prevalentemente bizantina.
Al sec. xI risalgono il p. in oro, ritenuto dono di Enrico II (1014-24), già del duomo di Basilea, ora a Parigi nel Museo di Cluny, e gli altari del Tesoro di Conques. Più numerosi gli esempi del sec. xir: il p. bizantineggiante, a scomparti in avorio con Storie dell' Autico e del Nuovo Testamento, ora scomposto, ma conservato quasi integralmente nella sacrestia della cattedrale di Salerno, il p. argenteo con il Redeviare e Storie della sua vita nella cattedrale di Città di Castello, quello del patriarca Pellegrino II (1195-1204) con caratteri veneti e bizantineggianti nella collegiata di S. Maria Assunta a Cividale. Del sec. xiri si ha un esempio di p. a tarsie marmoree bianche e verdi con tasselli a triangolo e losanga, diviso in tre scomparti da arcatelle trilobate nella badia di Fiesole, già all'altare di S. Romolo, del maestro Costantino, come risulta dall'iscrizione del 1273, e nella badia di Sesto al Reghena in Friuli è un p. ricomposto, di scultore bizantineggiante, forse lombardo. A Pistoia, nella Chiesa di S. Jacopo bell'antependium argenteo, le cui parti più antiche (1287) presentano le figure della Vergine e degli Apostoli entro architetture gotiche; del 1316 è, ancora a Pistoia, l'altare cesellato del pistaiese Andrea d'Ognabene. Nella sacrestia del duomo di Ascoli Piceno si conserva un p. d'argento della seconda metà del ' 300 , di arte più rozza, con Storie della vita del Redentore; altrettanta imperizia tecnica mostra il p. della collegiata di Monza, opera del milanese Borgino del Pozzo (1350-57).
Degli inizi del sec. xv è a Firenze il p. del Battistero, dei fiorentini Betto di Geri e Leonardo di ser Giovanni (1366); a Venezia, nel Tesoro di S. Marco è il p. di Gregorio XII ( 1408 ) di cui sono originarie solo le decorazioni architettoniche e le figure. Tra i rari esempi di p. in legno, è quello valdostano, conservato nel Museo civico di Torino, con elementi romanici e gotici e infiltrazioni francesi.
Molti sono i p. in stoffa attribuibili al sec. xir: un magnifico esemplare è nel Museo cinquantenario di Bruxelles, due nel duomo di Anagni, uno nel duomo di Salisburgo, due nel Museo storico di Berne, uno nel Museo storico di Dresda, uno dell'ornamento da Messa dell'Ordine del Toson d'Oro nel Museo della Corte di Vienna, tutte opere pregevolissime e ben conservate, legate strettamente ad elementi della pittura dell'epoca, veri capolavori del dipinto ad ago (v. ricamo).
In Italia, importanti i due p. del Tesoro della cattedrale di Anagni, ricordati tra i doni di Bonifacio VIII; raro esemplare di scuola nordica il primo, con l'Albero della Vita; il secondo, di ispirazione cavalliniana, opera dell'Italia centrale, con le Storie di Gesù, della Vergine e di Santi.
Un p. importato dall'Oriente è nelle Gallerie di Genova, donato alla città dall'imperatore Michele Paleologo (1271-76), che vi è raffigurato in atto di venir introdotto nella cattedrale da S. Lorenzo.
Lavori del principio del sec. xiv sono nel Museo provinciale di Hannover e nel duomo di Halberstadt; in Italia, notevolissimo l'antependio, di incerta provenienza, della chiesa di S. Maria a Zara, che il Tossca ritiene disegnato da un seguace di Duccio, il Cecchelli lavoro monastico locale, il Coletti di un seguace di Paolo Veneziano.
A Pitti, nel Museo degli argenti, è un p. ricamato da Jacopo di Cambio, già in S. Maria Novella; e sempre ad opus florentinum, con ricami in parte a rilievo e con
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pitture nelle ombreggiature degli incarnati (Toesca), del celebre ricamatore Geri di Lapo è il grande p. della chiesa di S. Maria a Manresa in Catalogna. Del sec. xv si conservano pure bellissimi p. istoriati : nella basilica di S. Francesco ad Assisi il p. di Sisto IV in scta ricamata, forse su disegno del Pollaiolo, a Siena nel Museo dell'Opera del Duomo altro p. con Storie di Cristo e figure di Santi, alla Madonna del Monte di Varese p. donato da Beatrice d'Este e Lodovico il Moro (1491), al Museo Poldi Pezzoli di Milano p. con l'emblema sforzesco, a Cortona nella chiesa di S. Francesco il p. Passerini; nella collegiata di S. Gemignano il p. delle colombe d'oro intorno alla sigla di Gesù (1449), a Firenze in S. Maria Novella importante p. in broccato con ricami raffiguranti quattordici Storierte della Vita della Ver. gine. Di p. in tessuto Gobelin d'arteszo conservano magnifici esemplari il Museo nazionale bav arese e Bruges (Ospedale civile).
Predominano i motivi puramente ornamentali nei p. più tardi; a Roma, è importante la raccolta della chiesa di S. Maria della Vallicella. Ma nel ' 500 s'incontrano anche p. istoriati nel centro e ai bordi, fra decorazioni floreali : al museo sacro del Vaticano il p. disegnato da A. Allori con la Deposizione; a Firenze in un p. del Museo nazionale, del 1580 ca., sono medaglioni con figure di Santi e nel centro la Deposizione; a Siena in altro p. del Museo dell'Opera del Duomo trionfa il tanto diffuso motivo a melograno entro un fregio con le figure di Cristo risorto, la Vergine e la Maddalena. Oppure motivi decorativi incorniciano i motti e gli emblemi dei donatori (v., p. es., a Torino nel Museo civico e a Siena nel Seminario vescovile i due p. con gli stemmi della famiglia Borromeo).
In Italia, del sec. xvir si conservano p.: v.gli esemplari del Tesoro della basilica di S. Francesco ad Assisi, di Milano nel Castello Sforzesco, già a Lorico in Valtellina, di Siena nel Museo dell'Opera del Duomo, recante lo stemma di Alessandro VII, di Brescia nel Duomo nuovo con quello del vescovo Ottoboni. Eccetionali per il ' 600 e il '700 i p. ancora ricchi di figure come quelli della chiesa dei Gesuiti a Colonia e quelli di Neuburg e del Museo nazionale di Baviera. - Vedi tavv. XLVII-XLVIII.
BNL.: Vezzuri, II, p. 638, V. p. 1057; G. Braun, I paramenti sacri, vers. it., Torino 1914, pp. 171-77; M. Salmi, Arte romanica fiorentina, in L'arte, 17 (1914), p. 378; C. Cecchelli, Catalogo di Zara, Roma s. d., pp. 91-98; J. Braun, Der christl. Altar, II, Monaco 1924, pp. 9-132; P. Toesca, Stor. dell'arte, I, Firenze 1927, pp. III, 279, 454, 1095, 1141; II, ivi 1931, pp. 879, 892, 904, 906; P. Podreider, Storia dei tessuti d'arte in Italia, Bergamo 1928, pp. 147, 199; A. Santangelo, Catalogo di Cividale, Roma 1936, p. 86; L. Serra, Mostra del tessile nazionale, ivi 1937 1938, pp. 27, 30-32, 35; L. Mortari, Il Tesoro di Anagni, in Mostra di Bonifacio VIII, ivi 1930, p. 104. Luisa Mortari
PALLA. - Nel senso liturgico attuale è un piccolo quadrato di lino di ca. 20-25 cm. per coprire il calice, specialmente dall'Offertorio alla Comunione.
