perciò nella divisione apocalittica essi portano la p. (Apoc., VII, 9).
Tertulliano li vede con la veste trionfale, palmata vestis (Apol., I); le p. e le corone sono passate nell'iconografia cristiana e nell'epigrafia, perciò Damaso dirà dei martiri Proto e Giacinto hic victor meruit palmam, prior ille coronam (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 192); Gordiano è detto martire Christi quem palma coronat (G. B. De Rossi, Inscr. Chr., II, Roma 1887, p. 64,15). Prudenzin canta di Vincenzo : palmam tulisti (Peristephanon, V, 539). Come nei giuochi al vincitore era offerta la p., cosi sarà data anche al cristiano che nella vita sarà stato vincitore del diavolo e delle passioni (s. Gregorio, Dial., III, 26). Con tale significato si trova incisa nelle iscrizioni sepolcrali fin dalla fine del II sec. o all'inizio del III. In molti medaglioni contorniati, in tavole lusorie, in frammenti di terra sigillata, in lampade di argilla e in iscrizioni cristiane dei secc. IV-vi e perfino in un dittico consolare ricorre spesso il monogramma $\mathbf{E}$ o anche $\mathbf{J}$, spiegato dal p. L. Bruzza e da G. B. De Rossi palma feliciter, da P. Arcangeli palma elea (Dell'interpretazione del monogramma E, Roma 1879). H. L. Marrou ne ha trovato l'esatta spiegazione palma et laurus, studiando un'iscrizione dell'anno 363 , ora nel Museo Lateranense (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., I, Roma $1857-61$, n. 159) nella quale detto monogramma si trova rappresentato insieme con la corona e il signum Christi; significa la ricompensa suprema: palma et laurus.
Bibl.: H. L. Marrou, Palma et laurus, in Mélanges d'archéol. et d'hist., 28 (1946), pp. 109-31.
PALMA, diocesi di: v. maiorca, diocesi di.
PALMA, Biagio. - Scrittore spirituale barnabita, n. a Fara Sabina nel 1577 e m. il 13 genn. 1635 nel Collegio romano di S. Carlo a' Catinari.
Tra le varie operette spirituali che pubblicò, ebbero molta diffusione: Atti virtuosi interni dell'anima cristiana (Roma 1616), che, per l'unzione che li pervale e per il grandissimo numero di edizioni che se ne fecero (ora assinime ed ora con altro titolo, come Palma spirituale, Thesaurus) furono paragonati all'Imitazione di Cristo o alla Filotea di s. Francesco di Sales; Core sacrato a Giesù (ivi 1626) composto di 20 incisioni a forma di cuore con a piede un

(fot. Rnc. Catt.)
Palma - Epigrafe sepolcrale del 363, in cui sono graffiti: la p. (due volte), la corona, il monogramma costantiniano e, in monogramma, "palma et laurus" - Roma, Museo Lateranense.
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(fol. Alinari)
Palma il Giovane (Jacopo Negretti) - Papa Anacleto istituisce i Crocifiri - Venezia, centorio dei Crocifiri, cappella di S. Zeno.
breve commento in versi a dialogo tra Dio e l'anima: Esercizi e meditazioni per l'Avvento (ivi 1625) e per la Quadragesima (Macerata 1628); la Vita di s. Francesca Romana (Roma 1626); le Regole e un piccolo Trattato per la pia "Congregazione dell'Umiltà di S. Carlo" da lui istituita a Roma per l'assistenza degli ammalati negli ospedali. Un suo manoscritto nel quale raccontava l'intervento provvidenziale della B. Vergine per suo mezzo, nel proseguimento della fabbrica del tempio di S. Carlo ai Catinari, ispirò al suo confratello p. Maffetti l'inizio (1732) del culto alla Madonna sotto il titolo di "Mater Divinae Providentiae ". Tra i manoscritti è un importante Diario della serva di Dio suor Maria Vittoria Angelini, famosa mistica romana del Terz'ordine dei Servi di Maria, discepola dei Barnabiti e sepolta nella loro chiesa di S. Carlo ai Catinari.
Bibl.: L. Cacciari, Memorie di S. Carlo ai Catinari, Roma 1861, p. 6 sgg.; G. Boffito, Scrittori Barnabiti, III, Firenze 1934, pp. 93-97; L. Levati, Menologia dei Barnabiti, I, Genova 1933, pp. 158-61.
Virginio M. Colciago
PALMA il Giovane (Jacopo Negretti). - Pittore, n. a Venezia nel 1544, m. ivi nel 1628.
Figlio del pittore Antonio P. e pronipote di Giacomo P. il Vecchio (v.), apprese l'arte dal padre e fu scolaro di Tiziano, del quale terminò l'ultimo capolavoro, la Pietà (Accademia di Venezia). Giovane si recò ad Urbino e di lì a Roma dove stette otto anni, studiandovi Michelangelo. Tornato a Venezia, definì il suo stile pittorico, fondendo gli insegnamenti dei grandi veneziani del ' 500 , specialmente del Tintoretto, e creando una maniera facile e meccanica, volta ad effetti superficiali ed alla monotona ripetizione di schemi convenzionali. Egli si rese così il
maggior responsabile della decadenza della pittura veneziana del tempo.
Una delle prime opere è la decorazione della sacrestia di S. Giacomo dell'Orto; tra le migliori è la decorazione dell'oratorio dei Crocifiri (cui attese per 12 anni), dove sono brani pieni di realistica spontaneità e di semplicità narrativa, con alcuni ottimi ritratti. Nelle opere successive prevarrà una retorica ricerca di effetti, realizzati con un tenebroso chiaroscuro che ben raramente si accende di toni vivi e squillanti. Molte le sue opere per il Palazzo Ducale: dall'Assalto a Contantinopoli al grande soffitto con Venecoin incoronata dalla Vittoria (sala del Maggior Consiglio), alle fredde e convenzionali rappresentazioni allegoriche della Lega di Cambrai e dell'Omaggio delle città venete alla Dominante, al superficiale Giudizio finale nella sala dello Scrutinio. Numerosissime le sue opere in chiese veneziane e nel Veneto, a Sansepolcro, ecc.
Bibl.: W. Arslan, s. v. in Thieme-Becker, XXVI, pp. 176178 (con bibl. precedente); G. Fioeco, La pittura veneziana del Seicento e Settecento, Verona 1929, p. 7; Venturi, IX, viI, pp. 178242; W. Suida, G. Bellini's portrait of Bartolomeo d'Alisiano, in Art Quarterly, 1950, p. 52.
Nolfo di Carpegna
PALMA il Vecchio (Giacomo Negretti, detto). Pittore, n. a Serina verso il 1480 , m. a Venezia nel 1528.
