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sconosciuta.

Lo si ricorda nel diritto canonico come primo glossatore del Decretum di Graziano e paleae furono dette le sue interpretazioni e annotazioni. Sopravvivendo al maestro, fu il caposcuola dei decretisti (v.). Rioni in una Summa la sua opera di glossatore (ca. 1140-48; 1143-44 secondo altri). Scrisse anche alcune bistoriae, cioè illustrazioni di passi della S. Scrittura riferiti già nel Decretum o proposti come esempi. Pur nell'incertezza di dati concreti, le paleae permettono di annoverarlo fra i migliori interpreti del Decretum.

Bial.: A. Mocci, Documenti ined. sul canonista P., in Atti Accad. ai scienze di Torino, 40 (1905), p. 316 sgg., A. van Hove, Prolggomena, $2^{\circ}$ ed., Malines-Roma 1945, pp. 427, 433, 441.

PAULICIANI. - Eresia di carattere dualistico-gnostico, nell'Impero bizantino. Il nome p. è stato dato alla setta dagli avversari, o per un loro supposto nesso con le dottrine di Paolo di Samosata (come tende a dimostrare il Comybearc), o secondo uno dei loro primi capi, un armeno di nome Paolo, o poiché la setta ostentò un particolare entusiasmo per l'apostolo Paolo, mentre vennero da essa respinti gli scritti di Pietro.

Furono chiamati anche neo-manichei poiché il loro dualismo rigoroso doveva ricordare le analoghe concezioni manichee (e marcionite); i p. stessi protestarono vivamente contro l'asserzione di una tale dipendenza e furono sempre pronti ad anatematizzare Mani. Occorre però tenere presente che la setta, come già i Messaliani (v.), non esitò a dissimulare e a rinnegare le proprie dottrine nei tempi della

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persecuzione. Essi stessi si chiamarono semplicemente "cristiani a, mentre riservarono il nome di a romei a ai cattolici.

L'origine della setta è oscura. Come suo fondatore viene considerato un certo Costantino (chiamato Silvano, secondo l'uso dei p. di dare ai propri capi i nomi di collaboratori dell'apostolo Paolo), oriundo delle vicinanze di Samosata e che propagò le sue idee verso la metà del sec. vir a Kibossa, nelle regioni dell'Armenia, mentre altri capi agivano nella Licanria e nella Frigia. Dopo la morte di Costantino (lapidato dopo 37 anni di governo) gravi discordie interne agitarono la setta per parecchi decenni. L'atteggiamento dell'autorità imperiale verso la setta fu oscillante. Qualche imperatore, particolarmente Niceforo I (802-11), si era mostrato non sfavorevole ai p., che si erano rivelati buoni soldati e che perciò furono arruolati nell'esercito imperiale e trasferiti nelle regioni minacciate dalla pressione bulgara, nella capitale o nella Tracia. Ma sotto l'imperatore Michele (811-13) riprese la decisa repressione della setta, continuata da Leone V (813-20) e con particolare severità eseguita sotto Teodora (842-56). Una grande parte dei p. si rifugiò allora in territorio persiano, donde commisero ogni sorte di vessazioni contro le province limitrofe bizantine finché furono definitivamente sconfitti dall'imperatore Emilio I (871). Fozio si gloria, nella sua enciclica dell'a. 866 , di aver ricondotto molti p. della capitale all'ortodossia. Nella Tracia i p. sembrano avere sopravvissuto nei bogomili (v.), nell'Armenia nel movimento dei thondraci (prima metà del sec. 12), I p. ritenevano di formare la vera chiesa cattolica; la loro dottrina fondamentale sta nella netta distinzione tra il Creatore e Signore di questo mondo ed il Dio celeste, autore degli spiriti. Essi negeño, conseguentemente, la Incarnazione; Cristo è, secondo essi, un angelo da Dio chiamato Figlio e mandato al genere umano; pertanto respingono il Vecchio Testamento, i Sacramenti (il vero Battesimo si dovrebbe trovare nelle parole di Cristo, ed esse sole sarebbero anche la vera cena preparata dal Signore), come respingono anche la gerarchia ecclesiastica e il monachismo; invece dalla Croce e delle immagini sacre si deve venerare il Vangelo poiché contiene le parole di Cristo; i p. pretesero, insomma, di rappresentare un cristianesimo più puro e più spirituale. Simili movimenti si sono manifestati nell'Armenia fino ai tempi recenti.

Dini.: Petrus Siculus, Hist. haeresens Manichararum qui et Pauliciani: PG 104, 1239-1304; id., Sermones contra Paulis., ibid., coll. 1309-49; Euthymius Zigabcnus, Panaglia dogmatica, tit. 24 : PG 130, 1189-1243; Karapet Ter-Martischian, Die Paulicianer im byzantinis. Kaiserreich u. verwandte hetzerische Erscheinungen in Armenien, Lipsia 1803 (ivi anche le fonti armene); Fr. Convivace, The Key of Truth. Manual of the Paulician Church of Armenia, Oxford 1898; V. N. Sharenkoff, A study of Manicharism in Bulgaria, Nuova York 1927; G. Cront, La lutte contre l'héresie en Orient jusqu'au $I N^{e}$ siècle, Parigi 1923; V. Grumel, Les regestes des actes du patriarcat de Constantinople. I. fasc. 11, Les regestes de 713 d 1043, Kadi-Kōo (Calcedonia) 1936; E. Gregoire, Les Paulicians et l'iconocisane, in Mélanges Cumani, Bruxelles 1936, pp. 723-30. Agostino Mayer

PAULOWICH-LUCICH, Stefano. - Vescovo, n. a Macarsca (Spalato) il 7 ag. 1790 , m. a Cattaro il 28 febbr. 1853. Inviato a completare i suoi studi nel Seminario di Padova, vi fu ordinato sacerdote nel 1814. Dal 1815 al 1823 visse a Spalato, svolgendovi ministero pastorale e attività didattica, per essere quindi ammesso all'Istituto di sublime educazione ecclesiastica a Vienna, fondato dall'abate Frint, parroco di corte, al fine di perfezionare nella sacra teologia i migliori sacerdoti dell'Impero absburgico.

L'anno successivo ebbe l'incarico dell'assistenza religiosa ai prigionieri politici italiani dello Spielberg e durò in tale missione per lo spazio di quattro anni, attraverso dieci successivi soggiorni a Brno. Prevalsero forse sul P. in quest'ufficio preoccupazioni politiche e nazionaliste e pur non sussistendo la gratuita accusa di aver infranto il segreto della confessione, sono certo da deplorare lo scorso tutto del P. coi detenuti, le indagini più poliziesche che sacerdotali, l'interferenza con le autorità politiche e carcerarie, i consigli di severità rivolti all'Imperatore anche
quando il sovrano era disposto a clemenza : il che risulta, oltre che dalle accuse mossegli da vari prigionieri nelle loro memorie (Pellico, Maroncelli, Pallavicino, Confalonieri e specialmente Andryane), anche dai documenti ufficiali degli Archivi di Moravia.

