cristiana come oggetto della educazione, 23 marzo 1952, in AAS, 44 [1952], pp. 270-78; e coscienza, II, 7. Educazione della c., in Enc. Catt., IV, coll. 681-82).
Chi disgraziatamente se ne fosse staccato ha sempre in questa vita una possibilità di salvezza. Basta che spezzi la volontà con cui ha peccato e si adoperi per riportare l'universo nella situazione in cui sarebbe, se il suo p. non fosse stato commesso (v. riparazione). A tale condizione, accedendo al ministro di Cristo (v. confessione) avrà l'assicurazione sensibile di essere stato perdonato.
Bial.: si ricordano le opere principali o più recenti sull'argomento. Per i problemi metafisici del p.: V. Pims S. J., Uber das Wesen der Sünde, in Zeitschr. für hath. Theol., 14 (1890), p. 27 sgg.; St. Charton de Wiart, Tractatus de peccatis et virtùs, Malines 1932; G. De Broglie, Malice ineriusique du péché, in Rech. de science relig., 24 (1934), pp. 309-43, 378-803; 25 (1935), p. 544; C. Zancanato, L'essenza del p. mortale, in La scuola cattolica, 75 (1947), pp. 187-97, 203-305; W. Huesman, The doctrine of Leonard Lessint on mental Sin, S. Francisco in California 1947. Sul p. filosofico: H. Beyllard, Le péché philosophique. Quelques précisions historiques et doctrinales, in Nouvelle revue théologique, 82 (1935), pp. 591-616, 673-98. Sui problemi psicologici del p., v. V. Cathrein, Utrum in omni peccato occurrat error vel ignorantia, in Gregorianum. 11 (1930), pp. 553-
567; M. D. Roland-Gosselin, Erreur et péché, in Revue de Philosophie, 27 (1928), pp. 466-78. Sul p. veniale: G. Mangieri, Il mistero del p. veniale, Firenze 1942; J. Faizedo, La esencia del pecado venial en la segunda edad de oro de la teologia escolástica, Granada 1944; id., Las propriedades del pecado venial. Investigación y síntesis teológica, in Arch. teol. granadino, 7 (1944), pp. 35-123. Sull'imperfezione: J. C. Osbourn, The morality of Imperfections, Washington 1943; P. Lacouline, Imperfection ou péché venial, Quebec 1943.
Giovanni Battista Guzzetti
VI. P. interni. - La distinzione dei moralisti tra p. interno ed esterno è analoga a quella tra atto interno ed esterno (v. atto umano). P. interni sono quindi quegli atti umani cattivi che si attuano con le sole facoltà spirituali dell'intelletto e della volontà. Ciò non toglie che siano p. completi, e della stessa natura e gravità del corrispondente p. esterno; infatti per sé l'atto esterno non aggiunge né toglie speciale malizia: soltanto sotto un certo aspetto (per accident) l'atto esterno può aumentare la malizia o la bontà dell'atto interno, in quanto l'esecuzione esteriore importa ordinariamente maggiore intensità e veemenza con la quale la volontà si porta verso l'oggetto; maggiore è la durata della volontà che continua finché l'azione non sia compiuta, e ancora, nell'attuare esternamente l'atto, la volontà rinnova, spesse volte, l'atto interno, che in tal modo diventa migliore o peggiore.
I teologi distinguono tre specie diverse di p. interni: dilettazione morosa, gaudio peccaminoso e desiderio cattivo.
1. Dilettazione morosa. - E il volontario compiacimento della libera volontà di un'azione o cosa cattiva che il soggetto crea con la propria immaginazione e pensa come presente, senza tuttavia alcun desiderio di commetterla di fatto. Ma tale immaginazione, pur solo intellettuale, è un vero p. perché equivale all'approvazione e all'affetto verso la cosa cattiva.
E detta morosa perché la volontà non appena la avveste non se ne ritrae; in altre parole morosa vuol dire conosciuta e volontaria. La malizia della dilettazione morosa è p. della stessa specie e gravità dell'azione cattiva mentalmente rappresentata, perché, come ogni altro atto umano, desume la propria moralità dall'oggetto come esso è formalmente. Perciò se la cosa deliberatamente pensata ed approvata è turpe, la dilettazione morosa è p. turpe cioè contro la castità; se il compiacimento è del danno di chi viene derubato nelle cose, o offeso nell'onore, la dilettazione morosa è p. contro la giustizia ecc. La gravità del p. interno, in sé considerata, è eguale al corrispondente p. esterno. Di solito la dilettazione morosa non contrae probabilmente la speciale malizia delle circostanze che accompagnano l'oggetto della compiacenza, a meno che con piena cognizione e avvertenza la volontà non si determini proprio a causa di quelle circostanze.
Il compiacimento può volgersi alla cognizione dell'oggetto peccaminoso; tale compiacimento non solo può essere lecito, ma anche talvolta obbligatorio. Così, ad es., al medico o al confessore, per il retto esercizio del proprio ufficio, sono necessarie cognizioni intorno alle opere cattive: devono perciò studiarle; ed un compiacimento di questa cognizione, non sarebbe p. In realtà la conoscenza è una perfezione dell'intelletto, quindi un bene (s. Tommaso, Quaest. disput., de veritate, XV ad 4; Sum. Theol., 1 ${ }^{\text {b. } 2^{00}}$, q. 74 a. 8). Lo studio per tali persone ha una ragione proporzionata, e sarà lecito anche se (quando si studi con retta intenzione) ne seguisse involontariamente perturbazione nei sensi.
Così pure la dilettazione morosa può riguardare il modo ingegnoso con cui un furto, o anche un'azione turpe, sono state compiute; può riferirsi allo stile brillante, lepidg, con cui sono scritti certi racconti. Questi compiacimenti non sono proibiti, perché l'oggetto non è il male, ma l'astusia, l'abilità, l'arte con cui l'azione cattiva è stata compiuta: quindi non sono per sé un p. Lo possono essere (almeno veniale) se il compiacimento si procurasse esclusivamente per curiosità o per legge-
## Page 632
rezza; ché se derivasse da cattiva intenzione, può divenire p. mortale almeno per il pericolo grave cui ci si esporrebbe, senza sufficiente ragione, della perturbazione dei sensi o del consenso al p. A questo proposito è da avvertire che la dilettazione morosa è distinta dalla dilettazione sensuale, la quale è sempre peccato grave, esterno, contro il sesto comandamento.
2. Gaudio peccaminoso. - E il compiacimento intellettuale, deliberato di un'azione cattiva già compiuta, o dallo stesso soggetto o da altri, la quale viene vivacemente rievocata alla memoria e nuovamente approvata dalla volontà. Nel gaudio è certo che il p. interno assume la malizia non del solo oggetto, ma anche delle circostanze, perché la memoria rievoca l'atto tale quale fu compiuto.