Fino al sec. xi il calice veniva coperto con la parte posteriore ripiegata del corporale, detto palla grande (v.); quest'uso franco-italiano è seguito ancora dai Certosini. Per comodità nelle Messe private senza discono il calice si copriva dapprima con un altro corporale piegato ( $x$ panno complicato instar sudarii $x$ ), poi con una pezzuola di lino quasi staccata dal corporale "corporale minus" o "p. corporalis" o semplicemente p. Questa pezza di lino or-
nata d'intorno da un pizzo, anticamente floscia, è ora rigida o inamidata; in Belgio e in Germania raddoppiata e retta in mezzo da cartone. La p. deve essere sempre di puro lino, come il corporale donde fu staccata (Deer. auth., 4174); se doppia, la parte superiore può essere fatta anche di seta e variamente ornata o ricamata (ibid., 3882, 4). S. Carlo Borromeo chiama la p. "animetta", perché si racchiude nel corporale come l'anima nel corpo; nel rito mozarabico è detta "filiola", perché derivata dalla p. grande. La p. viene benedetta con la stessa for-

(fot. B. Reifenstein, Vienna)
Palatito - P. ricamato in seta, opera della badessa benedettina di Göss (Stiria), Cunegonda II (1239-89) - Vienna, Museo storico industriale.
la p. Talvolta anzi si dice p. il velo del calice. Nella preparazione del calice la p. si mette sopra la patena. I Teatini usano una seconda p. per coprire la patena.
BNL.: J. Braun, Handbuch der Paramentik, Friburgo in Br. 1912, pp. 239-41 (trad. it., I paramenti sacri, Torino 1914, pp. 184-90); G. Destefani, La S. Messa nella liturgia romana, ivi 1932, pp. 118-21; C. Callewaert, Liturgicae institutiones, vol. III, 1, De Missalis Romani liturgia, $2^{\circ}$ ed., Bruges 1937, pp. 37-39; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, $2^{\circ}$ ed., Milano 1930, pp. 443-44. Pietro Siffrin
PALLADINI, GIACOMO. - Teologo e vescovo, n. a Teramo nel 1349, m. in Polonia nel 1417. Archdiacono di Anversa e, a Roma, segretario ai Brevi e alla Penitenzieria, promosso vescovo, passò successivamente per le sedi di Monopoli (1391), di Taranto (1400), di Firenze (1401) e di Spoleto (1410) del cui ducato, sotto Alessandro V e Giovanni XXIII, fu pure governatore. Sotto Martino V venne incaricato di una missione in Polonia.
Più che per i suoi lavori teologici e giuridici, quali : De Pontificis Maximi monarchia (s. n. t.); De prophetis (s. n. t.); De remediis conversorum (s. n. t.); In libros Sententiarum commentarius (Augusta 1472), si rese celebre per il romanzo ascetico Consolatio peccatorum seu Processus Luciferi contra J. C. (ivi 1472), che ebbe gran voga e molte traduzioni e infine fu posto all'Indice.
BNL.: H. Streber, Jakob von Teramo, in Kirchenlex., VL coll. 1172-76; Hurter, II, col. 733; F. Bonnard, s. v. in DTnC, XI, col. 1823. Vito Zollini
PALLADIO, Andrea. - Andrea di Pietro dalla Gondola, "monaro" (mugnaio), n. il 30 nov. (P. Gualdo) del 1508 (come da tre documenti, del 1524, '28 e '34), m. a Vicenza il 19 ag. 1580.
Un documento, scoperto da Erice Rigoni nel 1949, attesta che il P. nacque a Padova, come da deposizione di tre testimoni, fatta nella stessa città il 24 maggio 1563 . Nel 1521 il giovinetto tredicenne fu avviato a Padova all'arte del "lapicida", presso lo scultore Bartolomeo da Sossano. Ma, per cause ignote, egli fuggì a Vicenza, con il padre, nel 1523 e nel 1524. In questa città si iscrisse nella fraglia degli
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scultori e tagliapietre (1524) e vi dimorò da allora in poi. A Vicenza trovò anche l'affettuosa guida del suo maestro, Giovanni da Pedemuro, e l'illuminato mecenatismo (documentato dal 1538) di Giangiorgio Trissino, poeta e umanista, che un giorno gli avrebbe regalato l'appellativo, che lo eternò, di Palladio.
Prima opera del P. sicuramente datata (1540) è la Villa Godi-Porto, ora Valmarana, a Lonedo (Vicenza). Tre archi e una scalea, tra due nitidi avancorpi di sapore rustico, da villa-fattoria. Quest'opera (la sola sicura antecedente ai viaggi a Roma) conclude la prima fase della vita del $P$.
Verona deve essere stata meta iniziale dei suoi itinerari e dei suoi rilievi di monumenti romani, continuati poi a Roma, Pola, Spalato, in Francia, ecc. Il secondo periodo della vita del P. si apre con i viaggi, compiuti con il Trissino, a Roma; il primo, nel luglio-sett. 1541 (ritorno per Viterbo, Bagnaia, Firenze, Bologna); il secondo, tra il 1545 e il 1547 ; il terzo alla fine del 1549 , anno in cui il P. riusci vincitore del progetto della Basilica, contro grandi competitori, quali il Sansovino, il Serlio, G. Romano. Le logge della Basilica (disegnate a rime obbligate, per tener conto delle finestre del Palazzo gotico preesistente) si scostano dalle altre concezioni del P. come un unicum, per la dinamica sequenza chiaroscurale.
Ma la più autentica vena del P. si manifesta nel tema delle ville, ch'egli sognava come astratti e lievemente ambrati volumi, a contrasto delle soffici ombre di colonnati, nel verde della natura; come valori nuovi di luce e di tono, che sono per sempre rimasti un suo segreto. La villa Angarano, presso Bassano, è in testa; seguono: la villa Badiser a Fratta Polesine (1549), la Malcontenta (1551) e la prima ideazione di quell'autentico capolavoro ch'è la Rotonda (1550-53; Zorzi). Nel 1551 sorge il Pa lazzo Chiericati, un po' impettito nel suo muro pieno tra le ombre dei portici. Del 1552 sono i Palazzi Iseppo de Porti e Thiene (Zorzi); il forte bugnato lo faceva ritenere di periodo più tardo. E questa, tra il 1549-52, la più felice stagione del P., che, dopo la "scoperta" di Roma, in cui aveva assimilato l'arte imperiale e del Rinascimento bramantesco, era riuscito a farne cosa nuova, originale, veramente creata, in varietà d'accenti e di toni. Il terzo periodo palladiano ha inizio nel 1554, con il viaggio a Roma, compiuto con alcuni gentiluomini veneziani, e con la pubblicazione della sua operetta L'antichità di Roma, che dovette andare a ruba, se fu ristampata 22 volte sino al 1722. E questo un periodo di più intensa attività trattatistica, e d'architettura talvolta meno sorgiva; o che risente nell'impasto chiaroscurale, o nella preziosità del trattamento, di nuovi contatti. Un sottile michelangiolismo è presente nel Palazzo Valmarana a Vicenza (1566). Si susseguono: il Palazzo Antonini di Udine (1556), non finito; la Villa Pisani a Bagnolo (1561); la Villa Cornaro a Piombino-Dese (1565); la preziosissima Villa Barbaro a Maser (1566) affrescata dal Veronese; la Villa Mocenigo a Marocco, presso Mestre; la Villa Pisani a Montagnana, ecc. Del 1570 e degli anni successivi sono i Palazzi vicentini: Porto-Barbaran, PortoBreganze e la Loggia del Capitaniato, che presenta, di fronte alla sorgiva Basilica, l'accento di stanchezza dell'età matura, per un certo gigantismo, che già era presente nelle facciate delle chiese veneziane: S. Giorgio (1566), S. Francesco della Vigna (1568), Redentore (1576).
