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i a poriferi, meduse ecc. Fra i protozoi, i principali fossili appartengono
ai rizopodi: foraminiferi e radiolari, muniti di un guscio calcareo i primi, siliceo gli altri. I foraminiferi calcarei attuali, durante lo stadio giovanile hanno un guscio chitinoso, come i loro antenati cambriani.

Tra i foraminiferi (già creduti cefalopodi anche dal Lamarck, figurati per la prima volta da Aldrovandi) che possono raggiungere allo stato fossile anche 12-16 cm. di diametro, si hanno numerose forme caratteristiche : tra gli imperforati : orbitolina, del cretaceo; alveolina, molto diffusa nell'eocene; tra i perforati : globotrancana, del cretaceo; fusulinidi, dell'antracolitico; nummuliti ed assiline, paleogeniche; ortofragmine e lepidocicline, terziarie (le lepidocicline hanno un ulteriore sviluppo nella prima metà del neocene, allorché vengono sostituite dalle miogipsine); anfistegine, dal miocene ad oggi. Sono ricchi di nummuliti i calcari eocenici della Maiella, del Gargano, ecc. Oggi si dà molta importanza anche ai microforaminiferi, specialmente per quanto riguarda il terziario recente e il quaternario, procedendosi con studi su base statistica.

I radiolari, esclusivamente marini planctonici, sono apparsi in età precambriana (nelle radiolariti della Bretagna), con scheletro in forma di sfera forata; ma poche sono le forme di importanza stratigrafica. Nasellari e spumellari predominano nei fanghi attuali a radiolari, a oltre 4000 metri di profondità, negli Oceani Indiano e Pacifico. I poriferi, animali anch'essi molto antichi e poco evoluti, con scheletro costituito da pezzi isolati e saldati (spicule), vivono nelle zone litorali, come anche nelle grandi profondità, fino a oltre 4000 metri. Essi sono, tra i metazoi, i più semplici; fissi, quasi tutti marini. I poriferi hanno notevole sviluppo nel mesozoico (trias di S. Cassiano; turoniano della Normandia, ecc.). Vengono attribuite ai poriferi anche le archeociatidi, fossili caratteristici del cambriano inferiore e medio (Australia, Sardegna, Montagna Nera). I celenterati, che corrispondono agli "zoofiti" degli antichi autori, comprendono numerose forme importanti dal punto di vista stratigrafico e litogenetico. Ai tetracoralli, estinti alla fine del paleozoico, succedono gli esacoralli, comparsi nel trias e tuttora viventi.

Altri importanti costruttori di scogliere sono i tabulati, del paleozoico; le stromatopore; le ellipsactinie, glu-resi-cretacee; le idractinie, terziarie. Minore importanza hanno, infine, le meduse, qualche volta mostranti belle impronte, come quelle nei calcari del Malm di Solenhofen; in Italia, negli scisti cambriani della Sardegna e nelle marne piacenziane della Farnesina (Roma).

I trimetameri, generalmente fissi, comprendono i tipi dei briozoi e dei brachiopodi, entrambi ancora viventi. Tra i birozoi, coloniali, soltanto quelli a celle calcaree, marini (stelmatopodi), comparsi fin dal siluriano inferiore, hanno lasciato resti fossili; hanno raggiunto l'apogeo una prima volta nel permiano (Jenestella), allorché scomparvero i tetracoralli, e una seconda volta nel cretaceo, quando si attenuarono gli esacoralli. Attualmente abbondano i cheilostomi, di cui sono in atto importanti colonie nel Mar Rosso e nel Mediterraneo; però molto diffusi anche nel terziario e quaternario antico. Tra i briozoi, qualche autore include i chaetetes, già considerati tabulati.

Dei brachiopodi restano allo stato fossile generalmente tutte e due le valve. Il brachidio viene talora messo in evidenza, o con sezioni successive della valva dorsale, od operando con i raggi X. Primi a comparire furono gli inarticolati (lingula, nell'algonkiano dell'America del Nord); quindi gli articolati (dal cambriano); gli uni e gli altri viventi fino ad oggi. Molto sviluppati nel siluriano (oltre 3000 specie), i brachiopodi, dopo una leggera regressione nel devoniano, si rinnovano nell'antracolitico (e del permiano la curiosa richiefenia, con tipici esempi di convergenza con le ippuriti del cretaceo); ci fu un altro rinnovamento, nel trias, per diminuire poi nel terziario, come numero di specie e di individui. Dei vermi, che hanno qualche importanza stratigrafica nel siluriano e devoniano, se ne conoscono pochi esemplari allo stato fossile, costituiti soprattutto da resti di tubi calcarei e di mascelle di anellidi. Forse ad essi si possono attribuire impronte tubulari nelle sabbie delle spiagge fossili precambriane e del paleozoico antico (arenicolites). Gli ar-

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tropodi sono animali a perfetta simmetria bilaterale, a rivestimento chitinoso, acquatici e terrestri. E molto importante la classe delle trilobiti, fossili marini esclusivi del paleozoico, i cui più antichi rappresentanti in Italia (paradoxides, olenopsis, ecc.) si trovano negli scisti cambriani della Sardegna (Iglesiente, Sulcis), mentre molto abbondanti sono in Inghilterra, Boemia, Nord-America, ecc. Tra i crostacei rovernuti nell'algonkiano del Montana (Beltina Danai), si ricordano i fillopodi, con due piccolissime valve, p. es., estheria, del trias; gli ostracodi, p. es., cypridina, del devoniano; mentre alcune forme sono di acqua dolce e salmastra del quaternario; tra i malecostrachi, i decapodi brachiuri dell'eocene veneto: harpactocarsinus, ranina, ecc., delle marne plioceniche di Anzio e del Monte Vaticano: cancer, ecc.

Sono fossili di incerta sede sistematica gli aptici, già creduti opercoli di ammoniti, ma oggi attribuiti, più generalmente, ai crostacei. Sono pezzi calcarei appiattiti, lisci od ornati, frequenti nel mesozoico medio e superiore dell'Appennino (p. es., negli "scisti ad aptici " del giuresc medio dell'Appennino centrale).