Cappellano sulico nel 1825 , fu nel 1827 nominato da Francesco I vescovo di Cattaro, secondo il diritto allora vigente, e confermato da Leone XII il 28 genn. 1828. Il P. prese possesso della sua diocesi nell'autunno successivo, ma nel 1833 , in seguito ad una rigorosa inchiesta condotta dal nunzio a Vienna, Gregorio XVI ne ordinò la rimozione, perché il P. si dimostrava troppo ligio alle autorità civili, con grave pregiudizio dei diritti della Chiesa. A fatica Francesco I ottenne che al P. venisse risparmiata una misura così grave e che la S. Sede si accontentasse di accettarne le dimissioni.

Bim.: V. Brunelli, Mons. S. P.-L.. in Riv. Dalmatica, 2 (1902, v); le citate memorie autobiografiche dei prigionieri dello Spielberg e in partic. le Mie prigioni di S. Pellico a cura di D. Chiattone, Saluzzo 1907, pp. 400-406; D. Scioscioli, Il dramma del Rinascimento sulle vie dell'esilio, II, 1, Roma 1941, pp. 210-11; documenti ufficiali inediti presso il Comitato naz. di studi spielberghiani. Renzo U. Montini

PAULSEN, Friedrich. - Filosofo, n. a Langenborn (Slesia orientale) il 16 luglio 1846, m. a Stoglitz (Berlino) il 14 ag. 1908. Iniziò in Erlangen gli studi di teologia che lasciò nel 1867 per iscriversi alla Facoltà filosofica di Berlino, dove ebbe maestro il Trendelenburg. Insegnò a Berlino dal 1878.

Opere principali : Einleitung in d. Philos. (Berlino 1892; trad. it. di L. Gentilini, Torino 1911); I. Kant (Stoccarda 1892; trad. it. di R.-A. Sesta, Palermo 1914); System der Ethik (2 voll., Berlino 1896); Philosophie militans gegen Klericalismus und Naturalismus (ivi 1901; trad. it. di L. Guglielminotti, Torino 1907).

Merito principale del P. è di aver diffuso il pensiero di Kant, da intendersi non solo come il distruttore delle precedenti ideologie, ma anche come il difensore dei diritti della metafisica, in quanto lo sforzo verso il trascendente è generato dall'insufficienza della scienza empirica ed è l'anima della filosofia : se la filosofia non fosse anche una fede, una tendenza alla sfera che sta oltre la cognizione pura, si ridurrebbe ad essere una semplice scienza o un complesso di scienze (cf. Einleitung .... trad., it., pp. 1-36; F. Tocco [v. bibl.], p. 455).

Il P., che aderì al libero pensiero, ha parole amare contro la tradizione religiosa che prende alla lettera la narrazione biblica, ma, come lo Hegel, finisce per intendere la religione come espressione simbolica di quanto la filosofia insegna speculativamente (Gegen Klericalismus, ecc., pp. 81-91). La Chiesa cattolica è criticata come retrix e conservatrice, incapace di comprendere lo sviluppo del mondo moderno.

Bim.: F. De Sorio, Saggi filosofici, Torino 1896, pp. 323-313; F. Tocco, La filosofia di F. P., in Nuova ontologia, 150 (1896), pp. 429-438; F. P., An Autobiography, trad. e edizione di Th. Lorenz, Nuova York 1938; Th. Lorentz, An untramneled mind: F. P., in The American scholar, 4 (1945), pp. 160-74: altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexikon, II, Berlino 1930, pp. 253-57. Enzo Maccagnolo

PAULUS, Nikolaus. - Teologo, n. a Krautergersheim (Alsazia) il 6 nov. 1853, m. a Monaco il 23 genn. 1930. Studiò a Strasburgo e nel 1878 fu ordinato sacerdote. Ritiraiosi a Monaco ( 1885 ) dopo un periodo di ministero, si dedicò tutto agli studi, laureandosi in teologia nel 1896. Approfondi il problema delle indulgenze, smontando, sulla base di fonti per lo più inedite, inesattezze, dicerie e falsità tramandate in scritti di protestanti e di cattolici.

Delle sue opere son particolarmente degne di nota: 7. Tetzel, der Ablassprediger (Magonza 1899) : vita e dottrina sulle indulgenze del famoso contemporaneo di Lutero; Die deutschen Dominikaner im Kumpfe gegen Luther, 1518-63 (Friburgo in Br. 1903); Hexenwahn u. Hexenprozess vornehmlich im 16. Jahrhondert (ivi 1910) : studio sul comportamento dei riformatori e dei cattolici riparado alle streghe; Protestantismus u. Toleranz im 16. Jahrhun-

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dert (ivi 1911): la tolleranza religiosa è frutto non delle teorie protestanti, ma delle circostanze createsi in seguito alla scissione, favorita dall'ambiente culturale del Rinascimento e maturata pienamente al tempo della Rivoluzione Francese. Particolare importanza ebbero gli studi che il P. pubblicò man mano sulla natura e la storia delle indulgenze a cominciare da: Der Ablass für Verstorbene (in Zeitschr. für kathol. Theol., 24 [1900], pp. 1-36, 249-66), in cui dimostra che nel 1457 fu concessa per la prima volta la facoltà di applicare l'indulgenza per i defunti; Die Ablüsse der Kreuzwegandacht (in Theologie u. Glaube, 5 [1913], pp. 1-15): contesta l'autenticità di alcune indulgenze concesse a pellegrini di luoghi santi; Zum Verstündnis eigentümlicher Ablassurkunden (in Histor. Jahrbuch, 34 [1913], pp. 293-327): con l'indulgenza i papi non intendono rimettere la colpa, ma solo la pena dovutale; Der erste Jubiläumsablass (in Theol. u. Glaube, 5 [1913], pp. 461-74); Das Jubilium vom Jahre 1350 (ibid., pp. 332-41); Vollkommene Ablüsse auf Grund des sogenannten Beichtbriefes (ibid., pp. 724-38): dalle cosiddette confessionalia o litterae indulgentiales, e dall'assoluzione a culpa et a poena del confessore, dotato di facoltà di applicare l'indulgenza plenaria, può essere sorta l'opinione che, anche fuori del Sacramento, l'applicazione dell'indulgenza rimette la pena e la colpa; Die Anfänge des Sterbesablasses (ibid., 6 [1914], pp. 8-25): storia dell'indulgenza in articulo mortis; queste parziali ricerche hanno il coronamento nella Geschichte des Ablasses im Mittelalter ( 3 voll., Paderborn 1922-23): storia completa di questo importante capitolo della teologia cattolica.

Bim.: recension delle opere: L. Pfleger, N. P., in Historisches Jahrbuch, 30 (1932), pp. 204-26; H. Bissemann, N. P. ein Meister des inneren Lebens, in Zeitschr. f. Ausee u. Mystik, 6 (1931), pp. 193-219; P. Pfleger, N. P., ein Priester u. Gelehrtenleben (1853-1930), Kevelser 1931: id., v. v. in LThK, VIII, col. 51 .