Si riducono al gaudio peccaminoso: 1) gloriarsi con altri del compiacimento interno; con ciò si aggiunge un p. esterno di scandalo; 2) rattristarsi internamente di non aver compiuto un'azione cattiva, che data l'occasione si sarebbe potuta fare. Nel gaudio peccaminoso, quando il compiacimento è del modo ingegnoso, con cui era stata compiuta l'opera cattiva, valgono gli stessi principi esposti per la dilettazione morosa. Ci si può rallegrare inoltre di un effetto buono, derivato da un'opera cattiva: l'effetto buono infatti, preso a sé, non contiene alcun disordine. Cosil è lecito rallegrarsi di un'eredità che provenga a causa di morte violenta : il compiacimento riguarda i beni e non la morte (cf. in proposito la proposizione condannata da Innocenzo XI, decr. del S. Uffizio, 2 marzo 1679; Denz-U, 1165).
3. Desiderio cattico. - E la volontà di commettere qualche azione illecita. Differisce quindi dalla dilettazione morosa che si indugia sull'azione cattiva, immaginata come presente e dal gaudio peccaminoso, che si diletta del ricordo del p. passato. Può essere efficace se è un vero proposito di operare il male e inefficace (qualcuno parla allora di desiderio condizionato), se si tratta di semplice velleità. Il desiderio efficace o incoudionato di cosa proibita è sempre p. della stessa specie e gravità dell'azione, a cui il desiderio tende. E inoltre tocca, come il gaudio, non solo la malizia dell'oggetto, ma anche quella delle circostanze che l'accompagnano, se rientrano nella sfera delle cose desiderate, in quanto si riferisce all'azione come essa sarà nella sua concreta realtà e quindi circostanziata. Il Vangelo stesso sottolinea questa responsabilità (Mt. 3, 28).
Per il desiderio inefficace o condizionato occorre vedere se la condizione è tale da svuotare o no l'azione di per sé illecita, desiderata, della sua malizia. La colpevolezza può essere tolta, mediante la condizione aggiunta, in tutte le azioni che sono proibite solo da una legge positiva (p. es., se fosse lecito, mangerei carne al venerdì); e anche nelle azioni proibite della legge naturale, che però in determinate situazioni possono essere lecite (p. es., se per una legittima difesa fosse necessario uccidere un uomo, l'ucciderei). Però tali desideri condizionati sono per lo più oziosi e spesso pericolosi; quindi sono da evitare. Invece la colpevolezza non è tolta in quelle azioni proibite della legge naturale, che sono intrinsecamente tanto cattive che neppure Dio potrebbe permetterle (p. es., se non fosse p., bestemmierei). E vero, però, che spesso questi desideri restano nella sfera dei sentimenti istintivi e indicano solo che l'inclinazione naturale è cosi forte, che porterebbe all'azione, se non fosse proibita; in questa constatazione non c'è p.
Ci si domanda se è lecito desiderare un male fisico, anche la morte, ad alcuno per un fine buono, ad es., ad un figlio discolo perché si elimini una vita scandalosa, che in nessun altro modo si è riusciti a togliere. Assolutamente e teoricamente parlando, si risponde che sarebbe lecito; perché non si desidererebbe il male temporale, ma il bene spirituale che è di ordine superiore (cf. le proposizioni 13,14 e 15 condannate da Innocenzo XI [Denz-U, 1163-65]). In tale senso la Chiesa esclama nella sua liturgia del Sabato Santo: O certe necessariam Adoe peccatum. O felix culpa! In pratica però non si reputa lecito il desiderio del male per un bene che ne provenga, per il serio pericolo che il desi-
derio del male prevalga su quello del bene, commettendosi, in realtà, p. Cosi non si ammette comunemente che sia lecito alla moglie desiderare la morte del marito dal quale è maltrattata durissimamente, senza che appaia alcuna speranza di emendamento; e neanche è lecito desiderare la propria morte per togliersi da tante angustie e vessazioni, perché in simili desideri prevale quasi sempre l'amor proprio su quello del prossimo e s'impedisce il grande bene spirituale che è nell'esercizio di una santa pazienza.
Una questione pratica è il precisare il numero dei p. interni. La cosa non è facile; ecco però il criterio fondamentale: tanti sono i p. della stessa natura numericamente distinti, quanti sono gli atti della volontà moralmente interrotti; chi, p. es., interiormente e volontariamente si rallegra di un p. già commesso è nello stato di p. fino a che, pentito, non interrompa e ritratti quell'atto volontario interiore. La detestazione volontaria è il mezzo più certo della interruzione. Ma nei p. puramente interni (dilettazione morosa e gaudio prava) può anche verificarsi interruzione naturale, una distruzione quasi non avvertita: se questa è di breve durata, si ritiene come una continuazione morale del precedente atto, di modo che la volontà, dopo quel breve intervallo, ritorna quasi spontaneamente senza nuova deliberazione nel p. che perciò continua e resta numericamente uno. Quanto però debba durare l'intervallo spontaneo (per es., il sonno), perché l'atto venga a cessare, non è egualmente precisato.
Tuttavia vi sono atti interni che la volontà delibera quasi come definitivi, per es., l'adesione ad un errore contro la fede, cioè all'eresia. Si ritiene infatti che l'eretico intenda rimanere tale fino ad una esplicita ritrattazione, di modo che l'intervallo di ore, di sonno per tutta una notte, e persino di mesi e di anni non interrompe l'atto: il p. rimane numericamente uno. Anche il proposito di uccidere il nemico può durare unico per più giorni o settimane (non ostante le interruzioni naturali del sonno), nella preparazione del veleno, delle armi ecc. Per i p. capitali, v. vizi capitali. Per i p. irremissibili, v. PenitenzA.
Brisu: Sum. Theol., 1^2^, q. 74, artt. 6-8; Ouest. dispot. de veritate, q. 15, art. 4: A. Ballerini - D. Palmieri, Opas. th. mor., I. $2^{\circ}$ ed., Prato 1892, p. 436-522; 548-563; P. Lumbreras, De sensualitatis peccata, in Diens Thome 1Plac.), 32 (1929), pp. 225-240; S. Carton de Wiart, Tractatus de peccatis et vitiis in genere, $2^{\circ}$ ed., Malines 1932, nn. 21-25 e nn. 86-98; Bougla Honoré, La chasteté, in Nouv. rev. théd., 29 (1932), pp. 224-27; A. Snoeck, De delectatione morata uti est peccatum internum, in Period. de re mor. con. lit., 40 (1931), pp. 197-209; H. Moureau, Désir, in DTbC. IV, coll. 624-26. Gennaro Moretti
VII. Il p. presso i popoli primitivi. - i. Il p. secondo gli evoluzionisti. - E probabile, secondo il Frazer, che gli uomini in un primo tempo non avessero la cognizione del p. in senso religioso, ma solo in senso magico: originariamente cioè il p. sarebbe stato concepito come una cosa quasi fisica, una specie di sostanza morbosa nascosta nel corpo del peccatore, che si poteva scacciare con agenti fisici : il fuoco, l'acqua, i digiuni, i purgativi, la fumigazione, i sacrifici. Gli uomini, progredendo lentamente nella vita morale, avrebbero concepito in seguito l'idea del p. come trasgressione della volontà di un Dio savio e benefico, per cancellare la quale e stornare le conseguenze era necessario che il peccatore si pentisse della colpa e la confessasse fu connessione presso i primitivi).
