noscenza, poiché una tale realtà sarebbe inattingibile : oggettività è quindi, in senso ontologico, ciò che si presenta e si fa valere nella conoscenza come reale, effettivo e pertanto universale; in senso gnoseologico, è la corrispondenza del conoscere a ciò che è reale, effettivo: corrispondenza che si rivela nei caratteri di necessità, universalità e assolutezza che accompagnano l'appercezione e affermazione intellettuale (v. GIUDIZIO).
Nell'ultimo senso indicato oggettivistica è la filosofia di Platone, di Aristotele, e, nelle sue principali correnti, la scolastica (v.). Nella filosofia moderna l'o. è diffiso particolarmente da Descartes, che ritiene la ragione, per la sue derivazione divina, conforme per se stessa alla realtà. Oggettivistico è anche il sistema dello Spinoza: "ordo et connexio idearum est idem ac ordo et connexio rerum"; "id quod in intellectu obiective continetur debet necessario in natura dari" (Ethica, parte $2^{\text {a }}$, prop. 7 ; parte $1^{\text {a }}$, prop. 30). In Kant oggetto proprio della conoscenza è solo ciò che viene dato nell'intuizione (v.) e siccome alla conoscenza umana sono possibili solo intuizioni sensibili, soltanto le rappresentazioni nello spazio e nel tempo (fenomeni) sono oggetti della nostra conoscenza. I concetti invece o categorie dell'intelletto (contrariamente a quanto riteneva il razionalismo ) "sono semplici forme del pensiero senza realtà oggettiva"; "acquistano realtà oggettiva, cioè applicazione ad oggetti che ci possono essere dati nell'intuizione, ma solo come fenomeni" (Kritik der r. V. Transzend. Logik, 1. I, cap. 2, §§ 23, 24). L'oggettività della conoscenza intellettuale è quindi, per Kant, non la sua conformità a un ordine di valori intelligibili reali, bensì unicamente la sua riferibilità e applicabilità (a priori e quindi universale e necessaria) alle intuizioni sensibili come fenomeni. In Hegel (v.) oggettività ha un doppio senso : a) «star di fronte al concetto per sé stante», 8) «esser ciò che è in sé e per sé»: nel primo senso l'oggettivo è il mondo come distinto dall'io, che l'io in lotta infinita assorbe e risolve in sé; nel senso opposto "l'oggettivo significa quello che è in sé e per sé, quello che è senza limitazione e senza opposizione", ossia "l'essere in sé e per sé del concetto" (Wissenschaft der Logik, III, sez. $2^{\text {a }}$; trad it. di A. Moni, Bari 1925, p. 185). In questo senso l'idealismo hegeliano, per la sua assoluta risoluzione del reale nel concetto, è o. assoluto. Analogamente G. Gentile: "L'attualista vuole il binomio soggetto-oggetto nella loro assoluta opposizione; ma... vuole, oltre l'opposizione, l'unità dei due termini" (Introduzione alla filosofia, Mi-lano-Roma 1933, p. 262). "L'assertore dell'attualismo è più oggettivista del suo critico" (ibid., p. 263), in quanto riconosce la totalità dell'oggetto nella concretezza del suo principio (l'atto) e non, astrattamente, avulso da esso. In Windelband e in genere nella teoria dei valori (Russel,
Scheler) o. indica non il riferirsi della conoscenza a una realtà effettiva in sé (realismo), bensì alla pura idealità dei valori, i quali tuttavia hanno una consistenza "oggettiva" indipendente dai singoli soggetti.
Biel.: A. Lalande, Objectif, in Vocab. technique et critique de la philos., $2^{\text {a }}$ ed., Parigi 1947, pp. 678-83; V. La Via, Il problema della fondazione della filosofia e l'a. antico, $2^{\text {a }}$ ed., Roma s. a. ( $1^{\text {a }}$ ed., Varese 1936); J. Marcébal, Le point de départ de la métaphysique, V, $2^{\text {a }}$ ed., Bruxelles e Parigi 1949, passim (cf. indice, p. 616); U. Viglino, Oggettività del pensiero, in Eantex docete, 2 (1949), pp. 64-83; V. anche: CONOSCENZA; GIUDIZIO; IDEALISMO; VERITÀ.
Ugo Viglino
OGGETTO. - Da ob-icere (ob-iectum, gr. ὠντsæ(ijevov) è ciò che sta di fronte, che è posto innanzi. Implica pertanto, etimologicamente, un rapporto di presenza di qualcosa a qualcuno: non, quindi, una pura realtà in sé, ma nelle sue possibili relazioni a un soggetto (v.). Nel significato corrente o. vale, in genere, "cosa", "argomento" (ad es. : o. di un discorso, di un processo).
Nell'uso filosofico il termine ha due riferimenti principali :
a) o. è il termine cui si rapporta una facoltà, una tendenza, un atto, un'abitudine (il bene o. della volontà, l'espressione estetica o. dell'arte, l'ossequio e il culto a Dio o. della religione, ecc.). Analogo il significato di o. riferito a scienza : dove è tradizionale la distinzione dell'o. in materiale (la realtà, il contenuto o argomento preso in considerazione da una scienza) e formale (l'aspetto caratteristico sotto cui una scienza considera la sua materia) : p. es., l'uomo (o. materiale) studiato dalla scienze sociologiche nell'esplicazione delle sue attività di relazione (o. formale). Tale distinzione peraltro si applica anche a o. come termine di una facoltà : in questo senso o. formale o detto da s. Tommaso "illud sub cuius ratione omnia referuntur ad potentiam" (Sum. Theol., I ${ }^{\text {a }}$, q. 1, a. 7, c.): così il colore è o. formale (sub quo) della vista, mentre le cose colorate sono suo o. materiale. S. Tommaso, con Aristotele, distingue ancora l'o. "comune" che può essere termine di facoltà anche specificamente diverse (p. es., lo spazio o. della vista e del tatto), e l'o. "proprio" "quod est primo et per se cognitum a virtute cognoscitiva" (ibid., q. 85, a. 8, c.). Dall'o. formale-proprio il tomismo deriva la specificazione delle facoltà e degli atti (ibid., q. 77, a. 3, c.; cf. $1^{\mathrm{a}}-\mathrm{a}^{\mathrm{ac}}$, q. 18, a. 2 e III Sent., dist. 27, q. 2, a. 4, q. 1 ad 3).
