, uscendo dal ceppo semitico, non erano dei primitivi.
In fatto di religione Israele era incomparabilmente superiore alle condizioni ambientali. In ebraico non c'è traccia di una formazione nominale per dire "dea". Lo studio delle religioni di Babilonia ed Egitto ha confermato il carattere unico della religione ebraica. Studiosi "indipendenti" confessano che alle origini dev'esservi il "carisma", la "personalità ispirata" e concludono con un rinvio pieno di riserbo a Ex. 3, 14 sg. e 19, 5-22. Nessuno studioso anche acattolico, dopo i lavori, p. es., di H. Gunkel sui profeti, potrebbe più attribuire al pro* fetismo l'invenzione del monoteismo ebraico. Non è vero neppure che la civiltà in generale sia in linea ascensionale costante.
Gli studi di archeologia e storia antica hanno specialmente mostrato che Israele non è isolato nella civiltà. La comparazione con le tradizioni degli altri popoli conferisce la massima fiducia a quelle bibliche. La scoperta dei codici orientali, alcuni di vari secoli anteriori a Mosè (negli ultimi anni al codice di Hammurabi si sono aggiunti quelli più antichi dei re Lipit-Ištar e Bilalama), ha mostrato che il corpo di leggi mosaico, che Wellhausen abbassava all'esilio (sec. vi a. C.), rivela elementi arcaici e che non è affatto anacronistico all'epoca a cui la Bibbia lo riporta. La scoperta dell'esistenza della scrittura alfabetica (v. alzaacro) proprio nella zona del Sinai e in Canaan, e in tali condizioni da far intendere che essa molto prima della fine del in millennio era largamente diffusa (i saggi conservati sono casuali), mostra il collo Mosè non solo nella possibilità, ma nella probabilità di essersene servito. E forse l'uso della scrittura da parte di Mosè è da collegarsi con l'uso già esistente nell'interno della famiglia patriarcale (che, giova ricordare, non era di gente "primitiva") fin dal passaggio nel Canaan e in Egitto, uso ipotetico, ma che le circostanze ricordate rendono del tutto verosimile.
Non si sarebbe attribuito a Mosè il P., se almeno il fondo in qualche modo non fosse suo; e d'altra parte il riferimento alla personalità di un legislatore, almeno nell'essenziale, è imposto dal carattere di quel codice, strettamente teocratico, che non può concepirsi come sistemazione anonima di usi esistenti. Per la parte rituale, i giudizi dei critici sono così discordi (cf. A. Bea, in Biblica, 16 [1935], p. 190) che non ispirano nessuna fiducia; considerare anche quella nel complesso della Töröh, come fa la tradizione, rimane quindi il partito migliore.
Tutto ciò dà ragione a quegli studiosi che auspicano anche negli studi biblici, come già hanno fatto i cultori della filologia classica e medievale, un sempre più rispettoso ritorno alle tradizioni patriarcali e mosaiche (A. Bea, ibid., p. 199). Un progresso in questo campo avrà utili riscontri anche in quello letterario, in cui si muove propriamente la questione del P.
Sul metodo, applicato nel P., come un po' in tutti
i più antichi libri storici della Bibbia, si può dire che si sono acquisite spiegazioni importanti, da tenersi presenti per l'interpretazione, comunque si risponda alla questione di origine : poiché il P. risulta libro a carattere compilatorio anche nell'ipotesi della più stretta autenticità mosaica, a motivo dell'uso di informazioni di varia provenienza (Decreto Pont. Comm. Bibl., n. III). Nel giudicare la storiografia del Vecchio Testamento, sono da tenersi presenti i limiti e le cautele ricordate dall'encicl. Humani generis (AAS, 42 [1930], p. 576 sg.).
I principi cattolici sull'ispirazione affermano una parte umana nella stesura del libro sacro e attribuiscono all'agiografo la vera condizione di autore. Questa parte umana si riconosce in tutto ciò che è mezzo per esprimere il pensiero divino: quindi la lingua con i suoi eventuali idiotismi, il complesso di idee che formano un costume o una civiltà, e, ciò che qui importa, la tecnica letteraria. I procedimenti, che nell'attuale mentalità una storiografia onesta e veritiera deve seguire, non erano giudicati allo stesso modo dagli antichi orientali, i quali, quando trovavano scritta una notizia e l'approvavano, potevano raccoglierla senza citarne la fonte.
1. Guidi (L'historiographic chez les Sémites, in Revue biblique, 15 [1906], pp. 509-19) indicava le fonti, da lui individuate, di narrazioni arabe utilizzate di seconda mano con adattamenti di particolari, fatti talvolta con maestria degna di ammirazione. Il raccordo tra brani diversi comporta gli elementi di saldatura, che hanno più una funzione letteraria che storica. Questa considerazione può essere tra quelle utili a illustrare il punto IV del decreto del 1906. Analogo è il caso dei "dopponi": quando il semita scrittore si trovava davanti due relazioni dello stesso avvenimento con particolari diversi, se non aveva ragioni per preferirne una, le fondeva conservando gli elementi propri di ognuna o le riferiva ambedue. Ma questo egli faceva proprio per scrupolo di verità storica: l'attaccamento alla tradizione lo muoveva a fare cosi. Il rispetto della testimonianza scritta gli faceva conservare ciò che essa riferiva: l'insegnamento è nell'insieme.
Questi criteri valgono anche per giustificare le "ag. giunte posteriori", che anche l'esegesi cattolica ammette nel P. e alle volte anche in estensioni notevoli, gruppi di più versetti a senso compiuto. Alcuni ritengono che in una ipotesi documentaria l'inserzione di tali frasi e brani a opera di uomini ispirati è più facile a intendersi che nell'ipotesi dell'inserzione in un libro già fatto e riconosciuto: a meno che non si voglia supporre che quei brani venivano aggiunti al libro di Mosè, perché non ve n'era un altro contenente le antiche tradizioni e leggi. Bastino, come esempi: Deut. 17, 14-20 (legge regia: cf. I Sam. 8, specialmente vv. 6-9.18 e I Sam. 10, 25, secondo cui lo "statuto del regno" fu scritto da Samuele); Ex. 16, 35 (che se è di Mosè fu aggiunto alla fine della vita); Num. 32, 41-42; Gen. 36, 31-43 (cf. v. 31); Deut. 4, 41 sg.; 19, 7; elementi di Deut. 14 e 26 ; ecc.
Del resto a queste aggiunte posteriori, su cui la critica cattolica porta tutta la sua attenzione e diligenza, per il rispetto dovuto al libro sacro "cum omnibus suis partibus", riconoscendovi la garanzia dell'ispirazione, non sono affidati quei dati dottrinali fondamentali, che fanno del P. la prima grande tappa della Rivelazione scritta, il più lontano fondamento della fede, il necessario presupposto del Vangelo. Anche le rivelazioni principali del P. sono in certo modo nella luce del Cristo: il presupposto da cui si sviluppa il messianismo dell'attesa ebraica e della realizzazione cristiana e dà alla missione di Cristo il significato di riparazione e riconciliazione, riscatto, $\lambda$ ótposns, è in Gen. 3, 15. Così pure in parti esclusivamente mosaiche si trovano quegli insegnamenti rivelatori primordiali del monoteismo, della creazione, della legge morale fondamentali, del Decalogo (v.), da cui in tutta la sua ampiezza appare l'importanza unica di questo libro per la fede del
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(Ed. Alineri)
PELLICANO QUALE SIMBOLO DI CRISTO REDENTORE. A sinistra: Crocifisso. Dipinto di scuola giotterca (sec. 501) Firenze, chiesa di S. Felice. A destra: Crocifisso attribuito a Masolino da Panicale (tra il 1407-33) - Pinacoteca Vaticana.