I gigantostrachi compaiono nel siluriano (p. es., eurypterus, nell'Inghilterra; hanno ulteriore sviluppo nel devoniano (eurypterus, pterygotus, ecc., di facies salmastra). Tra gli aracnidi c'è l'animale fossile a respirazione aerea più antico noto finora (è uno scorpione : palaeophonus nuncius, del gothlandiano). Tra gli insetti più interessanti : ortotteri e neurotteri, ad es., libellule, con apertura di ali di un metro, nel carbonifero della Francia e Russia. In un gruppo affine agli artropodi, quello dei pterobranchi, alcuni paleontologi fanno rientrare attualmente le graptoliti, animali paleozoici pelagici, in colonie flottanti, di cui si trovano allo stato fossile i rabdosomi di colore bianchiccio di natura silicatica (gumbelite) negli scisti finissimi nerastri carboniosi, specialmente del siluriano e del devoniano. Prime ad apparire le dendroidee, aventi le teche di tre dimensioni (cambrico-carbonifero); dopo, le graptoloidee, a teche tutte eguali fra di loro. Bellissimi esemplari di graptoloidee si trovano nei sedimenti gothlandiani della Sardegna sud-orientale e delle Alpi Carniche. Ma è soltanto tra i molluschi che si trovano le forme più numerose ed importanti del regno animale fossile. Essi sono muniti di una conchiglia di un sol pezzo, o di due pezzi (raramente più di due), interna od esterna; mentre soltanto poche forme, e forse i loro antenati, dovevano essere nudi. Tra i molluschi del pliocene, il $50 \%$ delle specie è ancora vivente. Tra gli anfineuri si ha il genere chiton, munito di 8 placchette calcaree, che vive dal siluriano ad oggi.

I gasteropodi polmonati più antichi si trovano nei sedimenti del carbonifero, i primi sifonostomi pure nel carbonifero (cerithidi). Oltre la conchiglia, variamente foggiata ed ornata (turricolata, appiattita, ad avvolgimento elicoidale, più raramente a spira piana o conica [patella], ecc.), può restare allo stato fossile anche la "radula", sorta di placca linguale con denti e l'opercolo. Nel terziario i gasteropodi prendono i caratteri attuali, benché le specie eoceniche siano quasi tutte estinte. In appendice ai gasteropodi vengono ricordati gli pteropodi, comparsi nel cetaceo superiore, a conchiglia sottile e trasparente, ed i generi hyolithes, già indicato per l'algonkiano del Colorado, e conularia, paleozoico. Gli scafopodi, a conchiglia in forma di tubo aperto alle due estremità, vivono dal siluriano ad oggi. Molto più importanti i lamellibranchi, comparsi nel cambriano superiore. Risalgono infatti al paleozoico antico alcuni generi anche oggi viventi (arca, nucula, leda, axicula), mentre nel devoniano si hanno le prime forme di acqua salmastra e dolce. Con il trias la fauna si rinnova; le forme di scogliera raggiungono l'apogeo nel cretaceo, con le curiose rudiste; con il terziario, infine, si passa alle forme attuali, tra le quali i pettinidi, molto diffusi nel neogene.

Tra i cefalopodi, molti sono fossili caratteristici di piani e anche di zona. Interi gruppi sono estinti, p. es., gli ammonoidei e le belemniti. Tra i cefalopodi più antichi da ricordare il genere walborihella (che è un orthoceratide) della base dell'acadiano. Dei tetrabranchiati vive attualmente il solo genere nautilus, mentre la gran parte
degli altri nautiloidi si estinse nel paleozoico superiore, e nel miocene superiore l'aturia, che ebbe inizio nel cretaceo. Gli ammonoidei rappresentano una delle più interessanti "serie chiuse "di fossili, i cui estremi si trovano nel siluriano inferiore e nel cretaceo superiore. Nel siluriano compaiono le goniatiti primitive, mentre nell'antracolitico si conoscono già vere ammoniti, ma ancora nel trias coesistevano forme di tutti e tre i tipi (goniatitico, ceratitico, ammonitico p.d.) ed il genere pinacoceras mostrava la complicazione massima della linea suturale. Le ammoniti raggiunsero il loro apogeo nel giurese, mentre nel cretaceo, prima della totale scomparsa, apparvero forme svolte e a sutura ceratitica (neoceratiti). Le ammoniti hanno importanza stratigrafica di primo ordine e sono molto abbondanti in alcuni livelli stratigrafici del mesozoico dell'Appennino e delle prealpi centrali e orientali, del paleozoico e del mesozoico della Sicilia, ecc.

L'ordine dei dibranchiati comprende : decapodi, con le belemniti, esclusive del mesozoico (che hanno sostituito, nel trias, gli ortoceratidi fra i nautiloidi), e che hanno lasciato, per lo più, il "rostro ", sorto di pezzo calcareo conico, semimasiccio, a guisa di giavellotto (- fulmini di Giove ", degli antichi greci), i sepioidei, viventi ancora oggi, ecc. Tra gli ottopodi, alcune impronte, dal cretaceo ad oggi. Del tipo degli echinodermi, il cui scheletro allo stato fossile è costituito da calcite a facile sfaldatura romboedrica, tutti marini, i cistoidi, a caratteri sintetici, vissero dal cambriano al carbonifero; i blastoidi, probabilmente derivati dai primi, dal siluriano al permiano. La restante classe dei pelmatozoi, quella dei crinoidi, è però molto più importante delle prime, poiché dal siluriano giunge fino a noi, benché rappresentata attualmente da appena 12 generi. I crinoidi hanno grande importanza litogenetica per i terreni del paleozoico, del trias e del giurese alpino (calcari a crinoidi o ad "entrochi ").

Mentre sono poco importanti gli asteroidi, ofiuroidi e auloroidi, gli echinoidi invece hanno avuto in generale una evoluzione molto rapida : nel siluriano sono comparsi i paleoechinidi regolari, con archaeocidaris e nel lias quelli irregolari (holectypidi); nei terreni italiani paleogenici sono frequenti echinolampas e nel neogene, scutella e elypenster.

I vertebrati, quantunque meno numerosi degli invertebrati, presentano pure notevole interesse paleontologico. I vertebrati primitivi senza moscelle, i ciclostomi, hanno curiose affinità con forme esclusivamente paleozoiche. I principali tipi adattativi dei pesci sono quello fusiforme e quello compresso dall'alto al basso, che è realizzato dalle specie bentoniche. I più antichi pesci risalgono all'ordoviciano. Selacei, ganoidi e dipneusti vivevano fin dal devoniano, allorché gli ostracodermi o "pesci corazzati", di facies salmastra, si trovano in fase senile, con convergenze morfologiche con i gigantostrachi. Elasmobranchi, ganoidi e dipneusti hanno avuto un notevole sviluppo nel carbonifero.

Soltanto nel trias, in seguito ad un rinnovamento della fauna, culminato con forme a maggiore sviluppo della parte ossea dello scheletro interno ed una riduzione dell'armatura dermica, comparvero i teleostei. Dei pesci, oltreché le impronte in sedimenti fini (marne, argille, diatomiti: M. Bolca, M. Amiata, ecc.) si trovano più frequentemente allo stato fossile, parti isolate, specialmente denti, placche dermiche, ossee, vertabre, analiti (p. es., nei calcari miocenici della Sicilia, Sardegna, ecc.).