b) O., con significato essenzialmente gnoseologico, e contrapposto a soggetto (v.), è il contenuto e termine della conoscenza. Esso ha assunto nella storia della filosofia determinazioni assai diverse, in rapporto alle varie interpretazioni metafisiche della conoscenza stessa. Nella scolastica medievale l'espressione "esse obiectivum" indica frequentemente la forma di essere rappresentativo che un contenuto ha nella conoscenza, mentre "esse subiectivum ", è la modificazione reale che un atto di conoscenza importa come forma della mente : "esse obiective idem est quod esse in prospectu intellectus" (Erveo di Nedellec, Quodl., I, 1; cf. M. De Wulf, Storia della filos. mediev., III, trad. it. di V. Miano, Firenze 1949, pp. 58-59 e 40 [per Occam]). Ma accanto a questo senso c'è già l'opposto uso moderno che identifica o. con "cosa in sé " contraddistinta dal soggetto conoscente e dalla stessa immagine rappresentativa: "obiectum non potest secundum se esse praesens intellectui nostro et ideo consequitur species quae est praesens, quae supplet vicem obiecti" (Duns Scoto, Reportationes, I, 36, q. 2, 34; G. Occam, Sent., II, 15 : cf. De Wulf, op. cit., p. 15). La stessa accezione in Campanella: "resliter agunt in nos obiecta" (Metaph., I, 38). In Cartesio coesistono il senso medievale e quello moderno: "una cosa esiste oggettivamente o per rappresentazione nella mente, per mezzo della sua idea ", mentre "esistere formalmente e di fatto " appartiene alle cause delle idee (Medit., III; trad. it. di A. Tilgher, I, Bari 1938, pp. 122-13, 124); ma insieme : o. è la realtà "fuori di me" cui possono essere e non essere simili le idee (ibid., pp. 109-10; cf. Princ. philos., I, 70; Passiones, I, 23). In Berkeley (v.) o. è il
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contenuto immanente della conoscenza e cioè la stessa idea (v.): "gli o. del sapere umano sono idee»; "l'o. e la sensazione sono la stessa cosa e perciò non si può separare l'uno dall'altra" (Principles, trad. it. di G. Papini, Bari 1925, pp. 27-28; cf. Siris, § 292). Analoga accezione in Hume (Travise of human nature, parte $4^{a}$, sez. $2^{a}$ ). In Kant non manca l'uso di o. come realtà effettiva: "Spatium non est aliquid obiectivi seu realis... sed subiectivum et ideale" (De mundi sens. atque intell. forma et princ., § 15); ma poi, nella Critica o. è la rappresentazione conoscitiva (fenomeno [v.]), distinta dalla cosa in sé, sebbene a questa rapportata per via dell'intuizione empirica (v. oggettivismo). In Fichte (v.) o. è lo stesso Soggetto assoluto come termine a se stesso della propria rappresentazione: "L'Io rappresenta se stesso... e solo allora è Qualcosa, un o. v; "L'Io originariamente pone assolutamente il proprio essere" per cui "l'Io è necessariamente identità del Soggetto e dell'O.: Soggetto-O." (Wissenschaftslehre, trad. it. di A. Tilgher, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Bari 1925, pp. 57-58). Anche Schopenhauer (v.) distingue l'o. dalla cosa in sé: "L'O. non è cosa in sé; ma esso è, come o. empirico, reale"; "tutto ciò che esiste per la conoscenza, adunque questo mondo intero, è solamente o. in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce: in una parola, rappresentazione" (Die Welt, etc., II, cap. 2; trad. it. di G. De Lorenzo, II, Bari 1930, p. 29 e I, ivi 1928, pp. 3-4). N. Hartmann (Metaph. der Erkenntnis, I, cap. 8) distingue quattro significati di o.: "ciò che è effettivamente conosciuto (objectum); ciò che è ancora da conoscersi (abijcendum); ciò che non è di fatto conosciuto (transoggettivo); infine ciò che non è conoscibile (irrazionale o transintelligibile). Dall'o. inteso in questi 4 sensi va distinta la creazione [la rappresentazione] realizzata nella coscienza".
In una concezione realistica della conoscenza sembra doversi ammettere una distinzione fondamentale di o.: l'o. immanente (intorno, gnoseologico, attuale) e l'o. trascendente (esterno, ontologico, potenziale). O. immanente è il contenuto intrinseco della rappresentazione conoscitiva: in questo senso esso coincide con il "dato" della conoscenza; o. trascendente è la realtà in sé cui eventualmente si rapporta l'o. immanente. La conoscenza ammette o. puramente immanenti, che, come tali, non hanno effettiva consistenza fuori della coscienza (pure immaginazioni, entità logiche, ecc.). Ma nel suo complesso la conoscenza umana si rapporta a un o. ontologico, trascendente: la realtà in sé, il mondo sensibile-intelligibile, Tuttavia, per il limite, la storicità e il margine di relatività inerente alla conoscenza umana, essa non comporta, per nessun o. reale-ontologico, una piena adeguazione e coincidenza fra l'o. immanente e l'o. trascendente (v. conOSCENZA).
BibL.: oltre le opere citate, v. A. Lalande, Vocab. teche. et critique de la philos., $5^{\mathrm{a}}$ ed., Parigi 1947, pp. 684-85. Ampia informazione storica in R. Eisler, Wörterbuch d. philos. Begriffe, II, $4^{a}$ ed., Berlino 1929, pp. 274-228; S. Adamczy, De obiecte formali intellectus nostri (diss.), Roma 1933; A. Guzzo, Lio e la ragione, Brescia 1947, pp. 111-21; J. Maréchal, Le point de départ de la métaphysique, V. $2^{\mathrm{a}}$ ed., Bruxelles-Parigi 1949, pp. 349-53, 519-28 e passim (v. indice, p. 616). V. anche ai singoli autori, e inoltre : CONCETTO; CONOSCENZA; IDEALISMO; VZARTA.
Ugo Viglino
OGILVIE (Ogilby), John, beato. - Gesuita, martire, n. a Drum-na-Keith (Scozia) nel 1580, m. a Glasgow il 10 marzo 1615.
Educato come calvinista, fece un lungo soggiorno di 21 anni all'estero, durante i quali abiurò a Lovanio nelle mani del p. Cornelio a Lapide ( 1596 ), entrò nella Compagnia di Gesù (1599), compl gli studi, fu ordinato sacerdote (1610) e rientrò in patria (1613) per difendere e rissimare la fede cattolica. Ma per quanto svolgesse la sua attività segretamente e travestito in vari modi, fu tradito da un falso fratello e cadde ben presto nelle mani del governo. La prigionia fu tutta una crudele tortura per fiaccarne le forze; ma invano. Fu condannato come traditore e impiccato. Fu beatificato da Pio XI il 22 dic. 1929.
In carcere scrisse un'autobiografia, compita poi dai testimoni oculari della sua morte, pubblicata con il titolo di Relatio incarcerationis (Douai 1615). Festa il 10 marzo.
BibL.: J. Forbes, 7. O. écussais jémite, Parigi 1901; W. E. Brown, 7. O., an Account of his life and death with a translation of the document relating thereto, Londra 1925; C. Tessore, I martiri inglesi d'Inghilterra e di Scozia, Isola del Liri 1934, pp. 341-72. Celestino Tessore
OGLERIO di Trino, beato. - Abate cistercense, m. il 10 sett. 1214. Da ca. il 1205 fino alla morte fu abate del monastero di S. Maria di Lucedio presso Trino Vercellese. Il suo culto ab immemorabili fu confermato da Pio IX l'8 apr. 1875.