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(fot. Andorson)
In alto a sinistra: DISCESA DELLO SPIRITO SANTO SUGLI APOSTOLI. Mussico (sec. xit) - Monreale, presbiterio del Duomo. In alto a destra: DISCESA DELLO SPIRITO SANTO SULLA VERGINE E GLI APOSTOLI. Miniatura di Antifonario del sec. xv - Firenze, Duomo. In basso: DISCESA DELLO SPIRITO SANTO SUGLI APOSTOLI. A sinistra la colomba sul Trono Divino da cui partono i raggi. In basso tra le finestre sono raffigurati i popoli presenti alla prima predicazione degli Apostoli - Venezia, musaico della chiesa di S. Marco (sec. xit).
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cristiano e il suo contributo allo sviluppo religioso dell'umanità.
Bibl.: 1) cattolici: E. Mangenot, L'authenticité du Pentateuque, Parigi 1907; J. Touzard, Moïse et Tassal, in DFC. III (1916), coll. 695-860, in seguito a censura ecclesiastica (1920) sostituito con altro piu breve, Pentateugue et Hexateugue (dall'Introd. in Vet. Test., di H. Hüpfl); A. Sanda, Mapues und der Pentateuch, Münster 1924; J. Gottsberger, Einleitung in das Alte Test., Friburgo in Br. 1928; A. Robert, La question du Pentateugue, in Ren. questions historiques, 59 (1931-32), pp. 133-38; A. Bea, De Pentateucho (Inst. Bibl., 2, 1), Roma 1933 (con amplissima bibl.); id., Der heutige Stand der Pentateuchfrage, in Biblica, 16 (1935), pp. 175-200; M.-J. Lagrange, L'authenticité mosaïque de la Genèse et la théorie des documents, ibid., 47 (1938), pp. 162-83; A. Vaccari, Le dualisme littéraire de l'Abe. Test. et la question du Pentateugue, in Actes du XX Congr. Intern. des Orient. (Bruxelles 1938), Lovanot 1940, pp. 274-75; J. Coppens, Histoire critique des letres de l'Abe. Test., ivi 1942; H. Hüpfl-A. MillerA. Metzinger, Introd. specialis in Vet. Test., $5^{2}$ ed., Roma 1946, pp. 3-121. 2) Acattolici: H. Gressmann, Die Aufgaben der altt. Forschung, in Zeitschr. f. altt. Wissensch., 42 (1924), pp. 1-33; H. M. Wiener, Einige wesentliche Irrtümer der wellbausenschen Anschauung, in Monatschr. f. Gesch. u. Wiss. d. 7ud., 71 (1927), pp. 333-64; W. Möller, Die Einheit und Eehtheit der fünf Bücher Moutz. Bad Salzuften 1931; E. König, Ist die moderne Pentateuchkritik auf Tatsachen begründet?, Stoccarda 1933; P. Volz-W. Rudolph, Der Elahist als Erzähler, ein Irrweg der Pentateuhehrith (Beihefte zur Zeitschr. f. altt. Wissensh., 63), Giessen 1933; U. Cassuto, La questione della Genesi, Vicenza 1934; id., The documentary hypothesis and the composition of the Peur, (in ebraico), Gerusalemme 1944; O. Eissfohlt, Einl. in das Alte Test., Tubinga 1934 (cf. id., Pentecuch, in Pauly-Wissowa, XXIX, pp. 513-24); G. von Rad, Das formgeschichtliche Problem des Hexateuch, Stoccarda 1938; W. Rudolph, Der - Elahist - von Exodus bis Tessa (Beihefte zur Zeitschr. f. altt. Wissensch., 68), Berlino 1938 (cf. A. Bea, in Biblica, 20 [1939], pp. 206-210); A. Bentsen, Introduction to the Old Testament, II, Copenhagen 1948, pp. 23-31 (cf. A. Bea, in Biblica, 32 [1951], pp. 274-278); A. Weiser, Einleitung in das Alte Testament, $2^{2}$ ed. [1*, 1939), Gostinga 1940, pp. 68-79. Giovanni Rinaldi
PENTATEUCO SAMARITANO: v. SAMARITANO, PENTATEUCO.
PENTECOSTALI. - I. ORIGINE E SVILUPO. - Si dà il nome di p. (Pentecostal Churches) a tre gruppi di cristiani derivati dal metodismo o wesleyanesimo, che sono di origine recente e costituiscono una nuova prova del frazionamento del protestantesimo.
Nel 1896, il Rev. Hardin Wallace, ministro della Chiesa metodista libera (Free methodist Church), organizzò in California un ramo staccato dalla sua Chiesa e gli diede il nome di Chiesa della Santità (Holiness Church). Dopo 20 anni, essa contava 28 ministri, 33 chiese e 926 partecipanti. In seguito, non ha subito rilevanti cambiamenti. L'anno seguente, il rev. M. W. Knapp, che faceva parte della Chiesa metodista episcopale (Methodist Episcopal Church), si separò dalla Chiesa della Santità per fondare a Cincinnati (Ohio) la Chiesa di santità del pellegrino (Pilgrim Holiness Church). A giustificazione del suo gesto affermò che a suo parere la chiesa episcopale metodista non era più completamente nello spirito di Wesley, nel suo insegnamento e nella sua pratica. Dal 1879 al 1916 questo nuovo gruppo fece lenti progressi fino a contare 826 ministri, 367 chiese e 12.362 membri. Si nota in tale gruppo, come nel precedente, il numero elevato dei ministri, relativamente a quello degli aderenti. Mentre nella Chiesa cattolica un sacerdote su mille fedeli viene considerato come una buona media, presso i metodisti della Pilgrim Holiness Church la media è di un ministro ogni 15 fedeli. La media complessiva nel tre gruppi "pentecostali» dà un ministro su 16 fedeli. Da ciò si potrebbe rilevare che si tratta piuttosto di società di studio e di ricerca della santità, secondo i metodi di John Wesley. Il terzo di questi gruppi si autodefinisce Pentecostal Holiness Church, ossia Chiesa della santità pentecostale. L'appellativo significa che si tende a riprodurre lo slancio spirituale degli apostoli nella Pentecoste. Questa terza chiesa, analoga alle due precedenti, sorse nell'ag. 1898 ad Anderson (Carolina del Sud); nel 1916 contava 282 ministri, 192 templi, 5353 aggregati.