Gli anfibi sono organismi adattati alla vita terrestre allo stato adulto, con stadio larvale acquatico somigliante ai pesci dai quali derivano (crossopterigi). Lo scheletro è in generale bene ossificato, ma mentre la pelle è nuda nelle forme attuali (lissanfibi), era munita di rivestimento dermico solido in un gran numero di forme fossili (frattanfibi), tra i quali gli stegocefali, già comparsi nel carbonifero superiore, molto diffusi nel permiano, ad es., archaegosaurus, branchiosaurus, ecc. Dagli stegocefali si originarono i labirintodonti triasici (ad es., mastodonsaurus), che furono gli anfibi più giganteschi. Tra le forme fossili ha valore di curiosità la salamandra miocenica andrias scheuchzeri, considerata erroneamente lo scheletro di un

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bambino annegato nel diluvio noetico. Anche i rettili derivano dai crossopterigi o dagli anfibi stegecefali, e le forme più antiche conosciute (sauravus) risalgono alla fine del carbonifero della Pennsylvania. Nel permiano si hanno rettili per lo più terrestri, di rado acquatici (me. soaurris); tra i carnivori terricoli, i tetiodonti, con caratteri di convergenza verso il tipo dei mammiferi, per eterodontia, ecc., i quali ne sarebbero derivati. Nel trias si hanno anche piste di rettili ignoti, detti cheiradiorium, per la forma dell'impronta che ricorda quella di un uomo. In questo periodo i rettili subiscono un grande differenziamento per la morfologia generale, l'adattamento a vari generi di alimenti e di ambiente (itiosauri, sauropterigi, rincocefali, dinosauri, crocodiliani, teromorfi, testudinati, pterosauri, ecc.), mentre raggiungono il loro apogeo nel giurese con forme giganti e strane, che scompariranno nel cretaceo (pterosauri, dinosauri, ad es., tyrannosaurus res, il più gigantesco, costituente anche un bell'esempio di "bipedismo"), ittiosauri (spiècatamente itinomorfi), allorché compaiono lacertidi e ofidi. I più antichi uccelli finora conosciuti sono l'archaeornis e l'archaeopteryx del giurese superiore di Solenhofen (Baviani); quest'ultimo grande come un grosso pizziomo, con mascelle e con denti conici e alveolati, coda ossuta, quindi a caratteri rettiliani, derivato appunto da rettili pterosauri, secondo altri da rettili arboricoli, con forme adatte dapprima al volo a paracadute.

Altri uccelli dentati si hanno nel cretaceo del Kansas (Stati Uniti d'America) : ichthyornis ed hesperornis.

Alla fine del cretaceo scompaiono gli uccelli a caratteri rettiliani e la fauna diventa affine a quella attuale.

Gli ultimi uccelli giganteschi si hanno nel pliocene di Santa Cruz, nel Sud America; nel quaternario, con gli nepyornis del Madagascar e i dinornis della Nuova Zelanda, con uova enormi della capacità di 10 litri. Degli uccelli si trovano fossili anche uova e impronte di penne nei travertini quaternari dell'Italia centrale (ad es., nella Acque Albule, presso Tivoli); nei tufi peperinici del Vulcano laziale (Roma; impronte di penne di avvoltoia). I mammiferi più antichi conosciuti sono rappresentati, nel trias superiore dell'Africa australe e dell'Europa, da denti di multitubercolati, e pare discendano dai rettili teromorfi : hanno avuto una vita lunghissima nella prima fase evolutiva, durata tutto il mesozoico, con forme di piccola statura di placentali inferiori (insettivori). Ma sarà soltanto all'inizio del terziario che i mammiferi assumeranno vera importanza. In questa èra geologica essi ebbero due fasi evolutive: prima, con rapida evoluzione seguita da brusche estinzioni di mammiferi arcaici, ad es., i rocodonti, carnivori, i condilattri, ungulati primitivi ad arti anelli adatti alla corsa e con caratteri sintetici (ad es., il phenacodus), gli amblipodi, ungulati con arti massicci (Europa ed America); a cui segui un'altra fase che ha dato i precursori delle forme moderne. Di provenienza nordamericana sono i leporidi. Così pure l'equus, comparso nell'eocene (eohippus, della grandezza di un cane) ed ivi estinto alla fine del terziario; passato in Asia, e quindi in Europa ed Africa, dove ha raggiunto l'attuale aspetto. I mammiferi terrestri : proboscidati (mastodonti, distoteri), rinoceronti, ruminanti con corna, scimmie catarrine, di origine asiatico-africana, hanno invaso l'Europa nel miocene. Essi hanno subito una intensa evoluzione nel pliocene: molti generi di carnivori, equidi, rinocerontidi, camelidi, bovidi, cervidi, proboscidati, cetacei, ecc. In quel tempo intercorrevano stretti rapporti tra l'India e l'Europa, tra Africa e India, mentre si attenuarono i rapporti diretti tra Europa e Nord America. Si stabili però un flusso migratorio dall'Africa verso l'America del Nord passando per l'Asia, e un altro tra le due Americhe, già interrotto dall'eocene.

Per quanto riguarda il Sud America bisogna ricordare che nel pliocene sopravvivevano forme autoctone strane di marsupiali e placentali che avevano subito una caratteristica evoluzione in posto fin dell'eocene, manifestatasi come convergenze. Fra i mammiferi marini sono importanti gli odontoceti neogenici, ad es., gli squalodon. Si ricordano alcuni importanti giacimenti di vertebrati : quelli eocenici dei gessi di Montmartre (Parigi), ce-
lepri per la ricchezza di forme e per le scoperte del Cu vier; eocenici dello Wyoming, Utah, Colorado, Nuovo Messico; oligocenici del Dakota, Nebraska, Colorado orientale; di mammiferi eocenici delle sabbie dell'Orleanese, dell'Isola di Samo, del pontico di Pikermi (Atene), i vertebrati di diversi livelli del miocene e forse del pliocene, presso Sahabi (sud di Bengasi) con : pesci (elasmobranchi e teleostei), rettili di acqua dolce (crocodilus, irionyx) e terricoli (omidi), numerosi mammiferi (zetacei, suidi, ippopotamidi, rinoceridi, antilopidi, felidi, proboscidati, ecc.). La fauna di Sahabi ricorda quella dell'Egitto ( 140 km . a sud-ovest di Alessandria) e il giacimento famoso di Sivalik, con numerose specie di carnivori, ungulati, proboscidati, primati, del miocene e pliocene.

