volume-09

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i, da quando BENE deTTO divenne papa Innocenzo XI (v.), la famiglia si stabilí a Roma. Ma Livio, figlio di Carlo fratello del Papa, non ebbe parte alcuna nel governo ed il Papa si contentò di elevare a ducato il possesso di Ceri ch'egli aveva acquistato.

In gratitudine per la vittoria di Vienna (1683), alla quale il Papa cooperò largamente, dopo la morte dello zio, Livio fu creato dall'imperatore Leopoldo I principe dell'Impero e duca di Sirmio, concessioni che costituirono un maggiorascato in favore dei suoi eredi. Nel 1689 egli fu poi alla morte di Innocenzo nominato generale della Chiesa, ed a sua volta comprò dagli Orsini il Ducato di Bracciano e la signoria di Palo sul Tirreno. Morí celibe il 7 sett. 1713 lasciando erede universale Baldassarre Erba, figlio di sua sorella Lucrezia, con l'obbligo di assumere il nome e le armi degli O. Questi ebbe da Carlo VI la conferma del maggiorascato, sposò Flaminia Borghese, perpetuando così la discendenza degli O. e comprò nel 1745 dai Chigi il Palazzo ai SS. Apostoli che completò.

Cardinali furono Benedetto Erba, arcivescovo di Milano (1712) molto benemerito, creato il 30 genn. 1713, m. nel 1740; Antonio Erba creato il 24 sett. 1759, e pochi giorni dopo ( 28 sett.) nominato vicario di Roma. Più meritatamente ricordato è Carlo, n. a Roma il 5 marzo 1786, prete nel 1808, che si applicò con zelo alla predicazione popolare; il 10 marzo 1823 fu creato cardinale ed arcivescovo di Ferrara; dal 1826 ritornò a Roma, dove

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(da Muscum Odescalcham, II, Roma 1:21, anteparta) Odescalchi, famiglia - Birtatto di Livio O., fondatore della famiglia, Incisione del 1702.
nel 1832 divenne arciprete di S. Maria Maggiore e nel 1834 vicario generale, finché nel Concistoro del 20 nov. dimise la porpora per entrare fra i Gesuiti. Riprese presso di loro le missioni fra il popolo. Morì a Modena il 17 ag. 1841 (P. Pirri, Vita del servo di Dio C. O., Isola del Liri 1935).

Biol.: G. Mira, Vicende economiche di una famiglia italiana dal XIV al XVII sec., Milano 1940 (con bibl.).
Roberto Palmarocchi
ODESCALCHI, Marco Antonio Anastasio. Maestro di Camera, n. a Moltrasio nel maggio 1624, m. a Roma il 28 maggio 1670. Ricevuti gli Ordini sacri a Como, si trasferì (1554) a Roma con il procugino card. Benedetto Odescalchi, che rinunziò al vescovato di Novara, e con lui rimase fino alla morte in qualità di maestro di Camera.

Durante la peste del 1656-57 a Roma, l'O. se ne andò ad assistere gli appestati nell'Isola Tiberina, adibita a lazzaretto, continuando poi in seguito ad aiutare i poveri in vari modi, fino ad iniziare uno speciale ospizio detto poi di S. Galla. Egli stesso vi serviva i poveri, vi esercitava eroiche mortificazioni e fruttuosi ministeri sacerdotali, vi spendeva somme ingenti, sempre aiutato dal card. Benedetto. Fu sepolto nel coro di S. Maria in Campitelli, a spese del card. Benedetto che fece apporre al sepolcro l'iscrizione che ancor oggi vi si legge.

Il cardinale aveva pensato ad interessarsi della beatificazione dell'O., ma, divenuto papa ( 1676 ) con il nome di Innocenzo XI, se ne astenne per timore che ciò apparisse una forma di nepotismo. Continuò però a prendersi cura grande dell'ospizio, cui diede un assetto definitivo con bolla del 5 apr. 1686 diretta al nipote Livio Odescalchi.

Biol.: le notizie surriferite sono tratte dall'Archivio Odescalchi in Roma. Altri brevi cenni si possono trovare in C. B. Piazza, Emeralegio di Roma cristiana e genille, II, Roma 1690, pp. 333-34; id., Delle opere pie di Roma, ivi 1699, pp. 123-24; G. Berthier, Vita di papa Innocenzo XI, ivi 1889, pp. 23, 260. Giovanni Battista Proja
ODET di Châtillon. - Apostata, figlio del maresciallo de Châtillon e di Luisa di Montmorency,
n. il ro luglio 1517 , m. a Londra il 14 febbr. 1571. Fu creato cardinale, a 16 anni, in occasione del matrimonio del delfino Enrico con Caterina de' Medici (1533), partecipò ai Conclavi da cui uscirono Paolo III (1534) e Giulio III (1550). Fino dal 1544 era vescovoconte di Beauvais, pari di Francia, provvisto di ricche abbazie e priorati. Nel 1544 passò ai fratelli, Coligny e d'Andelot, i suoi beni patrimoniali. Membro del Consiglio reale, ebbe parte nello svolgimento della politica francese sotto Francesco I e Enrico II. Partecipò alla repressione della congiura di Amboise (1560) e poco dopo passò al protestantesimo (1561). A Beauvais scoppiò una sommossa contro di lui; spogliatosi allora dei titoli ecclesiastici assunse la qualifica di conte di Beauvais. Rifiutò di presentarsi al papa Pio IV (dal quale fu scomunicato il 31 marzo 1563), riprese per dispetto l'abito cardinalizio e si sposò il $1^{\circ}$ dic. 1564 con Isabella d'Hauteville, dama di onore della duchessa di Savoia, continuando a firmarsi come cardinale. Minacciato durante le guerre religiose, fuggì in Inghilterra, dove da Elisabetta fu trattato con ogni riguardo. Morì avvelenato dal suo cameriere.

Biol.: L. Merlet, Le card. O. de Ch., Parigi 1884; Pastor, VII, pp. 400-401 e passim (v. indice). Leone Cristiani
ODI DI SALOMONE. - E il titolo di 42 inni scritti in greco nel sec. II e ispirati a un misticismo assai vaporoso.

La stessa mancanza di profili netti nella poesia religiosa, del resto bella, rende difficile la classifica delle $O$. di S. che ad alcuni sembrano piuttosto di origine gnostica, ad altri invece compatibili con l'ortodossia. Viene lodato il Verbo (ode $12^{\circ}$ ), cantato il descensus ad inferos (ode $17^{\circ}$ ) e si parla (ode $19^{\circ}$ ) della concezione verginale di una donna dal Padre e dallo Spirito Santo, nel che alcuni riconoscono un'allusione alla Madonna.

Si ignora l'autore delle $O$. di $S$. le quali sono note integralmente (meno l'ode $2^{\circ}$ ) mediante un'antica versione siriaca edita da J. R. Harris-A. Mingans (2 voll., Cambridge 1916-20). Il libro gnostico Pistis Sophia contiene 5 odi.

