custodisce e delle colonie; 3) confine di circoscrizione ecclesiastica. Si vedano anche le cartine riprodotte alle voci ecclesiale; mensuali; incolumila.
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Oceania - Sviluppo dei maggiori gruppi d'Isole (Figi, Salomone, Samoa, Marchesi, Nuove Ebridi, Tonga, della Società, Marianne).
OCEANIA. - I. Geografia. - In senso lato s'intende con questo nome il continente australiano e il mondo insulare che lo accompagna, comprese le isole sparse nell'Oceano Pacifico a S. del Tropico del Cancro (cioè una superficie emersa di poco meno di 9 milioni di kmq., con 12,5 milioni di ab.); in senso proprio, questo solo mondo insulare, che occupa ca. I $1 / 4$ milioni di kmq., con $31 / 2$ milioni di ab. Qui l'O. viene considerata in questa seconda e più ristretta accezione (v. anche: aUSTRALIA).
Il limite occidentale dell'O. può essere fissato mediante una linea che, movendo dal Mar di Arafura, passi fra le Aru e le Kei, lasci fuori le Molucche e le Filippine e continuando all'incirca sul $130^{\circ}$ E. Greenw., oltrepassi il Tropico del Cancro per abbracciare l'intero arcipelago delle Hawai. Di qui, con direzione SE., la linea taglia l'Oceano fino a raggiungere, oltre il Tropico del Capricorno, le Isole Sala y Gomez e di Pasqua e corre quindi
a mezzodi in modo da raggiungere le Isole Macquarie, la Nuova Zelanda con le sue pertinenze fisiche, e traversare infine il M. dei Coralli e lo Stretto di Torres. In tal modo i punti estremi dell'O. sono: $30^{\circ} 30^{\prime} \mathrm{N}$. (Isola Gange) - $55^{\circ} \mathrm{S}$. (Isole Macquarie); $129^{\circ} \mathrm{E}$. (Isole Spice, ad O. di Misol) - $103^{\circ} 30^{\prime}$ O. Greenw. (Isole Sala y Gomez). Le distanze che ne risultano (e che superano gli $85^{\circ}$ di latitudine ed i $125^{\circ}$ di longitudine), tuttavia, se possono servire a dar un'idea della grande dispersione delle isole dell'O., non debbono far dimenticare che la maggior parte di esse si trova a S. dell'Equatore e raggruppate in arcipelaghi, e che questi si fanno meno frequenti via via si procede da O. verso E.
La suddivisione tradizionale parla di: 1) Melanesia (a Isole dei Negri n), o Macronesia (a Grandi isole n), per le isole che recingono a NE. l'Australia dalla Nuova Guinea alla Nuova Caledonia ed alle Figi, dove sono territori montagnosi ed abitano i Melanesi o Papua; 2) Micronesia (a Piccole isole v) per gli arcipelaghi che vanno
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Ula P. Seatti, I popoli della terra, Torino III, 89, 1971 OCEANIA - Case costruite su alber in Melanesia.
dalle Palau alle Ellice (Bonin, Marianne, Caroline, Marshall, Gilbert); 3) Polinesia ( 4 Molte isole s) per gli sciami di isole che recingono a semicerchio i due precedenti settori, stendendosi dalle Hawai alla Nuova Zelanda (Samoa, Tonga, Marchesi, Isole della Società, Paumotu, ecc.).
Delle isole minori, quelle basse corrispondono di regola ad atolli (scogliere coralline sorte su rilievi sottomarini racchiudenti spesso lagune), più numerose ad E. ed a N.; quelle alte e montuose a costruzioni vulcaniche (vi sono almeno una trentina di edifici attivi da epoca storica), le più elevate delle quali si trovano nella Nuova Guinea, nelle Hawai e nella Nuova Zelanda. Frequenti sono anche le eruzioni sottomarine.