Numerosi sono i giacimenti di vertebrati fossili in Italia, fra i quali si ricordano: la famosa "Pesciara" di Bolca (Vicenza), con oltre 150 specie fra elasmobranchi e teleostei eocenici di clima indo-pacifico tropicale, quello a rettili (crocodilus cinctinus, tartarughe) e mammiferi nelle ligniti paleogeniche del Veneto, simile fauna coeva presso Cadibona (Alpi occidentali); della serie lignitifera di Gavitelli (Messina), con mammiferi del pontico; delle ligniti di Montebamboli (Toscana), con pesci, rettili e mammiferi; del Casino, presso Siena, ecc.; quelli quaternari, talora in giacimenti dentro grotte carsiche e marine (p. es., Puntali, S. Teodoro, in Sicilia), costa tirrena (Circeo ecc.); i giacimenti pleistocenici con mammut e selci musteriane nelle alluvioni di Musone, presso Asolo (Treviso); delle alluvioni di Arena Po (Pavia), con: megaceros, olces, cerous, bison, bos, ecc.; nelle alluvioni dell'Arno; del Tevere e dell'Aniene nella Campagna romana, con : elephas antiquus, hippopotamus, rhymoceros merchi, cerous elephas, megaceros, bison friscus, bos primigenius, ecc.; di Pignataro Interamna (Cassino), con elephas antiquus; di Roccasecca (Valle del Liri), dove è stato rinvenuto, tra l'altro, un canino di hippopotamus major di notevoli dimensioni; del Lago di Venosa (Lucania); giacimenti nelle diatomiti, come, ad es., pesci nel M. Amiata; mammiferi, fra cui elefanti e bovidi, nel Viterbese; giacimenti nei tufi vulcanici della Campagna romana e nei travertini della stessa regione, contenenti, tra l'altro, uova e impronte di penne di uccelli.

Nell'Europa occidentale l'arte preistorica aurignaziana e magdaleniana ha tramandato molti disegni e sculture rappresentanti animali ora estinti oppure migrati in altre regioni come il mammut, il rinoceronte peloso, renne, bisonti, orsi, ecc.

Biol.: O. Abel, Grundzüge der Paläobiologie der Wirbeltiere, Stoccarda 1912; Ch. Dépère, Les transformations du monde animal, Parigi 1917; O. Abel, Lehrbuch der Paläozoologie, Jena 1920; E. Ducqué, Vergleichende biologische Formenkunde der Fossilien niederer Tiere, Berlino 1921; K. V. Zittel, Grundzüge der Paläontologie, Monaco 1895: $4^{4}$ ed. rielaborata da F. Brolì e M. Schousen, Monaco e Berlino 1923; R. Fabiani, La legge dell'irradizmento adattativo nell'evoluzione dei Vertebrati, Pavia, Firenze 1924; G. Dal Piaz, Lezioni di p., $2^{4}$ ed., Padova 1934; M. Boule-J. Piretens, Les fossiles, Eléments de paléontologie, Parigi 1932; W. E. Swinton, Observations on the extinction of vertebrates, in Proceed. of the geologists' Association, 50 (1939); L. Moret, Manuel de paléontologie animale, Parigi 1940; R. S. Lull, Organic evolution, Nuova York 1947; C. C. Simpson, Tempo and mode in Evolution, iri 1947; V. Maronesi, Ebaluizione e creazione? Le origini dell'uomo, Milano 1948; P. Leonardi, L'evoluzione dei viventi, Brescia 1949; P. P. Grassé e numerosi altri collaboratori, Traité de Zoologie, 17 voll. (di cui 2 pubblicati), Parigi, in corso di stampa.
IV. Paleofitologia. - Al sec. xvir risalgono le prime descrizioni di vegetali fossili in Inghilterra e nella Germania, ma il fondatore della paleofitologia è considerato Adolphe Brongniart, che nel 1822-28 fece la prima classificazione delle piante fossili. Altre opere fondamentali sono quelle di Blumenbach, von Schleotheim, Unger, Schimper, ecc. I legni silicizzati avevano attirato l'attenzione di s. Alberto Magno fin dal sec. xiri.

Nelle più antiche formazioni geologiche, anche perché generalmente matamorfosate, non si hanno sicure tracce di fossili vegetali determinabili. Prove indirette della presenza di vegetali inferiori in se-

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dimenti precambriani sono date però dai giacimenti di grafite; di carbone ("shungite") nelle rive del Lago Onega; ferriferi, dovuti, come il ferro delle paludi, all'azione di batteri, che probabilmente erano i primi organismi apparsi. Nell'algonkico sono presenti forme "problematiche" nell'America del Nord, nella «serie di Belt», forse alghe cianoficee (cryptocoon, newlandia, ecc.); corycium aenigmaticum, nella Finlandia.

Tra le tallofite, le alghe marine sicuramente determinabili risalgono al cambriano e al siluriano, contenute in rocce calcaree; sono molto sviluppate nel trias con gyroporella e diplopora; mentre i litoramni furono specialmente abbondanti nel terziario. Le alghe calcaree hanno potuto concorrere, allo stesso modo di certi organismi animali, a formare la struttura oolitica e pisolitica di molti calcari, rocce ferrifere, ecc. (ad es., le alghe codiacee, costituenti nuclei di ooliti dei calcari del Dogger della Sardegna). Tra le alghe silicee, le diatomee, a guscio di silice amorfa, a decorature talora visibili soltanto al microscopio elettronico, se ne hanno tre forme principali: a barca o naviculare; rotonde o ellissoidiche; a contorno poligonale. Le diatomee risalgono al cretaceo e, forse, ad età più antica e hanno formato le diatomiti (di cui molto pregiata la "farina fossile" di S. Fiora [nell'Amiata], originatasi in minuscoli laghetti pleistocenici).

Le prime crittogame vascolari terrestri (piante con radici, fusto e foglie) appaiono nel siluriano; per il carbonifero da ricordare le cicadofilicinee, progenitrici delle felci e paragonabili alle attuali felci arboree delle foreste tropicali (gen. sphenopteris, pecopteris, neuropteris, ecc.); tra le calamariacee, calamites; tra le lepidofite, lepidedendron, sigillaria, ed i ricomi radiciformi detti stigmaria. Equisetacee e felci sono ancora sviluppate nel trias. Queste ultime e le conifere, anche nel giurese. Tra le fanerogame gimnosperme si ricordano: cordaites, alte $30-40$ metri e le nuggeratia tra le cicadinee del carbonifero; tra le conifere: i generi voltzia e ullmannia, del permiano. Le angiosperme appaiono nel giurese (dogger dello Yorkshire e della Sardegna), allorché tendevano a scomparire le pteridosperme. Ebbero sviluppo nel cretaceo: salix, populus, ficus, quercus, eucaliptus, ecc. In questo periodo compaiono anche le monocotiledoni. Nel terziario sono importanti le palme, di cui numerosi tronchi si trovano silicizzati (Sardegna, Cirenaica [Sahabi], Egitto, America del Nord, ecc.).

