dei Magi a Betlemme nell'edificio rifatto da Giustiniano) o pitture viste fino ai nostri tempi (Bottesimo di Gesù a Sbejtah) e forse la Maestà a Gethsemani e soprattutto un largo repertorio di
musaici pavimentali. Esso è uniforme in P. e paesi limitrofi e presenta caratteristiche abbastanza definite, sotto l'aspetto iconografico e tecnico. Dal lato iconografico si trova un largo uso di scene della vita reale : caccia, pesca, agricoltura, ecc., di motivi simbolici spesso spiegati con frasi bibliche : cervi alla fonte, animali all'albero, il bue ed il leone insieme, i turi presso l'altare, i 4 fiumi del Paradiso; o allegoriche come le 4 stagioni, la Terra con i frutti nel grembo, ecc. Una sola volta si ha la scena delle gesta di Gione (Bejt Gibrín). Sotto l'aspetto tecnico si nota: l'uso delle tessere piccolissime nelle teste e mani rispetto al resto del corpo, duplice letto, sfondi mossi, figure tozze con sguardi fissi e contornate da linee scure, con orbiculi e tabulae nelle vesti, con chiaroscuri talvolta prettamente convenzionali. I luoghi dove si constata questo movimento sono: Sbejtah, Bejt Gibrín, Gerusalemme (Orfeo), Bejsân (Hammâm e monastero), regione di Madaba e Gerasa e molti altri luoghi dove il repertorio è ristretto ai soli animali, soprattutto uccelli (p. es., con iscrizione armena sull'Oliveto). La datazione al sec. vi, o poco dopo, è data dalle iscrizioni musive apposte ai musaici stessi : 518 a Bejt Alfah (Sinagoga), 529-33 a S. Giovanni a Gerasa, 567 -69 a Bejsân (monastero); 575 a Qabr Hîrâm (Libano), 395-96 a S. Elia a Madaba, 397 -So8 nella cappella della Theotokòs a Sijāgah, 604 a S. Sofia a Halid al-Kifajsî, mentre prima di questo tempo non si ritrovano; e dall'evidenza dello scavo. Anteriore a questo movimento del sec. vi è il pavimento musivo di et-Tibigah (chiesa dei Pani e Pesci), realizzato su repertorio nilotico che ebbe una qualche influenza nel movimento posteriore, p. es., per la ripetizione degli uccelli sulla corolla di papiro (Madaba, 'Amwās, Bejt Gibrín, Mhajjet).
Poca importanza ebbe in P. la scultura : infatti se si eccettua un rozzo Buon Pastore, proveniente da el-Mineh presso Gaza, forse importato dall'Egitto, non si trova che un repertorio ristretto ai motivi geometrici e floreali. I capitelli sono ordinariamente di stile corinzio con bozza e due o tre ordini di foglie, assai in rilievo nel sec. Iv (Gethsemani, Bethania), molto stremenzite e convenzionali dopo. Si notano altri a cesto (Eleona, S. Sepolcro) e molti di stile floreale semplicizzato e non brutto (Sijāgah, Gihuà presso Qubejbeh), dove talvolta domina la croce e qualche figura di animale (Sbejtah). Anche le transenne han motivi floreali e qualche raro animale come pecore a el-Merd, e gazzelle che bevono al vaso, in un frammento al Museo dei pp. Bianchi in Gerusalemme. Sembrano questi ultimi due motivi ricalcati dai musaici.
I battisteri finora conosciuti sono sempre piccoli e come annessi di un complesso religioso ('Amwās, Eleona, Sbejtah, Sijāgah, ecc.) ordinariamente a piccola cappella absolata. Tale sembra essere stato quello del S. Sepolcro e quello di Betlemme, posto, pare, nell'angolo nordovest della Basilica o più precisamente nell'atrio. Molte sono le vasche battezimali conservate e di svariate forme : a croce nell'interno e nell'esterno (Sbejtah), a quadrifoglio nell'interno e nell'esterno (Sbejtah, Bejt 'Awwâ e Melakatha presso Bejt Nattif, che reca l'iscrizione: «Per la salute di Matteo e di Giorgio »), ottagonale all'esterno e a quadrifoglio nell'interno (Thecua e Betlemme che ha l'iscrizione: «Per il ricordo, pace e remissione dei peccati di coloro il cui nome Dio sa »), quadrato all'esterno e quadrilobato nell'interno ('Amwâs, Beradea, Hirbet Zakarijjah con l'iscrizione mutila: «Per la salute di Sofronia e di Baricha »), rotondo da ambedue le parti (el-Merd e Hirbet Maqibir presso Bejtin). La vasca di Hirbet el-Ma'ndidijjeh, presso Hebron, era alimentata dalla sorgente stessa.
I numerosi monasteri della P. presentano la particolarità di essere costruiti, spesso, sui fianchi rocciosi e scoscesi dei codli in modo da avere celle elevate e talvolta raggiungibili solo mediante corda, con il vantaggio di ottenere la solitudine e facile difesa dalle fiere. Di questo genere sono varie grotte al Wâdî Fârah tra cui la cella di S. Caritone, quelle del Wâdî Mukellik, della Quarantena, del Wâdî Suwejniṭ (cella di S. Firmino), ecc. L'organizzazione monastica ha sempre sussistito nei due tipi principali : di laura con celle separate (Dejr Mukellik, Mâr Sâbâ) e di monastero con la vita comune (Hân el-Ahmar, Dejr Dósí, ecc.). Quest'ultimo si è sviluppato soprattutto presso l'abi-
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Palestina - Iscrizione che ricorda il concorso del diacono Giovanni per l'crezione della chiesa di S. Sofia (lebbr. 604) - Halid al-Kifajsi.
tato e dove si poteva facilmente costruire un monastero con celle e chiostri. Tra i meglio conservati del periodo bizantino si notano Sijāgah (completamente scavato), Sijar el-Ganem presso Betlemme (con belle installazioni per acqua), Hān el-Abmar (v sec.) che hanno un complesso circondato da mura e parecchie celle. Della installazione duplice, presso il Giordano, di S. Gerasimo non rimane quasi nulla, perché le celle dovevano esser fatte con materiali assai deboli. In un primo tempo una grotta servì da chiesa, ma con il sec. v si costruirono molte chiese (Mār Sābā, Kossiba, Wādi Fārah, ecc.), ordinariamente ad una sola navata con pilastri, senza però abbandonare del tutto le cappelle rupestri.