Biol.: traduzione francese : J. Labourt-P. Batiffol, Les Odes de Salomon, Parigi 1911; trad. it., Le O. di S., Roma 1914; J. M. Bover, La mariologia en las Odas de Salomon, in Estudios Eclesiásticos, 10 (1931), pp. 349-63; B. Altaner, Patrologie, Friburgo in Br. 1950, p. 47 con bibl. Ignazio Ortiz De Crbina
ODILIA, santa. - Fondatrice e badessa di Hohenburg, patrona dell'Alsazia. Figlia di Adalrico, duca d'Alsazia, secondo la leggenda sarebbe stata respinta da suo padre perché nata cieca. Bereswinta, sua madre, l'avrebbe confidata ad una vecchia serva che abitava a Scherwiller presso Selestat, poi al monastero di Baume-les-Dames, diocesi di Besançon. O. avrebbe ricuperato la vista al Battesimo conferitole da s. Erardo, vescovo di Ratisbona. Per l'intervento di Ugo, suo fratello, sarebbe stata ammessa presso Adalrico, che le fece dono del castello di Hohenburg, sulla cima attuale del monte S. Odilia, per trasformarlo in monastero (entro il 667 e 680), di cui fu la prima badessa e dove governò una comunità di ca. 130 monache.

Le si attribuisce ancora la fondazione, ai piedi del Hohenburg, dell'ospizio e del monastero di Niedermünster, di cui sua nipote Gondelinda fu la prima badessa. Morì verso il 717 e fu sepolta nella cappella di S. Giovanni Battista costruita da lei stessa a Hohenburg. Deposta a Ottrott durante la Rivoluzione Francese, le reliquie furono riportate definitivamente il 6 ott. 1800 nella cappella del convento sul monte S. Odilia, oggi centro di frequenti e numerosi pellegrinaggi.

Il culto popolare si diffuse rapidamente dopo il

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(da J. Braun, Tracht und altrivats der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1815, Sg. 120)
ODILIA, santa - Le badesse s. Eretriude e s. O. con la sua caratteristica iconografica: I due occhi. Pittura su tavola (ca. 1475). Salisburgo, chiesa abbaziale di Nonnberg.
ix sec. in Alsazia, Svizzera, Germania del Sud, poi in tutta l'Europa. Festa il 13 dic. La Santa è invocata per il male agli occhi.

BibL.: una Vita antica anonima, probabilmente d'un prete del convento, fine sec. IX, ed. da W. Levison, in MGH, Script. rer. Merov., VI, pp. 24-50. Abbondante letteratura nello studio di alta erudizione del canonico M. Barth, Die H1. Odilia, ihr Kult in Volk u. Kirche (Forschungen 2. Kirchengesch. d. Elsen, n. 5), Strasburgo 1938. Ultima opera apparsa, G. Lallemant-Simon, Odile, fille de la Lumière, Parigi 1946, a carattere letterario.

Clemente Schmitt
ODILONE, santo. - Quinto abate di Cluny. N. in Alvernia verso il 962 , dalla nobile famiglia dei Mercoeur, m. nel 1049. Entrato a Cluny nel 991, successe a s. Maiolo nella carica di abate, che mantenne per oltre 50 anni. Uomo di grandi risorse, allargò e consolidò la riforma cluniacense, raggiungendo il numero di 65 filiali mentre fino allora non ne contava che 37. Trovò nell'episcopato varie difficoltà alla sua azione che, con l'esenzione papale, si rendeva indipendente.

Il conflitto per l'esenzione fu particolarmente violento quando Burcardo, arcivescovo di Vienne, conferì gli ordini a Cluny. Citato al Concilio d'Anse (1025) dal vescovo Gauzelino di Mâcon, O. mostrò le bolle di Gregorio V (998-99), ma invano. Allora fece appello a Roma. L'incidente valse all'Ordine, da parte di Giovanni XIX, la conferma dei privilegi e ai vescovi un biasimo severo ( 28 marzo 1027; JafféWattenbach, 4079, 4081-83; Hefele-Leclercq, IV, 1911, 938-39). La lotta riprese sotto il successore di Gauzelino.

Amicizie solide alla corte papale permisero a O. di difendere anche i domini di Cluny contro i feudali invasori. Uomo di grande carità, durante una carestia alienò i doni ricevuti da Enrico II per sovvenire ai bisognosi che il cronista Udalrico contò fino a 17.000 in un
solo anno. Le guerre incessanti trovarono in O. un mediatore assiduo. Intervenne presso Roberto il Pio in guerra con il Ducato di Borgogna (roog) e la Contea di Sens (ror6); presso Corrado II che minacciava Pavia di rappresaglie (1027). Si fece ancora campione della "tregua di Dio». La lettera dei vescovi delle Gallie, riuniti in concilio, in Provenza, indirizzata al clero d'Italia in favore d'una sospensione d'armi, dal mercoledì sera al lunedi mattina, sembra essere una iniziativa di O. (Mansi, XIX, 593; Hefele-Leclercq, IV, 971-72).

Fu amico e consigliere di papi e di principi, come Ugo e Roberto, re di Francia, l'imperatrice Adelaide, gli imperatori Enrico II e Corrado II, Sancio di Navarra e Stefano d'Ungheria. Grande viaggiatore, venne nove volte in Italia. A lui si deve l'istituzione della Commemorazione dei fedeli defunti al 2 nov. (Statutum de Defunctis: PL 142, 1032). Durante le competizioni per la successione di Burcardo (m. fra il 1031-33) all'arcivescovato di Lione, i suffraganei intervennero presso O. e gli ottennero perfino il pallio; malgrado le istanze di Giovanni XIX, egli rifiutò energicamente l'episcopato (Jaffé-Wattenbach, 1095; Gallia Christiana, IV, 82). Affranto per l'età e le infermità, O. intraprese verso l'autunno 1048 un'ultima visita dei monasteri. La morte lo sorprese al priorato di Souvigny nel Borboneze, nella notte fra il 31 dic. e il $1^{\circ}$ genn. 1049, ed ivi fu sepolto. Canonizzato da Clemente VI nel 1345 (Biblioth. Cluniac., 345-46: PL 142, 1047-48), è festeggiato in Francia il 2 genn.

Della sua opera letteraria sussiste soltanto qualche pagina della sua vasta corrispondenza, una quindicina di sermoni per le principali feste dell'anno, inni in onore della Vergine, di s. Adelaide e di s. Maiolo. - Vedi tav. IV.

BibL.: le opere letterarie d'O. sono raccolte nella Bibliotheca Cluniacensis di M. Marricr, Mâcon 1912, pp. 279-91, 338-40, 340-408 (ristampa): PL 142, 939-1044. Qualche pagina pubblicata in Neues Archiv, 24 (1899), pp. 728-35, nella Revue bénédictine, 16 (1899), p. 477 sg. e nel Millémoire de Cluny, II, Mâcon 1910, pp. 103-13. La Vita, scritta dal discepolo Jotsald, in Biblioth. Cluniar., 1813-24; PL 142, 897-940; Acta SS. Januarii, I, Parigi 1863, pp. 65-71; MGH, Scriptores, XV, pp. 812-20. Un'altra, scritta da s. Pier Demiani, Biblioth. Cluniac., 315-28; Acta SS. Januarii, I, Parigi 1863, pp. 71-77. Studi : della tre monografie apparse, nessuna è scientifica né definitiva: O. Ringholz, Der hl. Abt. O. von Cluny, Brünn 1885, Vienna 1887; P. Jardet, St Odilon: sa vie, son temps, ses sources, Lione 1898 (cf. Anal. Bulland., 18 [1899], pp. 287-88); L. Côte, Un moine de l'an mille: st Odilon, obbé, Moulin 1949 (cf. Rev. d'hist. secl. de Louvain, 44 [1945], pp. 748-49). Si consulteranno anche le collezioni e opere sulla storia di Cluny (v.).