Le condizioni climatiche variano assai meno di quanto non farebbero presumere le differenze di latitudine, ma con evidente divario fra le grandi isole, dove si hanno anche forme subcontinentali o continentali, e le piccole, in cui, nonostante le varietà locali, dominano forme oceaniche, con temperatura costantemente elevata, deboli escursioni annue e diurne, e precipitazioni più o meno copiose. Tali climi assumono naturalmente abito equatoriale fra $10^{\circ} \mathrm{N}$. e $15^{\circ} \mathrm{S}$., subequatoriale ai due lati dei Tropici fino a $10^{\circ} \mathrm{N}$. oltre quello del Cancro, fino al $15^{\circ} \mathrm{S}$. oltre quello del Capricorno, e finalmente con carattere temperato, meglio conferente al Bianchi, nell'emisfero meridionale a S. del Tropico (N. Zelanda) o nell'estremo E., dove l'influenza dell'aliseo si fa sentire tutto l'anno. Tipico il contrasto fra i quadranti di levante, battuti dagli alisei e perciò con vegetazione rigogliosa (foresta pluviale), e quelli di ponente, dove la siccità o la minore umidità consentono appena la savana o la steppa.
La vegetazione è povera di specie, e si impoverisce ancor più negli arcipelaghi orientali. Le piante più comuni sono le palme, il pandano, la mangrovia, il sandalo, l'albero del pane, le felci, ecc., ed in primo luogo la palma da cocco, il cui frutto costituisce il principale articolo d'esportazione. Parimenti povera la fauna terrestre, alla quale mancano, come in Australia, i grandi mammiferi, mentre sono eccezionalmente ricche l'avi e l'ittiofauna.
La popolazione ( 4,3 milioni di ab.) è assai irregolarmente distribuita : ca. i $9 / 10$ sono concentrati nella Nuova Zelanda (più di $2 / 3$ ), nella Nuova Guinea (oltre $1 / 3$ ) e nelle Hawai. Nelle piccole isole le densità attingono cifre sempre modeste ( 9 a a kmq . nelle Samoa americane) : le eccezioni corrispondono ai pochi casi in cui si abbia sfruttamento di risorse minerarie (fosfati, oro : a Nauru la densità supera i 160 ab. a kmq.). Gli indigeni formano la quasi totalità della popolazione; indigeni derivati tutti, probabilmente, da un tipo trasmanoide primitivo, ma poi differenziati in più gruppi e raccolti, di solito, in tre rami: Papuani, Melanesiani e Polinesiani. Di questi i due primi, che vivono nelle isole occidentali, sono caratterizzati da dolicocefalia, statura media, colorito bruno, capelli neri a spirale e naso largo e schiacciato, mentre i Polinesiani, stabiliti nei lontani arcipelaghi orientali, hanno pelle più chiara, statura più elevata e capelli lisci e ondulati. Il contatto con i Bianchi, fattosi intenso solo dopo l'inizio del sec. xix, ha dovunque ridotto il numero degli indigeni, aggravando, ad onta della recente immigrazione di elementi di colore (per lo più Gialli), la deficienza di braccia che ha ostacolato e continua a ostacolare il razionale avvaloramento delle risorse dell'O. Queste del resto, specie pel sottosuolo, sono tuttora ben lontane dall'essere conosciute. D'altronde lo sviluppo economico e civile presenta, com'è naturale, grandi differenze da parte a parte : nelle isole maggiori, p. es., è patente il contrasto fra il rapido e brillante sviluppo raggiunto dalla Nuova Zelanda e lo stato ancora primitivo in cui è tenuta la Nuova Guinea, che è pure di tanto più grande e più ricca (né le ragioni di questo ritardo sono solo di carattere climatico). Lo sfruttamento del mondo insulare dell'O., iniziato con il taglio dei boschi, la caccia alle balene ed alle foche, si è poi concentrato nel settore agricolo, dove, accanto alle piante indigene (frutta tropicali), è cresciuto il numero di quelle introdotte da altre regioni (riso, cacao, caffè, cotone, agrumi, ecc.), sebbene il costo dei trasporti resi necessari dalle grandi distanze inceppi una efficiente espansione commerciale.