I cimiteri cristiani della P. sono spesso a camera scavata nella roccia, con tombe prevalentemente ad arcosolio. Le camere sono raramente dipinte ed il repertorio è limitato: croci, uccelli, palmette (Gethsemani, Bejt Gibrín, 'Ajn Kārim) forse una figura di un angelo (Qulōnijjah). Non manca mai la croce sul frontone e viene aggiunta se la tomba è riadoperata ('Ajn Hannijeh, Gerusalemme, ecc.). Questo sistema di tomba qualche volta è in muratura, p. es., il complesso presso la porta di S. Stefano a Gerusalemme. E conosciuto, sebbene con pochi esempi, il sistema catacombale o a gallerie riunite, p. es., le tombe dette "dei Profeti" sull'Oliveto con un piano semicircolare. Si trovano sparse ovunque molte stele sepolcrali, il che mostra che anche i cimiteri all'aperto erano molto usati. Esse recano la croce, il nome del defunto e qualche breve frase. Per trovare formole di sapore prettamente cristiano bisogna scendere, ordinariamente, al sec. vi. La data è computata dalle ore locali : di Eleuteropoli (Bejt Gibrín) Gaza, Seitopoli (Bejsān), Bosra, di Pompeo, ecc. Nelle chiese e monasteri si hanno i poliandri, ossia fosse comuni assai profonde, munite di un anello verso la bocca dove si depositavano tre pietre una delle quali con foro (pellsitkon) in modo da essere estratta facilmente. Talvolta le tombe sono coperte da musaico (Sijāgah, a Gerico la chiesa di Antimo, 'Amwās, Bejsān, ecc.).
La ceramica continua senza notevoli differenze il sistema del periodo romano, con vasi, coppe, piatti ecc., mantenendo buona cottura. I vasi son rivestiti con tinta nera e decorati con linee bianche, ovvero solo con righe di minio a disegni floreali geometrizzanti, raramente con qualche figura. Come decorazione in rilievo si trova usato il voullat e molte modanature negli orli. La "terra sigillata", lavoro meno preciso rispetto al tempo precedente, reca la croce sotto svariate forme ('Ajn Bejt Sūriq, sec. vi), Sijar el-Ganem (pianura di Gerico), figure umane indeterminate (Sijāgah), forse personaggio imperiale (Bejt Alfah, Sinagoga) e può essere Gesù Cristo (Gerico). Tra i piatti, è notevole uno per policandilon trovato al Gallicanto, che reca l'iscrizione: sS. Teodosio: Giuseppe umile manaco e ed uno trovato ad 'Ajn Kārim (Visitazione) che porta le lettere: IC XC YC $\overline{\text { OY }}$ ai lati della croce ed i nomi di Giovanni e Paolo. Le lucerne fittili hanno generalmente il corpo allungato ed ovodale, buona cottura ma decorazioni assai ristrette; la croce in molte guise, palmette e poche iscrizioni, tra cui le due molto comuni: AYXNAPIA KAAA e OIIC XY OENHIIACIN. C'è anche un tipo "a cuore", con cottura meno buona, e decorazioni fini anche con rappresentazioni di scene e
di animali, ma sembra che si sia sviluppato dopo il sec. vi. I timbri per il pane, mattoni, ecc. recano spesso la croce con l'A e l'D, qualche volta solo cantonata da puntolini (Sijāgah) o piantata sul Calvario fatto con un archetto o tre in modo piramidale (Tulūl er-Rūsum presso Gaza). Si notano anche alcune fialette fittili, evidentemente usate per gli oli santi, con due piccolo anse presso la bocca e pareti ornate con rappresentazioni semplici in cui domina la croce e le tre croci sul Calvario (Sion, Ophel) o colombe, vasetti e palme ('Ajnabus presso Nābulus). Sono conosciuti come eulegie alcuni dischi di terra, toccate al sole, che recano impressioni di scene della Natività, Annunciazione, la croce e il leggendario nascondimento alla montagna di s. Giovanni (disco conservato a Bobbio e proveniente da 'Ajn Kārim).
Molti gli oggetti di metallo, come le ampolle (v.) conservate a Bobbio e a Stinoza provenienti dalla P., tramite il console Leonzio (fine del sec. vi) che le inviò a s. Gregorio Magno. Si crede che riproducano alcune composizioni esistenti in $P$. in quel tempo e alcune rappresentazioni del Santo Sepolcro con elementi forse ricopiati dal vero. Molte sono le catenelle, provenienti da scavi di chiese, con anelli intercalati da croci per i "policandili" e per i turiboli. Questi presentano la caldaietta rotondeggiante a spicchi (Gerico) o senza (Muhmās), oppure pari (Bejsān), o esagonale (eremitaggio nestoriano presso Gerico). Pochi sono i candelieri conosciuti e di forma rotonda senza ornamento ('Ajn Bejt Sūriq, sec. vi). Le lucerne metalliche hanno spesso la croce come ansa. Le medaglie ritrovate nelle tombe presentano talvolta le figure di N. Signore e della Vergine (piombi a Bejsān, monastero) o figure di santi tra cui s. Giorgio e un altro sulla Croce in atto di benedire, forse uno stifita. E curioso osservare che queste ultime siano state trovate insieme (ad el-Giš, l'antico Giacale) ad altre che recano "l'occhio mistico " per scongiurare il malocchio e l'iscrizione assai usata: EIC OEOC O NIKDN TA KAKA. Gli anelli sono spesso semplici; da notare uno con simboli: serpente, aquila e leone (Ascalon) ed altri con la parola YI'IA seguita dal nome, ed uno con le figure del Salvatore e della Vergine (Gexer) fatte in modo assai rozzo. Anche i pesi metallici recano ordinariamente la croce con ornamenti intorno o sotto un loggiato, qualche volta (piombo) sul Calvario.
I vetri continuano il repertorio del tempo romano: di vetro sono molti pesi e calici, tra cui emerge quello trovato a Gerasa, che reca pecore alla pianta simbolica e colombe. Le lampade vitree hanno coppa semplice e piede affusolato, per metterlo nel policandilon, terminato con piccolo tondo. I vetri delle finestre sono giallognoli e spessi, ovvero ripiegati e curvilinei con grande raggio. Sono infissi nel gesso, il quale è sostenuto da frammenti di mattoni messi uno sopra l'altro come si trattasse di una colonnina.
3. Dal sec. VII al XII. - Dalle iscrizioni trovate si deduce che i cristiani continuarono a costruire chiese, o almeno a ripararle, fino al sec. viII. Notevoli quelle di Sbejtah (711 e 725-35) e di 'Awğā el-Hāfir (767-68) in P. e di Quwejsmeh (717-18) e di Mā'in (719-20) in Transgiordania. Sono Jazid II (722-23), incomincia il movimento iconoclastico, che non risperta né le immagini sacre, né le figure umane dei pavimenti musivi. E difficile dire se le
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chiese che presentano i musaici non distrutti siano state o no abbandonate prima di questa data. Come edifici si segnala la ricostruzione del S. Sepolcro fatta nel sec. xi dopo la feroce distruzione di al-Itikam (roo9), forse, l'erezione della chiesa di S. Croce presso Gerusalemme, ancora esistente, mentre della chiesa degli Amalfitani, allora celebre, nulla resta. I graffiti trovati nel Palazzo arabo di Mefger, presso Gerico (sec. viII) ed altrove, attestano che i cristiani parteciparono alla costruzione delle opere d'arte arabe.