Vito Zollini
PAUMANN, CONRAD. - Compositore ed esecutore di musica organistica, n. ca. il 1410 a Norimberga, m. a Monaco il 24 genn. 1473. Cieco dalla nascita, fu organista di S. Sebaldo in Norimberga verso il 1446; nel 1467 si stabilí a Monaco come organista del duca Albrecht III. Era anche valente suonatore di liuto, flauto ed altri strumenti.

La sua opera principale è il trattato Fundamentum organisandi magistri Conradi Paumanni Ceci de Nuerenberga anno 1452 (Wernigerode, Bibl. del princ. Stolberg, ma. Zb 14) contenente preludi ed altri pezzi per organo suoi e di altri autori; stampato in facsimile da K. Ameln nel 1925; trascrizioni uscirono nel 1867, a cura di F. W. Arnold e H. Bellermann, e nel 1926 a cura di Ameln ed Escher-Lott. Il trattato è tra i più antichi esempi della letteratura organistica tedesca e, con l'opera di Ad. Ileborg von Stendal (1448), uno dei capisaldi della notazione strumentale di quel periodo. Vi si trovano preziose indicazioni per le alterazioni cromatiche, per i segni di abbellimento (mordente, ecc.), per i valori metrici delle lettere (la notazione alfabetica era riservata per la mano sinistra, mentre le note figurate erano per la mano destra), che costituivano parte vitale della intavolatura tedesca per organo. Sebastiano Virdung (1511) e Martin Agricola (1529) considerano P. inventore della intavolatura tedesca per liuto.

Bim.: H. Abele, Erinnerungen an einen grossen Münchener Tonmeister, Monaco 1910; J. Wolf, Handbuch der Hunstionskunde, II, Lipsia 1919, pp. 13-18, 38, 449; A. Schnorr, Der Busheimer Orgelbuch, in Zeitschr. für Musikwissenschaft, 4 (19211922), pp. 1-10; A. Schering, Grack. der Musik in Beispielen, Lipsia 1927; G. Kinsky, Storia della musica attraverso l'immagine, Milano 1930, p. 74, figg. 1, 3; W. Apel, The notation of polyphonic music, Cambridge, Mass. 1940, pp. 44-47; Luisa Cervolli.

PAUPERISMO. - Fenomeno di natura sociale per il quale in un determinato periodo storico e in un determinato territorio una parte della popolazione viene a trovarsi in modo generale e continuato in condizioni economiche tali da rendere ad essa estremamente difficile il soddisfacimento dei più elementari bisogni.

Una certa estensione del fenomeno e la sua con-
tinuità contraddistinguono, quindi, il p. dalla semplice povertà (v.) o, meglio, contraddistinguono la diversa visuale con la quale il fenomeno della carenza dei beni di fronte ai bisogni viene considerato.
I. P. permanente e temporaneo. - Benché, infatti, il p. sia fenomeno che, sia pur limitato, è sempre sussistito in ogni tipo di società e che indubbiamente non sparirà nemmeno nel futuro, quando però esso storicamente ha colpito una determinata società, ha inciso su larga parte della popolazione e per un periodo più o meno lungo, ma comunque continuativo. Precisato questo, è possibile distinguere due forme di p.: l'una a carattere permanente e l'altra a carattere temporaneo. Il p. permanente è il fenomeno per il quale in ogni tempo e in ogni società, quindi anche in quelle economicamente più evolute, è sempre esistito, come ancora sussiste, un numero più o meno elevato di individui viventi in condizioni di indigenaa; e ciò in dipendenza del fatto che nessuna società umana, per perfetta che sia, giungerà mai ad eliminare tutte le circostanze che possono far cadere un individuo in condizioni di miseria. Malattie, disgrazie, rovesci finanziari, ecc., uniti ad altre circostanze per le quali l'intervento mitigatore della società diviene difficile addirittura nullo, costituiscono situazioni di fatto che non potranno mai mancare e che, anche se apparentemente isolate e indipendenti, determinano, nell'ambito di una massa di milioni di individui, un fenomeno continuativo di natura preoccupante. Naturalmente, se il p. permanente può assumere forme che si possono chiamare normali, soprattutto perché di portata limitata, esso assume, in determinati paesi, carattere bene diverso. Ciò in dipendenza soprattutto di situazioni particolarmente sfavorevoli presentate dall'ambiente fisico ed economico del paese stesso, nonché del grado di capacità, da parte dei suoi abitanti, di superare le resistenze che l'ambiente stesso presenta. Cosi un territorio che si presenti scarso di risorse naturali e però abbondante di popolazione sarà indubbiamente un paese caratterizzato dalla esistenza di un grave p. permanente. Così ancora, un paese nel quale pregiudizi di casta o di classe hanno determinato profonde scissioni fra la società, vede necessariamente sorgere, nell'ambito delle caste o classi cosiddette inferiori, paurosi fenomeni di p.
P. temporaneo è, invece, quello determinato da eventi o fenomeni a carattere eccezionale e straordinario e che, come tale, permane normalmente fino a quando durano gli effetti di tali eventi o fenomeni, sia che tali effetti si esauriscano di per sé, sia che essi vengano eliminati da interventi esterni. Tali sono, p. es., le guerre, le crisi economiche, i cataclismi naturali (inondazioni, terremoti, ecc.) distruttori di ogni sorta di beni. Così è facile che, a causa delle crisi economiche le quali si ripetono, come ormai è stato accertato, con una determinata frequenza ciclica, si determinî un p. permanente che, a sua volta, può essere accentuato dalle conseguenze di una guerra (si veda, p. es., il periodo compreso fra le due guerre mondiali). Così pure là dove determinati cataclismi naturali si ripetano con una notevole frequenza (come, p. es., le inondazioni e le pestilenze in alcuni paesi orientali), è chiaro che il p., anche se originariamente di natura temporanea, si trasforma in p. permanente.

Permanente o temporaneo, il p. è fenomeno gravido di notevoli conseguenze. Anzitutto esso determina a lungo andare un peggioramento dello stato fisico delle varie categorie colpite, il quale a sua volta provoca una diminuzione delle facoltà intellettuali, nonché frequenti squilibri sul piano morale, per cui, in definitiva, si ha una flessione generale della personalità umana.
II. Intravvierto dello Stato. - Gravi sono poi le conseguenze nei confronti della società. Questa, infatti, vede accrescersi il numero di coloro che vengono a trovarsi sempre meno atti a contribuire alla vita economica, politica e sociale del paese, e turbano la tranquillità interna del paese stesso con il divenire facile preda e massa di manovra di correnti ideologiche e politiche estremiste e sovvertitrici del-

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l'ordine costituito. Da ciò il problema di ogni tempo di provvedere ad eliminare o almeno a ridurre il p .