2. Il p. secondo le ultime ricerche dell'etnologia. L'etnologia moderna ha rigettate queste teorie evolustioniste, dimostrando saldamente il contrario, cioè che, presso i popoli primitivi etnologicamente più antichi, esiste un monoteismo etico, da cui si può giustamente dedurre quale fu quello primordiale. L'Essere Supremo è concepito come buono e morale in sé e custode della morale. Il premio e il
## Page 633

In alto: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. MICHELE (1117-55) - Pavia. In basso: II. CHIOSTRO GRANDE DELLA CERTOSA DI PAVIA (1478).
## Page 634

A sinistra: EVA MANGIA IL FRUTTO PROIBITO E LO PORGE AD ADAMO. Particolare del portale di sinistra di Notre-Dame (sec. xur) - Parigi. Al centro: ADAMO ED EVA CONDANNATI AL LAVORO. Affresco di Paolo Uccello ( $1^{2}$ metà del sec. xv) - Firenze, chiesa di S. Maria Novella, chiostro verde. A destra: ADAMO ED EVA TENTATI DAL SERPENTE, Bramantino (sec. xvi) - Milano, raccolta Ferrario.
## Page 635
castigo non sono limitati a questo mondo, ma in tutte le civiltà più arcaiche si parla di un premio dopo la morte per quelli che in vita hanno seguito le leggi dell'Essere Supremo, e di un castigo per quelli che le hanno trasgredite. Questa credenza è tanto diffusa presso le popolazioni più arcaiche, che appartiene indubbiamente al nocciolo della religione più antica dell'umanità (v. monsotzismo, Il. Etnologia).
I primitivi distinguono generalmente i p. secondo la loro gravità. Per certe specie di p., p. es., gli Andamanesi, Semang e Pigmei dell'Ituri in Africa, credono che Dio li castighi con le tempeste, il diluvio, il fuoco, o colpendo con il fulmine, o facendo udire il tuono, o facendo apparire l'arcobaleno, tutte manifestazioni dell'ira dell'Essere Sommo per un grande p. commesso. Vi sono indizi, come il sacrificio di espiazione fatto con il proprio sangue presso i Semang ed i Pigmei africani, dai quali si può affermare che, secondo essi, il peccatore che ha commesso un grave p. si rende reo di morte. Del resto, questa credenza appare anche dalle loro leggende sull'origine della morte. Vi si narra che il Creatore, che allora viveva in compagnia dei primi uomini, felici e immortali, li castigò con la morte e il dolore, quando trasgredirono il suo precetto. Perciò tutti i loro discendenti sono mortali e sottoposti al dolore.
Il Malinowski, parlando dell'incesto presso gli abitanti delle Isole Trobriand (Melanesia), distingue sette gradi di avversione dell'incesto e rileva espressamente che l'incesto con la propria madre e con la propria figlia o sorella eccita un'indignazione morale incomparabilmente più grande, che l'incesto con un cugino, mentre l'incesto con una madre e classificatoria * o con una sorella * classificatoria *, viene facilmente condonato.
Gli effetti del p. sono individuali, ma possono essere anche sociali, come quando Dio mandò il diluvio o il fuoco per castigare i p. degli impenitenti. Nella concezione magica del p. si può sfuggire alle sue conseguenze, se, come si crede presso gli Eschimesi Iglulic (bavona) e in quasi tutta l'Asia settentrionale e nord-orientale fino nel cuore della Siberia, lo Sciamano pacifica la deitá offesa e se il p. viene confessato. In questa concezione magica il p. è ritenuto trasgressione di una legge cosmica universale, che comporta la vendetta automatica. L'inosservanza di tale legge, benché inconsapevole, ha per conseguenza che il peccatore diventa cattivo, si mortifica o deturpa la deitá, si causa automaticamente una pena individuale o collettiva, come una malattia, la fame, la morte.
E stato notato, p. es., presso gli Andamanesi, che i primitivi comprendono che la trasgressione della giustizia comporta il dovere della riparazione dei danni. Il Man osservò presso i detti Andamanesi che, per cose rubate agli Inglesi, essi offrivano spontaneamente cose equivalenti in risarcimento. I primitivi riconoscono inoltre che una delle caratteristiche principali del p. è la libertà della volontà umana. Lo stesso esploratore Man, p. es., constatò che quando sbarcarono per la prima volta i detenuti indiani nelle Andaman, gli indigeni vedendoli incatenati compresero subito che lo sbarco era coatto e non volontario, perciò non tirarono freccia contro di essi, ma contro i componenti la scorta, considerandoli ingiusti invasori delle loro terre. Gli antichi Messicani avevano come principio fondamentale che nessuno poteva essere castigato, se non era colpevole. Gli stessi Messicani castigavano il delitto non commesso, ma attentato. Le loro leggi, p. es., distinguevano il caso di evidente attentato alla vita altrui da quello di chiara premeditazione, così anche relativamente alla sodomia, comminando pene di graduszione diversa (pena di morte nel primo; minaccia di pena di morte per il secondo). Tutti i popoli primitivi riconoscono che ogni uomo ha la propria coscienza morale, per essa distingue il bene e il male e ha la libertà di compiere il bene o il male e quindi merita o demerita. Come l'idea del bene, cosi l'idea del male si riceve primieramente dall'ambiente famigliare, ovvero dall'ambiente del proprio gruppo sociale (dal clan, o dalla grande famiglia, Sippe), poi ufficialmente nell'iniziazione della gioventù. Il diritto, che ha la tribù o il clan, d'insegnare la legge morale,
è giustificato dal bene pubblico, dalla protezione della prole e dei deboli, ma originariamente dal volere dell'Essere Supremo, perché questi è creduto l'ultimo giudice, l'origine e la radice di ogni idea morale. Quindi è Dio la prima fonte della legge morale. L'individuo non ne è consapevole in ogni suo atto, ma agisce conforme al bene, perché così gli è stato insegnato. La tribù, invece, trasmettendo la sua legge morale tradizionale, si richiama esplicitamente all'autorità di Dio, come legislatore che impone la sua volontà.