4. Dal sec. XII al XIII. - In questi secoli si ebbe un movimento edilizio quasi incredibile: ovunque sorsero chiese e castelli e per lo più di proporzioni piuttosto rilevanti, fatte con pietre squadrate ovvero rozze nelle parti non in vista. I muri sono spessi a m . per poter sostenere il peso delle massicce vòltc. Le piante sono per lo più di stile basilicale, salvo quando vi fu l'adattamento di antichi ambienti, come a. S. Sepolcro e all'Ascensione. Gli operai lavorarono le pietre per traverso, cosicché oggi le impronte diagonali, lasciate dal loro strumento, servono come caratteristica di questo periodo. I muri furono letteralmente coperti di pitture e di musaici, giunti, sfortunatamente, molto decimati. Tra le pitture si notano i frammenti di Abū Gōš (Santi, Seno di Abramo) della sede di Bethphage, opera di un artista assai abile e un po' indipendente (Risurrezione di Lazzaro, Discepoli che prendono gli asini, Processione delle palme), di Betlemme (in una cappella e sulle colonne della Basilica), assai rozzi e primitivi (Deesis e santi), di Sebaste (Invenzione della testa di S. Giovanni, sfregiata dagli operai allorché fu trovata nel 1931), a Dejr Mulellib (Cristo con santi e Crocifissime). Tra i musaici si nota un frammento dell'Ascensione sul Calvario e parti di tre scene della vita di Cristo (Entrata in Gerusalemme, Trasfigurazione e Ascensione, Natività, nella Grotta), santi, angeli e rappresentazione dei concili nella Basilica di Betlemme. Fra le opere di scultura sfuggite al vandalismo si nota un "abbraccio " o "bacio " proveniente dall'ospedale di S. Giovanni (ora al Museo della flagellazione), gli artistici capitelli di Nazareth con scene della vita di Cristo e degli Apostoli, già sepolti prima di essere messi nella facciata della Basilica, i bei capitelli con figure di animali mostruosi dell'Ascensione e del chiostro di Betlemme, le belle cornici del S. Sepolcro e soprattutto il sontuoso portale dello stesso S. Sepolcro che reca le scene dell'ultima settimana della vita di N. Signore (Cena, Risurrezione di Lazzaro, Processione delle palme). Gli altari sono costruiti in muratura (S. Elena al S. Sepolcro) e presentano anche palchetti pitturati (S. Stefano). Vi è una serie di campane, una con l'iscrizione Vox Domini, altre con una sola lettera ed una con anse a delfini alati. Erano insieme a un centinaio di canne d'organo.
La ceramica non ha caratteristiche speciali e continuò ad essere fatta dagli Arabi, di cui porta il nome, con il sistema a mano (vasi rozzi e pitturati a minio) e alla rota. Furono trovate belle invetriate, ma per lo più con disegni geometrici (Emanaus el-Qubejbeh) e raramente con disegni di fiori, stemmi e figurette umane ('Aflit). Le lucerne sono sempre di forma allungata, ma recano spesso iscrizioni arabe senza le caratteristiche formole musulmane. -Vedi tavv. XLIII-XLV.
Bibl.: per le chiese: C. R. Conder-H. H. Kitchener, The corvoy of vastera Palestine, 3 voll., Londra 1865; L. Woolcy-W. Laurence, The wilderness of Zin (Palest. Exploration Fund, Annual 1914-15), Londra 1914-15; H. Vincent-F. Abel, Jérusalem nouvelle, Parigi 1914-26 e la relazione degli scavi dei vari luoghi: E. Mader, Altshriati, Basilikes und Localtraditionen in Südjudda, Paderborn 1918; C. Watzinger, Deuhmaller Palästinas. II, Lipsia 1935; J. W. Crowfoot, Early Church in Palestine, Londra 1941; v. anche bibl. in Riv. di arch. crist., in Biblica e in P. Thomsen, Palästina-Literatur, I-IV, Lipsia 1911-38. Per alcune questioni particolari : C. Cecchelli, Il problema della basilica crist., pre-castantiniana (con nota di A. Prandi), in Palladia, 7 (1943), pp. 3-11; A. Gruber, Martyrism. I. Architecture. II. Iconographic, Parigi 1946; J. Lassus, Sanctuaires chrétiens de Syrie, ivi 1947. Per i musaici: M. Avi Tona, Musaic parements in Palestine, in The quart. of Depart. antig. in Palestine, 2 (1933), pp. 136-81: 3 (1934), pp. 26-73; 4 (1935), pp. 187-93 (catalogo); S. Saller - B. Bagatti, The town of Nebe, Gerusalemme 1949. Per le iscrizioni : Supplementum epigraphicum Graecum, 8 (1937). Per la ceramica : J. C. Wampler-C. C. Mc Cown, Tell en-Nusbeh, 2 voll., Nuova
Haven 1947: B. Bagatti, Lucerne fittili a cuore, nel Museo della flagellazione, in Faenza, 35 (1949), pp. 98-103; H. Schneider, The Memorial of Muses on Mount Nebe, parte 37, Gerusalemme 1950. Per i piccoli oggetti si possono vedere i vari cataloghi dei musici palestinesi: Palestine archaeol. Museum, gallery book, Persian, Hellenistic, Roman, Byzantine periodi (poligrafato in consultazione), Gerusalemme 1943; inoltre J. Germer-Durant, Un moxte palestinien. Notice sur le Musée archéologique de Nares. Dame de France à Jerusalem, Parigi 1905; B. Bagatti, Il Museo della flagellazione, Gerusalemme 1939. Ad es., di una tomba sinistra con oggetti: N. Mabhouly, Ruch-cat Tombs at el-Zoh, in Quart. Depart. antig. in Palestine, 8 (1939), pp. 43-50. Per il periodo crociato: C. Enlart, Les monuments des Croisés, 2 voll., Parigi 1928.
## PALESTINE EXPLORATION QUARTER-
LY. - Rivista dell'Associazione inglese "Palestine exploration fund», costituitasi nel 1865 a Londra per promuovere lo studio geografico, archeologico e topografico della Palestina, particolarmente di Gerusalemme.
Dal 1869 iniziò la pubblicazione di Palestine exploration fund. Quarterly statement, che si rese quanto mai benemerita, in modo particolare per l'archeologia, divulgando i risultati dei numerosi scavi eseguiti in Terra Santa. Nel 1929 la rivista accolse anche il bollettino della Scuola di archeologia inglese di Gerusalemme (The bulletin of the British School). Il titolo attuale, specificato dal sottotitolo "Emboiding the Quarterly statement of the Palestine Exploration Fund and the Bulletin of the British School", apparve per la prima volta nel 1939.
Angelo Penna
PALESTRA DEL CLERO. - Rivista quindicinale di cultura e pratica ecclesiastica, iniziatasi a Rovigo il $1^{\circ}$ nov. 1921.
Contiene articoli sulle varie scienze ecclesiastiche, fornendo al clero chiarimenti dottrinali, norme di direzione, commenti agli atti della S. Sede, soluzioni di casi e consultazioni, recensioni e spogli di riviste. Dal 1926 prese a pubblicare Ministerium Verbi, mensile di sacra predicazione.