La scarsità di notizie biografiche (a partire dal 1510 è documentato a Venezia) e di dipinti databili con sicurezza, rende difficile e discusso l'ordinamento cronologico della sua produzione pittorica. Bergamasco, egli subì indubbiamente l'influsso dei maestri suoi conterranei, legati alla cerchia belliniana: Francesco da Santacroce e specialmente il Previtali, e ne conservò sempre il gusto per un colore a smalti chiari e trasparenti, a volte affine a quello del Lotto (a quest'ultimo è tradizionalmente assegnata la pala di $S$. Pietro martire ad Alzano, che il Longhi dà al P.), e per una forma plastica ben definita. Al periodo giovanile appartengono, oltre alla carpaecesca Madonna di Berlino, le Sacre conversazioni di Chantilly (discussa ne è la data 1500), della Galleria Borghese (n. 163), di Leningrado. L'influenza di Giorgione agisce poi potentemente sul P. rendendone più ricca la pasta del colore e accentuandone il gusto per i limpidi e placidi paesaggi, consoni alla sua arte che esprime costantemente una serenità idilliaca, una calma contemplativa venata di sensualità : si va dalla Sennetta pastorale di Filadelfia alle Ninfe di Francoforte (Ist. Städel), al tardo Incontro di Giacobbe con Racheledi Dresda. Con le Sacre conversazioni il P. creò uno schema iconografico che ebbe larghissima diffusione nella scuola veneziana e che egli stesso ripeté con numerosissime varianti, da quelle giovanili di Bergamo, della Galleria Borghese, di Vienna, a quelle più animate e squillanti

(fol. Alinari)
Palma il Vecchio (Giacomo NeGRETTI) - S. Barbara. Dipinto nella chiesa di S. Maria Formosa - Venezia,
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(par cortesia dei prof. E. Jost)
PALMAS - Interno della Cattedrale (sec. xx).
di colore di Monaco, dell'Accademia di Venezia, del Louvre, del Museo di Napoli: in quest'ultima è una manieristica dilatazione di contorni che fa pensare al Pordenone, mentre di una tendenza alla precisa definizione delle forme si hanno esempi nell' 'adamo ed Eva del Museo di Brunswick (creduto del 1512 ma piuttosto tardo) e nelle Veneri di Dresda e di Cambridge. Celebrato capolavoro a l'Altare di S. Barbara in S. Maria Formosa a Venezia, erroneamente ritenuto opera giovanile, in cui la serena solennità delle figure si riveste di un colore caldo e composto, con una modellazione chiaroscurale che risente delle ricerche di Tiziano. Il P. esaltò la bellezza muliebre in una serie di ritratti nei quali al colore caldo e sensuale si contrappone una vacua freddezza di espressioni: tra le più note sono la Belle (colles. Rotschild a Parigi), la cosiddetta Violante di Vienna (dal Longhi data a Tiziano), le Tre sorelle di Dresda, ed altre a Berlino, Milano (Poldi Pezzoli), ecc. Tra gli altri ritratti, bellissimo il giorgionesco Prata della National Gallery e notevoli per semplicità di impostazione quelli della collcz. Querini Stampalia di Venezia (facevano parte di un gruppo di 68 opere, la più parte incompiute, elencate nel testamento del P., del 1528). Si citano ancora, la pala della parrocchiale di Zerman (Treviso) anteriore al 1511; l'Assunta e il S. Pietro dall'Accademia e il S. Lorenzo e santi di S. Maria dell'Orto a Venezia; l'Adorazione dei Magi di Brera, posteriore al 1525 .
Bibl.: G. Gombosi, s. v. in Thieme-Becker, XXVI, pp. 171 176 (con bibl. precedente): P. Locatelli, Notizie intorno alla vita e alle opere di P. V., Lipsia 1008; G. B. Cavalcasclle, A history of Painting in north Italy, ed. Borcnica, III, Londra 1912, pp. 321300; Venturi, IX, III, pp. 378-437; W. Suida, Sindics on P., in Belvedere, 1934-35, p. 85; G. Gombosi, P. V., in Pantheon, 1935, p. 184; id., P. V., Stoccarda 1937; R. Pallucchini, La pittura venceziana del 500, I, Novara 1944, p. 33. Nolfo di Carpegna
PALMAS. - Città e prelatura nullius nello Stato di Paranà in Brasile.
Ha una superfice di 32.729 kmq . con una popolazione di 137.630 ab. dei quali 126.900 cattolici. Conta 11 parrocchie, servite da 3 sacerdoti diocesani e 20 regolari; ha 6 comunità religiose maschili e 9 femminili (Ann. Pont., 1931, p. 632).
La prelatura fu creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Ad maius Christifidelium del 9 dic. 1933 per smembramento delle diocesi di Lejes e di Ponta Grassa, assegnato do alla nuova prelatura i territori di P., Clevelandia e Chapeco, con residenza nella città di P., la cui chiesa dedicata al S.mo Salvatore venne elevata a dignità prelatizia. I confini della prelatura sono: a nord il fiume Iguasoi, a occidente la Repubblica Argentina, a oriente i confini civili che separano P. e Chapecó dai municipi finitimi e a sud il fiume Uruguay fino alla confluenza dell'Iranỵ.
La prelatura è suffraganea di Curitỵba.
Bibl.: AAS, 27 (1935), pp. 33-35; G. B. Lehmann, O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 476-77. Virginio Battezzati
PALMATORIA (BUGIA, cerarium). - Candeliere basso, portato in palma di mano (donde il nome), o piattellino di metallo o altra materia, con manico e nel mezzo un bocciolo per infilarvi una candela. Serve nelle funzioni pontificali, praticamente per vedere chiaro nel leggere, ma più in segno d'onore, perché si tiene quando anche "è tanto chiaro da non aver bisogno d'una luce nel leggere" (Catalani, Caerem. episc., 1. I [v. bibl.], cap. 11, 1-4; cap. 20, 1).
Si chiama anche "bugia" (francese bougie, dalla città algerina di Bugia, centro di cererie nel medioevo). Prima del sec. xiv nessun liturgista ne fa menzione. Con un altro nome si dice scotula (dal greco oxó70v $\dot{\xi} \lambda \alpha \hat{v} v \alpha$ - scaccio via le tenebre).
E distintiva dei cardinali, dei vescovi, degli abati e altri prelati che ne hanno il privilegio (p. es., i provinciali domenicani; i canonici di alcune basiliche; i parroci di Roma). E portata da un accolito ("minister de candela", "bugiarius"), con cotta e, in alcune funzioni, anche con piviale, sempre assistito dall'accolito del libro. Nelle funzioni papali solenni si usa solo la candeletta accesa senza p., perché si dice che la luce del papa non ha bisogno d'un sostegno terreno.
Bibl.: S. Congr. dei Riti, Decr. auth. (v. bugia; palmatoria); I. Catalani, Pontificale Romanum, I, Parigi 1830, p. 39 a; id., Cuernaminte Episcoporum, I, Parigi 1860, pp. 143, 212-18, 402; Moroni, Bugia, VI, pp. 122-26; P., I.I. p. 72; J. Baudot, Bougeoir, in DACl., II, coll. 1099-1100. Pietro Siffrin
PALME, Domenica delle. - La domenica che precede la Pasqua si chiama dal tempo d'Isidoro di Siviglia (m. nel 636) D. delle p. (dies palmarum). Prima dai Padri latini era detta de passione Domini; altri nomi erano Capitilavium (dall'uso in Spagna dei catecumeni di lavarsi il capo e tutto il corpo in preparazione al Battesimo), Pascha competentium (dall'uso della Chiesa gallicana di dare in questo giorno ai competenti o candidati al Battesimo la traditio symboli) o dominica indulgentia (dalla riconciliazione dei penitenti; Lesionario di Würzburg e Sacramentario di Praga, di Isen). Oggi essa presenta tre particolarità : a) la benedizione delle p.; b) la processione con le stesse; c) la commemorazione della Passione di Cristo nella S. Messa.