Il cod. di Staffaeda del sec. siII (Torino, Biblioteca dell'Università : E. V. 4; Lat. 761) gli ascrive il Tractatus in laudibus s. Dei Genitricis, raccolta di sermoni diretti a religiose, composta prima del 1206, e la Expositio super Evangelium in Coena Domini in 13 omelie, scritte, già abate, per i suoi monaci; quest'ultima nelle edizioni più antiche delle opere bernardine venne attribuita a s. Bernardo. E altrettanto vale per il sermone Quis dabit del Tractatus (G. B. Adriani [v. bibl.], pp. 80-90), edito sotto il titolo: Tractatus b. Bernardi de lamentatione V. Mariae (cf. E. De Levis, Anecdota sacra, Torino 1789, pp. 60-99).
Le idee religiose e l'esposizione, ridondante di espressioni bibliche e di reminiscenze liturgiche, spesso in forma di commosso ed incalzante colloquio, si ispirano al clima ascetico ed al linguaggio delle opere bernardine e cistercensi dell'epoca; ma O. a riguardo dell'Immacolata Concezione nell' Expositio (G. B. Adriani, p. 226) si distacca dalla sentenza negativa di s. Bernardo, precedentemente seguita (Tractatus, in G. B. Adriani, p. 3), con una vigorosa affermazione di tale singolare privilegio di Maria.
BibL.: le opere di O. sono state pubblicate da G. B. Adriani, B. Oglerii de Tridino opera quae supersunt, Torino 1873. Studi : G. A. Irico, Dissertatio de s. O., Milano 1745; G. M. Raviola, Vita del b. O., Trino 1667; E. Colli, Il b. O., Casale 1914. Giuseppe Ferraris
OGLIASTRA, DIOCESI di. - In provincia di Nuoro con residenza vescovile in Lanusei.
Ha una superfice di 2461 kmq . con una popolazione di 55.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 28 parrocchie servite da 49 sacerdoti diocesani e 8 regolari, ha 1 seminario, 1 comunità religiosa maschile e 8 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 299).
Nel medioevo questa regione orientale della Sardegna fu detta Barbagia o Barbaria, denominazione anche di una diocesi corrispondente a questo territorio. La diocesi fu creata dal papa Leone XII l'11 nov. 1824 per amenderamento dell'arcidiocesi di Cagliari, su istanza di Carlo Felice I, re di Sardegna, quale suffraganea di Cagliari, come è tuttora. Primo vescovo fu mons. Serafino Carchero, poi traslato a Bisarchio nel 1834.
BibL.: C. Serzo, La Barbagia e i barbarini, Cagliari 1911; P. Sella, Rationes decimarum Italiae nei secc. XIII e XIV (Studi e text, 113), Città del Vaticano 1945, nn. 1386, 1646, 1852, 2302.
Enrico Ioni
"O GLORIOSA VIRGINUM". - Inno delle Lodi nell'Ufficio del Comune delle feste della Madonna, composto da Venanzio Fortunato.
Pieno di ammirazione per la Vergine, il poeta esalta colei che ha dato umana carne al suo creatore e che gode con lui, ora, della gloria dei cieli. Come infatti per Eva venne al mondo la morte, per Maria si è avuta la vita, di cui tutti i fedeli esaltano. Ai pellegrini del mondo, piangenti in questa valle di lacrime, apra ora la Vergine le porte del cielo.
BibL.: L. Venturi, Gli inni della Chiesa, Firenze 1888, pp.340-43; C. Albini, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., pp. 457 460; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1948, p. 161.
Silvette Menei
OGNISSANTI (festum omnium Sanctorum). - La festa di O. ( $1^{\circ}$ nov.) non è solamente destinata ad onorare i santi, propriamente detti, ma nell'intenzione della Chiesa essa comprende anche tutti i fedeli trapassati in grazia e giunti alla glorificazione definitiva del Paradiso. Questa idea si trova fondamentalmente espressa già nella S. Scrittura, soprattutto nell'Apocalisse, nelle molteplici descrizioni della
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gloria dei santi, cioè dei Christifideles che hanno raggiunto la celeste Gerusalemme. Con questa festa si è voluto nel medioevo supplire in qualche modo a tutto ciò che avrebbe potuto mancare nelle feste particolari. Infatti Urbano IV, in un canone approvato dal Concilio di Vienne (1311-12) inserito poi nelle Clementine (can. Si Dominum: de reliquiis et venerations Sanctorum, III, 16 in Clem.) dice espressamente : "ut in hac ipsorum celebratione communi quodquod in propriis ipsorum festivitatibus omissum exsisteret, solveretur».
La festa di O. fu considerata sin dal medioevo di grado così elevato che nessun'altra, neppure la dedicazione della propria chiesa, la poteva sorpassare. Ha ottava comune, la quale però attualmente passa in secondo ordine a causa dell'ottavario dei morti.
I. Storia a varie date della festa. - In origine con questa festa si è innanzi tutto voluto onorare tutti i martiri ed ogni Chiesa scelse all'uopo una data particolare. Le principali sono:
1) 6 apr. Nel Martirologio siriaco (ed. H. Lietzmann, Die drei ältesten Martyrologien, 2a ed., Bonn 1911, p. 10) scritto nel 411-12 ad Edessa, appare, sotto la data 6 apr., e con la specificazione "venerdí dopo Pasqua", una memoria di tutti i martiri : la coincidenza fra queste date e il venerdí dopo Pasqua si ebbe nella seconda metà del sec. Iv (data d'origine del Martirologio predetto) negli aa. $367,378,389$ e 400 , il che fa supporre che la suddetta commemorazione abbia avuto origine in uno di quegli anni nella città di Nisibi indicata nel lemma.
2) 17 e 20 apr. In alcuni libri liturgici irlandesi e inglesi appare nei secc. rX-x la doppia data del 17 e 20 apr.; alla prima data la festa di tutti i santi martiri, alla seconda data di tutti i santi dell'Irlanda, della Britannia, e dell'Europa (Martyrologio di Oengus e di Tallaght, cf. Martyr. Romanum, p. 489). L'origine e la durata di queste celebrazioni restano completamente oscure.
3) 13 maggio. Mentre nella Siria orientale per la celebrazione di tutti i martiri invalse il 6 apr., nella Siria occidentale invece si sa da s. Efrem (m. nel 378) che la festa "di tutti martiri della terra" aveva luogo il 13 maggio (cf. G. Bickell, Carmina Nisibena, Lipsia 1886, p. 23; id., in Theol. Quartalschr., 48 [1866], p. 467). In questo stesso giomo, nel 609, papa Bonifacio IV procedette alla consacrazione del Pantheon di Roma cedutogli dall'imperatore Foca, trasformandolo in "ecclesiam b. Mariae semper virginis et omnium martyrum" (Lib. Pont., I, p. 313; R. ValentiniG. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 251-50; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 292-94). La scelta di questo giorno, che nel 609 cadeva di martedì, per la predetta dedicazione è stata forse influenzata dalla festa siriaca, poiché a quell'epoca la dedicazione di una chiesa avveniva regolarmente di domenica.
Beda il Venerabile, nella Historia Anglorum (II, 4: PL 95, 88), fa un confronto fra il Pantheon come "simulacrum omnium deorum" e come chiesa di tutti i martiri, "ut exclusa multitudine daemonum, multitudo ibi Sanctorum memoriam haberet s, idea ripetuta poi da tutti gli autori medievali, da Paolo Diacono (Historia Langobardorum, IV, 37 : PL 95, 570) a Durando, Beleth, Siccardo. Il Baronio nella sue note al Martirologio romano dice che il Papa fece trasportare in quella occasione al Pantheon 20 carri carichi di ossa di martiri; ma tale notizia è priva di fondamento.