3. P., morale e religione presso i primitivi. - Per farsi un'idea di quali p. il primitivo sia capace, bisogna considerare il suo ideale morale. Questo ideale è stato giudicato molto differentemente dai vari autori. Prescindendo dagli autori che hanno giudicato i primitivi semplicemente come amorali, abbassandoli al rango delle bestie o quasi, secondo il Tylor i principi morali dei selvaggi sono abbastanza buoni, ma sono più rilassati e più deboli dei nostri.
E chiaro che questa valutazione del Tylor pecca contro un canone fondamentale dell'etnologia moderna, cioè contro la regola della duplice interpretazione dei fatti culturali : quella presente e quella remota. Si deve poi distinguere, come per l'individuo cosi per un popolo, l'ideale morale e la sua realizzazione pratica, perché questa, nonostante l'ideale sia alto, può risultare di molto inferiore, a causa di uno stato di decadenza temporanea dell'intero popolo stesso. Grazie al grande sviluppo dell'etnologia moderna, vanno oggi distinti, anche sotto l'aspetto morale, diversi gruppi di popoli primitivi. Oggi si può dire che i popoli primitivi, particolarmente quelli più arcaici, nonostante certe anomalie e una grande irritabilità di temperamento, hanno un codice morale abbastanza buono ed elevato.
Non è possibile trattare qui in particolare dell'ideale morale dei primitivi delle diverse culture. Ci si limiterà agli Acciusibo, popolo dell'Angola portoghese, studiato dal p. Schulien. Questi, trattando del p. e della sua riparazione presso di essi, secondo la loro lingua e la tradizione viva, distingue sei gruppi di p., accennando anche alle pene che vi sono connesse. a) E contro l'ideale morale colui che è sempre malcontento, contraddice, brontola e persino colui che emette suoni corporali molesti agli altri. Anche la bugia è considerata da tutta la tribù come cosa cattiva, benché si mentisca molto presso di loro. Ma gli altri non credono più al bugiardo, se non quando conferma la sua parola con il giuramento. E contro il buon contegno sociale che una donna sia litigiosa e capricciosa verso il marito. b) Sono azioni cattive la pigrizia, il dormire a lungo, la vanità, la voracità, la millanteria, particolarmente la millanteria di un uomo che vuole farsi ammirare da una donna, come pure la gelosia della donna. c) Azioni cattive sono le mancanze di rispetto verso i superiori, i genitori, i vecchi e gl'invalidi. d) E p. ciò che è contro il buon nome di una persona e contro la sua proprietà. e) E p. ogni stregoneria che porta danno al prossimo: uccidere i neonati per ottenere ricchezze; chiedere ai demoni che uccidano altre persone; fare azioni magiche contro la vegetazione dei prodotti della terra; trarre medicine dai morti; la profanazione dei cadaveri, il che è creduto una potente medicina magica, ecc. f) E vietato l'adulterio, l'aborto, la violenza e il ratto di una giovane. E proibito all'uomo conoscere la sua donna puerpera fino all'ottavo giorno. Sono offese ancor più dirette a Dio il negare il cibo all'affamato e l'acqua all'assetato. Gli Acciusibo considerano p. non solo il dire e il fare le cose cattive, ma anche il pensarle. Infatti, è proibito, p. es., presso di loro fantasticare su cose sessuali. Nella loro lingua si dice oroa violuor il pensare trasognati a cose oscene.
4. Conclusioni. - Indubbiamente esiste una duplice concezione del p.: quella religiosa o teistica o teologica, e quella magica. Queste due concezioni riguardano lo stesso soggetto, ma sono inconciliabili; storicamente poi sono indipendenti; la conce-
## Page 636
zione magica inoltre è di origine recente rispetto a quella religiosa. L'etnologia moderna ha dimostrato che, come si è detto sopra, presso i popoli etnologicamente più antichi la religione e la morale sono intimamente unite, cioè la morale è fondata sulla religione.
BibL.: E. B. Tylor, La civilisation primitive, trad. fr., I, Parigi 1876, p. 492; II, pp. 481, 550; V. Cathrein, Die Einheit des sittl. Bewustseins der Menscheit, III, Friburgo in Br. 1914, pp. 502-503; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidze, 10 voll., Münster in V, 1926-1951, passim; P. Schebesta, La conscience de culpabilité chez les primitifs de la Melaisie, in Sett. intern. di etnal. relig., Milano-Parigi 1926, p. 186; P. M. Gusinde, Zur Ethik der Feuerländer, ibid., p. 156; J. G. Frazer, L'homme, Dieu et l'immortalité, trad. fr., Parigi 1928, pp. 234-36; R. Pertazzoni, La confessione dei p., 3 voll., Bologna 1929-36 (v. anche la vers. francese, voll. I e II, Parigi 1931-32, più abbondante di materiale); E. H. Man, On the aboriginal inhabitants of the Andaman Islands (ristampa), Londra 1932, pp. 24, 44-45, 85-86, 89-90 e passim; E. Mosbacher, Untersueh. zum Sündenbagniff der Naturvölber, in Boessler Archiv, 17 (1934), pp. 1-46; M. Schulien, P. e riparazione del p. presso gli Azzinabo, in Espioc. e redene., Atti uffir. della XI seti, di cultura dell'U.M.D.C., $2^{\circ}$ ed., Roma 1935, pp. 65-84; id., P. e riparazione presso gli Eschimesi, ivi 1935, pp. 85-102; id., Critica della teoria dell'origine magica del p., ivi 1935, pp. 103-28; id., L'origine dell'idea del p. secondo la storia, ivi 1935, pp. 129-44; R. Mohr, Untersueh. über Sexualethik ost-und zentralafrikan. Volksstimme, in Anthropos, 33 (1938), pp. 782-807; id., Ricerche sull'etica sessuale di alcune popolazioni dell'Africa centrale e orientale, in Arch. per l'astropol. e l'etnal., Firenze (1939), pp. 183-84, 250 e passim; R. Boccassino, La religione e la morale delle popolax. primitive, in Studium, 35 (1942), pp. 1-22; W. Schmidt, Das Menschenbild der Urkultur, in Wissenschaft und Weltbild, 11 (1949), nn. 1-3; id., Geist und Erbes des Menschen der Urkultur, ibid.; W. Koppers, Der Urmensch und sein Weltbild, Vienna 1949, passim.