II. Dottrina. - I p. nelle loro diverse denominazioni hanno conservato la dottrina e le note ca-
ratteristiche del metodismo. Essi hanno fatto un posto più o meno grande all'autorità dei vescovi o, al contrario, a quella dei laici, secondo la relativa opportunità o i relativi antecedenti. Per quanto riguarda la dottrina, differiscono molto poco dal metodismo in generale. Il secondo ramo professa la fede nella S.ma Trinità e respinge, conseguentemente, l'unitarismo; ammette che la S. Scrittura, nel suo contenuto originale, è infallibile, divinamente ispirata e costituente la regola unica e assoluta della fede e della pratica religiosa. Ciò premesso, ciascuno è libero di amministrare il Battesimo nel modo che gli piace, di conferirlo o di rifiutarlo ai bambini. La Cena del Signore è ugualmente celebrata, secondo le ispirazioni dei ministri o la richiesta dei comunionali. C'è, dunque, una certa diversità nella pratica dei diversi gruppi.
I due rami principali del movimento pentecostale svolgono azione di proselitismo tra i pagani. La Pilgrim Holiness Church conta, secondo l'ultimo censimento, 40 stazioni, tra l'Africa, le Indie orientali, l'America del sud, il Giappone e la Corea, 35 missionari, coadiuvati da 31 indigoni, 35 chiese organizzate, 780 membri, 5 scuole con 300 alunni. La Pentecostal Holiness Church aveva, da parte sua, pochi missionari nel sud-Africa, nella Cina meridionale, nell'America centrale. Recentemente i p. hanno tentato di svolgere la loro propaganda in Europa, ma con scarso successo. Nelle statistiche generali delle denominazioni religiose degli Stati Uniti, i p. sono posti sotto la voce metodisti, dai quali derivano.
Bibl.: S. H. Fradsham, With Signs Following. The Story of the Letter-Day-Pentecostal Revival, Springfield Me. 1928; anon., Congregazione cristiana denominata pentecostale. Brevi cenni sull'organizzazione della medesima, Roma 1929; C. Crivelli, Sguardi sul mondo protestante, I, ivi 1949, pp. 21, 22, 31, 39, 63, 109, 123, 221; F. Spadafora, 1 P., $2^{2}$ ed., Rovigo 1930.
Leone Cristiani
PENTECOSTARION. - Libro liturgico del rito bizantino, che contiene le parti proprie dell'Ufficio divino per il tempo pasquale, cioè dal giorno di Pasqua fino alla $1^{1}$ domenica dopo Pentecoste, detta di Ognissanti. Nelle antiche edizioni slave, e ancora oggi presso i Ruteni, il libro si apre con la domenica delle Palme. Non esiste uno studio sulla storia del P. Editio princeps, in greco: Venezia 1544.
Bibl.: K. Kirchhoff, Osterjubel der Ostkirche, Erster Teil: Das Pentekostarian, Münster 1940; dà la versione tedesca di tutti gli inni; nell'introduzione una analisi delle loro idee generali.
Alfonso Raca
PENTECOSTE. - I. S. Scrittura. - Festa ebraica, 7 settimane o 50 giorni (onde l'appellativo greco "cinquantesimo" [giorno]) dopo la Pasqua, divenuta solennità cristiana perché in quel giorno si inaugurò miracolosamente la comunità diretta dagli Apostoli (Act. 2, 1-14).
Secondo Lev. 23, 15-16: «Dal giorno dopo il sabato, cioè da quando avrete offerto il manipolo da agitare, conterete sette settimane compite. Contati così, fino al giorno dopo il settimo sabato, 50 giorni, offrirete al Si gnore un'oblasione nuova». Per i Farisci il "giorno dopo il sabato" in cui si offriva il manipolo (d'orzo) era il 16 n biso, per i sadducei il giorno successivo a un vero sabato. Perciò la P., fissata al 50 giorno dall'offerta del primo manipolo, veniva celebrata dai sadducei sempre nel primo giorno della settimana. Perciò, se per i farisei cadeva il 5 o il 6 o anche il 7 del mese di sticón ( $2^{\circ}$ mese dopo il nisón, corrispondente a maggio-giugno), per i sadducei essa poteva cadere anche nei giorni più tardi.
Nell'anno della morte di Gesù, che fu il venerdì 14 nisón, coinciamo il 15 nisón, festa di Pasqua, con il sabato della settimana; il 16 nisón era perciò domenica, primo giorno della settimana, e la P. di conseguenza cadde porimenti di domenica.
La P., la seconda grande festa nel corso dell'anno, era chiamata a festa della mietitura $» 0$ a festa delle setti-
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(da V. Lerequais, Les Bricr. mat. des Bith. pold. de France, Parig. Iol., (a), 2)
Pentecoste - La discesa dello Spirito Santo. Ministurs del Breviario di Montiéramey (sec. 21), - Parigi, Biblioteca nazionale,
mane: (bagh lābbu'āth: Ex. 34, 22; Deut. 16, 10; II Par. 8, 13) o "festa delle primizie" (Ex. 23, 16) perchè si offrivano pani fatti con la farina del grano appena mietuto (Lev. 23, 17). L'offerta "libera" di cui parla il Deuteronomio ( 16,10 -11) non esclude le offerte prescritte, e doveva essere occasionale di un lieto convito, a cui il pio israelita, ricordando la benevolenza di Dio nel liberare il popolo dall'Egitto, faceva partecipare i diseredati, che non potevano fare quelle offerte. Il carattere agricolo originario della P. non fu alterato dalle prescrizioni relative alla data, ai riti ed ai sacrifici che, secondo la legislazione di Lev. 23, 15-22 e di Num. 28, 26-31, costituiscono il carattere proprio della festa e ne accrescono la solennità. Oltre l'offerta caratteristica dei due pani "lievitati" (Lev. 23, 17), si offriva il pane comune, quello che serviva di sostentamento ordinario, perché era ciò che si doveva alla liberalità di Dio, e di ciò lo si voleva ringraziare. Si aggiungeva l'olocausto di "sette agnelli di un anno, senza difetto, e un giovenco e due montoni" (ibid. 23, 18; secondo Num. 28, 27, due giovani tori, un montone e sette agnelli); di "un capro per vittima espiatoria e due agnelli di un anno in sacrificio salutare n: Lev. 23, 19. Vi erano dunque tre sorta di sacrifici: l'olocausto, il sacrificio per il peccato e il sacrificio pacifico dei due agnelli. Al senso dell'offerta delle primizie a Dio, in riconoscenza per la messe abbondante nella terra fertile e spaziosa da Dio promessa al popolo, si aggiunse più tardi il ricordo commemorativo della promulgazione della legge sul Sinai. Questo non appare nel Vecchio Testamento e neppure in Filone e Giuseppe; se ne trova menzione solo a partire dal sec. II d. C. (cf. H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, II, Monaco 1924, p. 601).
Sia per il suo significato che per la buona stagione in cui cadeva, la festa di P. era molto frequentata anche dai Giudei della diaspora (cf. Act. 2, 9-11). Anche s. Paolo nel suo terzo viaggio, tornando dalla Grecia, non volle fermarsi ad Efeso perché aveva fretta di giungere a Gerusalemme per la P. Essa è nominata anche in I Cor. 16, 8; ma è soprattutto importante il racconto in Act. 2, della discesa dello Spirito Santo avvenuta in quel giorno.