Di mano del P. sono i disegni a commento del Vitruvio di Daniele Barbaro (1556). Nel 1570 vedono la luce in Venezia i suoi Quattro libri dell'Architettura con la collaborazione dei figli : Leonida, nei disegni, e Silla, nel testo; autentica enciclopedia, ch'ebbe poi molte edizioni e riunì disegni d'opere antiche, ordini architettonici, strade, ponti, piazze, basiliche, templi, il tempietto bramantesco di S. Pietro in Montorio, e fabbriche palladiane varie. Nel 1575 vengono pubblicati dal P. i Commentari di Giulio Cesare con 42 disegni. Dell'appassionata opera grafica del P. rimangono, noti, ca. 500 disegni, di cui 400 a Londra, 80 a Vicenza, e 6 a Verona, alcuni (per S. Petronio) a Bologna. Terme, fori, anfiteatri, teatri, santuari, templi, progetti di edifici, rivivono cosi dalla

(fol. Alinari)
Palladio, Andrea - Facciata della chiesa di S. Giorgio (1566), Venezia.
mano del P., che fu eccellente disegnatore, oltreché architetto e controllato archeologo. L'artista poté far fiorire il suo genio inventivo, non imitando, ma facendo lievitare la materia antica. Così la casa romana ritorna, ma trasfigurata, nella ideazione di alcuni palazzi (p. es., Porto Barbaran) e nel chiostro della Carità di Venezia (1561). Il tracciato curve dei fori imperiali riappare nell'iperbole della Villa Mocenigo sul Brenta (non realizzato) e nell'ideazione della Villa Trissino a Meledo (da cui forse il Bernini trarrà un suggerimento per i suoi colonnati di S. Pietro). Gli organismi di S. Giorgio a Venezia e della grandiosa Villa Thiene a Quinto sembrano, in alcune parti, ispirati alle Terme; dal rilievo del Teatro Berga fiorisce infine, come conto sonoro e fermo del genio che stava spegnendosi, il Teatro Olimpico (1580).
Il primo biografo del P. fu Paolo Gualdo, suo contemporaneo. Il sec. xvir non capi il P. Lo Scamozzi a Vicenza e il Longhena a Venezia gli sbarzarono la strada. Un ritorno si ebbe nel sec. xviri, fortunato per l'estensione dell'impero palladiano, ma con varia sorte per la comprensione di tale genio, raro nei secoli. Nel 1730-32, da Lord Burtington e dal Leoni furono pubblicate le Terme. Nuove edizioni e aggiornamenti dell'opera palladiana si ebbero da parte di Francesco Muttoni (1740-48) e di Ottavio Bertotti-Scamozzi (1776-83). Nocque al P. la divulgazione che questi ne fecero, spostando i valori dell'ispirata, luminosa, cordiale materia palladiana, nel rigore ombrato dell'incisione in rame. Così la critica neoclassica (Temanza, 1762; Milizia, 1827) incapace di penetrare l'astratto valore di rapporti e di toni dell'arte palladiana, ma capace solo di codificare, promosse spesso una fioritura di presuntuoso e stiracchiato accademismo, che invase Inghilterra, Europa, Russia e Americhe, solo con qualche garbata eccezione. Fondamentali rimasero la biografia del Magrini (1846) e quella dello Zanella (1880), tutta venata di sottile poesia. Un nuovo ritorno al P. si ha, nel declinante sec. xix, specie per opera di architetti tedeschi quali il Burkhardt, il Durm, il Burger (1909) e, più recentemente, il Pee.
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In alto a sinistra: CARIATHIARIM con il Santuario della Vergine "Fizderis urea". In alto a destra: PIANURA DI MAGDALA. In basso a sinistra: PANORAMA DELLA CITTÀ MODERNA DI CANA (Kefr Kennäh). In basso a destra: CONVENTO DEI CARMELITANI DAL MONTE CARMELO.
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In alto a sinistra: MONTE DELLE BEATITUDINI con il Santuario eretto dalla *Italica Gena*. In alto a destra: UNA VIA DI BETLEMME. In basso da sinistra a destra: VEDUTA DELLA BASILICA DELLA NATIVITA e SCENA DI MERCATO - Betlemme.
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(per cortesia del Superiore della Casa degli Esercisi del S. Cuore - Roma)

(per cortesia del Superiore della Casa degli Esercisi del S. Cuore-Roma)

In alto a sinistra: STRADA DA GERUSALEMME A GERICO. Salita di Adummin. In alto a destra: IL GIORDANO. In basso a sinistra: AIN KARIM. In basso a destra: FONTANA DI MOSE ('Ajn Mūsā) Monte Nebo.
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(per cortesia di mons. G. Galbiati)

(fol. Pezzini)
In alto: FRAMMENTO DAL VIRGILIO BILINGUE, GRECO E LATINO (sec. v-vi). Codice egiziano più volte palinsesto. Arabo il testo superiore più recente. La fot. è posta nel senso della prima scrittura Milano, Biblioteca Ambrosiana. In basso: UN FOGLIO PALINSESTO DELL'ULFILA GOTICO (sec. v-vi). Il testo superiore contiene il commento di s. Girolamo in Isaiam, XIII, 49: PL 24, 469. La fot. è posta nel senso della prima scrittura - Milano, Biblioteca Ambrosiana, S 45 sup.
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Alla testa degli studiosi italiani odierni sta, per le sue numerose scoperte, pubblicazioni, identificazioni, G. G. Zorzi, Preziose le ricerche, con gli approfondimenti del Fiscco. Eccellente l'interpretazione \& tonale a dell'arte palladiana, dovuta all' Argan. Fondamentale, la pubblicazione del Pane, per la messa a punto degli autentici valori di poesia del P., corredata da una geniale storia della storiografia palladiana. - Vedi 124, XLIX.