Naturalmente, in dipendenza della maggiore o minore maturità sociale delle varie comunità politiche, tale azione fu ed è ancora oggi di natura ed efficacia molto diversa. In linea di massima è possibile distinguere un intervento della società che tende unicamente o prevalentemente ad eliminare il p. senza incidere sulle cause che l'hanno determinato, da un intervento che, pur non ignorando la situazione reale e contingente, cerca di individuarne le origini e di studiare i mezzi per eliminarne o attenuarne preventivamente gli effetti. Storicamente si può senz'altro affermare che la società è gradualmente passata, sia pur non sempre in modo continuativo, da una concezione unicamente repressiva del p., se non addirittura delle sole conseguenze di esso, ad una concezione più ampia per la quale essa cerca di evitare il sorgere del fenomeno stesso, oppure di ridurre la portata di esso o, infine, prevedendole, di ridurne le conseguenze.

È chiaro che quando si parla di società in questo caso, ci si riferisce anzitutto alla società politicamente organizzata, cioè allo Stato cui infatti spetta il compito della tutela di quei cittadini che, con le sole proprie forze, non sono in grado di provvedere al soddisfacimento dei più elementari bisogni. Ed in effetti si constata come dalla semplice concessione di viveri o di altri beni di prima necessità (p. es., le famose frumentationes di Roma antica) lo Stato passi, nel medioevo, e soprattutto nell'età moderna, in cui parecchi fattori aprono la strada a nuove forme di economia che creano masse ingenti di disoccupati, a tipi vari di interventi economici allo scopo di tutelare le categorie meno abbienti (p. es., tutta la politica dei calmieri e, in genere, la politica annonaria, le leggi per la repressione del vagabondaggio, nonché la costituzione di centri di raccolta e di assistenza dei miserabili o addirittura di centri di lavoro) nonché, infine, dopo la non breve parentesi del periodo liberista, durante la quale lo Stato ritorna, nei riguardi del p., ad una funzione puramente assistenziale, a quell'ampia politica sociale instaurata oggi da quasi tutti gli Stati diretta, in gran parte, alla prevenzione o alla repressione o all'attenuazione delle conseguenze del p.; nonché alla stessa più ampia politica economica quando essa abbia di mira la creazione di condizioni di ambiente tali da rendere minime le possibilità del sorgere del p.
III. Altre iniziative eliminatrici del p. - Ma, oltre che per mezzo dell'organizzazione statale, la società ha provveduto in ogni tempo in molti altri modi a tale compito : dalle iniziative dei singoli suoi componenti, all'ampia funzione assistenziale svolta prima, soprattutto dai monasteri e poi dalle corporazioni medievali d'arti e mostieri, alle società di beneficienza e di assistenza, agli ospizi, ecc., è tutto un fiorire di organismi e di enti che direttamente o indirettamente mirano a ridurre le proporzioni del p. L'ispiratrice di tutte le iniziative del genere è stata in ogni tempo la Chiesa cattolica, guidata dal superiore precetto della carità.

Bbai. I. M. Moreau-Christophe, Du preblème de la misère chez les peuples anciens et modernes, Parigi 1851; J. Niceforo, Les classes pauvres, ivi 1905; B. K. Gray, History of english philanthropy, Londra 1905; W. Bowles-A. R. Burnett-Hurst, Livelibend and poverty, ivi 1919; A. C. Pigou, Economia del benessere (Nuova collana degli economisti), trad. it., Torino 1934, passim. V. inoltre la bibl. alla voce carita. Giuseppe Mira
PAVIA. - Città e diocesi, capoluogo della provincia omonima in Lombardia.

Su di una superficie di 290 kmq . ha una popolazione di 141.348 ab. dei quali 141.298 cattolici, distribuiti in 98 parrocchie di cui 15 urbane; ha 200 sacerdoti diocesani e 25 regolari, un seminario, 6 comunità religiose maschili e 73 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 313). E suffraganea di Milano.
I. Storia. - Le origini della città si debbono alle tribù liguri dei Levi e dei Marici, fusi con sopravvenuti Galli prima della conquista romana, che ne fece un «Municipium insigne s ascritto, nel 23 a. C., alla tribù Papiria.
![img-0.jpeg](img-0.jpeg)
(da A. Silvopoi, Monnacata christiana, loc. III, Pavia, Cittè del Vaticano 1855, loc. I)
Pavia - Carme sepolcrale del vescovo Etnodio (m. nel 521). Pavia, chiesa di S. Michele.

Del fiume Ticinus, la città fu detta Ticinum sino al sec. viI d. C., quando cominciò a chiamarsi Papia.

Le origini cristiane si fanno risalire all'avvento del primo vescovo s. Siro, che una tradizione volle identificare nel fanciullo che offerse a Gesù i pesci e i pani della moltiplicazione; ma quel vescovo non è anteriore al sec. Iv, ed ebbe sepoltura nella chiesa cimiteriale dei SS. Gervaso e Protaso sino al sec. Ix. Nel sec. v illustrò la sede s. Epifanio e pater patriae s, salvatore della città quando re Odoacre vi catturò l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo (476). Durante il dominio gotico fu vescovo Etnodio (312-21), il retore poeta, mentre Severino Biezio (v. ), nello vager Calventianus s, stese carcerato il De consolatione philosophiae e subì l'estremo supplizio (525). Occupata dai Longobardi (572), P. ebbe per loro un vescovo ariano, l'ultimo dei quali, Anastasio, si fece cattolico; e sulla fine del sec. vir il vescovo Damiano promosse la riconciliazione degli Aquileiesi dissidenti (cf. Carmen de synodo Ticinensi: Fliche-Martin-Frutaz, V, p. 425). La città, che i Longobardi costituirono loro capitale, grazie anche al mercato fiorentissimo, raggiunse un'alta potenza politica ed economica, che crebbe sotto i re italici e gli imperatori di casa rassone, quando, sanate le rovine dell'invasione degli Ungari (924), fu sede di diete, concili e coronazioni regali. Nell'823 fu centro degli studi; «Seconda Roma» e «Mundi caput imperiale»; il vescovo ebbe l'uso del pallio e della croce alzata, che conserva tuttora, mentre non raggiunse quel primato politico che altrove i vescovi ottennero. Ai concili celebrativi intervennero talvolta i papi stessi (Giovanni VIII, Gregorio V, Benedetto VIII, Leone IX).

Distrutto, alla morte di Enrico II il Santo (1024), il Palazzo reale, si iniziò lentamente il reggimento a comune, ed al vescovo, che nella sua Curia da secoli ospitava le riunioni dei cives (cCuria episcopi ubi Papienses faciunt cuntionem s), fu riconosciuto qualche potere ed emanò diplomi d'una certa solennità feudale, così che questo fu, pure nei suoi limiti modesti, il massimo potere politico