Clemente Schmitt
ODINGTON, Walter. - Monaco benedettino, vissuto in Inghilterra nella seconda metà del sec. xiri.

Dimorò prima a Eveshan, poi a Merton College (Oxford); fu conoscitore profondo della letteratura greca, della musica, del canto, della matematica e uno dei più importanti scrittori della musica misurata. Il suo trattato De speculatione musicae libri VI fu pubblicato da C. de Coussemaker, in Scriptores de musica medii aevi, I, Parigi 1864, pp. 182-250, documento rilevantissimo per conoscenza della musica del tempo, specie per quanto riguarda il ritmo e gli intervalli che furono la base in cui si svilupperà l'armonia.

BibL.: I. Wolf, Geschichte der Mensuralnotation von 12401460, Lipsia 1904, passim; id., Handbuch der Notationekunde, I, ivi 1913, p. 264.

Silverio Mattei
ODINO: v. Germani, religione dei.
ODIO. - E in genere lo stato di avversione, di inimicizia persistente verso un oggetto qualsiasi. Va considerato come passione dell'appetito sensitivo o come moto della volontà.

Come passione è avversione al male, in quanto sconveniente e nocivo al soggetto (Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}-3^{\mathrm{al}}}$, q. 29, a. 3). Se ben regolata, può essere di ottimo aiuto alle facoltà superiori con il portarle ad abborrire con tutte le forze ogni vero male. L'o. come atto della volontà è uno stato di avversione contro una persona o un altro oggetto perché cattivi o abboninevoli ( $=$ odium abominationis n) o perché si desidera ad altri il male perché gli abbia a nuocere ( $=$ odium inimicitiae n).

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L'o. di obbominazione si oppone all'amore di concupiscenza che vuole per sé il bene, in quanto si vuole lontano da sé il male. L'o. di inimicizia si oppone all'amore di benevolenza e di amicizia (v. carita), che porta a desiderare ad altri il bene, ed implica la volontà e lo sforzo di procurare il male al fine di soddisfare un desiderio di vendetta. L'o. di abboninazione è lecito (cf. Ps. 118, 113), se non eccede nel modo, ma può facilmente condurre all'o. di inimicizia, che è sempre illecito, e può raggiungere il vertice della malizia e vuol chiamarsi diabolico.
I. O. contro Dio. - Ogni o. di Dio è peccato mortale in sé e per sé ("ex toto genere suo "); anzi, se è o. di ininicizia, costituisce il più grave e il più inesplicabile di tutti i peccati. Teoricamente esso è inconcepibile e praticamente è determinato da una falsa concezione di Dio stesso. In moltissimi casi dietro l'o. verso Dio si cela invece l'avversione verso opinioni e persone che lo rappresentano.
II. O. contro se stessi. - E quel comportamento diretto contro il proprio io, che induce la cupa disperazione, l'o. di sé, l'imprecare a se stessi, l'automutilazione, il suicidio. Un tale contegno si può spiegare soltanto con il considerarlo quale stato psicologico snormale, come conseguenza di una situazione morbosa più che come un'azione coscientemente diretta contro lo stesso istinto di autoconservazione e autoaffermazione. Ma si odia se stessi anche quando non si provvede in modo ragionevole all'anima e al corpo.
III. O. contro il prossimo. - Esso si concreta in un atteggiamento psicologico di positiva inimicizia verso un altro uomo, inimicizia che trae origine generalmente da un comportamento più o meno ingiusto della persona odiata e conduce a denigrarla e ad infliggerle, se è possibile, il male; e può verificarsi tanto tra individui come tra nazioni. Una specie particolare dell'o. verso il prossimo è dato dal cosiddetto "o. di classe", che è determinato per lo più da circostanze di carattere personale e sociale. Così, p. es., è quello che sorge nei poveri contro i ricchi, nei molati contro i sani, negli apostati contro i membri della comunità da cui si sono separati.

Contro i nemici l'o. è riprovevole anche dal solo punto di vista naturale in quanto diretto su creature di Dio ed in quanto causa di malanni sociali; di qui la condanna di ogni o. o desiderio di vendetta, come intrinsecamente cattivo e gravemente peccaminoso ("ex genere suo ").

L'o., infine, in tutte le sue direzioni e manifestazioni, è un impedimento in diretta opposizione con quella carità che Cristo, confermando quanto già era stato stabilito nell'ordine naturale, ha predicato ed insegnato come contrassegno dei suoi discepoli, spingendola fino al perdono ed all'amore dei nemici (v. caritì).

Bibl.: altre i comuni testi di teologia morale, cf.: F. Tillmann, Il Maestro chiama, Brescia 1940, pp. 170-333; E. Weber, La carità cristiana, Roma 1947, passim. Francesco Ercolani

ODIUM PLEBIS. - E una delle cause previste dal CIC per la rimozione (v.) del parroco.

Già nel diritto delle Decretali (c. io, X, de renuntiatione, I, 9) era contemplato il caso di legittima rinunzia, trasferimento o rimozione di colui quem mala plebs odit. In seguito la giurisprudenza delle Congregazioni romane ritenne valido questo principio che, dal decr. Maxima cura emanato dalla S. Congr. Concistoriale il 20 ag. 1910 per la regolamentazione di tutta la materia relativa alla rimozione dei parroci, passò nel CIC.

Poiché le finalità proprie e dirette del parroco sono quelle esclusive del bene spirituale dei fedeli (can. 45 I § 1 ; can. 453 §§ 1,2), dovrà essere allontanato dall'ufficio di parroco chi per una qualsiasi ragione, ed anche senza colpa, sia divenuto incapace, o si sia reso causa di danno spirituale per i fedeli affidatigli in cura. Cosi nel caso in cui il parroco sia divenuto oggetto di disprezzo, rancore o di odio da parte del suo popolo è evidente che,
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(per coetria delta dett. L. S. Cereno) Odoacre - Moneta.
mancando i presupposti per un utile ministero pastorale, la Chiesa nel supremo interesse delle anime provveda, sacrificando magari un interesse privato, a ricreare le condizioni favorevoli per un proficuo lavoro
spostolico. Ecco percio la norma giuridica fissata nel can. $2147 \S 2, \mathrm{n} .2$, che dà la possibilità al legittimo superiore ecclesiastico di allontanare dalla parrocchia il titolare, verso cui sussista l'o. p. quamvis iniustum et non universale, dummodo tale sit, quod utile parochi ministerium impediat nec brevi cessaturum praevideatur. Come facilmente si rileva dal testo e come concordemente i commentatori spiegano, per effettuare la rimozione è assolutamente necessario che l'odio sia in personam del parroco e non già in manus, che sia tale da rendere effettivamente infruttuoso il ministero parrocchiale e si preveda che non cessi entro breve tempo. Da quanto è stato già detto e come il canone citato del resto stabilisce, non è necessario che l'odio sia giusto da parte dei fedeli : la norma giuridica non è nata per punire una colpa, ma, constatato un dato di fatto puramente oggettivo, piuttosto per provvedere ad un bene pubblico, altrimenti compromesso.