Luigi Vannicelli
PECCATO ORIGINALE. - Privazione della Grazia santificante, o mancanza dell'amicizia di Dio, in ogni uomo che nasce, causata da Adamo, con il suo peccato, per sé e per tutti i suoi discendenti, insieme con la perdita degli altri doni soprannaturali e preternaturali, specialmente l'immortalità e l'esenzione dalla concupiscenza. Tale peccato si distingue in originante e originato, secondo che si considera in Adamo che lo commise o nei suoi posteri che da lui lo ereditarono, contraendolo come proprio.
I. S. ScritTURa. - Gen. 2, 4 b-3, 24 narra la creazione particolare di Adamo ed Eva, e come Dio non si limitò a farne gli esseri più perfetti dell'universo, ma volle colmarli di benefici e doni speciali, del tutto superiori ed indebiti alla loro natura : li pose in un bellissimo verziere (v. fabrizio), perché vi menassero, nella filiale familiarità con lui (ibid. 3,8), una vita felice, immortale (ibid. 2, 17; 3, 19), senz'alcuna sofferenza e timore. L'innocenza, frutto dell'amicizia con Dio, era il risultato dell'ordine perfetto che regnava nell'uomo, immune dalla concupiscenza. "Ed erano ambedue ignudi, eppure non
ne sentivano vergogna" (ibid. 2, 25; cf. 3,7.10 sg.). Il pudore, reazione e difesa contro la concupiscenza, sorgerà con il peccato.
Dio comandò loro un atto di obbedienza e di ossequio. Avendo dato all'uomo la libertà perché cooperi alla propria salvezza, se la meriti, proibì all'uomo, pose la perdita dell'immortalità, di mangiar dell'albero (v.) della scienza del bene e del male (ibid. 2, 17), detto cosi dagli effetti prodotti dalla disobbedienza; e ciò "perché l'uomo comprende e riconosca di non essere possessore e padrone assoluto, ma dipendente da Dio anche nell'uso dei benefici a lui concessi. Pertanto, anche se la materia della proibizione era di pochissimo conto, per lo scopo inteso da Dio, il precetto era gravissimo; come d'altronde appare dalla pena connessa" (A. Bea).
Alcuni esegeti cattolici, abbandonando il senso proprio, rirengono che l'albero con il suo frutto sia solo una rappresentazione didattica, popolare, del vero precetto divino violato dai progenitori. In tal caso sarebbe impossibile specificare in che sia consistita la proibizione divina, dato che nessuna delle spiegazioni tentate reca prove capaci a farla uscire dal grado di semplice possibilità. La spiegazione che si sia trattato di peccato sessuale, riapparsa qua e là nei secoli (da Clemente Alessandrino in poi), e ancora recentemente, sotto diversi aspetti (Filocristiano, Quale fu il p. di Adamo e di Eva, Carrara 1920; cf. A. Fernandez, in Biblica, 2 [1921], p. 481 sg.; J. Coppens ; cf. F. Asensio, in Gregorianum, 31 [1950] passim; e id., El primer pecado en el relato del Genese, in Estudios Biblicos, 9 [1950], pp. 174-91), anche nella sola forma concilochile con il contesto, cioè proibizione di iniziare l'uso del matrimonio prima di un ordine divino (o di un dato termine fissato da Dio; P. Mayrhofer, Der Fall des Menschen, in Theol. und Glaesbe, 28 [1936], pp. 133-62; cf. J. Miklik, in Biblica, 20 [1939], pp. 387-96), rimane una pura possibilità. La narrazione popolare, nella sua semplicità, è psicologicamente fine e profonda. La tentazione, dato il dono dell'integrità, l'equilibrio interno, non può venire che dall'esterno; non può trattarsi di colpa carnale, mancando prima della ribellione la concupiscenza; non può trattarsi che di disobbedienza. La ribellione della parte inferiore, con i moti del concupiscibile, è punizione dell'avvenuta ribellione a Dio.
Il diavolo (sotto le veste del serpente) spinge l'uomo alla disobbedienza, sfruttando la curiosità e quel sentimento di reazione che ogni proibizione suscita nella volontà (cf. Rom. 7, 7-13). Adamo ed Eva erano dotati di una perfetta intelligenza e di una scienza donata loro da Dio. Teoricamente sapevano che era male disobbedire e che ne sarebbero stati puniti; mancava loro la conoscenza sperimentale del male, che acquistarono commentando il peccato. "Subito si spersero gli occhi ad ambedue e si avvidero di essere nudi" (Gen. 3, 7); sentono nelle membra moti ed appetiti contrari alla ragione e, cercano nasconderli. Abituati a discorrere familiarmente con Dio, ad affidarglisi come a Padre, adesso tremano e cercano

Peccato originale - La caduta dei Protoparenti, il miracolo di Cana, la guarigione del cieco, la risurrezione del figlio della vedova di Naim, la negazione di Pietro, la guarigione del paralitico, il sacrificio di Abramo, la cattura di Pietro, il miracolo della fonte. Sarcofago del sec. Iv - Roma, museo Lateranense.
## Page 637
sottrarsi al suo sguardo (ibid. 3, 8). La punizione è già in atto: l'uomo sentirà il peso del lavoro, la donna le sofferenze della maternità; mentre il timore della morte li tormenterà. Lungi dal Paradiso, privi ormai della familiarità del Creatore, inizieranno la dolorosa storia delle umane sciagure. Adamo trasmetterà ai suoi figli, a tutta l'umanità, la vita fisica, ma senza i doni ricevuti da Dio e perduti per la colpa; anzi con le prave inclinazioni che aumenteranno via via con l'accumularsi dei peccati.
Per la morte, la più espressiva conseguenza del p. o., il Vecchio Testamento è esplicito: "Dalla donna ebbe principio il peccato, e per sua cagione si muore tutti" (Eccli. 25, 23); "Dio creò l'uomo per l'immortalità...; ma per invidia del diavolo entrò nel mondo la morte, e ne fanno l'esperienza quelli del suo partito. Le anime dei giusti invece sono nelle mani di Dio... " (Sap. 2, 23 sg.). "Della morte fu prima causa il peccato di Adamo, cagionato dalla tentazione del diavolo (Gen. 3). Vittime della morte però sono propriamente solo i malvagi, i partigiani del diavolo; perché i buoni passano ad una beata immortalità" (A. Vaccari). Le pena intimata da Dio ("senz'altro morraio), oltre alla perdita dell'immortalità, all'effettiva separazione dell'anima dal corpo e al disfacimento di questo ("sei polvere ed in polvere ritornerei "), sanciva principalmente, con la discesa dell'anima nello $i c^{\prime} \bar{e} l$, la separazione da Dio; essa cesserà per i giusti alla discesa del Redentore agli inferi, mentre sarà eterna per i peccatori. Il Vecchio Testamento afferma pertanto l'idea generale di un cambiamento acquisito per l'umanità nei rapporti con Dio; l'uomo non è più in una relazione di amicizia con Dio; l'espulsione dal Paradiso opera sull'intero genere umano. Si parla di pene ereditarie : morte, sofferenze, concupiscenza. Il v. 7 del Miserere (Ps. 51) e altri passi (ibid. 54, 4; Iob 13, 25 sg .; 14, 4) suppongono questo stato di corruzione nativa, di miseria morale congenita; stato di peccato, che implica una certa solidarietà morale. Ma la dottrina del p. o. ereditario non è espressa esplicitamente nel Vecchio Testamento; nella letteratura giudaica è del tutto ignorata.