Celestino Testore
PALESTRINA, DIOCESI di. - Nel Lazio, in provincia di Roma, è una delle sette sedi suburbicarie occupate da un cardinale dell'Ordine dei vescovi. Misura una superfice di $370,06 \mathrm{kmq}$. con $59.43^{8} \mathrm{ab}$., ripartiti in 27 parrocchie, con 55 sacerdoti secolari e 50 regolari, 8 congregazioni religiose maschili e 23 femminili; il Seminario minore in P. e quello maggiore ad Anagni, comune a quello delle altre diocesi del basso Lazio (Ann. Pont., 1952, p. 308).
P. è la "Praeneste" del Romani, ma l'attuale città medievale sorse sugli avanzi del celebre tempio della Fortuna Primigenia, iniziato nel sec. I a. C., alle falde del monte, sui vari ripiani che dalla Cattedrale vanno al Palazzo Barberini. Denti grandiosi avanzi sono stati scoperti soprattutto dai bombardamenti aerei del 1944 e sono in corso i lavori di sistemazione da parte dei Ministeri dei lavori pubblici e della pubblica istruzione.
La predicazione evangelica a P. fu iniziata nell'età precostantiniana. Il Martirologio geronimiano, al 18 ag. ricorda il martire Agapito la cui Paolo, anteriore al sec. Ix, direbbe nato a Roma e martirizzato a "Praeneste", sotto Aureliano ( $270-75$ ), per ordine di un re Antioco che deve essere "Flavius Antiochianus" console nel 270. Sembra che non vi sia dubbio sull'autenticità del martire Agapito come pure sul sepolcro di lui, ad un miglio circa da "Praeneste", sul quale sorse la Basilica ove un vescovo "Iucundus" pose una iscrizione motrica attribuita al sec. IVV (cf. CIL, XIV, 3415). Il Lanzoni segna al secondo posto il nome di "Iucundus" nella serie cronologica dei vescovi di P.; al primo, con data del 314 , pone "Secundus" che F. Cristofori e P. Gama chiamano s. Secondino. Nel sec. viII l'anonimo della Vita di Adriano I nel Liber Pontificalis ricorda una basilica di S. Secondino a P. "ubi eius corpus quiescit". Cosi pure l'anonimo della Vita di Leone III fa menzione della chiesa cattedrale di P., dedicata a s. Agapito. Sul colle di S. Quirico di P. esiste una chiesa con cripta, dedicata a s. Quintino,
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(per cortesia del dott. G. Gultini)
Palestrina, diocesi di - Emiciclo di destra del santuario della Fortuna Primigenia.
il qual martire però, nota il Lanzoni, non si conosce da altra memoria. Potrebbe trattarsi del Quintino registrato in alcuni codici del Martirologio geronimiano al 25 e 26 ag.
Al $36^{\circ}$ miglio ca. della Via Prenestina fu scoperto, presso Paliano, un cimitero con iscrizioni del sec. v e della seconda metà del vi. Alcuni paesi dell'attuale abbazia di Subiaco (v.), come Bellegra (Civitella), Roiate, Affile, Arcinazzo (Ponza), appartenevano una volta alla diocesi di P. Tra i vescovi di P. si ebbero anche coloro che ascesero al pontificato, come Clemente III, Gregorio XI, Niccolò IV, Paolo III, Giulio III e Leone XI. Nel 1298, Bonifacio VIII, a conclusione della lotta con i Colonna, distrusse la città di P. risparmiando unicamente la Cattedrale che il card. L. Portocarrero nel 1706 ridusse alla forma attuale. L'Archivio vescovile di P. non conserva documenti anteriori al 1597 : non è impossibile che le antiche carte siano scomparse con la distruzione bonifaciana della città. Tra i santuari della diocesi di P., veneratissimo è quello della Madonna del Buon Consiglio a Genazzano, di forme neoclassiche, restaurato nel 1844 , nella cui facciata è un portale del ' 400 , che sicuramente risale al tempo della pretesa venuta miracolosa dell'immagine della Madonna da Scutari (Albania). Detta immagine è il prototipo delle numerose altre della Madonna del Buon Consiglio, sparse dappertutto.
Nel Concistoro del 21 giugno 1948 al cardinale vescovo di P. fu dato un vescovo suffraganeo. La diocesi di P. ha per sede ordinaria d'appello il vicariato di Roma.
BinL.: Ughelli, I, p. 219 sg.; I. M. Suarez, Prenestas antiquae libri 2, Roma 1655; P. Petrini, Memorie prenestine, ivi 1793; Moroni, LJ, pp. 22-43, 208-28; A. Scognamiglio, Della primitiva basilica del martire s. Agapito, Roma 1865; P. B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae catholicae, Ratisbona 1873, p. xvI; P. Cristofori, Storia dei cardinali di s. R. Chiesa dal sec. V all'anno 1888, Roma 1888, p. 18; P. F. Kehr, Italia Pontif., II, Berlino 1907, pp. 47-52; Lanzoni, pp. 132-34; G. Marucchi, Memorie storiche della città di P., Roma 1918; id., Guida archeologica della città di Preneste, ivi 1932.
Benedetto Pesc
PALESTRINA, Giovanni Pierluigi da. - Musicista, n. a Palestrina da Sante Pierluigi e da Palma, d'incerto casato; la maggioranza degli studiosi, con fondate argomentazioni, ha ormai convenuto di assegnarne la nascita al 1525 . Nel paese nativo è verosimile che gli fosse impartito il primo insegnamento musicale; recatosi assai presto a Roma, prosegui gli studi; venne accolto nella cantoria di S. Maria Maggiore di cui era arciprete il card. Andrea Della Valle, vescovo di Palestrina, e maestro di cappella Rubino Mallapert; a questi nel 1540 succedette Firmin le Bel, nel quale è da ravvisare il maestro del P.