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raggiunto dal vescovo nella sua città. In questo periodo la diocesi raggiunse i suoi più vasti confini sull'Oltrepo, in conformità con quelli del comune ghibellino, che ottenne dal Barbarossa un diploma di riconoscimento, che ne è come la «Magna Charta» (1164). A questo periodo ancora può riferirsi la redazione definitiva della "Charta consuetudinum», la quale da secoli regolava l'attivita del Capitolo cattedrale, in gore, per importanza, con quello insigne della basilica palatina di S. Michele; e ancora, per donazioni di sovrani, la potenza del vescovo, tanto limitata nella città, si estese invece a parecchie terre sull' Oltrepo, del piacentino, del milanese, che gli giurarono fedeltà, come a signore. E finalmente, in questi medesimi secoli è una fioritura di chiese del nuovo stile lombardo, che in P. assume una caratteristica tutta sua. Come, nella sola città, si contano tra collegiate e parrocchiali cento chiese nel I250, cosi vengono ospedali per malati poveri e per viandanti, essendo la città sull'incrocio di grandi arterie romane statali. Semnonché, a mano a mano che il comune
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(per cortesia di mano. A. P. Frutaz) Pavia - Veduta acrea della Certosa.
va affermandosi e sorgono nuove necessità di offesa e difesa contro le città vicine, prima tra tutte Milano, il vescovo vede sempre più contrastate le immunità del suo clero e dei monasteri e contesa la sua stessa dimora confinante con la sede, sempre più imponente, del comune; onde l'esilio volontario e la morte del vescovo s. Lanfranco (1198), e i severi richiami ai pavesi di Innocenzo III (1208). Che, se la potenza politica del vescovo sembra risalire, ai primordi del sec. xiri, con s. Fulco nominato rettore capo di un triumvirato sulla città, essa è di origine imperiale, soggetta perciò alle mutazioni conseguenti alla rapida decadenza di quest'autorità in Italia, anche nella stessa ghibellina P. Nella decadenza, fatale, del comune, e nel sorgere della signoria, la città, che prima è contesa tra il marchese di Monferrato e i Langosco e i Beccaria, finisce con il cadere sotto i Visconti, con i quali, del resto, s'intiaia quel primo Rinascimento, cui appartengono le origini della Certosa e il Castello. Nei primi tempi, il prepotere della parte marcabotta (ghibellina), favorevole a Lodovico il Bavaro, sulla parte fallabrina (guelfa), provoca lo sdegno di Giovanni XXII, che lancia l'interdetto sulla città (1327), durato un secolo e mezzo. Tuttavia, malgrado questi dissensi di natura politica, non sembra che alcuno dei mille moti ereticali di allora vi allignasse, come infatti appare da una preziosa Descriptio Papiae, stesa nel 1330 dal pavese prete guelfo Opicino de Canistris, fuggiasco ad Avignone presso Giovanni XXII, davanti al quale egli vuol mettere in buona luce i suoi concittadini. Ai danni incalcolabili delle guerre della fine del sec. xv e dei primi decenni del xvi, culminati con la battaglia di P. del 1525 in cui Francesco I cadde prigioniero, e con il sacco di P. del 1527, s'aggiunsero le tristi conseguenze della non residenza durata un secolo ( $1460-1580$ ) dei vescovi, dei quali uno fu il card. Ascanio Sforza, che pose, con il fratello Lodovico il Moro, la prima pietra della presente Cattedrale ( 1488 ); un altro fu il card. G. B. Del Monte, poi Giulio III. Sorsero allora l'ospedale S. Matteo, celeberrimo, fondato nel 1449 da fra' Domenico da Catalogna, dei Predicatori, e il Monte di Pietà, fondato nel 1493 dal b. Bernardino da Feltre, dei Minori, contro le usure degli ebrei.

Nella seconda metà del sec. xvi reggono la diocesi il card. Ippolito De Rossi, che erige il Seminario, e s. Ales-
sandro Sauli, ambedue riformatori nella luce del Concilio Tridentino; la vita religiosa viene purificata; e l'erezione di due collegi gratuiti per studenti universitari, il "Borromeo" e il "Ghislieri", per lo solo di s. Carlo e di s. Pio V, rispettivamente ( 1564 e 1569 ), documenta la riforma dei costumi e la tutela della dottrina cattolica. Un tentativo di introdurre le dottrine eretiche dovuto a Celio Secondo Curiano, lettore dell'Università, era già stato, dopo qualche resistenza degli studenti, stroncato. Accanto ai Benedettini, i più antichi ospiti, agli Eremitani di s. Agostino, ai Canonici Lateranensi, ai Domenicani, agli UmiJlati, ai Minori, si stabiliscono gli Ordini più recenti: i Cappuccini, i Burnabiti, i Somaschi per gli orfani, sotto la direzione dello stesso s. Girolamo Emiliani e dei patrizi pavesi Marco Gambarana e Vincenzo Trotti; i Gesuiti per le scuole. La lunga dominazione spagnola( $1535-1714$ ) vide l'opera di buoni vescovi, come il Landrumi, Francesco Biglia, insigne per la resistenza vittoriosa ai Franco-Savoiardi assedianti invano, nel 1655, la città; il Pertusati, il card. Durini, intenti all'applicazione dei decreti tridentini e particolarmente agli sviluppi delle Scuole della Dottrina cristiana. Tra i vescovi più recenti si ricordano i monss. Tosi, L. M. Parocchi (v.) poi cardinale, G. Ballerini (v.) e Riboldi.

L'Austria, succeduta alla Spagna in Lombardia, recò le riforme del giurisdizionalismo civile in campo ecclesiastico, con la creazione tipica del Seminario generale nel quale Giuseppe II volle concentrati gli alunni di tutti i seminari della Lombardia austriaca, sotto i professori Tamburini, Zola e minori. Questo Seminario, durato solo cinque anni ( 1786 -91), fu di grave pregiudizio materiale per la diocesi, la quale aveva dovuto erigere, in quel quinquennio, un altro seminario oltre il Ticino, a Valenza di Alessandria, per i suoi chierici sudditi del re di Sardegna, il quale non tollerava che questi si recassero a scuola in uno Stato straniero dove, per giunta, non si insegnava la "germana thomistica doctrina". In dipendenza degli avvenimenti politici che avevano portato a punto i confini piemontesi sino al Ticino, la diocesi, che giungeva sino al Siccomario, alla Lomellina, all'Oltrepo sin quasi a Bobbio, e in alcuni luoghi dei territori di Asti, di Acqui, d'Alessandria, di Tortona, di Piacenza, di Lodi e di Milano, comprendendo 187 parrocchie, veniva smembrata a vantaggio specialmente di Vigevano e di Tortona e ridotta, nel lato sud, entro i confini segnati dal Ticino e dal Po. Nel sacco del 1796, rinnovante gli errori del 1527, il vescovo Bertieri implorò, con la municipalità, venia dall'adirato Bonaparte alla misera P., dove una parte dei cittadini e dei contadini accorsi, ribellatisi ai giacobini, avevano tenuto in scacco, per qualche giorno, il presidio francese.
II. Monumenti sacri. - La diocesi di P. è ricca di monumenti cospicui per l'antichità e per l'arte.