La insegna s. Paolo (Rom. 5, 12-21), che poggia sul testo sacro (Genesi, Ecclesiastica, Sapienza) e ne rivela il valore esatto. Suo intento è dimostrare l'universalità e l'efficacia dell'opera salvifica del Cristo, unica fonte di vita. Lo fa, istituendo il parallelismo tra l'opera di Adamo peccatore, che sta a capo e al principio dell'umanità decaduta, e l'opera del Cristo, antitipo, che sta a capo e all'inizio dell'umanità riscattata. Si contrappongono due rapporti di universale solidarietà efficace; il $1^{\circ}$ e il $2^{\circ}$ Adamo sono capostipiti di tutti gli uomini : il primo fonda il regno del peccato e della morte, il secondo quello della Grazia e della vita. "Così dunque, come per un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e mediante il peccato la morte, e cosi la morte ha colpito l'umanità intera, perché tutti han peccato ". Manca l'apodosi, supplita bene da Origene : "così per un sol uomo la giustizia è entrata nel mondo e per la giustizia la vita ". Infatti, fino alla Legge, c'era il peccato nel mondo, ma il peccato non è imputato, quando non c'è legge (Rom. 5, 13); e tuttavia la morte ha regnato da Adamo a Mosè, anche su
quelli che non si sono resi colpevoli di alcuna trasgressione simile a quella di Adamo, che è l'immagine (il tipo) di Colui che doveva venire..." (v. 14). Se il peccato di un solo ha avuto un'efficacia tanto sinistra, prosegue s. Paolo (vv. 15-17), quanto più, nella realtà, l'obbedienza, l'opera salvifica del Cristo deve agire su tutti con sovrabbondanza! Come, dunque, per la colpa di un solo, la condanna ha pesato su tutti gli uomini, allo stesso modo la giustizia operata da uno solo (procurai) a tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita (v. 18). Perché, come per la disobbedienza di un solo uomo, tutti gli altri sono stati costituiti peccatori, cosi per l'obbedienza di un solo, tutti saranno costituiti giusti (v. 19). Il peccato è personificato : potenza malefica che orienta l'uomo contro Dio, lo mantiene schiavo e si serve della carne come di uno strumento (spesso in Rom. 67), ha fatto il suo ingresso nel mondo ( - nelle coscienze degli uomini), per la ribellione di Adamo; e mediante il peccato, la morte che ne è la pena; morte non soltanto fisica, ma separazione completa da Dio (Eccli. 25, 23; Sap. 2, 23 sg. ), con tutte le conseguenze fisiche e morali. S. Paolo si riferisce al racconto di Gen. 3, 1-19; trascura Eva, perché Adamo è il capo dell'umanità opposto al Cristo. La morte regna sull'intera umanità, "perché tutti han peccato ". I Padri greci, preoccupati d'affermare, contro i manichei, l'integrità nell'uomo della sua libertà e della sua responsabilità, vollero spiegare "tutti han peccato" (cf. Rom. 3, 25) dei peccati personali commessi ad imitazione di Adamo; ma non possono spiegare i vv. 13-14; e devono rifiutare il senso letterale del v. 19. In realtà, nei vv. 13-14 s. Paolo spiega l'inciso precedente. Una pena non è inflitta se non è comminata; ora la morte non poteva dirsi inflitta per i peccati personali, in quanto, da Adamo in poi, non si trova espresso un ordine divino al riguardo; la promulgazione autentica della Legge divina avviene con Mosè. La legge naturale, scritta nei cuori, non era abbastanza manifesta e caratterizzata nelle sue consegne e nelle sanzioni che l'accompagnano. Inoltre, erano morti anche molti uomini non colpevoli di peccati personali. La loro morte, che comportava la separazione da Dio, sarebbe una pena senza colpa corrispondente; si deve dunque spiegare per la loro solidarietà con Adamo, nella pena e nella stessa colpa da essi ereditata. E quello che esprime nettamente il v. 19. Davvero tutti han peccato in Adamo; sebbene nel testo originale manchi tale precisazione: il greco é $\varphi^{\prime} \bar{\omega}$ è soltanto causale (II Cor. 5, 4; Phil. 3, 12), e lo stesso in quo della traduzione latina può spiegarsi "perché" (Rom. 8, 3; Phil. 3, 12). S. Paolo non dice come ebbe luogo questa infezione; non sviluppa l'idea di un peccato commesso dall'umanità nel suo capo, trasmesso per generazione; si contenta di porre il principio, di affermare il fatto. Richiama l'influenza universale della caduta di Adamo, per stabilire a fortiori l'influenza universale dell'opera di giustizia del Cristo; applicando il medesimo principio di solidarietà : con il Cristo, fonte di grazia e di vita; con Adamo, fonte di peccato e di morte. Appena le necessità del parallelismo non ve lo costringono, l'Apostolo non parla più della nostra partecipazione al peccato d'Adamo; ben può dirsi, pertanto, che
## Page 638
il p. o. ha qui un ruolo episodio; né più lo si troverà altrove. Nell'espressione a eravamo per natura ( $\varphi$ ú $\sigma \mathrm{s}$ ), come gli altri, votati all'ira» ( $E p h .2,3$ ), si tratta di peccati attuali; gúo2t mette in risalto l'idea di una proprietà inerente, essenziale, all'uomo privo della Grazia, senz'accenno ad un peccato della natura. La Redenzione elimina il peccato, la separazione da Dio; dà la forza di vincere la concupacenza che rimane nel corpo (Rom. 7); trionforà definitivamente dello morte, con la gloriosa resurrezione dei corpi (ibid. 8). Allora sarà ripristinato integralmente, ed in modo più perfetto, l'ordine formato da Dio all'inizio e perduto da Adamo con la sua colpa, per sé e per tutti gli uomini.