Dopo la muta della voce ritornò a Palestrina, ove
assunse l'ufficio di organista e maestro di canto nella cattedrale di S. Agapito, e il 12 luglio 1547 sposò Lucrezia Gori dalla quale ebbe tre figli, Rodolfo, Angelo, premorti al padre senza famiglia, e Igino, alcuni discendenti del quale si rintracciano ancora nella seconda metà del sec. xvir. Nuovamente mancano notizie su questo soggiorno, e tuttavia da supporre che il musicista entrasse in dimestichezza con il card. Giovanni Maria Del Monte che, creato pontefice nel 1550, poco dopo lo chiamò alla direzione della Cappella Giulia. Il P. entrò in carica il $1^{\circ}$ sett. 1551 ; nell'autunno 1554 pubblicava il primo libro delle messe dedicandole al suo protettore, dal quale l'anno seguente era nominato cantore pontificio. Morto Giulio III nel marzo 1555, il successore Marcello II Cervini gli conservò il favore, ma venne a morte dopo tre settimane; in memoria di questo Pontefice il P. scrisse in tempo non precisato la Missa Pupae Marcelli. Il nuovo Papa, Paolo IV Carafa, che subito iniziò la sua severa opera riformatrice, revocò la nomina a vita dei cantori pontifici laici ed ammogliati; e così, insieme a Leonardo Barré e Domenico Ferabosco, il P. venne licenziato. Il musicista ebbe la fortuna di ricoprire subito l'ufficio, allora vacante, di maestro di cappella di S. Giovanni in Laterano, il $1^{\circ}$ ott. dello stesso 1555 , e lo tenne, tra difficoltà varie, sino all'estate 1560 . L'anno dopo, sempre come maestro di cappella, passava a S. Maria Maggiore. Nel 1559 saliva al pontificato Pio IV Medici, durante il quale ebbe termine il Concilio di Trento ( 1563 ) di cui è nota l'importanza per le decisioni riguardanti la liturgia e la musica ecclesiastica. Quel che ha universalmente diffuso la rinomanza del P. è in stretto riferimento con le riforme proposte da quel Concilio; tale partecipazione fu avvolta in un alone leggendario : così si disse per lungo tempo che la Messa di papa Marcello avrebbe salvato la musica polifonica dalla proibizione del Concilio. Quella Messa, che in effetti rappresenta un nuovo stile di cui il P. era profondamente consapevole, era scritta secondo esigenze alle quali le decisioni del Concilio dovevano conferire una nuova forza ed efficacia. Comunque sia, è assodato che i cardd. Vitellozzo Vitelli e Carlo Borromeo provvidero sin dal genn. 1565 a dare esecuzione alle deliberazioni del Concilio di Trento, cominciando per l'appunto con il riordinare la Cappella Pontificia. Risulta infatti che in casa del card. Vi-

(fot. Enir)
Palestrina, diocesi di - Avanzi dell'antica chiesa di Castel S. Pietro.
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telli furono eseguite alcune messe per l'approvazione del loro stile, soprattutto in rapporto all'esigenza della comprensibilità del testo, secondo le prescrizioni del Concilio. In quel tempo, nel 1564 , il P. entrò in rapporti con il card. Ippolito d'Este, particolarmente incline a favorire la musica in qualità di compositore per la celebre Cappella alla corte di Ferrara; tali rapporti continuarono anche nel 1567 e nel 1569 . Nel 1566 il P. divenne anche insegnante nel Seminario romano, sotto la direzione dei Gesuiti; e la scelta fu un esplicito omaggio alla grande rinomanza sin da allora conseguita dal compositore. Ma ai due uffici egli rinunciò quando, succedendo a Giovanni Animuccia, il $1^{\circ}$ apr. 1571, assunse l'ufficio di maestro della Cappella Giulia in S. Pietro. La fama dell'artista, che continuava infaticabile nella creazione delle sue opere, era ormai grandissima; tuttavia per migliorare la situazione economica il musicista pensò di tornare in S. Maria Maggiore, allettato dalle offerte di quel Capitolo. Ma il P. fu accontentato nelle sue richieste per intervento diretto di papa Pio V Ghislieri (1566-72) che altamente lo stimava e che proprio in quegli anni gli affidò la riforma musicale dei libri liturgici, incarico che assorbi molto il musicista, come palesemente dimostra il rallentato ritmo della composizione di quegli anni, sino al 1581 . Nel 1572 il P. perdette il figlio Rodolfo, l'anno seguente il fratello, nel 1575 il secondogenito Angelo, nel 1580 la moglie Lucrezia : fortemente scosso da tante sventure, pensò di ritirarsi a vita religiosa. Ottenuto il permesso di entrare nello stato ecclesiastico, con breve del nov. 1580 , nel dic. ebbe un beneficio di ventiquattro ducati annui nella cattedrale di Ferentino, ma il 28 marzo 1581 sposava la romana Virginia Dormuli, ricca vedova di un commerciante di pellicceria. Questo matrimonio non soltanto liberava il P. dalle preoccupazioni finanziarie ma gli permetteva di dedicarsi alla pubblicazione, assai costosa, delle sue opere, che in effetti riprese con ritmo assai più rapido. Nel 1583 il P. entrava in trattative con il duca Guglielmo Gonzaga che lo voleva a Mantova maestro della sua cappella. Del fallimento delle trattative per sue alte richieste il musicista si dovette pentire quando, nel nuovo riordinamento della Cappella Pontificia (1586), al posto di direttore si vide preferito G. Antonio Merlo e fu nominato soltanto compositore della Cappella Apostolica. Il P. continuava alacremente nella sua creazione musicale, quando, dopo breve malattia, morì la mattina del 2 febbr. 1594; fu sepolto in S. Pietro, ma la tomba andò distrutta nei lavori del 1606.
La musica del P. già parve ai contemporanei un culmine artistico di perfezione pressoché assoluta: concorrevano a questa valutazione parecchi elementi non soltanto di natura artistica, ma più largamente storica e culturale. Ma, pochi decenni dopo la morte del P., il gusto musicale subì un cambiamento così radicale, da farne declinare rapidamente la conoscenza diretta delle opere.
Un preciso, consapevole ritorno verso la chiarezza e la semplicità della polifonia palestriniana si ebbe con un movimento idealmente iniziato da un giurista di Heidelberg, A. F. J. Thibaut, che pubblicò nel 1825 un libretto, poi più volte ristampato, nel quale veniva appunto celebrata la purezza della musica polifonica, principalmente ravvisata nell'arte palestriniana. Al P., simbolo della perfezione tecnico-formale, come era perdurato nei secoli precedenti, subentrò ora il simbolo del P. rappresentante della più pura religiosità musicale, raffigurata soprattutto in uno stile "antico", se non addirittura primitivo : è fuori di dubbio che l'indagine storica dell'Ortocento continuò a mettere al centro della musica "antica" il P., ormai considerato come il più alto punto d'arrivo di una secolare, ininterrotta, progressiva conquista d'arte e di stile. Al contributo italiano, principalmente rappresentato dal Cametti e dal Casimiri, i quali ricostituirono attraverso pazienti ricerche d'archivio la vita e l'ambiente storico del musicista (al Casimiri ancora si deve l'avviamento di una nuova edizione dell'opera palestriniana), si aggiunse il contributo straniero con la ricerca critica fondata su rigoroso metodo stilistico dal Jeppesen, contemporaneamente ad altri studi.

(fot. Ena. Gett.)
Palestrina, Giovanni Pierluigi da - Ritratto. Dipinto anonimo contemporanco - Spogliatoio dei cantori della cappella Sistina.
Nel secolare sviluppo storico della polifonia, nessuno prima del P. era riuscito a realizzare uno stile vocale cosi puro, omogeneo, essenziale. Le qualità più evidenti di questa sorprendente vocalità si ravvisano anzitutto nel movimento della melodia intessuta sui gradi congiunti e sugli intervalli di più naturale intonazione. Lo svolgersi della composizione risulta sottilmente regolato da un flusso ritmico che sembra un alternato respiro di accenti nelle singole voci e da un senso espressivo dell'armonia in cui gli accordi di triade dominano con la pienezza della loro sonorità. Per naturale ed infallibile dono, non certo per decisione di calcolo volontario, il P. evita tutto quanto possa riuscire di turbamento all'armonioso dispersi dei particolari nella chiara potenza architettonica dell'insieme : così la composizione è liberata da qualsiasi contrasto che possa derivare da una tensione provocata dalla mancata fusione dei fattori melodici, ritmici ed armonici. Ne risulta un'atmosfera torsa, senza modulazioni di colore: un trionfo in piena luce di una musicalità plastica e flessibile nel tempo stesso, atta a riprodurre come in un linguaggio d'incomparabile evidenza il religioso rapimento della fantasia.