BibL.: opere e edd.: I 4 libvi dell'architettura, Venezia 1270 (per le altre opere, v. testo): Lord Burlington e G. Leoni, Le terme di Roma (dai rilievi del P.), Londra 1730-32: F. Muttoni, L'architettura di A. P., Venesia 1740-48; O. Bertotti Scamosci, Le fabbriche e i disegni di A. P., Vicenza 1776-83: P. Gualdo, Vita di A.P., in G. Montanari, Discorso del Teatro Olimpico, Vicenza 1749; A. Magrini, Mem. int. la vita e le opere di A.P., Padova 1846. Un'enteia beld. si trova nelle seguenti opere, fondamentali per la critica sul P.: H. Willich, s. v. in Thieme-Becker, XXVI, pp. 163-66; Venturi, XI, III, passim; G. Fiscco, A. P. padovana, Padova 1932; R. Pane, A. P., Torino 1948. Seguono: E. Rigoni, Padova, citto natale di A. P., in Atti Ist. ven. di scienze, lett. e arti, 1940; S. Bettini, La critica dell'architettura e A. P., in Arte Fiseta (1940): G. G. Zorzi, Una restituzione palladiana (il Palazzo Civena in Vicenza), ibid. (1949): id., Un secolare ovvero sull'atto di nascita delle fogge della basilica di Vicenza, ibid. (1930); id., Antichi monumenti venenesi nei disegni palladiani di Landra, in Palladio, 1 (1931). Fausto Franco
PALLADIO, vescovo di Elenopoli. - N. in Galazia, visse come discepolo di Evaggio Pontico in Egitto e in Palestina e divenne vescovo di Elenopoli in Bitinia.
Fervido partugiano di Giovanni Crisostomo, fu esiliato; mori prima del Concilio di Efeso (431) come vescovo di Aqpona in Galazia. Scrisse verso il 419 la cosiddetta: Historia Lamsiaca, una importante raccolta di vite di asceti. E inoltre autore di un Dialogus de vita s. Iohannis Chrysostomi, a difesa del grande predicatore.
BibL.: edd. C. Butler, The Lamsiac History of P., I, Cambridge 1898. II. is 1904 (ed. critica) : l'ed. di A. Lucot, Parigi 1912, contiene anche una traduzione francese: Ed. del Dialogus di C. Norton, Cambridge 1928. Sulla vita di P., v. in prima linea Ed. Schwartz, in Zeitschrift für nentest. Wissenschaft, 36 (1937), p. 161 sgg. Sulla Historia Lamsiaca, v. St. Linner, Syntaktische und lexihol. Studien zur Hist. L. des P., Uppsala 1943. Sulle fonti v. gli articoli di R. Draguci indicati in B. Altaner, Patrologia, $2^{2}$ ed., Friburgo 1950, p. 189. Sulle idee ascetiche e religiose, R. Reitgenstein, Historia monachorum und Historia Lamsiaca, Gottings 1916, che tratta anche della molto discuasa questione sui rapporti fra la Historia Lamsiaca e la Historia monachorum di Rufino (?); v. anche W. Bousset, Apophtagmata Studien, Tubinga 1923. A P. è anche attribuita, almeno la prima parte, di un libretto sugli Indi ed i Brahmani, ed. C. Müller, in F. Dübner, Opera Arriani, Parigi 1846, p. 102 sg. Su questo scritto v. A. Kurfess, Palladios, in Pauly-Wissowa, XVIII, III (1949), p. 204 sg.; S. Siegmund, Die Überlieferung der griech. christl. Literatur in der lateinischer Kirche, Monaco 1649, p. 124 sg.
Erik Peterson
PALLADIO, vescovo eretico di Ratiaria. - Eletto vescovo, militò inizialmente tra i fotiniani, fu perciò deposto nel Concilio di Sirmio del 351.
Ricuperò la sede passando all'arianesimo e fu sino alla fine uno dei principali sostenitori del partito omes nell'Illirico. Al tempo della restaurazione nicena, riusci in un primo tempo ad evitare la condanna, non presentandosi al Concilio di Sirmio (luglio 378) ed invocando la convocazione di un concilio generale nel quale sperava di giustificarsi. Dovette invece intervenire al Concilio di Aquileia ( 3 sett. 381 ), nel quale s. Ambrogio, leggerodogli la lettera di Ario ad Alessandro, chiese se la condannava o meno. Cercò di eludere la risposta appellandosi ad un concilio generale, ma fu convinto di eresia, scomunicato e deposto.
Scrisse un trattato, ora perduto, contro il De fide di s. Ambrogio. E sembra che si debbano attribuire a P. i frammenti palinsesti di alcuni trattati polemici pubblicati da A. Mai nella Scriptorum veterum nova collectio, III, Roma, parte $2^{2}$, pp. 208-39.
BibL.: Gesta Concilii Aquileiensis, nell'epistolario di s. Ambrogio: PL 16, 916-39; S. Ambrogio, Epistolae IX-XII, ibid., 940-49: Distertatio Maximini contra Ambrosium, ed. F. Kauf-
mann (Texte u. Untersuchungen zur altermanischen Religionsgesch., 1), Strasburgo 1899; J. Zeiller, Les origines chrétiennes dans les provinces dauabiennes de l'Empire Romain, Parigi 1918, pp. 308-43, 479-97, 298.
Vincenzo Monachino
PALLADIO, primo vescovo degli Scotti. - Con il nome di Scotti (Scoti) si intendono sia i Celti d'Irlanda (Gaeli) sia quelli di Scozia (antica Caledonia) e i Picti stanziati a sud del paese.
Questa duplice denominazione ha ingenerato confusione circa la figura storica di P., per il quale in realtà si deve intendere quello inviato da Celestino I nel 431 s ad Scottos in Christum credentes s (cf. Prospero d'Aquitania, Chronica, in MGH, Asct. antiq., IX, Chron. minora, I, p. 472) il quale trovò l'isola in grandissima parte pagana e non poté trarre risultati notevoli dal suo apostolato, quasi subito troncato dalla morte, e continuato l'anno seguente da s. Patrizio (v.). Una tradizione non degna di fede fa risalire P., male accolto al suo sbarco a Hy Garchon (Wichlow), verso il nord nella regione dei Picti, dove avrebbe svolto il suo apostolato per 27 anni, avrebbe avuto relazioni con Bruda (697-706) re dei Picti e dove sarebbe morto, cioè oltre due secoli dopo la missione irlandese di P. In realtà la conversione della Scozia è dovuta nel sec. vi all'apostolato dell'abate irlandese s. Columba. La festa di P. è registrata dall'antica liturgia scozzese al 6 luglio.
BibL.: A. Forbes, Kalendars of Scottish mus., Edimburgo 1872; A. Ballestrem, Geschichte der Kathol. in Schottland von den Einführung des Christentums bis auf die Gegenwart, 2 voll., Magonza 1883, trad. ingl. Edimburgo e Londra 1887; P. Aloran, s. v. in Cath. Enc., XI, p. 424.
Nicola Turchi
PALLAVICINI (Pallavicino), pamiglia. - Le prime notizie sicure si riferiscono ad Oberto, seguace di Enrico V, che nel 1143 divise tra i figli i possessi estesi dal Po alla Liguria: da questa divisione derivano anche i due rami dei P. di Genova e quelli di Lombardia.
Quest'ultimo ebbe maggiore fortuna come legato al partito ghibellino nell'Italia superiore: Oberto II fu vicario imperiale di Federico II, più volte podestà nella città. Aderì a Corrado IV e a Manfredi, entrò in lotta con Ezzelino da Romano e contribuì al crollo di lui nel giugno 1259. Crollò a sua volta egli stesso con la venuta di Carlo d'Angiò che lo cacciò da Milano dov'era capitano generale (m. l'8 maggio 1269). Non crollò invece lo \& State Pallavicino s, feudo imperiale compreso nei territori di Parma, Piacenza, Cremona, con il nucleo maggiore a Busseto e che cadde solo con il frazionamento nei diversi rami e con il sovrchiare del potere visconteo-sforzesco, quando lo Stato divenne feudo camerale nello Stato milanese.