Per quanto riguarda il regno vegetale fossile si possono fare anche le seguenti osservazioni: nell'antracolitico si distinguono due provincie botaniche: boreale e australe. In quest'ultima, cioè in corrispondenza della Terra di Gondwana (Australia, India, Africa australe, Borneo), la flora è formata da glossopteris e da gangamopteris; le fanerogame del carbonifero sono tutte di ambienti di coste tropicali, paragonabili alle attuali swamps, e cioè paludi della Virginia, del golfo del Messico, ecc. o alle plaghe marine con mangrovie del Mar Rosso e dell'Oceano Indiano; le piante del permiano hanno notevoli affinità con quelle del trias, nel quaternario sorgono province paleobotaniche ben definite; nel pleistocene le associazioni paleobotaniche presentano caratteri fondamentali paralleli alle faune dello stesso periodo. Tra le forme "fredde", occupanti le aree glaciali, si ha la flora "a dryas" (dryas octopetala L.) di facies di tundra e di alte montagna, con seguito di pinus montana, betula nana, salix polaris, ecc.; mentre nelle fasi interglaciali si hanno forme calde, ad es., ficus carica, buxus sempervirens, vitis conifera, ecc., che si diffondevano verso nord. Una ripresa evolutiva delle piante si ha dopo l'ultima glaciazione, con forme che vivono ancora oggi.

La ricostruzione dei periodi climatici del quaternario si basa sullo studio dei pollini, qualitativo e quantitativo, contenuto negli strati, nelle torbiere, ecc. I grani pollinici hanno forme speciali fino a permettere talvolta la determinazione specifica delle singole piante.

Bibs.: W. Ph. Schimper, Traité de paléontologie végétale (con atlante), Parigi 1869-74; B. Renault, Cours de botanique fossile,
ivi 1881-82; K. A. Zittel, Traité de paléontologie, parte $2^{\text {a }}$ : Paléophytologie di W. Ph. Schimper e A. Schenck (trad. di Ch. Barrois). ivi 1891; R. Zeiller, Eléments de paléobotanique, ivi 1900; H. Postend, Lehrbuch der Paläobotanik, Berlino 1921; W. Gothan, Pflanzendehen der Vorzeit, Breslavia 1926; M. Hirmer, Handbuch der Paläobotanik, Berlino 1927; L. Moret, Manuel de paléontologie végétale, Parigi 1943; H. N. Andrews, Jr., Ancient plants, Nuova York 1947.

Carmelo Maxia
PALEOTTI, Gabriele. - Cardinale, n. a Bologna il 4 ott. 1522 da Alessandro e Gentile Volta; si addottorò in diritto il 14 maggio 1546; canonico a Bologna nel 1549, stette in Roma presso il card. Verallo e fu nominato uditore di Rota nel 1556. Pio IV volle che accompagnasse i cardinali legati al Concilio di Trento; P. ne seguì cosi le vicende fino alla chiusura. Di questo periodo lasciò un Diarium (sintopato da S. Merkle, Concilii Tridentini diariorum..., I, Friburgo in Br. 1801, p. 235).

Creato cardinale il 12 marzo 1565 , ebbe il vescovato di Bologna il 30 genn. 1566 , dove fu sino da principio uno dei più zelanti esecutori delle riforme tridentine, dando nuovi ordinamenti, assiduo nelle visite pastorali, nella celebrazione dei sinodi, nella predicazione e nell'insegnamento del catechismo. Amico dei cardd. Borromeo e Sitteto, dei Burali e dell'Aldobrandini, ebbe sotto Pio V molta parte nelle riforme della Curia, specie nel riordinamento della Penitenzieria e dell'Indice. Elevata Bologna ad arcivescovato ( 10 dic. 1582) il P. vi celebre presto il Concilio provinciale (1586). Diventato vescovo di Albano (8 nov. 1589) poi di Sabina, ebbe a Bologna come coadiutore con futura successione il cugino Alfonso P. (13 febbr. 1591). M. a Roma il. 23 luglio 1597. Pubblicò nel 1550 un trattato giuridico: De nothis et spuriis, un De sacri concistorii consultationibus nel 1596 e numerosi ordini, istruzioni, lettere, un Rituale Sacramentorum ed un Episcopale (1580) per il governo della diocesi; tenne sinodi anche nelle sue due diocesi suburbicarie. Ebbe larga rinomanza un trattato in tre libri De bono senecturis (Roma 1595) in cui, com'egli dice, ebbe innanzi quale "vivum exemplar" s. Filippo Neri.

Bibs.: ne scrisse la vita il contemporaneo Agostino Bruni, dedicata al Boromo: v. E. Martène e N. Durand, Veterum Scriptorum rec. collectio, VI, Parigi 1729, pp. 1387-1438; A. Ledezma, De vita et gestis G. P., Bologna 1647; G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, VI, ivi 1788, pp. 242 sgg.; Pastor, VII-X, passim.

Pio Paschini
PALE e PARILIA. - La festa Parilia del 21 apr. figura già nel più antico ordinamento festivo romano. Secondo tutti i migliori autori questa festa era sacra alla divinità Pales, da cui prendeva anche il nome (la possibilità linguistica della derivazione, malgrado il cambiamento di una consonante, è assicurata dall'analogia di caelum-caeruleus). Solo considerazioni linguistiche inducono alcuni autori antichi o a cambiare il nome della festa in Palilia o a volerlo staccare dal nome divino, derivandolo dal verbo parere, "partorire".

Nella tradizione letteraria Pale appare prevalentemente come la dea dei pastori. Vi sono però alcune testimonianze secondo cui Pale sarebbe stato una divinità maschile. Marziano Cappella infine rammenta due Pales e la sua testimonianza, che del resto potrebbe esser sospetta, acquista valore da un'annotazione del calendario prees-

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festa pubblica, ma sotto un aspetto diverso: si tratta, infatti, della purificazione di tutta la popolazione romana. Il mezzo usato per tale purificazione si chiama suffimen ed è composto dei seguenti ingredienti: (a cenere del feto estratto dalla vacca gravida sacrificata ai Fordicidia, il sangue dell'october equus sacrificato a Marte nella festa del 15 ott. - entrambi conservati dalle Vestali - e bucce di fave. Un altro rito purificatorio si compie in quanto i partecipanti saltano attraverso un rogo e vengono aspersi di acqua.

Il maggior interesse storico della festa consiste nel fatto che essa, per lo meno dalla prima metà del sec. I
a. C. cui risale il menzionato calendario di Anzio, è stata concepita come anniversario della fondazione di Roma (di qui, anche oggi, il Natale di Roma alla stessa data). La ragion d'essere di questa tradizione non stava certamente nei calcoli astronomici che, nell'epoca di Varrone, s'intraprendevano probabilmente più per giustificare una tradizione esistente che non per fondarne una nuova, né solo nel materiale leggendario collegato alla festa, ma nel carattere sacrale di questo e della divinità, che trapela
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Palermo, arcidiocesi di - Porto Vecchio e panorama della città dall'aereo. Palermo.
appena da alcuni elementi come la straordinaria composizione del suffimen, la partecipazione dei sacerdozi più importanti, il carattere di capodanno attribuito alla data, l'ambiguità del sesso della divinità, ecc.