I testi palestriniani rivelano un'immensa varietà di accenti e di inflessioni soltanto a chi li voglia far propri con alacre, attenta penetrazione. In sede di analisi formale si resterà sorpresi, ma più ancora ammirati, del modo con cui il P. accoglie dalla tradizione contrappuntistica, principalmente rappresentata dai musicisti fiamminghi, gli elementi tecnici e strutturali di uso più corrente. Tornano nelle sue messe i procedimenti della composizione sul contus firmus, ora rigido ora libero, sul canone di più stretto rigore, sulle melodie liturgiche o popolari, su temi attinti con più grande libertà da mottetti e madrigali propri o di altri autori, su motivi da lui stesso inventati o su temi di cui non è stato possibile identificare la fonte : ma ogni elemento è trasfigurato dall'artista in un modo che appare tanto più prodigioso, quanto più naturale ed intensa è l'espressione musicale che ne risulta. Egualmente si dica per la versatilità con cui il P., nei mottetti e nelle numerose forme consimili, delinea quadri di meno ampia
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(da R. Casimiri, Il Codice 20 dell'Arch. mus. Lateranense, autografo di G. P. da Palestrina, Roma 109, 101. 37
Palestrina, Giovanni Pierluigi da - Manoscritto autografo (1555-89) - Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano, Archivio musicale, cod. 39, f. 25.
cornice, ma che raccolgono nel più armonioso e sobrio raccordo le inflessioni di un penetrante lirismo atto ad evocare immagini e stati d'animo sottilmente aderenti allo spirito del resto che li ha suggeriti.
La fecondità del genio palestriniano è attestata dal semplice elenco delle opere: 39 messe a quattro voci, 29 a cinque, 21 a sei, 4 a otto, per un totale di 93 messe alle quali sono da aggiungere quelle di recente ritrovate manoscritte dal Jeppesen nella Biblioteca del Conservatorio di Milano; oltre 300 mottetti a quattro, cinque, sei, sette, otto e dodici voci; inni, lamentazioni, litanie, offertoni, antifone, salmi, cantici, responsori, sequenze, quattro libri di madrigali, due spirituali e due profani; al P. sono pure attribuiti otto ricercari.
Le opere complete del P. sono state pubblicate in 33 voll. da de Witt, Espagne, Commer, Haberl, ed. Lipsia 1862-1903. Una nuova edizione, iniziata da R. Casimiri, è in corso di pubblicazione in Roma e sino ad ora (1952) sono apparsi 17 voll.
Bibl.: G. Baini, Memorie storico-critiche della vita e delle opere di G. P. da P., Roma 1828; M. Brenet, P., Parigi 1906, più volte rist. ; R. Casimiri, G. P. da P. Nuovi documenti biog. grafici, I, Roma 1918; II, ivi 1922: id., Il codice 59 dell' Archivio musicale lateranense, autografo di G. P. da P., ivi 1919; Z. Kend-rik-Pyne, G. P. da P., Londra 1922; O. Ursprung, Restauration u. P.-Renaissance in der hath. Kirchenmusik der letaten zwei Jahrhunderte, Augusta 1924; A. Cametti, P., Milano 1925; K. Jeppesen, Der Palestrinasil u. die Dissonanz, Lipsia 1923; K. G. Fellerer, Der Palestrinasil u. seine Bedeutung in der vahalen Kirchenmusik des 18. Jahrhunderts, Augusta 1929; id., P., Rausbona 1930; P. Raugel, P., Parigi 1930; J. Samson, P. ou la poésie de l'exactitude, Ginevra-Parigi 1939; H. Coates, P., trad. it., Milano 1946. In alcuni degli studi citati si troveranno precise indicazioni bibliografiche riguardanti particolari contributi biog. grafici e critici.
Luigi Ranga
PALIANO, Cimitero di. - Antico cimitero cristiano in contrada S. Quirico, presso P. e cioè al $3^{6^{\circ}}$ miglio della Via Prenestina.
Nel 1914 tornò in luce un antico cimitero cristiano
sotterraneo, costituito da una galleria principale con locali e formae, in gran parte chiusi da tegole, e da una galleria minore con tre arcosoli. O. Marucchi vi lesse 19 iscrizioni per lo più graffito sulla calce; una in marmo con lo data consolare dell'anno 341 ; oltre due grafite, l'una del 355 che ricorda una svor diaconi, l'altra dell'anno 400. Fuori del sotterraneo fu raccolta un'epigrafe dell'anno 420.
Bibl.: O. Marucchi, Scoperta di un antico cimitero cristiano al miglio 36 della Via Prenestina, in Nuovo Bull. arch. crit., 20 (1914), pp. 131-35.
Enrico Josi
PALINGENESIA. - La parola, dal greco $\pi \alpha \lambda \gamma \gamma \gamma$ vosía, "rinascita", "rinnovamento", come termine tecnico appartiene alla filosofia stoica (von Arnim, Stoicorum veterum fragmenta, II, Lipsia 1924, p. 110), benché l'idea del rinnovamento ciclico ( $\pi \dot{\alpha} \alpha \lambda \pi \varsigma \gamma \varepsilon v \varepsilon \sigma \varepsilon \alpha \varsigma$ ) si trovi già nella speculazione pre-platonica(v. obfismo).