I P. di Genova fecero la loro fortuna sia al servizio della Chiesa sia a quello della loro Repubblica; in particolare nei secc. xvir e xvir: ebbero vari incarichi diplomatici in Spagna, Francia ed Austria, oltre che a Roma e all'Aja, partecipando anche al Congresso per la Pace di Aquisgrana.
BibL.: P. Litta, Famiglie nobili italiane, VI. Luciano Gulli
Al ramo genovese appartennero: Antoniotto Gentile, cardinale, n. nel 1441, m. a Roma il 10 sett. 1507, che trascorse gli anni della gioventù in Oriente, si stabilì a Genova dopo la caduta dell'Impero bizantino e si legò d'amicizia con il card. Cibo. Sisto IV lo nominò il 15 giugno 1484 vescovo di Ventimiglia. Il Cibo, eletto pontefice con il nome di Innocenzo VIII, lo nominò suo dottario, vescovo di Orense il 27 genn. 1486, poi di Lamego in Portogallo dal 26 marzo 1492 al 1493 ; ebbe in commenda il vescovato di Tournay (1491-maggio 1494), poi quello di Pamplona il 31 ag. 1492, quando Cesare Borgia lo lasciò per avere quello di Valenza, e lo tenne sino alla morte insieme con altri benefici in Spagna. Intanto Innocenzo VIII l'aveva creato cardinale il 9 marzo 1489. Alessandro VI lo incaricò sulla fine del 1494 di trattare con Carlo VIII che scendeva contro Roma; l'11 maggio 1494 lo inviò come legato insieme con Bernardino Quiñones a Napoli presso lo stesso Re; ed il 27 maggio, lasciato dal Papa legato in Roma, condusse quel Re nel pa-
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lazzo di Scossacavalli che lasciò il 3 giugno. Giulio II, nel 1507 , lo inviò legato a Savona, quando tra Luigi XII di Francia e Ferdinando il Cattolico si trattava della lega contro Venezia.
BibL.: Moroni, LI, pp. 48-so; Eubel, II, passim.
Silvio Furlani
Cipriano, arcivescovo di Genova, n. ivi nel 1510, m. ivi nel 1586, dopo avere rinunciato nel nov. 1585 . Promonotario e segretario apostolico, partecipò al Concilio di Trento, fu collettore e nunzio a Napoli dal 15 maggio al 23 nov. 1566; ebbe l'arcivescovado il 14 nov. 1567.
Nell'esecuzione dei decreti del Concilio, ebbe controversie giurisdizionali con il governo della Repubblica e con la Compagnia di Gesù; a dirimerle, Gregorio XIII inviò colà quale visitatore apostolico il vescovo di Novara, Francesco Bosio, che esegui severamente l'incarico, prendendo provvedimenti anche contro il P. II P. fu protettore di artisti e a lui si deve la restaurazione di varie chiese di Genova.
BibL.: G. B. Semeria, Secoli cristiani della Liguria, I. Torino 1843, pp. 208-10.
Piero Sannazzaro
Giovanni Battista, cardinale, nipote di Antoniotto, fu scrittore delle Lettere apostoliche, abbreviatore di prima visione nel 1503, assisté al V Concilio Latezanense nel dic. 1516 quale vescovo di Cavaillon, sede che tenne dal 22 nov. 1507 sino alla morte. Fu compreso nella grande creazione di cardinali compiuta da Leone X il $1^{\circ}$ luglio 1517; m. a Roma il 13 ag. 1524.
BibL.: Eubel, III, passim.
Lazzaro, n. a Genova nel 1603; chierico di Camera, fu creato cardinale da Clemente IX il 29 nov. 1669. Fu legato a Bologna; morì a Roma nel 1680.
BibL.: G. De Novars, Elementi della storia dei Sammi Pontefici, X, Roma 1822, p. 201.
Orizzo, n. a Genova il 13 ott. 1632; fu nunzio in Toscana e Colonia; poi in Polonia nel 1680-86, quando fervevano i maneggi per la lega antiturca tanto caldeggiata da Innocenzo XI; il P. vi si adoperò con fervore. Fu creato cardinale il 2 sett. 1686. Vescovo di Spoleto il 28 nov. 1680, poi di Osimo ( 8 ag. 1691), m. a Roma l'11 febbr. 1700.
BibL.: G. De Novars, Elementi della storia dei Sammi Pontefici, XI, Roma 1822, p. 21: Pastor, XIV, it. p. 88 sgg. e passim.
Lazaro-Opizio, cardinale, n. a Genova il 30 ott. 1719, m. a Roma il 23 febbr. 1785. Fu nunzio in Spagna (1760-67), ma non soddisfece molto, per l'eccessiva devozione a quel sovrano. Fu creato cardinale da Clemente XIII il 26 sett. 1766. Clemente XIV lo costituì cardinale segretario di Stato il giorno stesso della sua elezione ma senza tenere poi conto della sua collaborazione. Per influenza del card. de Bernis conservò l'ufficio anche sotto Pio VI, pur essendo ritenuto uomo di poca capacità. Dalla Spagna aveva portato quell'avversione alla Compagnia di Gesù che accompagnò i suoi atti. Nel Conclave del 1775 fu sostenuto dalla Spagna, ma senza risultato.
BibL.: Pastor, XVI, passim.
Ranuzio, cardinale, n. a Piacenza il 17 ott. 1632. Fu governatore di diverse città dello Stato Pontificio, inquisitore a Malta nel 1672, segretario della Congregazione del Concilio, quindi governatore di Roma, fu creato cardinale da Clemente XI il 17 maggio 1706. M. a Roma il 30 giugno 1712.
Bibl.: G. De Novars, Elementi della storia dei Sammi Pontefici, XII, Roma 1822, p. 81.
Pio Paschini
Colui che più illustrò nel campo ecclesiastico la famiglia P. fu certamente Pietro P. Sforza, gesuita, cardinale, del ramo di Parma, n. a Roma il 28 nov. 1607, m. ivi il 5 giugno 1667. Compiuti brillantemente gli studi filosofici, giuridici e teologici nel Collegio Romano e ordinato sacerdote, entrò nella carriera amministrativa della Curia romana, fu referendario delle due Segnature e membro della Congregazione del buon governo e dell'immunità ecclesiastica; ma caduto in disgrazia di Urbano VIII, nel 1652, insieme con il suo amico Giovanni Ciampoli, segretario dei Brevi, dové andare governatore

(fol. Fritri)
Pallio - Pio XII con fanone e p. I tre spilloni (acicular o spinulae), ornati di pietre preziose e posti davanti, dietro e sulla spalla sinistra, hanno ora una funzione puramente ortomentale.
a Jesi, poi a Orvieto e Camerino. Superata l'opposizione del padre, il 21 giugno 1637 entrò nella Compagnia di Gesù; e già nel 1639 era professore di filosofia, nel 1643 di teologia (succedendo al suo maestro De Lugo) nel Collegio Romano, dove ebbe a discepolo Paolo Segneri. Come teologo fu incaricato di esaminare la teoria di M. de Barcos, condannata il 24 genn. 1647 (Denz-U, n. 1091) e dall'autunno del 1652 prese parte con L. Wadding e altri it consultori alle sedute intorno alle cinque proposizioni di Giansenio. Il P. si schierò per la corrente più mite, la quale giudicava le proposizioni soltanto come erronee e prossime all'eresia (v. Pastor, XIV, 1, p. 204 sgg.).