Spagna, Olanda, Inghilterra e Francia furono in ordine di tempo le prime a porre piede sui territori insulari dell'O.; ma sul finire del secolo scorso vi facevano il loro ingresso anche la Germania (1884: Arcipelago di Bismarck, Isole Salomone, N. Guinea di N. E.; 1888: Nauru; 1898: Marianne; 1899: Caroline), e gli Stati Uniti (1898: Hawai e Guam; 1899: Samoa), mentre la Spagna abbandonava le proprie posizioni (dopo la disgraziata guerra contro gli Stati Uniti, conclusa con il Trattato di Parigi del ro dic. 1898); in ultimo, il posto della Germania, vinta nella prima guerra mondiale, veniva preso dal Giappone (mandato sulle Marianne, escluso Guam, le Caroline, le Marshall, e le Palau con Yap), eliminato però anch'esso a vantaggio degli Stati Uniti, dopo la seconda guerra mondiale. Attualmente, passata ai due Dominions dell'Australia e della Nuova Zelanda la maggiore e migliore parte dei possessi britannici, gli Stati Uniti si sono assicurati una situazione che, senza poter essere definita di privilegio, bilancia ad ogni modo nettamente l'influenza di tutte le altre potenze. Con una buona metà della Nuova Guinea (l'unico parte delle Indie Olandesi rimasta fuori dell'Unione Indonesiana), l'Olanda conserva in O. una posizione eccellente, più favorevole ad un ulteriore sviluppo (agricolo, minerario e industriale) di quella della Francia e fors'anche della stessa Inghilterra, ridotta ormai al possesso dei soli arcipelaghi centrali. Gli Stabilimenti francesi d'O. comprendono gli arcipelaghi - in tutto un centinaio di isole più orientali della Polinesia, tra l'80 e il $28^{\circ}$ S. ca., e cioè (precedendo da N. a S.): le Isole Marchesi ( 1271 kmq.), le Tuamotu o Puamotu, o Basse (il più sparpagliato e numeroso degli arcipelaghi; $885 \mathrm{kmq}$.); le Isole della Società ( 1647 kmq .), in cui è Tahiti ( 1042 kmq .) che raduna da sola ca. la metà della popolazione di tutti gli Stabilimenti; le Tubusi o Australi, le Gambier, Rapa e Montotiri. Complessivamente $3998 \mathrm{kmq} . \mathrm{e} 56$ mila ab., per lo più Maori con nuclei di francesi cinesi e indocinesi. La sede del governatore della Colonia è in Papeete, nell'Isola Tahiti.
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1. - Gran Bretagna - 2. Francia - 3. Stati Uniti - 4. Portogallo.
ETNOGRAFIA

1. Zone disabitate - 2. Indosuropei - 3. Australiani - 4. Papua - 5. Polinesiani - 6. siani e micronesiani.
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DENSITÀ E POPOLAZIONE

1. Aree disabitate - 2. meno di 2 ab. per hnq. - 3. da 1 a 20 ab. per hmq. - 4. da 10 a 25 ab. per hmq. - 5. da 25 a 30 ab. per hmq. - 6. oltre 30 ab. per hmq.
ATTIVITÀ ECONOMICA

1. Regioni aride - 2. Forme di economia primitiva (raccoglitori, cacciatori, pescatori, ecc.) - 3. Zone pastorali - 4. Zone agricolo-pastorali - 5. Principali zone industriali - 6. Principali zone minerarie - 7. Principali zone di pesca - 8. Ferrovie.
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Nel quadro che segue, che ordina il mondo insulare dell'O. secondo le attuali pertinenze politiche, i territori dati in amministrazione fiduciaria sono contrassegnati da asterisco. Non potendosi, per ragioni di spazio, indicare i nomi di tutte le isole comprese nelle diverse unità amministrative, si sono trascurati quelli delle isole minori, cui si riferisce l'abbreviazione dp ( - dipendenze).
Ripartizione politica dell'O.
(1952)
| Isole e territori | Superficie in kmq. | Popols zione |
| :--: | :--: | :--: |
| Territ. di Papua | 234.490 | 304.000 |
| Isole Norfolk | 39 | 1.000 |
| * Territ. della Nuova Guinea | 240.870 | 1.007 .000 |
| * Isole Nauru | 22 | 3.000 |
| O. Australiana | 475.421 | 1.315 .000 |
| Nuova Zelanda | 267.8