Il concetto stoico del rinnovamento ciclico del mondo si fonda sulla filosofia di Eraclito, per cui il fuoco come seme dell'universo era la ragione di morte e vita di ogni essere. P. come termine biologico (Olimpiodoro, in Plat. Phaedon., ed. Norvin, Lipsia 1913, p. 135, 28; Simplicio, Phys., ed. Diels, I, Berlino 1882, p. 379, 22) applicato al cosmo significa il rinascere dell'inizio dalla fine, in analogia di un processo organico. L'apocatastasi dell'universo è dunque inerente all'idea della p. Cicerone, De natura deorum, III, 118, ha tradotto la parola p. con renovatio mundi. In questo senso p. è in Mt. 19, 28 un termine per indicare il mondo futuro. I filosofi stoici posteriori, che mantenevano l'idea dell'eternità del mondo (concetto platonico-peripatetico), attenuavano l'idea della dissoluzione periodica di esso e parlavano solo di catastrofi periodiche (per mezzo del fuoco e dell'acqua) che colpiscono la terra (Seneca, Nat. qu., III, 28), il che permetteva agli autori giudei e cristiani di dare il nome di p. anche al diluvio dei tempi di Noè (v., p. es., Filone, Vita Mos., II, 65). Nella interpretazione allegorica dei miti, gli dèi che patiscono (Dioniso, Osiride), identificati con il grande Dio del cosmo, diventano nella loro passione simboli del rinnovamento ciclico del mondo. Nel I. XIII del Corpus Hermeticum (ed. Nock-Festugière, II, Parigi 1945, p. 200 sg.) il discorso segreto sulla p. insegna la partecipazione del singolo alla $p$. del mondo. Qualche contatto con questo insegnamento ha anche la cosiddetta "Liturgia di Mithra" (presso K. PreisenJane, Papyri Graecae magicoe, I, Lipsia 1928, p. 88 sg.). E comprensibile che p. diventi anche un termine per la metempsicosi delle anime. Varrone, presso Agostino, De chistate Dei, XXII, 8, ha usato la parola p. per l'anima che in un ciclo di 440 anni si unisce di nuovo con il suo corpo originale. Per i cristiani la p. è legata al sopravvenire dello Spirito Santo nel Battesimo (v. Ep. ad Tit., 3, 5), che ci trasporta ad un nuovo eone. Il termine p. per significare il rinnovamento di un organismo fu applicato non soltanto alla medicina, ma anche alla vita sociale, politica e culturale (v. Flavio Giuseppe, Antiq., XI, $66^{\circ}$ ed., Niese, v p. della patria c), cosi la renovatio, la rinascita "sono diventati termini per un rinnovamento culturale e politico».
Bibl.: J. Dey, Palingenuesia, in Neutestam. Abhandig., XVII, Münster 1937; H. Leisegang. P., in Pauly-Wissowa, XXXVI, II, Stoccarda 1949, col. 139 sg. Per l'uso cristiano della parola: Ad. Harnack, Die Terminologie der Wiedergohurt u. s. w. in der ältesten Kirche (Texte und Untersuchungen. Reihe H. 12, 3). Lipsia 1918; V. Jacono, La p. in s. Paolo e nell'ambiente pagano, in Biblica, 15 (1934), p. 309 sg. Erik Peterson
PALINSESTO. - Parola presa dalla lingua greca, composta dall'avverbio $\pi \alpha \lambda \alpha v$ ( $=$ "di nuovo ") e dal verbo $\dot{\alpha} \alpha \alpha$ ( $=$ "pulire, lavar via, radere, raschiare "), per indicare una materia scrittoria, prevalentemente dell'evo antico (non importa se pergamena o papiro), dalla quale sia stata abrasa con pornice e raschietto o lavata via con una spugna una scrittura preesistente. Scopo di tale procedimento è di permettere un nuovo uso della materia scrittoria già adoperata, tanto che la parola p. fu trasferita alla nuova opera scritta.
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Come sinonimo di p. si usa spesso l'espressione codex rescriptus, che include in realtà un concetto diverso, in quanto suppone di per sé un intero volume costituito integralmente di fogli da cui sia stata raschiata una precedente scrittura, mentre di p. si può parlare anche quando soltanto alcuni fogli furono già scritti una prima volta; anzi il termine è legittimo anche quando si tratti di parti isolate di scrittura vergata su un foglio raschiato, come pure nel caso di documenti e non di codici.
È lecito oggi porsi la domanda se non sia stato assai discutibile il sistema seguito dagli scrittori medievali di cancellare la scrittura da codici e documenti che lo studioso moderno custodisce con tanta cura. Senza dubbio il procedimento è un atto di accusa verso coloro che vi ricorsero, ma ho molte attenuanti. Anzitutto va osservato che il prezzo della pergamena, specie se di buona qualità, era nel medioevo altissimo: sicché di fronte a scritture di un contenuto qualsiasi, che non avevano sul momento alcun valore reale, si era facilmente indotti a distruggere l'opera preesistente per utilizzare di nuovo la pergamena, quando si presentasse particolarmente resistente. In secondo luogo bisogna tenere conto che le scritture antiche, per lo più continue, erano divenute di difficile lettura una volta penetrato nell'uso il sistema di staccare una parola dall'altra; chi le cancellava agiva quindi nella convinzione di eliminare un testo inservibile. A volte poi si trattava di codici il cui contenuto sembrava ormai superato (raccolte di leggi non più in vigore, versioni latine pregeronimiane della Bibbia, testi liturgici fuori uso). Assolutamente destituita di fondamento è comunque l'accusa che la distruzione fosse rivolta soltanto a testi di autori classici.
D'altro canto il ricorso ai p. è molto antico: Cicerone ne parla in una lettera a Trebazio; nel Digesto si parla espressamente di materia scrittoria nuova e già usata e raschiata, e si dichiarano ambedue valide per la documentazione. Fu appunto la sanzione di questo principio che favorì il commercio della pergamena raschiata, offrendo un mezzo di speculazione che è la causa non ultima della distruzione di tante opere antiche.
Soltanto in epoca relativamente recente, fra il sec. xvit e il xviri, gli studiosi hanno cominciato a rivolgere ai p. la dovuta attenzione. Purtroppo l'esplorazione della prima scrittura fu fatta in quei tempi usando reagenti chimici (roce di galla, tintura del Gisberti, solfidrato di ammonio, ecc.) che la rendevano a volte (non sempre) leggibile agendo sui residuati dell'inchiostro fermatisi nei solchi provocati sulla pergamena dallo strumento scrit-

(per cortesia del p. Dold)
Palinsesto - Il testo p. è della Vetus Latina (Dan. 8, 12-20) dal cod. di Wursburg MP. th. $64^{\circ}$ (sec. v).

torio. Tale procedimento, oltre a danneggiare gravemente la materia scrittoria, ha reso anche impossibile, per i codici già sottoposti all'azione chimica, il ricorso ai metodi più moderni, basati sulla fotografia del p. attraverso i raggi ultravioletti. Questo sistema, che è stato largamente e fruttuosamente impiegato soprattutto dai monaci benedettini dell'arciabbazia di Beuron, è del tutto innocuo e sfrutta il fenomeno della fluorescenza cui perviene la pelle animale sottoposta all'azione dei raggi ultravioletti : in tale maniera il tratteggio acuro delle lettere si stacca fortemente sul fondo, più marcato per la seconda scrittura, meno marcato per quella originaria a causa della raschiatura, ottenendo un contrasto di tinte che, fissato sulla lastra fotografica, consente la lettura di entrambi gli scritti. Va da sé che la lettura richiede tuttavia un lavoro lungo e paziente, perché le singole lettere non sempre conservano intero il loro tratteggio e le linee della prima scrittura, se la rasura è stata molto intensa, appaiono come lievissime ombre.
Nella raccolta di E. A. Lowe, Codices latini antiquiores, sono registrati, nei 5 voll. finora pubblicati, 132 p., per la maggior parte esplorati con reagenti chimici, ma fortunatamente, in molti casi, solo per qualche foglio.