Come d'uso, l'anniversario della dedicazione del Pantheon fu celebrata annualmente; e, se si deve prestar fede a notizie posteriori, questa celebrazione sarebbe diventata talmente famosa che il grande afflusso dei pellegrini avrebbe creato alle volte serie difficoltà di vettovagliamento, come si dirà in seguito.
4) 17 maggio-20 giugno, ossia la $1^{\text {A }}$ domenica dopo Pentecoste. Un'altra data importante nella storia complessa della festa di O. è quella di una solennità in onore dei martiri, da celebrarsi nella $1^{2}$ domenica dopo Pente-
coste che può oscillare fra le due date sopra indicate. La prima sicura notizia di una celebrazione liturgica di tutti i martiri in questa domenica la si trova in s. Giovanni Crisostomo, il quale vi tenne la Laudatio Sanctorum omnium qui martyrum toto terrarum orbe passi sunt (PG 50, 705-12) in cui collega il ricordo di tutti i martiri con la discesa dello Spirito Santo. La $\chi \cup \rho \alpha \times \dot{\eta} \tau \tilde{\omega} \nu \dot{\alpha} \gamma \omega \nu \pi \alpha \dot{\alpha} \nu \tau \omega$ si trova infatti anche in seguito in vari calendari orientali, e perfino nel Lezionario di Würzburg (sec. vi) e in quello di Murbach (sec. viII) nei quali la domenica dopo Pentecoste è intitolata: Natale Sanctorum o In natali sanctorum (cf. G. Morin, Le plus ancien Comes de l'Eglise romaine, in Rev. binéd., 27 [1910], p. 41 sgg .), ciò che indica, trattandosi di libri liturgici prettamente romani, che almeno per un certo tempo anche a Roma (o in qualche basilica romana) era invalso l'uso della celebrazione dei santi (martiri) nell'ottava di Pentecoste. D'altra parte le notizie di questi due lezionari rimasero senza seguito, e l'uso spazi rapidamente.
5) 20 maggio. La celebrazione dei santi martiri nell'ottava di Pentecoste passo pure più tardi in Bisanzio ad una data fissa, cioè al 20 maggio, come risulta dal Sinassario della Chiesa costantrimpolitana (Synav Eccl. Const., col. 698).
6) 10 nov. Dall'epoca carolingia in poi è diventata la data della festa d'O. per la Chiesa latina e anche per molte Chiese orientali. A dir vero, è difficile stabilire con chiarezza l'origine e gli sviluppi di questa data festiva. Le varie celebrazioni, finora recensite, erano dedicate quasi tutte alla memoria dei martiri; mentre la festa del 10 nov. divenne subito la celebrazione di tutti i santi indistintamente. Il Martirologio germinismo, i lezionari antichi romani fino al sec. viII, i Sacramentari gregoriano, gelasiano e gelasiano antico del sec. viII hanno tutti al $1^{\circ}$ nov. la sola festa di s. Cesario di Terracina, festa introdotta a Roma fra gli anni 538 e 603 (cf. Martyr. Hieronymianum, p. 581 ; Th. Klauser, Das römische Capitulare Evangeliorum, Münster in V. 1935; E. Donckel, Ausserrömische Heilige in Rom, Lussemburgo 1938; P. de Puniet, Le Sacramentaire romain de Gellone, in Ephemerides liturgicae, 52 [1938], pp. 158-59); gli Statuta quaedam s. Bonifacii, m. nel 754; v. Hefele-Leclercq, III, II, p. 923); il nota liturgista Amalario, ai tempi di Carlomagno e l'elenco delle feste pubblicate nel Concilio di Aquisgrana dell'809 (ibid., p. 1131) non fanno alcun accenno a questa festa. Però proprio nel sec. viII si riscontrano le prime notizie della festa di O. alla data del $1^{\circ}$ nov. Beda il venerabile (m. nel 753) nel suo Martirologio poetico (PL 94, 608) dedica alla festa un diotico, e ne parla nel suo Martirologio storico (PL 94, 1087), ove aggiunge la storia della dedicazione del Pantheon (gli accenni a Gregorio IV e Ludovico il Pio sono aggiunte posteriori). In questo stesso tempo, cioè sotto papa Gregorio III (731-41), ebbe luogo un fatto di notevole importanza per la storia della festa di O.; il Papa eresse e dedicò nella Basilica Vaticana un Oratorio, "in que recondidit in honore Salvatoris Sanctaeque eius Genetricis reliquias Sanctorum apostolorum vel omnium sanctorum martyrum ac confessorum, perfectorum, iustorum toto in orbe terrarum requiescentium " istituendo anche speciali servizi liturgici da farsi dai monaci dei tre monasteri esistenti intorno alla Basilica (Lib. Pont., I, pp. 421-22; Valentini-Zucchetti, op. cit., II, pp. 263-64). Dortunatamente non si conoscono l'anno e il giorno preciso di questa dedicazione, ché se fosse avvenuta il 10 nov. costituirebbe il fondamento della odierna solennità. Comunque l'arcivescovo Arnone di Salisburgo, nel celebre Sinodo di Riesbach, nell'ag. 798, prescrisse come di precetto la solennità di O. al $1^{\circ}$ nov. per tutta la Germania sud orientale (Hefele - Leclercq, III, II, p. 1108). Alcaino (m. nel 804) nel suo Lezionario nota la festa di O. e la sua vigilia (cf. A. Wilmart, Le Lectionnaire d'Alcuin, in Ephem. liturg, 51 [1937], p. 161). Nei Martirologi storici di Adone, di Usuardo e nelle aggiunte a quello di Beda, si trova la strana notizia, ricordata anche da Sigiberto di Gembloux (m. nel 1112) nel suo Chronicon (PL 160, 159) che cioè Gregorio IV ( $827-44$ ) chiese ed ottenne dall'imperatore Ludovico il Pio (814-40), e precisamente nell'anno 835, due anni dopo il memorabile incontro fra
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le due autorità presso Colmar, l'introduzione universale della festa di O. e alla data, stabilita dallo stesso Gregorio IV, cioè al $1^{\circ}$ nov. Il Bcleth (m. nel 1165), riferisce un fatto che non è possibile controllare da altre fonti, cioè che lo stesso Gregorio IV, viste le difficoltà di vettovagliamento ai numerosi pellegrini, soliti convenire a Roma per la celebrazione del 13 maggio, avrebbe trasferito la festività di tutti i santi a dopo il raccolto, e precisamente al $1^{\circ}$ nov. Ma tale data, come si è visto, era già conosciuta da più di un secolo. Comunque sia, dal sec. Ix in poi la festa di O. al $1^{\circ}$ nov. diventa comune, e penetra profondamente nella pietà cristiana.