1. Basiliche. - Del gruppo di basiliche lombarde la prima è S. Michele, originariamente tutta in azonaria, a tre navi, a croce latina, a tre fronti cariche di bassorilievi. L'interno, con matronei sulle navi minori, con tiburio su trombe a due riprese, offre musaici e un crocifisso d'argento (sec. IX o XI). Della primitiva Basilica cristiana, l'attuale, dei secc. XI e XII, conserva il ricordo delle coronazioni regali dei due Berengari, di Ugo e Lotario, di Ar-

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duino, di Enrico il Santo e del Barbarossa. S. Pietro in Cielo d'oro ( ad coelum aureum n, dal soffitto d'oro) come chiomavasi già la primitiva del sec. v o vi, cui successe l'attuale, consacrata da Innocenzo II 1132), è ricordata da Dante (Pur., X), dal Petrarca (Sen., V), dal Boccaccio (Dec., $\mathrm{X}, 97$; è in arenaria e mattoni, a tre navi; nella cripta, una piccola arca marmorea di stile ravennate custodisce le ossa di Severino Boezio, venerato come martire (m. nel 525). Nel presbiterio, l'arca con le reliquie di s. Agostino, con la data 1362 , probabile opera di maestri comproneri influenzati dai pisani. S. Teodoro, tutta in cotto, a tre navi, della fine del sec. xit, offre affreschi di Bernardino Colombani (sec. xvI) con storic dei ss. Teodoro e Agnese, e una veduta di P., del 1522 ; la cripta si estende anche sotto le navi laterali. S. Lanfranco, fuori città, a croce latina, in cotto, del sec. xili, con l'arca di s. Lanfranco, di Gaov. Ant. Amadeo (sec. xv), e un quattrocentosco delizioso chiostrino a terrecotte, pure dell'Amadeo. Notevoli per importanza le chiese gotiche del Carmine (sec. xiv) tutta in cotto, con ricca decorazione del Rinascimento; e di S. Francesco (secc. xili-xiv). Nella periferia, la basilica del Salvatore, già abbazia benedettina (sec. xv).
2. Il Castello, il parco e la Certosa. - Il Castello, o più propriamente Palazzo Viscontco, iniziatosi nel 1360 , per ordine di Galeazzo II Visconti, ebbe rapido compimento sotto la direzione di Bernardo da Venezia. Le grandiose sale, dei Visconti e degli Sforza, duchi di Milano e centi di P., oggi restaurate, sono degna sede dei civici musei. Al termine nord del grande parco e a coronamento di esso, Gian Galeazzo Visconti dava principio, il 27 ag. 1396, dedicandola alla Vergine, alla Certosa, nella quale egli volle la sua sepoltura. Iniziata gotica con le absidi, fini, più di un secolo dopo, nelle forme più eleganti del Rinascimento, con la fronte ricoperta di marmi policromi e di bassorilievi dell'Amadeo, dei Mantegazza, del Briosco, veri orafi del marmo (secc. xv-xvi). L'interno è gotico a tre navi, di Guiniforte Solari (sec. xv), con pilastri a fascio in pietra grigia d'Angera. Tra i pittori del sec. xv e inizi del xvI, sono il Bergognone, che vi trionfa con la decorazione delle vòtte e con tre pale d'altare: il Perugino, Cristoforo de Motis, Macrino d'Alba, Andrea Solari, Bernardino Luini; tra i secenteschi, il Morazzone, il Del Cairo, G. B. Crespi, Daniele Crespi, che fresco tutto il coro, e Camillo Procaccini. Tra gli scultori dei secc. xv-xvi, Cristoforo Solari con le statue giacenti di Lodovico il Moro e di Beatrice d'Este, Cristoforo Romano con l'edicola funeraria di G. Galeazzo, Baldassarre degli Embriachi con il trittico criselefantino; Maßiolo da Carrara; e i secenteschi Bussola, Rusnati, Volpino e Orsolino, con i loro palli d'altare a bassorilieva; la famiglia dei Sacchi (sec. xviII) lavorò gli altri polli a intarsi di pietre dure. Il coro ligoso, pure a intarsi, è tra i più cospicui del Rinascimento. La decorazione dei due chiostri, a terrecotte squisite, è del cremencse Rinaldo de Stauris. Nella sacrestia nuova, ove troneggia un'Assunta di Andrea Solari, sono disposti i corali del sec. xvi (seconda metà), calligrafo il monaco vallombrosano Benedetto da Corteregia, miniatore Guarnerio Beretta, pavese. I Certosini, espulsi per le leggi eversive del 1866, riammessi con una convenzione nel 1932, lasciarono il monastero, nel 1947, ai Carmelitani Scalzi : i quali ora officiano la Chiesa nei giorni festivi, a comodo dei fedeli.
3. La Cattedrale. - E monumento magnifico del Rinascimento lombardo, ed alla sua costruzione vanno congiunti i nomi del Bramante, di Leonardo e dell'Amadeo. Iniziata il 29 giugno 1488 , sul luogo delle due cattedrali più antiche lombarde, iemale ed estive, venne compiuta a croce greca (m. 85 x 85 ) nel 1933. L'interno imponente, a cupola su gallerie (m. 95), con una cripta a tre navi di chiare linee bramantesche, ha tele notevoli di Daniele e G. B. Crespi il Cerano (sec. xviI), del Faruffini e del Barbotti (sec. xix) e del Morgari (sec. xx); e sculture di Tommaso Orsolino (sec. xviI) ornanti l'altare di S. Siro, del quale si venerano le ossa in una urna preziosa. Nella piazza, che si disse sempre "atrio di S. Siro ", è la statua equestre di misteriose origini, rifusa nel 1937, del «Regisole», già palladio della città; la torre, del sec. xit, memore dei fatti del Comune, con il tardo coronamento del
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Pavia - Castello Visconteo (1560-65).
Pellegrini (sec. xvi); e il Palazzo vescovile eretto da Ippolito de Rossi (sec. xvi) dopo che i vescovi ebbero cessato di abitare dietro il Duomo, attigui all'antica sede del comune, e in contesa con esso.
4. L'Università di P. - Le sue origini si vogliono porre in relazione con il Capitolare di Olona dell'anno 825. Essa ebbe inizio con l'insegnamento del monaco irlandese Dungallo; illustrata da Lanfranco, maestro di s. Anselmo d'Aosta, favorita da privilegi papali del periodo avignonese, riconosciuta da Carlo IV (1361), ebbe nel vescovo, per cinque secoli, il suo gran cancelliere, il quale conferiva le lauree. Tra gli ecclesiastici vi insegnarono pure Tommaso Vio Caetano, il Della Rovere (Sisto IV), s. Alessandro Sauli, il gesuita Gerolamo Saccheri e il b. Contardo Ferrini. L'attuale fabbrica del Piermarini e del Pollack è del sec. xviri, quando l'Università raggiunse tale splendore da meritare alla città il nome di "risorta insubre Atene" (cf. G. Parini, La laurea). I "portici solenni" accolgono ricordi marmorei dei maestri più insigni (Baldo Perugino, Gianni del Maine, Andrea Alciato, Spallanzani, Mascheroni, Volta, Romagnosi, Foscolo, Bordoni). S. Carlo vi fu studente, alla scuola di Francesco Alciato. La Biblioteca, il cui fondo più antico è costituito dalle librerie dei monasteri soppressi, è ricca di codici ed edizioni rare.