Dopo l'elezione a pontefice del suo amico di gioventù Fabio Chigi ( 7 apr. 1655 ) il P. fu creato cardinale in pectore il 9 apr. 1657 e pubblicato il 10 nov. 1659. Quanto strette fossero le sue relazioni personali con Alessandro VII, durante tutto il pontificato, lo dimostra la vivace corrispondenza scambiata con lui (gli originali nel Cod. Chig. C III 63 della Bibl. Vaticana; un parere del P. sui benefici dei nipoti del Papa in Pastor, XIV, it, pp. 518-19). Frutto della dottrina filosofica del P. sono i quattro libri Del Bene (Roma 1644; in latino con il titolo: Philosophia moralis, Colonia 1646); della dottrina teologica le Observationes Theologicae ( 8 voll., Roma 1649-52) e le Disputationes in Primam Secundae s. Thomae (ivi 1653). Nello stesso tempo il P. compose una tragedia: Ermenegildo (ivi 1644) e un'opera di stilistica: Considerazioni sopra l'arte dello stile e del dialogo (ivi 1646). Contro le accuse dell'ex-gesuita Clemente Scotti difese con molta abilità il suo Ordine nelle Vindiciae Societatis Jesu (ivi 1649). Queste sue molteplici prove come scrittore, e non già lavori di storico, indussero il Generale, sugli inizi del 1652, ad affidergli la confutazione della storia del Concilio Tridentino del servita Paolo Sarpi, uscita nel 1619. Materiale per una simile con-
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futazione era già stato raccolto fin dal 1625 dal gesuita Terenzio Alciati, ma questi mori il 12 nov. 1651 , senza aver compiuta la stesura. Il P. prese la raccolta dell'Alciati, l'accrebbe con materiale attinto dai manoscritti delle Biblioteche Barberini, Borghese, Spada, Medici e da altri, messi a sua disposizione, e ottenne da Innocenzo X di dare un'occhiata agli Atti del Concilio, custoditi a Castel S. Angelo. In tre anni di lavoro l'ossatura dell'opera era già pronta; il P. attese un anno ancora a limarla a perfezione e finalmente nel 1656 l'Istoria del Concilio di Trento usci in 2 voll. in-fol. con la dedica al nuovo papa Alessandro VII. L'opera ebbe un successo straordinario; nel $1663-64$ si rese necessaria una seconda edizione ( 3 voll., in $4^{\circ}$ ) e nel 1666 ne usciva un compendio in latino, sotto il nome del suo segretario, p. Giampietro Cataloni, nella quale sono tralasciate le parti polemiche e quindi la lettura ne diventa più facile. Una versione dell'opera completa in latino comparve ad Anversa ( 1670 ) sotto il nome del p. G. B. Giattino; versioni in francese, spagnolo e tedesco comparvero, la prima volta, nel sec. xix. L'edizione migliore del testo italiano è quella curata da F. A. Zoccara ( 6 voll., Ficnza 1792-99). Lo stesso P., in una lettera al marchese Durazzo del 2 giugno 1657 , ha definito la sua opera come una "istoria mista di apologia; anzi più veramente un'apologia mescolata d'istoria ". Egli volle, infatti, difendere il papato dalla calunnia lanciata dal Sarpi, di essersi servito del Concilio di Trento solo per restaurare il suo potere e ampliarlo. Quali mezzi di dimostrazione il P. si serve semplicemente dai fatti storici attinti alle fonti; egli si sente come un avvocato, che deve esporre una difesa, ma si trattiene da ogni svisamento volontario, e parla anche cosi apertamente di fatti spiacevoli, che fu mosso rimprovero alla sua franchezza. Le assai numerose e migliori fonti, di cui si serve, gli resero possibile dimostrare molti errori del Sarpi : ció nonostante non gli riusci di liberare il campo dall'opera di lui, perché gallicani e protestanti e, più tardi, anche i liberali, ne avevano fatte proprie le concezioni fondamentali. Lo stile artisticamente rifinito e sentenzioso del P. non raggiunse la tagliente concisione del Sarpi.
Il P. scrisse anche dal 1656 al 1659 una vita di Alessandro VII, lasciata però incompiuta e rimasta a lungo inedita; se ne fece l'edizione completa in 2 voll. a Prato nel 1839, ristampata a Milano nel 1843 e più correttamente, ma solo parzialmente, da O. Gigli (Roma 1849 [cf. Pastor, XIV, 11, pp. 523-27]).
Nel P. i talenti molteplici erano uniti ad una grande diligenza, ma anche ad una profonda umiltà e a sincero studio della perfezione. Ancora due anni prima della sua
morte pubblicò un'opera ascetica: Arte della perfezione cristiana (Roma 1665). Ma quella che propriamente si può dire l'opera della sua vita e che gli ha assicurata per secoli la fama rimane l'Istoria del Concilio di Trento, che egli stesso dichiarò: "un vivo ritratto mio ". Morì nel noviziato di S. Andrea al Quirinale, dove lo ricorda una lapide sul pavimento.
Bial.: opere : 33 voll., Roma 1844-48; Lettere, ivi 1848; bibl. in Sommervogel. VI. coll. 120-43; Hurter, IV, coll. 192-96. La migliore biografia è quella di Irenes Affo: Memorie della vita e degli studi del card. Sforza P., pubblicate la prima volta presso F. A. Zaccaria, Istoria del Concilio di Trento, I. Ficnza 1792, pp. 17-32. Manca una biografia moderna; L. Pallavicino Mossi, Sforza P., Bologna 1933. Studi: H. Jedin, Der Quellenapparat der Kausilgessh. Pallavicinos, Roma 1940 (Miscellanea hist. pontif., IV, 6); id., Das Konzil von Trient, Ein Überblich über die Erforschung seiner Gesch., ivi 1948, pp. 95-145. Hubert Jedin
PALLIO. - E una benda di lana bianca larga $4-6 \mathrm{~cm}$., contraddistinta da 6 croci di seta nera, girata intorno alle spalle, con i due lembi pendenti l'uno sul petto, l'altro sul dorso; ornata da 3 spille gemmate (aciculae) sul petto, sul dorso e sulla spalla sinistra.
È insegna liturgica d'onore e di giurisdizione, riservata al papa e agli arcivescovi metropoliti. Entro 3 mesi dalla sua consacrazione o conferma, il metropolita deve domandare al papa il p.; questo obbligo data dalla seconda metà del sec. ix. La consegna o l'imposizione del p. si fa a Roma dal primo cardinale diacono; fuori di Roma, nella sede metropolitana, dal vescovo incaricato, dopo la Messa solenne e dopo che l'arcivescovo metropolita ha emesso il giuramento di fedeltà (fino dal sec. xi, invece, dopo la professione di fede). Il metropolita porta il p. soltanto nelle Messe pontificali della sua chiesa e in quelle della sua provincia nei giorni fissati dal Pontificale Romanum (l. I, tit. XIV, n. 10), nelle feste della Immacolata e di s. Giuseppe, aggiunte da Leone XIII, e nella ordinazione, consacrazione, ecc. E un'insegna personale, e non si può prestare ad un altro; se un arcivescovo è trasferito ad un'altra sede metropolitana ne deve domandare uno nuovo. Il papa, rivestito di supremo potere e piena giurisdizione, lo porta sempre nelle Messe solenni e dappertutto.