II. Vigilia, otzera, particolari liturgici. - Il Lezionario di Alcuino è sinora il primo testo liturgico che recensisce la vigilia di O. (cf. A. Wilmart, art. cit., pp. 161, 173); essa si diffuse poi rapidamente con la generale accettazione della festa al $1^{\circ}$ nov., come vigilia penitenziale con digiuno e astinenza, legge conservata ancora dopo il CIC (can. $1252 \S 2$ ).
L'ottava della festa è anch'essa ricordata in testi molto antichi, ma divenne obbligatoria per tutta la Chiesa soltanto con Sisto IV, il quale la prescrisse dopo la caduta di Orranta nelle mani dei Turchi (1480), per ottenere con l'intercessione di tutti i santi la protezione della Chiesa. Radulfo di Rivo, lo strenuo difensore della liturgia romana contro i vari influssi e tendenze rilassatrici, insiste molto sul fatto che la festa di O. è di istituzione pontificia romana, e che quindi, cadendo di domenica, secondo l'antica prassi romana, si dovrebbero celebrare due Messe, della festa e della domenica, e si dovrebbe recitare il Credo "secondo Damaso" (v. Radulfo, Liber de off. eccl., c. 16; De can. observ., prop. XXIII : ed. K. Mohlberg, II, Parigi 1913, pp. 28, 156). Da Durando e altri liturgisti si sa che fino a Pio V le antifone e le lezioni erano disposte in maniera che la prima si riferisse alla S.ma Trinità, la seconda alla Madonna, la terza agli angeli, la quarta ai profeti, la quinta agli Apostoli, la sesta ai martiri, la settima ai confessori, l'ottava alle vergini e l'ultima a tutti i santi. Le lezioni furono recitate, incominciando dalla prima, dal vescovo o dal prelato, dal decano, e via via, finalmente l'ottava dai pueri, in abiti bianchi, spesso da un coro di almeno cinque, davanti all'altare della Madonna, con candele accese e grande solennità, S. Pio V cambiò Ufficio e Messa eliminandone l'accenno alla S.ma Trinità, ma rimasero diversi cenni alla Madonna e agli Angeli. Sotto il b. Pio X furono rifatti i responsori per l'ottava. Il sermone di Beda (sermo 28 de Sanctis) non è suo: ma appare anche con i nomi di s. Agostino, di Rabano Mauro, di Walafrido Strabone, ed è probabilmente dell'abate Elissacar di s. Massimino di Treviri. Anche il sermone di s. Giov. Crisostomo per il VII giorno dell'ottava non è suo, ma è opera di un ignoto latino (cf. G. Morin, Etudes, textes, découvertes, I, Maredsoue 1913, pp. 498-99).
Da notare finalmente che con i primi Vespri della festa di O. si cambiano le vesti corali, prendendo quelle invernali, con le cappe di pelliccia. Questo uso è attestato, per la Cappella pontificia e i cardinali, almeno sin dai tempi di Paris de Grassis e di Burcardo (intorno al 1500), ma anticamente e anche dopo il 1500 , fuori della Cappella papale, questo cambiamento era una particolarità della festa di s. Martino (II nov.).
III. Feste cumulative dei santi. - La stessa idea che portò all'introduzione di una festa collettiva, prima per tutti i martiri, successivamente per tutti i santi, ebbe applicazioni particolari anche nelle chiese e comunità, e ciò sin dal medioevo.
Basta indicare alcune di queste feste. Molte diocesi, soprattutto quelle più antiche, con molti santi antichi e medievali, hanno una festa omnium sanctorum episcoporum, sacerdotum, sanorumque exslesiae N. sanctorum (o con simili titoli), fissata in varie date, p. es., nella domenica dell'ottava di O., nella $1^{\text {a }}$ domenica di ag., o a date fisse. Altre diocesi hanno una festa di tutti i patroni celebrati in essa; nell'Irlanda esiste una festa di tutti i santi irlandesi (domenica dell'ottava di O.); l'Ordine benedettino celebra il 13 nov. la festa di tutti i santi del proprio Ordine, così pure i Gesuiti nella domenica dell'ottava di O., o i tre Ordini francescani il 29 nov. Dello stesso tipo è la
festa, molto diffusa, di tutti i ss. Apostoli, celebrata a modo di commemorazione nel giorno dei ss. Pietro e Paolo, o l'altra festa, assai divulgata, di tutti i sommi pontefici, spesso in data 4 luglio. In questa stessa linea sta la festa, molto diffusa, di tutte le sante reliquie di una chiesa o di una diocesi, generalmente entro l'ottava di O.
Recentemente, in occasione del Congresso internazionale dei Religiosi, tenutosi a Roma (1950), fu lanciata l'idea di una festa Omnium ss. Fundatorum, per i soli religiosi, per commemorare degnamente tutti questi santi che diedero alla Chiesa una nuova famiglia. Ma altri, non senza ragione, propongono, e per tutta la Chiesa, non solo una festa cumulativa di tutti i fondatori, ma anche, p. es., di tutti i ss. Dottori della Chiesa, visto e considerato che le condizioni del Santorale sono ormai assai precarie, sotto la continua e quasi irrefrenabile pressione di tanti santi che, secondo la prassi ordinaria, dovrebbero passare nel Calendario della Chiesa universale. Basta ricordare che i soli Dottori della Chiesa (n. 29) richiedono da soli quasi un intero mese dell'anno, mentre nei soli anni 1950 e 1951 sono stati inseriti nel catalogo dei santi io fondatori o fondatrici.
Comunque sia, l'istituzione di feste cumulative per gruppi di santi con identica fisionomia è da tempo in uso, e potrebbe, forse, costituire un mezzo utile per rimediare al sovraccarico dei calendari ecclesiastici.
BibL.: oltre i vecchi liturgisti, già citati nel corso della voce, e i liturgisti classici, come Gavanti, Catalani, Guyet ed altri, basta citare i seguenti : K. A. H. Kellner, L'anno exsleviat. e le feste dei santi, trad. n., $2^{\mathrm{a}}$ ed., Roma 1914, pp. 278-79; L. Eisenhofer, Handbuch der kath. Liturgik, I, Friburgo 1932, pp. 606-607; M. Righetti, Man. di stor. lit., II, Milano 1946, pp. 310-17; E. Munding, Die Kalendarien von St. Gallen, Beuron 1921; Martyr. Romanum, pp. 488-89. Giuseppe Löw
OGOJA, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Nella parte sud-orientale della Nigeria, affidata alla Società di S. Patrizio per le Missioni Estere (Irlanda). Fu eretta il 13 marzo 1938 con territorio distaccato dalla prefettura apostolica (ora diocesi) di Calabar.
Ha un'estensione di ca. 19.500 kmq . e nel 1950 una popolazione di ca. $750.000 \mathrm{ab} .$, di cui 13.026 cattolici e 12.200 catecumeni, i protestanti sono poche migliaia ed il resto pagani. Vi sono 23 sacerdoti esteri, 12 suore estere, 3 seminariati minori educati nel Seminario della diocesi di Calabar, 616 catechisti e 10 catechiste, 595 maestri e 10 maestre, 2 medici e 35 infermieri; 8 stazioni missionarie principali e 225 secondarie, 24 chiese e 201 cappelle; 1 ospedale, 8 villaggi di lebbrosi, 235 scuole.