Bibl.: A. Gaudel, s. v. in DThC, XII, coll. 279-317; G. Bertoni-G. Stachlin-W. Grundmann, in Theol. Wörterbuch zum Neuen Test., I, pp. 267-99; P. Frey, L'état originel et la chute de l'bomme d'après les conceptions juives au temps de 7.-C., in Rev. des sc. philasoph. et théol., 5 (1911), pp. 507-45; J. Freundorfer, Erbründe und Erbtod beim Ap. Paulus. Eine religionsgeschichtl. und exeget. Untersuchung über Bänderbrief 3, 12-21, Münster in V. 1927; F. Piat, La théol. de et Paul, I, Parigi 1929, pp. 514-18; M.-J. Lagrange, Epltre aux Romains, ivi 1931, pp. 104-18; A. Feuillet, Le secret 7 du Miiérem et le péché orig., in Se. relig., 1944, pp. 5-26; J. Bonsirven, L'Evengile de Paul, Parigi 1948, pp. 107-21; A. Viard, Epltre aux Romains (La Six Bible, ed. L. Pirot, 11, III, ivi 1949, pp. 72-77; M. Labourdette, Le péché orig. et les origines de l'homme, in Rev. thom., 57 (1949), pp. 389-427; 58 (1950), pp. 480-514; 60 (1951), pp. 5 38; L. Cerfaux, Le Christ dans la théol. de et Paul, Parigi 1951, pp. 176-80; Th. Maertens, La mort a régné depuis Adam (Gen. 1, 2-3,14). Bruges 1951.
Francesco Spadafora
II. La tradizione. - Le maggiori controversie intorno al p. o. son sorte a motivo della sua trasmissione nei posteri.
1. Errori. - Una prima crisi scoppiò nei secc. iv-v per opera di Pelagio (v. Pelagianesimo), secondo il quale il peccato di Adamo aveva nociuto soltanto a lui che l'aveva commesso, mentre ai posteri non aveva apportato altro danno che quello di un cattivo esempio. Lo stato attuale dell'uomo è uguale allo stato di Adamo prima del peccato: nell'uno e nell'altro la Grazia non è assolutamente necessaria per salvarsi, ma è soltanto utile e consiste in aiuti più esterni che interni. Vera Grazia interna è la libertà, che fa l'uomo arbitro del suo destino.
Nel sec. xv si sviluppò una crisi in senso opposto. Lutero (v.) ebbe una visione pessimistica dell'uomo e della sua vita presente e ne individui la causa nel p. o. trasmesso da Adamo in modo da corrompere insanzialmente la natura umana con la perdita della libertà e la conseguente incapacità di fare qualunque bene.
2. Dottrina cattolica. - La Chiesa ha condannato l'uno e l'altro errore: il pelagianesimo rigido nel Concilio Cartaginese (418) sotto papa Zosimo, e quello mitigato (semipelagianesimo) nel II Concilio d'Orange (529), approvato da papa Bonifacio II; il luteranesimo nel Concilio di Trento (sess. V).
I concili antipelagiani insistettero sulle conseguenze del peccato di Adamo e specialmente l'Arausicano ha frasi gravi come questa: «totum... in deterius... hominem commutatum». Il Concilio di Trento invece difese il libero arbitrio umano, nonostante il p. o., e gli attribuil la facoltà di resistere alla Grazia o di cooperare con essa (sess. VI, c. 4, 5: Denz-U, 814 sgg.). A nessuno può sfuggire la differenza di tono e di clima nei canoni di questi concili, che lo storico trasforma in un problema per il teologo. Alcuni critici avversari della fede cattolica, come Turnel, Buonaiuti, e i razionalisti come A. Harnack pretendono di dimostrare in base a quei canoni che la Chiesa fu con Agostino contro ogni pelagianismo nei Concili di Cartagine e di Orange, ma nel Concilio di Trento diventò essa stessa pelagiana. Ma tra i Concili africani e il Concilio di Trento non c'è contraddizione, perché non si afferma e si nega la stessa cosa e nello stesso senso. La dottrina del magistero ecclesiastico va studiata in rapporto con le eresie, che ne hanno sollecitato le definizioni. Nei secc. iv e v Pelagio, negando ogni solidarietà del genere umano con il suo capo prevaricatore ed esaltando le forze della natura e del libero arbitrio, minava alla base il cristianesimo e il suo mondo soprannaturale con la Grazia redentrice del Salvatore. Per arginare questo pretensioso naturalismo era necessario sottolineare la debolezza umana e il bisogno di Cristo e della sua Grazia in ordine alla santificazione e alla salvezza eterna. La Chiesa lo fece con le parole di s. Agostino, che aveva impegnato tutta la vita nella lotta contro Pelagio. Nel sec. xvi, invece, Lutero andò all'estremo opposto; sotto l'impulso di un falso misticismo rinnego ogni valore della natura umana riducendo l'uomo in uno stato di schiavitù e di malattia insanabile, refrattario anche all'influsso redentivo della Croce. E allora la Chiesa insorse per difendere l'integrità sostanziale della natura umana e della sua libertà, fondamento della moralità e del merito soprannaturale.
3. I ss. Padri. - Come è stato accennato, il Vecchio Testamento tace generalmente sulle tristi conseguenze della caduta di Adamo, quasi fino all'ultimo periodo giudaico, che precede la Rivelazione cristiana; e nel Nuovo Testamento né il testo di s. Paolo ai Romani, né altri passi, dimostrano la natura intima del peccato trasmesso o il modo con cui si propaga o il grado di responsabilità che compete ai po:teri. S. Paolo resta al fatto della colpa originale trasmessa in base a una solidarietà tra Adamo e i suoi discendenti. Fu compito della Tradizione precisare e sviluppare quanto è implicito nelle energiche e ricche espressioni postine. A perlustrare i testi dei Padri dei primi secoli intorno al p. o., si ha subito la sensazione di trovarsi di fronte a una dottrina in fermentazione. Movendo dai dati della S. Scrittura, i Padri affermano il fatto concreto della caduta d'Adamo e della sue conseguenze nei posteri; poi cominciano a cercare una spiegazione del fatto, avanzando opinioni, assimilando elementi estranei lungo il faticoso cammino. Ne derivò così una varietà d'esposizione che a prima vista disorienta.
In genere i Padri orientali hanno una visione ottimistica della natura umana e si mostrano assai solleciti della libertà e quindi della responsabilità morale di ogni individuo. Questa visione ha come coefficienti da una parte l'ellenismo e dall'altra la lotta contro lo gnosticismo e il monicheismo, nei quali dominavano il pessimismo e il determinismo morale. Pertanto essi inclinavano a considerare il p. o. nei posteri più come pena che come colpa e non videro chiaro il nesso tra Adamo peccatore e il genere umano.
Dei primi Padri il più importante è Ireneo, che raccoglie alla fine del sec. it la tradizione dell'Oriente e dell'Occidente e ne dà preziosi saggi. Nel suo pensiero il peccato di Adamo è il peccato di tutti noi: "(Deum) in primo quidem Adam offendimus non facientes eius praeceptum; in secundo autem Adam reconcilisti sumus oboedientes usque ad mortem facti. Neque enim alteri cuidam eramus debitores, sed illi cuius et praeceptum transgressi fueramus ab initio" (Adv. hser., V, 16, 3). Se non ci fossero altri documenti, basterebbe questa veneranda testimonianza di un vescovo martire, che riempì di sé quasi tutto il sec. it, ad attestare la fede della Chiesa nel p. o. trasmesso ai discendenti di Adamo.