I. La benedizione delle p. - Si fa prima della Messa principale; si benedicono rami di p. o d'olivo, nei paesi settentrionali (fino dal sec. Ix) anche d'altri alberi, come salice, bosso, tasso ed anche fiori (dies florum, Pascha floridum; v. Pseudo Alcuino), tanto in ordine alla processione seguente, quanto per l'uso dei rami benedetti come sacramentali. Prima la benedizione non si dava ai rami, ma a chi li portava.
La benedizione delle p. occorre per la prima volta nel sec. viII nei Sacramentari gallicani e mozarabici (p. es., Bobbio, n. 558), nel sec. Ix nei Sacramentari di Baviera (p. es., di Isen o Cod. di Praga, n. 85; di Salissburgo, ed. Dold, p. 79). Le formole si moltiplicano nei secoli seguenti. Si distinguono due usanze (Hallinger): nelle regioni romano-franche (p. es. Pseudo Alcuino, Cluny) si usavano, nella chiesa principale stessa, formole composte di sole orazioni, mentre nelle regioni germaniche, in una chiesa distinta dalla principale, si svolgeva un rito più ricco, composto di lezioni ed orazioni, in forma simile a quella di un Ordo Missae, Canone escluso. Questo rito però non è il resto di una Messa distinta o detta nella chiesa, donde la processione usciva, ma, come scrive il Callevaert, una costruzione artificiale per disporre le cerimonia, cioè le lezioni ed orazioni, in un ordine logico. Difatti la benedizione s'inizia dopo il Vangelo con una prefazione, come quella della benedizione del fonte bat-
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(fot. F'ricci)
Palme, Domenica delle - Processione delle P. - Basilica di S. Pietro.
tesimale. Questo rito solenne occorre già in un Sacramentario del sec. IX (Monaco 3005), si diffonde con il Pontificale germanico del sec. x-xi e fu accettato da Roma nel sec. xi-xit ( $v$. Vetus Missale Romanum, ed. Azevedo, Roma 1752; Ordo Off. Eccl. Lat. [del 1145], ed. L. Fischer, Monaco 1914).
Il rito romano di oggi è formato da una Missa catechumenorum, cioè da una antifona dell' Introito (Mt. 21,9; senza salmo), dall'orazione "Deus, quem diligere ", dalla lezione di Ex. 15, 27 e 16, 1-7, dal responsorio Collegerunt (Jo. 11, 47; 49. 50.33) o In monte Oliveti (Mt. 26, 39 e 41), dal Vangelo Cum appropinquasset (ibid. 21, 1-9; anticamente anche Mc. 11, 1 sg. o Jo. 12, 12 sg.). Poi segue la benedizione solenne con tante reminiscenze delle orazioni del rito greco. Il Prefazio, preso da una Messa gallicana per gli apostoli o martiri, adattato al rito romano non prima del sec. xv, è seguito dal Sanctus, perché contiene l'Osanna ed il Benedictus di questo giorno. Le p., benedette con acqua santa ed incenso, vengono distribuite al canto delle antifone Pueri Hebraeorum. Dopo una orazione segue la processione.
II. La processione. - E più antica della benedizione delle p. e si fa sull'esempio di quella di Gerusalemme, descritta da Eteria nel sec. Iv, ad imitazione dell'ingresso triostale di Cristo. Prima si ha nella Spagna ed in Gallia; Amalario l'accenna già come uso generale. Da una chiesa fuori della città (in un luogo elevato per rappresentare Bethania o il Monte Oliveto), ove si benedicevano i rami, la processione muoveva verso la città. La persona del Signore era rappresentata dal libro dei SS. Vangeli o da un grande Crocifisso scoperto e inghirlandato; in Inghilterra era portata in processione anche la S.ma Eucaristia; in Germania era in uso il cosiddetto "asino della p. $*$ : un asino di legno fornito di carrucola, con la figura del Salvatore. Alla porta della città, si faceva il solenne omaggio al Redentore: la schola, distese a terra le cappe e le vesti sacre, deposti i rami innanzi alla Croce, la adorava in ginocchio (al canto dell'inno di Teodulfo " Gloria, laus et honor 1); veniva il popolo a piccoli gruppi e deponeva innanzi alla Croce i suoi fiori; seguivano poi il vescovo con il clero. Alla parola dell'antifona Percutiam pastorem, un chierico con la mano o con la p. percuoteva lesi ictu il vescovo sulle spalle. Poi la processione entrava nella città. Giunti alla Cattedrale, si intonava il Benedictus ed il vescovo concludeva la processione con una orazione. Questo antico rito, descritto da Pseudo Alcuino ed in un Ordo di Besançon, si ritiene anche oggi nelle varie diocesi della Germania. Nel rito romano attuale, la processione deve lasciare la chiesa. Nel ritorno trova la porta chiusa. Si cansa, alternativamente con cantori rimasti dentro, l'inno di Teodulfo, alla cui fine il suddiacono crocifero percuote la porta con
la punta della croce astile. Tutti rientrano al canto del responsorio Ingrediente. La cerimonia della percussione della porta, già contenuta nel Pontificale Romano del sec. xit, fu introdotta nel Messale Romano nel 1604, sotto Clemente VIII.
III. La S. Messa. - E consacrata alla memoria della Passione di Cristo (v. Ps. 21 : Deus, Deus meus, dell'Introito e del Tratto); l'Epistola tratta della umiliazione. Già al tempo di papa Leone I (Serm. de Pass. D., I, 5) si leggeva la Passione scritta da s. Matteo. Verso il 1000, nelle chiese del nord s'introdusse l'uso di fare eseguire il Passio da tre cantori; in Italia, fino dal sec. xv, il canto delle parole del popolo (turba) è affidato ad un coro di cantori, talvolta eseguito in musica figurata. I segni speciali nella Passio ( $\mathrm{T}=$ tacite, o trahe o tene; $\mathrm{C}=$ cito, celeriter; $\mathrm{S}=$ tursum o sonoriter), che servivano per indicare la melodia, designano oggi le persone che eseguono o cantano: il T, o (dal medioevo) la croce, la parte di Cristo, C la parte di cronista, S la parte delle varie persone. Alle parole coniit spiritum s'interrompe il racconto, ci s'inginocchia e si medita per qualche tempo: uso di alcuni monasteri benedettini già al tempo di s. Luigi, re di Francia (m. nel 1270), che l'introdusse nella sua cappella privata, accettato a Roma alla fine del sec. xiv.