Né si richiede che l'odio sia totale, che tutti i fedeli, cioè, siano ostili verso il parroco; è sufficiente a norma del CIC che sia abbastanza diffuso, perché possa aver luogo la rimozione. Deve però essere sempre tale - e ciò va tenuto presente anche per la determinazione dell'estensione - che renda praticamente infruttuoso il ministero pastorale. Così se la maggioranza o una buona parte dei fedeli per odio verso la persona del parroco si astenga dal frequentare i Sacramenti, ovvero per lo stesso motivo vieti ai propri bambini di frequentare il catechismo, è evidente che sussistono le condizioni fissate dal CIC per la rimozione. Non così nel caso di uno o solamente di pochi, mentre i più nutrono ancora stima e venerazione verso il loro parroco.

La distinzione tra parroco inamovibile e parroco amovibile non ha valore nel presente caso : la rimozione propter o. p. si applica sia all'uno che all'altro (cann. 2147 § 2, n. 2, 2157 § 1).

Bibl.: M. F. Cappello, De administrativa amotione parochorum, Roma 1911; E. Suárez, De remotione parochorum, Roma 1931, pp. 46-50; A. Amanieu, Amotion, in DDC, I, coll. 417192; L. Funfani, De iure parochorum, Torino 1936, n. 132; WerzoVidal, VI, p. 709.

Vincenzo Fagiolo
ODOACRE (Odoacer, Odoacar). - Primo re barbaro d'Italia, n. nel 434, m. a Ravenna il 15 marzo 493. Sciro d'origine, venne presto in Italia arruolandosi nell'esercito tra le guardie palatine. Il 23 ag. 476 fu acclamato re dai soldati barbari che pretendevano la terza parte delle terre della penisola; dopo aver occupato Pavia, marciò su Ravenna deponendovi l'ultimo imperatore d'Occidente, Romolo Augustolo (4 sett.).

Per legalizzare il suo potere mandò ambasciatori all'imperatore d'Oriente Zenone, chiedendo il titolo di patrizio romano. Politico accorto e prudente, governò con saviezza e moderazione. Nel 476 ottenne dai Vandali la parte orientale della Sicilia obbligandosi a pagar loro un tributo annuo, ma nel 486 conquistò tutta l'isola. Nel 481-82 occupò la Dalmazia e nel 487-88 combartè vittoriosamente contro i Rugi sizzatigli contro dall'imperatore Zenone. Nel 489 Teodorico, d'accordo con la corte bizantina, si accinse a marciare sull'Italia con i suoi Ostrogoti; O. fu successivamente sconfitto presso l'Isonzo e a Verona, e l'anno successivo presso l'Adda. Si rinchiuse allora in Ravenna che fu tosto assediata da Teodorico; dopo due anni O. si arrese con la promessa di aver salva la vita ed una certa partecipazione al governo d'Italia ( 5 marzo 493), ma dopo dieci giorni fu ucciso dallo stesso Teodorico e con lui tutta la sua famiglia e quanti gli erano rimasti fedeli.

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Verso la Chiesa cattolica, nonostante fosse ariano, O. si mostrò piuttosto tollerante e accondiscendente, rispettando i vescovi; intervenne per mezzo del suo prefetto di Roma nell'elezione del papa Felice III, perché non succedessero tumulti, e fece anche promulgare un decreto dal clero contro l'alienazione dei beni ecclesiastici.

Bibl.: A. Nagl, s. v. in Pauly-Wissowa, XVII, coll. 18881896; G. Romano - A. Solmi, Le dominacioni barbariche in Italia, Milano 1940, pp. 114 sg.; 118-62; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 19-41; R. L. Reynolds-R. S. Lopez, Odoncer: German or Hun?, in American historical review, 102 (1946), pp. 36-53. Agostino Amore

ODOFREDO Denari. - Giureconsulto, uno degli ultimi glossatori, n. in Bologna di nobile e ricca famiglia nel primo decennio del sec. xili, m. il 3 dic. 1265 .

Allievo di Iacopo Baldovini, O. fu per circa trenr'anni professore nello Studio bolognese. La larga especienza di cose giudiziarie e politiche, ch'egli accrebbe ton l'esercizio dell'avvocatura e con luoghi soggiorni in Francia e in molti luoghi d'Italia, giustificò gl'importanti incarichi che gli furono affidati dal suo Comune e da altri.

Erudite, ma tutr'altro che originali, e scritto in uno stile trascurato e prolisso, le sue Lecturae sul Digesto e sul Codice giustinianeo hanno a ogni modo due grandi pregi : quello d'esser le sole, tra le lezioni dei glossatori, che si conservino nella forma originale o quasi, e quello d'essere infiorate d'interessanti notizie, sia pure non degne sempre di fede, intorno ai costumi del tempo e alle vicende storiche della scuola bolognese. Rimangono d'O. anche molte opere minori, soprattutto monografie, un catalogo preciso delle quali è difficile a stabilirsi, stante l'incertezza di varie attribuzioni.

Bibl.: F. C. von Savigny, Die Gesch. des röm. Rechts im Mittelalter, V, 2* ed., Heidelberg 1850, p. 356 sgg.; F. Buonamici, Sulla glossa di O. agli Acta de pace Constantiae, in Rend. Accad. Lincei, cl. di sc. morali, 5* serie, 2 (1893), p. 409 sgg.; N. Tamassia, O., in Atti e mem. d. Dep. di stor. patria per le prov. di Romagna, $3^{4}$ serie, 11 (1893), p. 183 sgg.; 12 (1894), p. 1 sgg., 320 sgg.; id., Paraliponemi odefrediani, in Arch. giuridico, 54 (1893), p. 369 sgg. Piero Fiorelli

ODOLLAM (ebr. *Adhullām; cf. arabo *adula "mettersi al sicuro»). - Città cananea, spesso ricordata nella Bibbia dal tempo dei Patriarchi a quello dei Maccabei (cf. Gen. 38, 1; Ios. 12, 15; 15, 35; II Par. 11, 7; Neh. 11, 30; II Mach. 12, 38), identificata nel 1875 dal Clermont-Ganneau con l'odierna Hirbet *Id-el-mâ (?delmijjeh), ca. 20 km . a ovestsud-ovest di Betlemme.

Si trova su una delle tante colline della regione intermedia tra la "montagna" e la "pianura", di natura calcarea, sforacchiate da moltissime caverne per la più parte naturali (corrosione delle acque), talora di considerevole ampiezza (quella di Harejtūn è lunga 220 m .). In una di queste si rifugiò David durante la persecuzione di Saul, e qui lo raggiunsero i genitori ed i primi gregari (I Sam. 22, 1-5). Gli servi di rifugio anche più tardi quando, eletto re da tutto Israele dopo aver regnato 7 anni in Hebron, i Filistei mossero in cerca di lui (II Sam. 5, 17; 23, 13).