Il senso della P. cristiana risulta dai fatti che in quel giorno si verificarono. La missione dello Spirito Santo, promesso ripetutamente da Gesù (Jo. 15, 26; Act. 1, $4-5,8$ ) con la manifestazione visibile in lingue di fuoco, fu l'inizio della Chiesa. Gli Apostoli incaminciano la predicazione. Il fenomeno meraviglioso delle lingue sembra doversi spiegare come un fenomeno di glossolalia, come si verificò spesso in seguito nella Chiesa primitiva (I Cor. 14; cf. S. Lyonnet, De glossolalia Pentecostes eiusque significatione, in Verbum Domini, 24 [1944], pp. 6575; J. Renié, Actes [La Sire Bible, ed. L. Pirot, 11,1], Parigi 1949, pp. 55-56).
Bibl.: H. Lesêtre, Pentecôte, in DB. V, pp. 119-23; M. Hagen. s. v. in Lexicon Biblicum. II, coll. 599-60; G. Felicn, Storia dei tempi del Nuovo Testamento. II. Torino 1913, pp. 252-53; F. Nolscher, Biblische Altertumskunde, Bonn 1940, p. 358; A. Clamer, Lévitique, Nombres, Deutéronome (La Sire Bible, ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, pp. 171 56., 619. Silverio Zedda
II. Liturgia. - L'oggetto della festa di P. è chiaramente enunciato nell'antifona del Magnificat dei II Vespri del giorno: "hoche completi sune dies pentecostes... Spiritus Sanctus in igne discipulis apparuit, et tribuit eis charismatum dona: misit eos in universum mundum praedicare et testificar...". Con la P., la Chiesa, nata sulla Croce dal costato di Cristo (cf. s. Agostino, Tract. in Yohau., XV, p. 8 : PL 35, 1513), fa la sua prima apparizione in pubblico: "dies nobis ", dice s. Agostino, "gratus illuxit quo sancta Ecclesia fidelium fulget aspectibus, fervet in cordibus" (Sermo 271, 1: PL 38, 1245). Nell'antichità la P. era essenzialmente la conclusione delle solennità pasquali la cui letizia si protraeva per i 50 giorni, chiamati "dies pentecostes", "quinquagesima" o semplicemente "pentecostes" ("quinquaginta diebus emensis, quos in lactitia praecipue festivitatis exegimus " diceva s. Leone Magno, Sermo 81 : PL 54, 421). In quel giorno si ricordava non solo la discesa visibile dello Spirito Santo sugli Apostoli, quasi fosse il suo dies natalis, come diceva s. Agostino (s et venit Spiritus sanctus in quinquagenario numero tanquam natalem sibi apud nos faciens": ed. G. Morin, Roma 1930, p. 185), ma il coronamento di "tutta l'economia della salvezza" (Baumstark [cit. in bibl.], p. 170). Però dal momento in cui nella liturgia romana la P. venne munita di ottava, essa prese l'aspetto di una festa a sé stante. Nella liturgia bizantina, come si rileva dall'idiomelo di Leone il despota, che si canta nella festa di P., sembra che l'oggetto della solennità sia quasi unicamente il mistero della S.ma Trinità. Anche per i russi la P. è innanzi tutto la domenica della S.ma Trinità. Il ricordo storico della discesa dello Spirito Santo è commemorato presso gli orientali il lunedi di P. Con la p. ebraica (v. sopra), la P. cristiana ha in comune la sola data.
1. Origine. - La P. ("quinquagesimarum dies" secondo Eteria) è antica quanto la Pasqua, però gli accenni alla P. che si riscontrano negli Atti (20, 16) e nella prima lettera ai Corinti $(16,8)$ si riferiscono alla solennità ebraica. Tra le prime testimonianze per la P. cristiana si deve annoverare quella di Tertulliano che fa della "Pentecostes" ossia dei "quinquaginta dies" un tempo batteximale come la Pasqua (cf. De baptismo, 19; De idololatria, 14), durante il quale si prega in piedi in segno di letizia (De ieluniis, 14; De corone, 3; De oratione, 23). Anche Origene (Contra Colono, VIII, 22 : PG 11, 1549-52) parla dei " $7 \overline{7} \leq$ nevтqxoat $\delta \varsigma$ fué $\rho \alpha \iota \varsigma$ ", con un accenno alla discesa dello Spirito Santo. Il carattere di letizia di questi 50 giorni divenne poi così tradizionale nella Chiesa, che, salvo eccezioni, vi si interrompevano digiuni e penitenze, come attestano, p. es., s. Ambrogio ("Maiores tradidere nobis pentecostes omnes quinquaginta dies ut paschae celebrandos»: Expositio in Losano, VIII, 25: PL 15, 1863); Eteria (Itinerarium, 41 : ed. H. Pétré,
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Parigi 1948, p. 244); s. Agostino (s ieiunia relaxantur, et stantes oramus, quod est signum resurrectionis»: Epist. ad Ianuarium, 15: PL 33, 218); Cassiano (Collatio XXI, 11, 19.20: PL 49, 1183, 1193 sg.); e i Canones Hippolyri (nn. 195-98: ed. L. Duchesne, Origines du culte chrétien, $5^{\mathrm{a}} \mathrm{ed}$. Parigi 1909, pp. 344-45).
Ad eccezione della Spagna, dove il Concilio di Elvira, all'inizio del sec. iv, dovette prescrivere la celebrazione della P. (can. 43: Hefcle-Leclercq, I, 1, p. 245 sg.), dal sec. iv in poi la P. ebbe un carattere di particolare solennità.
Per l'Oriente si ricordano: Eteria che descrive la liturgia di P. a Gerusalemme, dove alla discesa dello Spirito Santo si associera il ricordo dell'Ascensione; la funzione cominciava al primo canto del gallo e si protraeva sino alla mezzanotte seguente (Itinerarium, 43, ed. cit., pp. 246-52); le Constitutiones Apostelorum (V, 20, 14; VIII, 33, 5; ed. F. X. Funk, Paderborn 1905, pp. 299, 538); s. Giovanni Crisostomo che la chiama "וִוְּרִיסְטִידִים יוֹרִי כְּסִירוֹי" (Serm. de sancta Pentecoste, II, 1: PG 59, 463; cf. anche In Annam, Sermo IV, 2: PG 54,665 ).
Per l'Occidente, si vedano: s. Ambrogio (De Apol. propò. David, 42 : s suscipimus advenientem in nos gratiam Spiritus Sancti die Pentecostes: vacant ieiunia, laus dicitur Deo, allcluiz cantatur»: PL 14, 907); s. Agostino (Sermo 269, 1: PL 38, 1234); s. Massimo di Torino (Sermo 63: PL 57, 377); s. Leone Magno il quale ricorda che la P. "in praccipuis festis esse venerandam" (Sermo 75: PL 54, 400; cf. anche i Serm. 76-79).