Bibl.: A. Franz, Dic kirchl. Benediktionen im Mittelaltr. I. Friburgo in Br. 1900, p. 470 sgg.; A. Baumstark, Orientalisches in den Texten der abendländ. Palmlrier, in Jahrb. für Liturgiewissenschaft, 7 (1927), p. 148 sgg.; id., La solennitio des palmes dans l'ancienne et la nouvelle Rome, in Irenikon, 12 (1936), pp. 1-24; L. Eisenhofer, Handbuch der hat. Liturgik, I. Friburgo in Br. 1932, p. 304 sgg.; C. Callevært, De Palmasijding en de Palmpracessie, in Sacris Erudiri, Steenbrugge 1940, pp. 701-11; M. Righetti, Manuale di storia liturghia, II, Milano 1946, p. 122 sgg.; K. Hallinger, Ort der Palmtreihe, Ritus der Palmtreihe, in Garze-Klump, Roma 1950, pp. 919-21. Per il Prefazio dello D. delle P. v. Jahrb. für Liturgiewiscenah., 2 (1922), p. 107 sgg.; 3 (1923), p. 120 sgg.; 4 (1924), p. 183 sgg.
Pietro Siffrin
IV. Folklore. - La D. delle P. apre il ciclo delle usanze tradizionali della Settimana Santa, che si chiude il lunedi di Pasqua. E detta anche Pasqua fiorita, per l'uso che vi si fa, nelle varie cerimonie, di fiori o di rami fioriti.
Il culto popolare segue fedelmente la liturgia ufficiale, solo ravvivandola con espressioni di innato gusto artistico e d'intensa fede. Il fulcro è costituito dalle p. benedette, che vengono distribuite in chiesa durante le funzioni e che ciascun fedele porta seco e conserva perché ad esse vengono attribuite virtù miracolose specialmente contro i temporali. Nelle case le p. vengono poste, di regola, sopra il letto, accanto a qualche immagine sacra. Frequentemente esse sono adorne con nastri o dorate con porporina e intrecciate in modo da assumere forme originali e gustose. Particolare importanza per tutto il mondo cattolico ha la distribuzione delle p. che si fa in S. Pietro a Roma. Per concessione di papa Sisto V, la prerogativa di fornirle spetta ai discendenti della famiglia Bresca di S. Remo. Trecento delle più belle p. della Riviera vengono scelte a tale scopo, e di esse si formano 5 fasci di So rami ciascuno, che vengono poi del banderaro del Vaticano prese in consegna e abilmente intrecciate: dalle fronde staccate si fanno tante croci, che si attaccano ai rami di olivo. Altre 300 p. vengono inviate ai Capitoli e ai monasteri. Ma la grande p. offerta al papa viene lavorata dalle monache camaldolesi, per privilegio concesso loro da Leone XII nel 1829. Essa ha forma di trofeo : poggia su piccola base di legno, è adorna di fiori e reca in cima un'immagine sacra su cartoncino circondato da p. Intensa è anche la distribuzione in Piazza S. Pietro, e non solo di rami d'ulivo, ma di vera p., da parte di donne e ragazzi che li cedono dietro un piccolo obolo. A seconda del clima dei diversi paesi e della rispettiva flora, queste p.
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assumono numerose varietà. In Francia si adoperano specialmente i rami di alloro; nel cantone di Argovia (Sviazera) la p. è costituita da un piccolo albero di pino decorato con nastri, frutta e uova. Si fabbricano anche p. artificiali di cartone dorato, spesso adorne con dolci di circostanza. In alcune regioni della Francia si usa avvolgere di p. benedette la Croce principale del cimitero. Anche il modo della distribuzione assume varietà e originalità di aspetti. Cosil a Sciacca (Sicilia) era uso che tutti i rami di p. o d'olivo venivano prima disposti in modo da coprire una grande Croce e poi, a un dato segnale, gettati al popolo che se li contendeva animatamente. Sempre in Sicilia, la scena dell'ingresso di Cristo in Gerusalemme viene rievocata in forma drammatica: a Siracusa la rappresentazione, che è muta, salvo il canto del coro, si svolge nella chiesa del Carmine: al momento culminante, la porta del tempio si spalanca e Gesù, in groppa a un asinello e circondato dagli Apostoli, entra benedicendo. La questua delle uova, che di regola si fa durante la settimana, ha luogo, in alcuni paesi, la D. delle P.: cosi ad Alatri gruppi di ragazzi vanno in giro offrendo un ramo d'olivo e cantando questo distico: "Ecco la p. a chi vo' fa' la pace - noi ce ne andiamo e voi restate in pace ". In Abruzzo si traggono in questo giorno i presagi come per Capodanno e tra i cibi di rito si mangia la quajjato(latte quagliato) con significato di purificazione.
Alcuni studiosi hanno voluto vedere nella cerimonia delle p. una reviviscenza, in clima cristiano, delle feste che presso i Greci si chiamavano Thargelia e Pyanepsia, durante le quali si recavano al tempio di Elios e poi di Apollo dei rami di olivo decorati con lana intrecciata: ma un esame più approfondito ha rivelato l'inconsistenza di questa ipotesi (v. le opere di Harrison e Laisnel de la Salle, cit. in bibl.).
Bibl.: J. Amigues, Les fites romaines illustries, Parigi 1867. pp. 3-8; G. Pitré, Spettacoli e feste, Palerno 1881, p. 210 sgg.; F. Finamore, Credence, usi e costumi abruzzesi, ivi 1890, pp. 114117; G. Signorelli, La D. delle P. a Siracusa, in Illustras. ital., 30 marzo 1890, pp. 102-98; Laisnel de la Salle, Souvenirs du sieves temps: le Bercy, I. Parigi 1902, pp. 84-83; J. E. Harrison, Prolegomena to the study of greeh religion, Cambridge 1922. pp. 78-82; A. van Gennep, Manuel de folklore français contemporain, I. 1. Parigi 1947, pp. 1128-1206 (fondamentale, con carte folkloristiche); A. Lancellotti, Feste tradizionali, I. Milano 1931, pp. 261 -74.
Pode Toschi
PALMER, William. - Teologo anglicano, poi convertitosi, n. il 12 luglio 1811 a Mixbury, m. il 4 apr. 1879 a Roma. Studiò a Rugby e ad Oxford e divenne quindi docente nelle Università di Dublino e di Oxford. Fu assai vicino al movimento trattariano.
Nel 1840 fece un viaggio in Russia con l'intento di promuovere l'unione di quella Chiesa con l'anglicana. La sua missione falli, ma due anni dopo egli ritornò a Pietroburgo con lo stesso scopo. La sua richiesta di essere ammesso nella Chiesa russa non fu accolta. Ritornato in patria, pubblicò un'opera in favore dell'unione tra le due Chiese sull'armonia tra le dottrine anglicana e greca (Harmony of anglican doctrine with the doctrine of the Eastern Church, Aberdeen 1846). Nel 1853 pubblicò le Dissertations on subjects relating to the Ortodox or Eastern-Catholic Communion. Durante la guerra di Crimea si interessò della questione dei Luoghi Santi. In Roma si converti alla religione cattolica e fu battezzato il 28 febbr. 1855 nella cappella del Collegio Romano. Si occupò da allora in poi, oltre che di questioni del giorno (Remarks on the Turkish question, Londra 1858), soprattutto di antichità cristiane. Su quest'argomento è degna di nota la sua Introduction to Early Christian symbolism (Londra 1859).