BibL.: AAS. 30 (1938), pp. 329-30: MC, Roma 1950, pp. 117-18; A Catholic Directory of East Africa, Mombasa 1950, p. 174: Arch. di Prop. Fide, pos. post. n. 393-130. Carlo Corvo
OJETTI, BenedetTo. - Canonista, n. a Roma il 5 apr. 1862, m. ivi il 30 sett. 1932. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1878 e applicato alle scienze giuridiche, fu nominato nel 1896 professore di diritto canonico all'Università Gregoriana; nel 1898 trasferito alla cattedra di dogmatica; nel 1913 richiamato alla Facoltà di diritto, che tenne fin quasi alla morte.
Il dotto magistero, che gli procurò l'ammirazione del mondo giuridico, si concentrò in scritti di valore: oltre numerosi articoli in diversi periodici, scrisse: In jus antepianum et pianum ex decreto "Ne Temere», de forma celebrationis sponsalium et matrimonii commentarii (Roma 1908); Symopis rerum moralium et iuris pontificii (ivi 1899), opera di così immediata divulgazione da richiedere in breve tre edizioni (la $3^{\text {a }}$ in 4 voll., ivi 1909-14) e di sempre attuale valore scientifico; De Romana Curia. Commentarius in Conct. apostol. a Sapienti concilio e (ivi 1910); Commentarium in CIC (4 voll., ivi 1927-31), opera lasciata interrotta al can. 214 per la morte dell'autore.
Il p. O. fu inoltre consultore della S. Congr. Conci. storiale dei Sacramenti, del Concilio, di Propaganda, dei Riti, degli affari ecclesiastici straordinari e della Commissione per l'interpretazione autentica del diritto canonico, alla cui preparazione lavorò tra i primi con il card. P. Gasparri.
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Bibl.; A. Van Hove, Prolegomeno, $2^{2}$ ed., Malines-Roma 1945. pp. 598. 691. 638.
Celestino Testore
OKLAHOMA e TULSA, diocesi di. - Negli Stati Uniti d'America. La diocesi comprende lo Stato di O. e ha (1950) una popolazione totale di 2.230 .253 ab., di cui 75.748 cattolici. Il clero è composto di 124 sacerdoti diocesani e di 93 religiosi di 15 congregazioni diverse. Vi sono 108 parrocchie, 85 cappelle, 79 missioni, 22 congregazioni femminili, 2 seminari e scolasticati religiosi, I seminario diocesano, 2 collegi, I orfanotrofio, 12 ospedali.
I primi bianchi vennero dalla diocesi del Messico nel 1540 con Francesco Vásquez de Coronado e 300 spagnoli. Dal 161 in poi p. Juan de Sales e altri missionari spagnoli lavorarono fra le tribù indigene e nel 1682 La Salle prese possesso del paese, del quale O. fa parte, in nome di Luigi XIV. Perciò il territorio venne chiamato Luisiana.
Il 22 apr. 1889 il paese, prima riservato agli indigeni, fu aperto alla popolazione bianca e il territorio fu costituito in Stato nel 1907.
Prima del 1889 vi esercitarono l'apostolato soltanto alcuni religiosi. Mons. Isidoro Rabat, O. S. B., francese, fu nominato primo prefetto apostolico nel 1877 e il cattolicesimo deve molto a questo benedettino. Con bolla del 29 maggio 1891 fu costituito il vicariato apostolico dei territori indiani e mons. Teofilo Meerschaet, belga, venne eletto vescovo. Il 23 ag. 1905, Pio X creò la diocesi di O. e trasferì la sede da Gunthrie a O. Finalmente Pio XI modificò il territorio il 14 ott. 1930 per creare la diocesi di O. City e T.
Bibl.; J. G. Shea, History of the Catholic Church in the United States, IV, Nuova York 1892, pp. 38, 263-66, 697-59; AAS, 22 (1930), p. 334; The Official Catholic Directory 1930, Nuova York 1950, pp. 446-49. Gastone Carrière
OLAF I, Tryggvesson, re di Norvegia. - Pronipote del re Harald I Haarfagre, fondatore del regno di Norvegia, n. nel 969.
Combatté a fianco di Svend, re di Danimarca, contro gli Inglesi, quando i Vichinghi invasero nel 988 l'Inghilterra. Là conobbe il cristianesimo e si fece battezzare. Nel frattempo una forte corrente in Norvegia si opponeva al re Haakon, e parteggiava per O. che nel 995, dopo aver fatto pace con Etelrodo in Inghilterra, rientrò in Norvegia, riuscendo a farsi proclamare re. Portò con sé vari ecclesiastici inglesi, tra cui anche qualche vescovo, e si adoperò a diffondere il Vangelo, forse con troppa rudezza. Svend, profittando del malcontento dei pagani e dei partigiani di Haakon e alleatosi con gli Svedesi, provocò un conflitto, risoltosi in una grande battaglia navale presso Helsingborg, in cui O. trovò la morte, nell'anno 1000.
Bibl.; F. Vicary, O. the King and O. King and Martyr, Londra 1887: A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VII, Parigi 1941, p. 392 sg.
Alberto Ghinato
OLAF II, Haraldssan re di Norvegia, santo. Detto O. il forte o O. il santo, n. nel 995, m. nel 1030. Figlio di Harald di Norvegia visse la giovinezza come Vichingo, sia in Inghilterra, sia in Normandia: lo si trova a Rouen, nel 1013-14.
Mentre il re Canuto di Danimarca, ca. il 1015, era occupato in Inghilterra e aveva chiamato in suo aiuto anche il principe di Norvegia, Eric, O. approfittò per tornare in patria, riuscendo a farsi riconoscere per re, a Nidaros (Trondheim), che fece sua capitale e ove costrui una chiesa. Di convinzioni cristiane profondamente radicate si adoperò per l'estirpazione del paganesimo, particolarmente con leggi contro la superstizione, chiamando molti sacerdoti e vescovi dall'Inghilterra; i quali passarono pure, sotto sua spinta, nella Svezia e nella Gotia, riconoscendo la supremazia metropolitana di Brema.
In dieci anni di pace governò e riorganizzò saggiamente il Regno; ma il suo zelo, forse eccessivo, nell'estirpazione del paganesimo e l'assolutismo del suo governo gli alienarono gli animi di molti sudditi, fra cui anche potenti capi, quali Thor ed Herck, di cui approfittando Canuto, che pretendeva la sovranità nella Norvegia, tentò più volte di ricuperarla. Nella battaglia di Helge, tuttavia (1026), non riuscì a prevalere; ritentò nel 1028 e riusci a impadronirsi di Nidaros, mentre O. fuggiva in Svezia, tornando quasi subito, nel ro30, per ritentare la conquista del regno. Ma nella battaglia ai Stiklestad del 29 luglio nell'anno 1030 trovò la morte.
Fu cantato come l'eroe dell'indipendenza nazionale e venerato come martire, caduto per lo zelo della propagazione della fede. Il suo culto, incominciato subito dopo la sua morte, e riconosciuto ufficialmente dal vescovo Grunskel già nel 1031, ebbe vastissima diffusione nelle regioni nordiche e il suo nome è inserito nel Martirologio.