Accanto a questa dottrina sostanziale fiorirono opinioni marginali o di dettaglio, derivate spesso da influssi estranei alla Rivelazione. Così, p. es., nello stesso s. Ireneo si trova accennata la teoria dell'infantilità dei progenitori, secondo la quale Adamo ed Eva sarebbero stati creati bambini, ignori della vita. Gli alessandrini, contro il determinismo manichio, sostennero che il peccato trae la sua origine dalla libertà e non da una legge di natura; perciò essi lasciarono un po' nell'ombra la questione della solidarieta degli uomini con Adamo nel peccato. Origene però ribadisce il concetto di una nativa contaminazione, che spiega l'uso del Battesimo nei bambini (In Levit., 8, 3).
Ma la scuola alessandrina segnò un progresso sensibile con i Padri del sec. iv. S. Atanasio si occupò anzitutto dello stato d'innocenza in cui era stato creato Adamo, sottolineando la purezza e la forza del voûc (alla maniera platonica), che conferiva al primo uomo una grande potenza contemplativa delle cose divine. Il peccato di Adamo fu un distacco dalla sfera della contemplazione e un rigiegarsi verso la materia, per cui la natura umana
## Page 639
cadde nel suo stato ordinario perdendo l'immagine divina del "Logos». I figli di Adamo si trovano in questa condizione di decadenza e di smarrimento, da cui possono essere liberati dal Verbo fatto carno. Finalmente s. Atanasio precisó che nei posteri non ci sono soltanto le conseguenze del peccato di Adamo, ma in certo modo si trasmette lo stesso peccato: «Nam quemodmodum peccante Adamo, peccatum in omnes homines pertransit, ita, postquam Dominus factus homo serpentem devicit, vis illa permanebit in omnes homines" (Adv. Arianae orat. quatuor, I, 51). A questi alessandrini fecero eco i cappadoci, particolarmente s. Basilio e s. Gregorio Nazianzeno, copiosamente s. Gregorio Nisseno. Tutti e tre parlarono d'una vera trasmissione del primo peccato.
Se la scuola alessandrina, permenta di misticismo platonico a carattere intellettualistico, offriva qualche addentellato con la dottrina del p. o., nonostante la sua tendenza idealmente ottimistica, nella scuola antiochena il clima era del tutto avverso a quella dottrina. Per gli antiocheni era quasi inconcepibile un peccato collettivo, una contaminazione della coscienza per via di generazione, una partecipazione alla colpa di un terzo. Questi umanisti anticipati vedevano l'uomo individuo responsabile delle sue azioni e arbitro del suo destino. La tradizione del p. o. doveva trovare in essi, se non dei veri oppositori, certo degli interpreti molto larghi fino al punto da svuotare quella tradizione del suo reale contenuto.
Non senza motivo la più grande eresia contro la dottrina del p. o., il pelagianesimo, è messa in intimo rapporto, ideologicamente e storicamente, con la scuola di Antiochia.
Dagli ultimi studi critici risulta che la prima aperta negazione della trasmissione del p. o. è sorta in seno alla scuola antiochena; e precisamente si riscontra, prima che in Teodoro Mopsuesteno (come si è ritenuto fin qui, in base all'affermazione di Mario Mercatore), in Diodoro di Tasso, che fu maestro di Teodoro e di s. Giovanni Crisostomo. In un frammento di Diodoro si legge appunto che il peccato d'Adamo fu uno solo e i posteri sono colpevoli in quanto imitano Adamo. E in un altro frammento del suo commentario, alla Lettera ai Romani l'éq' $\dot{\text { G }}$ mÉvteç ñuxpzov (in quo omnes peccaverunt) è riferito ai peccati personali.
Di Teodoro di Mopsuestia si discute. In un primo tempo egli affermò il passaggio, da Adamo peccatore nei posteri, almeno della mortalità e di una inclinazione al peccato. Ma poi pare abbia negato ogni trasmissione di peccato, come risulta da alcuni frammenti e dalla stretta amicizia di Teodoro con i pelagiani e specialmente con Giuliano d'Eclano. Il Devreesse, nella recente opera Essai sur Théodore de Mopsueste (Roma 1944) lo scusa del tutto, mentre Vaccari e lo stesso Ammann riconoscono che Teodoro ha negato la trasmissione del p. o., pure contraddicendosi.
Il suo condiscepolo, s. Giovanni Crisostomo, è molto più cauto e moderato. Interprete appassionato di s. Paolo, riconosce anzitutto le conseguenze del peccato di Adamo nei posteri: la mortalità, la concupiscenza, che però non intacca il libero arbitrio, i dolori e le miserie di questa vita; riconosce che tutto si è perduto e inquinato per quel peccato. Non parla tuttavia di una solidarietà colpevole fra Adamo e i suoi discendenti; anzi interpreta la espressione paolina « peccatores constituti sunt multi» non nel senso di veri e propri peccatori, ma di condannati alla morte. Il Crisostomo, alle prese con i manichei, è dominato, come altri contemporanei specialmente dell'ambiente antiocheno, dal principio della responsabilità personale dei propri atti e teme che la trasmissione del p. o. possa indurre nell'errore di una necessità naturale di peccare anche senza un atto di libera volontà. Da questa rapida rassegna risulta evidente l'esagerazione e la falsità di certa critica, che si compisce di presentare i Padri orientali come negatori in blocco del peccato trasmesso.
La tradizione occidentale non presenta notevoli difficoltà. Importante anzitutto la teologia africana, che preparò l'ambiente nativo di Agostino. Tertulliano, collegato con Ireneo, attesta la fede comune: «Ito omnis anima eo usque in Adam censetur, donec in Christo
recenseatur, tamdiu immunda quamdiu recensetur; peccatrix autem quia immunda (De anima, cap. 40).
S. Cipriano riprese la dottrina del suo maestro e la purificò dalle scorie, affermando più chiaramente di lui lo stato di colpa nei bambini prima del Battesimo, colpa "non propria, sed aliena" (Epist. 65, 5).
Nell'Apologia prophetue David, s. Ambrogio ribadí senza equivoci la verità del peccato trasmesso: "Antequam nascimur, maculamur contagio... Et sic nec unius diei infans sine peccato (I. I, cap. II). Omnes in primo homine peccavimus et per naturae successionem, culpae quoque ab uno in omnes transfuus successio est... Adam ergo in singulis no