Bibl.: M. Hagen, s. v. in Realia Biblica, p. 282: F. Vigouroux, s. v. in DB, IV, coll. 1740-45; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933 p. 441 sg.; II, ivi 1938, pp. 85, 239. Gino Bressan
O' DONNELL, famiglia. - Potente e antica famiglia irlandese, originaria del sec. xi, signora della contea di Tyrconnell (l'attuale Donegan).

Fu sovente in lotta con l'Inghilterra e con la famiglia avversaria O'Neill. Il suo potere decadde nel sec. xvir, quando, spentasi la discendenza diretta, un cadetto, Rodrigo, trapiantatosi nel continente, diede origine ai rami spagnoli e austriaci della famiglia.

Nella lotta per l'indipendenza dell'isola e difesa del cattolicesimo si distinse Ugo Roe, conte di Tyrconnel dal 1592. Insorto contro il governo inglese, ne vinse il governatore a Ennisskillen (1594), occupò il Connaught
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(1ef. Einc. Catil.)
Odorico da Pontegossi, beato - O, è rappresentato nel monaco che asuste alla chiamata degli animali feroci con il tamburo. Codice del sec. xiv, contenente il racconto del viaggio di fra' O. nel Catal - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 1013, f. 20.
e, alleatosi con gli O'Neill e l'esercito spagnolo sbarcato in Irlanda, sconfisse l'esercito della regina Elisabetta a Blackwater (1598), meritandosi le felicitazioni di Clemente VIII. Però nel 1601 Spagnoli e Irlandesi furono battuti a Kinsale e Ugo Roe dovette riparare in Spagna. Il fratello Rony, succeduto nel comando delle truppe irlandesi, prestò giuramento di fedeltà al governo inglese, ma, caduto in sospetto, fuggì con O' Neill a Roma, dove m. nel 1608 .

Bibl.: R. I. Mc. Neill, s. v. in Enc. Britann., XX, pp. 6-8; R. Dunlop, Hugh Roe $O^{\prime} D$, in Dictionary of national biography, XIX, pp. 811-83; Pastor, XI, pp. 368-71. Piero Sannazzaro

O'DONOVAN, John. - Storico irlandese, n. il 9 luglio 1809 a Attateemore (contea di Kilkenny), m. il 9 dic. 1861 a Dublino. Nel 1826 cominciò a lavorare nell'Irish Record Office e tre anni dopo ottenne un posto nel dipartimento storico dell'Ordnance Survey dell'Irlanda.

Investigò soprattutto i manoscritti ed i documenti irlandesi con l'intento di delucidare la nomenclatura usata e nel 1837 pubblicò un esteso testo irlandese, corredato da una traduzione. Nel frattempo pubblicò articoli sulla topografia e storia irlandese nel Dublin Penny Journal. Costituita la Società archeologica irlandese nel 1840, l'O'D. curò nel primo volume delle pubblicazioni sociali, apparse nel 1841, il testo e la traduzione del Periplo dell'Irlanda di Muircheariach Mac Neill, poema scritto nel 942 da Cormacan Eigeas, corredandolo di preziose note. L'opus magnum dell'O'D. sono tuttavia gli Annala Riogbachta Eireann, sette volumi in quarto, pubblicati dal 1848 al 1851. Questi annali, compilati tra il 1632 ed il 1636 da Michael O'Clery sotto il regno di Carlo I, comprendono le vicende dell'Irlanda dalle origini al 1616. L'O. D. ne curò l'edizione e li tradusse correndandoli di

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numerose note. Dal 1852 in poi O'D. attese pressoché esclusivamente all'edizione delle antiche leggi dell'Irlanda, ma la morte gli impedì di vederne l'edizione. Nel 1864 usci postuma, ad opera del vescovo Reeves, la sua edizione e traduzione del Martirologio di Donnegal. O'D. era un cattolico praticante, ed e forse «il più grande studioso irlandese che sia mai vissuto * nel campo della topografia storica, e le sue edizioni fanno testo.

Biel.: A. Webb, s. v. in Compendium of Irish Biography, Dublino 1878; N. Moore, s. v. in Dictionary of National Biography, XIV, Londra 1921-22, pp. 893-94, con bibl.; J. E. Sandys, Beholurs, antiquaries and bibliographers, in The Cambridge History of English Literature, XII, Cambridge 1932, p. 360.

Silvio Furlani
ODORICO da Pordenone, beato. - N. a Villanova di Pordenone fra il 1269 e il 1272 dai Mattiussi, famiglia italiana. Ancor giovanissimo abbracciò la vita francescana nel convento di S. Francesco di Udine. Ordinato sacerdote, chiese ed ottenne di recarsi in missione nell'Estremo Oriente.

Non è facile stabilire quando egli abbia iniziato la memoranda peregrinazione che durò trentatré anni, attraverso i centri popolati dell'Asia. S'imbarcò a Venezia e raggiunse Trebisonda, importantissimo scalo. Di li iniziò il suo cammino per terra. Penetrò nell'Armenia e nella Persia, ad Ormuz si imbarcò su di una nave araba e in ventotto giorni raggiunse Tana alle foci dell'Indo, ove poco prima erano stati martirizzati quattro francescani, tre cui Giacomo da Padova. Raccolse le reliquie dei martiri e continuò il viaggio girando la punta estrema dell'India, toccò Ceylon, navigò il mare delle Indie e pervenne alle isole Nicobar, Sumatra, Giava e Borneo, primo europeo che poneva picde su quelle terre. Sbarcò poi a Kuang-ceu nella Cina meridionale e giunse a Zaiton dove trovò i primi due conventi francescani ed ivi depositò i resti dei martiri di Tana. Poi raggiunse Camsay, la Quinsay di Marco Polo, passò a Nanchino e proseguì il suo cammino per il canale imperiale e più oltre il fiume Azzurro. Nel 1326 fondò la chiesa di Sin-Ching (Shantung). Oltrepassato il Fiume Giallo, raggiunse finalmente Pechino, meta del suo viaggio, capitale dell'Impero mongolo e residenza di Giovanni da Montecorvino, metropolita dell'Oriente, dove si fermò tre anni. Con il suo zelo e con una vita mirabile riuscì a convertire oltre ventimila infedeli e a superare pericoli e disagi d'ogni specie, fino a rischiare più volte la vita. Per volontà di fra' Giovanni da Montecorvino si accinse a ritornare in Europa per riferire al Papa ogni cosa. Lasciò il Cataio attraversando il continente, giungendo fino al Tibot (Tibet). Percorse il Turkestan orientale, seguendo la carovaniera ben nota del bacino del Tarim e, superate le alte valli del Pamir, si calò nell Afganistan, di là passò nella Persia settentrionale e, attraverso le valli armene, raggiunse Trebisonda. Nel 1330 arrivava a Venezia dopo aver percorso ca. cinquantamila chilometri. S'incamminò alla volta di Avignone per riferire del suo viaggio al papa Giovanni XXII ma, giunto a Pisa, ammalò gravemente; si ritirò allora a Padova, nel convento del Santo, ove nel maggio del 1330 dettò a fra' Guglielmo da Solagna la relazione dei suoi viaggi. Finalmente da Padova andò a Udine ed ivi morì santamente il 14 genn. 1331. Benedetto XIV gli riconobbe il culto di beato che gli era stato ininterrottamente prestato. Il suo corpo si venera ora nella chiesa del Carmine in Udine, raccolto in un ricco mausoleo.