Bibl.; oltre a quella citata alla voce Olaf I, v. Acta SS. Polii, VII, Anversa 1731, pp. 87-120; BHL, II, nn. 6322-23; Edio Skard, Sprache und stil der - Passio Olavi, Oslo 1932; Bruce Dickins, The Cult of s. Olave in the British Isles, in Saga-Book of the Viking Society, 12 (1939), pp. 53-80; Ove Moberg, Olav Haraldsson Knut den Store och Sverige, Lund 1941; Mats Amark, Sant Olafs Pilgrimsmarken, in Forondonen (Stoccolma), 37 (1942), pp. 10-22; Martyr. Romanum, p. 312. Alberto Ghinato
OLAFSSØN, Pietro: v. Pietro di Olaf.
Olesnicki, Zbyoniew. - Vescovo di Cracovia, cardinale e statista polacco, n. a Sienno nel 1389, m. a Sandomierz il $1^{\circ}$ apr. 1455.
Compiuti gli studi a Sandomierz e a Cracovia, O. divenne segretario e favorito del re Vladislao II Jagellone con il cui appoggio divenne vescovo di Cracovia (1423) ed esercitò influenza decisiva negli affari di Stato. O. combatté energicamente l'influsso politico e religioso degli hussiti in Polonia, favorì l'alleanza con l'Ungheria, progettando una grande Crociata contro i Turchi, guidata dalla Polonia, la cui potenza militare e politica avrebbe in tal modo raggiunto il Mar Nero. Perciò nel 1440 O. sostenne con successo la candidatura del re Vladislao III al trono ungherese, ma la morte del Re nella battaglia di Varna (1444) frustrò i suoi piani grandiosi. Benché creato cardinale da Eugenio IV nel 1439, O. nel 1441 accettò il cappello cardinalizio e il titolo di legatus a latere dall'antipapa Fidice V e parteggiò insieme con gli altri vescovi polacchi per il Concilio di Basilea. Soltanto nel 1449 O. ottenne la conferma del suo cardinalato del papa Niccolò V. Sotto il regno di Casimiro O. perdette la sua posizione predominante, ma conservò tuttavia sempre una grande influenza nella vita politica fino alla morte. O. fu un prelato ambizioso, politico audace, colto umanista, ma poco versato nelle scienze sacre, però buon amministratore
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della sua diocesi, dove costrui numerose chiese e promosse opere di beneficenza.
Bibl.: M. Deinduszycki, Zbysniew Oleinichi, 2 voll., Cracovia 1823-24; L. Grossé, Stosunki Polski z soborem bazylizjshim, Varsavia 1882; J. Dabrowski, Wtadystaw I na Węgrzech, Varsavia 1922.
OLGA di Russia (lat. Elena). - N. nell'890 ca., m. nel 970, moglie del principe russo Igor I, di Kiev (m. nel 945) e madre del suo successore Svjatoslav, durante la cui minorità resse il Principato.
In un viaggio compiuto a Costantinopoli ( 957 ca.), dopo una lunga attesa, non fu ammessa alla presenza dell'imperatore Costantino Porfirogenito se non dopo che ricevette il Battesimo. Tornata in patria, rifiutò il tributo richiesto da Bisanzio e si rivolse a Ottone I di Germania per avere un vescovo cattolico. Consacrato e inviato presso O. il monaco Adalberto di Treviri, vi poté restare poco tempo ( $96 \mathrm{I}-62$ ) perché fu cacciato da una reazione pagana. O. costrui in Kiev una chiesa, in legno, dedicata a s. Sofia. Viene venerata l'i i luglio nella Chiesa russa, mentre nella latina il culto non fu approvato.
Bibl.: Coutsusator Reginosis, in MGH, Scriptures, I, p. 624; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa, Torino 1948, pp. 8-9. Alberto Ghinato
OLICHON, Armand-Louis-Joseph-Marie. - N. a Rennes l'1 1 apr. 1878, e m. a Parigi il 19 maggio 1936. Compiuti gli studi secondari entrò nel 1896 nel noviziato dei Domenicani a Flavigny (Seine-etOise).
La malattia gli impedì di proseguire e, rientrato nella vita del secolo nel 1899 , cominciò gli studi di medicina e poi si orientò verso la filosofia e nel 1903 divenne professore di filosofia nel collegio di S. Domenico. Nel 1904 entrò nel Seminario di S. Sulpizio e il 15 giugno 1908 fu ordinato sacerdote. Dal 1911 al 1913 fu segretario particolare del vescovo di Meaux e poi cappellano della Scuola "des France Bourgeois " di Parigi. Il 3 dic. 1921 divenne segretario dell'Unione missionaria del clero a Parigi e il 20 febbr. 1926 direttore dell'Opera di S. Pierro apostolo, che il 24 giugno 1927 fu unita all'Opera della propagazione della fede. Si consacrò allora completamente all'Unione missionaria del clero di cui divenne direttore nazionale nel 1939. Pubblicò vari opuscoli ed opere esercitando una profonda influenza. Si ricordano solamente Les missions. Histoire de l'expansion du catholicisme dans le monde (Parigi 1936).
Antonio Anoge
OLIDEN, Gaspar (de). - Teologo e scrittore ascetico teatino, n. a Elgoibar (Guipúzcoa, in Spagna), m. ca. il 1740 . Fece professione religiosa a Madrid il 6 genn. 1683. Dopo aver insegnato teologia alla Università di Salamanca, visse per molti anni in Italia dedito al sacro ministero. Si segnalò nel propagare la devozione verso le anime dei fedeli defunti con la pratica del "voto o atto (v.) eroico di carità».
Pio IX nel breve del 30 sett. 1852 ne attribuisce l'istituzione a O., ricordando l'approvazione che del voto aveva fatto Benedetto XIII ( 23 ag. 1728) e la conferma di essa e delle relative indulgenze da parte di Pio VI (II dic. 1788). Nel 1725 fu nominato primo preposito della casa teatina di Palma di Maiorca, dove si trasferì nel 1726, dopo aver tenuta una serie di conferenze sul Purgatorio alla presenza di Benedetto XIII, il quale amava chiamarlo il "procuratore del Purgatorio". Gode nel suo Ordine il titolo di venerabile. Scrisse Diálogos del Purgatorio (Alcalá 1732).
Bibl.: Regnum Dei, Collectanea Theatina, 4 (1945), pp. 133161; 13-14 (1948), pp. 144-61; J. B. Vadell, Foto de animas, in Lux y vida, ott.-nov. 1941, pp. 137-42; A. Veny, Acta heroica de los Teatinos, in Providencia, 1947, p. 236. Francesco Andreu
OLIER, Jean-Jacques. - Sacerdote francese, fondatore della Società di S. Sulpizio, n. a Parigi il 20 sett. 1608 , m. ivi il 2 apr. 1657 . Fece i suoi studi nel collegio della Trinità dei Gesuiti (1617) e fu

(per cortesia del Seminario di S. Sulpizio) OLIER, JEAN-JACQUES - Ritratto di anonimo del sec. XVII - Parigi, Seminario di S. Sulpizio.
baccelliere in teologia nel 1630 . Fu ordinato sacerdote il 31 maggio 1633 . Suo direttore spirituale fu s. Vincenzo de' Paoli che favorì il suo ardente zelo e che l'inviò in Alvernia a predicare la sua prima missione nei dintorni di Pébrac, di cui O. era abate. Subi una rude prova che durò due anni ( $1639-41$ ) : per purificare la sua anima di ogni amor proprio, Dio gli fece sperimentare il bisogno del suo concorso sia nell'ordine naturale che in quello soprannaturale. Malattia? Prova soprannaturale? Certamente l'una e l'altra. Bruscamente iniziata, la prova finì anche bruscamente e dopo questa data (1641) egli non provò più nulla di simile.