E fatto con la lana di 2 agnelli bianchi benedetti il 21 genn. nella basilica di S. Agnese (v. agnelli, benedizione degli). Ai primi Vespri dei ss. Pietro e Paolo i nuovi p. vengono benedetti dal papa e sono conservati in una cassetta d'argento dorata presso la Confessione e tomba di S. Pietro, onde consegnarli ai metropoliti.
Già le più antiche rappresentazioni del p. nel famoso

Pallito - r. Modo di portare il p. nell'antichità. Musaco dell'epoca di Onorio I (625-38) - Roma, basilica di S. Agnese (fat. Anderson). 2. Modo di portare il p. nel tardo medioevo. Miniatura del codice fatto eseguire dall'areiv. di Treviri, Cuno von Falkenstein (8 mar20 1380) - Treviri, Tesoro del Duomo, cod. n. 66 (da P. Weber, Der Domschatz zu Trier, Augsburg-Cobonia 1922, nov. 16). 3. Modo attuale di portare il p. (fat. Felici).
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avorio di Treviri, in una processione con reliquie (metà del sec. v) e più chiaramente nella figura del vescovo Massimiano nel musaico di S. Vitale di Ravenna (prima metà del sec. vi) lo mostrano in forma di sciarpa intorno alle spalle, le due parti pendenti dalla spalla sinistra. Dalla metà del sec. ix i due capi cominciano a pendere, fermati con due spille, esattamente nel mezzo del petto e del dorso; una terza spilla le fissa sulla spalla sinistra. In seguito invece delle spille v'è una cucitura fissa; le 3 spille rimasero decorative. I due capi, prima di una considerevole lunghezza fino al ginocchio, vengono accorciati dopo il sec. xv alla forma attuale (del sec. xvir). L'ornato del p. con la croce, già iniziato nel musaico ravennate, aumenta nell'epoca carolingia; nel medioevo (Innocenzo III) è di colore rosso. Il p. dell'arcivescovo di Colonia Clemente Augusto (m. nel 1761) aveva 2 croci nere e 6 rosse. Da principio il p. venne considerato proprio del papa; i vescovi e gli arcivescovi lo portavano solo per sua concessione. Questa concessione data dal sec. vi; il papa Simmaco ne diede il privilegio a s. Cesario d'Arles nel 513.
Sull'origine del p., recentemente 'T. Klauser segue la tesi del Duchesne, e cioè che si tratta di un indulto imperiale; altri lo fanno derivare dall'antico mantello dei filosofi simile alla toga contabulata ripiegata (lorum). Braun invece vi vede una imitazione del greco omaphorion ( $\dot{\alpha} \mu \omega \rho \dot{\rho} \rho \omega v$ ), divenuto nell'Occidente insegna propria del solo papa, mentre per tutti i vescovi dell'Oriente è una insegna liturgica.
BibL.: H. Grisar, Das römische Pallium, in Festschr. zur 1100 -jähr. Tubelfeier des Campo Santo, Friburgo in Br. 1897; J. Braun, Die liturg. Gewandung im Occident und Orient nach Ursprung und Entsichlung. Verwendung und Symbolik, ivi 1907, p. 656 sg.; id., Handbuch der Paramentik, ivi 1912, pp. 164-72, vers. ii., I paramenti sacri, Torino 1914, pp. 129-35; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, $5^{\circ}$ ed., Parigi 1925, pp. 404-10; M. Righetti, Man. di star. liturgica, I, $2^{\circ}$ ed., Milano 1930, pp. 524-30; T. Klauser, Der Ursprung der Geschäft. Insignien und Ehrentafite, Krefeld s. a., pp. 17-19, 25 (n. 23-36).
Pietro Siffrin
PALLOTTA, Antonio. - Cardinale, n. a Ferrara il 23 febbr. 1770, m. a Monte Cassiano (Macerata) il 19 luglio 1834. Compiuti gli studi nel Seminario di Frascati ed al Collegio Nazareno, fu ammesso in prelatura. Nel 1796, Pio VI lo nominava referendario di segnatura e quattro anni più tardi divenne ponente del Buon governo e canonico di S. Pietro, rivendicando ai colleghi il privilegio del protonotariato apostolico non appena prestato giuramento dinanzi al cardinale carmerlengo.
Commissario di S. Spirito nel 1814, dimostrò grande attività nel reprimere non pochi abusi e curando negli ospedali romani una migliore assistenza agli infermi. Promosso nel 1816 uditore generale della Camera Apostolica, fu creato e pubblicato cardinale da Pio VII nel Concistoro del 10 marzo 1823, con il titolo di S. Silvestro in capite. Leone XII lo volle legato apostolico di Marittima e di Campagna ove fece mostra di non comune energia nella lotta contro il brigantaggio.
BibL.: F. Cancellieri, Lettera al card. A. P., Pesaro 1826; Moroni, LI, pp. 66-67.
Mario de Camillis
PALLOTTA, Giovanni Evangelista. - Cardinale, n. nel 1548 a Caprarola, m. a Roma il 2 ag. 1620.
Da Sisto V, del quale era già stato familiare, fu nominato segretario de' Memoriali e sigillatore della Penitenzieria ( 1585 ). Per la sua carità e integrità di vita fu geraposto alla Datoria (1587), nominato arcivescovo di -Cosenza (sett. 1587), cardinale (18 dic. 1587) e fu molto -consultato dal Pontefice. Fu anche vescovo di Frascati (24 genn. 1611) e di Porto ( 6 apr. 1620). Arciprete di S. Pietro e presidente della Fabbrica, sovraintendente ai lavori per l'ampliamento della Basilica Vaticana, secondo il disegno del Maderno da lui appoggiato. Protestore di artisti e letterati, tra i quali il Tasso, esplicò il suo mecenatismo in abbellimenti, restauri e costruzioni fatte eseguire in Roma (a S. Lorenzo in Lucina), Cosenza, Frascati e nel paese natio.
BibL.: Moroni, LI, p. 65; Pastor, X-XII, v. indici.
Pietro Sannazzaro
PallOTTA, Maria Assunta, venerabile. - N. a Force (Ascoli Piceno) il 20 ag. 1878, m. a Tung-Eul-Ken il 5 apr. 1905.
Dopo una fanciullezza laboriosa e pia, entrò il 5 maggio 1898 tra le Francescane Missionarie di Maria, come sorella coadiutrice. Chiesite le missioni della Cina per dedicarsi alla cura dei lebbrosi, parti nel 1904, ma fu destinata alla cura di un orfanotrofio a Tung-Eul-Ken, nella Shan-si settentrionale. Però già l'anno seguente vi moriva di tifo. La vita interiore profonda e l'esatto osservanza le acquistarono la fama di santa; segni prodigiosi accompagnarono la sua morte: un profumo soave sprigionantesi dal corpo, conversioni numerose di pagani, buon numero di guarigioni. La sua tomba divenne presto meta di pellegrinaggi per i cristiani e i pagani. Ne fu introdotta la causa di beatificazione nel 1923.