La relazione lasciata da O. dei suoi viaggi costituisce, insieme a quelle di altri noti viaggiatori, la fonte principale delle più antiche e sicure informazioni sui paesi dell'Estremo Oriente durante il medioevo. In essa O. riferisce brevemente quanto poteva interessare religiosi e secolari, ma più i secondi che i primi, poiché le notizie meravigliose prevalgono su quelle pie. Si diffonde a parlare dei prodotti, del traffico e delle ricchezze dell'Asia, senza accennare mai a se stesso e tanto meno preoccuparsi di dare fama al suo nome. Se il latino usato è ben povera cosa, supplisce la semplicità e l'essenza assoluta di ogni forma ampollosa e iperbolica, ciò che è segno e garanzia di sincerità.
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(106. A. Brindncia)

Odorico da Pordenone, beato - Cappella eretta in occasione del VI centenario del Beato nella chiesa del Carmine. Il sarcotipo e un bell'esemplare di gotico veneziano della prima metà del sec. xiv. - Udine.
O. è giustamente riconosciuto come un pioniere della vita missionaria e uno dei più celebri viaggiatori italiani.

Biel.: G. Golubovich, Il b. O., in Archiv. francisr. histor., 10 (1917), pp. 17-46; A. Van Den Wyngaert, Storia Franciscana, I. Quaracchi-Firenze 1923, p. 381 sgg., con l'edizione critica dell'Itinerarium; C. Petrocchi, in Le Venerie francescane, Verona 1932; Vox der Selige, Oderich von Ford, in Japon?, in Archiv. francisr. histor., 32 (1942), p. 133. Molti studi odoriciasi nel volume Il VI Centenario del b. O. da P., uscito negli anni 1930-31. Viaggio del b. O. da P., a cura di G. Pulè, Milano 1931.

Innocenzo Giuliani
OEIRAS, diocesi di. - Città e diocesi nello stato di Parà nel Brasile.

Ha una superfice di 70.000 kmq., con una popolazione di 350.000 ab., dei quali 348.000 cattolici. Conta 8 parrocchie con 6 sacerdoti diocesani, un seminario, due comunità religiose femminili.

La diocesi fu creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Ad Domini gregis del 16 dic. 1944, per smembramento della diocesi di Piani (v. tEBESINA); la chiesa parrocchiale di S. Maria della Vittoria fu elevata a grado e dignità di cattedrale. Il vescovo mons. F. Espedito Lopes prese possesso solo il 6 genn. 1949.

Biel.: AAS, 37 (1945), pp. 123-32; R. Lehmann, O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 250-51. Virginio Battezzati
OENGUS (Aengus, latinizzato Aengussius, Aeneas), santo. - Monaco irlandese detto «il Culdeo» (v. culdei), n. a Clúain-Ednèch (Clonenegh, nel Leis), m. ivi l'11 marzo 824. Educato nella scuola monastica locale, dopo un periodo di vita eremitica passò a Tamlachta (Tallaght) facendosi discepolo del fonda-

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tore s. Maelruan, con cui collaborò al Martirologio di Tallaght (dei santi irlandesi), ultimato ca. il 790. Dopo la morte del maestro (792) tornò al suo primitivo ritiro di Disert-Oengusa. Scrittori antichi lo dicono abate e vescovo di Clonenagh, ove ebbe sepoltura.
O. è celebre per il suo Martirologio, detto Félire (a Coriologia a) Oengusse, in versi celtici, di sei sillabe, raggruppati in quartine. Oltre al martirologio propriamente detto, il poema ha un prologo di 340 versi e un epilogo di 566 , in cui si spiega il metodo seguito, si fanno le lodi dei santi in genere e si proclama il trionfo del popolo di Dio in Irlanda. Il Félire fu terminato verso l'a. 800. I santi ivi commemorati, benché in parte forestieri, specie se martiri, in prevalenza sono del paese (ultimo, al 7 luglio, s. Maelruan), così che a l'opera è veramente un testimonio del carattere nazionale unificato della vecchia Chiesa irlandese (Kenney). A O. è attribuito anche il Saltair na Rann (a Salterio delle quartine ${ }^{8}$ ), il più lungo poema religioso irlandese (oltre duemila quartine, in 162 componimenti), con temi desunti dal Vecchio e Nuovo Testamento; ma sembra che il verso 8009, con il nome dell'autore ( $O$. céle Dé), sia una interpolazione; comunque il poema contiene almeno aggiunte che scendono fino al sec. 9.

BibL.: l'ed. critica migliore del Félire è quella di Wh. Stokes, Londra 1905. Ciò che di O. si sa è principalmente derivato dal Poema su O. (di 13 quartine, riportate, con trad. inglese da Wh. Stokes, ibid., pp. xxiv-xxvi) e dalle due prefazioni in prosa aggiunte al suo martirologio (ibid., pp. 2-15, con trad.). Studi J. Colgan, Acta SS. Hiberiae, I, Lovanio 1645, pp. 579-85, e in Acta SS. Martii, II, Anversa 1668, pp. 85-88; J. F. Kenney, The Sources for the early History of Ireland, I, Nuova York 1929, pp. 471, 479-82, 736 sg.; H. Leclercq, Martyrologe, n. XVI, in DACL, X, coll. 2612-13; G. Frampolini, Storia universale della letteratura, II, Torino 1934, p. 275, Igino Cecchetti

OEUVRE DE LA JEUNESSE. - Nel 1799, in piena Rivoluzione Francese, il sac. G. G. Allemand gettava in Marsiglia le basi di una nuova forma di vita religiosa che preludeva ai moderni istituti secolari, recentemente riconosciuti in forma canonica.

Lo scopo è di radunare in giorni ed ore stabilite i giovanetti, particolarmente operai, per educarli cristianamente. I soci non hanno veste speciale ed abitano nelle proprie case, occupati in professioni e affari secolari, allo scopo di sfuggire più facilmente ad ogni controllo esterno; ma si trovano insieme per le pratiche di pietà. Emettono i voti di castità, obbedienza e zelo per la santificazione dei giovani; non fanno il voto di povertà se non nel caso che, ritiratisi dagli affari, vivano nelle case dell'Istituto e ottengano il permesso di emetterlo. Perciò vi sono anche alcuni stabilimenti nei quali si vive la vita comune.

L'Istituto fu eretto canonicamente nel 1821 ed ebbe il decreto di lode nel 1863 . Fu poi approvato dalla S. Sede nel 1865 e nel 1871 ne furono definitivamente approvate le Costituzioni, le quali furono ancora rivedute nel 1942. Ha oggi 5 case con 35 soggetti.