2. La Vigilia. - Tertulliano, come già si è detto, faceva dei giorni di P. un tempo battesimale, e papa Siricio sul finire del sec. iv richiamava a Imerio di Tarragona l'uso invalso "apud nos et apud omnes ecclesias" di conferire solo a P., e non già in altre solennità, il Battesimo ai catecumeni che per motivi vari non l'avevano potuto ricevere durante la veglia pasquale ( $E p$. I, 2 : PL 13, 1134). La scelta di questa "sacrata solemnitas" per l'amministrazione del Battesimo era dovuta al fatto che P. "de paschalis festi pendet articulo", come osservava s. Leone ai vescovi siciliani ( $E p$. XVI : PL 54, 699-701) cf. Ep. CLXVIII: ibid., col. 1210). Anche i concili dell'evo carolino insistono molto sui due giorni battesimali di Pasqua e P., sa vo i casi d'urgenza. Si vedano le prescrizioni emanate dai vescovi radunati "ad ripas Danubii" nel 796; il $\S 4$ dell'istruzione pastorale dell'arciv. Arnone del 798; il can. 4 del Concilio di Magonza dell'813 (ed. A. Werminghoff, in MGH, Concilia aevi Carolini, II, I [1908], pp. 173-75, 198, 261) e il can. 33 del Concilio di Parigi dell'829 (ibid., II, II [1908], p. 634).
Nella veglia di P. si seguiva, a un dipresso, lo stesso schema della veglia pasquale, ma i riti erano notevolmente ridotti: i) quattro letture secondo i Sacramentari gelasiano antico e gregoriano (cf. anche Amalario, Lib. officialis, I, 38 : ed. J. M. Hanssens, Amalarii ep. opera omnia liturgica, II, Città del Vaticano 1948, p. 181), sei invece secondo l'Ordo Romanus XI (sec. xir), che prescriveva di recitarle in latino e in greco (n. 62 : PL 78, 1049; ed. L. Duchesne, Le liber censuum, II, Parigi 1905, p. 157), tante ne sono poi rimaste nell'odierno Messale romano); 2) la benedizione del fonte; 3) il Battesimo; 4) la Cresima; 5) la Santa Messa. A Roma la veglia si celebrava al Laterano. In quanto al digiuno, diventato di regola al medioevo, si hanno i primi accenni in orazioni del cosiddetto Sacramentario leoniano (ed. C. L. Feltoe, Cambridge 1896, pp. 25-26) e del gelasiano antico (ed. H. A. Wilson, Oxford 1894, p. 120); le orazioni del gregoriano non parlano di digiuno, che invece viene ordinato dal can. 10 del Concilio Bavarese del 740-50 (ed. Werminghoff, cit., II, 1, p. 53). Il rito della veglia notturna passò poi al pomeriggio per finire al mattino del sabato.
3. La festa. - A Roma, la stazione liturgica del giorno si celebrava in S. Pietro, come già attesta il Sacramentario gregoriano. Tra i testi più caratteristici della festa si

(per cottisia del con. G. Troncini)
Pentecoste - Discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, Miniatura nell'Incipit degli Atti degli Apostoli, Bibbia di Borso d'Este, II, f. $215^{\circ}$ (1425-61) Modena, Biblioteca Estense.
ricordano: 1) la sequenza Veni Sancte Spiritus, autentico capolavoro, introdotta in modo definitivo nel Messale Romano da s. Pio V (1570); già attribuita al re Roberto il Pio o a Innocenzo III, è stata invece rivendicata al card. Stefano di Langton, arciv. di Canterbury (1207-28), giusta la testimonianza di un contemporaneo (cf. J. B. Pitra, Spicilegium solesmense, III, Parigi 1853, p. 130; P. H. Thurston, Notes sur les prières les plus usitées, IV. Le Veni S. Spiritus du card. Langton, in Rev. du clergé français, 21 [1915], t. Lxxxiv, pp. 208-24). L'Ordo Romanus XIII (n. 26 : PL 78, 1120) e molti messali manoscritti e a stampa, non esclusa l'ed. princeps del Missale Romanum (Milano 1474: ed. R. Lippe, Londra 1899, pp. 240-41) che contiene anche il Veni S. Spiritus, hanno invece per P. la sequenza Sancti Spiritus adsit nobis gratia (cf. U. Chevalier, Repertorium Hymnologicum, II, Lovanio 1897, n. 18557), composta dal monaco Totkero il Balbuziente e rivestita di una splendida melodia gregoriana; 2) il Prefazio, una delle più belle composizioni liturgiche del Messale romano: proviene dal Sacramentario gregoriano, ma il primo periodo già faceva parte d'un Prefazio della Messa vigiliare di P. nei Sacramentari leoniano e gelasiano antico. Eccezionalmente nell'ora di Terza, anziché il solito inno ambrosiano, si recita il Veni Creator, per ricordare più direttamente l'ora della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.
4. L'ottava. - Le Costituzioni apostoliche, sopra ricordate (V, 20, 14), accennano alla settimana festiva dopo P., uso passato in seguito anche in Occidente, come attestano, ad es., il can. 36 del Sinodo di Magonza dell'813 che ne urge l'osservanza (ed. A. Werminghoff, ed. cit., II, i, p. 270) e l'elenco delle feste di precetto osservate a Bologna nel sec. I2 (s Sabbato Pentecoste venerabiliter celebretur sicut diem sanctum resurrectionis, II, III, IIIL V.VI et sabbatum post pentecosten a mane usque ad missa ", ed. G. Morin, in Rev. benéd. 19 [1902], p. 354). In progresso di tempo questa consuetudine decadde, tanto che il Sinodo di Costanza del 1094 (Mansi, XX, 795-96) dovette contentarsi di ristabilirla solo in parte prescrivendo che i giorni di festa a Pasqua e a P. fossero limitati ai tre primi giorni della settimana, ma anche questa parziale restaurazione del precetto non fu a lungo osservata. In quanto all'ottava, che si conclude con Nona di sabato, a Roma non era conosciuta al tempo di s. Leone Magno, il quale parla soltanto dei digiuni delle Tempora d'estate. Nonostante le " orationes ad vesperos infra octavas Pentecosten e del Gelasiano antico, l'organizzazione liturgica della settimana di P., con l'inclusione dei tre giorni di digiuno delle Tempora d'estate, è dovuta a s. Gregorio Magno (cf. Egberto di York, De institutione catholica, interr. XVI, 2 : PL 89, 441; cf. A. Chavasse [cit. in bibl.], pp. 75-81). Nel corso del sec. vir, per togliere il digiuno dell'ottava di P., si è pensato di trasportarlo, a Roma e in varie altre Chiese, nella settimana della IIIa o della IVa domenica dopo P., ma Gregorio VII ripristinò l'« aestivale ieiunium" all'ottava di P. (cf. Micrologus, 25 : PL 151, 997).