Bibl.: S. Tyszkiewicz, Un épisode du mouvement d'Oxford: La mission de W. P., in Etudes, 136 (1913), pp. 43-63, 190-210, 320-47; J. M. Rigg, s. v. in Dictionary of National Biography, XV, Londra 1921-22, pp. 167-68, con bibl.; C. Lovera di Castiglione, Il movimento di Oxford, Brescia 1933, passim; C. Crivelli, Protestanti e cristiani orientali, Roma 1944, pp. 96-119.
Silvio Furlani
PALMER, William. - Teologo anglicano, poi convertitosi, n. a Dublino il 14 febbr. 1803, m. a

(per cortesia di mons. A. P. Frutas) Palme, Domenica delle - Preparazione delle p. che verrà offerta al S. Fadre le D. delle P.
Londra nel 1885. Graduatosi al Trinity College, ricevette gli ordini sacri a Dublino nel 1829. Dal 1828 al 1831 fu al Magdalen College di Oxford, e dal 1831 al 1846 al Worcester College. Alcuni studi sulle origini della liturgia lo misero presto in relazione con le principali personalità del movimento di Oxford (Newman, Keble, Freud).
Sebbene fosse membro molto attivo di questo movimento, nurri tuttavia forti pregiudizi contro Roma; come appare da A Letter to N. Wiseman (2 voll., Oxford 1841), come pure dai suoi attacchi al Papato, pubblicati con il titolo Results of the Expostulation of the Right Hon. W. E. Gladstone in their relation to the Unity of Roman Catholicism (Londra 1875) sotto lo pseudonimo di Umbra Oxoniensis.
Fu ritenuto dallo stesso p. G. Perrone uno dei più distinti teologi di Oxford. Questa stima è fondata sulle sue numerose opere, di cui occorre ricordare : Remarks on Dr. Arnold's Principles of Church Reform (Oxford 1833); The Apostolical jurisdiction and succession of the episcopy in the British Churches (Londra 1840); The Book of Church history (ivi 1841); An Enquiry into the Possibility of obtaining means for Church extension, without parliamentary grants (ivi 1841); A renewed enquiry.... with especial reference to an increase in the episcopate (ivi 1848). La sua conversione al cattolicesimo data dal 28 febbr. 1855, dopo il qual tempo si dedicò a ricerche archeologiche e pubblicò: An Introduction to early Christian Symbolism (ivi 1859); Egyptian Chronology (ivi 1861), ecc.
Bibl.: W. Palmer, Narrative of Events, Londra e Oxford 1843; J. B. Meeker, Reminiscence chiefly of Oriol College and the Oxford Movement (1833-45), Londra 1865, passim; J. H. Newman, Essays critical and historical, 2 voll., ivi 1872 (cf. I, pp. 143-83; II, pp. 454-55); R. W. Church, The Oxford Movement. Twelve years, 1833-45, ivi 1891, passim; G. H. Knott, The Trial of W. P., Edimburgo e Londra 1912.
Giacomo de Bivort de la Saudée
PALMERSTON, Henry John Temple. - Uomo di Stato inglese, n. il 20 ott. 1784 a Londra, m. il 18 ott. 1865 a Brocket Hall (Hertfordshire). Primo
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Palmerston, Henr. Joun Temple Ritratto - Roma, Museo del Risorgimento.
Lord dell'Ammiragliato (1807-1809) e ministro della Guerra (1809-32), fu ministro degli Esteri (1830-41 e di nuovo $1846-51$ ); divenne ministro degli Interni nel gabinettoAberdeen (1852-55) e primo ministro dal 1855 al 1858 e dal 1859 fino alla morte. Fu pressoché ininterrottamente membro della Camera dei Comuni dal 1807 al 1865 . Nell'azione svolta dal P., sia come titolare del Foregn Office sia come primo ministro, si riflette chiaramente la condotta delle relazioni internazionali da parte dell'Inghilterra per un lungo periodo dell'Ottocento. Gli anni dal 1830 al 1865 , densi di avvenimenti tali da dare un nuovo volto all'Europa ed al mondo, segnarono la fine dei regimi assolutisti o comunque paternalistici e l'avvento delle istituzioni liberali e parlamentari; determinarono la vittoria dell'idea di nazione e la sicura affermazione di una politica di espansione commerciale, economica e coloniale, che avvicinó tra di loro popoli e paesi. In tutta questa evoluzione continentale e mondiale l'Inghilterra fu rappresentata appunto dal P. Egli non credeva ad un "sistema» determinato, né intendeva seguire precise direttive in politica estera, anzi confessava di non essere ancorata a nessun principio, ed ebbe per sola guida l'interesse del propio paese, pur sostenendo la causa delle istituzioni liberali e parlamentari in sede internazionale. E dubbio se il suo sistema dipendesse da considerazioni sul vantaggio che ne ricavava l'Inghilterra o da un sincero attaccamento e desiderio della diffusione di ordinamenti liberali. Fin dalla questione belga, sorta nel 1870, P. riusci, accordandosi con la Francia, a garantire la libertà e l'indipendenza dei Belgi, ed insieme a mantenere l'equilibrio europeo, che non doveva essere rotto da una eccessiva influenza francese in Belgio. Il principio costituzionale, tanto caro al P., serviva inoltre egregiamente ad impedire il predominio di una potenza qualsiasi o di una coalizione sul continente europeo. Per questo egli avversò i Carlisti in Spagna ed i Miguelisti in Portogallo. Quando infine anche la Francia di Guizot, dopo il 1846 , si avvicinó all'Austria con la minaccia di una diarchia franco-austriaca, ancora una volta P. sostenne l'altra parte; avversò il moto di difesa cattolica in seno alla Confederazione svizzera del Sonderbund ed inviò in Italia lord Minto, a sostenere in pieno l'attuazione di riforme da parte dei singoli stati italiani. La politica reszionaria del Metternich fu da parte sua sempre oggetto di aspra condanna. Gli avvenimenti del 1848-49 corroborarono le sue previsioni. P. condivideva l'opinione di concedere riforme, le quali beninteso dovevano rafforzare la monarchia asburgica ed assicurare all'Italia, all'Ungheria ed agli altri territori dell'Impero ordinamenti liberali, ma non poteva accettare lo smembramento dell'Austria e la secessione dell'Ungheria, perché per lui la monarchia asburgica costituiva il perno dell'equilibrio europeo e la barriera principale contro la potenza russa. Dopo il Congresso di Parigi, dove era stato anche sollevato il problema italiano, P., in sede di discussione del Trattato di pace, criticò con palese acrimonia il 6 maggio 1856 il governo dello Stato Pontificio, e si lamentò del fatto che i consigli di lord Minto, recati a Pio IX nel nov. 1847 sulla necessità di riforme, non fossero stati seguiti. Le polemiche dichiarazioni di P. indignarono grandemente gli ambienti
cattolici e vennero confutate dal Montalembert nel suo opuscolo Pie IX et lord P.. Essendo egli primo ministro nel 1859-60, l'Inghilterra fu la prima potenza a riconoscere il 30 marzo 1861 il Regno d'Italia. P. era in ultima analisi un individualista, al di fuori di ogni partito, che votò nel 1829 a favore dell'emancipazione dei cattolici e sostenne nel 1852 la riforma elettorale, ma vi si oppose venti anni dopo. Fu certo uno dei maggiori uomini di Stato inglesi, e seppe venire incontro ai desideri dell'opinione pubblica liberale europea.