Lo studio metodico dei p. fu iniziato da A. Mai (v.) che, nel 1815 , diede alla luce molte opere inedite di autori pagani e cristiani tratte dai p. dell'Ambrosiana e della Vaticana. Al 1816 risale la scoperta, da parte di B. G. Niebuhr, delle Institutiones di Gaio nel cod. Veronese cap. 15, già 13 (sec. v), pubblicate nel 1824. Lo
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stesso Niebuhr pubblicò nel 1820 frammenti delle Fabulae di Igino e della Pro Fonteio di Cicerone dal cod. Vat. Pal. lat. 24 (nello stesso manoscritto sono anche frammenti delle Noctes Atticae di Gellio), nel 1823 brani del poeta spagnolo Merobaudes dal cod. Sangall. 908. Nel 1828 F. Blume dette alla luce brani di Tito Livio dal cod. Veronese cap. 40, già 38; nel 1830 Fr. I. Mone pubblicò le Messe gallicane dal cod. Aug. CCLIII; nel 1857 A. F. Pertz trasse frammenti della Storia della Repubblica romana di Liciniano da un + trisesto + (codice riscritto tre volte) egiziano; nel 1871 E. Ranke rese noti brani della Vetus latina del Pentateuco e dei Profeti dal cod. Wirceburg. Mp. th. f. 64 a; nel 1879 P. Krüger pubblicò i Fragmenta Taurinensia del Codex Theodosianus dal cod. Taurin. Naz. A II 2 (altri frammenti sono nel cod. Vat. lat. 5766); nel 1887 H. Winnefeld dette alla luce le cosiddette Sortes Sangallenses dal cod. Sangall. 908.
Nel sec. xx i perfezionati mezzi tecnici hanno allargato l'indagine sui p. e moltiplicato le pubblicazioni di testi da essi ricavati. Notevole a questo proposito è la collana Texte und Arbeiten (Beiträge zur Ergrïndung des älteren lateinischen christlichen Schrifttums und Gottesdienstes) pubblicata dal Palimpsest-Institut dell'arciabbazia di Beuren, dove sono stati editi o studiati un testo dei Profeti nella Vulgata (1917), un Sacramentario gregoriano (1919), una pericope dei Vangeli (1923), un altro Sacramentario (1925), frammenti del testo latino dei libri sapienziali (1928), brani di s. Paolo e dei Salmi (1928), un testo liturgico (1930), il più antico testo della Vulgata (1931), un Salterio (1933), il più antico libro liturgico della Chiesa latina (1936), testi liturgici del Sacramentario, del Comes e del Capitolare confluiti nel Messale. Altri studi sono apparsi nella Revue bénédictine (1924-26), nello Jahrb. für Liturgiewissenschaft. (1923 e 1933), nel Zentralblatt für Bibliothekswesen (1917-18, 1926, 1941), nelle Ephem. Liturgicae (1940), in Biblica (1938), negli Anzeiger der Akad. der Wissensch. in Wien. Philos.-hist. Klasse (1942), nei Sitzungsber. der österreich. Akad. der Wissensch. Philos.-hist. Klasse (1948). - Vedi tav. XLVI.
Bim.: oltre ai manuali di paleografia (v.) si veda: L. Ferrario, Memorie intorno ai p., Milano 1833; F. Mone, De libris palimpsestis, Karlsruhe 1833; W. Wattenbach, Das Schriftwesen im Mittelalter, $3^{e}$ ed., Lipsia 1896, pp. 299-317; P. R. Kilard, Die Palimpsestphotographie... (Enzyklopädie der Photographie, 75), Halle 1920; G. L. Perugi, Nuovo metodo scientifico per la riproduzione dei p., Roma 1922; G. Kögel, Fortschritte auf dem Gebiete der Palimpsestphotographie und ihre Anwendung für die Familienverbundenforschung, in Sitzungsber. Preuss. Akad. Wissensch., 18 (1924), pp. 441-43; W. Aly, Historia, metodos y fines de la investigación de los palimpsestos, estr. da Investigación y progreso, 11 (1935); M. H. de Bove, El analisis de luminiscencia con los: ultraviolota filtracio y su aplicación en la investigación de papales y documentos, estr. da Rev. de filol. española, 23 (1936); A. Dold, Palimpsest-Handschriften. Ihre Erschliessung einst und jetzt; ihre Bedeutung, in Gutenberg-Jahrb., 1930, pp. 16-24. Albano Dold
PALIOTTO (pallium, pannus; antealtare, frontale, antependium). - Rivestimento della mensa dell'altare, anticamente detto vestis o pallium, dopo il sec. xv p. (da palliare $=$ ricoprire).
Nella Chiesa antica, per la venerazione in cui era tenuto, l'altare veniva circondato di una certa ricchezza e, dove possibile, rivestito di lamine d'oro e d'argento, o almeno di stoffe preziose, come si sa per l'Oriente da s. Efrem (m. nel 373), dal Chronicon Paschale, da s. Giovanni Crisostomo. Per l'Occidente i famosi musaici di Ravenna (S. Vitale e S. Apollinare) ne dànno un bel saggio; nel Liber Pontificalis si legge di molti ricchi rivestimenti, offerti dai papi, ad es., da papa Zaccaria ( $741-52$ ) per la basilica di S. Pietro e da altri che rivestivano l'altare in ogni parte, o almeno nei due lati principali. Ma dopo il sec. xI, con l'accostamento dell'altare alla parete della chiesa, cioè in fondo dell'abside, se ne rivestiva la sola parte anteriore, donde i nomi di ante-altare, frontale, antependium.
Il Coerimoniale episcoporum (l. I, cap. 12, n. 2) non lo prescrive, ma ne raccomanda l'uso; nel Messale (Rubr. gen. tit. XX) si dice di fare i p. nei colori, se possibile, delle feste e dell'Ufficio.
Bim.: J. Braun, Handbuch der Paramentik, Friburgo in Br.
1912, pp. 218-24; trad. it., I paramenti sacri, Torino 1914, pp. 171-76; id., Der christl. Altar, Monaco 1924, pp. 9-132; G. Destefani, La S. Messa nella liturgia romana, Torino 1935, pp. 121-26; M. Righetti, Man. di storia liturgica, I, 4 e ed., Milano 1930, pp. 430-33.
Pietro Siffrin
Arte. - Appartengono ai secoli, dei quali non si conservano p. in stoffa, alcuni preziosissimi rivestimenti di allare in oreficeria, avori e marmi. Tra i più antichi esempi, metà del sec. viII, è il p. in marmo dell'altare del duca Rachis nella chiesa di S. Martino a Cividale, proveniente da S. Giovanni, capolavoro di un'arte ingenua e primitiva; e, tra i più cospicui, il p. in oro e argento dell'altare della basilica di S. Ambrogio a Milano, ove il Magister Vivalvinus (835) usò tutte le varietà di tecnica dell'oreficeria (sbalzo, nello, smalto) con finezza incomparabile, seguendo modelli propri all'arte carolingia e tecnica prevalentemente bizantina.
Al sec. xI risalgono il p. in oro, ritenuto dono di Enrico II (1014-24), già del duomo di Basilea, ora a Parigi nel Museo di Cluny, e gli altari del Tesoro di Conques. Più numerosi gli esempi del sec. xir: il p. bizantineggiante, a scomparti in avorio