5. Le domeniche dopo P. - Benché il libro III del Sacramentario gelasiano antico (ed. cit., pp. 224-33)
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contenga senza particolare indicazione un gruppo compatto di 16 domeniche, i cui formulari si ritrovano poi nelle domeniche V-XX dopo P. degli antichi libri liturgici romani e dell'odierno Messale romano, tuttavia l'organizzazione delle domeniche dopo P. è dovuta a s. Gregorio Magno che le distribui in questo modo: "post Pentecoston ", numero vario al massimo 5; "post Nat. Apostolorum ", 6; "post Sci Laurentii n, 5; "post Sci Cipriani s, 7 (o anche "post Sci Angeli "cioè s. Michele). La numerazione continua da i a 24 , oggi in uso, proviene dal Sacramentario gelasiano del sec. VIII. Non potendo per ragioni di spazio studiare i formulari, alcuni veramente splendidi, assegnati a queste domeniche si vedano al riguardo le trattazioni del De Puniet, dello Schmidt, del Chavasse e gli studi ricordati nelle loro bibliografie. Giova però osservare che nella redazione complessiva di questi formulari non si scorge punto la preoccupazione di esporre sistematicamente un concetto. Per terminare si fa notare una particolarità che può servire per l'identificazione dei messali manoscritti: la serie dei versetti alleluiatici delle domeniche dopo P. nei messali anteriori al 1570 varia da Chiesa a Chiesa però dal sec. x al sec. xvi essi sono costanti nei libri liturgici di una medesima Chiesa, come ha dimostrato egregiamente V. Leroquais (Les sacramentaires et les missels mss. des Bibliothèques publ. de France, I, Parigi 1924, pp. xxiv-vi). Nella liturgia bizantina le 14 prime domeniche dopo P. sono dette di s. Matteo dal Vangelo che vi si legge, le altre, fino alla nostra settuagesima, di s. Luca per l'identica ragione.
6. Nomi e simboliche usanze medievali. - Nei documenti medievali la P. è detta: Pascha de madio (maggio); Pascha militum; Pascha Pentecostes; P. collectarum (P. media era il mercoledì di P. e P. prima e ultima erano il 10 maggio e 13 giugno, termini estremi in cui può cadere P.). Nel basso medioevo era diffusissimo l'uso di rappresentare simbolicamente la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. La P. prese appunto anche il nome di Pascha rosatum, pasqua rosata, di rose o di rugiada, dalla più comune scena di questo genere che consisteva nel far scendere dall'alto della chiesa una pioggia di rose rosse o di batuffoli di stoppa accesi, in'ricordo delle lingue di fuoco scese sugli Apostoli nel Cenacolo. A Roma questa pioggia simbolica aveva luogo la domenica che precede P., "la dominica de rosa", nella chiesa stazionale di S. Maria ad Martyres, mentre il Papa dall'ambone parlava al popolo della prossima solennità di P. In quell'istante dall'alto dell'occhio della rotonda si buttavano "rosse in figura eiusdem Spiritus Sancti s, come attesta al sec. xir l'Ordo Romanus XI di Benedetto canonico (n. 61: PL 78, 1049; ed. L. Duchesne, cit. 157). A Bayeux al canto della sequenza Sancti Spiritus adsit nobis gratia si faceva cadere dall'alto della volta della Cattedrale fiori di sette profumi diversi per ricordare i Sette Doni. Altrove al canto dell'Epistola si imitava il rumore del vento impetuoso ricordato dal sacro testo e si dava fiato a trombe. Mentre si cantava il Veni creator si accendevano le candele, si suonavano le campane e sette sacerdoti rivestiti di pianeta con incensieri accesi e profumati stavano col vescovo ai piedi dell'altare. In altre chiese, come, p. es., nella basilica di S. Pietro e a Orvieto (e qui l'usanza è tuttora viva; la cerimonia della palombella ha luogo, da un secolo a questa parte, sul sagrato; la colombina percorre il tratto sceso segnato dalla fune fra lo spazio "di mille scoppi e) si lanciavano durante la celebrazione della Messa colombe o uccelli. Dove questi mancavano si faceva scendere sull'altare una colomba di legno con al becco un'ovila.
Per le rappresentazioni della P. nell'arte v. SPirito sANTO. - Vedi tav. LXXVIII.
Bibl.: K. A. Kellner, L'anno ecclesiastico e le feste dei Santi, $2^{2}$ ed., Roma 1914, pp. 104-109; H. Leclercq, Pentecôte, in DACL. XIV, i, coll. 260-74; L.-A. Molien, La prière de l'Eglise, II, Parigi 1924, pp. 531-34; W. Körper, Das hl. Augustinus Schriftem als liturgie-genbichtliche Quellen, Monaco 1930, pp. 26-27, 107: P. De Puniet, Le Sacramentaire romain de Gellone, estratto dalle Epò. Liturgicus, Roma [1938], pp. 28-65; Th. Klauser, Das römische Capitulare Evangeliorum, Münster 1935: R.-J. Hesbert, Antiphonale Missarum sextuplex, Bruxelles 1935, pp. Lxxi-xx; A. Baumstarà, Liturgie comparée, $2^{\circ}$ ed., Cherescogne
1939, pp. 151, 170-71; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 209-19; J. A. Jungmann, Pfingstoktav u. Kirchenbuste in der römischen Liturgie, in Miscellanea lit. in honorem L. C. Mühlberg, I, Roma 1948, pp. 169-82; H. Schmidt, Die Sonstuge nach Pfingsten in den römischen Sahramentaren, ibid., pp. 431-93 (con ampia bibl. precedente; da tener presente le osservazioni di dom B. Botte, in Les questions liturgiques et paroissialet, 31 [1950], n. 411 e del Chavasse); id., De lectionibus variantibus in formulis identicis sacramentariorum Leoniani, Gelasiani et Gregorinus, in Sacro erudiri, 4 (1952), pp. 100-73 (le formole per la P. a pp. 160-61); P. Bruyfonte, Les oraisons du Missel Romain, II, Lovanus 1955 (v. indice); A. Chavasse, Les plus anciens types du lectionnaire et de l'antiphonaire romains de la Messe, in Rev. Sémélectius, 62 (1952), pp. 3-94. A. Pietro Frutza
PENTINI, Francesco. - Cardinale, n. a Roma l'11 dic. 1797, m. iv il 17 dic. 1869. Figlio di Ulisse, già rappresentante di Caterina II di Russia presso Pio VI, da giovinetto assisté durante la Settimana Santa del 1811, nella cappella della sua abitazione, alle benedizioni degli olii santi e alle sacre Ordinazioni, non compiute nella Basilica Lateranense per la triste situazione di quei giorni.
Venutone a conoscenza il generale Miollia, volle che il P. entrasse nel Collegio Militare di Parigi. Riuscito a fuggire pronta in Svizzera, poi in Svezia, fu accolto dal re Carlo XIII nel corpo delle sue guardie, col grado di tenente. Al ritorno di Pio VII in Roma fece parte della scorta d'onore ed entrò nella carriera ecclesiastica. Nominato cameriere segreto partecipante, fu poi prelato domestico, referendario nel Tribunale supremo della Segnatura di grazia e giustizia, ponente del buon Governo e della Consulta, luogotenente nella Camera apostolica, prelato chierico di Camera, presidente degli Archivi. Nel 1847, quale presidente delle Acque e Strade, si acquisto non poche benemerenze presso la città di Roma con la sua intraprendenza. Il 14 genn. 1848 divenne vice-presidente del Consiglio di Stato ed il 22 febbr. successivo fu, nel gabinetto presieduto dal card. Bofondi, ministro dell'Interno ed incoraggiò Pio IX a proseguire sulla via delle intraprese riforme. Nel ministero Soglia fu sostituito di Pellegrino Rossi al dicastero dell'Interno ed il 16 nov. 1848 invano si portò nella abitazione del Conte per dissuaderlo dal recarsi alla tragica cerimonia inaugurale della Camera dei Deputati alla Cancelleria. Rimase poi al fianco di Pio IX nelle fosche giornate seguenti e svolse con serena fermezza opera di moderazione. Al ritorno del Papa da Gaeta fu nominato presidente della nuova Commissione di revisione, ma poi rinunciò per ritirarsi a vita privata, finché Pio IX, nel Concistoro del 26 marzo 1863 , ne premió i meriti creandolo e pubblicandolo cardinale diacono di S. Maria in Portico.