Bial.: S. Lone-Poole, Temple H. 7., in Dictionary of National Biography, XIX, pp. 496-513, con lubl.; The Cambridge History of British Foreign Policy 2701-1011, a cura di A. W. Ward e G. P. Gooch, Cambridge 1923. II, passim; H. C. F. Bell, Life of P., a voll., Londra 1936; E. L. Woodward, The age of Reform 1823-70, Oxford 1938, pp. 212-313; H. Temperley-L. M. Person, Foundations of British Foreign Policy from Pitt to Salisbury, Cambridge 1958, pp. 88-181, 203-304; E. Artom, Lord P. nella sua vigilia politica, Firenze 1946; C. Webster, The foreign policy of P., a voll., Londra 1951.
Silvio Furlani
PALMIERI, Aurelio. - Orientalista italiano, n. a Savona il 4 maggio 1870, m. a Roma il 18 ott. 1926. Appartenne prima all'Ordine degli Eremitani di S. Agostino (1885) donde passò nel 1890 alla Congregazione degli Agostiniani dell'Assunzione, da cui tornò nel 1902 agli Eremitani. Intemperanze di stile e concetti errati, espressi nelle sue opere, e non sempre lodevole condotta gli procacciarono gravi difficoltà, che finirono per ridurlo allo stato laicale. Passò gli ultimi anni della sua vita a Roma, come direttore dell'Istituto per l'Europa orientale.
L'elenco delle sue pubblicazioni comprende 15 opere e ca. 270 articoli nel DThC e in numerose riviste italiane ed estere, principalmente nel Bessarione, dove apparvero ben 130 suoi articoli dal 1896 al 1923. Tra le sue opere sull'Oriente cristiano sono da ricordare: Die Polemik des Islam (Salisburgo 1902); Dositeo Patriarca greco di Gerusalemme (Firenze 1908); La Chiese russo (ivi 1908); Il progresso danomatico nel concetto cattolico (ivi 1910); Nomenclator litterarius theologine orthodoxae Russicae et Graecae recentioris (2 voll., Praga 191c); Theologia dogmatica orthodoxa (Ecclesiae-Graeco-Russicae) ad lumen catholicae doctrinae examinata et discussa (I, Firenze 1911; II, iv 1913). Queste due ultime opere rimasero incomplete. I suoi ultimi libri sono consacrati alla Russia contemporanea: La politica asiatica dei bolscevichi (Bologna 1924); La geografia politica della Russia sovietica (Roma 1926).
Bial.: elenco degli scritti bizantini ed orientali di A. P., in Studi bizantini, i (1924), pp. 261-69; E. L. G. [Eriete Lo Gatto], Bibliografia essenziale degli scritti di A. P., in L'Europe orientale, 6 (1926), pp. 319-32; D. A. Perini, Bibl. Augustiniana, III, Firenze 1933. pp. 43-48.
Maurizio Gordillo
PALMIERI, Domenico. - Gesuita, filosofo e teologo, n. a Piacenza il 4 luglio 1829, m. a Roma il 28 maggio 1909. Insegnó filosofia, teologia e S. Scrittura nel Seminario di Formo, nel Collegio di Spoleto, nell'Università Gregoriana (1863-79) e a Maastricht in Olanda (1880-87). Ritornato a Roma, fu teologo della Penitenzieria, consultore del S. Uffizio e poi membro della Commissione per il CIC.
Scrisse numerose opere, notevoli per profondità di dottrina e limpidezza di esposizione. Nelle Institutiones philosophiae ( 3 voll., Roma 1874-76) si rivela ragionatore acuto, ma purtroppo non sempre penetrò a fondo i principi della scolastica come nella questione della distinzione degli accidenti dalla sostanza e dell'unione dell'anima con il corpo. Di maggior valore sono le opere teologiche (De Deo creante et elevante, Roma 1878; De poenitentia, ivi 1879; De matrimonio christiano, ivi 1880; De Gratia divina actuali, Gulpen 1885; De novissimis, Prato 1908; De ordine supernaturali et lapsu angelorum, ivi 1910; in particolare il Tractatus de Romano Pontifice cum prolegomeno de Ecclesia, Roma 1877, $3^{\text {a }}$ ed., Prato 1902). Nel campo della teologia morale curò nuove edizioni del Compendium theol. moralis, del Gury e dell'Opus theologicum morale del Ballerini ( $3^{\text {a }}$ ed., 7 voll., Prato 18981901). Scrisse anche opere di S. Scrittura e lavori di
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confutazione del modernismo (v.). Particolare menzione merita il suo Commento alla Divina Commedia ( 3 voll., Prato 1898 ), notevole per l'esposizione del pensiero filosofico e teologico dell'Alighieri.
Birl.: Hurter, V. it, 1910: anon., L'Universitá Gregoriana del Collegio Romano nel I secolo dalla restituzione, Roma 1929, pp. 170-73; B. Ojetti, s. v. in Cuth. Enc., XI, pp. 430-31.
Paolo Dezza
PALMIERI, Matteo. - Letterato, n. a Firenze di famiglia popolana il 13 genn. 1406, m. ivi il 13 apr. 1475. Ebbe alti uffici nella Repubblica (priore, gonfaloniere di giustizia, ambasciatore) dal 1432 sino alla morte.
Dotto umanista e scrittore in latino, si adoperò, prima dell'Alberti, in favore del volgare, scrivendo un nobile dialogo su La vita civile, nel quale immagina che in una villa del Mugello, nel 1430, Agnolo Pandolfino ragioni delle doti necessarie a formare un ottimo cittadino di ben regolata repubblica. Quantunque le dottrine derivino da Plutarco, Cicerone e Quintiliano, il dialogo è animato dal congiunto amore della famiglia e della patria e non dimentico della realtà della vita contemporanea. Vi fioriscono spontanee reminiscenze di Dante, di cui il P. più tardi calcó stancamente le orme in un arido poema didascalico, La città di vita, ov'è descritto un viaggio ch'egli avrebbe compiuto nel tempo ch'era ambasciatore presso re Alfonso (1455), guidato sino ai Campi Elisi dalla Sibilla Cumana, che lo istruisce sull'origine e il destino delle anime umane secondo i neoplatonici e Origene. L'opera, composta dal 1455 al 1464 , fu dall'autore consegnata all'Arte dei notai, a condizione che non s'aprisse se non dopo la sua morte; condennata allora dai teologi per l'ereica opinione su la provenienza delle anime, rimase inedita nella Biblioteca Laurenziana.