I due collegi Borromeo e Ghislieri (l'uno e l'altro architettura del Pellegrini) ospitano gratuitamente, per munificenza rispettivamente dei ss. Carlo e Pio V, più di un centinaio di studenti di condizione disagiata. Affreschi vivaci dello Zuccari e del Nebbia ( 1605 e 1604) illustrano i fasti di s. Carlo nel collegio Borromeo, ove il primo studente accolto fu Federico Borromeo e il b. Contardo Ferrini (v.), principe dei romantati, fu il più grande. Diocesano di P. fu il card. Maffi (v.). - Vedi tav. LXXIII.

Bibs.: M. F. Ennodio, Vita Epifanii episcopi Ticinensis, in MGH, Aust. Antiq., VII, pp. 84-109; Paolo Diocono, Historia Langobardorum (ibid., Script. rerum Langobard.), pp. 7-11; Liatprando, Opera, ibid., Script., III, p. 364 sgg.; C. Prelini, S. Siro, Pavia 1880 e 1890; C. Magenta, I Visconti e gli Sforza nel castello di P., Milano 1882; id., La certosa di P., ivi 1897; Fr. Magani, Ennodio, Pavia 1886; id., Cronotassi dei vescovi di P., in Appen. al VI Simulo disc., Pavia 1894; P. Moiraghi, Mem. e docum. per la storia di P. e suo principato, Pavia 1895-97; C. Merkel, L'Epitafo di Ennodio e la basilica di S. Michele in P., in Mem. dell' Arcad. dei Lincei, Roma 1896, pp. 1-141; R. Maiocchi e N. Coescea, Codex Diplomi. Ordinis Eremit. S. Augustini Papiae, 1903-13; R. Maiocchi e A. Moiraghi, S. Damiano vescovo di P., ivi 1910; id., L'almo collegio Borromeo. S. Carlo studente a P., ivi 1912; id., Federico Borromeo e gli inizi del collegio Borromeo, ivi 1916; Lanzoni, v. indice; Opicini de Caniortis, Libellus de

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Pavone - Due pavoni affrontati su un vaso, due ancore e due delfini. Graffito del sec. iv su lastra marmorea sepolcrale, proveniente dal cimitero di Pretestato - Roma, Museo Lateranense.
descriptione Papie, ed. F. Gianani, Pavia 1927; E. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1300. Lambardia, II, parte $2^{\text {a }}$. Bergamo 1922; A. Solmi, L'amministraz. fannziario del Regno Italico nell'alto medioevo in P., con l'ed. degli Intributa regalia Camere regum Langobardorum seu Honorantie Civ. Papie, Pavia 1932; F. Gianani e O. Modesti, Il duomo di P., ivi 1932; E. Hoff, P. und seine Bischöfe im Mittelalter, ivi 1943; P. Vaccari, Storia dell'Univ. di P., Pavia 1948; Profilo star. di P., $4^{\circ}$ ed., ivi 1950 ; inoltre il Boll. stor. pavese (1803-94), la Riv. di Sc. stor. (1904-10) e il Boll. della Soc. pavese di stor. patria (1901-51); per l'epigrafia cristiana v. A. Silvagni, Monumenta chistiana, fasc. III, Papia, Città del Vaticano 1943. Faustino Gianani
III. Concilio di P. - Nel 1423 veniva a scadere il termine di 5 anni fissato dal Concilio di Costanza per un nuovo concilio a P.; Martino V, assecondando le sollecitazioni dell'Università di Parigi, lo fece aprire dai suoi legati il 23 apr. Il 21 giugno il duca di Milano fece capire che la peste rendeva impossibile ai pochi prelati presenti il soggiorno a P., dove non s'era tenuta nessuna sessione solenne; perciò i legati trasferirono il Concilio a Siena dove si aprì il 21 luglio. Martino V non vi intervenne e dissensi di varia natura, anche a proposito della riforma della Chiesa, impedirono ogni proficua conclusione, sicché il 7 marzo 1424 il Concilio fu sciolto determinando che esso si sarebbe radunato a Basilea nel 1431.

Bibl.: R. Maiocchi, Il Concilio generale di P. del 1413, in Rivista di scienze storiche, 1907, pp. 406-11; Hefele-Leclercq, VII, pp. 610-47. Pio Paschini
PAVILLON, Nicolas. - Vescovo, n. a Parigi il 17 nov. 1597 , m. ad Alet $1^{\circ} 8$ dic. 1677.

Coadiuvò s. Vincenzo de' Paoli nell'opera delle missioni e meritò di essere proposto da lui al Richelieu quale vescovo. Nominato nel giugno 1637 vescovo di Alet, governò la sua diocesi con molto zelo e spirito di riforma. Legato all'Arnauld ed al movimento di Port-Royal, rifiutò dapprima di firmare la condanna papale (maggio 1653) delle 5 proposizioni di Giansenio, e si piegò solo nel 1668, sotto Clemente IX. Con decreto del 18 genn. 1667 era stato posto all'Indice il suo Mandement sur la signature du formulaire. Insieme con il Caulet, vescovo di Pamiers (v.), appellò al Papa contro il diritto di regalia che Luigi XIV voleva estendere su tutti i vescovati della Francia (ro febbr. 1673).

Bibl.: J. Carréyre, P., in DThC, XII, 1, coll. 77-79, con bibl.; E. Dejean, Un prélat indépendant au XVIIe siècle, Parigi 1909; Pastor, XIV, parte 1a, passim; P. Coste, Monsieur Vincent, Parigi 1932, passim.

Silvio Furlani

## PAVIMENTO : v. MUSAICO.

PAVISSICH, Antonio. - Gesuita, predicatore, sociologo, n. il 13 giugno 1851 a Spalato in Dalmazia, m. il 30 nov. 1913 a Napoli. Entrato nella Compagnia di Gesù (1882), fu rettore del Seminario minore arcivescovile Zmajević a Zara e poi dello scolasticato del suo Ordine a Gorizia. Gli altri anni della sua vita furono consacrati quasi completamente al ministero della parola divina, in cui si segnalo per le sue eccezionali doti oratorie, diventando predicatore amato ed ascoltato nelle maggiori città d'Italia.

Come uomo di studio, il P. si interessò specialmente degli urgenti problemi del suo tempo che esaminò non soltanto nei suoi discorsi, ma anche negli scritti. Nota è specialmente la sua collaborazione alla Civiltà Cattolica negli ultimi otto anni della sua vita.

Scritti principali: La questione sociale. Conferenze triestine (2 ed., Treviso 1902); Fatti e criteri sociali (ivi 1904); Il cancro civile (ivi 1905); Milizia nuova dei cattolici italiani, ossia la riorganizzazione delle forze cattoliche in Italia secondo la mente di Pio X (Roma 1905); Il nemico d'Italia, suita Conticlericalismo (ivi 1909); Il codice della vita (2 voll., Firenze 1911), sul valore e l'efficacia del catechismo; Scuola libera (Roma 1913).

Bibl.: [C. Bricarelli], Il p. A. P., in Civ. Catt., 1913, iv, pp. $746-50$. Jaroslav Škarvada
PAVONE. - Il p., originario dell'India, era noto in Israele forse già al tempo di Salomone, poi in Grecia e a Roma.