Bist.: F. Fabi Montani, Dei suddiaconi e più particolarevate dei Liberiani nella Cappella Liberiana, Roma 1863, pp. 47-50; G. Spada, Storia della produzione di Roma e della restaurazione del Governo pontificio, II, Firenze 1868, p. 526; M. Minghetti, I miei ricordi, II, Torino 1888, p. 125; M. Pettinaro, F. P. e la Rivoluzione romana, Roma 1907.
Maria de Camullia
PENULA. - La paenula era presso i Romani un mantello di colore oscuro, forse di origine celtica, chiuso anche sul davanti e senza maniche, di forma circolare con foro nel mezzo per il quale si faceva passare la testa; si cavavano le mani al disotto dei suoi lembi sollevati.
Si usava specialmente in viaggio; in città in tempo piovoso e freddo con l'applicazione di un cappuccio (cucullus). Era confezionato in panno spesso foderato di pelliccia (gausapa, paenula gausapina); ve ne erano anche di cuoio sottile. Una paenula dimessa ed aperta sul davanti era portata dai servi sulla tunica esomide. Per il taglio e la qualità della stoffa era poco adatta ad essere panneggiata con eleganza come l'altro mantello detto lacerna, più piccolo, aperto sul davanti e sempre con il cucullus. Un mantello del genere della paenula (pchōvs) fu richiesto da s. Paolo a Timoteo (II Tim. 4, 13), da lui lasciato a Troade, presso Carpo, con alcuni suoi libri. Nel iv e v sec. divenne comune una foggia di p. più pratica, decurtata ed aperta ai lati per muovere le braccia. Da essa, usata dagli episcopi e dai presbyteri
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(fei. Ene. Cati) Pepoli, famiglia - Riratto di Carlo P. - Roma, Musco del Risorgimento.
(come s. Martino di Tours) derivò la casula o planeta, mentre dalla lacerna derivò il piviale (pluvialis). Fu, in seguito, tra i secc. viIt e ix che, venute in uso altre specie di vestiario, la paenula e la lacerna divennero indumenti esclusivamente ecclesiastici e liturgici. Tipi vari di paenula sono rappresentati in figurazioni di episcopi e di presbyteri; cosi è vestito s. Ambrogio (v.) nel musaico milanese del sec. v (A. Ratti, Il più antico ritratto di s. Ambrogio, in Ambrosiana, Milano 1897, p. 20), cosi pure in pitture presso il sepolcro di s. Cornclio, nel cimitero di Callisto (sec. vi), nei musaici revennati (sec. vi), nelle pitture di S. Maria Antiqua nel Foro Romano (sec. viII) ed in quelle della chiesa inferiore di S. Clemente in Roma (sec. xi).
Bibl.: Wilpert, P'tture, pp. 73-78 e tavv. 79: 111: 118, 1; 160, 1; 183, 2: 217: 233: 236; G. Braun, Die liturg. Gewandung, Friburgo in Br. 1907, p. 149 sgg.; vers. it., I paramenti sacri, Torino 1914, p. 96 sgg.; Ch. Diehl, Ravenne, Parigi 1907, pp. 63, 71 sgg.
Gioacchino Mancini
PEORIA, diocesi di. - Diocesi e città nello stato di Illinois, negli Stati Uniti d'America. Questa diocesi fu eretta nel 1875 per smembramento dall'arcidiocesi di Chicago e copre oggi (1951) un territorio di 16.933 miglia quadrate con una popolazione totale di 1.108 .031 ab . (censimento del 1940) dei quali 160.266 sono cattolici.
La diocesi di P., suffraganea di Chicago, conta i abbazia (S. Beda, Peron), 344 sacerdoti dei quali 105 sono religiosi di 8 congregazioni diverse, 158 parrocchie, 34 cappelle, 58 missioni, 13 ospedali generali e 2 ospedali specializzati o sanatori. Vi sono inoltre 30 congregazioni femminili e 1270 religiose.
Il cattolicesimo di questa parte degli Stati Uniti risale al tempo del gesuita p. Marquette, che si fermò al villaggio indigeno di P. il 25 maggio 1673 in un suo viaggio sul fiume Illinois. Invitato dagli indigeni, promise di ritornarvi l'anno seguente. I Recolletti celebravono la S. Messa e predicarono il Vangelo al forte Crevecoeur nel 1680. I nomi dei pp. Gabriele Riboundi, Zenobio Membre e Luigi Hennepin vi sono molto conosciuti. Fra i primi immigrati figurano molti irlandesi che vennero a lavorare sul canale Illinois-Michigan e che ricevettero terreno in cambio del salario. Furono seguiti da Polacchi, Sloveni, Slovacchi, Croati, Lituani e Italiani che vennero in gran numero per lavorare nelle miniere. Tutti furono organizzati in parrocchie con sacerdoti della loro nazionalità. Mons. Giovanni Lancaster Spalding, originario del Kentucky, fu consacrato primo vescovo di P. il $1^{\circ}$ maggio 1877 ; egli ebbe una parte decisiva nella fondazione dell'Università Cattolica di Washington.
Bibl.: J. J. Shannon, s. v. in Cath. Enc., XI, pp. 661-62: Th. Boemer, The catholic Church in the United States, St. Louis 1920, p. 266; The Official Catholic Directory, 1950. Nuova York 1950, pp. 457-61.
Gostone Carrière
PEPOLI, FAMIGLIA. - Il primo P. di cui si abbia notizia certa è il b. Niccolò,
francescano, vissuto nel sec. xiri; ma solo un po' più tardi questa famiglia cominciò ad intervenire nelle agitate vicende del Comune di Bologna, guidando la fazione dei Geremei e mirando ad ottenere la signoria ai primi del Trecento: il tentativo fu però troncato da tumulti, che portarono alla fuga dei P. dalla città.
Nel 1337 Taddeo P., insinuatosi abilmente fra le fazioni ed approfittando del fallimento dell'opera di Giovanni di Boemia e Bertrando del Poggetto, ottenne di essere acclamato signore durante il Parlamento generale del Comune : assunse poi il significativo titolo di conservatore di pace e giustizia e riuscl perfino ad ottenere il vicariato da Benedetto XII. I figli di Taddeo, Giacomo e Giovanni, non poterono resistere all'avanzata viscontea e, abbandonati da Ettore di Durafort, generale degli Stati della Chiesa, cedettero per 200.000 fiorini la signoria a Giovanni Visconti, rientrando nella vita privata. Nel sec. xv tre P. furono professori a Bologna; durante il sec. xvi, Ugo P. militò con Giovanni dei Medici e nel sec. xviII si ebbero notevoli opere letterarie da Cornelio ed Alessandro (1757-96), il quale ultimo fondò anche una tipografia a Venezia. Nel sec. xix si ricordano: Carlo (1796-1881), per aver partecipato ai moti del ' 31 , insieme ai napoleonidi e per essere stato deputato nella Consulta romana del '48; Anna (1783-1844), sorella del precedente ed autrice di importanti opere volte alla educazione della donna; Gioacchino Napoleone (1825-81), combattente nell'esercito pontificio del ' 48 , cooperatore del Cavour nel rendere Napoleone III benevolo alla politica piemontese, ministro dell'Agricoltura con Rattazzi (1862).