Bibl.: La vita civile, a cura di F. Battaglia, Bologna 1944: E. Friasi, - La città di vita -, pacma inedito di M. P., in Propugnatore, 11 (1878), p. 140 e seg. Studi: E. Bottari, M. P., in Atti dell' Arcademia Larchese, 24 (1886), p. 408 seg.; A. Mesneri, M. P. cittadino di Firenze del ser. XV', in Arch. stor. it., 50 secte. 13 (1894), p. 257 sgg.; G. Boffito, L'erecia di M.P., in Giorn. stor. d. lett. it., 37 (1901), p. 1 sgg.; V. Zobughin, Storia del Rinascimento cristiano in Italia, Milano 1924, p. 153 sgg.
Giulio Natali
PALMIRA. - Oasi ed antica città nel deserto airo, importante centro della via commerciale che dall'Oriente, attraverso il Golfo Persico e l'Eufrate, conduceva alla Siria e quindi al Mediterraneo. A questa sua posizione P. dové la grande prosperità goduta nei primi tre secoli dell'era cristiana, per la maggior parte nell'orbita d'influenza di Roma.
L'origine del nome non è certa. Alle forme semitiche To-ad-mar (assiro), Tadhmār (ebraico: II Par. 8, 4), Tadmar (arabo) corrispondono il greco II $\alpha \lambda \mu \dot{\alpha} \rho \alpha$, latino Palmyra. Due spiegazioni si dànno del fatto : a) la forma greco-latina deriva dalla semitica attraverso l'assimilazione di questa per assonanza a tēmär (ebraico : - palma -); b) la forma greco-latina deriva direttamente dalla semitica, con alterazione di alcune consonanti $(t>p: d>l)$. La prima spiegazione è appoggiata dal caso biblico di I Reg. 9, 18, in cui al hēthlōh Tämär corrisponde il qēré Tadhmār, ma ostacolata dal fatto che a P. non vi sono palme (si risponde tuttavia a questa obbiezione che il fatto linguistico può essere avvenuto lontano dalla città); la difficoltà della seconda spiegazione consiste nella notevole alterazione del termine.
La più antica menzione di P. finora nota si trova in un'iscrizione di Theglathphalasar I (fine sec. xit-inizio sec. xi a. C.), in cui si parla di - Ta-ad-mar che è nel paese di Amurra - (cf. E. Dhorme, Palmyre dans les textes assyriens, in Revue biblique, 53 [1924], pp. 106-108).
Discusso è il passo biblico II Par. 8, 4, in cui si attribuisce a Salomone la fondazione di Tadhmär. Secondo alcuni (cf. J. G. Février [v. bibl.], pp. 3-4), questo passo è una semplice correzione del parallelo I Reg. 9. 18, in cui, come si è detto sopra, il hēthlōh dà che il re costruì Tämär, località in Giudea (in contrario, cf. E. Dhorme, op. cit., pp. 106-107, che insiste sul qēré : Tadhmār).

(do J.-B. Chabot, Chate d'inscription de Palmyre, Parigi Bât. Sec. 8. 89. I) Palmira - Tempio di Bel. La spianata è occupata dal villaggio arabo. A destra il Santuario.
Si deve attendere fino al 41 a. C. per avere un'altra menzione di P., questo volta da una fonte classica: Appiano (Bell. civ., V, 9) racconta che Antonio saccheggiò la città, adducendo a motivo il suo atteggiamento ambiguo tra i Romani ed i Parti.
Intorno alla stessa epoca si hanno le due più antiche iscrizioni in lingua palmirena, di recente scoperta (cf. J. Starcky, Les inscriptions palmyréniennes les plus anciennes, in Actes du XXI Congrès intern. des orient., Parigi 1949, pp. 111-14) : una di esse è datata al 44 a. C. Verso l'inizio del sec. i d. C. le iscrizioni palmirene, di cui molte sono bilingui (con il greco), aumentano di numero; esse continuano fino al 274 (l'ultima finora rinvenuta porta appunto questa data: cf. J. Cantineau, Tadmorea, in Syria, 19 [1938], p. 163), ammontando a molte centinaia (le più recenti, provenienti dagli scavi di H. Seyrig negli anni 1939-40, sono state pubblicate da J. Starcky, Inventaire... [v. bibl.]). La scrittura in cui sono redatte le iscrizioni è di tipo aramaico; così pure la lingua (v. aKamaica, linOUA), che può essere definita un proseguimento dell'antico aramaico d'Impero (Reichsaramäisch), in cui successivamente s'infiltrano elementi dell'aramaico orientale (cf. J. Cantineau, Grammaire du palmyrénien épigraphique, Cairo 1935; F. Rosenthal, Die Sprache der palmyrenischen Inschriften und ihre Stellung innerhalb des Aramäischen, Lipsia 1936). Accanto alle fonti dirette, si aggiungono per la ricostruzione della storia di P. da quest'epoca le crescenti notizie degli scrittori classici, culminanti per la guerra tra Zenobia ed Aureliano nel greco Zosimo e nella latina Vita Aureliani.
Il permanere della città in una situazione intermedia tra Roma ed i Parti è attestato nel corso del sec. i d. C. da un passo di Plinio il Vecchio (Hist. nat., V, 88). Risulta contemporaneamente dalle iscrizioni un'organizzazione interna su basi tribali; i nomi delle tribù, come quelli delle persone, sono prevalentemente arabi: ne risulta un fondo, o comunque un elemento arabo della popolazione, su cui s'innesta l'elemento aramaico, documentato dalla lingua.
Probabilmente (cf. J.-G. Février [v. bibl.], pp. 19-24) l'annessione a Roma avvenne intorno al 114 , in occasione della spedizione di Traiano contro i Parti. Ne consegui un mutamento della costituzione interna, che divenne simile a quella delle città greche dell'Impero. Il potere era diviso tra il senato ( $\beta o u \lambda \hat{\eta}$ ) ed il popolo ( $\delta \dot{\eta} \mu \mathrm{c}$ ) : l'appartenenza a quest'ultimo dipendeva probabilmente da un criterio di censo, che si sostituiva al principio tribale. Il senato era presieduto da un $\pi \rho \varepsilon \dot{\varepsilon} \delta \rho \circ \varsigma$; il potere esecutivo spettava a due $\delta \rho \chi \circ v \tau \varepsilon \varsigma$, che nel sec. iti muvarono il nome in $\sigma \tau \rho \alpha \tau \chi \gamma o i$; l'amministrazione finanziaria era esercitata dai $\delta \varepsilon \alpha \alpha \dot{\pi} \pi \rho \sigma \tau o s$, unitamente agli $\delta \rho \chi o v \tau \varepsilon \varsigma$ ed ai $\sigma \dot{\alpha} v \delta \iota \alpha \alpha$. All'inizio del sec. itt, risulta da un passo di Ulpiano (D. 50, 15, 1) che P. è colonia iuris Italici: ma è difficile dire da quanto tempo.