Bim.: W. Warde Fouler, Roman festivals, Londra 1899, p. 79 sgg.; G. Winnowa, Religion und Kultus der Römer, 2a ed., Monaco 1912, p. 199 sgg.; K. Vahlert, Prädieismus und römische Religion, Francoforte s. M. 1032, p. 27 sgg.; F. Althoim, $A$ history of roman religion, Londra 1938, p. 102 sg.; S. Weinstock, in Journal of roman studies, 36 (1946), p. 112; A. Brelich, Die geheime Schatzgartheit von Rom, Zurigo 1949, p. 20 sgg. Angelo Brelich.

PALERMO, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi dell'isola di Sicilia. Ha una superficie di ca. 1416 kmq , con una popolazione di 707.093 ab. dei quali 705.000 cattolici, distribuiti in 98 parrocchie, servite da 303 sacerdoti diocesani e 370 regolari; ha seminario maggiore e minore, 49 comunità religiose maschili e 124 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 308).

Sono ignoti i limiti della diocesi nei tempi più antichi; gli odierni ripetono l'assetto di età normanna in connessione con i territori delle diocesi confinanti di Monreale, Cefalù, Mazara ed Agrigento. Il piccolo territorio della diocesi palermitana si spiega con la particolare posizione della città nella divisione dell'Isola tra Roberto e Ruggero.
I. Original e storia della citta nell'evo antico. Le colline che circondano P., l'antica Panormus, e la pianura stessa, in grotte e stazioni all'aperto, conservano testimonianze della più antica umanità in Sicilia, spettanti al Paleolitico superiore. Altri avanzi di civiltà più recente, di tipo subneolitico, vanno attribuiti a Sicani della tradizione storiografica antica, di stirpe e linguaggio mediterraneo, e attestano la loro presenza nei borghi e nel sito attuale di P., specie alle falde del M. Pellegrino (contrada Valdesi). Sul territorio verso la fine del sec. viII a. C. si insediò la colonia fenicio-cartaginese di Panormo; essa occupò l'altura di Piazza Vittoria, presso una profonda insenatura portuale, che graduali interramenti hanno ri-
dotto all'attuale "Cala». La necropoli fenicia ad ipogei esistente lungo il Corso Calatafimi attesta la vita della città, fiorita rapidamente per i traffici marini e lo sviluppo dell'economia agricola nei dintorni, già definiti nel sec. iv a. C. "giardino" (di Sicilia) da Felibio, celebrati da tanti scrittori, da Ugo Falcando (sec. xit) in poi, dal ' 500 ad oggi detti "Conca d'oro". Dal primitivo colle, P. guadagnò lo spazio verso il mare, aggiungendo al quartiere vecchio (Paleapoli) quello nuovo (Neapoli) lungo i fiumicelli Papireto e Maltempo; il complesso dei due quartieri fu cinto da poderosa muraglia, i cui avanzi sono di varia tecnica ed età.

Le notizie storiche su Panormo riguardano la funzione del suo porto, come base cartaginese, durante la lotta tra questa e le città greche di Sicilia. E col porto sono connesse le vicende seguite quando subentrò Roma, dopo un duro assedio nel $23^{8-37}$ a. C. del console A. Atilio Calatino. Un tentativo di riconquista, nel 250 a. C. da Asdrubale, fu respinto da Cecilio Metello, con una dura battaglia presso le mura; né vi riusci Amilcare Barca il quale dal M. Pellegrino, per quattro anni, pose
a dura prova il presidio romano di Panormo, senza fiaccarne la resistenza. Durante il periodo romano Panormo, città " libera atque immunis ", continuò la sua attività marinara, come dimostrano i simboli della monetazione e l'esistenza di un "curator portensis kalendarii ", magistrato addetto al credito per la gente di mare. Avanzi di edifici ben decorati attestano un rinnovamento urbano nei primordi dell'Impero; ma è incerto che esso coincida con la deduzione d'una colonia, attribuita a Vespasiano in un documento di dubbio valore. Certo Panormo a poco a poco assunse un'importanza prevalente tra le città della Sicilia occidentale. Genserico, sbarcato nel 410 a Lilibeo, occupò P. dopo lunga resistenza e la saccheggiò. Nel 491 Teodorico la fortificò ma Belisario nel 533, dopo lungo assedio, ebbe allora ragione della potenza delle fortificazioni e riusci a occuparla. La tradizione addita nella chiesa ora distrutta di S. Maria della Pinta - originale basilica a portico esterno - il monumento votivo eretto dal vincitore bizantino. La necropoli di Panormo romana era intorno all'attuale Via Bosco, ad oriente delle mura; dall'altro lato, in Via Cavour, si trovano invece i sepolcri di età bizantina, uno dei quali con epitafio di un negoziante di stoffe di Alessandria d'Egitto. L'ultimo periodo della Sicilia bizantina si conclude nel sec. IX con lo sbarco arabo in Sicilia. Zijâdat Allâh nell'830 cinse d'assedio P. La città resistette un anno e fu presa per fame e pestilenza; le fonti arabe affermano esagerando che di 70 mila ab. se ne sarebbero salvati solo 3000.
II. Introduzione del cristianesimo a prima storia della chiesa palermitana. - Aperta ai traffici verso l'Africa cartaginese, regione di antico cristianesimo, è verosimile che P. abbia ricevuto assai presto i germi della nuova fede. Ma le notizie sulla gerarchia sono relativamente tarde; la tradizione di un Teodoro, vescovo di P. ai primordi del sec. II, non poggia su basi critiche; né ha valore cronologico l'acconno a P. nella Passio s. Agathae, pio scritto non anteriore al sec. v. Apocrifa è pure una lettera di papa Leone Magno con la menzione di un vescovo di P. Il primo vescovo certo