Fu animale sacro ad Era e a Giunone, venne rappresentato in gemme, in monete come in quelle di Samo e di Argos, già prima di Cristo, in monumenti sepolcrali, in case, come a Pompei e ad Ercolano. Ovidio scrive che porta le stelle nella coda (Metamorphos., 15, 383). Plinio chiama "gemmantes" i suoi colori (Nat. hist., 10, 43), che Marziale riferisce alle ali ( 13,70 ). Tertulliano riferisce la leggenda di Ennio che Omero sarebbe stato mutato in p. (De anima, 33-34: PL 1, 750-51; De resurrectione carnis : ibid., 841); egli descrive le sue penne oculate, che perde e rinnova, nel suo trattato De pallio (ibid., 1090-91). Per questo il p. fu simbolo della primavera ed era effigiato nel Cronografo del 354 al mese di maggio; la ruota della sua coda dai cento ocelli simboleggia il ciclo stellato (Fr. Cumont, Recherches sur le symbolisme Jandraire des Romains, Parigi 1942, p. 231). S. Agostino scrive che fu concesso alla carne del p. di non putrefarsi (De civ. Dei, 21, 4: PL 41, 712). Per questo divenne simbolo dell'immortalità e si spiega per conseguenza come sia stato spesso rappresentato in monumenti funerari romani, dal sepolcreto dell'isola sacra ai colombari della vigna Codini, a quelli sotto le basiliche "in Catacumbas ", e in Vaticano sotto l'edificio dell'annona e sotto la basilica di S. Pietro. Passarono quindi nell'arte cimiteriale cristiana, come nell'ipogeo degli Acilii in Priscilla e altrove nello stesso cimitero (Wilpert, Pitture, tavv. 91 e 109, 1, 202), negli altri di Bassilla (ibid., tav. 151), di Domitilla (ibid., tav. 196), "inter duas lauros" (ibid., tav., 131), in Marco e Marcelliano (ibid., tav. 162, 1), in Callisto (ibid., tavv. 37, 38, 134, 2), in Panfilo (E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. arch. crist., 1 [1924], p. 112 e figg. 59-60; 3 [1926], p. 190, fig. 78); nell'ipogeo del Viale Manzoni (G. Wilpert, Le pitture dell' Ipogeo di Aurelio Felicissimo presso il Viale Manzoni in Roma, in Atti e Mem. della Pont. Acc. Rom. di arch., 1, 2, tav. 8).

Figura nel paradiso nell'affresco detto: "dei cinque santi» in Callisto (Wilpert, Pitture, tav. 110), e a Siracusa nella cripta di S. Marziano (J. Führer-V. Schultze, Die altshristl. Grabstätten Siziliens, Friburgo i. Br. 1907, p. 304). Sembrano unicamente ornamentali nell'arcosolio di Bonifatia nel cubicolo di Ampliato in Domitilla (Wilpert, Pitture tav. 30, 1). Fuori Roma si trova a Napoli nel cimitero di S. Gennaro (H. Achelis, Die Katakomben von Neapel, Berlino-Lipsia 1936, tav. 28); a

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Siracusa nella catacomba della vigna Cassia (J. Führer, Forschungen zur Sicilia Sotterranea, Monaco 1897, tav. 10). In tutti i citati esempi si possono trovare p. soli sopra o sotto un albero; p. affrontati ad un vaso o ad un calice, p. su tralci di vite o uscenti da un vaso o che becchettano un grappolo d'uva, o che bevono ad un vaso. Nei musaici il p. è frequente sia solo con la coda spiegata a ruota o in atto di beccare un fiore, o a coppia tra un vaso, o anche a gruppi di tre; sulle decorazioni tombali a Cartagine, nelle basiliche di Adrumeto, di Bordj-el-Joudi, di Sidi-Diedidi, di Oued-Ramel, di Sidi-Abich, di Cartagine, di Cherchel, di Djernila, di Henchir-Guerneria, di Henchir-Chigarmia, di Henchir (Inventaire des mosaïques de la Gaule et d'Afrique, passim). Fu anche inciso su lastre sepolcrali, come in quella di Aurelia Proba e in una proveniente da Pretestato, dove i due p. affrontati al vaso sono insieme a delfini e ancore (O. Marucchi, Monumenti del Museo cristiano lateranense, Milano 1910, tavv. 58,3 e 29,3). Nella Gallia, in un epitaffio di una Eusebia religiosa "magna ancilla Dei" (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, Parigi 1857, tav. 70, n. 423) e a Vienne quello di un "Urbanius" morto nel 491 e 536 (M. Faure, Vienne, ses monuments chrétiens, Vienne 1948, p. 132, fig. 1). In un graffito trovato nella basilica cristiana di el-Asaba (R. Bartoccini, in Africa italiana, 1920, p. 77). Essi figurano affrontati ad un cantaro anche nel musaico pavimentale della sinagoga naronitana, oggi Hammam-el-Lif in Tunisia (E. Renan, La mosaïque d'Hammam-Lif, in Revue arch., 7 serie, 3-4 [1884], pp. 273-76, tavv. 7-8). A Roma sono anche nella vòlta d'un cubicolo nel cimitero giudaico della vigna Randanini sulla Via Appia, ma detto cubicolo può essere stato in origine pagano e poi incorporato nel cimitero (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1881, tav. 580). Nell'arte non sepolcrale il p. appare nei musaici come nelle vòlti del mausoleo di S. Costanza in Roma, in S. Matrona presso Capua, in S. Vitale a Ravenna. A Vid di Narenta (l'antica "Narona"), in Dalmazia, un frammento di bassorilievo mostra i due p. affrontati al vaso (Fr. Bulic, Di un antico bassorilievo con rappresentazione eucaristica, in Nuovo bull. arch. crist., 12 [1906], pp. 207-14).

Si trova spesso in transenne, in S. Apollinare nuovo a Ravenna e a S. Vitale anche negli abachi dei capistelli nell'urna reliquiario nel Museo civico di Verona, nel sarcofago dell' atrio di S. Lorenzo al Verano in Roma che è rilavorato (Fr. H. Taylor The Sarcophagus of St. Lorenzo, in The art Bulletin, 10 [1927]). Perfino in una lampada proveniente da Beyrouth (O. M. Dalton, Early christian antiquities, Londra 1901, p. 152, n. 835) e in una secchia di piombo trovata a Tunisi (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 5 [1867], pp. 77-87).

Bim.: H. Lother, Der Plan in der altchristlichenkunst, Lipsia 1929.

Enrico Josi
PAVONE, Francesco. - Esegeta e scrittore ascetico, n. a Catanzaro nel 1569 , m. in fama di santo a Napoli il 25 febbr. 1637. Entrato nella Compagnia di Gesù ( 1585 ), insegnò umanità, poi per 15 anni filosofia, 15 anni ebraico e 5 S. Scrittura. Fondò a Napoli (1611) una congregazione di sacerdoti per insegnare il catechismo, predicare le missioni, visitare carceri e ospedali, assistere i