L'Imperatore Adriano, che visitò P. nel 129, fu pro-
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Palmira - Resti del grande colonnato.
babilmente l'autore di una serie di concessioni di autonomia economica alla città, che gli esterno la sua riconoscenza prendendo l'epiteto di Adriana. Ciò risulta, tra l'altro, da un'importante iscrizione greco-palmirena del 137 d. C. (Corpus inscriptionum Semiticarum [v. bibl.], II, III, n. 3913), in cui la città si denominava Ildrjn' Tdmr. L'iscrizione contiene un elenco di tariffe doganali emesse dalla Soukô, senza apparente intervento del governatore romano.
Nell'orbita romana, il commercio di P. fiorì sempre più; le fine del Regno nabateo ( 106 d . C.) le aveva tolto del resto ogni concorrente. La lunga pace che regno nel sec. it d. C. tra Roma ed i Parti favorì questo sviluppo; quanto alle poche spedizioni dell'epoca, P. vi contribuì con le sue truppe, particolarmente gli arcieri, di cui dànno notizia iscrizioni rinvenute in più parti dell'Impero.
L'avvento dei Sásânidi in Persia (226 d. C.) e la loro occupazione delle foci del Tigri e dell'Eufrate segna un duro colpo per il commercio di P. : la via di transito delle carovane si sposta verso il nord, risalendo per Nisibi ed Edessa verso Antiochia. P. reagisce tuttavia, in unione con Roma: partecipa alla spedizione (230) di Alessandro Severo, che pone ivi il suo quartiere generale; interviene in seguito alla sconfitta di Valeriano ad opera di Sapore I (260) e batte decisivamente i Persiani. Autore di questa vittoria fu Odenato (Udajnat), che ben presto estese la sua autorità sulla Palestina, la Siria, l'Arabia, la Mesopotamia e forse l'Armenia, assumendo il titolo di re. Caduto egli vittima di una congiura di palazzo (267), unitamente al figlio primogenito Erode (è discussa la sua identificazione con il Woród delle iscrizioni), gli succedette il secondogenito Vaballato (Wabballát) sotto la tutela della madre Bat Zabbäj, in greco Zenobia. La potenza di P. progredì ulteriormente: nel 270 il generale Zabda occupava l'Egitto; probabilmente fu egli stesso ad invadere successivamente l'Asia Minore, conquistando Ancira in Galazia e ponendo l'assedio a Calcedonia.
Roma non poteva guardare senza preoccupazione questa espansione crescente: Aureliano, salito al trono nel 270, stipulò prima, in quello stesso anno, una convenzione con P.; ma quando, nell'anno successivo, Vaballato assunse il titolo di Cesare Augusto e batté moneta solo in proprio nome, misconoscendo cosi formalmente l'autorità di Roma, Aureliano gli mosse guerra e, scendendo attraverso l'Asia Minore, ottenne decisive vittorie ad Antiochia e ad Emesa, conquistò P. e catturò Zenobia (272). Una successiva rivolta fu domata e portò al saccheggio della città.
Finisce cosl la storia indipendente di P.: sconfitta militarmente, e soprattutto privata della sua funzione di base commerciale, essa decadde a villaggio, prima sotto i Romani e poi, dal 634 , sotto gli Arabi.
Bibl.: J. G. Février. Essai sur l'histoire politique et économique de Palmyre, Parigi 1931; J. Starcky - M. Ssłabud'din, Palmyre, la flamée du désert, Damasco 1948; J. Starcky, Palmyre, Parigi 1992. Le iscrizioni palmirene sono edite da J. B. Chabot, in
Corpus inscriptionum Semiticarum, II, in, Parıgi 1926; cf. inoltre: J. Cantincau. Inventaire des inseriptions de Palmyre, I-IX, Beirut 1930-33; il vol. X è di J. Starcky, Damasco 1949; R. Du Mesnil du Boisson, Inventaire des inscriptions palmyréniennes de Doura Europos, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1939. Ulteriore bibl. e notizie sulle scoperte più recenti in S. Moscati, Bibliographie sismitique, che appare periodicamente in Orientalia.
Sabatino Moscati
Divinità palmirene. - Nel pantheon di P., alquanto composito e con figure divine di origine diversa e quindi eminentemente sintetico, si possono distinguere due grandi gruppi di divinità, diverse dagli dèi rimanenti: la divinità di origine araba e quelle che formano un gruppo intorno alla figura del dio principale della città, Bēl; queste sono o di origine cananea oppure provengono dalla Babilonia. Gli altri dèi sono principalmente siriani.
Grande venerazione godeva tra le divinità del primo gruppo la dea Allāt, figura divina del cielo, benefica, una delle divinità buone, identificata con l'Atena dei Greci, raffigurata con lo scettro in mano, il nimbo e una stella a otto punte; è stata identificata anche con il pianeta Venere. Il dio Azizu, il forte, precede il carro del Sole; è dio guerriero e battagliero, ma anche benefico; forma spesso coppia con Monimos, che invece segue il Sole. Azizu è la stella mattutina; è stato assimilato ad Ares; insieme con Arṣu, stella vespertina, è detto dio remuneratore, misericordioso, benefico; è concepito quale ragazzo, puer. Si è ritenuto che il nome di Arsu non fosse che una traduzione di Monimos con il senso di benefattore. Arsu sarebbe quindi identico con Monimos. Del dio Saç'al-Qawm = il protettore del popolo, si dice che è buono e non beve vino, ma il suo culto non sembra avere avuto radici profonde a P. Di origine araba è forse anche il dio Gad, la Fortuna, chiamato in greco Tyche e messo in rapporto con una fonte benedetta e concepito inoltre come il genio protettore dell'individuo. La Tyche di P. è stata poi assimilata ad Atargatis. Il dio Bēl, il Bēlos dei Greci, è la figura divina centrale del gruppo più importante, dei $\delta \varepsilon \circ i \quad \sigma \alpha \tau \rho \dot{\eta} \alpha$, il dio più potente della città, il Signore per eccellenza. Da questo dio andrebbe distinto Bōl, che però fu poi confuso con lui. Bēl è dio solare ed è stato assimilato a Zeus. Talvolta è raffigurato tra Jarhibol e 'Agliból, paredri suoi. La moglie di Bēl era Bēltis, il suo messaggero Malaḥbēl. Dio solare era pure Jarhibōl, al quale era consacrata la fonte Efka, ed è talvolta nominato assieme ad 'Agliból= toro o vitello o carro di Bōl, anche esso di carattere solare. Samsà era il dio del sole, propicio e uno degli dèi nazionali. Atargatis era la paredra di Malaṡbēl; divinità femminile era Semia. Erano ancora venerati Nabù, Nanai e Tammûz di origine babilonese. Bēlsamin era il dio del cielo. Un dio benefico era Sadrafa, $\Sigma \alpha \tau \rho \alpha \pi \circ \rho$.
I palmireni spesso non davano un nome particolare ai loro dèi, ma preferivano alcuni epiteti, che si potevano applicare a diverse divinità. Perciò si fa menzione nelle iscrizioni di un dio buono, miseri