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Palermo, arcidiocesi di - Particolare della decorazione musiva della stanza di re Ruggero. Arte normanna (sec. xit) - Palermo. Palazzo reale.
sarebbe s. Mamiliano, deportato dai Vandali (439), con alcuni del suo clero, nell'isola del Giglio. Però a P. si presuppone una comunità cristiana nel sec. IV, una serie di ipogei presso la valletta del Maltempo - ove è notevole la chiesa sepolcrale di S. Michele - e al Papireto, dove è la catacomba di Porta d'Ossuna. Come per il resto della Sicilia anche per P. le notizie sulla vita cristiana aumentano sotto s. Gregorio Magno. Dall'epistolario si ricava che uno almeno dei sei monasteri fondati nell'Isola dal Pontefice, con beni propri, quello di S. Ermete, era a P., nel sito poi occupato dal cenobio di S. Giovanni degli Eremiti; che un Isidoro lasciava i suoi per la fondazione di uno xenodochium della città e che quivi esistevano i monasteri di S. Teodoro, dei SS. Massimo ed Agata, di S. Adriano, uno detto il Pretoriano, ed uno di donne detto di S. Martino. S. Gregorio fece P. sede dell'amministrazione dei beni della Chiesa nella Sicilia occidentale, quando stimò di sostituire due rectores all'unico, con sede in Siracusa, dei tempi precedenti. Notevoli sono le disposizioni impartite perché non fosse fatto torto agli Ebrei, dal che deve ricavarsi l'esistenza di un nucleo ebraico di qualche importanza e di una corrente popolare antisemita. Verso il 672 nasceva a P., dove erasi stabilito il padre oriundo della Siria, s. Sergio, uno dei cinque pontefici che la Sicilia diede in quel secolo alla Chiesa universale. Al tempo della conquista dei musulmani, era vescovo un Luca, che riusci a sfuggire alla strage.
III. P. dagli Arabi agli Aragonesi. - Zijàdat Allāh nel'833 mandò come suo luogotenente a P. il principe del sangue Abū Fihr col titolo di sāhib, nel quale è già delineata l'autonomia della Sicilia con dipendenza quasi nominale dal califfato di Qajrawān. Venne sorgendo tutto un ordinamento di magistrature giudiziarie, politiche ed amministrative, che a P. doveva lasciare orme durature. La storia di P. nel periodo arabo riflette il motivo fondamentale degli avvenimenti siciliani di allora; un contrasto tra l'autorità del principe - dapprima della casa ağlabita, quindi di quella kalbita - e la nobiltà musulmana, alla quale viene contrapposto il peso del popolo siciliano. Fra tali contrasti è notevole quello dell'899-94 contro i legami con l'Africa, che portò ad un accordo con i cristiani del Val Demone. La lotta contro i figliuoli dell'emiro Jūsuf (m. nel 998) provocò una certa ripresa bizantina, con qualche successo al tempo di Giorgio Maniace (1038), che doveva gettare il seme della scomparsa del dominio arabo, e frantumò per il momento l'unità dell'emirato, al quale si sostituirono, in più luoghi, domini e comunità indipendenti; P., cacciando l'emiro Samşān ad-Dawlah, si resse a repubblica, sotto l'autorità della fawad'ah, consiglio dei capi-famiglia, dei rappresentanti delle corporazioni religiose e di individui di particolare ricchezza e dottrina, che aveva già avuto funzioni amministrative locali. Lo sviluppo econo-
mico di P. aumentò nei rapporti commerciali con l'Africa e nelle innovazioni dell'agricoltura, con lo sviluppo degli orti e l'introduzione degli agrumi, il grande dono che, col carrubo, gli Arabi hanno fatto all'Occidente, e che sviluppò nella Conca d'Oro. Nú mancano documenti di un fiorire delle lettere musulmane. Il siciliano Abū 'Abdallāh tradusse in arabo Dioscoride; famoso insegnante di diritto a P. fu Abū Sa'id Luqman; di parecchi autori siciliani di racconti biografici è conservato il nome. Una splendida fioritura si riscontra nei secc. xI-xII nelle scienze e nella filosofia, nel diritto, nella filologia, nonché nella poesia e nella musica. A cinquant'anni dalla conquista il monaco Teodosio, condotto prigioniero a P. col suo vescovo, dopo la caduta di Siracusa, parla di P. come città celebre e popolosa, circondata di sobborghi che porevano essi stessi superbe città. Più vivaci sono le lodi di un mercante di Bagdad, Ibn Hawqal che visita P. alla fine del sec. x; la descrive spartita in cinque quartieri tutti diversamente popolati, e sedi di attività varie. Secondo i calcoli di M. Amari, da qualche elemento di questa descrizione P. avrebbe avuto allora 350 mila ab. Se la moschea principale era l'antica Cattedrale bizantina, ben 300 altre Ibn Hawqal ne addita nella città e 200 nei sobborghi tra pubbliche, di corporazioni e di privati. Ma di tanti monumenti arabi, è rimasto in P. solo qualche avanzo di fondazione, e una sala rettangolare presso S. Giovanni degli Eremiti; ma questa è condizione, per strana che possa sembrare, comune a tutta la Sicilia. Se mancano gli edifici originali, l'influsso dell'arte araba
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(fot. Enit)
Palermo, arcidiocesi di- Campanile della Martorana (sec. xit). Palermo.

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per opera delle maestranze musulmane costituisce però uno degli elementi fondamentali dell'arte nella susseguente età normanna. Fra le truppe dello stratego Maniace, nell'estremo tentativo bizantino di riconquista della Sicilia, era un contingente di Normanni, già allora stanziati nella bassa Italia; pochi anni dopo questi tornano nell'Isola per impadronirsene per proprio conto. A quattro anni del loro sbarco, i loro condottieri Ruggero e Roberto Guiscardo premevano alle porte di P. La città usciva da una scorreria dei pisani i quali, forzato il porto, catturata alcune navi, razziati i dintorni, riportavano tesori con i quali diedero inizio alla costruzione del loro Duomo (v. PISA). L'assedio normanno si concluse nel 1061. P. con tutta la Sicilia occidentale fu tenuta da Roberto Guiscardo: a Ruggero era assegnato il resto dell'Isola non ancora tutta conquistata. Ma partendo per l'Italia meridionale, Roberto lasciò dapprima a P . un proprio governatorc, quindi cedette altri territori al fratello; e poco dopo, il di lui figlio e successore Ruggero cedeva allo sio mezza capitale. Morto questi, la vedova Adelasia, reggente per il figlio, anch'egli a
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(16) G. V. Arata, L'Architetura arabo-normanna in Sicilia, Milano 1:22, taz. 86) Palermo, arcidiocesi di - Chiostro della chiesa di S. Domenico (seconda metà
nome Ruggero, poneva la sua residenza a P. Aiuti forniti al cugino Guglielmo, nuovo duca di Puglia, ottennero l'altra metà di P. al giovane conte Ruggero, il quale ben presto riuniva i domini di qua e di là dello Stretto e prendeva nel Natale del 1130 la corona di re in $P$.