Bibl.: per Carlo, v. Rosi, s. v. in Dizion. del Risorgimento nos., III, pp. 838-39; per Gioacchino Napoleone, v. G. Degli Azzi, ibid., pp. 839-41; per Anna, v. G. B. Gerini, Le scrittrici pedagogiche, Torino 1910, pp. 483-99. Luciano Gulli
PERAGA, BONAVENTURA: v. BONAVENTURA di PERAGA.
PERAMIHO, ABBAZIA NULLUS di. - Nella parte sud-occidentale del territorio del Tanganyka, ad oriente del Lago Nyassa. Immediatamente soggetta alla S.Sede, è affidata ai Benedettini della Congregaz. di S. Ottilia.
Deriva dalla prefettura apost. di Lindi, che fu eretta il 12 nov. 1913 per distacco, dal vicariato apost. di Dar-esSalaam, di quella zona del territorio del Tanganyka che si estende dal Lago Nyassa all'Oceano Indiano. Il 15 dic. 1927 Lindi fu elevata ad abbazia nullius, ed il 23 dic. 1931, dopo che ne fu distaccata l'abbazia nullius di Ndanda (v.), ebbe il nome attuale di $P$.
Ha una superficie di ca. 66.000 kmq . con una popozione di ca. 250.000 ab., di cui 136.205 cattolici, 7740 catecumeni, ca. 25.000 protestanti, ca. 20.000 musulmani, ca. 73.000 pagani. Sacerdoti indigeni 4 , esteri 64 ; fratelli

(fot. Fides)
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(da Nel III cententru della fondazions della Cunergazione della Misione (Lecontoli) P.15-163, p. 11). Perroyre, Jean-Gabriel, beato - Ultima lettera, scritta in carcere prima del martirio (Macao, 24 nov. 1840).
laici esteri 69 ; suore indigene 72 , estere 86 ; i seminario maggiore con 23 alunni, i seminario minore con 154 alunni; 1024 catechisti, 211 maestri, 9 maestre. Quasi parrocchie 29, stazioni missionarie secondarie 22; chiese 41, cappelle 29. Ospedali 15; dispensari 29; lebbrosari 2. Vi è un periodico con 4000 copie di tiratura. Scuole: elementari 76 ; secondarie 7 ; professionali 2 ; normali 1. Nei vari centri missionari dell'abbazia fioriscono le associazioni di Azione Cattolica.
BISL.: AAS, 5 (1913), p. 497; 20 (1928), pp. 97-98; 24 (1932), p. 262; MC, 1950, p. 189; A catholic Directory of East Africa 1930, Mombasa 1950, pp. 92-100; Arch. di Prop. Fide, pos. gror. n. 4531-51. Carlo Corvo
PERATÉ, Joseph André. - Archeologo e critico d'arte, n. a Nancy nel 1862, m. nel 1947.
Fu per due anni membro dell'École française di Roma; nel 1889 conservatore aggiunto e poi conservatore del Museo nazionale di Versailles, al cui riordinamento contribuì attivamente; indi conservatore onorario dei Musei nazionali. A lui si deve il primo manuale di archeologia cristiana Les papes et les arts, nell'opera Le Vatican in collaborazione con G. Goyau e P. Fabre (Parigi 1895); inoltre Le Musée national de Versailles in collaborazione con P. de Nolhac (ivi 1896); La peinture au Salon (ivi 1897); Versailles (ivi 1904); Les petites fleurs de st François d'Assise, in un'ed. illustrata da Maurice Denis nel 1911; una traduzione della Divina Commedia di Dante (1923); una biografia: St François d'Assise (Parigi 1929).
Sono suoi parecchi capitoli nella Histoire de l'art di A. Michel, voll. LVIII (Parigi 1906-1929), v. indice; Les travaux d'archeologie chrétienne en France, in Atti del III Congresso intern. di arch. crist. (Roma 1934, pp. 159-67).
Cirillo Vogel
PERAUDI, Raimondo. - Cardinale, n. nel 1435 a Sugères nella diocesi di Saintes, m. a Viterbo il 5 sett. 1505 , priore agostiniano in patria poi protonotario apostolico. Come nunzio papale nel 1487 ebbe il compito di muovere Federico III di Germania
alla guerra contro il Turco e di predicare a tale scopo la Crociata e la relativa indulgenza. Negoziò per questo una pace fra i principi d'Occidente; ma non riuscì ad imporre una decima di un anno sulle chiese ed i benefici germanici. Si adoperò presso il Re di Francia nel 1488 e poi nella Dieta di Francoforte del luglio 1489 ed incitò i principi ed il Re di Polonia al Convegno di Roma del marzo 1490.
Nonostante una prima adesione di Federico III e di suo figlio Massimiliano la Crociata non si poté predicare e nulla si ottenne di concreto. Nominato vescovo di Gurk (Carintia) il 21 febbr. 1493, fu ad istanza di Federico III creato cardinale da Alessandro VI il 20 sett. 1493. L'anno seguente era a Roma ( 22 apr.) ed il Papa lo inviò nel nov. a Firenze per trattare con Carlo VIII; ma il P. si mise con il Re e lo accompagnò prima a Roma poi anche nell'apr. 1495 nel Mezzogiorno, sperando di indurlo alla Crociata. Ritornato a Roma nel febbr. 1499, fu legato a Perugia ed il 5 ott. 1500 fu creato legato presso l'Imperatore; nel 1501-1502 percorse tutto la Germania predicando di nuovo senza frutto la Crociata. Il 6 ott. 1501 rinunciò alla chiesa di Gurk per avere in commenda quella di Toul.
BISL.: J. Schröder, Die kirchliche und politische Wirksamkeit des Legaten R. F., Halle 1882: Poster. III, p. 230 sg.; Eubel, II, passim; P. Paschini, Il castuggio fra il card. M. Barbo e G. Loressi, Città del Vaticano 1948, pp. 164, 171 seg. Pio Paschini
PERROYRE, JEAN-GABRIEL, beato. - N. a Puech (Montgesty-Francia) il 6 genn. 1802, m. a Wuciang (Cina) l'1 i sett. 1840. Dal Seminario di Montauban (1817) passò l'anno dopo nel noviziato della Congregazione della Missione a Parigi, dove emise i voti religiosi il 28 dic. 1820.
Ordinato sacerdote il 23 sett. 1825 , insegnò teologia fino al 1827 nel Seminario maggiore di St-Flour; dal 1827 al 1832 fu superiore del convitio ecclesiastico della stessa città e dal 1832 al 1835 vicedirettore del noviziato della sua comunità a Parigi. Il 21 marzo 1835 ottenne di partire per la Cina, destinato alla missione dell'Honan prima e dell'Hupé poi. Scoppiata la persecuzione, il 16 sett. 1839 fu catturato a Tcha-Yuen-Neu e gett