BibL.: Arch. della S. Congr. dei Religiosi, M. 14.
Agostino Pugliese
OFFERTORIO. - Il nome deriva dal verbo offerre (offrire, recare) il cui participio oblatum diede origine al vocabolo «oblazione», "oblata» con cui è indicata la cosa offerta. La parola offertorium è usata nel II Ordo Romanus, assente nel Sacramentario gelasiano, presente nel gregoriano, ben presto designò la parte della Messa compresa fra la presentazione delle offerte e il Prefazio, e poiché un canto accompagna tale parte della Messa, anch'esso prese nome di «o." (v. MESSA, III).

L'Ordo Rom. I descrive la prima volta minutamente il rito della presentazione. Mentre i sacri ministri distendevano la sindone sull'altare, il papa accompagnato dai primiseri, dai notai e dai defensores, discendeva dalla cattedra, andava a baciare l'altare, quindi si recava al
recinto dove stavano gli uomini costituiti in autorità (senatorium) a ricevere le offerte; passava quindi a quello delle matrone; il vescovo di turno riceveva le offerte del clero; alcuni sacerdoti quelle del popolo dalla pergula che chiudeva il luogo sacro riservato al presbiterio. Ognuno recava la formella del pane; i vescovi, i preti, i diaconi ed i maggiorenti fra i laici, anche ampolle di vino dette amulae, i cantori perché occupati nel canto che accompagnava le cerimonie offeroriali (cosi spiega Amalario) offrivano l'acqua nella persona di uno dei maestri detto archiparophonista. Quello che si faceva a Roma, si compiva con i necessari adattamenti cerimoniali nelle altre città.

Già nella descrizione della Messa romana, fatta da un anonimo franco della seconda metà del sec. viri, il diacono offre al pontefice la patena ed egli «susa proprias duas (oblationes) accipiens in manus suas : elevans oculis et manibus cum ipsis ad coelum, orat ad Deum secrete et completo oratione, ponit eas super altare" (Ordo XV, 33 : ed. M. Andrieu, Les Ordines Romant du haut moyen age, III, Lovanio 1951, p. 102; v. anche p. 71, n. 1). Il segno della Croce s'introdusse nel sec. xII (Durando, Rationale divinorum officiorum, 4, 30, 17). Il calice invece era collocato senz'altro dal diacono sull'altare alla destra delle oblate, sino a quando, per influsso gallicano (Amalario, De ecclesiastici officiis, proof. alt.: PL 103, 992) fu collocato dietro l'Ostia. Ed anche quando s'introdusse l'Offerimus, lo recitava soltanto il diacono; Durando di Mende (m. nel 1296) per primo avverte che nella recita si accocia il sacerdote che, alla fine del sec. xv, Giovanni Burcardo indica come offerente del calice, accompagnato nel gesto e nelle parole dal diacono; così rimase nel Messale di Pio V.

Il canto. - Le cerimonie dell'Offertorium sono accompagnate da un canto detto antiphona ad Offertorium. Tacciono le più antiche testimonianze romane: solo l'Ordo Romanus I vi accenna dicendo che la schola cessava di cantare su invito del pontefice, quando appunto la presentazione delle offerte era terminata; sembra però doversi ritenere almeno del sec. v, comunque prima di s. Gregorio Magno. Era in origine un canto antifonico eseguito da due parti; Milano ha conservato (ancora più nei manoscritti) spesso con l'antifona il versetto, qualche volta anche due; ma questo era pure l'antico uso romano. Lo sviluppo dei riti offertoriali, richiedenti maggior spazio di tempo, trasformò il canto da corole in responsoriale e come tale giunse a Roma, poiché gli offertori vi appaiono già "lussureggianti nella loro ricchissima veste melodica, ed i versetti, dei parofonisti soprattutto, si mostrano ornati con tutta la virtuosità dell'arte del solista " (P. Wagner). Appunto per la loro origine la maggior parte dei testi più antichi è presa dal Salterio : quelli derivati da altre fonti solitamente non sono primitivi, soprattutto se storici. Si deve notare poi come i testi generalmente prescindano dal momento liturgico e spesso anche dalla festa celebrata, per limitarsi a dire la gioia dell'assemblea.

La riforma tridentina tolse ogni ripetizione fuorché negli Offertori della XVI e XXIII domenica dopo Pentecoste.

BibL.: P. Wagner, Origine e sviluppo del canto gregoriano, Siena 1910; C. Ott, I versetti ambrosiani e gregoriani dell'O., in Rasc. gregor., 9 (1909), p. 499; id., Offertoriale sive versus offertorium cantus gregoriani, Berlino 1935; P. Batiffol, Lecons sur la Meste, Parigi 1927, pp. 139-65; J. Coppens, L'offrande des fidèles dans la liturg. Eucharist. ancienne, Mont-César-Lovanio 1927, pp. 99-123; id., Les prières de l'Offertoire et le rite de l'offrande, Origines et développement, ivi 1928, pp. 185-96; B. Capelle, Quête et Offertoire, in La Maison-Dieu, 6 (1950), pp. 121-40; O. Heiming, Offertori romani pregregoriani della liturgia milanese, in Ambrosius, 8 (1930), pp. 83-88; G. J. Booth, The offertory rite in the Ordo rom. primus, Washington 1948; J. A. Jungmann, Misurum sollemnia, II, Vienna 1948, pp. 1-121; A. Clark, The function of the Offertory Rite in the Mass, in Ephem. liturg., 63 (1950), pp. 309-44.

Enrico Cattaneo
OFITI. - Nome di un gruppo di gnostici, che deriva dal rilievo da essi dato al serpente nel racconto del paradiso.

Questi gnostici erano originariamente o giudei o giudei-cristiani, perché furono denominati Naassim dal

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(da TA. J. Westrepp, Irish Etnographical cellention, Dublino (II), (iss. tre p. $W$ e II) Ogamica, scrittura - Pietra con s. o. - Ardmore (Irlanda), Cattedrale.
nome ebraico nāhā̄ del serpente. Ė dunque sbagliata l'ipotesi di H. Leisegang (in Eranos-fahrbuch, 1939 [Zurigo 1940], p. 206) che vuole dedurre la setta gnostica degli O. da un ambiente ellenistico. La parentela degli O. con gnostici che parlavano del patriarca Seth (i cosiddetti Sethiani) e con i Perati, che erano ugualmente aderenti a una gnosi giudaica, ci dirige verso una gnosi giudea o giudeo-cristano. Questi gnostici erano conosciuti da Ireneo (v. Haer., I, 30 St=1 28 Harv) che li identifica proprio con i Sethiani; li conosce anche Celso (v. Origene, Contra Cels., VI, 21 sg.) ed Epilänio, Haer., 76 (cf. Ps. Tertulliano, Adv. onnes haer., 2; Filastrio, Haer., 1, p. 2, 9 Marx) parla a lungo di loro. Si tratta sempre della trasmissione della gnosi, cioè della conoscenza, grazie al serpente, del bene e del male che il dio creatore giudaico non aveva voluto rivelare agli uomini nel paradiso. Fa dunque parte integrale di questa gnosi l'opposizione al concetto giudaico di un Dio creatore. Probabilmente questa setta giudaica veniva dalla Mesopotamia, dove ne è rimasto sempre un ramo, ma più tardi si diffuse anche nell'Occidente (a Roma? già nel sec. II), specialmente in Egitto. Questa gnosi era antecedente a Valentino e sembra che non l'ellenismo, ma una speculazione giudea (o giudeoiranica) sia stata alla sua base.