Lo spirito siciliano crea subito opere d'arte e iniziative della cultura, di valore universale. La chiesa della Martorana, già compiuta nel 1143 dall'ammiraglio Giorgio d'Antiochia, ispirata nello schema centrale e nella decorazione musiva al gusto sulico di Costantinopoli, accoglie nelle ogive espanse e nella decorazione elementi musulmani; nella Cappella Palatina, già in parte decorata all'atto della consacrazione (1140), alcuni musaici mostrano l'intervento sul gusto bizantino di maestranze locali, mentre il soffitto è un monumento di pura arte orientale. Strutture e fregi di tipo musulmano prevalgono nella chiesa di S. Giovanni degli Eremiti, negli edifici originari della Reggia normanna (qui l'impiego di mattoni fa pensare all'aspetto bianco e rosso di P., notato dal viaggiatore al-Muqaddas!), e nelle ville suburbane di Maredolce e di Baida, della Zisa e della Cuba; mentre interviene, specie nella scultura, l'esperienza diretta dei marmorai del Mezzogiorno italiano, cui risalgono i sarcofagi di perfido del duomo di P. (già a Cefalù), il candelabro della Palatina, e le prime espressioni del chiostro di Monreale, intrecciandosi con elementi suggeriti dalla classe dirigente normanna, che si affermano nella Cattedrale (1184), ma si intravvedono già nella Magione (1161) e a S. Spirito (1173). Una qualche influenza esercitano anche quei maestri lombardi che si trasferiscono in Sicilia. Roberto Guiscardo era appena entrato a P. che il vescovo Nicodemo il quale, al pari dei suoi predecessori lungo il periodo islamico, esercitava il suo ministero della chiesetta suburbana di S. Ciriaco - nel sito, a quanto pare, ove più tardi doveva sorgere il duomo di Monreale (v.) - tornando in città riprendeva possesso dell'antica Cattedrale riconosciuta.

L'influsso dell'elemento arabo in Sicilia è un puro luogo comune della mezza cultura, che scambia per relitti etnici e del costume arabo i caratteri mediterranei. Vissuti a fianco, dove cinquanta, dove duecento anni - in nessun luogo più di tre secoli - Siciliani e Arabi non si confusero e mescolarono, né sorpassarono la barriera religiosa. L'elemento arabo, dopo un assottigliamento graduale nel periodo che potrebbe dirsi della "cattività", durante il quale non aveva cessato di creare qualche fastidio politico, è osteggiato durante il regno di Guglielmo II, indotto a lasciare la Sicilia e viene radicalmente eliminato nel 1223, quando Federico ne ordina la deportazione a Lucera, e negli anni seguenti è allontanato dalle
ultime sedi in modo definitivo. Pur nell'àmbito di una politica di collaborazione, i Normanni si presentavano in Sicilia quali restitutori della cristianità. Il conte Ruggero in un suo diploma rivendica « in conquista Siciliae episcopales ecclesias ordinavi»; fra queste in primo luogo quella palermitana cui assegnava cospicui possessi con vari diplomi a partire dal 1086, e che nel 1154 era riconosciuta metropolitana di Sicilia dal pontefice Adriano IV, il quale vi proponeva il vescovo Ugone.

Una tradizione attribuisce a questo periodo la vergine a. Rosalia, d'illustre prosapia, che abbandonò la corte per vivere da anacoreta in caverne della Quisquina e di M. Pellegrino; il suo culto rifiori dopo il rinvenimento delle reliquie nel 1624 quando, nel corso di una pestilenza, fu proclamata patrona di P. (R. Pirro [v. bibl.], II, p. 226).

Queste elargizioni e l'iniziativa dei sovrani nella ripresa religiosa, specialmente nei riguardi delle chiese palatine, sorte in tutti i castelli e le residenze normanne, rappresentavano il primo avvenimento a quella politica religiosa che doveva completarsi in quell'istituto detto poi "monarchia sicula" (v.). Il figlio e successore (1154) del re Ruggero, Guglielmo I, fronteggiò le congiunte ostilità del Papa, dell'Imperatore di Bisanzio e di quello tedesco; ma soprattutto la crescente disgregazione delle forze interne, cui presiedette il suo ministro Maione di Bari. Lo splendore del Regno e di P. non venne meno, secondo la descrizione contemporanea di Ugo Falcando. Miglior fama di Guglielmo I, che pure ebbe il soprannome di Malo, godette il figliuolo Guglielmo II. Alla sua morte (1189) il parlamento eleggeva re Tancredi, conte di Lecce, appartenente a un altro ramo della casa del Guiscardo, mentre Guglielmo aveva designato a succedergli la zia Costanza, figliuola di Ruggero II e sposa di Enrico VI. Aspre lotte fra i seguaci delle due parti, funestate da eccessi del sovrano alemanno fino all'arrivo in P. della regina Costanza, quale reggente del figlio Federico II, e questi, fanciullo, è coronato re nel Duomo (1198); Costanza appoggiò il Regno alla protezione della Chiesa, infeudandolo alla S. Sede con un tributo annuo di 1000 aurei e nel testamento creò tutore del figlio papa Innocenzo III, assistito da un consiglio di reggenza, composto dagli arcivescovi di P., Monreale e Capua. L'immagine di P. in quel tempo si trova in una miniatura del codice di Berna del carme di Pietro da Eboli, che riproduce gruppi di abitanti disposti nei relativi quartieri. Durante tale reggenza i musulmani lasciavano P. raggruppandosi nei monti di Val di Mazara. Di ciò profittavano i conti tedeschi, inviando in Sicilia Marcovaldo, che metteva a sacco la Conca d'Oro, veniva a battaglia con le milizie nazionali, con l'aiuto di musulmani, e poneva l'assedio a P.

Una nuova età iniziò quando Federico II (v.), a quat-

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(fot. Emit)
Palermo, arcibocesi di - Madonna della Neve. Scultura di Antonello Gagini (primi del sec. xvi) - Palermo, Museo.
tordici anni, assunse la direzione degli affari. Alla sua morte (1250), successe Manfredi, usurpando il trono al nipote Corradino. Gli eventi che portarono la Sicilia e Napoli sotto Carlo d'Angio saldavano l'Italia meridionale in una nuova forma di unità (1266-82) infranta dell'insurrezione palermitana del Vespro. Contemporanei e posteri videro nel Vespro uno dei più generosi esempi di un popolo che vince l'oppressione straniera. Se la guerra portava alla chiamata della dinastia aragonese, anch'essa straniera, dava però origine ad ordinamenti atti a rispondere, nello spirito dei tempi, alle particolari esigenze dei tempi. Conati diplomatici e militari di riconquista angioina servirono solo a immiserire la Sicilia e a fornire adito all'ordinamento di alcuni baroni. Uno di questi, Giovanni Chiaramonte, signore quasi autonomo di grossi - Stati $\cdot$ feudali, fu l'anima della difesa di P. nell'assedio del tempo di Roberto d'Angio, nel 1325. Nella lotta tra baroni del partito catalano e di quello latino i Chiaramonte capeggiarono quest'ultima; a P. essi possedevano il palazzo sontuoso come una reggia. Quando il matrimonio della regina Maria, figlia ed erede di re Federico III, col giovane Martino di Montblanc, fece temere che la Sicilia stesse per divenir feudo del regno di Aragona, Andrea Chiaramonte capeggio la difesa personale, resistendo a P., all'esercito aragonese; per violazione dei patti convenuti, egli veniva giustiziato davanti al suo palazzo.
IV. L'epoca spagnola. - Compatibilmente co