Nello stesso anno tentò di fondare un seminario a Chartres ma infruttuosamente. Il 29 dic. con de Foix e du Ferrier istituì un seminario a Vaugirard. Nel 1642 il curato di S. Sulpizio, de Fiesque, dette le dimissioni; O. lo sostituì. La parrocchia contava più di 150 mila ab. : ed era una delle più depravate di Parigi. O. divise la parrocchia per quartieri sforzandosi di istruire e di formare ad una solida pietà i suoi fedeli. Sviluppò intensamente le opere di carità. Le miserie delle due Fronde procurarono un grande esercizio per il suo zelo. Il risultato fu magnifico: la parrocchia divenne una delle più ferventi della capitale. Ma una febbre violenta lo costrinse a dare le dimissioni in favore di de Bretonvilliers il 20 giugno 1652.
La nomina alla cura di S. Sulpizio portò lo stabilimento del Seminario accanto alla chiesa parrocchiale. Le caratteristiche furono: la separazione tra i fanciulli (piccoli seminari) e i ragazzi (grandi seminari), la comunità divisa tra maestri e alunni che partecipano agli stessi esercizi, il governo fondato sullo spirito di fede, la coscienza, la cordialità, la confidenza e non sulla sorveglianza disciplinare. I seminaristi, dopo un soggiorno più o meno lungo nel Seminario, passavano uno o più anni nella parrocchia, come ad una scuola di applicazione.
Alcuni vescovi chiesero preti a O. per la direzione di nuovi seminari: i primi furono Nantes, Le Puy, Viviers,
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(per cettesia dei p. A. Ghimay, O.F.M.)
Oliber, Livarius - Ritratto.
Clermont. Lo spirito di S. Sulpizio si spandeva grandemente nella Francia. Con le Royer de la Dauversière, fondò la Compagnia di Nostra Signora di Montréal, e l'anno stesso della sua morte inviò il de Quelus con alcuni compagni per l'opera che egli aveva intravisto e che, attraverso mille difficoltà, prosperò in modo straordinario.
O, mori assistito da s. Vincenzo de' Paoli. Bossuet diese di lui: "virum praestantissimum ac sanctitatis odore florentem».
Opere: La Journée chrestienne (Parigi 1655; vers. it., Milano 1935); Catéchisme chrétien pour la vie intérieure (Parigi 1656; vers. it., Milano 1941); Indroduction à la vie et aux vertus chrestiennes (Parigi 1658; vers. it., Milano 1838); Traité des saints Ordres (Parigi 1676; vers. it., Torino 1884, 1925); Lettres (ivi 1672); Pietas Seminarii Sancti Sulpizii (ed. critica, Bourges 1879); Mémoires, ecc., opere tutte trepide, secondo la migliore tradizione dell'Oratorio francese e specialmente secondo la dottrina del card. de Bérulle e del de Condren, di amore verso Cristo e di mistica unione con il Verbo incarnato. L'O. si può paragonare per l'acutezza della introspezione e la finezza del sentimento a s. Francesco di Sales.
Bibl.: M. Faillon, Vie de M. O., fondateur du Séminaire de St-Sulpice, $4^{\text {e }}$ ed., 3 voll., Parigi 1873; F. Monier, Vie de J. J. O., ivi 1914; H. Bremond, Histoire littéraire du sentiment religieux en France, III, ivi 1921, capp. 4-5; E. Levesque, s. v. in DThC, XI, coll. 963-82; P. Pourrat, J. J. O., Parigi 1932; id., La spiritualité chrétienne, III, ivi 1944, pp. 525 sgg., 562 sgg.; A. Portaluppi, G. Giacomo O., Milano 1947; J. Guly, Le sacrifice dans l'Ecole française de spiritualité, Parigi 1951, pp. 285-335.
Michele Ruggero Jeuné
OLIGER, Livarius. - Storico francescano, n. a Schorbach nella Lorena il 27 febbr. 1875, m. a Roma il 29 genn. 1951. Il 25 sett. 1892 vestì l'abito religioso ad Harreveld (Olanda). Il 22 sett. 1900 venne ordinato sacerdote a Metz.
Nella primavera del 1903 fu inviato a S. Maria degli Angeli in Assisi, per essere di guida ai pellegrini nei santuari francescani. Da allora conobbe i cultori di storia francescana P. Sabatier e L. Alessandri, nonché gli sto-
rici J. Schnürer, H. Boehmer, H. Grauert e H. Denifle. Nel 1905 venne a Roma a perfezionarsi nella storia ecclesiastica sotto la guida del p. U. Hüntemann nel collegio internazionale di S. Antonio. Ottenuto il titolo di lettore generale, vi rimase come professore di storia medievale e moderna della Chiesa e di quella dell'Ordine francescano. Era stato tra i fondatori dell'Archivum Franciscanum Historicum (1907), perciò fu mandato quale membro di redazione, sul finire del 1911, al Collegio di S. Bonaventura a Quaracchi (Firenze). Eccettuato il periodo bellico 1915-18, vi rimase fino al 1923, quando a Roma riprese l'insegnamento che tenne nel Collegio Antoniano e, dal 1931, anche nel Pontificio Ateneo Lateranense fino alla morte.
Fu tra i fondatori dell'Antonianum (1927) di cui tenne la redazione fino al fasc. III dell'anno VI (1931). Collaborò alla continuazione degli Annales Ordinis Minorum di L. Wadding per i voll. XXVI (1933) e XXVIII (1934).
L'O. occupa un posto preminente nel campo della storia dell'Ordine francescano. Il numero delle sue pubblicazioni sale a 180 , oltre le recensioni e gli articoli nelle diverse enciclopedie, tra le quali la Enc. Catt., tutte di carattere scientifico. Ottimo contributo portò alla conoscenza del medioevo, senza trascurare l'età moderna alla quale si riferiscono i documenti da lui pubblicati sull'evangelizzazione e l'incivilimento dell'America nei secc. XVI e XVII. Nella ricerca critica mantenne sempre lo stesso severo acume, imparzialità, impeccabilità di metodo che sembravano in lui una seconda natura. La sua monografia Pantanelli presso Orvieto, romitorio dei tempi di s. Francesco, e i signori di Baschi (Roma 1932), rimane modello di quanta erudizione si possa arricchire un soggetto di per sé molto povero. La piena maturità del suo ingegno si palesa nella Expositio quattuor magistrorum super Regulam Fratrum Minorum (1241-1242). Accedit