BibL.: AAS, 12 (1923), pp. 473-76; 24 (1932), pp. 125-28; C. Salotti, Suor M. A. P., Roma 1925.
Celestino Testore
PallOTTI, Vincenzo, beato. - N. a Roma il 21 apr. 1795, m. ivi il 22 genn. 1850. Ordinato prete il 16 maggio 1818 , iniziò i suoi lavori d'apostolato nelle associazioni della gioventù maschile. Nel 1827 fu nominato padre spirituale del Seminario Romano; in seguito fu confessore nei collegi Urbano, Greco, Inglese e in altri. Non meno si occupò degli operai e della direzione delle anime.
Il 9 genn. 1835 venne ispirato a consolidare, diffondere e difendere un triplice apostolato: 1) di "tutti i cattolici per propagare la fede ", 2) per ravvisare, conservare e accrescere la fede tra i cattolici, 3) "di carità universale". P. propose una mobilitazione di tutti, preti e laici e similmente una maggior coordinazione delle forze cattoliche. Benché Gregorio XVI benedicesse l'i i giugno 1835 il piano pallottiano, non poche difficoltà impedirono che le idee si realizzassero omogeneamente e universalmente. Nondimeno il P. riuscì in pochi anni a formare un istituto di preti secolari (v. società dell'apostolato cattolico), uno di suore, opere di carità e educazione, particolarmente la Pia casa di carità per le fanciulle abbandonate e pericolanti, che affidò alla generosità di benefatteri e collaboratori. Istituì pure l'ottocento solemne dell'Epifania. Formò e divulgò l'idea dell'Apostolato della preghiera. S'impegnò in modo speciale per la propagazione della fede e per il ritorno degli scimmnici orientali e dei protestanti. L'idea più approfondita e vissuta del P. è l'apostolato cattolico. Perciò Pio XI lo definì «antesignano dell'Azione Cattolica», dicendo che P. "divinava la cosa e il nome stesso, fondando la Società dell'apostolato cattolico, cioè di quello che è la ragion d'essere dell'Azione Cattolica, l'apostolato laicale sotto la direzione gerarchica ". P. proclamò Maria protettrice ed esempio dell'apostolato cattolico sotto il titolo di Regina degli Apostoli.
BibL.: opere : tra le molte opere di cui l'Istituto prepara l'ed. critica si possono ricordare: Mese di maggio per i fedeli, Roma 1833; Mese di maggio per religiosi, $5^{\circ}$ ed., ivi 1852 ; Epistulae latinae.

(per cortesia del p. A. Fallot)
Pallotti, Vincenzo, beato - Pensieri. Pagina autografa del 9 genn. 1835 - Roma, Curia generalizia dei Pallottini, archivio.
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(per cortesia di mens. A. P. Frataz) Pallu, Frangois - Ritratto. Parigi, Seminario delle Mission Estere.
ivi 1907; Mese di maggito per ecclesiastici, $5^{\circ}$ ed., ivi [1942]; Propositi ed aspirazioni, ivi 1922: Lettere, ivi 1930; Iddio l'amore infinito, ivi 1936: Memorie biografiche, ivi 1937: Regole fondamentali, ivi 1944. Biografic prineipali: R. Mcln, Life of V. P., Londra 1871; L. Vaccari, Compendio, Roma 1888; E. Weber, V. P., Apostol und Mystiker, Linsburga 1927; F. Amoroso, V. P., Roma 1950; J. Frank, V. P., Friedbere 1952. Studi: G. Ranoechini, V. P., antesignana e collaboratore dell'A. Catt., ivi 1943; id., V. P., Suggerimenti per chi vuole conoscerlo, ivi 1947: Studia pallottiana, Mictingen 1952. Ansgario Faller
PALLOTTINI : v. SOCIETÀ DELL'APOSTOLATO CATTOLICO.
PALLU, Frangois. - N. a Tours (Indre-et-Loire, Francia) il 29 ag. 1626, m. a Moyang (Fokien) il 29 ott. 1684. Giovanissimo, fu nominato canonico di S. Martino di Tours e ordinato sacerdote a Parigi il 24 sett. 1650 . In seguito al suo incontro nel 1653 con il p. A. de Rhodes nel 1657 si recò a Roma, insieme con Pierre Lambert de la Motte, per chiedere al Papa di nominare vescovi per l'Asia orientale. Il 29 giugno 1658 fu creato vescovo di Eliopoli e il 9 sett. 1659 vicario apostolico del Tonchino e amministratore di Yunnan, Kang-tcheu, Hukuang, Szechwan, Kuangsi in Cina e del Laos.
Consacrato a Roma il 17 nov. 1658 , fondò la Società delle Missioni Estere per assicurarsi gli ausiliari e i successori e il 2 genn. 1662 partì per il Siam, ove giunse il 27 genn. 1664. Sua prima cura fu di creare per gli indigeni un seminario che fu poi trasferito a Penang (Malesia). Nel 1667 il P., che aveva dovuto lottare per far riconoscere i suoi poteri dalle autorità civili e religiose locali, ritornò a Roma per esporre la situazione ed ottenere maggiori facoltà. Ripartì nel 1670 ed il 18 ott. 1673 fu ricevuto in udienza solenne dal Re del Siam che gli concesse libertà di predicare il cattolicesimo nel Regno. Nel 1674 si imbarcò per la Cina, ma gettato dalla tempesta sulle coste di Manila fu arrestato dagli Spagnoli, che lo riconolussero in Europa, via Messico. In seguito all'intervento di Luigi XIV fu liberato nel 1677 e si recò a Roma, dove ottenne la nomina di nuovi vicari apostolici e la creazione di vescovi annamiti e cinesi. Nel 1679 gli fu tolto il Tonchino e il $1^{\circ}$ apr. 1680 fu nominato amministratore generale delle missioni
in Cina. Nel 1681 ripartì per il Siam e per la Cina, dove giunse il 27 genn. 1684; ma presto fu sorpreso dalla morte. Nel 1912 i suoi resti furono trasportati alla casa di ritiro "Nazareth" delle Missioni Estere ad Hong-Kong.
Come confondatore delle Missioni Estere di Parigi P. ebbe il grande merito di aver dato un grande impulso all'interesse missionario della Francia; con il Seminario di Parigi la collaborazione missionaria del clero secolare fu per la prima volta organizzata, e inoltre i fondatori del Seminario, seguendo le idee del p. Alessandro de Rhodes, accentuarono la necessità del clero indigeno e della gerarchia indigena. Figlio del suo tempo, condivise le idee politiche e religioso-ecclesiastiche della maggioranza del clero francese.
Bibl.: M. Pallu, Essais biographiques sur Fr. P., Le Mans 1863. Antonio Anoge
PALMA. - I martiri con il loro sangue meritano da Cristo il premio della vita eterna e perciò nella divisione apocalittica essi portano la p. (Apoc., VII, 9).
Tertulliano li vede con la veste trionfale, palmata vestis (Apol., I); le p. e le corone sono passate nell'iconografia cristiana e nell'epigrafia, perci