Si noti che non il simbolo del serpente, come da principio si era detto (v. Comptes rendus de l'Acad. des Inscript. et Belles Lett., 1948, p. 89), ma la croce ansata era la decorazione della copertura di cuoio su uno dei nuovi manoscritti gnostici di Nag-Hammadi; v. Puech, op. cit. in bibl., p. 95.

Bibl.: R. A. Lipsius, Uber die nphitischen Systeme, in Zeitschr. für wissenschaft Theol., 1863, p. 410 sg.; Honig, Die Ophiten, Berlino 1899; E. Amann, Ophite, in DThC, XI, 1063 sg.; G. Bornkamm, Ophites, in Pauly-Wissowa, XVIII, i. 654-58; T. Hopfner, in Choristeria A. Rzach, Reichenberg 1930, p. 86 sg.; G. Scholem, in Zeitschr. für neutest. Wissensch., 1931, p. 170 sg.; H. Ch. Puech, Les nouveaux écrits gnostiques, in Coptet Studier in honour of W. E. Crum, Boston 1950, p. 51 sg.; specialmente p. 146 sg.

OGAMICA, SCRITTURA. - Da Ogma, Ogmu, Ogmios, il dio celtico dell'eloquenza e della scrittura, che Luciano (Hercules, I; ca. 175 d. C.) descrive ve-
stito di pelle di leone, con clava, onde il suo ravvicinamento ad Ercole, portante uomini appesi con catene alla sua lingua, quasi pendenti dal fascino della parola.

Nel ciclo mitologico irlandese Ogma è un eroe che combatte contro i Fomoriani, i primi oscuri dominatori dell'isola. A lui si attribuisce la s. o. di cui l'irlandese Libro di Ballymute (sec. XV), congerie di materiali diversi, contiene una serie di notizie che hanno facilitato l'interpretazione dei superstiti esemplari di questa scrittura (ca. 360 iscrizioni). Essa consiste in una serie di linee (aggruppate da i a 5) e disposte diritte od oblique, al di sopra, al di sotto o in mezzo alla linea d'angolo della pietra. Linee più brevi diritte o punti indicano le vocali.

La maggior parte delle pietre ogamiche appartiene ai tempi pagani dell'isola e proviene specialmente dalle contee del sud, Kerry, Cork e Waterford, ma talune sono posteriori all'apostolato di s. Patrizio. Sono di contenuto funerario e riferiscono in genitivo possessivo il nome del defunto e il grado di parentela: figlio, avo, nipote di...; raramente nomi di clan o di rango.

Bibl.: H. D'Arbois de Jubainville, Le cycle mytholog. irlandais (Cours de littér. celtique, 2), Parigi 1884, p. 306; D. Hyde, A literary history of Ireland, Londra 1901; E. Hull, A Text Book of Irish Liter., I, Dublino 1906, p. 247; Th. J. Westrepp, Irish ethnogr. collect. (Guide to the Collect. of irish antig., 5), Dublino 1911, p. 9; F. Koepp, Ogmien, Bemerkungen zur gallischen Kunst, in Bonner Jahrbücher, 125 (1919), p. 38 sg.; W. Krause, Religion der Kelten (Bilderatlas zur Religionsgesch., 17), Lipsia 1933, p. xi; J. G. Février, Hist. de l'Ecriture, Parigi 1948, pp. 317-21. Nicola Turchi
OGDENSBURG, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Nuova York (U.S.A.). La diocesi, suffraganea di Nuova York, ha una superfice di 12.036 migliaq. e ha una popolazione totale (1950) di 344.053 ab., dei quali 124.433 sono cattolici; 215 sacerdoti diocesani e religiosi di 8 congregazioni diverse esercitano il sacro ministero nelle 113 parrocchie, 21 cappelle e 41 missioni della diocesi. Vi sono 1 seminario diocesano, 5 seminari o scolasticati religiosi, 2 orfanotrofi e 4 ospedali; 16 congregazioni femminili lavorano nelle scuole, negli ospedali e negli orfanotrofi.

Nel 1749, il subjiziano François Picquet eresse il Forte della Presentazione per proteggere i moluccbs cristiani. I primi abitanti di razza bianca del territorio furono protestanti. Verso il 1790, gli acadiani si stabilirono sulla riva del Lago Champlain e furono visitati da missionari venuti dal Canadà. Nel 1838, dopo la ribellione di Papineau (nel Canadà) nel 1838, parecchi cattolici canadesi vi si stabilirono e molti irlandesi, spinti dalla carestia che infieriva allora in Irlanda.

Bibl.: J. G. Shen, History of the catholic church in the United States, IV, Nuova York 1892, pp. 478-81; The Official catholic directory, 1930, Ivi 1950, pp. 442-45. Gastone Carrièr
"O GENTE FELIX OSPITA". - Inno delle Lodi nell'Ufficio della festa della S. Famiglia, composto da Leone XIII.

L'umile famiglia di Nazareth è proposta come modello alle famiglie cristiane.
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(da J. G. Février, Histoire de s'écriture, Parigi (858, p. 332) Ogamica, scrittura - Caratteri ogamici secondo i cinque gruppi o famiglie (l'ultima comprende segni tardivi e abnormi dallo schematismo degli originali).

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Birl.: V. Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondov1 1932, pp. 128-29; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1948, pp. 102-103.

Silverio Mattei
OGGETTIVISMO. - T'endenza o indirizzo, comune a sistemi filosofici anche diversi, secondo cui la conoscenza non attinge soltanto fenomeni o modificazioni del soggetto (v.), ma si riferisce e si commisura alla realtà in sé, effettiva. Dal campo strettamente gnoseologico, esteso a quello scientifico, etico, estetico, religioso ecc., o. indica la concezione secondo cui scienza, etica, arte, religione, ecc. sono fondate sulla realtà e sull'essere, e sui loro valori ontologici.

Ulteriori determinazioni di o. sono in funzione del significato attribuito all'oggettività. Oggettivo, nel senso più corrente, è ciò che appartiene all'oggetto come realtà effettiva (all'oggetto ontologico-trascendente [v. OGGETTO]), e quindi vale e deve valere universalmente. Si oppone pertanto a ciò che è soggettivo, sia nel senso di «appartenente alle pure modalità e condizioni soggettive della conoscenza ", sia nel senso di "individuale e relativo». Va notato che l'oggettività non è riferita né può riferirsi alla realtà come è in sé indipendentemente dalla conoscenza, poiché una tale realtà sarebbe inattingibile : oggettività è quindi, in senso ontologico, ciò che si presenta e si fa valere nella conoscenza come reale, effettivo e pertanto universale; in senso gnoseologico, è la corrispondenza del conoscere a ciò che è reale, effettivo: corrispondenza che si rivela nei caratteri di necess